PEDAGOGIA GENERALE
Il trattato di pedagogia generale è suddiviso in tre nuclei:
1. Metapedagogia, ossia la natura del sapere pedagogico
Indaga la natura del sapere pedagogico, ossia cerca di stabilire quali sono le caratteristiche generali di questa
forma di sapere: che cos’è la pedagogia?. Questione teorica molto complessa che negli ultimi 40 anni è stato
al centro di dibattiti.
2. Epistemologia pedagogica, ossia la struttura del sapere pedagogico
Epistemologia: teoria della scienza/conoscenza, per cui in questo caso teoria della conoscenza pedagogica. Si
tratta di indagare la struttura del sapere pedagogico, ovvero la sua “architettura”. Com’è organizzato il
sapere pedagogico? Ipotesi che la struttura di un sapere sia definita dalla sua rete concettuale: indagare
l’epistemologia pedagogica significa ricostruire il sistema di concetti di cui si serve la pedagogia per pensare
ai problemi dell’educazione. L’educazione non è soltanto un agire, sebbene questa dimensione sia
fondamentale infatti educare significa compiere certi tipi di azione e certi tipi di attività. Tuttavia prima,
durante e dopo l’azione educativa occorre pensare: un’azione non accompagnata dal pensiero sarebbe cieca,
intuitiva. Un professionista deve invece essere in grado di pensare i problemi che affronta. Per pensare
l’attività educativa, occorre farlo attraverso concetti.
Il problema che si deve affrontare è che il linguaggio della pedagogia non è un linguaggio specialistico
separato dal linguaggio della quotidianità: usa concetti come educazione, formazione, istruzione, che fanno
parte anche del linguaggio comune. In questo senso la pedagogia è simile alla politologia, scienza della
politica, che si serve di categorie come legge, governo, potere. Proprio questo crea una difficoltà, di cui
spesso non si è consapevoli: essendo di uso comune, si caricano della confusione concettuale e pregiudizi
che accompagnano il linguaggio ordinario e il senso comune (nel linguaggio comune non c’è differenza di
significato fra i termini educazione, formazione e istruzione).
Il problema è di passare da concetti confusi e vaghi, cosi come sono adoperati nel linguaggio quotidiano, a
concetti chiari e distinti che devono caratterizzare un sapere esterno.
3. Pedagogia normativa, ossia la logica pragmatica del sapere pedagogia
Logica pragmatica della pedagogia: come funziona la pedagogia? Come si fa la pedagogia?
Il sapere pedagogico è un sapere di carattere essenzialmente progettuale: pensare ai problemi
dell’educazione non significa pensare in astratto ma pensare in vista dell’azione, ovvero il pensiero deve
assumere la forma di un pensiero progettante, che costruisce un piano di azione per affrontare il piano di
azione. Si metterà a fuoco il problema degli scopi dell’azione educativa.
Verrà poi fatto un approfondimento sulla pedagogia di Gramsci. Egli non ha mai scritto specificatamente per la
pedagogia ma tratta della politica, pedagogia e filosofia come problemi strettamente connessi tra loro. Internato in
un carcere fascista per più di quindici anni, scrisse I quaderni del carcere, appunti di sue riflessioni in vista della
scrittura di un’opera organica mai realizzata perché morto precocemente.
Gramsci, Dante e Machiavelli sono gli autori italiani più citati e studiati nel mondo; infatti attorno al pensiero di
Gramsci sono state fatte numerose riflessioni.
Tratteremo del pensiero di Gramsci sulla scuola; era stata da poco varata la riforma Gentile (1923), fascista e
ministro dell’istruzione, che modificava le cose rispetto alla legge Casati, promulgata poco prima dell’unità di Italia e
estesa a tutto il territorio nazionale. A partire dalla riforma Gentile, Gramsci fa riflessioni più ampie circa che cos’è la
scuola. 1
METAPEDAGOGIA
- Passaggio della pedagogia da sapere di senso comune a scienza
L’ipotesi della pedagogia come scienza deve fare i conti con il senso comune.
