ESTETICA:
UNITÀ DIDATTICA A: TEORIE DELL’IMMAGINE
La filosofia delle immagini nasce con Platone, il quale, nel X libro della Repubblica scrive: “I
produttori di immagini creano false verità.” Le immagini, secondo questa concezione, sono enti
illusori. Platone era contro i sofisti, che vendevano le loro presunte verità e strategie per vincere
nelle dispute politiche.
Facendo un salto nei secoli e arrivando al secolo scorso incontriamo Theodore W. Adorno, docente
presso l’Università di Francoforte, il quale diceva di amare l’andare al cinema ma di non adorare le
immagini che si muovevano sullo schermo; questa battuta la dice lunga su quanto sia durata nella
storia occidentale una sorta di iconofobia (eikon = immagine). Questa line di pensiero iconofoba
che attraversa secoli della storia del pensiero occidentale si incrocia anche con un passaggio
ulteriore, la distruzione delle immagini (iconoclastia): diatribe dei padri della Chiesa nell’VIII
secolo d.C.: la Bibbia racconta che Dio disse a Mosè di non rappresentare alcuna immagine del
divino, mentre noi pretendiamo di poter rappresentare immagini di Cristo.
La questione è riaffiorata con il protestantesimo, con la scissione luterana nel Cinquecento; l’idea
era quella di una negazione della possibilità di rappresentare il divino. Si ha un’ulteriore svolta
durante la Rivoluzione Francese, fino ad arrivare ai giorni nostri con l’attacco delle torri gemelle: è
stato possibile immortalare la tragedia; si tratta di una distruzione iconoclasta che ha avuto il
massimo effetto proprio perché sfruttava la ripresa in immagini effettuata dai testimoni dell’evento.
L’immagine:
La difficoltà del termine è il fatto che si dice in molti modi:
• Può essere intesa come immagine percettiva, il che interessa l’etimologia del termine estetica
(dal greco aisthesis = sensazione, percezione, esperienza sensibile; tutto ciò che riguarda il
nostro corpo e di come esso si connette con il mondo attraverso i canali sensoriali). L’estetica è
una spina nel fianco del sapere filosofico, perché il corpo è sempre stato considerato fonte di
errore, in quanto incapace di una percezione adeguata e corretta. A questo riguardo, Platone è
stato uno dei fondatori della diffidenza verso il corpo. Il modello del sapere filosofico doveva
essere quello oggettivo e universale, e non è un modello che si può basare sui corpi, sui sensi.
Analizzare la percezione ci da molte informazioni anche sulle cose non percettive: innanzitutto
il fatto che la nostra conoscenza del mondo è sempre parziale, che la visibilità è sempre
intrecciata all’invisibilità, e qui ricorriamo al concetto di cinestesi (kinesis + aisthesis): fa
cambiare la scena dell’ambiente in cui mi trovo.
Noi abbiamo ereditato dai greci il privilegiamento della vista (se sto parlando con qualcuno e
voglio assicurarmi che mi abbia capito, gli chiedo “vedi?”).
Per la cultura ebraica la questione è differente: se vedi Dio, muori. Mosè, infatti, sente la parola
di Dio, ma non lo vede. La cultura ebraica è incentrata sull’uomo.
• L’immagine può essere intesa anche come immagine mentale: parliamo per immagini usando,
ad esempio, le metafore (linguaggio poetico). Ma noi non ci occuperemo del linguaggio, a causa
della limitatezza delle parole: sembra che le parole non riescano a dire le cose (non riusciremo
mai a trovare una stringa sufficientemente lunga di parole per richiamare quella precisa
sfumatura di colore, ad esempio). Il nostro rapporto con le parole è diverso da quello con le
pictures: le immagini mentali sono soggettive, e noi non abbiamo accesso all’immaginazione
degli altri, mentre le pictures sono visibili a tutti.
1
• Infine, immagine si può intendere anche come picture, ossia la fotografia, il quadro, l’icona, osa
l’immagine che ha un supporto materiale.
Non dobbiamo fare una filosofia dell’immagine percettiva, ma
una filosofia dell’immagine. Il pittore El Greco adorava le
figure allungate e magre: probabilmente aveva un difetto
visivo, una grave forma di astigmatismo, cioè un difetto della
curvatura della forma. La parola astigmatismo deriva dal
greco a-stigma, dove stigma vuol dire punto e implica non
vedere correttamente un punto perché la cornea è deformata
nella sua curvatura. Se poi i quadri di Botero fossero analizzati
con i giusti correttivi ottici apparirebbero sicuramente più
armonici e meno squilibrati verso l’alto.
