Premessa
La mediologia dell’immagine è una interdisciplina che si trova all’incrocio tra storia dell’arte, storia
delle tecniche e storia delle religioni: partendo dal presupposto che la maniera in cui noi percepiamo
le immagini dipende in larga misura dall’ inconscio ottico collettivo nel quale siamo inseriti e che
costituisce la nostra cultura caratterizzando le diverse epoche storiche, è necessario guardare alla
storia delle immagini congiuntamente ad una storia dello sguardo, ossia individuare i codici
invisibili che stanno dietro alla percezione del visibile. Le immagini non traggono il loro senso da
se stesse ma dallo sguardo di chi le osserva. Guardare non è ricevere ma ordinare il visibile. E’
possibile individuare tre regimi dello sguardo: lo sguardo magico (idolo/iconosfera), lo sguardo
estetico (arte/grafosfera) e lo sguardo economico (visivo/videosfera).
Libro I – Genesi delle Immagini
Cap. 1 – La nascita della morte
La nascita dell’immagine è strettamente connessa alla morte, spesso in un simbolismo congiunto di
fecondità e morte stessa. Troviamo conferma di ciò sia nei resti e nelle tracce delle società
preistoriche giunti fino a noi, sia nel significato originario di alcuni termini che nelle civiltà greca e
romana designavano oggetti e entità legate alle pratiche funerarie o al mondo dei defunti e che solo
in un secondo momento hanno visto estendersi il proprio significato sino a divenire sinonimo di
immagine in senso lato (simulacrum: spettro – imago: calco in cera del viso dei morti – figura:
fantasma – eidolon / idolo: spettro, anima del defunto).
Nella civiltà greca vivere equivale a vedere, per cui morire è perdere la vista. La rappresentazione
del defunto corrisponde a mantenerlo in qualche modo in vita; il funus imaginarium, ossia
l’incinerazione in pompa magna dell’effigie dell’imperatore deceduto e i riti funebri dei re di
Francia che riprendono questa tradizione dell’impero romano, mettono in scena il trasferimento
dell’anima dal cadavere al suo doppio, alla sua immagine, che diventa così un ipercorpo, che
sostituisce il cadavere nel suo trapasso nell’aldilà, garantendogli il mantenimento delle sue forze
vitali ed esorcizzando il processo di putrefazione cui è destinata la carne. E’ l’immagine a salire in
cielo mentre la carne si decompone sottoterra.
Questa sostituzione del defunto col suo doppio discende in maniera diretta dalla presa di coscienza
da parte dell’essere umano dell’inevitabilità della propria morte. Lo specchio antropico si ha nel
momento in cui, dinanzi alla morte, il cadavere di un individuo deceduto non viene considerato un
semplice oggetto, ma a causa di un naturale processo di riconoscimento dell’uomo nel corpo senza
vita di un membro della sua stessa specie (il suo doppio), esso viene avvertito come una presenza /
assenza, qualcosa meno di un vivente ma più di un oggetto. Da qui la conseguente necessità di
sottrarsi in qualche modo al decadimento della carne, tenendo il mondo dei vivi al riparo dalla
lordura della morte, mantenendo intatta la sua purezza tramite un processo di catarsi ottica.
Pur se le diverse civiltà trattano la morte e il culto dei defunti ciascuna a suo modo, in tutte si
ravvisa la necessità di rendere visibile l’invisibile, di mettere in comunicazione l’aldilà con
l’aldiqua tramite la mediazione di figure. Anche in epoca moderna e contemporanea l’uomo avverte
sempre la necessità di preservare un’immagine di qualcosa che è destinato a scomparire.
Intrappolare il tempo attraverso lo spazio.
L’immagine pertanto attesta il trionfo della vita, ma un trionfo conquistato sulla morte. In una
società che tende ad appartare la morte, ad occultarla tenendola quanto più possibile separata dalla
vita, le immagini conoscono un inevitabile indebolimento della loro forza comunicativa.
Le società che ci hanno preceduto erano realmente abitate più dai morti che da vivi, nel senso che i
nostri antenati percepivano il mondo visibile come accerchiato da un mondo invisibile che
rappresentava il luogo da cui le cose provengono e dove ritornano, il luogo dove risiedevano i
defunti e le divinità: il luogo della potenza che regola il cosmo e da cui i mortali dipendono.
Visualizzare l’invisibile mediante le immagini era un tentativo di conciliazione con le stesse
potenze che presiedevano all’ordine dell’universo, un modo per garantire la loro presenza al proprio
fianco, in maniera da costringerle ad operare in proprio favore, riducendo al tempo stesso la
dipendenza da loro. L’immagine non era pertanto qualcosa di fine a se stesso ma uno strumento
pratico di sopravvivenza, utilizzato dal debole (l’uomo) per mercanteggiare col più forte (la potenza
invisibile). La funzione mediatrice dell’immagine tra i vivi e i morti, tra l’umo e la divinità, la rende
uno strumento dotato di virtù metafisiche, in grado di canalizzare e addomesticare le potenze
sovrannaturali. In tal senso, le immagini rispondono in questa fase originaria ad una funzione
magica, che contraddistingue la cosiddetta età degli idoli (iconosfera). Si ha un abbandono della
magia da parte delle immagini nel momento in cui queste pervengono all’arte, parallelamente
all’emancipazione tecnica dell’uomo dalla natura e al progressivo venir meno della necessità di
scendere a patti col mondo invisibile.
Le virtù magiche delle immagini non risiedono però nelle immagini stesse, bensì nello sguardo di
chi le osserva: l’arte magica rappresenta la radicale subordinazione della plastica alla pratica e
l’asservimento dei nostri antenati alle potenze del mondo invisibile.
Nella società moderna si registra un crescente abbandono dell’architettura funeraria e delle liturgie
funebri: questo accantonamento della morte, che costituisce il vero motore della forza vitale delle
immagini, comporta l’offuscamento della nostra capacità di percepire l’invisibile e l’indebolimento
della capacità comunicativa delle immagini. Viviamo immersi in una continua quanto piatta
proliferazione d’immagini, che costituisce ciò che chiamiamo visivo, il quale nasce in concomitanza
dell’emancipazione definitiva dell’uomo dalla natura attraverso la tecnica, in una situazione in cui
la “sicurezza diminuisce l’ombra portata dalla morte sulla vita e dunque la necessità di un
intercessore”. Tuttavia, se il visivo è indice di un ambiente sotto controllo, nel momento in cui si
passa dall’esame della specie a quella del singolo individuo, riemergono i limiti e la vulnerabilità
che contraddistinguono l’essere umano. Proprio questi limiti garantiscono la sopravvivenza
dell’immagine e consentono anche all’uomo moderno di percepire la forza comunicativa delle
immagine arcaiche, che in virtù del loro relazionarsi con la morte, che costituisce il filo conduttore
del nostro inconscio lungo il percorso della storia, riescono a sopravvivere alla loro epoca a
differenza delle immagini moderne, nuove, che spesso non resistono all’obsolescenza delle loro
tecniche di fabbricazione.
Capitolo 2 – La trasmissione simbolica
Si è detto che l’immagine costituisce una porta tra il visibile e l’invisibile, che pone in relazione
l’uomo e i suoi dei: questa funzione di raccordo è detta funzione simbolica o religiosa.
Annoverare l’immagine all’interno delle trasmissioni simboliche è in contrasto con le estetiche
cosiddette forti (es. poetica di Valéry) per cui l’arte non deve essere portatrice di senso ma deve
esistere unicamente per sé e trovare nel
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