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TECNOLOGIE DIDATTICHE

CAPITOLO 1 – MENTE E MEDIA. QUALE INTERAZIONE COGNITIVA PER APPRENDERE

Quali sono le dinamiche che possono presentarsi quando un soggetto interagisce con una tecnologia cognitiva, cioè

un dispositivo capace di influenzare i suoi processi mentali? Quale è l’interazione tra la mente e i media?

Mente è una parola che deve essere distinta dal cervello.

Se troviamo scritto “cervello e media” il focus sarà sul funzionamento neurobiologico del nostro cervello quando

siamo impegnati in un compito che presuppone l’uso di diversi media; quando parliamo di mente facciamo

riferimento a una nozione un po’ più vaga. Essa non ha un referente concreto come il cervello (che ha una sua

materialità, oggetto fatto di cellule, neuroni, sinapsi, circuiti elettrici, reazioni chimiche ecc.), ma è un’idea di tipo

astratto di matrice cognitivista (metà anni ‘50); un’idea preziosa perché prima che si potesse parlare di mente, gli

studi psicologici rifiutavano di poter trovare una spiegazione al nostro comportamento: la testa rimaneva una

specie di scatola nera (metafora in uno fino ai primi decenni degli anni 1900). Il cognitivismo ha formulato filosofie

sulla mente, ossia concezioni sull’influenza che la mente ha sul nostro comportamento, come il nostro mondo

interiore influenza il nostro comportamento, ipotesi di funzionamento della mente.

Il cognitivismo ha formulato un’ipotesi di descrizione e funzionamento della mente utilizzando delle metafore

ancora oggi utilizzate; ad esempio la metafora dell’hardware e del software di un computer.

La mente è considerata come un computer costituito da:

- hardware (es. scheda grafica, scheda per far funzionare le immagini, memorie periferiche che comprendono un

solo linguaggio, ossia le sequenze binarie 1 e 0 che danno istruzioni al computer), ossia il nostro cervello, il

dispositivo tramite cui facciamo funzionare le cose;

- software (es. pacchetto di Office, che processa le informazioni provenienti dall’esterno), ossia la nostra mente, i

processi cognitivi che ci permettono di processare le informazioni provenienti dall’esterno e restituire un risultato.

L’idea è che la nostra mente acquisisce informazioni attraverso i sensi, che le portano al cervello, il quale le elabora

e le processa; per questo si utilizza la parola “processo cognitivo”, ossia un processo di elaborazione

dell’informazione che la mente compie e attiva quando siamo di fronte a degli input, sensoriali o meno.

Questo modello di descrizione del funzionamento della nostra mente quindi considera la mente come la sede dei

processi cognitivi che elaborano informazioni provenienti dall’esterno (un esempio di processo cognitivo è la

memoria, in quanto per elaborare le informazioni mi servo di ciò che già so).

Un grande cambiamento si ha nel passaggio dal comportamentismo, il quale, intriso di empirismo, affermava che se

un oggetto non è osservabile allora non è degno di essere studiato, al cognitivismo, a partire dal quale si ha un

raffinamento della percezione dell’idea di mente. Quanto detto precedentemente è un modello cognitivista, che

all’inizio nasce come cognitivismo computazionale (perché prende come base la metafora della mente come

computer) e all’interno del quale si muovono autori come Piaget e Vygotskij oltre che i costruttivisti; tutti gli

approcci emanano da questo paradigma, ma nel tempo esso si raffina e prende aspetti particolari.

1. Simbiosi uomo-tecnologia

La storia dell’uomo può essere rappresentata come un processo di evoluzione protesica. L’idea è che l’uomo

utilizza la tecnica come protesi per agire sul mondo: la tecnica media il rapporto io – mondo, infatti per sopperire

alle sue carenze l’uomo ha allestito strumenti atti a potenziare la sua capacità di controllare l’ambiente circostante;

nel corso del tempo quindi l’uomo ha interagito progressivamente con diversi media e diverse tecnologie.

Bruner, che ha interpretato i linguaggi simbolici (es. lingua, musica ecc.) come media in quanto tramite essi è

possibile far entrare in relazione e connettere le persone, parla di amplificatori culturali, sul piano motorio,

sensoriale e comunicativo, cognitivo e cultural; egli parla di amplificatori culturali anche nel senso dei mondi

conoscitivi, dei saperi.

Per protesi infatti si intendono sia protesi materiali (es. clava per procacciarsi il cibo) che immateriali, come media

simbolici, linguaggi simbolici, amplificatori culturali.

