Addio all’estetica
Libro fortemente polemico in cui viene sferrato un preciso attacco all’estetica intesa come filosofia dell’arte; secondo Jean-Marie Schaeffer sarebbe una vera e propria «idiozia» sostenere la tesi secondo cui l’atteggiamento estetico sarebbe un’invenzione moderna. Egli si concentra su due aspetti fondamentali: anzitutto non digerisce, così come l’estetica analitica, la forma sistematica dell’estetica speculativa, quindi, critica fortemente la nozione della “morte dell’arte”. Schaeffer cerca, come hanno fatto già altri prima di lui, di cambiare il compito dell’estetica: essa non deve richiamarsi ai grandi sistemi, quanto piuttosto ad autori anglosassoni come Hume, assai rivalutato e studiato recentemente in campo estetico, agli sviluppi recenti delle scienze cognitive, che pongono al centro dell’attenzione la conoscenza sensibile (Locke) e biologiche. Quella ricercata è un’estetica che esula dallo speculativo e dallo spirituale, dalla nozione di bellezza per rivolgersi all’elemento empirico, all’esperienza sensibile in quanto fonte di piacere; la teoria estetica viene riletta come teoria dell’esperienza sensoriale a tutto campo: si deve quindi parlare di un tale orientamento estetico in termini di soddisfazione o insoddisfazione.
Kant e Darwin
La posizione di Schaeffer appare certamente abbastanza vaga, per il fatto che sembra spingersi a considerare estetica ogni esperienza avente una funzione biologica e immediata, ma il suo discorso risulta più chiaro se si aggiunge che Schaeffer esula dal discorso estetico ogni esperienza avente scopo biologico, per considerare esclusivamente l’elemento del piacere o del dispiacere. Sembrerebbe allora che Schaeffer stia riproponendo il principio del «disinteresse» che è il principio fondante dell’estetica kantiana, ossia il giudizio estetico è il giudizio disinteressato, ossia privo di un fine biologico immediato. Ma questa affinità va subito smontata: «la tattica kantiana e neokantiana è ormai inattuale, poiché è divenuto problematico proprio l’ambito che Kant aveva creduto di poter preservare dalla ricerca empirica per destinarlo unicamente all’indagine fondativa della filosofia trascendentale». La posizione di Kant è inattuale perché fondata sull’impostazione trascendentale della conoscenza, in riferimento alle forme conoscitive a priori, ereditando dalla filosofia classica le distinzioni fra anima e corpo, spirito e materia, etc. Per far subentrare un’estetica che assuma l’uomo come essere integralmente biologico, frutto dell’evoluzione naturale, Schaeffer si richiama alla teoria darwiniana: «l’essere umano non ha un fondamento trascendentale: non ha che una genealogia e una storia».
Estetica e modernità
Uno dei punti del discorso di Schaeffer che si presta ad un contraddittorio, per così dire, immediato e brutale è quando lo studioso francese, forte delle sue certezze naturalistico-biologiche, definisce una «vera idiozia» la tesi secondo cui l’atteggiamento estetico sarebbe essenzialmente moderno. Sostenere la tesi secondo cui l’estetica sia una sfera squisitamente moderna, secondo cui c’è un nesso costitutivo fra estetica e modernità non è affatto un’idiozia, sebbene comporti alcune difficoltà. Nel Genesi 1, ad esempio, si afferma che il settimo giorno Dio si riposa e contemplando l’opera della creazione vide che era (buona e bella, aggettivo che raccoglieva contemporaneamente sia la dimensione etica che quella estetica). E tuttavia c’è un senso in cui davvero la sfera estetica è un’invenzione occidentale. Il discorso di Schaeffer, sebbene non direttamente, vuole contrapporsi decisamente all’opera heideggeriana.
Rifondazione dell’arte
Una teoria estetica naturalistica non potrà che comportare una teoria naturalistica dell’opera d’arte. Ma il problema di una rifondazione teorica dell’idea di arte può essere risolto soltanto disincagliando la riflessione sull’arte dalle secche della «morte dell’arte». Una morte mai veramente smentita e che ha già suscitato forme di pensiero elaborate e in certo modo definite volte a questa possibile rifondazione teorica e teorica-pratica dell’arte; queste forme di pensiero si possono ricondurre a due nomi essenziali: Martin Heidegger e Platone.
