Antica Grecia: la filosofia e la musica
“La più alta forma di musica è la filosofia” affermava E.A., riflettendo su come la mousiké fosse ritenuta dai greci la più efficace delle arti per l’educazione dell’uomo. Essa unisce poesia, danza e musica, agendo attraverso l’udito e la vista in modo dinamico, diversamente dalle “statiche” pittura e scultura, raggiungendo il massimo grado di mimesi delle azioni fondato sul ritmo. Dalla parola “musa”, infatti, i greci hanno derivato quasi ogni verbo in ambito artistico (comporre, suonare, cantare, educare, risuonare), poiché rientrano in una concezione olistica dell’universo: armonia cosmica del Tutto e delle sfere, in cui ad ogni pianeta e al suo movimento si fa corrispondere un particolare suono.
L’armonia regolatrice di riferimento era la corda centrale dell’antica lira tricorde. Platone sviluppa questo concetto nel “Timeo”, affermando che l’Anima del Mondo collega le realtà fenomeniche e le idee, facendo muovere il nostro spirito similmente ai pianeti. Il movimento armonico delle sfere si riflette in noi e la musica riflette tale ordine cosmico. Perciò l’educazione musicale era importante in quanto studio filosofico, concepito separatamente dall’esecuzione e pratica, non più educazione integrale e completa della Grecia arcaica. Il “musico” è pertanto un filosofo più che un semplice esecutore.
Musica e stato ideale
La musica è l’unica arte che viene salvata dal bando dello Stato ideale, poiché imita un modello superiore, quello dell’armonia celeste, non essendo una mimesi puramente edonistica e volgare. Si va oltre anche l’arcaica concezione religioso-mistica della musica, che la vede intrecciata ai riti magici e alle pratiche terapeutiche, dalle quali derivano le basi d’improvvisazione, i nomoi, significando “leggi” con una struttura rigida dalla quale non si può uscire.
C’è un legame stretto tra musica e politica: la musica ha una funzione pacificatrice, porta ordine sociale e assolve alla funzione di guida della comunità. La funzione sociale del poeta-musico, con implicazioni etiche insite anche nell’uso dei modi e nella scelta degli strumenti, si “salva” in quanto scienza matematica, grazie al suo legame col cosmo e l’armonia.
Dall'arcaico al moderno
Vi sono anche nella tradizione dei poemi omerici riferimenti a questo passaggio di “età”. Nell’Iliade, Achille compone, suona e fruisce solitariamente della sua musica come nell’antichità, mentre nell’Odissea è già presente una concezione specialistica dei mestieri: ora il prodotto poetico è proprietà del poeta e non più delle Muse. Anche l’uomo può inventare e non è più solo un “tramite”. Non per questo l’azione delle Muse scompare, ma le viene attribuito un nuovo significato: prima ispirazione soggettiva, poi “divina follia”. Cambia il rapporto tra ispirazione divina e originalità/creazione personale dell’aedo e talento. Ci si interroga sulla materia musicale, si cominciano a rielaborare i miti musicali (es. Orfeo) e si associano a diversi tipi di musica diversi affetti e sentimenti.
Scontro tra strumenti
Lo scontro tra lira e flauto vede affermarsi la superiorità della prima sul secondo, poiché l’esecutore può anche cantare e la lira esprime tradizionalmente razionalità. Importante nello studio della musicalità è Laso di Ermione: tra le sue innovazioni collega le consonanze alle diverse frequenze e denomina i modi musicali secondo le etnie. Ogni modo rispecchia l’origine territoriale e “caratteriale”, come nel caso del dorico che è solare e vivace.
Nell’operare questa rinominazione, Laso non segue un criterio gerarchico o preferenziale, e questo favorisce il virtuosismo strumentale specialmente degli auleti. Così, l’aulòs si perfeziona, diventa sempre più importante e acquista potere solistico anche a teatro. Lo scontro continua: si designa il flauto come servo della lira.
Epoca modernista e Pitagora
Si parla di un’epoca “modernista”, portata avanti specialmente da Timoteo: il coro ditirambico perde semplicità e si fonde col nomos monodico. Le corde della lira passano da 12 a 11 e si passa repentinamente da un’armonia all’altra. Timoteo è sostenuto da Euripide e criticato da Aristofane.
