Sharon Widmer Bologna, 29.09.2009
ESTETICA MUSICALE
Lezione 1 – Introduzione
Bibliografia:
-‐Peter Kivy, “Filosofia della musica. Un’introduzione”, Torino, Einaudi, 2007
-‐Enrico Fubini, “L’estetica musicale dal Settecento a oggi”, edizione ampliata ed aggiornata, Torino, Einaudi
-‐Franz Liszt, Berliotz e la sua sinfonia “Aroldo in Italia”, nel volume “un continuo progresso. Scritti sulla
musica” a cura di Gyorgy Kroo, Milano, Unicopli, 1987, pp. 320-‐403
-‐Hector Berliotz, sinfonia “Aroldo in Italia” in una edizione discografica a scelta
-‐Hans Heinrich Eggebrecht, dal volume “Musica in Occidente. Dal Medioevo a oggi”, Scandicci (Firenze), La
Nuova Italia, 1996, i seguenti capitoli: Riflessione XII (Progredire e progresso), Il "diciannovesimo secolo", La
dicotomia tra forma e contenuto in musica e il poema sinfonico, corrispondenti alle pp. 521-‐542
-‐Tre testi a scelta tratti dall'antologia Romanticismo e musica, a cura di Giovanni Guanti, Torino, EDT
Appunti dalla lezione:
Peter Kivy:
L’estetica musicale è una disciplina filosofica, è la musica interpretata dal punto di vista dei filosofi.
Essa nasce nel tardo ‘700, con Peter Kivy che ne scrisse una prima introduzione. Egli scrisse l’opera
“Filosofia della musica. Un’introduzione” (“una” proprio perché non era filosofo) in modo chiaro e
semplice, un’opera accessibile a tutti.
Il Formalismo
Sul fatto che la musica trasmetti sensazioni o emozioni non tutti sono d’accordo.
Esiste una corrente di pensiero, chiamata Formalismo, che sostiene che la musica sia solo un contenitori di
suoni, forme; che non contenga alcuna storia, emozione o sensazione.
Il formalismo musicale in genere si fonda sull’ipotesi che la musica possieda una grammatica e una sintassi
che possono essere create e manipolate dal punto di vista della forma. Ciò implica che l’utilizzo di sistemi
interni o esterni alla musica al fine di creare micro o macro strutture
Cosa sono le note musicali? E una canzone?
Per nota musicale si intendono fondamentalmente due cose: il segno con cui si rappresentano i suoni usati
nella musica e il singolo suono stesso, generato da uno strumento o dalla voce umana.
Gli antichi non conoscevano una notazione musicale propriamente detta, limitandosi a indicare i suoni della
scala diatonica con le prime lettere dell'alfabeto.
Nel Medioevo, a causa della crescente difficoltà nel memorizzare melodie sempre più lunghe ed articolate,
nacque l'esigenza di "notare" sopra il testo da cantare alcuni segni (detti neumi) che aiutassero i cantori a
ricordare la direzione (ascendente o discendente) della linea melodica. Da questi embrionali aiuti
mnemonici nacque a poco a poco la moderna notazione.
Una canzone è una composizione musicale relativamente corta, scritta per essere eseguita da una o più
voci accompagnate da variabili strumenti musicali. La voce legge un testo, tenendo il ritmo della canzone,
che può essere sia composto in struttura poetica, cioè in rima, che di prosa libera.
La Canzone, agli inizi del XVI secolo e per tutta la I metà del XVII, è una forma tipicamente strumentale, una
versione profana del Ricercare (il ricercare o ricercar è una composizione musicale strumentale del tardo
rinascimento e del primo barocco; nella sua più comune interpretazione, si riferisce ad una forma antica di
fuga di carattere serio il cui soggetto usa note di elevato valore).
Sharon Widmer
Una canzone è un pezzo di musica con una sua dimensione autonoma. Essa cambia ogni volta che
l’ascoltiamo, la percepiamo diversamente, perché a dipendenza del nostro stato d’animo cogliamo
differenti sensazioni ed emozioni.
La canzone può essere suddivisa in questi elementi essenziali:
Intro: presente nella stragrande maggioranza delle canzoni, solitamente è di tipo strumentale e può anche
essere ottenuta con un semplice fade-‐in, ossia con un aumento graduale del volume. Prendendo come
esempio Nel blu dipinto di blu, il brano viene introdotto da un pianoforte che esegue quattro periodi di otto
note ciascuno con un accompagnamento di archi.
