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definitivo se il soggetto passivo non promuove il processo di cognizione

ordinaria. Il collegamento con il processo ordinario è, dunque, “eventuale”.

Tra i procedimenti sommari non cautelari:

- procedimento di ingiunzione;

- procedimento per convalida di sfratto.

Procedimento di ingiunzione (artt. 633-656 c.p.c.)

Il procedimento di ingiunzione è accertamento a cognizione sommaria (in

quanto superficiale), non necessaria, poiché il soggetto che è in possesso di

una prova scritta dal suo diritto può scegliere se attivare il procedimento

sommario o quello ordinario, con prevalente funzione esecutiva in quanto

finalizzato ad ottenere il rapido formarsi di un titolo esecutivo, ossia il

decreto ingiuntivo. Lo schema della procedura è dunque lineare:

- il giudice, su ricorso del creditore, ordina, con decreto, al debitore di

pagare (entro un termine stabilito) una somma o di versare una determinata

quantità di cose fungibili, o una cosa mobile determinata;

- il debitore può proporre opposizione, e solo in mancanza di essa il decreto

acquista il valore di una sentenza passata in giudicato;

- a seguito dell’opposizione, invece, si apre un normale procedimento di

cognizione; per questo si parla di procedimento a contraddittorio eventuale.

Le condizioni di ammissibilità (artt. 633-634): l’istanza deve avere ad

oggetto una somma liquida di denaro o una determinata quantità di cose

fungibili o una cosa mobile determinata, e deve basarsi su prova scritta. Può

riguardare anche onorari per prestazioni giudiziali o stragiudiziali o

rimborso di spese fatte da avvocati, procuratori, cancellieri, ufficiali

giudiziari o da chiunque altro ha prestato la sua opera in occasione del

processo, nonché onorari, diritti o rimborsi spettanti ai notai a norma della

loro legge professionale, oppure ad altri esercenti una libera professione o

arte, per la quale esiste una tariffa legalmente approvata.

Giudice competente (art. 637): per l’ingiunzione è competente il giudice di

pace oil tribunale, in composizione monocratica, che sarebbe competente

per la domanda proposta in via ordinaria.

Forma della domanda (art. 638): la domanda di ingiunzione si propone con

ricorso. Il ricorso è depositato in cancelleria insieme con i documenti che si

allegano. Il giudice emette la decisione sulla base delle prove documentali

fornite.

Procedimento

Al riguardo si possono verificare due ipotesi:

1) rigetto della domanda (art. 640 c.p.c.), se il giudice ritiene non

sufficientemente giustificata la domanda, dispone che il cancelliere ne dia

notizia al ricorrente, invitando a provvedere alla prova. Se il ricorrente non

vi provvede o, comunque, se la domanda non è accoglibile, il giudice lo

rigetta con decreto motivato. Il rigetto, non pregiudica un’eventuale

proposizione della stessa domanda;

2) accoglimento della domanda (art. 641 c.p.c.), se esistono le condizioni

previste, il ricorso è accoglibile. Il giudice pronuncia decreto motivato con

il quale ingiunge all’altra parte di pagare la somma o di consegnare la cosa

o la quantità di cose richieste, nel termine di 40 gg, dalla notificazione del

ricorso e del decreto, con l’avvertimento espresso che nello stesso termine

può essere fatta opposizione e che, in mancanza di questa, si procederà ad

esecuzione forzata.

Il decreto ingiuntivo è munito di efficacia esecutiva provvisoria su istanza

del ricorrente, se l’istanza è fondata su cambiale, assegno bancario o

circolare, su certificato di borsa o su atto ricevuto da notaio o da altro

pubblico ufficiale; inoltre, se vi è pericolo di grave pregiudizio nel ritardo,

il giudice può concedere la provvisoria esecutività imponendo al ricorrente

una cauzione (art. 642).

Il decreto, insieme con il ricorso, deve essere notificato all’ingiunto entro

60 gg. dalla pronuncia, a pena di inefficacia del decreto stesso.

