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Estetica - Appunti

Appunti di tutte le lezioni del corso di Estetica svolto dal professore Andrea Mecacci per gli studenti della laurea magistrale di design industriale e di design del sistema moda. Unifi. Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof.

Esame di Estetica docente Prof. A. Mecacci

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ESTRATTO DOCUMENTO

“bella rappresentazione”. Il film di Spielberg (Schindler’s list) è un

perfetto esempio di kitsch.

Adorno: il kitsch è ideologia estetizzata. Tutto il kitsch è

essenzialmente ideologia, non è uno stile, ma un ideologia, un

sistema di valori; non designa un valore mal indirizzato. Utilizza il

termine “industria culturale” per kitsch è: una poetica del cliché;

assolutizzazione dell’imitazione; riproposizione del sempre uguale

mascherato da idea, novelty e surprise; qualcosa che sia insieme

“arcinoto e mai esistito”; è amusement, divertimento, godimento

distratto; apologia alla società “divertirsi significa essere d’accordo”.

Avanguardia e kitsch. Contrapposizione.

Greenberg: critico d’arte americano, “Avanguardia e kitsch”, 1939. Un

mondo produce una poesia di T.S. Eliot e allo stesso tempo una

canzoncina stupida. Un mondo in cui si producono due prodotti diversi

completamente. Kitsch è una prima forma di grammatica, di

estetizzazione. Il kitsch coltiva l’insensibilità che è la fonte del suo

profitto. Il bello non può avere una sua codificazione che ce l’ha il

kitsch. Dice che il pittore Repin è kitsch, è quello che i contadino

vuole, si riconoscono una serie di valori estetici culturali, siamo al

nostro agio, il cliché, lo contrappone a Picasso, in seconda istanza,

necessita di un secondo momento, lo devo vedere e mi devo

interrogare sul quadro. Immediatezza del kitsch contro la fatica critica

che l’avanguardia espone. L’avanguardia è un’imitazione mimetica

dentro della rappresentazione, il kitsch soltanto si dedica ai risultati

finali.

Harold Rosemberg: il bello non ha una forma. Il kitsch ha un suo

vocabolario ha delle regole applicabili, e non può essere bello in

questo senso; in un’epoca in cui tutte le regole artistiche sono messe

in dubbio da ogni artista.

Dwight MacDonald: 1944. Il problema è il mondo di mezzo, la serie B,

in cui la maggiore parte di noi sta; lo chiama il midcult. Il midcult

possiede le qualità essenziali del Masscult (serie c), ma le nasconde

pudicamente con una foglia di fico culturale, gli vende come

un’esperienza culturale. Nel masscult il trucco è scoperto, ma il

midcult contiene un duplice tranello, finge.

Eco: la vera arte è quella che non ci impone una reazione. Il kitsch è

la definizione del cattivo gusto in arte come prefabbricazione e

imposizione dell’effetto. Imposizione, il kitsch prefabbrica,

precostruisce la nostra emotività estetica; ci progetta, ci manipola. La

bellezza, l’estetica, il disinteresse (Kant), questo diventa facilmente

programmabile, progettabile e quindi manipolabile. Caratteristiche del

midcult/kitsch: 1. Prende a prestito procedimenti dall’avanguardia e li

adatta per confezionare un messaggio comprensibile e godibile da

tutti. 2. Impiega questi procedimenti quando sono già noti, divulgati,

consumati. 3. Costruisce il messaggio come provocazioni di effetti. 4.

Lo vende come arte. 5. Pacifica il proprio consumatore convincendolo

di aver fatto un incontro. Eco da il termine “Boldinismo” (Boldini:

artista che viveva da committenza; arte di Boldini come esempio

massimo di ibridazione del midcult, dell’alto e del basso; rappresenta

la donna come essa vuole essere rappresentata, come la società la

vuole).

Moles: il kitsch è una terra desolata tra arte e conformismo, in

un’epoca in cui i mezzi eccedono i bisogni. Tre macrofattori hanno

contribuito alla sua diffusione: feticismo, estetismo, consumismo.

Moles ci da una grammatica estetica del riconoscimento dell’oggetto

kitsch, il kitsch ha un problema meramente estetico, lo riconduce alla

torre di Pisa. Individua 5 principi del kitsch:

1. Inadeguatezza: oggetto inadeguato, oggetto in cui forma e

funzione confliggono. Inadeguatezza della forma rispetto alla

funzione. Trasgressione di forma e funzione.

