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rapporto scritto dal giudice non è un documento probatorio privilegiato ma

comunque un mezzo di prova opponibile. Inoltre, come stabilito dalla

legislazione sportiva vigente, i giudici devono essere terzi ed imparziali e

la difesa deve essere assicurata in ogni stato e grado del processo. E’ bene

ricordare la nota sentenza del 22 maggio 2003, assunta in una controversia

tipicamente tecnica e dalla quale ha tratto origine il caso Catania. In questa

circostanza, la Corte Federale della FIGC si è pronunciata sulla violazione

del diritto processuale di opposizione del terzo, poiché non è stato

garantito il diritto di contestazione e di difesa; il tutto, in riferimento

all’articolo 32 comma 5 dello statuto , secondo cui ogni tesserato o

affiliato alla FIGC può ricorrere alla Corte federale per la tutela dei diritti

personali o associativi che non vengono garantiti dall’ordinamento

federale. Notiamo, dunque, come la tutela del principio di contradditorio

rende invalide le norme tecniche che possono essere impugnate dinnanzi

ad un giudice ordinario o ad un giudice amministrativo quando sono affette

da una causa di nullità.

IL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE E IL DIRITTO ALLA PROVA

Il procedimento disciplinare ha una natura inquisitoria. Si è cercato, in tutti

i modi, di attribuire una certa tutela al diritto di difesa e al rispetto del

contradditorio, mediante anche il rafforzamento di istituti già esistenti. Lo

statuto della FIGC, ad esempio, ribadisce l’importanza del diritto di difesa

e la necessità di garantirlo nonché il bisogno di fissare i termini processuali

e dei depositi richiesti che, compatibilmente con le esigenze di celerità

della giustizia sportiva, garantiscono ed assicurano agli associati,

l’effettivo esercizio del diritto di difesa e il contradditorio fra le parti. Nella

prassi dei giudizi disciplinari, la responsabilità viene normalmente

attribuita al tesserato sulla base di dichiarazioni di testimoni o molto

spesso sulla base di verbali dell’arbitro (violazione norme tecniche) o del

responsabile dell’ufficio indagini della procura federale ( violazione di

norme disciplinari).

Questi verbali hanno un valore di prova privilegiato nel dibattimento

successivo all’istruttoria. Un esempio rilevante di questa situazione

giuridica si ritrova nell’ordinamento della Federazione Italiana Giuoco

Calcio. In un certo senso, i rapporti dell’arbitro, degli assistenti e del

quarto ufficiale fanno piena prova circa il comportamento di tesserati in

occasione dello svolgimento delle gare. L’unica contro-prova che può

essere presentata in giudizio è la visione di documenti televisivi, le cui

immagini testimoniano come il tesserato non ha assolutamente commesso

l’infrazione.

Nel giudizio per illecito sportivo e per violazioni in materia gestionale ed

economica, la Commissione disciplinare è investita dei più ampi poteri di

indagine in ordine all’assunzione di prove, avvalendosi se necessario

dell’Ufficio indagini. Il diritto alla prova, che deve essere raccolta nel

contradditorio del dibattimento, appare menomato per l’impossibilità

dell’incolpato di difendersi adeguatamente durante il processo, che come

detto precedentemente ha una struttura inquisitoria nella formazione della

prova. La violazione del diritto alla prova si verifica clamorosamente nel

dibattimento. I regolamenti delle varie federazioni sportive consentono che

le dichiarazioni rese nel processo disciplinare inerente al tesserato vengano

acquisite durante il dibattimento senza che lo stesso possa interrogare i

soggetti che lo accusano e contestarne le affermazioni. Tutto questo in

contrapposizione con quanto affermato dall’articolo 111 della

Costituzione, in cui si sottolinea come la persona accusata debba avere la

facoltà , davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone

che rendono dichiarazioni a suo carico. Alla luce di tutto questo, è del tutto

illegittima la previsione della presunzione di responsabilità disciplinare

delle persone fisiche e delle società.

IL PROCEDIMENTO ARBITRALE AMMINISTRATO E IL DIRITTO

DI GIURISDIZIONE

La clausola compromissoria si può considerare valida solo quando la

procedura si configura come strumento alternativo e volontario rispetto al

giudizio ordinario e non determini una rinuncia assoluta alla giurisdizione.

Sono, inoltre, da considerarsi invalide tutte quelle clausole, accettate dal

tesserato, che impediscono il ricorso ad organi di giustizia ordinari o

amministrativi. E’ poi assolutamente inaccettabile che il Coni possa

scegliere la composizione delle commissione giudicanti e dei collegi

giudicanti, determinandone preventivamente gli arbitri. Tutto questo è

collegato alla volontarietà dell’arbitrato. Come stabilito dalla Corte

costituzionale, l’arbitrato trova il proprio legittimo fondamento nella

concorde volontà delle parti, causando però la compressione del diritto di

difesa e la violazione del principio di tutela giurisdizionale.