David Olson ha definito l’intelligenza come una rete di abilità che si sviluppano nell’uso di un medium culturale e nel far questo

ha ripreso questo significato della parola medium Ci sono tante intelligenze quanti sono i media culturali (ambiti di attività e

di esperienza, musicali, motori, geometrici ecc, che, prima ancora di essere definiti come saperi autonomi, discipline,

rappresentano un mondo con il quale l’uomo nella storia dell’uomo si trova ad agire).

Dagli anni 2000 la proliferazione protesica ha coinvolto sempre più la dimensione comunicativa e conoscitiva,

modificando comportamenti, spazi identitari e relazionali (siamo di fronte a una nuova condizione antropologica).

Ciò che ci interessa sono quindi i media della comunicazione e della conoscenza, quelli che riguardano l’agire

comunicativo e l’agire conoscitivo.

2. Media e interfacce Interfaccia Medium

Luogo in cui due sistemi si incontrano e comunicano. Interfaccia coadiuvata da un supporto

Nell’interfaccia nel quale si incontrano l’uomo-dispositivo (tecnologico tecnologico che permette la

o no) si attivano dinamiche cognitive, emozionali, identitarie e produzione, manipolazione e

interpersonali che hanno esiti sul piano educativo e psicologico. negoziazione di simboli, significati,

 (es. identitarie perché permettono di riconoscermi o di assumere un’altra identità e spazi virtuali.

identità, come avviene nella gamification) Il medium è quindi un tipo di incontro

Esempi di interfaccia: uomo-dispositivo. Fra i media della

- computer; comunicazione possiamo considerare la

- testo di stampa (il libro contiene la conoscenza e l’uomo decodifica, televisione e il computer (in cui la

memorizza, attribuisce significato, agisce per connessione ecc.) comunicazione è bidimensionale perché

c’è interattività) ma anche libro, la

A qualificare le tecnologie della comunicazione è il carattere di macchina da scrivere.

interazione mente-media; esso si basa sul presupposto che le Le tecnologie infatti non sono solo

tecnologie, attraverso interfacce, istituiscono luoghi di incontro tra i digitali e neanche il pensiero che è

due sistemi che però fanno un sistema unico, attivando processi di legato ad esse è attivabile soltanto nelle

vario tipo che hanno un’incidenza molto forte perché tutto ciò che fa reti digitali.

agire la nostra mente segna quello che siamo, che pensiamo.

L’interazione uomo-dispositivo deve essere efficace e efficiente. Le tecnologie dovrebbero funzionare in maniera

ergonomica, agevolare il lavoro; esse hanno nel criterio di efficacia e efficienza il loro criterio di evoluzione

(evolvono per essere più efficienti nell’uso, nelle operazioni e a livello dei processi cognitivi, emozionali, ecc).

Nel corso della storia ci sono state diverse evoluzioni tecnologiche:

1. dall’oralità alla scrittura, che ha un codice analogico lineare;

2. dalla scrittura alla stampa a caratteri mobili: in questo processo sono state espunte le immagini, tanto che siamo

molto più capaci di leggere lo scritto che le immagini;

3. dalla stampa a caratteri mobili alle nuove tecnologie di informazione e comunicazione, in cui siamo sollecitati a

decodificare immagini piuttosto che il codice scritto.

 Questione dei nativi digitali: non è un’evidenza empirica, un concetto scientifico, ma un mito.

Il mito riguarda il fatto che i nativi digitali (coloro che appartengono alla generazione nata insieme

ai dispositivi di terza generazione) siano diversi da un punto vista intrapsichico dalle persone che

sono degli “immigrati” digitali; tuttavia, un conto è dire che in seguito all’interazione la mente

funziona in diverso modo perché ha guadagnato determinate abilità/schemi di azione (mentale o

materiale), un conto è dire che c’è una differenza a livello neurobiologico.

Esempio: guidando la macchina la mente di chi guida la macchina da molto (e quindi ha incorporato schemi

di azione e la guida è come un’abilità riflessa) funziona in maniera differente rispetto a chi lo fa da poco.

3. Quali sono gli effetti delle tecnologie cognitive sulla mente

Mumford, McLuhan, Postman hanno sostenuto che le trasformazioni di natura tecnologica (uso di dispositivi

differenti) esercitano un’influenza sulle modalità di pensiero e forme della cultura.