2. Accumulo: estetica dell’addizione. Ornamento in eccesso può

essere sinonimo di accumulo; serialità, somma di oggetti singoli

non eccessivamente decorati provoca l’accumulo.

3. Sinestesia: quando un oggetto coinvolge più canali sensoriali.

(Smartphone è un oggetto sinestetico per eccellenza).

4. Mediocrità: dove le soluzioni formali sono troppo esplicite,

dichiarate. La soluzione formale diventa quasi caricaturabile,

ironica.

5. Comodità: facilità di accesso a questi prodotti, oggetti.

Individua tipologie formali del kitsch:

1. La linea curva: Moles aveva in mente l’estetica dell’Art

Nouveau.

2. Eccesso decorativo: accumulo.

3. Cromatismo sentimentale: predilezione per certi colori,

identificazione con certi colori rispetto a determinate

esperienze.

4. Contraffazione dei materiali: materiale che imita un materiale

superiore.

5. Distorsione dell’oggetto: come esibizione del kitsch.

Moles ha schiacciato il kitsch su una dimensione relativa all’oggetto.

Gillo Dorfles: kitsch è l’unione di due esteticità, del soggetto e

dell’oggetto. Dorfles ci induce che non è la torre di Pisa a essere

kitsch, non è la Gioconda a essere kitsch, è il modo di fruire di

quest’opera d’arte, quando il consumismo di massa si attiva anche il

massimo capolavoro diventa kitsch. Inautenticità dell’oggetto e

inautenticità del soggetto:

Per l’oggetto: falsificazione intenzionale che verte su 3 strategie:

1. La degradazione dell’opera: mercificazione dell’opera d’arte che

viene abbassata e decontestualizzata.

2. La feticizzazione del surrogato: l’opera si abbassa e il surrogato

(il soggetto) si alza.

3. Trasposizione di medium: quando un mezzo di un’opera di dà in

un’altra dimensione. C’è una semplificazione dell’opera,

Per il soggetto: l’assenza di distanza estetica:

1. Sentimentalismo: il circoscrivere, il ridurre l’esperienza estetica

in pura emotività è il kitsch.

2. Fruizione aberrante: si dà in 3 modalità: 1. Idiosincrasia verso

l’arte (rifiuto dell’arte, la diffidenza; assenza di emozione verso

l’arte, totale distanza dall’oggetto artistico). 2. Disattenzione

(modo di non fruire correttamente l’opera d’arte) 3.

Immedesimazione (immedesimarsi con quello che si vede o

sente in maniera eccessiva).

Questi autori intuiscono che il kitsch è diventata una grammatica

quotidiana, invade le nostre esperienze più comuni, per questo si

parla di neo kitsch, forte che diventa a sua volta esso stesso poetica

(Postmoderno; Neokitsch).

Il pop

Prima forma di estetizzazione.

Concetti base:

1. Non identificare la cultura pop con la PopArt.

2. La bellezza artificiale.

3. Sfuggire dal pensiero.

4. L’oggetto soggetto.

5. Network mitologico. L’idea che il pop (prima cultura

dell’estetizzazione) si articola da una serie di icone consumati,

di volti facilmente riconoscibili a tutti che possono reiterare dei

elementi estetici.

Cosa accade quando un fenomeno culturale perdura così a lungo.

Caratteristiche:

Transitorietà delle forme.

1. Non curanza delle scelte delle

immagini. In Madonna riconosciamo il modello di Marylin.

Riproporre una sorta di formato, di pacchetto.

Potere dell’immagine.

2. Ascesa dell’oggetto.

3. Immediata riconoscibilità. Riprende

un’icona. Rendere l’oggetto d’uso un gadget, cioè oggetto

simbolico, la cui utilità non è la funzione, ma una dimensione

comunicativa simbolica.

Mitizzazione del quotidiano.

4. Estetizzazione della everyday life.

Es. collage di Richard Hamilton, considerata la prima opera

della Pop Art (1956) “Just what is that makes today’s homes so

different, so appealing?”; mitologia dell’estetico. Nella nostra

quotidianità nulla è escluso dal potere dell’estetico.

