Universale, plurale, comune
Pluralismo e multiculturalismo
Il multiculturalismo, inteso come problema della convivenza, integrazione e coesistenza inclusiva di diverse componenti etniche, culturali e religiose, è una questione tipica delle società occidentali. Solo in virtù di una certa cultura del diritto prende corpo l’ideale di una libera convivenza delle differenze, come accaduto nelle grandi forme universalistiche della coscienza etico giuridica occidentale - dalla tradizione latina dello ius gentium, a quella medievale del sacro Romano impero, sino alla concezione illuministico liberale dei diritti individuali.
Il problema del multiculturalismo si pone solo all’interno della cultura universalista occidentale. Con il suo appello al particolarismo e alla dimensione comunitaria, costituisce una radicale presa di distanza dalla modernità e dall’ideologia universalistica democratico-liberale occidentale di derivazione illuministico moderna. Questa ideologia è votata all’abbattimento delle differenze e delle singole appartenenze per raggiungere una condizione egualitaria e universalista, statualmente garantita, che dia libertà all’individuo, in una società concepita come summa di individui addestrati all’individualismo, separati ma uguali di fronte alla legge e a principi di giustizia che prescindono da un consenso sostanziale su valori comuni sottostanti.
Il multiculturalismo ne evoca e acutizza la crisi di senso ponendo l’accento sull’insufficienza dell’attribuzione individuale dei diritti di fronte alla richiesta di riconoscimento giuridico dei vari gruppi etnoculturali e dei macrosistemi di identità culturale collettiva: da una parte, l’universalità giuridica ugualitaria formale, dall’altra, la società civile come luogo di transizione fra interessi particolari.
La questione multiculturale urge la democrazia liberale a interrogarsi:
- Sulla capacità di giungere a una sintesi tra universalità etico giuridica e particolarità culturale
- Sullo statuto della soggettività stessa, che coniuga in sé singolarità individualistica e socialità comunitaria
- Sul condizionamento esercitato dalla globalizzazione, per sua stessa natura costituita da fattori eminentemente tecnici che potrebbero dar adito a un’idea di organizzazione sociale e di governo politico di tipo tecnocratico. Questi sono ancorati a competenze e poteri tecnologici, tecnicità infrastrutturali e pratiche tecnico operative generalizzabili. Le generalità tecnicistiche non veicolano universalità ideali ma si avvalgono di universalità settoriali, incapaci di mutare in un effettivo principio di unificazione di un intero mondo di vita.
Modelli di multiculturalismo
Nell’interpretazione del multiculturalismo si distinguono diversi modelli:
- Modello del pluralismo multiculturale o multiculturalismo puro/multiculturalismo forte o a mosaico: trasforma la situazione multiculturale in un progetto di compresenza e coesistenza di fatto delle diverse tradizioni etniche, religiose e culturali sulla base del solo riconoscimento del loro diritto all’esistenza. Non vi è alcun criterio di universalità che conduca alla trasformazione della coesistenza di fatto in una convivenza sociale e politica di diritto, per la quale è indispensabile una comunicazione transculturale. Le politiche multiculturali così intese (melting pot statunitense, ove domina l’immigrazione e i coloni inglese si sono integrati ad irlandesi, africani) conducono al risultato, sociologicamente attestato, non dell’integrazione ma della giustapposizione delle comunità, una coesistenza passiva che scivola verso l’estraneità reciproca e l’emarginazione dei più deboli. * Mancanza di unità e di principi di unificazione.
- Modello assimilazionista: inefficace sul piano antropologico anche il modello contrario, legato al principio della massima integrazione possibile a una delle tradizioni in gioco, principalmente a quella del paese di immigrazione. La mancanza di un universale in grado di ricomprendere i diversi conduce a una soluzione monoculturalista di coesistenza, mirata all’integrazione risolutiva delle culture minoritarie o più deboli in quella più forte. * Mancanza di rispetto delle differenze identitarie.
