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Musica e didattica della musica

Nel mondo ci sono i suoni, i nostri rumori e quelli delle vite degli altri. Nella pratica meditativa, si impara ad ascoltare suoni e rumori da una radicale trasparenza. Come fossimo uno sfondo limpido, ascoltiamo i suoni sorgere, restare un certo tempo, svanire. Cerchiamo di non soffermarci sulla causa che li ha prodotti, ma di prestare piuttosto attenzione alla loro vibrazione e alla reazione immediata che suscitano in noi: piacere, dispiacere, indifferenza. Anche queste reazioni sono rumori. Il Maestro thailandese Ajahn Chah diceva: «Non uscite a disturbare i suoni». Spesso, le nostre reazioni sono molto più rumorose del rumore stesso. Ogni suono sorge su uno sfondo di silenzio e svanisce in uno sfondo di silenzio. Un detto zen confida: «Il silenzio che precede la musica e quello che la segue sono musica». - Chandra Livia Candiani

Canzone introduttiva

Akai-hana: è un testo giapponese che dice “ti dono un fiore rosso da mettere nei capelli”.

Scopi del corso

Gli scopi del corso sono principalmente due:

  • Individuare i fondamenti della disciplina per definire lo statuto epistemologico dell’educazione musicale;
  • Fornire dei criteri metodologici-didattici per unire la teoria alla pratica.

Per fare questo procederemo in modo induttivo (si deve promuovere un apprendimento di tipo attivo, Dewey) e ci muoveremo intorno a quattro assi portanti:

  • La musica e le sue tre prospettive che definiscono lo statuto epistemologico della disciplina.
    • Con la prospettiva analitica capiremo come è fatta la musica.
    • Con la prospettiva semantica capiremo il significato della musica per la cultura che ne fruisce.
    • Con la prospettiva psicologica capiremo che cosa mi dice la musica (sfera dell’empatia, emotività…).
  • L’insegnante. Il percorso prenderà avvio dall’analisi dell’identità musicale nostra poiché saremo noi i futuri insegnanti: partiremo dalle nostre competenze, dai nostri vissuti, dalle pratiche quotidiane che permeano la nostra frequentazione con la musica; poi prenderemo in considerazione le competenze specifiche che vengono richieste all’insegnante per proporre la musica nella scuola dell’infanzia e primaria; cercheremo di giocare questo ruolo dell’insegnante a livello di auto-apprendimento per educare all’orecchio, alla voce, alla percezione, alla didattica del ritmo, alla melodia, all’armonia ecc., così da essere in grado di progettare a partire dalle Indicazioni per il Curricolo.
  • I bambini. Noi, futuri docenti, dovremo partire dai bambini, dal loro vissuto, da ciò che portano. Essi non sono un vaso vuoto da riempire ma hanno già un vissuto musicale che portano a scuola e che offrono all’insegnante e ai compagni. I bambini vanno capiti. Dobbiamo capire i meccanismi della percezione musicale, i tempi e le modalità di sviluppo dell’esperienza musicale collegando lo sviluppo, anche cognitivo e motorio, allo sviluppo musicale dei bambini (io insegnante devo sapere quale attività proporre ad un bambino di 3 anni piuttosto che a uno di 10, devo tenere conto di questo excursus di crescita formativa che il bambino ha).
  • L’azione didattica. Non esiste una metodologia didattica musicale più appropriata, ma va rapportata a seconda del contesto, dell’età ecc. Bisogna lavorare sui vari nuclei fondanti della disciplina: fruizione, produzione, rielaborazione della musica attraverso altri linguaggi (la trasversalità della musica è forte poiché essa è legata a tutte le altre discipline, soprattutto con quelle espressive); e sui nuclei tematici prettamente musicali: suono, ritmo, melodia, armonia, forme musicali.

