1. Platone ha sollevato alcune fondamentali obiezioni sullo statuto della mimesis artistica e ha orientato i problemi
dell’arte mimetica verso il più ampio ambito filosofico del rapporto fra mente e realtà. Derrida ci fa notare come
rischiosa sia la tentazione di ritenere che dai dialoghi platonici sia possibile estrarre una concezione della mimesis
unitaria e compatta. In effetti la mimesis è uno di quei concetti che Platone sottopone a trattamenti mutevoli, con il
tipico spirito di indagine socratico, secondo il quale le dimostrazioni hanno carattere ipotetico.
La mimesis non fu sempre una componente esplicita del pensiero platonico sulla poesia e ce ne danno prova
l’Apologia, l’Eutifrone e lo Ione. Nell’Apologia si conclude che i poeti creano le loro poesie non sulla base di una
conoscenza, ma per effetto di un’ispirazione e che non c’è alcun motivo per cui debbano essere ritenuti saggi, perché
non sanno spiegare ciò che dicono. Nello Ione si ritrovano le stesse tematiche: il contrasto fra conoscenza e
ispirazione, le perplessità sull’autorità dei poeti, ma troviamo anche l’ammissione che i poeti dicono “molte e belle
cose”. Lo Ione assume un criterio esigente per la conoscenza poetica e lo impiega per giudicare manchevole la poesia,
proprio perché il suo intento è quello di attaccare la pretesa autorità dei poeti.
La convinzione diffusa che i poeti detenessero conoscenza e sapienza indusse certamente Platone agli inizi a un
atteggiamento scettico. Quella convinzione muoveva dall’idea che i poeti siano i “Nostri padri e le nostre guide nella
sapienza”. Eraclito e Senofane avevano già messo in dubbio la loro autorità. In Platone la contestazione filosofica della
presunta autorità etica della poesia emerge dalla prime opere senza alcun riferimento alla mimesis. In generale la
mimesis servirà poi come quadro concettuale per valutare tutti i tipi di arte, un quadro che si interroga non solo sullo
stato del “mondo” mostrato nelle opere, ma anche sul rapporto tra mondo interno all’opera e mondo esterno ad essa.
Cratilo
Nel Cratilo la mimesis fa brevi ma significative apparizioni. Indagando il rapporto fra linguaggio e realtà/natura,
Socrate elabora il modello etimologico della correttezza dei nomi. I nomi “primi” sono quelli non suscettibili di ulteriori
analisi etimologiche e colgono e comunicano la natura delle cose. A questo punto Socrate introduce il concetto di
mimesis, applicandolo ai segni visivi e al linguaggio parlato: ma s’affretta a distinguere l’atto mimetico del nominare
dalla mimesis implicita nella mousikè e nella pittura. Mentre tutte queste arti hanno a che fare con le proprietà
sensibili delle cose del mondo, il linguaggio ha a che fare con l’essenza (ousia) delle cose. Le arti possono significare un
mondo sensibile, ma non indicano l’essenza delle cose. Se ne ricava che la mimesis non ci dica nulla della verità delle
cose raffigurate. In un altro passo si ammette che il rapporto fra un’immagine e il suo oggetto non si risolve solo nella
copia di certi particolari, perché vi sono anche immagini che rappresentano membri immaginari di classe. Inoltre qui
Socrate paragona il rapporto fra l’immagine e il suo oggetto al rapporto tra il nome e il suo oggetto e distingue i due
tipi di rapporto dicendo che, nel secondo caso, l’attribuzione del nome può riuscire vera o falsa, ma può anche riuscire
corretta o incorretta, mentre nel prima caso, l’assegnazione dell’immagine pittorica può soltanto riuscire corretta o
incorretta. La correttezza sembra dunque qualcosa di diverso dalla verità. Il dialogo però lascia in sospeso il problema
dello statuto della mimesis poetica. Un altro passo del Cratilo interessante è quello in cui troviamo una concezione
qualitativa delle immagini visive. La correttezza di un’immagine è detta qualitativa perché se, nel caso degli oggetti
matematici ogni aggiustamento è discriminante, nel caso dell’immagine non è richiesta questa esattezza, altrimenti
non sarebbe immagine ma duplicato.
Benchè questo dialogo evochi l’arte mimetica solo in opposizione al linguaggio, ci permette comunque di vedere come
Platone fosse indotto integrare l’uso del concetto tradizionale di mimesis entro una più ampia costellazione
concettuale. Il Cratilo ci fa anche vedere come si possa percepire che l’arte mimetica richiede criteri diversi da quelli
connessi alla verità e alla conoscenza. Questo ce lo suggeriscono l’idea che la realtà a cui si riferisce la mimesis
artistica non sia quella di una verità o falsità e l’idea che il rapporto tra le immagini mimetiche e i loro oggetti non è
“matematico”, ma “qualitativo” e quindi variabile. In conclusione la verità filosofica dovrebbe del tutto trascendere la
rappresentazione. Se la mimesis primaria riesce inadatta alla verità filosofica, ancora più inadeguata dovrà mostrarsi la
mimesis secondaria della pittura e della poesia.