Modernità
Per sostenere che la sfera o la dimensione estetica sia un fenomeno squisitamente moderno, si deve andare alla ricerca di quel processo graduale che ha determinato il progressivo accostarsi e sovrapporsi reciproco degli aggettivi “estetico” e “moderno”, seppure evidentemente non riconducibili tout court: il termine modernità sottende infatti innumerevoli aspetti, fra cui il progresso tecnico-scientifico, alcune forme politiche, il cosiddetto processo di «secolarizzazione», etc.
Collezionismo
Fenomeni come la passione collezionistica e il museo hanno molto a che fare con la sfera estetica e appaiono come fenomeni tipicamente moderni. Tuttavia, è forte la tentazione di mettere a confronto, ad esempio, le famose requisizioni napoleoniche di opere d’arte (da cui prese forma il museo del Louvre nel suo stato attuale → Napoleone si affidò al cosiddetto «ministro delle rapine d’arte») con la pratica, antichissima, di saccheggiare le città nemiche, riportando come bottino di guerra opere d’arte di ogni tipo (campagne romane → Sicilia, Grecia, Oriente; numerosi citazioni classiche sul collezionismo pubblico → Plinio; collezionismo privato → Ottavia). Ma è assai probabile che anche il fenomeno del collezionismo presenti, a partire dall’Umanesimo, caratteristiche decisamente nuove, e tali forse da rendere il collezionismo moderno non comparabile con quello antico.
Battaglia di Alessandro
Se intendiamo la modernità come processo, cioè come l’emergere progressivo di una certa sfera estetica, potremmo definirlo come un processo di “estetizzazione”, laddove si assiste all’emergere di una sfera che prima non c’era e che invade ambiti sempre più vasti dell’esperienza umana; si estetizza il mondo, seguendo un processo i cui prodromi risalgono ad epoche posteriori. Un esempio di come vada inteso questo «processo», sebbene non illustri direttamente il fenomeno che ci interessa bensì quello della nascita della cosiddetta «coscienza storica», è costituito dal confronto che Reinhard Koselleck, nella sua opera Futuro passato (1979), fa fra la celebre Battaglia di Alessandro di Altdorfer (1529) e lo «stupore» illimitato che, trecento anni dopo la realizzazione dell’opera, colse Schlegel vedendola per la prima volta. Secondo l’interpretazione data da Koselleck, un tratto essenziale distingue Altdorfer da Schlegel: mentre il primo, rappresentandola 1850 anni dopo, non è cosciente della distanza temporale che lo divide dalla scena, l’altro ne è fin troppo cosciente, tanto che sembra trascorso più tempo fra i due che non fra Altdorfer e la battaglia rappresentata. Potremmo dire che, come per Koselleck la coscienza storica non è iscritta nel nostro «bagaglio antropologico» ma nasce storicamente, la coscienza estetica appartiene al nostro bagaglio antropologico soltanto a partire dalla modernità. Azzardando una prima definizione di questa «sfera estetica», andiamo a considerarla come quella sfera o dimensione dell’esperienza in cui gli oggetti (naturali o artificiali) vengono «assolutizzati», ossia ridotti a pure immagini.
Santa Croce e Gattamelata
Grazie al monumento si cerca di fissare per il più lungo tempo possibile un certo soggetto; questi due monumenti, nel momento in cui vengono realizzati, servono a formare la memoria collettiva di una città. Essi non appartengono soltanto alla sfera estetica, né esclusivamente a quella artistica, perché conservano un significato funzionale (funzione celebrativa e civile). Santa Croce, citata da Ugo Foscolo nei Sepolcri, è una specie di sacrario dotato di una grande sensibilità estetica ed etica. Se il monumento equestre al Gattamelata di Donatello venisse trasferito dalla piazza ad un’asettica sala di un museo moderno diverrebbe un ex-monumento, in quanto verrebbe estetizzato come oggetto artistico. Ma nessuno potrebbe negare che il monumento al Gattamelata sia fin dall’inizio un’opera d’arte, o che il Donatello non sia un artista ma un semplice funzionario della municipalità veneziana: la sfera artistica non coincide affatto con la sfera estetica. Esso subirebbe il processo di estetizzazione se venisse ridotto a pura immagine, cioè se fosse svincolato dal suo significato originario.