Saperi impliciti da cui partire

  • La musica è: Melodia; un mezzo che ci aiuta a comunicare; un piacere; unione; una sequenza di suoni e rumori; un linguaggio; qualsiasi suono può essere considerato musica; un’armonia di suoni; un’arte; canto; un mezzo di espressione; ritmo; matematica; un suono piacevole; condivisione; qualcosa che ti accompagna; tradizione; sognare; un insieme di suoni armoniosi; cultura; universale; poesia; emozione; nell’orecchio di ascolta. Tali cose toccano diversi aspetti della musica: aspetto della comunicazione e del linguaggio, sfera emotiva, cognitiva, musicale, dimensione socializzante.
  • La musicalità è: Viene scelta in base ai propri gusti; orecchio; caratteristica che varia da paese a paese; per comprendere il ritmo; armonia; va allenata; la capacità di produrre suoni e di interpretarla; un insieme di suoni che creano un’armonia; interna all’individuo; essere portati per la musica; essere capaci di creare una sequenza di suoni che, messi insieme, creano qualcosa di nuovo e di armonioso; sentirsi dentro la musica, essere la musica; qualcosa che incide sulla scelta musica dell’individuo; personale; un insieme di suoni che sono carichi di significato il quale può essere differente da persona a persona; intonazione; interpretazione.
  • La musicalità del bambino è diversa da quella dell’adulto? Sì, quella del bambino è una musicalità più acerba perché la musicalità dipende anche dalla conoscenza di diverse melodie; dipende dal significato della musicalità; è diversa perché il bambino è meno allenato: la musicalità non è solo ascolto ma anche ragionamento, riflessione sulla musica; siccome la musicalità fa parte dell’individuo si evolve man mano che la persona cresce e fa esperienza nella musica; il bambino è più musicale dell’adulto, perché i bambini sono molti istintivi e riuscivano a buttarsi di più nella musica di un adulto; non c’è differenza perché la musicalità è un qualcosa di universale; il bambino ha un registro di comprensione diverso da quello dell’adulto: la musicalità fra adulto e bambino è comunque la stessa; anche secondo me, l’unica cosa che fa la differenza è l’esperienza. Nonostante essa sia più difficile nei bambini che negli adulti (perché gli adulti si portano dietro un’esperienza anche inconsciamente che ha inciso sul loro modo di sentire la musica), la musicalità è innata, è dentro di noi, va solo sviluppata.
  • Quali sono le caratteristiche del bambino musicale? Un buon orecchio; saper percepire la differenza tra suono e rumore; un buon ascolto; saper prestare attenzione; essere capaci di riprodurre la musica, la melodia; avere senso del ritmo; essere capaci di riprodurre suoni o rumori; capire la differenza tra suono e silenzio; saper creare un pezzettino musicale; essere creativo nella musica; saper cogliere le differenze nell’ascolto dei vari brani; desidera esprimersi con la musica in modo spontaneo, senza ripetere a pappagallo; sa distinguere in modo naturale, senza che nessuno glie l’abbia insegnato, le differenze tra tipi di suoni.
  • Quali dovrebbero essere le competenze dell’insegnante di musica?
  • Quali sono gli scopi dell’educazione musicale?

La comunicazione musicale

La musica è:

  • Un mezzo per l’espressione e la regolazione di emozioni;
  • Una pratica sociale (ballo, cerimonie religiose, canti, rituali…), tesa a rinforzare i legami identitari di gruppo;
  • Una forma di ricerca e riflessione sul mondo (la musica non è solo ascoltare e produrre ma anche riflettere su quello che siamo e capire chi siamo, dove siamo…).

La musica è considerata una componente antropologica universale ed è presente in ogni forma di cultura (presente e passata). Quando parliamo di musica possiamo far riferimento a tali autori:

  • Lo psicologo Gardner: l’esperienza musicale riguarda una forma di pensiero che non è riconducibile ad altre, una modalità particolare di ricostruzione mentale ed espressione della realtà (una delle 9 intelligenze), caratterizzata da un medium espressivo, ovvero il suono.
  • Rousseau: la musica è un mezzo comunicativo distinto dal sistema verbale e ad esso antecedente (ipotesi oggi confermata dalla ricerca neuropsicologica).
  • Il pedagogista Dewey: la musica è un’arte, o meglio le valenze espressive della musica la accomunano alla dimensione comunicativa dell’arte.
  • Il linguista e semiologo Roman Jakobson: la musica è un linguaggio. La comunicazione musicale è accostata alla comunicazione verbale, perché con essa condivide le stesse componenti e le stesse funzioni; in merito alle componenti c’è un mittente, un destinatario, un canale (dove passa il suono), un codice (che ha a che fare con la notazione ma anche no), un contesto (in cui la musica si esprime).