Esistono diversi modelli arbitrali. Tuttavia, tutti sono caratterizzati dalla

libertà per le parti di optare per il giudizio privato. Ne deriva che risulta

essere illegittima la sottrazione alle parti della possibilità di nominare

direttamente il terzo arbitro o di individuare un meccanismo diverso, che

non sia fondato sulla loro volontà. La questione non riguarda solo

l’illegittimità della pregiudiziale sportiva per cui è competente la Corte

costituzionale ma la nullità dei regolamenti delle federazioni sportive

nazionali che prevedono un arbitrato irrituale amministrato nonché

l’invalidità dei relativi lodi, per il cui accertamento è competente il giudice

ordinario. In un certo senso, nonostante la controversia venga giudicata da

un collegio di arbitri irrituali, il giudice ordinario mantiene comunque il

potere di deliberare in ordine alla validità ed efficacia della clausola

compromissoria. Secondo il principio contenuto nell’articolo 810 del

codice di procedura civile, la nomina degli arbitri, compreso il presidente

del collegio, non può che essere attribuita alle parti; tale nomina può essere

attribuita al presidente del tribunale solo se una parte ha omesso di

nominare il proprio arbitro o le parti non abbiano trovato un accordo al

riguardo. Si tratta, comunque, di situazioni particolari.

L’ESSENZA ESECUTIVA DELLA GIUSTIZIA SPORTIVA

Come testimonia la pratica forense, anche nello sport, l’attività giudiziale

non è diretta all’astratta applicazione delle norme positive né ad una

discussione sul principio di giustizia ma all’esecuzione della sentenza o del

lodo arbitrale. In una concezione astratta e statica della giurisdizione,

l’esecuzione corrisponde sicuramente a quella necessaria fase

amministrativa che consegue all’esito del giudizio di cognizione. Pertanto,

manca nella struttura del giusto processo dove la decisione conclusiva è

irrevocabile e il giudice abbandona la competenza a dirigere l’utilizzo del

titolo esecutivo.

In una prospettiva processuale del giudizio, invece, l’esecutività è la fase

caratteristica dell’attività giurisdizionale, che permette di rendere concreto

il provvedimento del giudice. Nell’ambito della giustizia sportiva, dati i

tempi rapidi con cui si svolgono le attività agonistiche, è assolutamente

richiesta una certa celerità risolutiva da parte del giudice. Le decisioni di

primo grado, pertanto, sono subito esecutive e il Giudice della

impugnazione può sospenderle solo in presenza di gravissimi motivi.

La questione assume una sua particolare rilevanza quando l’efficacia

esecutiva viene anticipata rispetto alla formazione definitiva del giudicato

per ragioni cautelari.

LA RICUSAZIONE DELLA GIUSTIZIA ORDINARIA

Data l’autonomia dell’ordinamento sportivo, l’organizzazione politica e

amministrativa dello sport italiano si è spesso rifiutata di eseguire le

decisioni emanate in materia sportiva, dai giudici statali, come nei noti casi

di Catania Calcio nel 1993 3 nel 2003 nonché nella clamorosa vicenda dei

giocatori cubani di pallavolo nel 2003. Cinque pallavolisti della nazionale

cubana erano fuggiti dal ritiro della propria squadra in Belgio nel

dicembre 2001 e avevano ottenuto non solo l’asilo politico in Italia ma

anche lo status internazionale di rifugiati per ragioni umanitarie, chiedendo

alla Federazione italiana pallavolo il tesser<amento, nonostante non fosse

stato rilasciato alcun transfer da parte della federazione di Cuba. Dopo

numerosi ricorsi, alcuni Tribunali italiani hanno ordinato alla federazione

nazionale e a quella internazionale di eseguire il tesseramento richiesto ma

la Federazione italiana pallavolo cosi la FIGC per i casi riguardanti il

Catania Calcio non hanno eseguito quanto ordinato dai giudici statali. E’

stato così compiuto un illecito penale, trattandosi dei reati sia di omissione

di atti d’ufficio che di inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità.

CAPITOLO II

La legge n.280/2003 rappresenta un importante punto di arrivo di un

percorso di oltre mezzo secolo che ha caratterizzato il diverso

atteggiamento dello Stato nei confronti delle istituzioni sportive.

Dopo aver provveduto con la legge n.426/1942 a gettare le fondamenta

dell’intero movimento sportivo nazionale, lo Stato non si è più occupato

delle federazioni, tanto che queste hanno finito per caratterizzarsi come

ordinamenti autonomi, tanto da occuparsi direttamente della risoluzione

delle controversie che riguardano l’ambito sportivo.

Subito dopo la guerra, la concezione statalistica del diritto stentava ad

essere superata e vi era chi metteva in discussione non solo l’esistenza di

un diritto sportivo ma la giuridicità delle norme stesse che disciplinavano

la vita delle federazioni. Alcuni autori, invece, hanno ritenuto che vi fosse

un legame intrinseco fra il diritto dello sport e il diritto naturale. Il

sostanziale disinteresse dello Stato permetteva ovviamente all’ordinamento

dello sport di autoregolamentarsi e configurarsi come un ordinamento

autonomo, con proprie norme e proprie forme di organizzazione.