Opposizione: l’opposizione è il mezzo con cui l’ingiunto, che ritenga

ingiusta la condanna, impugna il decreto; si propone con atto di citazione

davanti al giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo, che deve essere

notificato al ricorrente entro nel termine di 40 gg. dalla notificazione dal

ricorso. L’atto di opposizione sarà formulato come un comune atto di

citazione; il giudizio si svolge nelle forme ordinarie, ma i termini per la

comparizione sono ridotti alla metà. L’opposizione può essere proposta

anche tardivamente, e cioè anche dopo scaduto il termine fissato nel

decreto, se l’intimato prova di non aver avuto tempestiva conoscenza del

medesimo per irregolarità della notificazione o per caso fortuito o forza

maggiore (art. 650 c.p.c.). L’opposizione, anche tardiva, non è più

ammessa decorsi 10 gg. dal primo atto di esecuzione.

Se non è stata fatta opposizione nel termine stabilito o se l’opponente non si

è costituito, il giudice, su istanza del ricorrente, dichiara esecutivo il

decreto, che acquista autorità di giudicato sostanziale (art. 647).

L’esecutività provvisoria non concessa al momento della pronuncia, può

essere data in sede di opposizione (art. 648) se l’opposizione non è fondata

su prova scritta, o di pronta soluzione. Di contro, se l’esecutorietà

provvisoria è stata concessa già in sede di emissione del decreto ingiuntivo,

il giudice può, su istanza dell’opponente, e quando ricorrono gravi motivi,

concedere la sospensione di essa (art. 649).

Il giudizio di opposizione si conclude con una sentenza che può essere di:

- rigetto, con conseguente conferma del decreto ingiuntivo opposto (art.

653, comma primo);

- accoglimento parziale, con conseguente modifica del decreto opposto;

- accoglimento integrale, in tal caso si ha revoca del decreto ingiuntivo, e

gli atti esecutivi eventualmente compiuti sono caducati immediatamente.

Procedimento per convalida di sfratto (artt. 657-669 c.p.c.)

Tale procedimento è diretto ad ottenere dal giudice l’emanazione di un

provvedimento (ordinanza), che convalidi la licenza ovvero lo sfratto per

scadenza del termine o per mancato pagamento del canone pattuito,

dichiarando altresì la risoluzione del contratto.

Il procedimento per convalida di sfratto, come quello di ingiunzione, ha

carattere non necessario, potendo l’intimante scegliere tra la tutela in esame

e quella ordinaria.

Presupposti: possono valersi della procedura di convalida di sfratto soltanto

il locatore o il concedente in caso di: 1) locazione, 2) affitto a coltivatore

diretto, mezzadria, colonia parziale. Soggetto passivo della procedura sarà

nel primo caso il conduttore, nel secondo l’affittuario coltivatore diretto, il

mezzadro o il colono.

La legge prevede tre ipotesi in cui applicare tale procedimento:

- licenza per finita locazione, che si intima prima della scadenza del

contratto, per impedire la rinnovazione tacita di esso;

- sfratto per finita locazione, che si intima dopo la scadenza del contratto;

- sfratto per morosità, che si intima per mancato pagamento dei canoni alle

scadenze stabilito.

Procedimento: in tutti e tre i casi il procedimento inizia con una

intimazione, rivolta dal locatore (o concedente), di lasciar libero

l’immobile, con contestuale citazione del conduttore per convalida. La

citazione per la convalida deve contenere l’avvertimento al conduttore-

intimato che in caso di mancata comparizione o di mancata opposizione il

giudice convalida la licenza o lo sfratto (art. 660). Inoltre tra il giorno della

notificazione dell’intimazione e il giorno dell’udienza, devono intercorrere

non meno di 20 gg.

La competenza “inderogabilmente” il tribunale in composizione

monocratica del luogo in cui si trova la cosa locata (art. 661 c.p.c.).

Gli effetti dell’intimazione cessano se il locatore non compare all’udienza

fissata nell’atto di citazione (art. 662).

All’udienza possono verificarsi due ipotesi: a) se l’intimato non compare o

comparendo non si oppone, il giudice convalida la licenza o lo sfratto con

ordinanza, che, in caso di mancata comparizione dell’intimato, produce

effetti dopo 30 gg. dalla sua emanazione (art. 663 c.p.c.); b) se l’intimato

compare e propone opposizione all’intimazione, il giudice dispone il

mutamento del rito ex art. 667, essendo la materia locatizia disciplinata con

il rito del lavoro (art. 447 bis).

