Storia delle dottrine politiche
Libertà e stato costituzionale: Montesquieu
È il vero teorico del liberalismo: vive tra il 1689 e il 1755 e appartiene alla nobiltà che aveva conquistato le cariche col sistema della venalità degli uffici (eredita la carica di Presidente di Parlamento). Nasce quando in Francia è al trono Luigi XIV, che muore quando Montesquieu ha 26 anni: il re opera un grande accentramento del potere e Montesquieu per contrasto dà grande importanza alla libertà, in tutto il suo pensiero.
Nei “Pensieri” egli ha formulato una definizione della libertà che esprime l’idea ispiratrice della sua speculazione politica: la libertà è “il bene che ci permette di godere di ogni altro bene”. Si dedica agli studi, viaggia molto osservando le differenti realtà; il suo primo importante scritto, le “Lettere Persiane”, ha come protagonisti due signori persiani, Usbek e Rica, che viaggiano per l’Europa commentando i costumi e le istituzioni francesi, riducendo lo splendore della monarchia del Re Sole.
Montesquieu sottolinea quanto la monarchia francese, come la maggior parte delle monarchie europee, siano lontane dall’autentico spirito che informava il diritto europeo, il cui fine era quello di garantire la libertà dei popoli. L’unico popolo che ha conservato la libertà propria dei suoi antenati è quello inglese; il re d’Inghilterra esercita un potere che è delimitato dalle leggi e, qualora pretendesse di violarle, il popolo non esiterebbe a insorgere contro di lui e a deporlo.
Nelle “Lettere persiane” non manca un accenno alla funzione dei Parlamenti, al valore della tradizione su cui si fonda la loro autorità, per rivelare che il vero compito dei Parlamenti è quello di garantire la legittimità, cioè la “costituzionalità”, del regno di Francia.
La preferenza per un regime politico fondato sulla libertà è dimostrata dall’affermazione che solamente negli Stati dove vige la libertà si riscontra un deciso progresso delle arti, un conseguente aumento della ricchezza e un sempre più diffuso benessere fra il popolo.
Nelle “Considerazioni sulla grandezza e sulla decadenza dei Romani” Montesquieu sottolinea la complessità dell’ordine politico, a motivo della molteplicità dei fattori e degli elementi, tutti necessari per realizzare il loro armonico coordinamento: come nell’accordo musicale le dissonanze sono altrettanto importanti delle consonanze, così nella società politica il “diverso”, il “vario”, il “difforme” sono condizioni ineliminabili affinché si attui quella disposizione dei rapporti e delle relazioni fra gli uomini, che è il vero presupposto dell’ordine politico.
“Lo Spirito delle leggi” è una delle opere politiche più importanti del '700. Montesquieu precisa il concetto di legge: le leggi singole ci sembrano senza rapporto tra di loro, mentre sono parte di un unico disegno complesso. Le leggi positive, quelle create dall’uomo, permettono la distinzione dal mondo fisico e da quello animale in quanto solo l’uomo è in grado di darsi delle regole. Ma l’uomo è sottoposto anche alle leggi divine e naturali. La libertà coincide con le leggi, perché il diritto delimita la sfera d’azione dell’uomo. La società è un fatto naturale: nello stato di natura l’uomo è dominato dall’istinto e quando dalla famiglia nascono i gruppi sociali si rende necessaria una coordinazione, attraverso 3 diritti:
- Quello delle genti, che regola i rapporti fra le diverse società,
- Quello politico, che disciplina i rapporti fra governanti e governati e
- Quello civile che regola i rapporti degli individui fra di loro.
Il diritto delimita la sfera di libertà dell’individuo, che può agire nel loro rispetto; ma ciò significa che nessuno può imporre dei comportamenti al di là delle leggi. Nella prospettiva realistica di Montesquieu, la libertà riguarda anche la sfera economica che deve essere regolata dalle leggi, consentendo a ciascun individuo di accedere alla proprietà secondo le sue capacità e i suoi meriti.
