ESAME NEUROPSICOLOGIA
PROF. G. CURCIO
CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN PSICOLOGIA CLINICA
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DELL’AQUILA CRISTIANA
NEUROPSICOLOGIA: DEFINIZIONE, STORIA, NEUROPSICOLOGIA COGNITIVA
La neuropsicologia è una branca della psicologia che si occupa degli effetti del danno cerebrale sul
comportamento, sul comportamento inteso nel senso più ampio possibile, può essere vista come
un evoluzione del corso di psicologia cognitiva perché di fatto la neuropsicologia si occupa di
vedere come il danno, quindi la patologia del processo cognitivo normale e questa patologia può
coinvolgere sia gli aspetti puramente cognitivi e questo è facile da immaginare, ma anche quelli di
tipo emotivo, motivazionale, sociale, di interazione con gli altri, ed ha due scopi, uno che è di tipo
euristico, cioè di spiegazione generale del fenomeno, quindi cercando anche di andare ad
identificare i correlati neurali di quelle funzioni mentali siano esse cognitive o più psicologiche di
tipo emotivo, motivazionale ecc. e dall’altro ha invece uno scopo di tipo clinico, nello specifico di
diagnosi e soprattutto negli ultimi decenni di riabilitazione di questi deficit, perché sostanzialmente
uno dei vantaggi della neuropsicologia è che quando noi ci troviamo di fronte ad u ictus, un
tumore, un trauma, una degenerazione qualsiasi del tessuto nervoso possiamo vedere queste
alterazioni, ma tramite i test di tipo neuropsicologico possiamo far emergere un effetto che in realtà
prima non si vedeva.
Anzi addirittura la neuropsicologia in passato, prima del neuroimaging, si occupava proprio di
capire quale potesse essere la lesione sulla base del danno comportamentale o cognitivo, quindi
se si perdeva il linguaggio si intuiva che il danno sarebbe potuto essere collocato più o meno nelle
aree del linguaggio, se si perdeva la motilità di un arto superiore, o dell’emicorpo, si deduceva che
il danno era invece a carice delle aree motorie ecc.
Ora invece il compito è prettamente di tipo clinico, ovvero di diagnosi e soprattutto di riabilitazione
di questi deficit, perché il neuroimaging ci dice dove precisamente è il danno, quindi è importante
ed è l’evoluzione della psicologia cognitiva proprio per quell’aspetto euristico perché ci permette di
dare le basi neurali a quelle teorie che la psicologia cognitiva si sforza di sviluppare
periodicamente.
La neuropsicologia è ovviamente anche figlia di un movimento di tipo culturale, scientifico che è il
localizzazionismo, che nasce già tra il ‘700 e l’800 con i vari movimenti come ad esempio la
frenologia di Gall, sostanzialmente la neuropsicologia dice: se io capisco che c’è un danno al
comportamento o agli aspetti cognitivi ecc… in una persona che ha subito un trauma o che ha una
degenerazione o un tumore in una certa zona posso cercare di capire che quella funzione mentale
fa capo a quell’area che è stata coinvolta.
La frenologia, a suo modo, cercava di proporre una correlazione tra lo sviluppo di una facoltà
cognitiva e il volume della corteccia cerebrale che era responsabile, che risultava responsabile di
quella specifica funzione e poi la relazione tra queste cose anche con la struttura ossea
sovrastante, e questo è il punto più discutibile, che non è stato supportato da un punto di vista
scientifico che ha fatto poi crollare tutta la teoria, ricordando la psichiatria criminale, Lombroso ecc.
sostanzialmente si cercava di identificare dalla forma del cranio le eventuali tendenze crminali e
devianti delle persone, questo aspetto mutuato da una parte dalla psichiatria criminale dall’altra
dalla frenologia fece crollare quella che era un idea geniale proposta da Gall che puntava a
spiegare il localizzazionismo.
Il concetto di correlazione anatomo clinica è fondamentale perché esiste una associazione tra il
disordine, il disturbo, il malfunzionamento comportamentale, quindi di una specifica funzione e una
lesione specifica, circoscritta di una zona abbastanza limitata del cervello che ci permette quindi di
dire che se io vedo quel danno e so che c’è quel danno a livello anatomo funzionale ho
evidentemente identificato la base neurale di quella funzione in quella specifica area cerebrale.