A livello musicale:

  • Il mittente (colui che crea il messaggio) è il compositore che scrive il brano, il musicista jazz che improvvisa.
  • Il destinatario (colui che riceve il messaggio) è l’ascoltatore.
  • Il messaggio in musica, secondo Nattiez, ha una triplice definizione a seconda che si ponga come brano musicale concepito/interpretato dall’esecutore (livello poetico), come brano musicale che viene scritto e fissato in partitura (livello neutro) o brano musicale che viene interpretato da chi lo ascolta (livello estetico).
  • Il canale (il mezzo che porta il messaggio) è la radio, lettore musica digitale, concerto live amplificato, concerto a teatro, una partitura che ci aiuta a ricostruire mentalmente immagini uditive.
  • Il codice (il sistema delle regole che permette di creare il messaggio, ossia l’alfabeto, la sintassi, l’ortografia nella lingua) sono le note che insieme formano un’armonia; distinguiamo il sistema tonale (es. sinfonia di Mozart) che si basa su due tonalità di scale (maggiore e minore), il sistema modale/modo gregoriano (4 modi autentici e 4 plagali), la dodecafonia (12 semitoni).
  • Il contesto d’uso corrispondono ai luoghi in cui viene fatta musica (teatro, palestra, stadio, discoteca, a scuola) e le situazioni d’uso (da soli, insieme, in una dimensione corale…).

Ma a cosa serve la musica? Secondo Jakobson le funzioni della comunicazione musicale sono cinque (così come quelle della lingua):

  • Espressiva: la musica esprime emozioni; il focus dell’atto comunicativo è rivolto al mittente che ha l’intenzione di dare espressione alle proprie/altrui emozioni.
  • Conativa: per convincere (es. il dj guida i movimenti del suo pubblico, la mamma canta la ninna nanna per far addormentare il bambino); il focus dell’atto comunicativo è il destinatario.
  • Poetica: per dare forma a idee sonore (lo fa sia chi compone, che vuole avere un certo tipo di effetto, sia chi ascolta); il focus dell’atto comunicativo è il messaggio, perché si vuole fruire/costruire qualcosa di bello.
  • Fàtica: per controllare che il canale comunicativo funzioni (in lingua è il ‘mi senti?’, in musica è un modo per sentirsi vicini, stare con sé stessi e con gli altri, ad es. adolescenti con le cuffie); il focus dell’atto comunicativo è il canale.
  • Metalinguistica, metamusicale: per spiegare come funziona un dato elemento del linguaggio musicale (es. l’insegnante di violino che spiega come realizzare il detaché); il focus dell’atto comunicativo è il codice.

Musica e significati

È importante marcare una distinzione tra il linguaggio verbale e quello musicale.

  • In lingua il rapporto tra significato e significante è univoco (es. la parola “gatto” ha lo stesso significato per tutti).
  • In musica il rapporto tra significato (quello attribuito dall’ascoltatore, dal compositore o dall’interprete) e significante (l’oggetto sonoro in sé) non è lo stesso, è ambiguo. Il linguaggio musicale si basa non su segni ma su simboli e, trattandosi di un linguaggio connotativo (e non denotativo), può dar adito a una molteplicità di significati possibili, che dipendono da fattori come il nostro precedente vissuto, la familiarità che abbiamo con un certo repertorio, le caratteristiche strutturali della musica.

Abbiamo ascoltato: “La cavalcata delle Valchirie” di Richard Wagner. Wagner scrisse e rappresentò tale opera nel 1856 (fa parte di quattro sue opere, eseguite anche alla Scala). Tale brano (carattere possente, orchestrazione imponente, scansione ritmica incalzante, volate degli archi) è stato utilizzato in molteplici film, come:

  • Apocalypse Now (1979). C’è un’esaltazione assoluta nel momento in cui partono gli elicotteri per andare a bombardare un villaggio. La musica è apocalittica. Il regista Coppola è riuscito a dare quel senso di pace e di tranquillità che poi è stato sconvolto completamente dall’arrivo degli elicotteri. Il significato del brano e la sua drammaticità è stato esaltato dall’immagine del regista: quello che succede in musica è successo nell’immagini.
  • The Blues Brothers (1980). La scena è quella di nazisti americani che inseguono una macchina. Il significato del brano è stato capovolto da Landis, quasi ridicolizzato: abbiamo una caduta discendente.

Quindi la musica può sottolineare, integrare o capovolgere i significati veicolati dagli altri linguaggi (verbale, iconico, gestuale), come appare evidente a un’attente lettura dei meccanismi di senso usati nei messaggi multimediali (pubblicità, cinema, videoclip).

A cosa serve la musica?