L’educazione è un fenomeno sociale della vita quotidiana; non si tratta di una forma di conoscenza confinata a tempi
e spazi circoscritti (es. esperienza teatrale dice che bisogna recarsi a teatro). L’educazione è una dimensione che
innerva tutta la vita sociale; siamo di continuo esposti all’interazione con le altre persone e ciò che chiamiamo
educazione deve molto all’interazione che abbiamo con i nostri simili, in particolare quando questa interazione ha un
carattere asimmetrico (giovane-anziano, esperto-inesperto). Siamo stati esposti all’educazione fin dalla nascita,
prima nella famiglia, poi a scuola, poi con i gruppi amicali, poi in complessi sociali sempre più avanti; questo ci ha
portato a maturare spontaneamente convinzioni sull’educazione, che non derivano da una riflessione esperta e
formale, ma solo dall’esperienza, che include anche il modo con cui la parola educazione viene usata nel linguaggio
quotidiano.
Non soltanto facciamo esperienza fattiva dell’educazione ma abbiamo sentito adoperare molte volte il termine
educazione, essendo una delle parole fondamentali del lessico italiano. Lessicologhi hanno infatti studiato le
frequenze con le quali le parole italiane vengono utilizzate nei discorsi orali e scritti e hanno identificato come nucleo
base delle persone, un lessico di 7000 parole; di queste 1200 sono fondamentali per l’italiano e sono possedute
anche dagli analfabeti (tra queste c’è anche il termine educazione).
Anche chi non ha un’esperienza formale ha una visione di che cosa è l’educazione; l’uso comune che se ne fa infatti è
legato all’apprezzamento del comportamento di chi è di fronte a noi (se una persona si comporta bene diciamo che è
beneducata, altrimenti che è maleducata). Il termine educazione circola quindi nelle esperienze di ogni giorno.
Di conseguenza a possedere un concetto di educazione non sono solo i professionisti dell’educazione, ma anche tutti
gli individui adulti della comunità.
Il concetto di senso comune presenta tutte le caratteristiche che contrassegnano il tipo di sapere del senso comune:
insieme di conoscenze e convinzioni che caratterizza il profano, l’uomo della strada, colui che per professione non
esercita un certo ambito di attività. Il senso comune si forma attraverso l’esperienza quotidiana ed è una forma di
sapere basilare ma fondamentale per orientarci nella vita quotidiana.
Tuttavia il senso comune ha dei limiti: mentre il sapere esperto è organizzato e coerente, il senso comune è
disorganizzato e spesso incoerente; mentre il sapere esperto è un sistema di conoscenze bene ordinato, il senso
comune è come una soffitta: le conoscenze sono gettate alla rinfusa, accumulate casualmente senza una coerenza e
spesso sono in contraddizione l’una con l’altra (abbiamo un esempio di ciò nei detti popolari, riflesso del senso
comune popolare: “l’unione fa la forza”, “chi fa da se fa per tre”, sono contraddittorie tra loro). La contraddizione è
incompatibile con l’organizzazione di un sapere esperto, che deve invece essere coerente ovvero le asserzioni non
devono essere in contraddizione l’una con l’altra.
Il senso comune è quindi confuso, incoerente e spesso dogmatico: le convinzioni sono spesso ingiustificate oppure
non siamo in grado di giustificarle (es. giustificazioni tautologiche che si danno a certi comportamenti: “perché
questo?” “perché sì, perché è così”).
Il sapere di senso comune quindi non è critico e meditato ma accettato per fede: ha il carattere di un dogma.
Confusione, contraddittorietà, dogmatismo riguardano anche il senso comune pedagogico.
Un sapere di questo tipo è accettabile per usi quotidiani, ma quando c’è un problema non è bene seguirlo.
Alla pedagogia non basta il senso comune, nemmeno nella sua forma più raffinata ovvero il buon senso.
Il buon senso è una forma di senso comune depurato dai suoi aspetti più passionali; spesso il senso comune è
accompagnato da un notevole coinvolgimento emotivo: siamo così attaccati alle nostre convinzioni che se qualcuno
le mette in dubbio sviluppiamo una reazione emotiva ancor prima che cognitiva. Quando si parla di buon senso
invece si è meno coinvolti emotivamente; chi possiede il buon senso certe volte è disponibile a discostarsi dalle
proprie convinzioni. Il buon senso è una caratteristica apprezzabile negli educatori: infatti un educatore troppo
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convinto emotivamente delle proprie idee potrebbe diventare pericoloso perché potrebbe continuare a seguire le
proprie pratiche anche se queste dimostrano avere degli esiti negativi; chi possiede buon senso invece è in grado di
meditare e obiettare maggiormente.