Quando però intorno agli anni ’70 l’ordinamento statale si ritrovò ad

essere coinvolto nella disciplina di alcuni aspetti essenziali

dell’ordinamento sportivo, come la tutela d’interessi d’ordine economico e

lavoristico, non poté più ignorare la necessità di un suo intervento

disciplinare nell’ambito del diritto dello sport.

La decisione di un pretore milanese di bloccare il calcio mercato,

ravvisando inesistenti intermediazioni illecite nei tesseramenti degli atleti

sarà solo uno dei primi e tanti episodi con cui incominciò a prendere forma

la conflittualità fra le due giustizie, quella statale e quella sportiva che

dotate di proprie norme statutarie, chiedeva di poteri autodisciplinare,

senza che fosse necessario il ricorso al giudice statale nella risoluzione

delle controversie sportive.

Il DL 19 agosto 2003 n.220 ha consentito alle FIGC di assicurare il

regolare inizio dei campionati. Esso è stato accolto con grande clamore

dall’opinione pubblica.

L’articolo 1 è parso subito privo di una sua portata innovativa. Si finisce

per ribadire come l’organizzazione dell’ordinamento sportivo si risolva nei

poteri attribuiti al Coni e alle Federazioni sportive nazionali.

L’articolo 2, invece, pretendeva di riservare all’ordinamento sportivo la

disciplina di praticamente tutte le questioni abitualmente ricomprese nel

concetto di giustizia sportiva.

La legge di conversione aveva lasciato inalterata la struttura del decreto,

finendo per non chiarire i diversi dubbi interpretativi sino a questo

momento rilevati.

Occorre però dire come l’obiettivo primario di separare le due giustizie sia

stato assolutamente mancato, tante da non riuscire con chiarezza a

determinare i diversi ambiti di competenza della giurisdizione statale e di

quella sportiva.

A seguito della legge costituzionale n.3/2001 che ha modificato l’articolo

117 della Costituzione in tema di potestà legislativa delle Regioni, anche la

legge n.280/2003 fa riferimento concreto al concetto di ordinamento

sportivo. A prescindere dalla impossibilità di poter costruire un

ordinamento sportivo mondiale, in Italia si avverte ben presto una seria

difficoltà nel disciplinare il Coni, che si inserisce bel contesto sportivo

internazionale. Ed è anche il caso di aggiungere che se l’ordinamento

sportivo nazionale facente capo al Coni viene comunemente configurato in

modo unitario piuttosto che come somma di tanti ordinamenti quanti sono

le FSN, nella maggior parte dei casi i conflitti normativi con l’ordinamento

generale non si verificano indistintamente con esso ma con le specifiche

prescrizioni del Coni e con quelle delle singole federazioni.

Una particolare attenzione merita sicuramente la qaudripartizione della

giustizia sportiva in:

Disciplinare

- Tecnica

- Economica

- Amministrativa

-

Tale quadripartizione, tuttavia, appare tuttavia inutilizzata , nonostante

venga abitualmente richiamata dalla giurisprudenza. La legge n.280/2003

non inserisce assolutamente i vari tipi di giustizia fra i parametri da

utilizzare per secernere le pretese sportive statualmente rilevanti da quelle

insignificanti. Non tutte le situazioni soggettive, infatti, possono assumere

una loro rilevanza nell’ambito della giustizia sportiva. Inoltre, la

distinzione non trova alcun riscontro negli statuti e nei regolamenti federali

Analizziamo ora le 4 diverse forme di giustizia:

Quella disciplinare, a cui molti attribuiscono anche alcuni

- provvedimenti non adottati in un procedimento disciplinare ma

riguardanti generalmente altre aree.

Quella tecnica, ristretta originariamente alle regole di gara, ha finito

- poi per estendersi alla valutazione del merito sportivo per

l’ammissione ai vari livelli agonistici o dirigenziali e, persino, per la

convocazione alle rappresentative nazionali oltre che alle sanzioni

meramente sportive

Quella economica, che riassume in sé almeno 3 tipologie di

- contenzioso, molto diverse fra di loro sotto vari aspetti. Un primo

gruppo ricomprende situazioni giuridiche soggettive obbligatorie che

trovano la loro fonte in accordi o in precetti risarcitori imposti

direttamente dalle norme federali. Un secondo gruppo, invece,

riguarda le controversie fra società e atleti professionisti. Il richiamo

è alla legge n.91/1981, in cui è previsto l’inserimento della clausola

compromissoria all’interno dei contratti di lavoro. Considerazioni a

parte meritano le controversie dei professionisti di fatto, cioè di

quegli sportivi che, non ricompresi in suddetta legge, esercitano

prestazioni che devono considerarsi lavoristiche, nonostante

appartengano a delle federazioni dilettantistiche. Un terzo gruppo,

invece, riguarda il contenzioso in tema di tesseramento che in realtà,

a sua volta, ricomprende altri due diversi rapporti: uno riguardante

l’attribuzione dello status di tesserato da parte della relativa

federazione; l’altro concernente, invece, vincolo con la società di

appartenenza.