Secolarizzazione
Quasi tutte le opere confiscate, secolarizzate in età napoleonica hanno soggetti religiosi e devozionali, ma il significato religioso di queste opere interessa ben poco: è come se si fosse trasfuso in puro significato estetico. È un classico fenomeno di secolarizzazione, che possiamo assumere come paradigma del processo di «estetizzazione» del mondo.
Culto dell’arte
Riguardo questa metamorfosi dal sacro all’estetico, che il caso delle requisizioni napoleoniche documenta in modo clamoroso (a prescindere da eventuali precedenti storici) e che è un fenomeno sia di secolarizzazione che di estetizzazione, Schaeffer non si pronuncia affatto, pur essendo perfettamente consapevole del fatto che nell’800 si può parlare e si parla di una religione dell’arte (culto laico dell’arte). Schaeffer parla del culto dell’arte, sul quale interviene da un punto di vista molto tagliato teoricamente: egli sostiene che il culto dell’opera d’arte, già presente in Schelling, sarebbe un effetto delle dottrine estetiche. Cioè, a suo avviso, la filosofia dell’arte (Kant, Schelling, i Romantici, Schopenhauer) le attribuisce un ruolo così fondamentale (anche in ambito conoscitivo), affermando il suo primato, perché essa subisce un dannoso effetto collaterale: la filosofia dell’arte è una sorta di “abbaglio filosofico”, i grandi filosofi ottocenteschi dell’arte prendono un tale abbaglio che finisce per avere conseguenze anche sul piano sociale. Ma Schaeffer non sembra rendersi conto che la religione dell’arte, la metamorfosi dal sacro all’estetico, è un fatto, un fenomeno d’epoca e non anzitutto una teoria; Napoleone probabilmente non lesse Schelling, non volle trasporre in un progetto la filosofia dell’arte di Schelling, forse non sapeva nemmeno chi fosse (e così pure Schinkel, che elaborò il grande progetto berlinese dell’Isola dei Musei).
L’estetica come disciplina e la dimensione estetica
Teorie “estetiche”
Nella storia del pensiero occidentale, si sono succedute una serie di teorie “estetiche”. La Poetica di Aristotele, trattato facente parte dell’Organon ed avente una sua specifica funzione nell’ambito delle scienze poietiche (produzione → opere d’arte), è la prima grande codificazione del tragico e della tragedia come forma d’arte; essa è certamente una teoria estetica, nel senso che ha per oggetto l’opera d’arte, con particolare riguardo alle opere teatrali. Di qualche secolo successivo è il celebre Trattato ellenistico sul sublime, attribuito per lungo tempo allo Pseudo-Longino, che non è un trattato sull’opera d’arte, quanto sulla teorizzazione di un certo tipo di emozione associata a particolari esperienze ed oggetti, che gli consente di assumere a pieno titolo la valenza di trattato di estetica. Nelle Summe Teologiche medievali sono contenute alcune teorie del bello, un esempio è la teoria tomistica del bello come Splendor velise (lo splendore della trinità), che sebbene non sia un trascendentale ha un’espressione metafisica.
Nascita del termine “estetica”
Il termine “estetica” nasce a metà del ‘700, perciò c’è una prima forma di anacronismo tra le teorie filosofiche dell’arte e del bello, da un lato, e il nome, dall’altro; viene coniato (come termine latino) da Alexander Baumgarten, che aveva pubblicato intorno al 1750-1758 un trattato intitolato Aesthetica. In questo trattato la disciplina estetica non corrisponde alla filosofia dell’arte aristotelica, la sua definizione di estetica è scientia cognitionis sensitivae (teoria della conoscenza sensibile → portata universale); infati, il primo grado della teoria della conoscenza proposta da Baumgarten è chiamato gnoseologia: «L'estetica (ovvero la teoria delle arti liberali, gnoseologia inferiore, arte del pensare bello, arte dell'analogo della ragione) è la scienza della conoscenza sensitiva». Perciò, Baumgarten tende verso una rivalutazione della conoscenza sensibile, come conoscenza sui generis. Quando il termine compare, a metà ‘700, non compare esattamente nell’accezione usata da Baumgarten, mentre trova un fedele seguace in Kant: egli la riprende tale e quale nella Critica della ragion pura, in cui l’estetica trascendentale non parla di arte, bensì ha un’accezione immediatamente gnoseologica. Nel 1890 esce la Critica del giudizio in cui si parla di giudizio estetico e delle sue forme (bello e sublime), attraverso cui il termine “estetica” comincia ad assumere l’accezione attuale, usato come aggettivo (→ Schiller, Lettere sull’educazione estetica). È come se la vicenda kantiana del termine «estetica» attestasse un’incertezza iniziale, per poi consolidarsi in quello che diventa, negli ultimi due secoli, il significato corrente del termine.