2. Repubblica, Libro III
Nella costruzione della città ideale, la poesia merita un’attenzione preminente per il suo prestigio educativo e
culturale. Già nel Libro II i miti costituiscono una sottoclasse dei logoi fondata sulla falsità, ma, a cagione della loro
influenza, questa sottoclasse va giudicata comunque sulla base di modelli di verità. Attraverso le loro opere, i poeti
significano certe cose che trasmettono idee sul mondo tali da potersi imprimere nelle menti degli ascoltatori.
L’influsso delle opere non dipende soltanto dai loro contenuti letterali, ma si attua anche attraverso l’efficacia
normativa e l’esemplarità.
La premessa è che le narrazioni formano le credenze degli ascoltatori, tanto più per il fatto che gli dei e gli eroi hanno
nel sistema valoriale un rilievo paradigmatico. L’idea di “agire come” loro prefigura la trattazione della mimesis che
viene introdotta quando Socrate distingue fra narrazione semplice e narrazione attraverso la mimesis, ossia il discorso
diretto. Poiché la mimesis implica una immedesimazione, i giovani Guardiani dovrebbero essere esposti alle forme
mimetiche della poesia quando presentano personaggi virtuosi. Ai poeti che presentano caratteri di più specie sarà
negato l’accesso alla città perché la varietà immaginifica della loro arte turberebbe la stabilità della polis. Il concetto di
mimesis è qui applicato tanto al poeta quanto al destinatario, perché implica l’assimilazione alle figure della poesia.
Socrate per questo raccomanda di non recitare la poesia mimetica che descrive comportamenti immorali. In questa
parte della
Repubblica si tratta della proiezione di idee tali da plasmare le anime di coloro che si espongono al loro
influsso: l’educazione dei giovani è il paradigma di un più generale processo di autoformazione psicologica e culturale.
L’alto grado di assimilazione comporta un pericolo alto. Socrate lega la forma mimetica della poesia all’idea della
formazione del carattere attraverso l’assuefazione.
Poiché gli argomenti di Platone sono presentati in una forma a sua volta consapevolmente immaginativa e poiché
questi argomenti riconoscono apertamente i piaceri della poesia, possiamo dire che Platone non guarda alle tradizioni
poetiche con ostilità, ma le apprezza profondamente e contrae con esse un grande debito.
Repubblica, Libro X
Socrate ammette di nutrire per Omero un rispetto acquisito dall’infanzia e si esprime nei toni di quell’innamorato
nostalgico che ha un’intima conoscenza della poesia. Se il Libro III riferisce il concetto di mimesis alla forma
drammatica, il Libro X ne estende l’applicazione a tutta la rappresentazione: poesia e arti visive. In questo libro
Platone sottopone ad un nuovo esame la pretesa secondo cui i poeti deterrebbero un’autorità morale e applica il
concetto di forma a categorie di oggetti come letti o tavoli e non a proprietà astratte quali la giustizia o bellezza. La
prima parte del Libro X, applicando alla mimesis il linguaggio dei “simulacri” e delle “parvenze”, evoca uno dei pensieri
guida della Repubblica: la verità e la realtà stanno al di là del sensibile. Però non suggerisce mai che la pittura sia
limitata ad un rispecchiamento del mondo sensibile. Al centro vi è l’idea che la simulazione artistica della realtà non ha
valore per sé stessa e non è l’indizio di una qualche conoscenza propria dell’artista. Platone vuole dirci che una valida
giustificazione della mimesis deve superare quella verosimiglianza di cui il naturalismo figurativo è una varietà. Il
verosimile non deve però essere scambiato con il vero, per questo bisogna distinguere fra attendibilità etica della
poesia e modalità tecniche con cui essa si compie.
Al tono irridente della prima parte, fa seguito il severo esame della presa psicologica che la poesia esercita “finanche
sui migliori fra noi”. Il contatto simpatetico con le altrui esperienze può contagiare il profilo psicologico di una
persona. Ma il libro X va oltre questo contesto e da grande rilievo alla forza con cui la poesia esprime atteggiamenti
ed emozioni che funzionano come veicoli di valori etico-‐religiosi. Il suo discorso ha anche una dimensione politica,
come dimostrano i riferimenti alle folle delle feste e dei teatri. Platone fa dipendere gran parte del potere della poesia
proprio dalle esecuzioni pubbliche (retorica ideologica della polis). E’ possibile che Platone diffidasse della tragedia
proprio perché vi percepiva il fenomeno di quell’emozione di massa che prevaleva tanto in teatro quanto nelle
recitazioni epiche.
3. Sofista
Qui Platone distingue due tipi di mimesis: arte ikastica e arte fantastica. Questa distinzione segnala la differenza fra
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