- Modello neomercantilista o corporate multiculturalism: ambito sperimentale di un inedito universalismo economico-commerciale, entro cui ogni differenza può trovare la sua collocazione funzionale in nome di un’universalità tecnico-mercantile. Questa posizione è legata all’importanza esercitata dalla potenza integratrice del capitalismo commerciale alla base del fenomeno della globalizzazione, che può secondo alcuni garantire un universalismo superiore in nome della comune possidenza di ideali capitalistico-consumistici connessi al liberismo economico. Presenta elevata problematicità dovuta a un errore di prospettiva: pensare che il mercantile globale sia fondamentalmente universale, che la tecnostruttura produttiva possa costituire una sovraidentità culturale in grado di inglobare le altre in un processo di omogeneizzazione universale, significherebbe ridurre l’umano culturale nell’universale consumistico. Le differenze divengono funzionali alla perdurazione dell’intero sistema capitalistico globalizzato.*
- Modello dell’universalità laica o neutralismo liberale/universalismo apriorista omologante connesso alla laicità dello Stato: ancorato alla convinzione che il massimo pluralismo culturale possa essere garantito soltanto in condizione di massima neutralizzazione. Si concreta nel paradigma francese della cittadinanza laica, piena testimonianza di un’universalità astratta, equivalente a neutralità culturale, rispetto alla quale le differenze subiscono una sorte di paradossale privatizzazione estraniante. La laicité tenta di conciliare elementi particolaristici ed elementi universalistici attraverso l’attribuzione allo Stato (istituzione preposta alla gestione della vita politica e sociale) di un valore di universalità pratica, punto di riferimento che può assommare in sé tutte le caratteristiche di una gestione sovrana e neutrale delle parti e tutto lo spazio della vita pubblica (magistratura, scuola, università, enti previdenziali), estraneo all’iniziativa culturale privata in un’ottica essenzialmente laica subordinata soltanto al dettato costituzionale nazionale. Una laicità che garantisce uno spazio neutro da tutti fruibile, a differenza dell’ambito del privato, occupato a piacimento da realtà particolari. * Il problema della laicité - in relazione ad esempio alla legittimità dell’indossare il velo in un luogo pubblico, potrebbe avere come effetto una depressione dell’identità, solo apparentemente salvaguardata perché in realtà repressa in un contesto pubblico condiviso. Ridurre al privato un’identità culturale è di per sé un atteggiamento antitetico, ossimorico, dato che la cultura si costituisce come concezione della vita, una vita che deve necessariamente essere anche pubblica.
«La società non è laica né neutra», ma fondamentalmente polifonica e multiculturale (frase pronunciata dal rabbino capo in risposta alle aspettative universalistiche dei rivoluzionari francesi). Se lo Stato si ponesse come garante e regolatore estrinseco delle libertà culturali esistenti tra i suoi cittadini, le differenze sarebbero tutelate solo in ambito privato, ambito di per sé inconciliabile con lo stesso concetto di cultura.
Il problema del multiculturalismo
Il problema del multiculturalismo è quindi storicamente irrisolvibile? Sarebbe forse bene ripensare ai concetti di particolarità ed universalità, legati al nesso esistente tra identità individuale, identità culturale e relazione. Le varie identità esistenti possono entrare in relazione?
Le considerazioni riguardanti la relazione interpersonale sono valevoli anche per i legami sociali e le relazioni intersoggettive (interculturali e istituzionali/politico-giuridiche)?
Quanto al dibattito teorico intorno al neoliberalismo, esso si muove in direzione di un modello interculturalista, discutendo circa la capacità della tradizione dei diritti individuali di:
- Integrare il riconoscimento giuridico delle identità culturali collettive
- Costituire una formalizzazione effettiva della convivenza multiculturale e definire la forma istituzionale della stessa
È l’analisi habermasiana a introdurre la dimensione intersoggettiva dell’identità come principio di rinnovamento della teoria dei diritti individuali, possibile solo nella prospettiva di un’antropologia relazionale. Se l’interculturalità è la giusta chiave di lettura di un multiculturalismo effettivamente inteso come pluralità, un approccio interculturale nell’affrontare la questione del multiculturalismo non può prescindere dal supporre l’esistenza di un’universalità antropologica accomunante, uno sfondo categoriale condiviso, universale, costituito da universali antropologici, archetipo o paradigmi che fungono da connettori culturali, in grado di fondare universalisticamente i beni comuni fondamentali e l’interazione tra identità che permangono nella loro differenza, riconoscendosi vicendevolmente nella loro identità-diversità e legittimandosi in fieri attraverso l’intersoggettività dei processi relazionali.