La quarta forma di giustizia è poi quella amministrativa, forse la più

- arbitraria. Di essa, secondo alcuni autori, si può discorrere solo in

senso residuale e atecnico, per il semplice fatto che in alcune

federazioni esistono dei rimedi interni contro decisioni federali

assimilabili a ricorsi gerarchici, anche se questo non deve indurci ad

una generalizzazione, nel senso che non può derivarsi il principio di

ricorribilità delle delibere federali alle istanze superiori, anche perché

alcune di esse sono definite impugnabili.

L’osservatore disattento potrebbe ritenere che la legge n.280/2003 sia il

fondamento normativo dell’ordinamento sportivo e che la giustizia

sportiva abbia finalmente ricevuto dalla medesima la sua giusta e

definitiva consacrazione.

Nell’articolo 1, viene riconosciuta l’ autonomia dell’ordinamento sportivo,

ribadita poi nell’articolo 2. Sicuramente il termine autonomia assume

diversi significati in base al contesto in cui viene inserita.

Nell’ambito della teoria pluralistica si definiscono autonome le aree di

attività che rilevano solo all’interno degli ordinamenti diversi da quello

statuale. Riferita agli enti pubblici, invece, l’autonomia sta ad indicare la

potestà di emanare norme regolamentari e statutarie mentre, se collegata

all’agire privato, si risolve nella possibilità accordata all’agente di

costruire liberamente schemi contrattuali atipici nel rispetto della legge. Il

principio di autonomia dell’ordinamento sportivo, infine, è contenuto

anche nello Statuto del Coni con espresso riferimento all’indipendenza di

giudizio e di valutazione da ingerenze di natura religiosa e politica.

Preso, dunque, atto della legge n.280/2003, essa non rinnova affatto la

posizione dei soggetti che concorrono con il Coni a formare l’ordinamento

sportivo ma pone in essere sempre una disciplina inidonea a selezionare le

questioni riservate all’ordinamento sportivo.

Una funzione fondamentale viene a questo punto assunta dalla legge

n.241/1999 che si occupa dell’organizzazione sportiva nazionale. Non si

ignora come la legge n.280/2003 abbia privato di tutela situazioni

soggettive parimenti fondate su norme primarie, da ritenersi abrogate in

quanto incompatibili col nuovo assetto. In un ordinamento giuridico come

il nostro, anche la giustizia sportiva, nella sua fase giudiziaria, non può

ignorare il contenuto della Costituzione o del codice civile, in tema di

materia associativa. Lo sport professionistico, infatti, solleva non solo

importanti questione di rilevanza pubblicistica ma anche privatistica,

specie in materia di diritto del lavoro e diritto commerciale.

La riconosciuta natura di ente pubblico del Coni impone di considerare

impugnabili innanzi al Tar del Lazio, con sede a Roma, tutti i

provvedimenti dallo stesso adottati nell’esercizio della propria funzione

amministrativa, molti dei quali vanno direttamente ad incidere su posizioni

giuridiche soggettive, sia delle stesse federazioni che delle affiliate e dei

tesserati di queste.

Per quanto concerne poi la rilevanza statuale degli atti posti in essere dalle

federazioni, secondo quanto ribadito dal decreto Melandri, esse possiedono

sia una personalità di diritto privato che una personalità di diritto pubblico,

poiché finiscono per svolgere delle attività di natura pubblicistica

individuate nello Statuto del Coni.

E’ certo che la progressiva giurisdizionalizzazione delle controversie

sportive offre delle garanzie maggiori in ordine alla possibilità, per gli

incolpati, di esercitare il loro diritto di difesa. Al fine, quindi, di evitare la

proliferazione di ricorsi, dunque, è auspicabile l’affermazione di un

indirizzo che pur non escludendo un possibile intervento del Tar del Lazio

in riferimento alla risoluzione di suddette controversie, non consenta allo

stesso il sindacato sull’entità della sanzione concretamente inflitta.

LA PREGIUDIZIALE SPORTIVA E LA SALVEZZA DELLE

CLAUSOLE COMPROMISSORIE

La legge di conversione ha stabilito che il presupposto fondamentale

affinchè si potesse proporre il ricorso al giudice amministrativo, era la

necessità che fossero esauriti i gradi di giustizia sportiva, pena

l’inammissibilità del ricorso o della citazione. Risulta così fissata per legge

la pregiudiziale sportiva, oggetto in precedenza di numerosi dibattiti.