Lo sfratto per morosità subordina la convalida all’attestazione, resa in

giudizio dal locatore, che la morosità persiste (art. 663, comma terzo,

c.p.c.). Inoltre, il locatore, con lo stesso atto, può chiedere anche

l’ingiunzione di pagamento dei canoni scaduti e di quelli che scadranno fino

al rilascio; in questo caso il giudice emette decreto ingiuntivo in calce ad

una copia dell’atto di intimazione (art. 664 c.p.c.).

Procedimenti sommari cautelari

I procedimenti cautelari hanno una funzione di garanzia (garantire il

regolare svolgimento ed il proficuo risultato del giudizio di merito), si

concludono con un provvedimento avente la funzione di salvaguardare il

diritto in attesa che si giunga ad una pronuncia di merito al termine del

processo di cognizione. Tali procedimenti hanno il carattere della

provvisorietà e strumentalità rispetto alla cognizione ordinaria. Provvisori

perché sono sempre legati ad un processo di cognizione ordinario, non

hanno possibilità di divenire definitivi; strumentali in quanto sono collegati

alla tutela di merito in quanto devono assicurarne gli effetti.

Presupposti: presupposti indispensabili per l’accoglimento della misura

cautelare sono il fumus boni iuris (parvenza dell’esistenza del diritto a

cautela del quale si agisce) ed il periculum in mora (pericolo di danno

derivato dalla durata del processo ordinario).

Tra i procedimenti sommari cautelari: 1) sequestri, 2) denuncia di nuova

opera e danno temuto, 3) procedimenti di istruzione preventiva, 4)

provvedimenti d’urgenza.

Gli artt. 669 bis-669 quaterdecies (introdotti dalla legge n. 353/90),

disciplinano il c.d. “rito cautelare uniforme”, ossia un procedimento valido

per tutte le forme cautelari; in precedenza ogni misura aveva propri termini,

forme e contenuti diversi.

Forma della domanda e giudice competente: la domanda volta ad ottenere

un provvedimento cautelare, si propone con ricorso (art. 669 bis c.p.c.).

Competente a pronunciare sulla domanda è ante causam (ossia prima

dell’instaurazione del giudizio di merito) il giudice che sarebbe competente

a conoscere del merito (art. 669 ter); in corso di causa, la competenza spetta

al giudice della stessa (art. 669 quater). Il giudice di pace non può emanare

provvedimenti cautelari: le sue competenze passano al tribunale.

Procedimento: il procedimento di regola si svolge in contraddittorio, e solo

in casi particolari inaudita altera parte (art. 669 sexies). In caso di

accoglimento il giudice autorizzerà l’adozione della misura cautelare (art.

669 octies).; in caso di rigetto dell’istanza, il provvedimento negativo non

preclude la riproposizione dell’istanza quando si verifichino mutamenti

delle circostanze o vengano dedotte nuove ragioni di fatto o di diritto (art.

669 septies).

Inefficacia del provvedimento (art. 669 novies c.p.c.): il provvedimento

cautelare perde la sua efficacia: se il procedimento di merito non viene

iniziato entro 60 gg. dalla sua pronuncia, ovvero se successivamente al suo

inizio si estingue; se è dichiarato inesistente il diritto a cautela del quale è

stato concesso; se non è stata versata la cauzione che il giudice ha imposto

alla parte istante.

Revoca e modifica del provvedimento (art. 669 decies): nel corso

dell’istruzione il giudice istruttore della causa di merito può, su istanza di

parte, modificare o revocare con ordinanza il provvedimento cautelare

anche se emesso anteriormente alla causa, se si verificano mutamenti nelle

circostanze.

Reclamo contro i provvedimenti cautelari (art. 669 terdieces): il reclamo

contro i provvedimenti del giudice singolo del tribunale si propone al

collegio, del quale non può far parte il giudice che ha emanato il

provvedimento reclamato; quando il provvedimento è stato emesso dalla

Corte di appello, il reclamo si propone ad altra sezione della stessa Corte o,

in mancanza, alla Corte di appello più vicina. Il reclamo si propone entro

15 gg. dalla comunicazione o dalla notificazione del provvedimento

cautelare, se anteriore. Non sospende l’esecuzione del provvedimento,

tranne quando il presidente del tribunale o della Corte investiti del reclamo,

ravvisino un possibile grave danno per motivi sopravvenuti (art. 669

quaterdecies, comma quinto).

