Arte preistorica Gombrich
La preistoria è un’era storica che viene tendenzialmente suddivisa in tre periodi, ovvero il paleolitico, il neolitico e l’età del bronzo, che coprono un arco di tempo che va all’incirca dal 6500 a.C. al 1000 a.C. Tuttavia, mentre dal punto di vista cronologico la preistoria è considerata epoca antica, ormai superata, diversamente accade se la si considera dal punto di vista ontologico; la preistoria può essere attuale, perché è nelle persone che vivono una condizione cognitiva simile a quella degli uomini primitivi, ovvero quando queste ripetono le stesse tappe evolutive, compiute millenni prima durante l’evoluzione della specie. Questo è visibile soprattutto nell’infanzia, quando il bambino attua gli stessi comportamenti attuati precedentemente dagli uomini primitivi.
Durante la preistoria gli ominidi si avvicinarono alle pratiche artistiche, come la pittura e la scultura, solo ed esclusivamente grazie a una loro sperimentazione. Tuttavia i dipinti e le sculture non erano considerati “opere d’arte”, piuttosto oggetti con una specifica funzione; per questo motivo comprenderli senza capirne gli scopi per i quali furono creati, risulta difficile. Gli uomini primitivi attribuirono alla loro arte una funzione magico-propiziatoria, ovvero credevano che tramite l’uso di queste immagini potessero condizionare il proprio futuro; ad esempio, disegnando la figura di un animale sulle pareti, erano convinti non solo di ritrovare lo stesso animale sulla scena di caccia, ma anche di riuscire a farlo soccombere al loro potere, ed è per questo motivo che le figure di caccia non sono da considerare come scene vissute ma piuttosto come speranze.
Essi inoltre avevano una grande maestria tecnica nel disegnarli, infatti inizialmente gli archeologici, quando scoprirono grotte dalle pareti ricche di graffiti e dipinti (per lo più in Spagna es. Altamira e nella Francia meridionale es. Lascaux) stentarono a credere che queste pitture così efficaci fossero state dipinte proprio dagli uomini primitivi. Paradossalmente però gli ominidi non si interessavano tanto alla bellezza della scultura/pittura, quanto alla sua “influenza”, ovvero la possibilità che sviluppasse il desiderato effetto magico.
Durante il periodo del paleolitico superiore, gli uomini vivevano già in capanne o in piccole palafitte, quindi tornavano appositamente nella grotta per potervi dipingere; questo di fatto testimonia l’importanza che per loro ricopriva questa pratica, che oltre ad avere una forte connotazione magica, aveva un significato più profondo. Per gli ominidi infatti, ritornare nella grotta e dipingere rappresentava contemporaneamente un gioco, una festa e un rito, tramite il quale riuscivano per un attimo a dimenticarsi della diversità che li caratterizzava; infatti nel passaggio dalla condizione di animale a quella di Homo sapiens, questi iniziarono a sentirsi a disagio perché sentivano sviluppate in loro delle abilità cognitive che gli altri animali non avevano, e che li portava ad avvertire i grossi limiti della durata, della mortalità e della sessualità, di fronte ai quali si sentivano impotenti e non in grado di valicarli.
Per disegnare gli ominidi si servivano della propria mano sporcata di pigmenti, dapprima utilizzata in positivo e poi in negativo; di bastoncini o pietre dure per le incisioni; di pennelli rudimentali creati con il pelo degli animali; di canne, utilizzate come una sorta di cerbottana, perché dentro veniva posto il pigmento colorato. In questo periodo quindi la creazione artistica ricopriva un importante ruolo e iniziò ad essere considerata come la prima forma di scrittura, tramite cui poter comunicare qualcosa.
