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Realtà e immagine della politica estera italiana

L'evoluzione degli studi di storia delle relazioni internazionali in Italia e il loro contributo alla storia dell'Italia repubblicana (A. Varsori)

La storia diplomatica italiana ha avuto le sue radici nella creazione dello stato unitario e nel progressivo affacciarsi del paese sulla scena internazionale con le aspirazioni a svolgere un ruolo di grande potenza. Nell’ambito universitario, gli studi sono strettamente collegati con la nascita della facoltà di scienze politiche nei primi anni venti e dalla creazione di corsi di storia dei trattati e politica internazionale, sancita nella seconda metà degli anni trenta. Essa risentiva fortemente dei legami con la facoltà di giurisprudenza, di cui erano le filiazioni e di stampo giuridico.

L'attenzione degli storici si concentrava sul momento istituzionale, politico-diplomatico delle relazioni internazionali sui rapporti tra gli stati, principalmente sulla formazione degli accordi internazionali. Le fonti derivavano principalmente dai ministeri degli affari esteri, mentre i “decisori” erano i vertici dello stato, responsabili di dicasteri degli esteri, appartenenti al corpo diplomatico. La prospettiva era in larga misura vista in ottica italiana, ma non si trascuravano le fonti diplomatiche delle maggiori potenze europee, né il legame esistente con la carriera diplomatica, visto che la storia dei trattati era una delle materie richieste nel concorso del ministero degli affari esteri.

Mentre per quanto riguarda i temi, l’attenzione era rivolta al periodo rinascimentale e su quello dell’Italia liberale con qualche sconfinamento politico in temi contemporanei. La storia dei trattati parve mantenere nel dopoguerra la propria funzione nel quadro delle strutture universitarie. L’esponente principale è Mario Toscano. Aveva avviato negli anni '30 una bellissima carriera accademica di fede fascista e per ragioni razziali è stato costretto ad abbandonare la cattedra, ma poi maturò un atteggiamento contrario al regime. Divenne l’esponente di spicco della scuola di storia diplomatica, che oltre a dargli il rango di ambasciatore rafforzò la sua funzione di autorevole ed ascoltato esperto della carriera diplomatica, comprovato da verbali di varie riunioni ai più alti livelli dell’amministrazione del ministero.

In Francia, si stava sviluppando la scuola della storia delle relazioni internazionali. Questo approccio pone in rilievo come per la comprensione storica non ci si possa limitare alla dimensione politico o diplomatica, ma si doveva ampliare la prospettiva di indagine alle cosiddette “forze profonde” (es: partiti politici, forze economiche, opinioni pubbliche). Questa nuova impostazione trova in Italia una risposta positiva in alcuni studiosi di storia moderna o contemporanea, come Chabod, che l’applica allo studio dell’origine della politica estera italiana. Viene in parte criticato da Toscano, che sottolineava il rilievo e l’autonomia della storia diplomatica, delle sue fonti specifiche, che provenivano principalmente dal ministero degli affari esteri italiano.

Nel 1946 su ispirazione di De Gasperi il ministro degli affari esteri aveva dato via a un’ambiziosa collezione di documenti diplomatici italiani che dovevano analizzare la storia italiana dal 1861 a quel momento. Toscano privilegiava una visione italo-centrica e temi relativi all’ottocento con qualche incursione nel periodo fascista. Lo studio dell’Italia repubblicana sembrava uno studio troppo recente, vicino nel tempo, anche perché era indisponibile agli archivi del ministero perché si basava sulla regola dei 50 anni. Nonostante ciò, Toscano partecipava sempre a dibattiti di politica estera italiana con temi di attualità, i suoi interventi diventano di carattere semi-ufficiale, quasi da interprete delle posizioni di Palazzo Chigi e poi della Farnesina.

Il 1968: momento di svolta radicale

Il 1968 rappresenta un momento di svolta radicale (politico, sociale, culturale). La storia contemporanea fa il suo ingresso negli studi storici, nei corsi universitari e nei settori dell’opinione pubblica. Il fascismo e la resistenza erano gli ambiti più studiati, l’interesse si spostò alle masse e in prevalenza partiti politici e sindacati, si attivarono corsi di storia dei partiti o dei sindacati, quasi del tutto scomparsi però ora. L’attenzione di questi storici si ampliò ai primissimi anni del dopoguerra e alla costituzione dell’Italia repubblicana, con una visione molto critica, che deriva dall’influenza esercitata dalle forze di sinistra (PCI) in ampi settori del mondo culturale e universitario.