 In un’ottica individuale gli effetti possono verificarsi sotto forma di interiorizzazione (introiezione nella

mente di comportamenti) o di semplice condizionamento o radicamento di pratiche abitudinarie che le

tecnologie tendono a favorire. È fondamentale però distinguere la situazione sulla base dei tempi (brevi,

medi o lunghi) e se il condizionamento avviene in forma diretta o se passa attraverso mediazioni culturali (in

certi casi la tecnologia consente uno sviluppo di pratiche di pensiero che altrimenti rimarrebbero marginali,

che si stabilizzano nella cultura e poi si riflettono sui soggetti).

La didattica, che si occupa del processo insegnamento-apprendimento, non può ignorare questo aspetto.

Fra le tecnologie troviamo la tradizione orale, la scrittura, la stampa a caratteri mobili, la forma-libro della

conoscenza, la forma-libro.

La scrittura può essere considerata la più importante tecnologia cognitiva.

Il tema della scrittura fu trattato anche da Platone in un passo del Fedro. Con Platone la filosofia non è più solo

orale ma viene messa per iscritto; il fatto di usare la scrittura per tramandare il pensiero filosofico è stato

considerato negativo per due motivi:

- legato alla forma del pensiero (mettendola per iscritto non c’è più dialogo diretto);

- legato ai processi cognitivi (scrivere per ricordare va a indebolire la memoria)

Da questo punto di vista la scrittura è considerata come una scoperta “che un po’ ti toglie”; in realtà essa ha avuto

anche conseguenze positive: ha favorito la nascita di discipline (es. grammatica, filosofia, storiografia) e ha

consentito uno studio e un’analisi critica molto più profonda grazie al fatto di avere un supporto che permane e

può essere consultato.

Questo problema è oggi molto vivo rispetto l’uso dei dispositivi tecnologici a scuola, ma bisogna sempre chiedersi:

“Che cosa si guadagna in cambio?”; non si tratta di demonizzare o idolatrare la tecnologia, ma capire vincoli e

potenzialità e di assoggettarla ai nostri scopi, compendo di volta in volta scelte consapevoli.

 Esempio: qualcuno ritiene che la calcolatrice non debba essere utilizzata nella scuola primaria in quanto disabilita gli

studenti a introiettare quelle che sono le regole di calcolo. A questo proposito se l’obiettivo è voler insegnare ai bambini come

fare i calcoli allora è meglio non utilizzarla, se è far analizzare un problema e trovare soluzioni allora è opportuno utilizzarla.

Questo perché la nostra memoria di lavoro ha una capacità cognitiva estremamente limitata quindi, dando un compito il cui

obiettivo è far compiere un ragionamento, la calcolatrice consente allo studente di delegare la fatica del calcolo a un supporto

esterno e di rivolgere l’energia cognitiva solo all’analisi e risoluzione del problema.

L’uso di dispositivi tecnologici ci consente di estroflettere, ossia la mente trasferisce il carico cognitivo sul

dispositivo tecnologico e disabilita le corrispondenti funzioni cognitive interne (ciò che prima facevo io ora lo fa lo

strumento tecnologico). Il principio dell’estroflessione (Longo 1998) è molto antico infatti lo si comprende già in

Platone con l’utilizzo della scrittura a supporto della memoria.

 Questo aspetto va tenuto in considerazione sia per i lati positivi che per i lati negativi: a volte per poter

progredire abbiamo bisogno di delegare i dispositivi rispetto alcuni compiti, ma è importante correre ai ripari

esercitando quando opportuno quelle abilità che abbiamo trascurato.

Prima le ricerche erano fatte dalla psicologia sperimentale; ora invece anche le neuroscienze (neuroimaging) ci

aiutano a meglio comprendere come le tecnologie influiscono nello sviluppo dei processi cerebrali.

 Es. La risonanza magnetica funzionale e la PET ci consentono di visualizzare l’attività cognitiva durante certi compiti, capire

.

quali aree cerebrali si attivano e in quale area del cervello è localizzata una determinata funzione

Carr (2011) ha dimostrato che esercitare in maniera intensiva una certa attività (anche solo un videogioco) può

modificare in modo sensibile la struttura cerebrale, anche sul piano anatomico. Quindi con l’approccio

neuroscientifico si è dimostrato che l’uso di tecnologie modifica i circuiti neurologici e conseguentemente i processi

cognitivi, in un tempo breve e non solo dopo lungo periodo; il cervello ha quindi maggiori margini di plasticità.