5. Estetica dell’artificio. Disneyland e Carnaby Street (idea

baudelairiana che ognuno di noi deve crearsi un’idea di darsi

agli altri). Ha due conseguenze:

Mercificazione dell’arte.

6. Ha che vedere con la transitorietà delle

forme. Es. Zuppa Campbell. Mercificazione dell’arte che diventa

strategia commerciali, tutto si estetizza.

Marginalizzare la natura.

7. Ciò che non è prodotto dall’uomo.

Natura marginalizzata.

Esclusività della realtà metropolitana.

8. Livellamento delle gerarchie culturali.

9. Orizzontalità delle

gerarchie culturali, si riconosce un personaggio di un film

fantastico ma non si riconosce un’immagine del poeta inglese

T.S. Eliot.

Moda come riferimento estetico.

10. Il pop sfugge al pensiero,

basta l’immagine, non si sofferma sui contenuti che l’immagine

veicola, solo si gode esteticamente della forma che è

l’immediatezza.

Independent group. Gruppo di ragazzi che si riuniscono a Londra e

iniziano a interrogarsi sulla dimensione della cultura di massa, sul

mondo che gli circonda ogni giorno. Nasce la formula “Pop Art”. indica

i prodotti della cultura di massa in senso lato (un frigorifero, un film,

un fumetto, una bibita) (1955-1962). Iconicità e consumabilità; il loro

incontro definisce il pop.

Lawrence Alloway. Nel 1966 scrisse: “usavo quel termine (Pop Art) per

riferirmi ai prodotti dei mass media, non alle opere che ricorrono alla

pop culture”. La popular culture nasce nei centri urbani ed è

distribuita sulla base della produzione di massa (produzione in serie).

Il consumo della popular culture è fondamentalmente un’esperienza

sociale. Arte sui segni e sui sistemi, rete di messaggi e oggetti che

condividiamo con gli altri. L’estetizzazione è quel processo che

sgancia l’estetico con l’arte; l’arte è una delle forme in cui l’estetico si

comunica. Dilatazione, allargamento del periodo dell’estetico.

John McHale. 1959: L’icona consumabile. Individua la forza iconica

che ha un’immagine (es. Immagine di Che Guevara e la bambina

afgana di National Geographic; idea di che più vedo un’immagine, più

acquista potere). Riconoscibilità immediata.

Reyner Banham. Il pop è l’unione di due elementi: la consumabilità e

l’iconicità. “A Home Is Not a House”, lo spazio soggettivo non coincide

più con lo spazio oggettivo (l’edificio); comprende l’emergere di una

cultura immateriale, la pervasività del tecnologico. Epoca liquida,

epoca solida. Il tecnologico come pervasività. Proiezione collettiva

dell’idea di Banham, all’insegna di una cultura liquida, immateriale è

Los Angeles. Ha scritto un libro “Los Angeles” nel 1971, realizza le due

dimensioni del pop nel consumo automobilistico e nell’estetica del

billboard, diventa la città di quel presente. Fa un documentario su LA

per la BBC, in cui lui guarda con gli occhi di un europeo questa città

americana. Idea di una città pop che si estetizza attraverso la Pop Art

in quanto arte dei mass media, a differenza delle città europee che si

estetizzano con la storia dell’arte.

Congiunzione del consumo simbolico e lo spazio consumabile.

Richard Hamilton. Caratteristiche della Pop Art:

Dal 1 al 5 ci sono le caratteristiche strutturali dell’oggetto, tutto ciò

che è legato alla produzione industriale, dal 6 al 10 c’è la descrizione

della sovrastruttura dell’oggetto, della sua estetica (nel senso

tecnico), e l’ultimo che deve rientrare nel meccanismo del mercato,

del capitalismo, non ci può essere pop senza un guadagno.

Nel 1960:

1. il design non appartiene al mondo della produzione, ma a quello

della comunicazione; l’oggetto vive nel network dei mass media.

2. il reale uso di un oggetto non è la funzione, ma la capacità di

proiettare un’immagine seduttiva di se. La funzione si estetizza, non è

più il centro.

Contro il good design: come possiamo stabilire che la forma giusta di

un oggetto tipo è stata raggiunta? Soltanto se noi diamo

soddisfazione a 3 principi:

1. La perfezione tecnica; totale aderenza alla sua funzione.

2. La massima limitazione dell’obsolescenza dei materiali (una

perfezione materiale che si muta in criterio di risparmio

economico).