Sorprende, a questo punto, la posizione di chi ha ritenuto possibile passare

direttamente alla proposizione del ricorso al giudice amministrativo,

attraverso gli atti del Coni e delle federazioni sportive. Preso in analisi il

contenuto della legge di conversione, bisogna però sottolineare come la

giustizia sportiva esaurisce i proprio gradi nella Camera di Conciliazione e

Arbitrato dello Sport, presso il Coni, le cui decisioni sono definite in base

al contenuto dei regolamenti sportivi, identificabili come lodi arbitrali. In

pratica, tale pregiudiziale sportiva finiva per svuotare le attribuzioni

esclusive attribuite al Tar del Lazio, dalla legge 280/2003.

Necessita di chiarimenti anche la riserva di salvezza delle clausole

compromissorie previste dagli statuti federali, da quello del Coni e dalla

legge 91/1981. La disposizione normativa in questo caso, appare del tutto

priva di significato, per il semplice fatto che le clausole compromissorie

già valide non necessitavano di ulteriori rafforzamenti, mentre quelle che

in precedenza non lo erano non possono considerarsi ora sanate dalla

medesima. E’ questo il caso delle clausole compromissorie previste negli

statuti e nei regolamenti di alcune federazioni, per risolvere le controversie

tra società e atleti formalmente dilettanti ma in realtà professionisti.

Ferma resta la giurisdizione del giudice ordinario sui rapporti patrimoniali.

Tuttavia, una più attenta lettura della legge 280/2003 convince sul

contrario. Essa dispone solo sui rapporti patrimoniali fra società,

associazioni ed atleti, tralasciando altre figure importanti come allenatori o

dirigenti, nonostante queste lacune possano comunque essere colmate

facendo riferimento ad ulteriori fonti, con la conseguenza che i dicta che

riguardano quelle categorie, esse3ndo essi lodi irrituali, potranno essere

impugnati innanzi al Tribunale della circoscrizione in cui è sede

dell’arbitrato, in unico grado e in funzione del giudice di lavoro.

Diverso è il discorso riguardante i professionisti di fatto, poiché la clausola

compromissoria inserita nei loro contratti di lavoro, non prevista dalla

legge o da alcun accordo, sarebbe da considerarsi nulla, con la differenza

che costoro potrebbero direttamente adire al Tribunale in funzione di

giudice del lavoro, anche in presenza di un lodo precedentemente emesso

ma dato inutilmente per difetto di arbitralità oggettiva.

Nel caso in cui le pretese lavorative dovessero essere rivolte nei confronti

di società o associazioni fallite non potrebbe che subentrare la competenza

del Tribunale fallimentare. Problemi di competenza tra giudice ordinario e

giudice specializzato del lavoro potrebbero sorgere anche per quei casi in

cui sia dubbia l’esistenza di un rapporto di lavoro, sia esso subordinato o

autonomo, anche in relazione a recenti modifiche, introdotte dalle FIGC,

che prevedono l’erogazione di determinate somme di denaro in favore di

atleti dilettanti che disputano in campionati nazionali.

Un ulteriore lacuna deve denunciarsi a proposito delle controversie che

possono essere intentate da società e associazioni fra loro, che in alcune

federazioni vengono risolte con il modulo dell’arbitrato ad hoc mentre in

altre, come la FIGC, sono devolute alla cognizione di un organo

specializzato, la Commissione Vertenze economiche, che di recente ha

esaminato il caso che coinvolgeva il Bologna col Chievo per l’ingaggio del

calciatore Eriberto. Non può nemmeno sostenersi che il contenzioso tra

società ed associazioni sia attribuito alla giurisdizione esclusiva del Tar del

Lazio, non risultando in tali tipi di controversie, parte in causa alcuna P.A.

La stragrande maggioranza di controversie tra società sono risolte con il

modulo arbitrale, tanto che la CVE e la FIGC spesso rivestono la funzione

di collegio arbitrale, specie per il loro ruolo di terzietà.

In un certo senso, l’articolo 3 della legge n.280/2003 non è idoneo a

devolvere al Tar Lazio le impugnative dei lodi irrituali emanati in tema di

controversie fra le medesime società sottraendole all’assorbente normativa

civilistica. Inoltre, come riusciamo a comprendere dall’analisi di suddetta

legge, lo stesso diniego discriminatorio di tesseramento non può essere

affidato alla competenza del giudice amministrativo, essendo questa una

competenza del Pretore, ora Tribunale, data l’attinenza della materia ai

diritti fondamentali dell’individuo, eventualmente anche quello al lavoro

dei professionisti, sia formali che di fatto.

Il contenzioso sul tesseramento, normalmente ricompreso nella giustizia

economica, mostra un lato particolarmente contradditorio: esso, infatti, è

complicato dalla circostanza che con il rapporto di vincolo coesiste l’altro

aspetto dello status di tesserato che compete alla federazione di

appartenenza. La previsione legislativa della spettanza al giudice ordinario

dei rapporto patrimoniali e quindi lavoristici fra società ed atleti offre lo

spunto per prendere in considerazione il ricorso innanzi al Tar Lazio in

tema di accertamento della validità del contratto quale fonte del

tesseramento e l’impugnativa dei lodi dei Collegi arbitrali relativi alle

inadempienze delle parti in ordine al medesimo contratto, innanzi al

Tribunale Ordinario in unico grado, in funzione di giudice di lavoro.