Se sostituiamo l’astigmatismo con la diplopia (vedere doppio) cosa succede?
L’immagine percettiva che si forma nella testa è differente da quella che è
realmente: vi è un uomo, ma ne vedo due. Se una persona affetta da diplopia è
un’artista cosa avviene? Dipinge due volte il soggetto. Cosa succede se una persona affetta da
diplopia è un artista? Se rappresenta un uomo singolo come lo vedrà? Consideriamo che anche la
tela si sdoppia: se rappresentasse due uomini sulla tela ne vedrebbe quattro! Dunque, l’artista
rappresenta un solo uomo. Se traduciamo questo esempio della diplopia nell’astigmatismo: l’artista
vede un corpo davanti a sé, ma il suo astigmatismo glielo fa percepire come allungato. Ma allora
l’astigmatico lo dipingerà com’è o come lo vede sulla tela? Lo dipingerà normale perché se osserva
un corpo e lo vede sottile lo dipinge normale sulla tela, perché tanto lo vedrebbe allungato
ugualmente.
Un recente oculista, Michael Marmor, nel suo saggio Del Greco’s glasses, ha scritto:
“Penso che la vecchia volpe non ha dipinto l’immagine come la vede perché sarebbe stato errato
doppiamente”.
Non ci occuperemo di immagini percettive perché esse non sono le pictures: pensare che El Greco
abbia dipinto corpi sinuosi perché è astigmatico si basa su un presupposto profondamente errato,
cioè l’identificazione fra il percetto, l’aspetto (quello che vedo attraverso l’occhio) e l’immagine. Se
io le confondo penso che sulla tela El Greco trasponesse il suo percetto e invece no, perché la tela
stessa diviene un oggetto della percezione di El Greco, la tela stessa è l’oggetto dell’aisthesis di El
Greco esattamente come il modello che sta di fianco al cavalletto.
Si tratta di un problema, il percetto non è immagine, che oggi torna prepotentemente con la realtà
virtuale: cosa succede quando clicchiamo un tasto? Perdiamo una libertà di cui avevamo goduto
fino ad un secondo prima, cioè la libertà che quando noi guardiamo un’immagine possiamo sempre
decidere di andare “fuori immagine”: possiamo essere al cinema e guardarci intorno, vedere la
toilette e la persona che mi è di fianco, guardare la Gioconda al museo, ma decidere ad un certo
punto di concentrarci sull’estintore di fianco al quadro. Si può uscire dall’immagine, possiamo farlo
continuamente. Se abbiamo un casco non possiamo invece sfuggire dal passaggio iconico: i caschi
della realtà virtuale tendono a far collassare l’una sull’altra la percezione del mondo e la percezione
dell’immagine. Non si è più di fronte ad un’immagine, ma ci si è dentro. La percezione
dell’immagine coincide così con una percezione tout-court, tende a fare in modo che quanto non
funzionava con El Greco cominci a funzionare.
Le immagini percettive si chiamano aspetti o percetti e sono distinte dall’immagine nel senso di
picture. L’inglese, a differenza di italiano, tedesco e francese, ci consente di parlare di immagine
nei termini di picture (qualcosa che si può costruire e con un supporto materiale, ma che si può
anche rompere). 2
La coppia estetica – immagine ha sempre rappresentato spina nel fianco del pensiero filosofico:
l’immagine è sempre stata considerata il veicolo non appropriato per trasmettere la conoscenza; è
un pensiero che si è affidato al medium del concetto, del numero (c’è una linea stretta che lega
Platone a Galileo). Si da conoscenza vera solo di ciò che è qualificabile: la matematica non è
un’opinione personale (il teorema di Pitagora non è stato inventato, ma scoperto). Certo, questa
quantificazione della scienza ha consentito un enorme progresso filosofico, ma ha anche messo in
secondo piano quel mondo di esperienze che non si possono dire in numeri, cioè le qualità.
Quando Husserl scrive La crisi delle scienze europee si rende conto che “da milioni di anni stiamo
asciugando il mondo alla sua dimensione meramente quantitativa e numerica.”
L’origine del corpo come misurazione (es. pollici, spanne ecc.) si chiama estetica: corporeità che
sente, camminando, la terra. La quantità ha radici nel corpo e come dice Platone nel Fedone “la
filosofia è prepararsi a morire”. Ma noi abbiamo dovuto aspettare secoli perché il corpo fosse
riabilitato a soggetto ed oggetto filosoficamente degno, per secoli c’è stata una sorta di paura del
corpo: il corpo è fonte di errore, è perituro (linea somatofobica).