3. Il raggiungimento di una forma capace di mantenere una

permanent claim sul mercato (perfezione estetica). Capacità di

porsi sul mercato e attestare una sua forza, un oggetto capace

di essere perennemente appetibile.

Questo non si raggiungerà mai perché l’oggetto pop deve essere

attraversato da un’immagine persuasiva. Soggetti e oggetti

appartengono allo stesso livello. Iconicità si rende complementare alla

forza della consumabilità.

Il pop ha la capacità di integrarsi in una grammatica già data, si

integra in un panorama già dato. Il consumabile è ciò che divide l’arte

da l’arte di massa della Pop Art.

Roy Lichtenstein. Crea il metalinguaggio della sua arte attraverso la

adozione del fumetto. Definizione nel 1964: “il pop è un prodotto di

due tendenze del XX secolo: una esteriore (il soggetto, il tema), e una

interiore (la sensibilità estetica). I temi che il pop coglie come suoi

sono identificati con il capitalismo e la commercialità, i prodotti

dell’industria è il loro modo di essere comunicati alle masse. La

pubblicità non è la nostra arte, è il nostro soggetto.

Robert Indiana. Nel 1963 da delle caratteristiche che non sono altro

che la base di quella grammatica estetica che è la nostra

contemporaneità, è un ritorno alla comunicazione visivo figurativa.

1. È un ritorno alla comunicazione visivo figurativo.

2. Il sogno americano, ottimista, generoso, ingenuo.

3. È una selezione delle tecniche dei processi comunicativi.

4. È un’arte istantanea.

5. Non è il latino delle gerarchie, è il volgare.

6. È amore in quanto accetta tutto (qualsiasi espressione della vita

quotidiana ha cittadinanza nel pop; su qualsiasi cosa si può fare

arte).

7. È americanismo (capitalismo, è l’ammissione globale

dell’ideologia di un unico paese, gli Stati Uniti).

Andy Warhol. Il pop secondo lui:

1. Ritorno alla comunicazione visivo figurativa. L’idea pop, era

chiunque può fare qualunque cosa.

2. Non mi ha mai imbarazzato chiedere a qualcuno, letteralmente,

che cosa dovrei dipingere?; perché il pop viene dall’esterno, non

devo inventare una nuova immagine, si adotta.

3. Gli artisti pop crearono immagini che qualsiasi passante di

Broadway avrebbe potuto riconoscere in una frazione di

secondo.

Per la generazione dei bambini degli anni 60 il pop era l’unica

realtà in cui loro si riconoscevano e conoscevano.

Due giudizi dati da grandi artisti su Warhol, il primo da Robert

Rauschenberg e Keith Haring.

Rauschenberg: “Nella sua breve vita è riuscito a passare dal

mutismo (vita isolata) alla creazione di una rete di comunicazione

universale. Celebre com’era, fu capace di controllare, al pari della

sua ombra, la propria grandezza”.

Haring: “È stato il primo vero artista pubblico in senso globale, e la

sua arte e la sua vita hanno cambiato il concetto di vita e arte nel

XX secolo. Vive dentro molte persone. Lui capiva queste cose. Ha

aiutato molte persone a vedersi.

Poetica di Warhol:

1. La multimedialità

2. Il quotidiano

3. Ripetizione meccanica vs manualità

4. Serializzazione vs unicità

5. Immagini già esistenti

6. Ogni esperienza del reale è mediata

7. Il pop

Warhol inizia la sua attività di artista pop, dopo di essere stato un

artista commerciale, nel 1962, e il primo tema che lui affronta è

l’esperienza della superficie: coglie l’estetizzazione della nostra

quotidianità, sceglie queste tre dimensioni perché sa che sono

dimensioni che tutti noi attraversiamo. Tre dimensioni che

definiscono il nostro essere uomini, sorta di comune denominatore

biologico, non si sfugge da questo ciclo. L’idea è come questo sia

declinato nella nostra contemporaneità, attraverso processi di

estetizzazione.

Cibo.

1. “Campbell’s Soup”, cibo industriale. “Se ci pensi i grandi

magazzini sono una specie di museo”. Idea di equiparare il

mondo dell’arte con il mondo dell’industria. Estetizzazione

dell’industriale e industrializzazione dell’estetico. Registra

questo vincolo non più dissolubile.