Per quanto riguarda l’organizzazione dello Stato Montesquieu individua 3 tipi di costituzione: la repubblica, la monarchia e il dispotismo. A queste costituzioni corrispondono 3 “principi”, rispettivamente:
- La virtù, come amore della patria per il governo repubblicano democratico, e come etica della moderazione per quello aristocratico
- L’onore, per il governo monarchico, come rifiuto di compiere alcun atto che possa ledere la dignità, l’indipendenza, la rispettabilità personale
- La paura, per il governo dispotico, dove viene abolita in ogni individuo qualsiasi capacità di rimostranza o di discussione.
La monarchia non offre una garanzia sufficiente per la libertà dell’individuo, perché tende ad espandere sempre più il suo potere: per questo è necessario un altro potere che gli si contrapponga per mantenerlo nei limiti. La forma di governo migliore è la monarchia temperata, nella quale la sovranità deve essere distinta in 3 poteri (legislativo, esecutivo per le questioni tra nazioni e esecutivo per le questioni civili) che devono essere attribuiti a 3 organi differenti, infatti il dispotismo si attua nel momento in cui questi poteri si concentrano nelle mani di un solo organo.
Nello Stato delineato da Montesquieu il potere esecutivo è attribuito alla monarchia; il potere giudiziario non dev'essere affidato a un senato permanente, ma dev'essere esercitato da persone tratte dal grosso del popolo, in dati tempi dell'anno, nella maniera prescritta dalla legge, per formare un tribunale che duri soltanto quanto lo richiede la necessità. In tal modo il potere giudiziario, così terribile fra gli uomini, non essendo legato né a un certo stato né a una certa professione, diventa, per così dire, invisibile e nullo.
Bisognerebbe che il corpo del popolo avesse il potere legislativo. Ma siccome ciò è impossibile nei grandi Stati, e soggetto a molti inconvenienti nei piccoli, bisogna che il popolo faccia per mezzo dei suoi rappresentanti tutto quello che non può fare da sé. Non bisogna che i membri del corpo legislativo siano tratti in generale dal corpo della nazione, ma conviene che in ogni luogo principale gli abitanti si scelgano un rappresentante. Il grande vantaggio dei rappresentanti è che sono capaci di discutere gli affari. Il popolo non vi è per nulla adatto, il che costituisce uno dei grandi inconvenienti della democrazia.
Per quanto riguarda la religione, non viene considerata da un punto di vista teologico, ma in relazione al bene che può offrire alla vita civile; la religione è importante perché può sostituirsi allo Stato nel momento in cui le leggi non hanno effetto. Montesquieu è contrario all’assolutizzazione dei concetti: una stessa realtà può apparire differente a seconda della prospettiva (es: in Francia nessuno critica la venalità degli uffici perché anche chi non è adatto può ottenere un incarico. Eppure questo sistema ha anche effetti positivi, perché permette l’ascesa sociale per i figli e quindi per la Nazione.
Libertà e uguaglianza: lo stato democratico, Rousseau
Rousseau si inserisce nel dibattito politico francese tra il 1740 e il 1780. I suoi ideali partono dal concetto di libertà e uguaglianza che si incarna nella democrazia. Il suo pensiero parte dalla contrapposizione tra società civile e individuo: Rousseau critica il progresso, che non ha apportato miglioramenti, ma ha portato ricchezze e quindi l’amore per il lusso. Anche lo sviluppo delle scienze ha portato delle conoscenze superficiali e l’illuminismo ha sopravvalutato la ragione credendo di poter dominare tutto il sapere.
Nel “Discorso sull’origine dell’ineguaglianza” Rousseau critica la concezione hobbesiana di stato di natura e afferma che l’uomo era inizialmente libero e uguale, caratterizzato dall’amor di sé stesso e dalla pietà, non dall’amor proprio con cui l’uomo si chiude in sé stesso nella società civile. “Discorso sulle scienze e sulle arti”: le arti, la lavorazione dei metalli, l’agricoltura, consentono di formare le prime associazioni naturali e le prime differenze basate sulla proprietà privata; emergono i primi contrasti e i ricchi, per preservare la loro situazione, propongono un’associazione con a capo un potere sovrano: quindi l’origine della società politica sta in un contratto sociale dettato dall’intelligenza dei ricchi.