Quando proviamo un’emozione in realtà è una motion, una mozione, ossia una reazione somatica
(es: innamoramento provoca farfalle nello stomaco).
Con l’avvento del Cristianesimo, poi, il corpo non è solo fonte di errore ma anche di peccato, di
vizio morale, infatti nella coppia gnoseologica (vero-falso), il corpo sta dalla parte del falso, mentre
in quella morale sta dalla parte del cattivo.
Solo nel ‘900 la filosofia scopre finalmente il corpo con la fenomenologia, grazie soprattutto al
filosofo Merleau-Ponty, grande autore del corpo.
L’estetica è stata battezzata come disciplina a meta del ‘700 da Alexander Baumgarten, che
riconosce l’esistenza di una conoscenza sensibile, di una dimensione corporea che va rivalutata.
Ecco perché l’estetica insiste sull’aisthesis, sulla sensazione, sul corpo che è un corpo in
movimento (i tedeschi usano due termini per dire corpo: körper, il corpo come peso morto, e leib,
ossia il corpo vivo, il corpo che agisce nel mondo e percepisce il mondo).
L’estetica dunque deve studiare i sensi e domandarsi, ad esempio, se sono davvero 5. Il termine
idea in greco ha la stessa radice del verbo vedere (-id) e Platone dice di vedere con gli occhi del
corpo le cose sensibili e con gli occhi dell’anima quelle intellegibili.
L’estetica è diventata anche una filosofia dell’arte, di cui maggiore interprete fu Hegel.
Immagine è da intendere dunque non come parole immaginifica, non come immagine mentale e
l’immagine non è il percetto: io guardo il mondo, ma non è un’immagine quella che mi si presenta,
è il mondo che si manifesta. Ma come potrei vedere il mondo se non mi aprissi ad esso con i miei
canali sensoriali? I quali, però, non sono neutri, anzi filtrano il mondo.
A questo punto, i sofisti tanto bistrattati da Platone e Aristotele, e soprattutto Protagora, non
avevano poi così nel torto nell’affermare l’uomo è misura di tutte le cose. Magari Protagora voleva
dire uomo come anthropos, come specie: a seconda di come l’uomo è strutturato, in parte anche
come soma, il mondo è strutturato in modo sensato.
Kant in due scritti, Del primo fondamento della distinzione delle regioni nello spazio (1768) e Che
cosa significa orientarsi nel pensiero? (1786), dice che è fondamentale che l’uomo abbia due mani
e che il guanto della destra non si possa infilare sulla sinistra (le mani sono due opposti congruenti):
ciò consente all’uomo di orientarsi nel mondo. Si tratta qui del concetto di cheirocentrismo (da
cheir = mano), in opposizione al tradizionale oculocentrismo, al privilegiamento della vista.
Inoltre, la prima sezione della Critica della Ragion Pura (1781 – 1787) è dedicata all’Estetica; ma
perché la chiama trascendentale? Questo termine significa “a priori”. Secondo Kant le forme pure
dell’esperienza sensibile sono lo spazio e il tempo; ciò significa innanzitutto che non sono dei
contenuti, il che vuol dire di conseguenza che gli empiristi hanno torto e che non tutto quello che
conosciamo deriva dall’esperienza. Kant da una grande importanza all’esperienza (a posteriori), ma
questa da sola non è sufficiente: c’è una necessità della forma, che mi consente di dire a priori che
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cosa sta al di là di una porta. Prima di andare in uno spazio, non posso dire tanto, ma posso già
sapere a priori che le cose che troverò in quello spazio saranno disposte spazialmente secondo
un’articolazione (sopra, sotto, a destra, a sinistra ecc.), e questa è una capacità di cui dispone solo
l’essere umano.
Lo stesso vale per il tempo: io non so cosa accadrà nel tempo, per saperlo devo prima farne
esperienza. Ma che cosa posso sapere a priori di quello che accadrà? Nulla di quanto riguarda i
contenuti, ma qualcosa che riguarda la forma di quello che accadrà e qualunque cosa accada non
potrà accadere prima o dopo di un’altra cosa, in una sorta di schema di successione cronologica.
Che cosa succede se mi metto in una prospettiva più ampia? Mi rendo conto di non essere l’unica
specie. Quanto è colorato il mondo? Quanti colori ha? Sono tanti, ma con dei paletti ben precisi:
l’infrarosso è un paletto per l’uomo, insuperabile, come anche l’ultravioletto, mentre ci sono specie
con uno spettro ancora più ridotto.