Sequestro (artt. 670-687)

Il sequestro costituisce il provvedimento cautelare più caratteristico e di più

largo impiego nella prassi giudiziaria. Il codice prevede due tipi di

sequestro: il sequestro giudiziario, diretto ad assicurare la conservazione

della cosa intorno alla quale si contende mediante la sua custodia o

eventualmente la sua gestione temporanea, e può avere ad oggetto beni di

cui è controversa la proprietà o il possesso, e prove; il sequestro

conservativo, richiesto dal creditore quando ha il fondato timore di perdere

la garanzia del proprio credito, ha per oggetto beni mobili o immobili del

debitore o somme o cose a lui dovute. Il provvedimento che autorizza il

sequestro perde efficacia nel caso in cui non venga eseguito entro 30 gg.

dalla pronuncia (art. 675). Il sequestro giudiziario si esegue con le forme

dell’esecuzione per consegna o rilascio; mentre, il sequestro conservativo

con le forme proprie del pignoramento. Il sequestro conservativo, si

converte in pignoramento nel momento in cui il creditore sequestrante

ottiene sentenza di condanna esecutiva (art. 686).

Procedimenti di denuncia di nuova opera e di danno temuto (artt. 688-691)

Le azioni di denuncia di nuova opera e denuncia di danno temuto (“azioni

di nunciazione”), sono tipici strumenti di tutela anticipata del diritto,

tendenti a prevenire o arrestare in itinere un danno che se giungesse a

determinarsi, sarebbe antigiuridico. La denuncia di nuova opera è l’azione

concessa a chi abbia ragione di temere che da una nuova opera da altri

intrapresa sulla proprietà vicina stia per derivare un danno alla cosa che

forma oggetto del suo diritto o del suo possesso, e mira ad ottenere dal

giudice un provvedimento che sospenda l’esecuzione dell’opera. Tale azione

non può essere proposta se l’opera è terminata e, comunque, non deve

essere trascorso un anno dal suo inizio. La denuncia di danno temuto è

diretta contro il pericolo di un danno grave e prossimo derivante da un

edificio, albero o altre cose già esistenti nel fondo vicino, per ottenere dal

giudice un provvedimento che consente di ovviare al pericolo. L’azione si

propone con ricorso al giudice del luogo in cui p avvenuto il fatto

denunciato (art. 688).

Procedimenti di istruzione preventiva (artt. 692-699)

L’istruzione preventiva è un istituto che si differenzia in molti punti dalle

altre misure cautelari. Infatti non tutela un diritto leso o sottoposto a

pericolo, ma l’assunzione di prove fuori dal processo di cognizione. Questa

assunzione anticipata è fondata sul pericolo che il ritardo possa far perdere

per sempre determinate prove (es. la testimonianza di un moribondo, c.d. a

futura memoria), oppure l’imminente modificazione di determinati luoghi

od oggetti (accertamento tecnico preventivo).

Provvedimenti d'urgenza (art. 700)

La procedura del provvedimento d'urgenza è azionabile in tutti i casi in cui

non sono utilizzabili, per la mancanza dei relativi presupposti, le misure

cautelari sopra viste. Caratteristiche principali di questa misura sono perciò

l’atipicità, e la sussidiarietà. I presupposti per l’emanazione di tali

provvedimenti sono: 1) un fondato motivo di temere l'insoddisfazione del

proprio diritto; 2) un pregiudizio imminente ed irreparabile, che minacci il

diritto, durante il tempo occorrente per farlo valere in via ordinaria; 3)

l’inesistenza di un altro provvedimento cautelare tipico, idoneo, nel caso

concreto, ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul

merito. Essendo il provvedimento d’urgenza comunque una misura

cautelare, il giudice dovrà preliminarmente accertare il fumus boni iuris,

cioè la sussistenza del diritto posto a fondamento della tutela cautelare. La

decisione consiste nell’emanazione dei provvedimenti più idonei ad

assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito.

Procedimenti possessori

Le azioni possessorie hanno funzione di tutela del possesso, nel senso che

hanno come finalità immediata la tutela del possesso contro qualsiasi

turbativa. I procedimenti possessori sono: 1) l’azione di reintegrazione (o di

spoglio); 2) l’azione di manutenzione.