La maggior parte delle manifestazioni d’arte preistorica vennero realizzate su materiali deperibili e questo è il motivo per cui manca molta della documentazione di questa attività; nonostante ciò ci basta quello che è stato rinvenuto per comprendere come l’aggettivo primitivo, affiancato alle opere di questo periodo, non stia ad indicare la scarsa conoscenza tecnica degli uomini quanto la lontananza nel tempo dell’epoca presa in riferimento. Infatti il motivo per cui alcune opere possono sembrare bizzarre, non è da attribuire al loro livello artistico quanto alla loro mentalità, ai criteri e alle esigenze profondamente diversi da quelle attuali; secondo Gombrich infatti la storia dell’arte non è la storia del progressivo perfezionamento tecnico ma del mutamento di criteri e necessità.
A testimonianza di ciò si potrebbero fare innumerevoli esempi. I Maori della Nuova Zelanda, ad esempio, erano abilissimi nella lavorazione del legno. I polinesiani invece erano scultori eccellenti e, nonostante le loro sculture non riproducessero esattamente il corpo umano, riuscivano nell’intento di far sprigionare loro un senso di potenza, come si può vedere nella scultura del Dio della guerra Oro, costruita con un pezzo di legno ricoperto di un tessuto di fibra, in cui solo gli occhi e le braccia sono indicati da una treccia della fibra.
Funzionale era anche la maschera costruita in Nuova Guinea, nonostante all’aspetto sembri grottesca, usata dai giovani del villaggio per fingersi demoni e spaventare donne e bambini durante le cerimonie. Un altro esempio ci perviene dal modello di abitazione di un capo pellirossa, nella cui facciata tre totem ricavati da un palo ripercorrono un’antica leggenda della tribù Haida, rappresentando i protagonisti della tragedia, fra cui animali.
Oltre a queste precedentemente descritte, si potrebbero citare altre creazioni, che testimoniano il fatto che l’uomo primitivo sentiva che l’oggetto potesse assumere un potere particolare, che potesse avere un’anima e potesse comunicare; ad esempio la maschera rituale Iniut, che nonostante abbia un’espressione spiritosa rappresenta un demone della montagna antropofago con la faccia macchiata di sangue, la testa del Dio della morte honduregno, che indica i macabri sacrifici fatti in quella zona, oppure la statua messicana che rappresenta Tlatoc, il dio della pioggia che, costruito tramite la figura del serpente (rappresentante il lampo), ha l’aspetto di un demone di spaventosa potenza in quanto responsabile della buona riuscita del raccolto e quindi della sopravvivenza degli uomini.
Conclusione sull'arte preistorica
In conclusione si può affermare che se si vuole comprendere a pieno l’arte preistorica, apparentemente strana ed indecifrabile, non bisogna prescindere dal binomio arte primitiva-funzionalità, ma analizzare qualsiasi reperto iconografico (dal dipinto, al graffito, alla scultura) tenendo conto del motivo per cui questo fu pensato e realizzato.
Argenton
Argenton attribuisce all’uomo di Neanderthal l’inizio dell’uso del linguaggio grafico, dei segni grafici, ovvero di configurazioni che traducono rappresentazioni mentali ben padroneggiate e che fino a quel momento venivano espresse tramite il linguaggio orale, i gesti e i suoni. In questo modo l’uomo primitivo riesce a rappresentare, ovvero rendere percepibile il proprio patrimonio di esperienze e conoscenze per determinati scopi, dimostrando di avere non solo la conoscenza dichiarativa, ovvero degli elementi grafici, ma anche la conoscenza procedurale, ovvero della modalità con cui questi potevano essere utilizzati.
Nonostante durante la preistoria le tribù non venissero a contatto l’una con l’altra, si riscontra un’omogeneità nel repertorio iconografico, caratterizzato da figure di animali, figure di umani, motivi ornamentali e geometrizzanti e configurazioni schematiche. Questo trovava espressione in due principali generi di produzione: l’arte mobiliare, che consiste in piccoli oggetti scolpiti che possono essere spostati o utilizzati come utensili, sui quali sono incise configurazioni di vario genere, e l’arte rupestre o parietale, ovvero i graffiti e i dipinti su roccia realizzati in alto o in basso rilievo.