Quanto è rumoroso il mondo? Gli ultrasuoni sono una morfologia antropomorfizzata: per gli
animali non sono che suoni normalissimi.
Le specie animali vivono come in bolle di sapone, e ognuna di esse ha delle particolari strutture
spaziali, temporali ed esperienziali. Jakob Johann von Uexküll, uno zoologo tedesco, ha tentato di
entrare nelle bolle delle varie specie e di dare un senso a qualcosa di incomprensibile per l’essere
umano. Il nostro corpo impone una destra e una sinistra allo spazio anche se non ce l’ha. In questo
senso si può parlare di soggettivismo kantiano, in quanto il soggetto non si limita all’esperienza, ma
la struttura, le da forma (tanto ne riceve, quanto le da).
MODELLI FILOSOFICI DI FILOSOFIA DELL’IMMAGINE:
1. PLATONE:
Fu uno dei primi detrattori dell’immagine. Nel Sofista Platone distingue due modi differenti di fare
l’immagine: una mimesi icastica (l’immagine imita l’oggetto in modo icastico, aggettivo che deriva
dal termine eikon) e una mimesi fantastica (che deriva dalla produzione di un eidolon, un idolo è un
oggetto così come ci appare).
L’immagine deve restituire il mondo com’è o come appare? Un grammatico bizantino di nome
Tzetzes narra che gli ateniesi avevano commissionato due statue di Atena, si misero in gara Fidia e
Alcamene: quest’ultimo realizza «una figura dall’aspetto esile e femminile, rispondente al tipo della
dea fanciulla». Fidia tenne invece conto dell’effetto ottico, e fece il viso più grande e i tratti del
volto più accentuati («con la bocca aperta, il naso grosso e tutto il resto proporzionato all’altezza
delle colonne»), dal momento che sarebbe stata questa la parte vista più da lontano. Vista da vicino,
la statua di Fidia quasi gli procurò la lapidazione, ma una volta collocata al suo posto, gli guadagnò
l’ammirazione degli Ateniesi, che derisero Alcamene. Fidia vince dunque la contesa e lo fa
scolpendo da vicino, ma tenendo conto dell’effetto che avrebbe avuto da lontano (è uno scrittore
che tiene conto della forma e la domina), si tratta qui chiaramente di un caso di mimesi fantastica.
Lo scultore Hildebrand nel trattato il problema della forma dell’arte figurativa dice che un conto è
la rappresentazione della forma esistenziale, effettiva, un altro conto è rappresentare l’oggetto come
forma che agisce e che ha effetto sulla percezione. Il vero scultore è quello che sa controllare
l’effetto sull’occhio e non semplicemente l’oggetto.
Platone nona aveva alcun dubbio su quale fosse tra le due la forma da preferire: la mimesi icastica,
e non per quegli effetti illusionistici che insistevano più sull’effetto. Platone era diffidente sia per
ogni forma di relativismo che per ogni forma di correlazione al soggetto: il soggettivismo è un
allontanamento dal vero oggettivo. 4
Domanda sulla questione della stella marina: essa non ha una destra e una
sinistra, perché ha una simmetria radiale e ha cinque direzioni laterali. Ma
una stella marina potrebbe capire la relazione tra due guanti se fosse dotata
di sufficiente intelligenza? La stella marina potrebbe concepirne l’esistenza e
la configurazione, ma non riuscirebbe ad immaginarselo cioè a ricondurre il
concetto alle proprie strutture corporee (si torna sul concetto dell’a priori
somatico). Nel caso della geografia abbiamo bisogno di collegare le
coordinate oggettive alla nostra destra e sinistra soggettive. Noi dobbiamo diventare la stella polare
del navigatore dello smartphone e la freccina deve obbedire alla nostra stella corporea: dunque la
geografia che ha cancellato destra e sinistra è costretta se vuole diventare una funzionalità pratica a
riadattarsi nuovamente alla chiralità umana.
Nell’immagine dei due omini emergono delle dimensioni (la piattezza
cambia e diventa profondità con una costruzione prospettica con un punto di
fuga) che non trovavano e modifica la qualità “affettiva” dell’immagine (il
predatore e il predato). Si sottolinea anche il senso di sfondamento spaziale.
Tuttavia, se dovessi descrivere dove stanno i due rispetto all’oggetto
immagine potrei dire che stanno uno più in basso e uno più in alto, ma senza
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