Azione di reintegrazione (art. 1168 c.c.): è l'azione con cui il possessore,

entro l’anno dal sofferto spoglio, chiede di essere reintegrato nel possesso di

cui è stato spogliato. La funzione dell’azione di reintegrazione è dunque

essenzialmente recuperatoria, in quanto mira esclusivamente a reintegrare

nel possesso del bene chi ha subito lo spoglio. Presupposto dellazione di

reintegra è uno spoglio violento o clandestino. Elementi essenziali per

l’esistenza dello spoglio sono: a) l’animus spoliandi (la consapevolezza

dello spogliante di operare contro la volontà espressa o presunta del

possessore); b) la privazione del possesso (che consiste nella perdita del

potere di fatto esercitato dal possessore sulla cosa per il fatto dello

spogliante, cui può accompagnarsi, o meno, l'acquisto del possesso da parte

dello stesso spogliante o di altra persona). Il termine per proporre l'azione è

quello di un anno dalla sofferta lesione. Tale termine decorre dalla data

dello spoglio se si tratta di spoglio palese, dal giorno della sua scoperta se si

tratta di spoglio clandestino, dal compimento del primo atto in caso di più

atti continuativi di spoglio.

Azione di manutenzione (art. 1170.c.): è diretta a tutelare i possessori contro

quella particolare forma di lesione che è costituita dalla molestia di fatto o

di diritto; essa è altresì concessa contro lo spoglio non violento o non

clandestino. Con questa azione è tutelabile soltanto il possesso avente ad

oggetto un bene immobile o un’universalità di beni mobili. È legittimato a

proporre l’azione colui che ha il possesso in modo continuo ed ininterrotto

da oltre un anno, e che non l’ha acquistato con violenza o clandestinità. Il

termine per esperire tale azione è quello di un anno dalla molestia o dallo

spoglio.

Sia l’azione di reintegrazione che di manutenzione si propongono con

ricorso al giudice del luogo in cui è avvenuto il fatto denunciato.

RIPASSO

Per fissare le idee sugli argomenti trattati si cerchi di rispondere ai seguenti

quesiti:

1) Quali sono i presupposti per il procedimento di ingiunzione?

2) Quando viene emesso un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo?

3) Che forma ha l’atto introduttivo del procedimento per la convalida di

sfratto?

4) Qual’è il giudice competente per il rito cautelare?

5) Differenza tra riesame e reclamo dei provvedimenti cautelari

6) Come si attua il provvedimento che autorizza il sequestro?

UNITA’ DIDATTICA 11

L’ARBITRATO.

IL PROCESSO DEL LAVORO

Con riferimento agli argomenti trattati nell’unità didattica precedente si

risponda ai seguenti quesiti:

Procedimento d’ingiunzione

Chi è il giudice competente per il procedimento per la convalida di sfratto?

Presupposti per i procedimenti cautelari

Inefficacia del provvedimento cautelare

Conversione del sequestro conservativo in pignoramento

Art. 700 c.p.c.

Arbitrato

È potere delle parti “compromettere” la controversia, ossia affidare la

decisione a giudici privati scelti da loro o scelti in un modo da esse stabilito.

La possibilità di ricorrere a tale strumento non è assoluta, ma è circoscritta

alle sole controversie riguardanti diritti disponibili, essendo espressamente

sottratte alla disponibilità delle parti le controversie individuali di lavoro e

quelle in materia di previdenza e assistenza obbligatorie, nonché quelle

concernenti questioni di stato e di separazione personale tra coniugi e le

altre che non possono formare oggetto di transazione (art. 806 c.p.c.).

Arbitrato rituale ed arbitrato irrituale: l’arbitrato rituale presenta i caratteri

strutturali e funzionali propri del giudizio, configurandosi, più

precisamente, come un giudizio privato effettuato da soggetti che, in virtù

dei poteri conferitigli contrattualmente, operano come giudici pur essendo

privi dei poteri autoritativi di questi. L’arbitrato irrituale o libero è una

forma di risoluzione convenzionale delle controversie, nel senso che le parti

conferiscono agli arbitri il compito di comporre una lite mediante atto

negoziale, impegnandosi a considerare come espressione della propria

volontà quanto deciso dagli arbitri.

Si deve infine specificare che l’arbitrato rituale e l’arbitrato irrituale sono

diversi dall’arbitraggio: questo si configura quando le parti, in sede di

conclusione di un contratto abbiano deferito ad un terzo la determinazione

della prestazione in esso dedotta (art. 1349 c.c.).