Possiamo tranquillamente giungere alla conclusione che se si è stabilito

che il contratto di lavoro debba accordarsi, nei suoi contenuti, all’accordo

collettivo, lo si è fatto per attribuire maggior potere di controllo, anche in

tale ambito, alle FIGC e alle AIC. Al di là di ogni interpretazione, tuttavia,

deve in ogni casso ritenersi assorbente la considerazione che le federazioni

sono assolutamente libere, quali persone giuridiche associative, di

scegliere gli schemi organizzativi su cui modellare i propri sistemi

giustiziali. Tuttavia, la loro autonomia non può spingersi oltre il contenuto

dell’ex articolo 1322 comma 1 cc, sino a vanificare il contenuto di una

legge dello Stato.

CAPITOLO III

La legge n.280/2003, che ha convertito in legge il decreto legge

n.220/2003, viene spesso indicato come il decreto salva campionato. Il

diritto dello sport ha finito per configurarsi come una materia

interdisciplinare. Il che costringe l’esperto a confrontarsi non solo con le

norme di provenienza sportiva ma con quelle di provenienza statale,

comunitaria ed internazionale. Oggi il diritto dello sport è una materia che

ha assunto una sua particolare rilevanza da un punto di vista giuridico:

viene studiata nei corsi universitari e nelle scuole di specializzazione e

spesso gli studenti scelgono, per la tesi, argomenti attinenti il diritto

sportivo. Per affrontare lo studio di questa materia nel modo più degno,

bisogna sicuramente avere dimestichezza con carte federali e conoscere

quelle che sono le branche del diritto che, in questo caso, risultano essere

più attinenti: facciamo, quindi, riferimento, al diritto penale, al diritto

costituzionale, al diritto commerciale, al diritto industriale, alle procedure

penali e civili, al diritto del lavoro. E’ necessaria poi la conoscenza di

leggi dal valore sovranazionale, come il diritto comunitario ed

internazionale.

Il caso di Luigi Martinelli è uno dei casi più interessanti che hanno

riguardato, negli ultimi anni, l’ambito della giustizia sportiva. Il trentenne

difensore del Siena Calcio, Luigi Martinelli, è assurto alla ribalta delle

cronache sportive, per il suo essere ammonito e squalificato, per ben 8

giornate nella stagione 2002/2003. La sua ammonizione, subita contro il

Cosenza, segna le sorti del Campionato di serie B. scatta la squalifica per

una giornata, il calciatore resta in tribuna nella partita disputatasi contro il

Napoli. Il Siena Calcio impone al calciatore di scendere in campo nella

gara di Campionato primavera fra Siena e Ternana. Nel caso in cui si fosse

rifiutato, si sarebbe parlato di violazione degli obblighi contrattuali. Da

quel momento, Luigi Martinelli diventa un caso di studio e di analisi per il

diritto dello sport. Il calciatore scende in campo nella partita valida di

campionato nazionale di calcio di Serie B, che vede coinvolta la sua

squadra nella difficilissima trasferta di Catania. La partita termina col

pareggio di 1-1. Il Catania che in un primo momento non presenta alcun

ricorso contro l’omologazione di risultato. Lo fa successivamente,

esponendo il caso alla Lega nazionale Professionisti. Mettendo in luce la

posizione irregolare del Martinelli. Nell’esposto si riteneva che, a causa

dell’impiego del calciatore nella partita del Campionato di primavera, la

squalifica non poteva ritenersi validamente scontata, per violazione

dell’articolo 17. Dieci giorni dopo il fatto contestato, la Commissione

disciplinare omologava il risultato. Infatti, la Commissione era convinta

che il calciatore avesse assolutamente scontato la sanzione; questa va

scontata nelle gare ufficiali della squadra in cui si milita e in cui è

avvenuta l’infrazione. Dunque, la squalifica del Martinelli era stata

validamente scontata, non avendo partecipato quest’ultimo alla gara di

campionato disputata contro il Napoli.

Così, il Catania Calcio ricorre alla Commissione d’Appello federale (CAF)

della FIGC che, dopo soli 4 giorni dalla decisione di 1 grado, infligge al

Siena la sconfitta per 0-2. Secondo la Caf, il divieto assoluto di giocare,

infatti, non è limitato alla partecipazione del calciatore alle gare della

squadra per cui militava, ma si estende anche alla partecipazione a gare

ufficiali di altra squadra della stessa società, nella giornata in cui si deve

scontare la squalifica. A questo punto, i difensori del Catania hanno

puntato sull’inammissibilità del reclamo proposto dall’A.C Catania,

rilevando che il giudizio sulla posizione irregolare di Martinelli non era

stato proposto dal Catania ma dal Presidente della Lega Calcio. Nel

merito, il Siena ribadisce che il divieto assoluto riguarderebbe solo il

settore dilettantistico. Tuttavia, l’articolo 17 Cgs, al comma 13,

smentirebbe il tutto: infatti, nell’articolo 17 Cgs si ritiene che il divieto,

imposto al calciatore squalificato, di svolgere qualsiasi attività sportiva,

riguardi ogni ambito federale per tutta la durata della squalifica per una o

più giornate di gara. La Caf, quindi, infligge al Siena una sconfitta per 0-2.