La storia dei trattati trasformò la sua definizione in storia delle relazioni internazionali, legandosi di più all’approccio diplomatico e gli storici venivano percepiti dalla maggioranza dei colleghi di contemporanea come “passatisti”, incapaci di adeguarsi alle nuove correnti storiografiche.

La “scoperta dell’America” negli anni '60

Alla metà degli anni Sessanta alcuni storici delle relazioni internazionali intrapresero una svolta negli interessi e negli approcci della disciplina attraverso quella che potrebbe definirsi una “scoperta dell’America”. Hanno trascorso molto tempo di studio e ricerca lì, vennero in contatto con la storia della guerra fredda, che stava vivendo una fase abbastanza vivace per due fattori: uno di forte contestazione nei confronti del potere e della società occidentale ad opera di rappresentanti delle scienze umane, determinato dalle posizioni della New Left, la lotta contro la guerra in Vietnam e lo scandalo Watergate, e l’altro di apertura grazie ai Freedom of Information Act, così come avvenne in GB. Queste nuove fonti e gli esiti di alcuni studi stimolarono gli studiosi italiani ad aprire un nuovo filone di studi, che riguardava la collocazione internazionale dell’Italia tra la fine della guerra e l’inserimento del paese nel sistema occidentale.

Le ricerche condotte a Padova a metà degli anni '70 si fecero in un clima politico in cui l’opinione pubblica si interrogava sulle ragioni della conventio ad excludendum del PCI, trovando le origini di un sistema politico bloccato nelle scelte compiute dall’amministrazione Truman e nell’allineamento della DC e di De Gasperi alle posizioni americane, con un’evocazione dell’immagine di un paese a sovranità limitata a causa della guerra fredda. Le tesi circa un’influenza fondamentale esercitata dagli USA e dalla GB nella nascita e consolidamento della Italia repubblicana vennero prese in considerazione dagli storici contemporaneisti.

La scuola toscaniana e la riforma universitaria degli anni '80

Per la scuola toscaniana, ha preso ora le redini Pastorelli, e sembrava rimanere fedele alle concezioni della storia diplomatica e a una prospettiva italo-centrica, interessata alle vicende dell’Italia liberale e fascista. Nei primi anni Ottanta, con la conseguenza della riforma universitaria del 1980, si avviava una razionalizzazione delle carriere, una stabilizzazione di molti precari che sono diventati ricercatori universitari confermati e si istituiva il dottorato di ricerca sul modello delle altre potenze europee. Apparente rafforzamento delle strutture universitarie fu una serie di opportunità per una nuova generazione di studiosi.

La nascita di due dottorati di storia delle relazioni internazionali, uno a Firenze e uno a Roma, aprì nuove prospettive. La scuola fiorentina vedeva giovani ricercatori formarsi e sposavano l’esigenza di collocare i propri studi sul dibattito storico internazionale più ampio, di tipo anglo-americano, legato alla storia della guerra fredda e ora caratterizzato dalla scuola post-revisionista. Non mancavano studi sulla posizione internazionale dell’Italia repubblicana negli anni '40-'50, ma legati ad una prospettiva USA o GB. Questi lavori erano caratterizzati da un approccio di storia diplomatica, con un progressivo ampliamento del numero e del carattere dei decisori, come militari, maggiori leader, partiti politici.

La scuola fiorentina traeva vantaggio dai coinvolgimenti in un progetto ambizioso di ricerca internazionale di Girault sulla percezione di politica di potenza in Francia, GB, Germania e Italia in tre periodi fondamentali (38-40, 45-50, 50-57). Questo progetto ha avvicinato una parte di storici delle relazioni internazionali alle nuove generazioni di storia economica internazionale, americana, europea-orientale come dimostravano i tre volumi sulla politica di potenza che si riferivano al congresso di Sevres (82), di Augsburg (84) e di Firenze (87).