Il problema della pedagogia è quello di distaccarsi dal sapere di senso comune, per conquistare un sapere chiaro,
coerente e critico. Il problema è ancora più acuto perché anche gli educatori professionali, quindi anche gli
insegnanti, all’inizio della carriera sono immersi nel proprio senso comune, di cui nessuno è immune. La preparazione
da insegnanti non viene iniziata nella condizione di una lavagna bianca, di una mente vuota rispetto all’educazione; la
mente è già piena di molteplici convinzioni. L’obiettivo è quello di sostituire a questo sistema di convinzioni, un
sistema di conoscenze critico e coerente.
Si potrebbe guardare a questo problema come una sorta di iceberg: nella punta vi è la pedagogia scientifica, ma la
maggior parte della massa è rappresentata dal senso comune.
L’educatore deve essere accompagnato per tutta la vita da una costante riflessione pedagogica, in quanto un
soggetto non finisce mai di liberarsi dal proprio senso comune.
Quali sono state le condizioni che hanno permesso un progressivo distacco dalla pedagogia di senso comune e
quindi l’emergere di pedagogia come scienza formale ?
Per condizioni si intendono quegli avvenimenti che hanno reso possibile l’emergere della pedagogia come scienza,
ovvero le condizioni di possibilità. Queste sono molteplici, sia di tipo esterno che di tipo interno.
Fra le condizioni di tipo esterno, abbiamo:
1) Nascita della scuola
Nelle società semplici l’educazione è fusa con la vita quotidiana, infatti sono gli individui adulti della
comunità a trasmettere alle generazioni più giovani conoscenze, credenze, valori e atteggiamenti che
caratterizzano una certa comunità. Ad esempio negli anni ‘60 un villaggio di Pigmei non aveva niente di
paragonabile alla scuola, ma erano i genitori e gli adulti che venivano in contatto con i bambini a impartire
loro l’educazione.
Con la nascita della scuola si rimette in discussione la caratteristica informale dell’educazione.
La scuola è nata con un compito tecnico ben preciso già presso l’antica Mesopotamia e l’antico Egitto, con la
formazione della casta degli scribi. Quando 5 mila anni fa è stata inventata la scrittura, essendo le prime
forme altamente complesse, impadronirsi di questa richiedeva un lungo addestramento; soltanto una piccola
casta di persone, alle dirette dipendenze del sovrano, era addestrata nella scrittura, affinché le decisioni del
sovrano e la contabilità del palazzo venissero messi per iscritto.
Si realizza così il distacco di una forma specializzata dell’educazione dal resto dell’educazione informale.
Vengono poi maturate condizioni interne, non in ordine di tempo ma razionalizzate:
1) Pedagogia come precettistica
Insieme di precetti e consigli pratici per il maestro, ricavati dall’esperienza e dai pregiudizi di senso comune
(es. per insegnare a leggere e scrivere fai così e così). Questa è legata alla presenza di una figura
professionale che deve essere formata affinché possa insegnare a leggere e scrivere.
2) Pedagogia normativa
Nella pedagogia normativa non ci si limita ai precetti ma questi vengono giustificati e motivati attraverso una
finalità educativa: la forma più consueta di motivazione è il collegamento di una tecnica ad uno scopo (fai
così perché se fai così succede questo). È lo stadio della giustificazione dei precetti pedagogici in funzione di
scopi da raggiungere. A lungo andare tuttavia emerge un problema ovvero il fatto che gli scopi possono
essere in disaccordo fra loro, come si vede dall’esempio delle società di Atene e Sparta.
In queste città vige un sistema di educazione pubblica molto coeso e coerente ma indirizzato verso scopi diversi. A
Sparta, città stato che conta di pochi uomini adulti liberi e molti schiavi, caratterizzata da una situazione geo-politica
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sfavorevole in quanto, trovandosi nel Peloponneso, è esposta ad attacchi per terra da parte delle altre città, l’obiettivo
dell’educazione è la formazione del guerriero. Atene invece, essendo una città sul mare, avendo un governo non
oligarchico ma democratico per cui le decisioni più importanti vengono prese dall’assemblea dei cittadini liberi
nell’agorà, ha come obiettivo dell’educazione la formazione del cittadino, che deve avere una buona capacità retorica e
l’arte di persuasione; quindi seppure l’educazione è guerriera, non è paragonabile a quella spartana.
Arrivando alla consapevolezza che gli scopi dell’educazione possono essere diversi si arriva al terzo stadio.