Il contratto sociale dà vita allo Stato e questo agisce attraverso le leggi; esistono 3 tipi di governo: monarchia, aristocrazia e democrazia: la migliore è la democrazia pura, dove il popolo formula le leggi, le interpreta e le fa eseguire. Ma per fare questo servirebbe un popolo di dei: la democrazia reale si basa sulla divisione dei poteri: legislativo al popolo e esecutivo al governo. Per Rousseau non si possono ammettere i partiti politici perché sono espressione di interessi particolari, che quindi contrastano con l’interesse generale.
La volontà generale non è la somma di volontà individuali: perseguendo l’interesse generale si persegue nello stesso tempo l’interesse individuale. I membri del governo, in quanto elementi di un organo, sono portatori di interessi particolari, per questo sono in continuo contrasto col legislativo. Per Rousseau la morte del corpo politico è un elemento inevitabile: come il corpo inizia il processo verso la morte già dalla nascita, lo Stato può essere più o meno stabile a seconda delle capacità dell’uomo, ma necessariamente finirà.
Il principio dell’autorità politica è l’assemblea, il legislativo è il cuore e l’esecutivo il cervello; senza l’esecutivo (cervello) il corpo vive ancora, ma non senza il legislativo (cuore). Il legislativo deve essere composto da tutti i cittadini, per attuare la libertà: quindi Rousseau è contro il principio di rappresentanza. Quello della partecipazione non è solo un diritto, ma anche un dovere: quando non c’è più l’interesse degli individui per questo dovere, lo Stato è prossimo alla fine. La rappresentanza è simbolo di disinteresse (per Montesquieu invece la rappresentanza è un fatto necessario e tecnicamente positivo); inoltre con la rappresentanza non si è nemmeno liberi, in quanto le volontà dei rappresentanti sono autonome.
È possibile che alcuni individui la pensino in modo diverso dalla maggioranza? Come ci si comporta con i dissidenti? Come possono questi essere liberi se devono sottomettersi a una volontà diversa dalla loro? Quando sono chiamato a votare mi esprimo sulla corrispondenza alla volontà generale. L’interesse generale emerge dal computo dei voti. Se votassi contro la volontà generale mi oppongo a questa e quindi, di riflesso, contrasto il mio interesse.
La rivoluzione americana e la formazione degli Stati Uniti. “Il Federalista”
Alla fine del '600 il contrasto tra le 13 colonie americane e la Madrepatria inglese evidenzia il tema delle libertà politiche e civili. Il conflitto a fine '700 divenne tanto teso che le colonie si proclamarono libere costituirono gli Stati Uniti d’America. Ma la confederazione iniziale non aveva le capacità di organizzarsi e per questo si propose una federazione, caratterizzata dall’esistenza di un solo Stato. Nei giornali di New York apparvero vari articoli, riuniti poi da Hamilton in un volume intitolato “Il federalista”.
I 3 autori (Hamilton, Jay, Madison) hanno una concezione politica comune: la politica deve individuare gli interessi permanenti della comunità, come la politica estera che deve mantenere una linea costante (a differenza di un’Assemblea rinnovata ogni due anni). In questo sistema la costituzione che corrisponde si basa sul “governo della ragione”, di contro alle passioni. Gli autori del federalista considerano come la democrazia repubblicana deve proteggere la libertà e deve riequilibrare i poteri, anche se riconoscono che il più influente è quello Legislativo. L’esecutivo ha grande importanza per l’unità e la stabilità della Federazione, ma il Legislativo deve sempre tenere sotto controllo i poteri del Presidente per farlo agire nell’ambito delle leggi.
Una delle preoccupazioni del Federalista è quella di evitare lo strapotere dell’assemblea legislativa, che per questa è distinta in due camere. Gli autori esprimono una critica decisa alla democrazia diretta, che vede il popolo intervenire nella gestione della cosa pubblica: la democrazia di Rousseau non può garantire le libertà politiche e civili perché arriva al dispotismo dell’assemblea. In uno Stato federale che si estende su un territorio così vasto è impossibile garantire un indirizzo unico delle concezioni politiche e non; per questo l’unica garanzia di libertà è data dalla pluralità di orientamenti. La nuova costituzione deve superare i formalismi giuridici e deve concentrarsi sulle effettive possibilità di funzionamento: lo scetticismo dei politici europei dimostrava proprio che questi erano rimasti fermi ai vecchi schemi tradizionali.