Verse: Corrisponde alla nostra strofa e deriva dalla parte recitativa del teatro musicale. Di solito si tratta
della parte narrativa e perciò non viene ripetuta nel corso della canzone.
Chorus: In italiano equivale grossomodo al ritornello e solitamente corrisponde alla parte più semplice da
memorizzare per l’ascoltatore. Lo schema classico prevede che segua sempre ad un verse.
Bridge: Tradotto significa ‘ponte’ ed è una parte contrastante da verse e chorus, spesso di tipo strumentale.
È chiamata così perché serve da collegamento tra le altri parti della canzone. Ma va detto che un buon
bridge può fare la differenza. In Nel blu dipinto di blu il bridge inizia con “e volavo volavo felice…”, prosegue
per 12 battute e serve come collegamento tra un chorus e l’altro.
Coda: La parte conclusiva di un brano. Può essere utilizzata la classica sfumatura (fade-‐out). Oppure una
vera parte finale che può chiudere in modo esclamativo, celebrativo o trasmettendo un senso di apertura,
di irrisolto. In Nel blu dipinto di blu è brevissima e netta. Solo due note su cui Modugno canta “…con -‐ te”.
Hook: Si tratta del gancio, l’elemento memorabile di un brano. La frase musicale o il momento che attira
maggiormente l’ascoltatore. Di solito si trova nel chorus e spesso corrisponde al titolo della canzone. In Nel
blu dipinto di blu il gancio è naturalmente “Volare, ooh”. Si trova all’inizio del chorus e non corrisponde al
titolo.
che esiste nelle canzoni moderne ha un
Un ultimo termine: la cadenza. Cadenza significa assolo. L’assolo
contatto con la musica classica, dove l’assolo lo si trova alla fine.
Cage e la crisi dell’opera
La musica del ‘900 ha molto in comune con l’800; nonostante nel ‘900 l’idea di opera entri in crisi.
Nel ‘900, John Cage dichiarò che la musica composta, scritta, eseguibile più e più volte, altro non era che
una limitazione di libertà. Egli voleva una musica generata spontaneamente, ed era sicuro che la gente
l’avrebbe trovata più interessante, una musica dell’ambiente, libera, improvvisata; esplora anche il campo
dei rumori. Prova nuovi tipi di strumenti, soprattutto percussioni. Conduce esperimenti con la musica
elettronica. Purtroppo rischiò di non farsi capire.
Pezzo interessante da Wikipedia: Nel 1940 gli viene commissionata una musica per il balletto Bacchanale.
Qui per la prima volta sperimenta la tecnica del "piano preparato", piazzando una piastra di metallo sulle
corde, così da modificare il timbro dello strumento e produrre suoni percussivi. Questa tecnica gli deriva da
Cowell, che aveva composto pezzi per piano in cui bisognava suonare le corde con le dita e con barrette di
metallo, e da Satie che ancora prima aveva tentato esperimenti simili.
Nei pezzi per piano preparato si inseriscono tra le corde del pianoforte svariati oggetti, di modo che
l’esecutore produca suoni che non sono del tutto volontari. È uno studio sulla casualità del timbro: il
compositore indica la preparazione dello strumento ma non decide completamente il risultato sonoro della
sua opera. Si generano suoni che suggeriscono il suono prodotto da un'orchestra di percussioni. È una
provocazione nei riguardi dell'inviolabilità degli strumenti classici. Il pianoforte, strumento romantico per
eccellenza, viene violentato con oggetti di uso quotidiano, la tradizione europea sbeffeggiata.
La nascita della filosofia dell’estetica musicale
Lo studio dell’estetica musicale ci aiuta a riflettere. Come per ogni altra filosofia, si parte da enunciati
scontati e si mettono in discussione (cosa succede se io non lo faccio? O se al posto di fare questa cosa
ovvia io faccio qualcos’altro che non bisognerebbe fare, che succederebbe?). Se all’inizio per avere
un’estetica musicale non bisognava fare certe cose, ora le si fanno per osservare i risultati e tirare delle
conclusioni. Si apre nell’ ‘800