3) Pedagogia teoretica
Si costituisce come filosofia dell’educazione e ha come oggetto la riflessione sugli scopi dell’educazione:
dato che sono possibili più scopi dell’educazione, quali sono realmente gli scopi che devono guidare
l’educazione?
Questo percorso è già pienamente compiuto con il pensiero di Platone (inizi del 4° secolo a.C.); egli dedica
l’opera La Repubblica alla riflessione sugli scopi dell’educazione nella città della polis. A questo livello la
pedagogia è una forma di sapere filosofico, ovvero una parte della filosofia; la filosofia viene gradualmente
organizzata in discipline filosofiche: gnoseologia, etica, estetica, politica, pedagogia. Agli inizi del 1800 la
Germania presentava una situazione universitaria molto avanzata, ma non vi era una parte specifica dedicata
alla pedagogia: erano gli insegnanti di filosofia a tenere, a turno, corsi di pedagogia. La pedagogia come
riflessione sugli scopi dell’educazione, accompagna il tragitto della pedagogia fino al 1800.
Gradualmente, pur rimanendo la riflessione sugli scopi dell’educazione, l’elemento della precettistica
riconquista spazio, quindi le opere dei filosofi spesso non sono soltanto una riflessione sugli scopi ma
includono una serie di consigli sulle norme pratiche da seguire per raggiungere questi stessi scopi. [es. pensieri
di Locke sull’educazione sono una lunga lettera in cui fissa come scopo dell’educazione la formazione del gentiluomo
ma dà anche una serie di consigli pratici].
4) Nel 1800 si verificano due fenomeni:
- Herbart, pedagogista tedesco, inizia a parlare della pedagogia come scienza, anche se si tratta ancora di
filosofia; a quell’epoca scienza voleva dire sapere sistematico, ordinato, mentre oggi per scienza si intende
anche altro, messo a fuoco nella seconda parte dell’800.
- Si sviluppa il movimento culturale del positivismo, generato dai progressi tecnologici e dai mutamenti sociali
che hanno accompagnato la rivoluzione industriale su scala europea. Rispetto a questo la reazione della
filosofia è di tipo difensivo: c’è una larga preoccupazione per la rivoluzione industriale che automatizza
l’uomo e si sostiene che l’educazione deve mirare ad una formazione umanistica basata sui classici. Tuttavia
la forza della rivoluzione industriale è tale che sorge un’altra forma di filosofia (positivismo), che intende
sostituire la filosofia con la scienza come fondamento del sapere umano: la vita sociale deve essere
organizzata sulla base del sapere scientifico.
Si parla quindi di pedagogia come scienza dell’educazione: l’educazione è un insieme di fatti sociali e per
capirla bisogna studiare con i metodi della scienza i fatti sociali, che sono qualcosa di osservabile, verificabile
e talvolta misurabile; gli scopi invece si possono vedere solo con la mente e su di essi si può fare solo una
riflessione.
In Italia il positivismo arriva a partire dal 1870 e ha una stagione piuttosto breve, infatti a fine secolo si sta già
consumando; nonostante ciò il positivismo pedagogico italiano è stato molto importante (es. Gabelli mette in
evidenza l’importanza sociale della scuola).
Agli inizi del secolo viene sconfitto dalla reazione neoidealista, che invece sostiene che ridurre il sapere allo
studio dei fatti rappresenta una forma di sapere rozzo che non permette l’accesso alle verità universali;
soltanto la filosofia permette l’accesso a verità eterne. I principali esponenti sono Benedetto Croce e
Giovanni Gentile. La pedagogia ritorna ad essere filosofia dell’educazione. Ad occuparsi di pedagogia fu
Gentile, che ebbe una cattedra universitaria di pedagogia e di filosofia; nel 1900 scrisse Il concetto scientifico
dell’educazione che rappresenta un attacco al positivismo ma l’opera principale è Sommario di pedagogia
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come scienza filosofica (1912). Questo modello sopravvive fino al 1970.
Gli anni ’70 vedono l’estenuazione del modello filosofico della pedagogia ad opera del modello delle scienze
dell’educazione, che giunge in Italia dall’estero (paesi anglosassoni e Francia). Questo modello fa perno sulle
discipline scientifiche che si occupano anche di educazione. Scienze dell’educazione: discipline extra-
pedagogiche che si occupano dell’educazione (antropologia dell’educazione, sociologia dell’educazione,
pedagogia dell’educazione...). Questo modello sconfigge la forma della pedagogia come filosofia
dell’educazione pe
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