In generale, in entrambe le categorie, gli uomini primitivi dimostrarono di possedere un’elevata abilità percettiva, rappresentativa ed esecutiva, testimoniata dall’utilizzo dell’accidentalità naturale nell’arte rupestre e dell’accidentalità configurazionale nell’arte mobiliare; la prima fa riferimento alla capacità di sfruttare le caratteristiche della superficie naturale scelta per originare rappresentazioni, mentre la seconda consiste nell’adattare la raffigurazione alla configurazione dell’oggetto scelto, ovvero organizzare la decorazione all’interno del limite rappresentato da quest’ultimo.
L’arte paleolitica si suddivide in due tendenze rappresentative: “figurativa”, o verista, e “non figurativa”, o geometrico-astratta. La tendenza figurativa consiste nel rappresentare animali, uomini e esseri antropozoomorfi in modo tale che il soggetto possa essere identificato, seppur non vi era il reale tentativo di riprodurlo fedelmente. È una modalità rappresentativa essenziale, di analitica sinteticità, in cui vi è la valorizzazione della figura singola, anche dove questa è accostata o sovrapposta ad altre.
In questa tendenza prevalgono le rappresentazioni di animali (soprattutto vivi e adulti, ma anche colpiti da frecce e armi) e di esseri inventati, mentre minori sono le raffigurazioni di umani, le quali inoltre sono caratterizzate da un aspetto molto elementare; a differenza della figura dell’uomo che è quasi sempre raffigurata nell’arte parietale, la figura della donna è quasi sempre scolpita come si può notare nelle “veneri”, statuette di nudi femminili dalle forme esageratamente pronunciate e dalla regione pubica accuratamente descritta.
In generale le immagini figurative avevano un valore profondo per chi le realizzava, probabilmente connesso a pratiche di culto a carattere religioso/magico, come i riti propiziatori per la caccia; questa finalità si fa evidente soprattutto nell’arte parietale, ma in parte anche in quella mobiliare, in cui le immagini avevano inoltre una funzione decorativa.
La tendenza non figurativa invece, consiste nel realizzare configurazioni schematiche, geometrizzanti, ornamentali, a partire dalla combinazione degli elementi fondamentali della grafica, ovvero la linea e il punto; queste infatti furono il risultato di un atteggiamento volto alla ricerca delle potenzialità rappresentative del linguaggio grafico e all’invenzione di nuovi pattern. Si possono trovare ad esempio, configurazioni puntiformi, ripetizioni di segni, linee a zig zag, pattern geometrizzanti, circolari ecc., sia nell’arte parietale che nell’arte mobiliare; tuttavia in entrambi i casi l’intento è puramente decorativo, infatti salvo alcune eccezioni, le schematizzazioni non sono riconducibili ad oggetti concreti.
MUNARI
Nel libro “Fantasia” Munari esprime l’idea che è fondamentale lo sviluppo della creatività, la quale si forma e si trasforma in continuazione ed è requisito necessario affinché la mente di una persona sia pronta, elastica, ed in grado di risolvere i problemi che si prospettano. Per avere una società futura libera e creativa, occorre partire dall’educazione dei bambini, i quali non devono essere soffocati da imposizioni o spinti a copiare dei modelli, ma devono liberarsi da ogni tipo di condizionamento. Coerentemente a quanto detto, Munari propone nel suo libro molteplici esempi didattici funzionali allo sviluppo della creatività.
Nel capitolo “Accidentalità” egli propone due esempi didattici che possono essere associati al periodo dell’arte preistorica, perché basati sull’utilizzo dell’accidentalità configurazionale e dell’accidentalità naturale, sperimentate per l’appunto per la prima volta dagli uomini primitivi.