Vige infatti la convinzione che le culture possano sempre tentare di comunicare facendo riferimento alla meta-tradizione delle grandi categorie dell’umano (amore, guerra, sapienza, credenza, morale), e che l’universalità della culturalità umana si dia nelle forme storicamente determinate dei singoli gruppi culturali e delle loro manifestazioni, in e attraverso la particolarità della loro continua rielaborazione per mezzo di un processo dialogico autentico, una dialettica delle tradizioni che preveda il confronto-scontro, lo scambio costruttivo, la dialettica interculturale tra macro identità collettive, regolata e aperta a un esito non precostituito. Non a caso, ciascuna cultura contempla in sé:
- La discriminante correlazione tra identità e differenza. Identità e differenza vanno compenetrandosi perché ogni identità è anche il suo differire da altri, e l’uno è anche l’altro di ogni altro. Errato concepire quindi l’alterità come pura differenza; l’identità è sempre differenziale e la differenza sempre identificante.
La questione di identità e differenza può essere vista secondo due profili generali che servono ad orientare le varie posizioni: vi sono delle differenze separanti, irriducibili, che hanno una loro economia, pretesa di legittimità e autonomo funzionamento. Pongono il problema e cercano da sé una soluzione. Eppure, le differenze così concepite sono divisive e sanciscono l’impossibilità di giungere a una coesistenza. L’identità dice invece di un’unità, di un tutto coerente in se stesso che a sua volta tende ad affermarsi come qualcosa di più potente delle mere differenze, ma che per questo sancisce una differenza tra altre concezioni di identità.
Ci si chiede se abbia senso pensare separatamente ai concetti di identità e di differenza, o se ogni identità sia insieme se stessa e le sue differenze. Non qualcosa che si contrappone o si isola, ma qualcosa che è anche intrinsecamente relazionale. Nel multiculturalismo essenziale è infatti il concetto di relazione, luogo di separazione e di unità, oscillante cioè tra il consegnarsi al carattere nomade delle differenze e a una identità onnicomprensiva capace di riassumere al suo interno le differenze stesse. Identità e differenza debbono essere pensate, secondo una visione logicamente corretta, come identità relazionale e differenza identitaria - entrambe si danno insieme come condizione di relazione con altre identità e differenze. Il primato è quindi della relazione. Ogni identità è differenziale rispetto ad altre identità, un uno indivisibile che incarna altro per altri. Non è ripetendo un ego che divengo un io, non è affermando se stessi che viene sancita la propria identità, ma è necessario che l’ego individuale divenga per altri oggetto di relazione. Non si può essere se stessi se non ci si pone in relazione.
Cfr. Soggettività come il farsi dell’identità nella relazione. * Il soggetto è un io in relazione all’altro, secondo una coesistenza originaria che dovrebbe garantire l’instaurazione di una coesistenza socio-civile. O essa ha radici nel soggetto, o non esisterà se non come artificio e gioco di forza.
Si dovrebbe allora concepire la stessa identità relazionale come connessa a una dimensione sociale che prenda effettivamente in considerazione i soggetti che la costituiscono; in assenza di socialità intrinseca, il socio-politico verrebbe aggiunto solo per necessità ai soggetti, e ci si dovrebbe rassegnare al dilagare di una estrinsicità sociale in senso lato. Il rischio è che per evitare l’instabilità civile e il senso di insicurezza della popolazione si arrivi a legittimare l’autoritarismo, accettando il compromesso dell’autorità più forte capace di mettere ordine in una società incapace di trovare in se stessa le ragioni della convivenza dei soggetti presenti al suo interno. Il problema è quindi quello di giungere a un equilibrio tra immunità e mancanza di immunità.
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