Bellezza/Sesso.

2. “Marilyn”, Warhol mostra il viso, non il corpo,

per cui lei è stata famosa.

Morte.

3.

Marilyn Monroe. 6 agosto 1962, muore Marilyn e c’è un lutto

collettivo, molti artisti dedicano opere a lei, prima della morte

pochissimi (es. De Kooning). Serie di artisti iniziano a illustrarla e non

diventa più una donna.

Allan D’Arcangelo. “Marilyn” e “The Bride” nella condizione di donna

subordinata americana, persone che non hanno un’identità ma che

vengono costruite dall’uomo.

James Rosenquist. Scompone Marilyn come se non avesse identità,

una soggettività che si perde e si mischia con la realtà industriale.

Richard Hamilton. “My Marilyn” vede in una rivista i negativi del

servizio fotografico e vede che ci sono delle “x” fatte da Marilyn, e lui

è colpito da questo, in quest’opera Marilyn è una donna complice,

perché anche lei contribuisce a costruire la sua immagine.

Robert Indiana. “The Metamorphosis of Norma Jean Mortenson”, 1967.

Coglie una sorta di segno cabalico, lei è nata nel 26 e morta nel 62. E

si identifica con lei dal fatto che entrambi sono orfani.

Per l’esame. Si sofferma in:

Estetica della superficie. (forza dell’immagine).

Idea del bello in Andy Warhol.

5 giugno, 26 giugno

Il pop come estetica che fa coincidere l’iconicità (immediatezza della

forza dell’immagine) e la consumabilità.

Metà anni ’50.

Andy Warhol. Ritratto del ’62 di Marilyn come grande interrogativo

che il secondo novecento pone alla questione del bello. I giorni nostri

si configura con quest’opera, si concretizzano i problemi della

modernità industriale qua. Warhol raffigura l’immagine, la maschera

dell’attrice e ci indirizza verso una considerazione del bello, che il

bello coincide con l’immagine, la bellezza non è reale ma iconica;

soffermarsi sulla forza dell’immagine significa stare all’interno della

transitorietà delle forme. Questa immagine deriva da un’immagine

promozionale che Frank Powolny scatta come promozione per il film

“Niagara”. Warhol si affida su un’immagine già promossa dai mass

media (rivista), e sceglie il particolare, il volto, e lui compie una

doppia operazione, da una parte è la coppia della fotografia di

Powolny, rientra nella mimesi platonica, ogni immagine è la coppia

della realtà, e dall’altra parte è un’originale, è la Marilyn di Warhol; è

originale e coppia allo stesso tempo. Processo di ibridazione tipico

della postmodernità, ogni cosa è simulacro, coppia di un’altra cosa.

Non è l’unica Marilyn che lui fa, lui applica due strategie

dell’immagine: nel primo caso la ripetizione in “Marilyn Monroe

Twenty Times” ripetizione come consolidamento iconico, e l’unicità,

isolamento con “Gold Marilyn”; serialità e unicità, come strategie di

consolidamento della forza iconica; questo Warhol lo compie con tutte

le sue opere (con il barattolo anche); ogni immagine è unica e

ripetibile. “Marilyn Monroe” del 1967, unicità e ripetizione, isolamento

e la saturazione. “Marilyn Monroe Diptych “ del 1962, l’attrice si

cancella a poco a poco come la vita stessa dell’attrice. “Marilyn

Monroe’s Lips” del 1962, ripetizione del viso e poi ripetizione delle

labbra; argomentazione della forza dell’immagine rispetto alla realtà

di Warhol: “le persone sono più baciabili quando non sono truccate. Le

labbra di Marilyn non erano baciabili, ma erano molto fotografabili”;

quando la realtà è nuda, pura fisicità, le labbra di Marilyn erano nate

per essere fotografabili, cioè iconiche, la forza dell’immagine è

sempre superiore alla realtà: quest’immagine rappresenta Marilyn

quando è al massimo del suo appeal estetico, la fotografia eternizza

questo bello, lo rende sempre attuale, riproponibile. Questa

baciabilità, legata alla natura è sempre destinata a fallire, e la

fotografabilità la rende sempre desiderabile. Il trucco è la dimensione

che rende fotografabile le labbra di Marilyn. La seconda osservazione

warholiana è che il trucco è la strategia che rende desiderabile questo

volto, l’idea di un bello costruibile, progettabile, che come in

Baudelaire, confligge con la natura; il nostro fisico è destinato al

brutto, il trucco invece, è una intensificazione del desiderio, e quindi

del bello, siamo nel pop, in un’estetica dell’artificio che marginalizza

la natura.