Modernità dell’“estetico”
Sebbene il termine estetica nasca nella modernità, nell’antichità già c’era la cosa, ma non il nome; non c’è dubbio che le teorie dell’arte e del bello che si succedono a partire dal ‘700 non rappresentano qualcosa di sostanzialmente nuovo. In realtà, la novità maggiore e decisiva non è tanto la comparsa del sostantivo “estetica”, quanto piuttosto dell’aggettivo “estetico”: il passaggio dal sostantivo all’aggettivo, che prima era semplicemente impossibile in quanto nemmeno esisteva il sostantivo, sembra farsi veicolo di qualcosa che va al di là della semplice e pura definizione della disciplina. Nel 1795 Schlegel, nel saggio Sullo studio della poesia greca, fa un bilancio della situazione culturale del suo tempo, delle forme d’arte che erano in crisi e così via; ad un certo punto, parlando della cultura artistica contemporanea, Schlegel ne parla come di un «bazar estetico», cioè come di un repertorio delle forme artistiche dove si poteva trovare di tutto. Troviamo qui, forse per la prima volta, l’aggettivo «estetico» come sinonimo di «artistico». Nel 1843 Kierkegaard utilizza questo aggettivo, nella forma di «stadio estetico», per designare l’attitudine a passare da una forma all’altra, da un’esperienza all’altra, a variare continuamente il proprio orizzonte d’esperienza per il puro gusto del variare, rinunciando ad aderire ad una singola forma. Negli stessi anni (1843-1846), quella che per Kierkegaard diventa, se non guarita attraverso una scelta etica, una malattia mortale, diventa la condizione “moderna” per eccellenza; un aggettivo che ritorna moltissimo in Baudelaire, il cui saggio più noto espone le caratteristiche del pittore moderno (enfasi sull’aggettivo “moderno”). Il carattere moderno dell’estetica, allora, non dipende solo dalla comparsa del neologismo, ma sta proprio nello sconfinamento di questa dimensione dalle teorie dell’arte in senso stretto. Uno sconfinamento che, partendo dall’apoteosi romantica dell’Arte come forma suprema della vita e della conoscenza, trasforma la religione romantica dell’Arte in una prassi di vita.
Moda
Non più religiosa, ma laicamente abbandonata alla voluttà dell’istante, alla girandola suggestiva delle «mode», al trasgressivo pathos della novità, la prassi della scelta di vita estetica (così come prefigurata Kierkegaard) trova nella moda la sua cifra. C’è un legame costituivo tra il Moderno e la moda, che diventa una passione proprio in quanto effimera e seducente; l’elemento effimero della moda risiede nel fatto che essa piaccia proprio nella misura in cui è destinata a passare.
Estetismo
Se è giusto affermare che l’evolversi dell’estetica in estetismo sia un fenomeno tipicamente ottocentesco, è altrettanto vero che l’estetismo (come primato etico della sensazione) non è un fenomeno del tutto nuovo, ossia «moderno». L’epicureismo, che nelle scuole filosofiche ellenistiche ha avuto periodo d’oro assieme allo stoicismo e allo scetticismo, è una forma di estetismo (certo non in senso moderno); Orazio, raffinatissimo esteta, era un convinto epicureo. La ricerca sistematica del piacere come criterio fondamentale di ogni situazione della vita, assieme alla raffinatezza, è una prefigurazione dell’estetica in senso moderno; in molti casi l’età alessandrina sembra preconfigurare gli sviluppi più recenti dell’età moderna, in certi casi addirittura alcuni caratteri del postmoderno.
Eclettismo
Un ingrediente essenziale della sfera estetica moderna è certamente la sua configurazione eclettica. L’eclettismo è un fenomeno molto antico, definibile come la predisposizione a passare...