Storicamente questa cosa ha una storia molto lunga, sostanzialmente nasce alla fine del 700, il
primo è stato Bouillaud che agli inizi dell’800 ha cominciato a studiare pazienti cerebrolesi per vari
motivi e comincio a fare delle correlazioni di base, i pazienti che avevano un danno principalmente
a livello frontale avevano disturbo del linguaggio importanti e quindi cominciò a condurre questa
correlazione anatomo clinica dicendo il linguaggio è localizzato, è dominato da alcune zone frontali
del cervello.
Più o meno nello stesso periodo troviamo Paul Broca, considerato uno dei padri, se non il padre
della neuropsicologia che parte anche lui da un caso di un paziente noto come “Tan Tan” perché
erano le uniche parole che riusciva a pronunciare e Broca studiò questo paziente lo descrisse in
maniera abbastanza accurata anche da un punto di vista neurale con un analisi post-mortem e
notò che questa persona che aveva perso tutte le capacità di produzione del linguaggio, tanto che
non riusciva a dire altro che “Tan”, aveva una lesione ben specifica in una zona ben circoscritta la
cervello, questa zona era il piede, quindi la parte più ventrale, più bassa, della terza
circonvoluzione frontale dell’emisfero sinistro.
Quindi quella che era un’affermazione di Bouillaud molto ampia e generica Broca la circoscrive ad
una area ben precisa.
Nel periodo a cavallo tra fine ‘800 e inizi ‘900 c’è invece un periodo meno pioneristico della
neuropsicologia che è quello invece in cui vengono sviluppati un po' i modelli dell’attività mentale
ed è anche quel periodo in cui la neuropsicologia non sapendolo si lega alla psicologia cognitiva,
quella branca della psicologia che studia le teorie e i modelli.
Sostanzialmente la psicologia cognitiva ci dice qual è la normalità del processo cognitivo, cosa
faccio io quando recupero la parola da una lista di parole, quando mi trovo per strada e devo fare
più cose, il famoso multitasking, e quali sono le funzioni che metto in campo in quel momento.
La neuropsicologia mi dice invece quale di queste procedure io sbaglio a fare a causa di un danno
permanente o temporaneo di quella specifica area cerebrale che coordina quell’attività, che sia
memoria, attenzione, ragionamento o pianificazione delle attività ecc.
In questo periodo più classico della neuropsicologia tutte le funzioni mentali vengono
rappresentate facendo capo a dei modelli che sono di tipo centro connessioni, ovvero c’è un
centro, un pallino connesso a un altro pallino connesso a un altro pallino e fa capire come quella
funzione mentale è articolata da un punto di vista modellistico, ma sempre strizzando l’occhio
all’aspetto neurologico, ovvero sempre dicendo: qui c’è il linguaggio che si collega al lessico, ma
evidentemente queste due aree stanno più o meno nell’area frontale piuttosto che nell’area destra,
sinistra e così via, la volontà era sempre quindi quella di unire la psico con la neuro.
Per centro e connessioni si intende che di fatto il centro è la rappresentazione localizzata in certe
regioni specifiche della corteccia cerebrale, le connessioni sono la linea che collega le due funzioni
che di fatto sono dei fasci che si ipotizza essere di sostanza bianca, quindi se i centri sono corticali
sono di sostanza grigia, le connessioni sono sottocorticali e quindi di sostanza bianca che
servirebbero a collegare i centri con le connessioni consentendo il fatto che queste informazioni
passano da una parte all’altra in maniera mutua, in modo che si scambiano informazioni da una
parte all’altra e ovviamente permettono che queste informazioni possano essere ricodificate da un
formato ad un altro.
Immaginiamo ad esempio che l’area di Broca può scambiare informazioni con le aree posteriori
per esempio relativamente non solo a come si pronuncia quell’oggetto, ma a come quell’oggetto è
in natura, il colore, la forma, le dimensioni ecc.
Questi modelli di attività mentale, sempre nel periodo classico, fine ‘800 inizio’900, sono di diversi
tipi, alcuni sono basati sul cervello, la maggior parte di questi, si strizzava l’occhio un po' alla
neurologia perché si cercava il più possibile di trovare un supporto alle idee prettamente
psicologiche o cliniche e quindi ogni centro connessione viene localizzato in una struttura
cerebrale ben specifica, alcuni in realtà erano non basati sul cervello, perché in realtà venivano da
delle osservazioni puramente cliniche e non si sapeva quella funzione da cosa dipendesse.