“Liz Taylor” del 1963, Warhol non compie la stessa operazione che ha

fatto con Marilyn di consolidamento dell’iconico, (Warhol dedica la

stessa immagine sempre e la ripete, isolamento e unicità). Dedica qui

a Liz Taylor tre immagini, qui è la stessa operazione che ha fatto con

Marilyn. Poi si rifà alla rivista “Life” del aprile del 1962, mentre Liz

Taylor è a Roma girando Cleopatra e espone due immagini, che

Warhol utilizza per le altre opere, e qui lui depotenzia la forza: in

“National Velvet“ del 1963 e “Blue Liz as Cleopatra” del 1962. Nel

momento in cui uno insite in un’immagine crea iconicità, e se sottrae

immagini non lo fa.

L’operazione di Warhol, processo di estetizzazione che Warhol espone;

noi tutti essendo estetizzati non abbiamo niente a che fare con la

realtà (Norma Jean Mortenson), abbiamo a che fare come i mass

media raccontano la realtà (Marilyn Monroe), e allora l’arte di Warhol,

che è un metalinguaggio, riflette sul secondo livello (Marilyn Monroe).

I mass media è un’estetizzazione che coinvolge ognuno di noi,

abbiamo sempre a che fare con una dimensione già costruita. Se i

dispositivi tecnologici consentono una narrazione di ognuno di noi,

allora va indagato questo: “Self-portrait” del 1967; estetizzandosi

ognuno di noi può diventare divo, può narrare la sua immagine

(grande differenza con la modernità classica), il dispositivo

tecnologico ci fa salire su una sorta di palcoscenico mediatico. Warhol

promuove e fa arte delle sue fotografie; autoritratto tecnologico. Egli

racconta quando comprende che la sua figura non è più quella di

un’artista, ma di una star mediatica, quando l’arte è nel network

mediatico. Estetizzazione dell’io, del soggetto. L’artista come divo:

In una mostra vengono tolte le opere, perché c’è troppa gente, ma la

gente non se ne va, perché c’è Warhol, volevano vedere lui, lui era la

mostra. Il cantante, non la canzone. Segno distintivo dell’io che

diventa più importante che l’opera, Warhol comprende e insite su

questo meccanismo: “quando mi sono fatto l’autoritratto ho evitato di

riprodurre tutti i brufoli perché è così che si dovrebbe fare sempre

(idea che l’immagine non può essere mai la riproduzione esatta della

natura). I brufoli sono una condizione temporanea e non hanno a che

fare con il tuo vero aspetto (come la bellezza di Marilyn). Ometti

sempre i tuoi difetti: non fanno parte della bella immagine che vuoi

ottenere”.

Compie quest’operazione di serialità con persone normali. “Non ho

mai incontrato una persona che non si potesse, dire bella. Tutti sono

belli a un certo punto della loro vita. Solitamente in diversa misura”,

c’è democratizzazione del bello, ma deve essere mediato. “La

bellezza ha molto a che fare con il modo in cui viene usata, (bellezza

come strategia di relazione sociale). Quando vedi “la bellezza conta il

posto, contano i vestiti, cos’hanno vicino”.

Il bello in Warhol.

1. Il bello diffuso: il bello non è esclusivo, è una condizione che

appartiene a tutti ma solo in un dato momento. Il trucco è una

sorta di lotta contro questo bello che sfugge. Democrazia del

bello. Per Warhol tutti sono belli, lui ha sofferto tantissimo la sua

condizione fisica, e capiva che il pop poteva essere il riscatto di

essere tutti belli esteticamente.

2. Il bello iconico: l’immagine mediatica che diventa il modello a

cui uno cerca di adeguarsi. Difficoltà di soddisfare certi standard

estetici, ci sentiamo sempre inadeguati. Bellezza come sorta di

condanna.