Storia, rivoluzione e stato: Burke
Burke: la costituzione prescrittiva (1790) Statista irlandese. Si avvicinò alla tradizione politica con un senso di riverenza religiosa. Seppure accettando le negoziazioni di Hume sulla legge naturale egli afferma che "l'arte è la natura dell'uomo, le regole sociali che si sviluppano sono natura umana, senza di esse, i codici e le istituzioni morali in cui esse si esprimono si può essere una bestia o un Dio, ma non un uomo" (Aristotele).
Burke rappresentò la reazione necessaria alla distruzione di Hume delle eterne verità della ragione e della legge naturale. Sentimento, tradizione e storia idealizzata subentravano al posto dei diritti immediatamente evidenti e il culto della comunità si sostituiva al culto dell'individuo. Le istituzioni politiche formano un sistema di diritti prescrittivi e di osservanze consuete, esse derivano dal passato e si adattano al presente.
La tradizione costituzionale dovrebbe essere oggetto di riverenza quasi religiosa, perché costituisce il deposito dell'intelligenza e della civiltà collettiva. Si scagliò contro gli eccessi della rivoluzione francese ripudiando la teoria dei diritti naturali - il governo rivoluzionario, rovesciando la monarchia, era diventato un nemico della società francese e ne andava distruggendo la civiltà. Accettò la dottrina di Locke che la costituzione è un equilibrio di poteri, di corona, di Lords e di comuni.
Per Burke l'equilibrio esiste tra gli interessi acquisiti nel regno, e la sua base è semplicemente la prescrizione, non l'inviolabilità dei diritti individuali. Fu d'accordo con Hume nel pensare che i sistemi di una società politica siano convenzioni santificate dall'uso e dalla consuetudine. Egli pensava che la rappresentanza virtuale in un governo parlamentare dovesse essere rappresentata da una minoranza compatta (partiti) animata da forte spirito pubblico con un parlamento dove i capi di questa minoranza potessero essere tutti chiamati a rendere conto del loro agire da parte del loro partito, nell'interesse però di tutto il paese.
La regola della maggioranza è una convenzione sociale, un sistema pratico stabilito per accordo comune e corroborato dalla consuetudine, della tradizione e della partecipazione alla vita sociale assolutamente ignoto alla natura. Una grande tradizione politica contiene le chiavi del suo sviluppo che non avviene per una servile continuazione dei fatti precedenti, ma per l'adattamento della prassi consueta a situazioni nuove. L'arte dello statista consiste in questo: conservare trasformando. La qualità morale della natura umana non è data tanto dalla ragione, quanto dalla consuetudine, dalla tradizione e dalla partecipazione alla vita sociale.
L'atteggiamento reverenziale di Burke rispetto allo stato come portatore dei più alti valori della civiltà umana divenne una caratteristica del pensiero Hegeliano e dell'idealismo inglese. Egli fuse politica e religione.
Kant
Intende indicare i principi e valori ai quali informare l’opera di riforma delle monarchie tedesche fondate su un ordinamento aristocratico-feudale. Lo scritto è la “metafisica dei costumi”. La filosofia indica le premesse e i principi per conoscere la politica cioè di concepire i comportamenti degli individui. La politica è intrinsecamente connessa alla ragione.
La conoscenza si fonda sull’esperienza empirica ma le sensazioni sono un materiale grezzo che viene plasmato e ordinato dalla ragione. Ci sono forme a priori dell’intuizione sensibile, concetti e idee dell’intelletto e della ragione che non si possono ricavare dall’esperienza empirica ma sono connesse con il processo mediante cui si realizza la conoscenza e sono le uniche condizioni che rendono intellegibile l’esperienza. Queste forme a priori dell’intuizione sensibile non ci consentono di conoscere ciò che è al di fuori dell’esperienza: essi hanno un valore trascendentale e non trascendente, che si riferisce ad una realtà metafisica. Gli oggetti della conoscenza sono
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