Arbitrato rituale (art. 806 e ss.)

Il compromesso (art. 806), è l’accordo tra due o più persone di far decidere

da un terzo (arbitro) la controversia insorta.

La clausola compromissoria (art. 808), è l’accordo che le parti stipulano nel

contratto 8° in un atto separato) con il quale stabiliscono chi dovrà dirimere

le loro controversie nascenti dal suddetto negozio, quindi future.

La forma del compromesso e della clausola compromissoria deve essere

scritta a pena di nullità.

Gli arbitri: gli arbitri devono essere determinati in numero dispari. Il

compromesso o la clausola compromissoria deve contenere la nomina degli

arbitri oppure stabilire il numero di essi e le modalità di nomina. In caso di

indicazione di un numero pari di arbitri, l’ulteriore arbitro se le parti non

hanno diversamente convenuto è nominato dal presidente del tribunale del

luogo in cui ha sede l’arbitrato. Qualora manchi l'indicazione del numero

degli arbitri e le parti non si accordino al riguardo, gli arbitri saranno tre

(art. 809 c.p.c.).

Quando per qualsiasi motivo vengono a mancare tutti o alcuni degli arbitri

nominati, si provvede alla loro sostituzione.

Gli arbitri possono essere sia cittadini italiani che stranieri. Non possono

essere arbitri i minori, gli interdetti, gli inabilitati, i falliti e coloro che sono

sottoposti a interdizione dai pubblici uffici.

L’accettazione degli arbitri deve essere data per iscritto e può risultare dalla

sottoscrizione del compromesso.

Gli arbitri hanno diritto al rimborso delle spese e all’onorario per l’opera

prestata, salvo che vi abbiano rinunciato al momento dell’accettazione o con

atto scritto successivo.

La parte può ricusare l’arbitro che essa non ha nominato per i motivi

previsti dall’art. 51 c.p.c. La ricusazione è proposta mediante ricorso al

presidente del tribunale entro il termine perentorio di 10 gg. dalla

notificazione della nomina o dalla sopravvenuta conoscenza della causa di

ricusazione. Il presidente del tribunale deciderà con ordinanza non

impugnabile.

Procedimento

Le parti possono stabilire, finché non sia iniziato il giudizio arbitrale, le

norme che gli arbitri dovranno applicare nel procedimento. In mancanza di

tale indicazione, gli arbitri hanno al facoltà di regolare lo svolgimento del

giudizio nel modo che ritengono più opportuno. Gli arbitri devono in ogni

caso assegnare alle parti i termini per presentare documenti e memorie, e

per esporre le loro repliche.

Se nel corso del procedimento sorge una questione incidentale che per legge

non può costituire oggetto di giudizio arbitrale, gli arbitri, qualora

ritengano che il giudizio ad essi affidati dipenda dalla definizione di tale

questione, sospendono il procedimento. Il giudizio resta sospeso fino al

giorno in cui una delle parti notifichi agli arbitri la sentenza passata in

giudicato che ha deciso la causa incidentale.

Se le parti non hanno disposto altrimenti, gli arbitri devono pronunciare il

lodo (la decisione) nel termine di 240 gg. dall’accettazione della nomina. Il

termine decorre dall’ultima accettazione. Questo è sospeso quando è

proposta istanza di ricusazione, fino alla pronuncia su di essa. È interrotto

quando occorre procedere alla sostituzione degli arbitri.

Gli arbitri decidono secondo le norme di diritto, salvo che le parti li

abbiano autorizzati con qualsiasi espressione a pronunciare secondo equità.

Lodo arbitrale: il lodo è deliberato a maggioranza di voti dagli arbitri ed è

redatto per iscritto. Esso deve contenere: l’indicazione delle parti;

l’indicazione dell’atto di compromesso o della clausola compromissoria e

dei quesiti relativi; l’esposizione sommaria dei motivi; il dispositivo;

l’indicazione della sede dell’arbitrato e del modo in cui è stato deliberato; la

sottoscrizione di tutti gli arbitri, con l’indicazione del giorno, mese e anno

in cui è stata apposta.

Il lodo ha efficacia vincolante tra le parti dalla data della sua ultima

sottoscrizione.