Il progetto aveva favorito l’apertura di archivi del ministero degli affari esteri, sotto la responsabilità di Serra, fino alla metà degli anni '50. Questi testi però non hanno avuto un impatto significativo sugli studi di carattere generale della storia dell’Italia. Alcune valutazioni sulla scelta occidentale vennero date per acquisite e alcune interpretazioni erano meno ideologiche e schematiche rispetto a quelle del decennio prima. Si afferma l’ipotesi che una volta compiute le scelte fondamentali (atlantica/USA e europea) il ruolo internazionale dell’Italia degasperiana dei decenni dopo si fosse adagiato ad una conferma di tali scelte. Questo era riflesso nei testi di scuola delle superiori dove si trovava ampio spazio alle trasformazioni economico-sociali italiane negli anni del boom ma senza citare la partecipazione italiana al processo di integrazione europea.

Ma sia gli storici della guerra fredda sia quelli dell’integrazione finirono presto per trovarsi di fronte un ostacolo importante che derivava dalla mancata disponibilità alla fonte italiana degli archivi dopo la metà degli anni '50, mentre i maggiori archivi occidentali procedevano a una costante declassificazione dei documenti sulla base della regola dei trent’anni che consentiva ai colleghi stranieri di avviare studi sulla metà degli anni '50 e '60.

La crisi della prima Repubblica e il dialogo della storia delle relazioni con quella contemporanea

La crisi della prima repubblica ha avuto un impatto importante e innovativo sugli studi del ruolo internazionale italiano e il dialogo tra gli storici. Nella prima metà degli anni '90 si fece strada tra gli storici contemporanei, che avevano anche maturato un preciso interesse per lo studio della dimensione internazionale, l’esigenza di un ripensamento di carattere generale sulla storia della prima repubblica dalla sua nascita fino alla sua crisi. C’era la convinzione che il collasso dei partiti fosse legato non solo al fenomeno della corruzione e della disaffezione degli elettori ma anche dalla fine della guerra fredda, dal rapido mutare degli equilibri in Europa e dal contesto internazionale, le importanti novità politiche ed economiche portate dal trattato di Maastricht.

Era una tendenza facilitata da un po’ di fattori collegati: da iniziative culturali (istituto Luigi Sturzo, Gramsci, Craxi), la disponibilità degli archivi di alcune personalità di spicco della storia (Berlinguer, Moro, Fanfani) che avevano svolto un ruolo significativo nella conduzione della politica estera. Le istituzioni culturali volevano offrire una valutazione più equilibrata della storia del sistema politico che aveva caratterizzato 50 anni di storia italiana. La presenza di nuove fonti consentiva di aggirare la indisponibilità di documenti conservati negli archivi del ministero e ciò aggiungeva anche una massa di documenti stranieri disponibili dagli anni '80. Le iniziative delle istituzioni erano la realizzazione di alcuni progetti di ricerca complessi su una serie di momenti della storia repubblicana. Si tradussero poi in convegni importanti, e dalla pubblicazione di opere, o volumi.

Lo scopo era di offrire una riflessione storiografica con un’attenzione particolare non solo alle questioni interne, ma anche al contesto internazionale, perché partiva dal presupposto che non potessero essere comprese completamente se non collegate. Ciò favorisce il dialogo e lo scambio di valutazioni tra gli storici con anche studiosi che pur non rientrando nello specifico campo disciplinare avevano dedicato la loro attenzione al nesso interno/internazionale per comprendere a pieno la recente storia d’Italia. Negli atti della conferenza, la presenza di storici internazionali era più significativa. Dagli studi effettuati da essi, emergevano alcune importanti interpretazioni che rappresentavano elementi di novità rispetto a valutazioni offerte prima.

Per primo, si delineava una visione complessa e sfaccettata del ruolo internazionale del paese, con un intreccio forte di obbiettivi di politica estera e condizionamenti interni. Il rapporto con gli USA era tormentato, frequenti incomprensioni tra Washington e la leadership democristiana e l’aspirazione di Roma ad un ruolo più autonomo. Si sottolinea inoltre l’attenzione dedicata all’Italia nelle prime fasi di integrazione con un ruolo attivo e ambizioso, più di sempre. Inoltre l’Italia è stata attiva anche con i paesi del terzo mondo e con le organizzazioni internazionali. In più apparivano gli esiti di un progetto di ricerca di interesse nazionale coordinato da un gruppo di storici che si basano sulla collaborazione di appartenenti al settore di storia delle relazioni internazionali e americanisti ed Europa orientale.