Il primo gioco didattico sfrutta l’accidentalità naturale e va a riproporre ai bambini lo stesso procedimento svolto dagli ominidi nel momento in cui questi sceglievano una superficie sulla quale disegnare. In particolare consiste nel dare ai bambini un foglio, chiedendo loro di strapparlo in modo casuale e successivamente di scegliere uno dei tanti pezzi di carta dalla forma irregolare ricavati; a questo punto il bambino dovrà scorgere un significato, dare un senso al frammento di carta scelto, ritrovarvi un soggetto, e sulla base di quanto “visto” disegnarlo o dipingerlo.
Il secondo gioco didattico invece sfrutta l’accidentalità configurazionale; infatti prevede il dare all’alunno un pezzo di carta dalla forma differente rispetto al normale foglio A4, ad esempio un pezzo di carta lungo e stretto, e chiedergli di adattare la propria rappresentazione a quella forma prestabilita. In questo modo i bambini alleneranno la propria creatività e fantasia e riusciranno a disegnare soggetti diversi, che non avrebbero mai avuto l’idea di disegnare se fosse stato fornito loro un semplice foglio rettangolare.
In generale questi due esempi didattici prevedono la realizzazione di un elaborato, e quindi si fa riferimento al paradigma costitutivo materia + forma (perché l’alunno da forma alla materia che ha a disposizione) e si lavora con i concetti di composizione e di iconografia (perché si pone l’accento sull’opera dal punto di vista grafico, nella sua fase realizzativa).
Arte egizia Gombrich
La storia dell’Egitto può essere suddivisa in tre periodi fondamentali, ovvero l’Antico Regno, il Medio Regno e il Nuovo Regno, che cronologicamente coprono un arco di tempo che va all’incirca dal 2850 a.C. al 1078 a.C., sebbene il periodo della cultura egizia termina nel 30 a.C. con la conquista da parte dei romani.
Quando si parla di Egitto, spontaneo è il collegamento con le piramidi, grandi costruzioni architettoniche da noi considerate magnifici monumenti; tuttavia gli Egizi le concepirono e le crearono non per poter essere osservate ed ammirate da qualcuno, quanto per una funzione estremamente pratica: una funzione ultraterrena. Il re era considerato un essere divino, una parte del Sole, che spadroneggiava sui sudditi, e le piramidi, innalzandosi verso il cielo lo avrebbero aiutato a tornare nella sua dimora naturale, fra le altre divinità; una piramide quindi rappresentava la tomba del faraone e serviva unicamente come luogo di passaggio, in attesa del suo risveglio. Le piramidi avevano inoltre come obiettivo quello di preservare il corpo sacro dalla corruzione, il quale veniva sottoposto ad un complicato metodo di imbalsamazione e avvolto in bende, per poi essere posto all’interno di una bara di pietra.
Anche le sembianze esteriori dovevano essere conservate, per questo motivo veniva fatto il ritratto del re in un duro granito incorruttibile, che doveva assomigliare a lui perfettamente, in quanto funzionale al Ka (il doppio spirituale del faraone) a ritrovare il proprio corpo e non smarrirsi; non a caso lo scultore veniva chiamato “colui che mantiene la vita”. Di qui si può comprendere la distinzione fra scultura pubblica, per la quale gli scultori seguivano un canone che andava a semplificare i lineamenti della persona, e scultura privata, che teoricamente non doveva essere vista da nessuno perché nascosta all’interno della piramide e per questo ritraeva il soggetto in un modo pressoché identico al reale. Nelle pareti interne della piramide venivano tracciate formule magiche e propiziatorie, che il faraone avrebbe recitato una volta risvegliatosi, e raffigurazioni di vario genere che avrebbero preso vita nel momento in cui sarebbero servite al re.
L’arte egizia si sviluppò quindi come tentativo di superare il limite biologico della morte. Inizialmente le piramidi e i riti ad esse associati erano riservate ai faraoni ma col passare del tempo anche i nobili ebbero le proprie tombe, di dimensioni minori.
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