Da quel momento è guerra aperta. Il caso Martinelli continua ad essere

discusso e si ricorre alla Camera di Conciliazione ed Arbitrato dello Sport

del Coni. E tutte le squadre di calcio sono sul piede di guerra, alla luce

della decisione del Caf.

In modo del tutto inaspettato, otto società di serie B ricorrono nel maggio

2003 alla Corte federale, affinchè potessero ricevere tutela nei loro diritti

fondamentali ed associativi, lesi dalla pronuncia del Caf. Il ricorso viene

subito accolto e viene con fermato il risultato maturato sul campo nella

gara Catania-Siena. Il Catania è in serie C. Secondo la Corte, il suo

intervento sussidiario, nell’ordinamento federale, va ricercato nella

necessità di tutelare eventuali diritti fondamentali o personali o associativi,

non altrimenti protetti. La Corte, successivamente, passa ad analizzare

quali possano essere le situazioni soggettive utilmente deducibili. Per

quanto concerne i diritti fondamentali, personali o associativi,

nell’impossibilità di poter porre un elenco di questi diritti, si parla, in linea

del tutto generica, di diritti della personalità delle persone fisiche e

giuridiche. La Corte sarebbe una sorta di sentinella dei diritti

misconosciuti e non tutelati. La sua pronuncia ha sicuramente ridisegnato

la classifica del campionato di Serie B, con aggravio in classifica per le

squadre che lottano per non retrocedere e che non hanno partecipato alla

fase di due gradi del giudizio sportivo. Queste società sarebbero senza

tutela e, pertanto, la Corte recepisce la giurisprudenza della Corte

costituzionale, con cui si dichiarano illegittime le norme in materia di

giudizio davanti agli organi di Giustizia Amministrativa, nella parte in cui

non prevedono l’esperibilità dell’opposizione di terzo, davanti ad esse.

La Corte ritiene che vi siano sia le condizioni processuali di ammissibilità,

sia di merito per intervenire. I diritti vantati dai ricorrenti sono dei diritti

fondamentali , come il diritto al giusto processo, e come tali meritevoli di

tutela. Sulla base di un’attenta analisi dell’articolo 17, la Corte ha ritenuto

che non si debba far confusione fra il termine squadra e il termine società.

Se quando si fa riferimento alla squalifica, si parla di squadra è ovvio che

il calciatore professionista debba scontare la sua sanzione in riferimento

alla squadra di appartenenza, dove gli è stata imposta la sanzione. La

Corte, in modo inaspettato, passa ad esaminare anche la vicenda del

giocatore del Catania, Vito Greco, schierato anch’egli in una partita di

Primavera dopo esser stato squalificato per un’espulsione e non schierato

successivamente nella partita di campionato contro il Genoa. Questo

testimonia l’infondatezza delle accuse che il Catania rivolge al Siena e al

Martinelli.

Per queste ragioni, la Corte federale ha confermato il risultato della gara

Catania-Siena.

Il Catania ha così violato la clausola compromissoria e si è rivolta al Tar

siciliano che sospende il provvedimento emesso dalla Corte Federale. Due

giorni dopo, il Catania vince contro il Cagliari e i due punti incriminati

risultano ora decisivi per la classifica finale del Campionato di Serie B. La

situazione si evolve: la FIGC conferma il nuovo calendario di serie b, da

cui esclude il Catania, e il Consiglio di Giustizia amministrativa Siciliano

annulla tutti i decreti del Tar siciliano. Scoppia, intanto, lo scandalo

fideiussioni nell’estate 2003 e 4 società di calcio, Roma, Napoli, Spal e

Cosenza, per iscriversi al campionato, devono presentare delle garanzie

che poi si rivelano false. Poiché comunque il loro comportamento è stato

considerato in buona fede, la FIGC impone alla Roma, alla Spal e al

Napoli, il termine ultimo del 26 agosto 2003 per presentare nuove

fideiussioni e regolarizzare l’iscrizione ai campionati. Intanto, il Catania fa

ricorso al Tar Calabrese, contestando la legittimità dell’iscrizione del

Napoli alla serie b. Il Tar calabrese ritiene che il ricorso non sia

procedibile, per il semplice fatto che è di competenza inderogabile del Tar

del Lazio.

Visto il generarsi di una situazione insostenibile, la FIGC chiede al

Governo di bloccare gli interventi dei Tar cittadini. Le società di serie B si

ribellano, minacciano nuovi ricorsi al Tar, bloccano la partenza del

campionato di serie B.