Pitagora, sebbene non ci siano scritti a testimoniarlo, ha conferito alla musica un ruolo fondamentale nella filosofia pitagorica, a partire dal concetto di tropi: elementi variabili e mutevoli dell’animo umano a cui corrispondono precise espressioni. Dalla dialettica tra forza unitaria centripeta e una pluralistica centrifuga si ottiene l’armonia, tensione musicale. Ogni melodia (diatonica, cromatica, enarmonica) ispira stati d’animo divergenti, come la capacità di “muovere gli affetti” ripresa nel 1600.
Il filosofo pitagorico deve arrivare ad essere sempre imperturbabilmente sereno, deve imparare a scacciare ira, lascivia e ogni vizio e la musica serve proprio a questo. Per i pitagorici, la musica è importante perché ha proprietà terapeutiche, di catarsi spirituale, cura per mezzo della musica. È previsto un programma preciso di “musiche risanatrici” durante il giorno che, per via della “simpatia imitativa”, infondono euritmia e serenità. La musica ha un potere quasi magico, agendo determinatamente sulle condizioni psicofisiche dell’individuo, con qualità curative: è produttrice di bene poiché armonia e quindi virtù, unendo il cosmo e l’anima, ovvero i contrari, può ricostruire gli equilibri infranti: “unione dei molti e accordo dei discordanti”.
Come è noto, i Pitagorici riducevano tutto all’essenza matematica, a rapporti numerici (“tutte le cose sono numeri”), che nel caso della musica sono semplici intervalli musicali. La musica è una materia perfetta e quindi geometrica, adatta a rispecchiare il movimento celeste degli astri, che garantisce la reciproca rapportabilità di tutti i suoi elementi ridotti a semplici proporzioni (infatti è solo con la totale eclissi del pitagorico che in Eu si afferma il sistema artificiale temperato equabile). Ovviamente, in conseguenza di questo spirito matematico, essi prediligono la lira al flauto, considerato troppo rozzo.
La dialettica dei contrari e Damone
La credenza nella dialettica dei contrari è alla base di tutto, così come i rapporti matematici: anche la salute del corpo umano è data dall’equilibrio di tutte le sue componenti antagoniste (caldo-freddo, secco-umido) e la malattia non è altro che la prevalenza di uno sull’altro (secondo la teoria fisiologica di Alcmenone), la guarigione si ottiene con un loro temperamento anche grazie alla musica.
Damone è una figura importantissima per lo sviluppo della musica nella cultura ateniese del V sec. AC. Maestro di Socrate e consigliere di Pericle, indusse quest’ultimo a costruire il teatro coperto dell’Odeon e per questo fu criticato e ostracizzato. Per difendersi e giustificare la sua decisione, scrive l’”Areopagitico”, opera di grande influenza in ambito musicologico, in cui afferma l’importanza della mousiké nell’educazione dei giovani. Inoltre, dice che la melodia = parola + armonia/modo + ritmo, per cui la melodia si deve accordare al particolare carattere del fruitore: se energico e temperante dorica e frigia, se il contrario misolidia, ionica e lidia. Questi temi sono ripresi da Platone nella “Repubblica” per designare lo Stato ideale, basato non su triviali divertimenti ma su severe austerità. Serve l’”utile” e non il divertimento, perciò si devono favorire le armonie e i ritmi che creano distacco e sviluppano la capacità critica oggettiva = epico-narrativi anziché lirici = soggettivi, che provocano empatia e perdita delle facoltà critiche!
Ci deve essere un certo distacco e si devono imitare le gesta solo di personaggi positivi e retti per evitare di degenerare fuori di virtù: l’imitazione diventa un’abitudine e col tempo si radica nel comportamento umano, perciò deve essere positiva! Damone sottolinea il pitagorico e platonico legame tra musica e etica: la musica può portare alla virtù e va quindi preservata da qualsiasi pericolosa innovazione che potrebbe corromperla. È importante specialmente per plasmare il carattere dei giovani e serve pure a custodire le tradizioni.