L’indagine aveva coinvolto sia accademici strutturati sia giovani ricercatori e aveva mirato ad individuare i caratteri di lungo periodo di ruolo internazionale nel corso del secolo breve (17-89) sebbene poi l’attenzione ha finito con il concentrarsi sull’Italia repubblicana. Concetto fondamentale è quello di nazione che ha rappresentato un punto di riferimento essenziale nella politica estera italiana fino alla fine della seconda guerra mondiale, e aveva posto l’illusione di diventare una grande potenza. Le classi dirigenti italiane accettarono il principio di interdipendenza mirando ad inserirsi in una serie di organizzazioni multilaterali, sia in occidente che nel sottosistema europeo occidentale senza trascurare la partecipazione a organizzazioni globali (ONU). L’Italia cercò di costruire un ruolo di media potenza regionale, cercando di esercitare qualche influenza nelle due tradizioni zone d’azione (Mediterraneo e Europa). Con lo scorrere del tempo l’Italia era passata ad accettare la prospettiva di una sempre più forte integrazione, assegnando alla costruzione europea molto rilievo.

L’Italia si era pienamente inserita nell’evoluzione del sistema internazionale. Venivano lanciati due progetti di ampio respiro: uno sulle origini della repubblica e uno sugli anni '70. Il primo studio, gli aspetti internazionali non vedono il contributo di storici delle relazioni e capitoli sull’aspetto internazionale di questo biennio, fatto da grandi autori esperti ma non dava elementi nuovi interpretativi. Il secondo invece era articolato su una serie di convegni che hanno dato origine a 4 volumi che coprivano tutti gli aspetti della storia italiana nel decennio. Un volume di Giovagnoli e Pons era dedicato alla dimensione internazionale, erano intervenuti anche storici delle relazioni ma erano prevalenti i contemporaneisti. Non emerge però una chiara linea interpretativa perché è sintomo di un crescente interesse per gli anni '70, determinato anche dalla documentazione disponibile negli archivi del PCI e dalle fonti americane, gran parte dell’attenzione era concentrata nei confronti dell’eurocomunismo o del rapporto con gli USA, dal possibile coinvolgimento del PCI nel governo (dibattito aperto politico del decennio).

Questo ha dato origine a numerosi studi di storici affermati e di giovani ricercatori. Il carattere comune è il rigetto delle vecchie interpretazioni apparse negli anni '70, fondate sull’ipotesi di amministrazioni americane chiuse e animate dall’impedire ad ogni costo l’arrivo del governo al PCI. Ne emerge un quadro contrastato da profonde differenze tra le varie amministrazioni americane, di errori di prospettiva e di forti condizionamenti dall’interno di forze italiane, in particolare del PCI e della necessità di dare spazio all’ambito internazionale.

Il volume di Giovagnoli e Tosi è dedicato invece all’analisi dell’alleanza occidentale ed è più equilibrato dal punto di vista del rapporto tra i due tipi di storici. La collaborazione tra i vari ambiti storici risultò in maniera evidente in alcuni progetti mirati a esaminare il ruolo giocato da alcuni statisti della prima repubblica. Il primo da ricordare è il volume su Fanfani. L’opera un ritratto quasi completo delle attività dello statista democristiano in campo internazionale e vedeva contributi storici di vari ambiti disciplinari, sia giovani ricercatori che studiosi esperti. Dal volume usciva smentita la visione di Fanfani interessato solo alle questioni mediterranee, perché le sue energie e la sua attenzione erano concentrate in vari aspetti del ruolo internazionale confermando come gli anni '50-'60 sono stati i più produttivi dal punto di vista della politica estera e non sempre andate male.

Un altro interesse importante è la figura di Aldo Moro, non solo per la sua tragica fine, ma anche per l’ampia disponibilità di carte reperibili dall’archivio centrale di stato e per offrire una prospettiva di indagine nuova nei confronti di questo uomo politico accostato alle sole vicende interne a dispetto della sua carriera da ministro degli esteri. La maggior proposta è stata un progetto articolato in due convegni uno a Lecce nel 2008 sulla politica estera e il secondo a Roma sempre 2008 sulla politica interna. Gli atti offrivano una consistente messe di materiale e di informazioni e una visione sfaccettata della figura e dell’azione di Aldo Moro. Il volume ha rappresentato un importante punto di riferimento e la figura di Moro ha offerto la possibilità di una sintesi tra politica interna ed estera. Un’altra figura democristiana è Andreotti per il suo versamento del ricco e monumentale archivio privato dell’istituto Sturzo. In questo caso, la dimensione internazionale è prevalsa su quella interna perché anche le carte negli archivi privilegiavano le cose sulla politica estera.

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

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