Alla luce dell’analisi del decreto legge n.220/2003, notiamo come sia stato

illegittimo il tentativo di autonomia dell’ordinamento sportivo, tanto che

varrebbe la pena di parlare di una ricerca di assolutezza dell’ordinamento

sportivo o di una immunità sportiva, che peraltro è stata smentita dai

giudici comunitari.

Un altro caso molto interessante è quello che interessa il Volley Calabria,

che aveva vinto lo scudetto nella stagione sportiva 2000/2001 ma gli era

stato addebitato di aver tesserato l’atleta Lucrezia Parv, in modo irregolare.

Dopo una serie di dibattiti, si è giunti alla conclusione che le situazioni

denunciate si configurano come diritto soggettivo, rispetto al quale ricorre

la giurisdizione del Giudice ordinario.

Il decreto legge n.220/2003, dopo essere stato licenziato dalla Camera dei

deputati, è stato approvato dal Senato, nonostante la dubbia legittimità

costituzionale. Il testo finale non ha subito delle grandi modifiche. Una

delle problematiche che si è cercato di risolvere è quello della distinzione

fra professionisti e dilettanti, essendo il dilettantismo oneroso un problema

non di poco conto. Il Coni, inoltre, dal canto suo, non ha emanato alcuna

direttiva che cercasse di chiarire questa dicotomia, limitandosi

semplicemente a deliberare come gli sportivi professionisti siano quelli la

cui attività professionale risulta essere disciplinata da norme statutarie. In

questo modo, infatti, non è ancora chiaro quale sia lo sportivo

professionista e quale sia quello dilettante. Un altro problema che dovrà

affrontare il Governo è quello di rendere la disciplina sportiva nazionale

conforme con quella europea.

Il ricorso degli atleti dilettanti alla Magistratura del Lavoro, in caso di

mancati pagamenti di compensi da parte delle società sportive, è ormai una

piaga che si sta allargando. Appare poi sospetta di discriminazione,

l’agevolazione fiscale concessa dalla legge finanziaria 2004 alle società di

calcio di Serie C1 e C2 e a quelle di Basket di serie A1 e A2, purchè

assumano meno extracomunitari e più cittadini dell’Unione europea che

siano under 22.

Perché tale beneficio non si applica anche alle società di pallavolo di Serie

A?

Inoltre, la formulazione dell’articolo 3 comma 1 risulta infelice anche per

il fatto che la giurisdizione del giudice ordinario, sui rapporti patrimoniali,

è limitata alle sole diatribe tra società, associazioni ed atleti, mentre sono

rimaste escluse tutte le altre categorie professionali, come allenatori e

direttori sportivi.

Novità apprezzabile è l’introduzione dell’esclusione dalle scommesse e dai

concorsi promotrici collegati con il campionato di calcio, delle società

calcistiche che sono controllate da soggetti che detengono una

partecipazione di controllo in altre società calcistiche anche per interposte

persone. A quanto pare, bisognava obbligare gli organi sportivi ad adottare

regole che vietino situazioni di temporaneo controllo da parte di uno stesso

soggetto, prescindendo dalla serie professionistica dove milita la società

sportiva.

In conclusione, la legge n.280/2003 rappresenta un tentativo mancato di

legiferare in modo organico nell’ambito del diritto dello sport. Il problema

del dilettantismo oneroso non è nemmeno stato affrontato seriamente dal

decreto Biagi. CAPITOLO QUARTO

La legge n.280/2003 disciplina i rapporti fra ordinamento sportivo e

ordinamento statale, affermando l’importanza del principio di autonomia

dell’ordinamento sportivo rispetto allo Stato e i limiti di suddetta

autonomia: la legge, infatti, ritiene che all’ordinamento sportivo spettino la

disciplina di questioni ad esso interne mentre riconosce allo Stato la

disciplina di quelle controversie che, pur essendosi generate nell’ambito

dello sport, assumono rilevanza anche per la giurisdizione statale.

Oggigiorno la giustizia sportiva si configura come un ordinamento

giuridico settoriale. Questa concezione deriva dal superamento della tesi

normativista , dal comune riconoscimento in dottrina della tesi

istituzionalistica e dalla conseguente esistenza di una pluralità degli

ordinamenti giuridici, intesi come istituzioni, dove riscontriamo i 3

elementi :

Della plurisoggettività

- Dell’organizzazione

- Della normazione

-

Il pluralismo resta un valore tutelato anche dalla Costituzione: ciascun

ordinamento settoriale, come quello sportivo, ha la possibilità di

autoregolarsi, di porre in essere delle norme proprie, trovando però un

limite logico nella supremazia dell’ordinamento statale. Il fenomeno

associazionistico sportivo deve pertanto essere inquadrato come

ordinamento settoriale: l’ordinamento sportivo nazionale italiano,

complessivamente inteso è costituito da tutto il sistema organizzativo che

fa capo al Coni. In realtà, sarebbe opportuno riconoscere un ordinamento


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usagi89

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Cagliari - Unica
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher usagi89 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto amministrativo dello sport e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cagliari - Unica o del prof Tatti Stefano.

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