La lira, in particolare, è in sintonia con l’armonia del corpo umano e contribuisce a spostare il baricentro dell’anima. Damone va oltre l’analisi territoriale dei modi di Laso, analizza anche il legame tra i modi e le forme di governo, i rapporti tra modi e ritmo, stabilisce un’antitesi (criticata dai sofisti) tra musica aristocratica e sublime e musica lasciva e plebea. A sostegno della tesi musica = forma di gnosi superiore che scissa in nobile e bassa si hanno anche Protagora, Gorgia e ovviamente Platone, che però nella Repubblica si estremizza: i modi accettati sono solo il Dorico = coraggioso e il Frigio = sobrio.
Inoltre, non basta operare un’accurata scelta musicale perché questa abbia effetto: è importante che anche il fruitore sia “allenato” a cogliere in essa i principi positivi. Anche la musica plebea produce piacere ma non è questa la forma di sofia speculativa che serve da instrumentum regni. La selezione della musica deve esser fatta da uomini anziani e savi, che non si devono far influenzare dal gusto del popolo ignorante (previsione della cultura di massa e della mondanizzazione) e che non devono “anteporre l’orecchio alla mente”. Platone, infatti, critica il fatto che si sia affermato un certo cattivo gusto e una teatrocrazia di quest’arte che la misconosce.
La musica risponde all’oggettività del bene comune ed è base formativa indispensabile alla futura élite di governatori. Tutto è funzionale alla conservazione degli ottimati.
Aristotele e la musica
Anche Aristotele tratta la questione della musica. Famosi sono gli ultimi capitoli del VII libro della Politica. Si colloca in un’ottica più empirica e realistica rispetto a quella metafisica di Platone e diversamente da lui non la giustifica col “metro moralistico” dei risultati pedagogici raggiunti. La musica è prima di tutto piacere, un gradevole passatempo tipico dell’uomo libero che va inserita nei programmi pedagogici non perché utile o necessaria, ma proprio perché non è niente di tutto ciò. La musica è fine a se stessa ed è un’attività ricreatrice, che serve a ottenere lo svago nobile tipico degli uomini liberi, è liberale e bella! Anzi, solo in quanto ozio può istruire al bello e al piacere, poiché l’ozio è una caratteristica nobile (vedi gli Dei!).
Lo studio non è piacevole e anzi, comporta fatica e sofferenza (NO Platone) perciò serve anche qualcosa che educhi al divertimento. La musica “ordinata” (apollinea?) piace poiché è conforme alla nostra natura, è ritmo e misura e quindi soddisfa il nostro bisogno di armonia. Ciò non implica che la musica sia qualcosa di meramente edonistico. Anche per Aristotele, la sua più alta funzione rimane quella etico-politica, seguita appunto dalla catarsi e dalla ricreazione.
Seguendo la teoria damoniana, anche Aristotele riconosce le differenziazioni dei modi, ma al contrario di Platone ritiene che si debbano usare tutti i modi (non solo quelli “etici”), anche se non vanno usati tutti alla stessa maniera, nelle stesse circostanze. Quelli etici servono per l’educazione, quelli “eccitanti” durante esecuzioni spettacolari. Come Platone, Aristotele riconosce il classismo, cioè che vi è una differenza fondamentale tra nobili = liberi e colti vs volgo = grossolano, ma non esclude quest’ultimi dalla ricreazione della musica. Proprio perché diverse le due classi sono rispecchiate da due tipi di musica diversa ed è giusto che anche il volgo sia dilettato “conformemente alla sua natura” e quindi con un tipo di musica virtuosistica come andava in voga all’epoca: analisi di mercato e cultura di massa di un max realismo politico rispetto allo Stato ideale platonico!
L’educazione “musicale” non deve essere però professionale. All’epoca di Aristotele, infatti, ai dilettanti si vanno sostituendo i professionisti e i virtuosi, poiché le partiture erano diventate sempre più complesse (portando alla riduzione dell’importanza del coro tanto criticata da Euripide). Aristotele critica tale professionismo/specializzazione poiché porta all’inseguire il piacere della massa per scopi economici e non per attivare una catarsi da uomini liberi! Gli esecutori sono dunque ignobili e tutto ciò che riguarda la tecnica professionista (come ad es. la prassi nata in quel periodo della notazione scritta).