Quindi molti modelli che partivano dall’osservazione clinica non facevano riferimento alle strutture
cerebrali perché non erano note, c’erano poi i modelli misti che cercavano di mettere insieme le
poche informazioni che c’erano su alcuni aspetti e cercavano di elaborare modelli in cui alcuni
centri venivano localizzati in determinate strutture mentre altri venivano solo disegnati ma non si
sapeva dove stessero fisicamente all’interno del cervello.
Uno dei primi modelli che sono stati proposti basato sul cervello è stato quello proposto da
Wernicke (1874), che faceva vedere sostanzialmente come delle zone chiaramente localizzate
all’interno del cervello venivano rimandate a delle funzioni specifiche , quello era il periodo in cui si
studiava principalmente il linguaggio, le altre funzioni erano meno studiate, soprattutto perché il
linguaggio era subito evidente la localizzazione del danno oppure era possibile dimostrare da un
punto di vista clinico delle curiosità, stranezze, espressive o di comprensione.
Sostanzialmente quello che si vede è che collocava all’interno del cervello principalmente tra lobo
temporale e il piede della terza circonvoluzione alcuni centri, uno era il centro delle immagini
acustiche verbali, perché si era notato che quando c’erano difficoltà di comprensione si trovava
sempre un danno da queste parti e Wernicke lo chiamava centro delle immagini acustiche verbali,
è quindi come se le immagini acustiche che arrivano dall’orecchio vengono rappresentate in un
punto e se in quel punto è presente un danno si perde la capacità di rappresentare queste cose
udite e quindi non c’è comprensione di ciò che viene detto.
Dall’altra parte c’è una localizzazione del centro delle immagini motorie e verbali quando io devo
pronunciare, dire, produrre delle parole.
Questi due centri venivano collegati da una serie di vie motorie, c’erano delle vie acustiche
afferenti, quindi dall’orecchio arrivavano al centro delle immagini acustiche verbali e poi quelle
motorie efferenti, se io devo produrre la parola evidentemente dovrò attivare tutto il mio apparato
fonoarticolatorio e lo faccio grazie alle vie efferenti che mi innervano fino all’apparato fonatorio.
Questo è un modello storicamente importante, era la base di quello che oggi noi sappiamo
dell’afasia, Wernicke era riuscito a dare un’immagine che era molto importante per la
comprensione del linguaggio.
Sempre riguardo al linguaggio e ai disturbi del linguaggio, quindi all’afasia, una decina di anni
dopo è stato fatto un modello misto, quello di Lichtheim, perché alcune funzioni erano note e si
sapevano localizzare, altee non era ben chiaro dove si trovassero, quindi si metteva il pallino, il
centro in un punto di cui non si conosceva la sede ma sicuramente si riconosceva l’esistenza della
funzione.
Lichtheim diceva che c’è un centro delle immagini acustiche, localizzato nel lobo temporale a cui
arrivano le afferenze di tipo uditivo che scambia le sue informazioni in maniera ricorsiva con il
punto M che è il centro delle immagini motorie che anche esso è localizzato, ma esiste anche un
centro dei concetti che mi permetterebbe di collegare quello che sento con il significato di quella
parola, che loro non sapevano localizzare e sostenevano fosse diffuso in tutta la corteccia, e
questa cosa qui permette poi a livello motorio di far fuoriuscire l’atto motorio.
Tutto questo tramite dei processi, che sono dei processi di elaborazione a livello motorio o a livello
uditivo che stanno però qua e là, è un modello meno chiaro, meno localizzato, è misto perché
mostra delle cose che si conoscono e che si conosce dove stanno e propone dei processi che
sappiamo che ci sono ma non sappiamo dove sono localizzati.
Sempre nel periodo classico tra fine ‘800 e i il primo ventennio del ‘900 vengono essenzialmente
condotti degli studi su singolo paziente, oggi è una delle cose più strane, oggi quando si presenta il
dato sul singolo paziente di solito storciamo il naso, perchè siamo abituati ad aspetti di tipo
statistico, a grossi numeri, alla validazione di uno studio che sia basato su numeri grossi che ci dia
anche un’immagine della complessità del fenomeno, ma allo stesso tempo della generizzabilità del
fenomeno a più persone, allora si vedevano pochi casi anche perché non è che ci fossero tutti
questi pazienti che avevano la possibilità di essere ricoverati e osservati all’interno di ospedali,
oggi è molto più frequente esistono molte unità di neurologia, neuropsichiatria, neuropsicologia,
quindi molti traumatizzati o con ictus o con tumori ecc. si rivolgono a queste strutture e vengono
attentamente esaminati, quindi sappiamo tanto e tanto di tanti.