3. Il bello artificiale: costruzione del bello.

4. Il bello spendibile: capacità che noi abbiamo attraverso la

bellezza di imporci socialmente. Warhol attraverso un giochetto

cerca di trovare una sorta di legge della spendibilità del bello:

“quello che devi fare è valutare quattro tue caratteristiche:

faccia, corpo, soldi, potere o fama (status sociale)”. La bellezza

come giudizio socio-economico. L’estetico confluisce nella

condizione socio-economica.

Estetizzazione della fama e dell’arte. Marilyn diventa l’icona del

cinema stesso e dello star system, come a sua volta la Gioconda

diventa l’icona dell’arte.

Estetizzazione della merce e della morte.

Estetizzazione della Politica. “Mao”, anni ’70. Warhol lo fa perché lui

chiede a un suo assistente quale è l’immagine più riprodotta al

mondo, e lui dice Mao, perché la sua immagine appare nella prima

pagina del libro rosso. L’importante non è l’ideologia maoista, c’è la

fascinazione dal fatto che questa è l’immagine più diffusa al mondo,

eccesso di immagine.

Realtà e mass media, arte e simulacro. Simulacro, opera di Warhol

fatta negli anni ’80 in negativo; arte che riflette su se stessa, è il

ponte verso il postmoderno, un’ulteriore fase di estetizzazione,

rimane l’idea che ormai l’arte rientra nello scenario del capitalismo.

Il moderno diventa pop, e il pop diventa postmoderno:

“Che cos’è l’arte? Prostituzione” Baudelaire, metà 800.

“La business art è il gradino subito dopo l’arte. Voglio essere un

business man o un artista del business” Warhol. Tutti potevano avere

arte di Warhol, soltanto c’era un limite economico.

“Rendere competitiva l’arte in una società competitiva” Koons. Due

cose spendibili nella nostra epoca: sfruttare il desiderio sessuale,

rendere l’arte pornografia, e sfruttare i cliché del bello, il kitsch;

pornografico e kitsch sono modalità in cui l’arte si rende competitiva

in una società competitiva.

Il postmodernismo

Jean-François Lyotard. “La condizione postmoderna”, del 1979.

Postmoderna è l’incredulità dei confronti delle metanarrazioni. Il

moderno si era definita attraverso l’affermazione e lo sviluppo

dell’illuminismo, il marxismo, cioè ideologie che cercavano di dare

ordine al caos del mondo, di dare direzionalità unica alla realtà,

queste avevano la capacità logica di spiegare la realtà. Idea che la

storia se letta in una certa maniera avesse un senso; noi ormai

viviamo un’altra epoca, viviamo in un’epoca di micro narrazioni, di

piccole storie che non riescono a inserirsi in un contesto più generale,

più grande. Ognuno di noi è frantumato nel suo presente pieno di

problemi, postmoderno come direzione plurale, non univoca. Lyotard

è considerato padre della postmodernità. Quest’analisi ha avuto degli

critici e degli oppositori.

Frederic Jameson. Nel 1984 scrisse “Il postmoderno, o la logica

culturale del tardo capitalismo” dove ci da una definizione:

comprendere i postmoderno non come uno stile; non è una categoria

estetica come in fondo il pop era, ma come un’atmosfera culturale del

tempo che gli definisce un populismo estetico. Giudizio che potrebbe

sembrare negativo, ma no, perché secondo lui ha dato cose positive.

Il postmoderno è stata una reazione alla cultura istituzionalizzata,

all’accademismo, la cultura sicura di sé (es. quando Duchamp faceva

quello che faceva era rivoluzionario, ora si fanno lezioni universitarie

su di lui), e non esiste separazione tra cultura alta e cultura bassa. I

punti deboli invece furono la mancanza di profondità, il non

soffermarsi sulle cose, la velocità con cui le nostre esperienze si

danno, questa mancanza di profondità si traduce sempre di più in una

cultura dell’immagine. Profondità vs superficie; da una parte le scarpe

della contadina di Van Gogh e dall’altra diamond shoes di Warhol; da

una parte l’urlo di Munch (idea di un io che urla la sua inadeguatezza

rispetto alla realtà) e dall’altra Marilyn di Warhol. Nel moderno


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emma2407

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DETTAGLI
Esame: Estetica
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in design
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher emma2407 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Mecacci Andrea.

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