Aristosseno e il lato tecnico
A sviluppare l’interesse per la prassi fino a rivalutare totalmente il lato tecnico sarà proprio l’allievo Aristosseno, della I generazione. Vi è una svalutazione dell’interpretazione extramusicale platonica, del tutto estranea e insufficiente al contesto musicale! Non a caso Aristosseno è soprannominato “il musico” per antonomasia dell’antichità. Con lui si ha un capovolgimento: pur non mettendo in discussione il valore educativo della musica, adesso il metro di giudizio adeguato per il discernimento di una buona musica diventa proprio l’“orecchio ben allenato”, tanto aborrito da Platone ed essenziale diventa l’ascolto attivo e analitico della musica. Solo tramite la pratica sensibile e la memoria si può comprendere la musica e cogliere le sue profondità emotive! Come secondo Aristotele, anche secondo Aristosseno i modi vanno tutti usati senza discriminazioni morali, proprio perché rispondenti ad ethoi diversi.
Continuando verso un sempre maggiore radicamento e rinforzamento della prassi e dell’edonismo musicale, troviamo l’estetica musicale dei materialisti, iniziata da Democrito e proseguita da Filodemo di Gadara, che demolisce il valore educativo e formativo della musica per ridurla a superflua e mero passatempo. Per il secondo, addirittura, la musica è irrazionale e affatto superiore al lògos, per cui critica sia la funzione educativa morale platonica che quella “eccitante” dionisiaca e dunque la musica non avrebbe neanche il potere di muovere l’animo umano. Sesto Empirico, scettico del II sec DC, sostiene invece che sull’argomento musica si può sostenere qualunque giudizio, poiché basata su un forte sistema di antinomie. Nega l’etica della musica e la presunta supremazia della parola (infatti si scaglia anche contro i poeti), definisce la musica sopravvalutata. Diogene invece sostiene che la musica produce sia sensazioni particolari private = contingenti che universali = educative. Quest’ultimo è il solo giudizio estetico!
Età tardo ellenica e romanica
Si ha un’ulteriore inversione di tendenza: si sottolinea l’esclusività del carattere etico della musica, eliminando ogni effetto edonistico. Prevale quella musica che Nietzsche definirà apollinea: razionale, ordinatrice, equilibrante, che suscita pace e positività, come es. Seneca, moralista stoico che condanna la lirica. Importante in quest’epoca è il pensiero eclettico di Filone d’Alessandria: fonde le idee riguardanti la musica di tutte le filosofie conciliando religiosità e scienza. Tutto il mondo e dunque la musica sono esprimibili in rapporti numerici e tramite tali rapporti si instaurano relazioni tra gli ambiti più lontani. Come lui la pensa Nicomaco di Gerasa, che concepisce un articolato sistema di corrispondenze tra numeri e armonia cosmica: armonia metaforica che subisce una formalizzazione logica.
Neoplatonici e patristica
Per i neoplatonici come Plotino persiste la distinzione tra una musica sensibile, che si riferisce ai sensi terreni, è mimesi degli oggetti esterni (quindi anche tutte le arti rappresentative come pittura, scultura), e musica intelligibile, che proviene dal mondo superiore delle idee, è intangibile ed è l’unica dotata di spessore e capace di elevare l’animo umano.
I padri della Chiesa
La patristica (cap 4) riprende la linea platonica di una musica dal valore etico-utilitaristico e pedagogica, estremizzandone alcuni aspetti, come ad esempio la condanna degli strumenti, ritenuti ispiratori di violenza e ottusità. L’unico mezzo ammesso è quello della voce, nient’altro serve a render lode a Dio. Chi suona gli strumenti viene deprecato e ai cristiani è raccomandato di evitare in tutti i modi l’ascolto del suono degli strumenti! Dunque gli strumenti vengono esclusi dalla liturgia, influendo grandemente sulla tradizione monodica della nostra civiltà musicale. Non importa neanche la qualità tecnica della voce: non c’è ricerca di perfezione o gradevolezza poiché conta solo il senso delle parole cantate all’orecchio di Dio e non una buona esecuzione. Diventa centrale il Salmo, con totale supremazia del lògos e perdita di tecnica. Decadono così le distinzioni enarmonico-cromatico e rimane solo il “puro” e semplice genere diatonico, realizzando così il bando teorizzato da Platone di tutte le armonie.
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