La neuropsicologia classica studiava il caso singolo perché di solito si veniva colpiti dalla
peculiarità, dalla specificità e anche dalla selettività del sintomo, nel senso che si andava a vedere
proprio i casi positivi, ovvero è presente un danno in quel punto e c’è un effetto, senza tener conto
del fatto che c’erano molte persone che avevano subito uno stesso danno ma che magari non
avevano manifestato nessun effetto a livello cognitivo, comportamentale o psicologico.
Questi casi positivi, eclatanti tipo “tan tan” venivano descritti clinicamente mediante osservazione,
sostanzialmente mi metto di fronte al paziente, lo osservo e dico quello che vedo e tiro fuori delle
idee sulla base di quello che vedo, in realtà non utilizzando alcun test, è quindi il mio punto di vista,
la mia capacità di estrarre informazioni da quello che vedo, ma non è qualcosa che io posso
condividere con gli altri, non c’era alcuna volontà ne interesse ad utilizzare soggetti di controllo,
quindi vedere come un normale faceva quella prova rispetto a quel caso che stava studiando e
non si teneva conto dei casi negativi, cioè di quelli che avevano lo stesso danno nello stesso punto
ma non manifestavano quell’effetto, oggi sappiamo che la maggior parte della popolazione
ultrasessantenne ha una quantità di danni vascolari ed ischemici silenti che a quel tempo nessuno
poteva immaginare.
Molte delle persone normali che vivono nelle nostre case hanno dei danni, piccoli, circoscritti, di
tipo di solito vascolare o ischemico che sono però assolutamente negativi, ovvero che non
comportano nessun effetto a livello comportamentale o cognitivo.
Per studiare questi casi singoli il supporto gli veniva offerto dal fatto che all’epoca la medicina non
era particolarmente affidabile e buona come oggi, quindi questi pazienti solitamente di lì a poco
decedevano e quindi davano la possibilità di fare un esame anatomo patologico post mortem in cui
si metteva in relazione il danno osservato pochi giorni prima nel paziente con il danno che si
osservava a livello anatomo patologico sul cervello di quel paziente.
Oggi molte di quelle cose si potrebbero osservare anni dopo, perché un paziente che ha avuto un
trauma cranico può vivere altri 30 anni stando benissimo, il supporto ora ci viene dal neuroimaging.
La neuropsicologia classica era ovviamente attaccabile nel senso che tutta questa osservazione
clinica importante e che ha gettato le basi anche per buona parte della medicina clinica, in realtà
questa osservazione clinica molto basata sull’esperienza era assolutamente non replicabile, non
era quantitativa e ovviamente non era analizzabile statisticamente e non era standardizzata.
La risposta a questa osservazione clinica non quantificabile, non standardizzata, che non segue
delle regole ben chiare è la nascita di una neuropsicologia un po' più metodologicamente affidabile
e questo nasce più o meno negli anni ’50 in cui cominciano ad essere condotti degli studi di
gruppo, ma non era solo per cattiveria o incapacità che prima non veniva fatto, ma perché prima
pazienti afasici un clinico ne veniva molto pochi in un anno, oggi in una qualsiasi clinica di
riabilitazione arrivano 15 afasici a settimana in ogni clinica è quindi molto più facule avviare studi di
gruppo rispetto ad allora.
Dalla metà del secolo scorso cominciano questi studi di gruppo, che sono studi che consentono di
avere accesso a vaste casistiche di pazienti che vengono selezionati sul tipo di lesione oppure sul
lato della lesione oppure sul tipo di danno, esteso, circoscritto ecc. perché ovviamente lo possiamo
fare sulla base delle informazioni che si ricevono dal neuroimaging.
Se faccio questo posso cominciare ad usare una quantità di test psicometricamente validi,
standardizzati e che siano abili a quantificarmi il livello cognitivo o psicologico a seconda di quello
che misuro di quella funzione.
Se lo faccio su grossi numeri allora comincio ad avere quella distribuzione che mancava al periodo
pioneristico della neuropsicologia, poi ovviamente quando ho una quantità di dati su tanti soggetti
tra di loro anche abbastanza confr
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