In questo caso i processi cognitivi che sono stati maggiormente trasformati negativamente sono i processi attentivi;

è un problema molto rilevante in ambito didattico in quanto, nonostante sia vero che la flessibilità mentale, la

rapidità e la capacità di fare più cose in contemporanea sono abilità richieste al tempo di oggi, non si può rinunciare

a sviluppare competenze critiche, pensiero riflessivo e metacognitivo che invece richiede tempo e capacità di

mantenere l’attenzione su un preciso compito.

Le ricerche di neuroscienze hanno inoltre evidenziato come il tipo di supporto su cui si legge incide rispetto le aree

cerebrali coinvolte nel compito; la lettura:

- su un supporto cartaceo (approccio pressoché lineare) attiva le regioni che presiedono al linguaggio, alla

memoria e all’elaborazione di stimoli visivi;

- sul web (approccio reticolare) attiva le regioni prefrontali che presiedono alle decisioni e alla risoluzione di

problemi. Se abbiamo un supporto cartaceo siamo concentrati su quello che leggiamo e basta; sul web

invece bisogna scegliere su cosa dirigere l’attenzione, si spende molto tempo sulla ricerca e il passaggio da

una cosa all’altra è estremamente veloce. Questo è anche il motivo per cui la lettura su supporto cartaceo è

più incisiva rispetto a quella sul web.

Le ricerche hanno inoltre confermato come usare la penna per prendere annotazioni attiva processi neuronali e

cognitivi in modalità più profonda che usando una tastiera.

Dalla ricerca in campo neuroscientifico derivano due domande:

I. Questi effetti assumono il carattere di condizionamenti vincolanti?

Non si sa ancora se gli effetti prodotti dall’uso delle tecnologie condizionano fortemente l’apprendimento.

II. Come la scuola può orientarli verso obiettivi formativi adeguati, garantendo lo sviluppo di spazi di

autonomia espressiva e creativa?

L’attività dei docenti deve essere basata non su convinzioni personali ma su evidenze empiriche (ricerca

evidence based); occorre quindi capire in che modo la scuola può sfruttare l’utilizzo di dispositivi tecnologici

per far guadagnare agli studenti le competenze desiderate e raggiungere gli obiettivi formativi prefissati.

La ricerca empirica nel campo della tecnologia è volta quindi a capire quale strumento funziona e in quali

circostanze, così da compiere scelte consapevoli (non ci sono strumenti, approcci validi universalmente); è

importante inoltre avere docenti formati con competenze tecniche per usare le tecnologie e competenze

critiche legate all’impatto che le tecnologie hanno nell’apprendimento.

All’inizio del millennio alcuni autori hanno ottimisticamente immaginato che l’interazione con il computer

modificasse di per sé in positivo la mente.

L’ipotesi più nota è quella di Prensky, la mitologia dei nativi digitali.

 Egli ha sostenuto che i nativi digitali sviluppano tratti cognitivi caratterizzati da maggiore velocità,

flessibilità e pensiero multitasking e sono in grado di un migliore adattamento al mondo moderno che

richiede tali caratteristiche. Lo stesso autore ha riconosciuto l’ingenuità della sua idea, anche a fronte di

critiche che gli sono state mosse (non vi erano dati a disposizione che supportavano questo suo

entusiasmo; il multitasking, ossia l’idea che il cervello compie due o più attività simultaneamente, non trova

conferme neurologiche). Egli ha riconosciuto che per mezzo delle tecnologie possono svilupparsi anche

comportamenti negativi (es. riduzione della durata dell’attenzione; diminuzione delle capacità relazionali se

le stimolazioni sono eccessive nei primissimi anni di vita; dipendenza dalla rete e quindi bisogno di stare

collegati, timori nei rapporti con gli altri, di essere malgiudicati ecc.).

I portatori di questa idea sostengono che la scuola, per aspirare al successo formativo degli studenti, deve

adeguarsi a loro e assecondarli nei loro tratti cognitivi e strategie di apprendimento, compiendo una sorta

di rivoluzione digitale; solo così si raggiungerà un miglioramento.

Da qui la necessità di un atteggiamento più critico e consapevole: non bisogna né demonizzare né idolatrare le

tecnologie ma analizzarle e valutarne l’impatto.

4. Interazione e interattività

Interazione Forma più generale di transazione tra esseri umani

Interattività Forma di interazione propria di alcuni dispositivi automatici che reagiscono a stimoli umani

o meccanici. Spesso l’uso del computer ci consente di avere un fe

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lauracapodimonte98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecnologie didattiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Martini Berta.
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