Gli arbitri redigono il lodo in tanti originali quante sono le parti, dandone

comunicazione a ciascuna di esse. La parte che intende far eseguire il lodo è

tenuta a depositarlo in originale o in copia conforme, insieme con il

compromesso o la clausola compromissoria, nella cancelleria del tribunale

nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato. Il tribunale, accertata la

regolarità formale del lodo, lo dichiara esecutivo con decreto. Contro il

decreto che nega l’esecutorietà del lodo è ammesso reclamo, entro 30 gg.

dalla comunicazione, mediante ricorso alla Corte d’Appello, che pronuncia

in camera di consiglio con ordinanza.

I mezzi di impugnazione: il lodo è soggetto soltanto all’impugnazione per

nullità, per revocazione straordinaria o per opposizione di terzo. I mezzi di

impugnazione possono essere proposti indipendentemente dal deposito del

lodo.

L’impugnazione per nullità del lodo si propone nel termine di 90 gg. dalla

notificazione del lodo, davanti alla Corte di Appello nella cui circoscrizione

è la sede dell'arbitrato. I casi di nullità sono elencati dall’art. 829 c.p.c. (es.

se il compromesso è nullo, se il lodo è stato pronunciato da chi non poteva

essere nominato arbitro, se il lodo ha pronunciato fuori dai limiti del

compromesso, ...)

Arbitrato internazionale e i lodi stranieri

L’ambito di applicazione della nuova disciplina, relativamente all’arbitrato

internazionale, è definito dall’art. 832 c.p.c.: la condizione che tale norma

richiede è che, alla data della sottoscrizione della clausola compromissoria o

del compromesso, almeno una delle parti risieda o abbia la propria sede

effettiva all’estero (criterio soggettivo), o che all’estero debba essere

eseguita parte rilevante delle prestazioni nascenti dal rapporto cui si riferisce

la controversia (criterio oggettivo). Chi voglia far valere nel territorio dello

Stato il lodo straniero, deve ricorrere al presidente della Corte di Appello

nella cui circoscrizione risiede l’altra parte. Il presidente, accertata la

regolarità formale del provvedimento, ne dichiara con decreto l’efficacia

nella Repubblica, salvo che la controversia non potesse formare oggetto di

compromesso secondo la legge italiana o il provvedimento stesso contenga

disposizioni contrarie all'ordine pubblico (art. 839 c.p.c.). Contro il decreto

che accorda o nega l’efficacia del lodo straniero è ammessa opposizione da

proporsi con citazione davanti alla Corte di Appello entro 30 gg. dalla

comunicazione (nel caso di decreto che nega l’efficacia), ovvero dalla

notificazione (nel caso di decreto che accorda l’efficacia) (art. 840 c.p.c.).

Processo del lavoro

I caratteri di questo rito sono: l’oralità, la concentrazione delle udienze e

l’immediatezza della decisione. Esso è disciplinato dagli artt. 409-432

c.p.c.; tali disposizioni si applicano: rapporti di lavoro subordinato privato,

rapporti agrari, rapporti di collaborazione, rapporti di lavoro dei

dipendenti pubblici impiegati in enti economici e rapporti di lavoro dei

dipendenti pubblici impiegati in enti non economici (art. 409).

Il processo vero e proprio deve essere preceduto da un tentativo di

conciliazione “obbligatorio” davanti ad apposita commissione (istituita

presso l’ufficio provinciale del lavoro) oppure in sede sindacale (art. 410).

Se la conciliazione riesce, viene redatto apposito verbale e depositato presso

la cancelleria del tribunale territorialmente competente che con decreto lo

dichiara esecutivo. Se la conciliazione non riesce, si forma processo verbale

con le indicazioni delle ragioni del mancato accordo. L’espletamento del

tentativo di conciliazione costituisce condizione di procedibilità della

domanda. L’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto nella

memoria difensiva e può essere rilevata dal giudice non oltre l’udienza di

discussione di cui all’art. 420 c.p.c.. Il giudice ove rilevi che non è stato

promosso il tentativo di conciliazione, sospende il giudizio e fissa il termine

perentorio di 60 gg. entro il quale le parti devono promuoverlo (art. 412

bis).

Procedimento: ai sensi dell’art. 413, in primo grado è competente (per

materia) il tribunale in funzione di giudice del lavoro; territorialmente, il


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2005-2006

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto processuale civile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Luppi Michele Angelo.

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