Per ricordare eventi, provare emozioni, muoversi con il corpo, evocare immagini. È possibile interpretare e dare un significato alla musica. Imberty (psicologo sulla musica, che ha scritto tante opere sullo sviluppo musicale del bambino attraverso un’analisi filosofica, psicologica e musicologica), nel 1986 ha individuato tre assi portanti dell’interpretazione musicale:

  • Asse cinetico (legato al movimento: il corpo che si muove nello spazio)
  • Asse iconico (legato alle suggestioni di immagini)
  • Relativo agli stati di integrazione/disintegrazione dell’io (legato a emozioni personali che la musica evoca).

Durante una ricerca sui gusti musicali degli adolescenti, Stefania Lucchetti (insegnante al conservatorio di Bolzano e all’università di Padova) ha integrato il modello di Imberty distinguendo tra differenti stili di ascolto, ricavati dall’individuazione delle relazioni esistenti tra le sensazioni veicolate dall’ascolto (cosa mi dice) e quelli che vengono considerati essere per l’ascoltatore i tratti strutturali prevalenti (come lo dice):

  • Ascolto col corpo (mi muovo, vado a ritmo): il corpo è un catalizzatore di movimento e di emozione.
  • Ascolto e con gli occhi vedo/evoco immagini, con il cuore sento emozioni
  • Ascolto e con la mente analizzo un brano musicale, il testo, la forma, do significato, capisco come funziona.

Secondo Stravinsky: “Una musica ha tanti significati quante sono le chiavi di lettura adottate da chi la ascolta”. “Una musica evoca, suggerisce… rimanda a una nebulosa di significati” (Eco). Se nel linguaggio il significato è univoco, nella musica i codici utilizzati dall’ascoltatore possono non coincidere con quelli del compositore/interprete. Quindi la musica può avere tantissimi significati a seconda del nostro vissuto personale ed emotivo.

Se ascolto un canto giapponese e non conosco la lingua, riesco lo stesso ad apprezzarlo per il ritmo, la melodia, il sound, mentre diverso è leggere e capire un testo scritto (per apprezzarlo è essenziale conoscerne il codice).

La musica è un simbolo da interpretare

La musica ha in sé:

  • Una parte di natura: caratteristiche di senso che travalicano le culture e fan leva su meccanismi psicologici di origine innata (come le traslazioni di movimento o di quiete veicolati attraverso la dimensione ritmica, frequentemente letti attraverso schemi emotivi, o la capacità di leggere a livello sinestetico le impressioni date dall’ascolto, utilizzando metafore che chiamano in causa altri canali percettivi); ad es. alcune musiche che hanno un certo ritmo danno un’idea di quiete e riposo, altre di agitazione e frenesia e coinvolgono il corpo/il movimento ed anche altri linguaggi (gestuale, verbale, iconico).
  • Una parte di cultura: legate alle convenzioni d’uso, alle funzioni e ai significati che abbiano assimilato grazie alla nostra immersione in un determinato contesto sociale (es. musica da chiesa).

Attività: scrivere quello che proviamo nel momento dell’ascolto

  • Paul Lang – Comptine Dun Autre Eté, from “Yann Tiersen Amélie”: nostalgia, malinconia, danza, attesa, tristezza, ricordo, rigenerazione, determinazione, equilibrio, trasporto, lontananza, leggerezza ecc. Tale musica segue dei registri molto precisi: quello ritmico, della tonalità e dell’armonia; noi gli abbiamo dato un nostro significato personale, basandoci su un nostro pregresso interiore o sulle nostre sensazioni.
  • Secondo brano: grinta, caos, esplosione, confusione, tensione, futuristico, frenetico, psichedelico, ricerca, corsa, confusione, tenebroso ecc. Tale brano ha base ritmica forte, note acute, pianoforte. Esso è diviso in due parti: la prima era di attesa, ansia poi dopo una sospensione seguita dall’esplosione; abbiamo assistito a una progressione discendente con l’intento di mettere ansia.
  • Giovanni Allevi – “Ti scrivo”. Il fatto di scrivere una lettera concretamente ci fa agganciare a questo brano.
  • Ninna nanna. La funzione è quella di far addormentare il bambino, ma questo fa parte della nostra cultura.
  • Felix Mendelssohn - “Sogno di una notte di mezza estate”. Non è stato pensato per la marcia nuziale ma, culturalmente, viene usato in tal modo.

La nostra capacità di cogliere la relazione tra str...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/07 Musicologia e storia della musica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lauracapodimonte98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Musica e didattica della musica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Giunta Claudia.
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