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Il pensiero radicale di Friedrich Nietzsche

Uno dei tratti più caratteristici del pensiero di Friedrich Nietzsche è la radicalità delle sue affermazioni che, per lo più in forma di aforismi, sembrano non lasciare spazio alle teorie tradizionali, all'impostazione classica dei problemi trattati. Questa inclinazione a occupare la posizione diametralmente opposta a quella prevalente nella cultura del tempo è particolarmente evidente nel modo in cui egli considera la coscienza umana, cioè l'attività interna alla mente che pensa, conosce e ricorda.

Del resto è proprio a partire da questo tema che si può comprendere la critica nietzscheana a religione e scienza in quanto espressioni di una morale prossima alla fine ed esempi tangibili della falsità della coscienza. Nietzsche ritiene infatti che la coscienza sia necessariamente falsa, laddove noi saremmo al più disposti a riconoscere la possibilità che lo sia. Nietzsche tuttavia tiene ferma questa radicale presa di posizione sottolineando come sia proprio l'impossibilità di stabilire la verità o falsità di una qualunque rappresentazione della coscienza a renderla falsa e arbitraria.

In altre parole la coscienza sarebbe falsa perché non può essere giustificata, perché relegata a un livello superficiale isolato dal contesto da cui pure deriva, perché non può uscire da sé e accedere a quella realtà di cui è interpretazione; la falsità della coscienza consiste quindi nella sua autoreferenzialità.

La questione dell'autoreferenzialità

A ben vedere, però, l'autoreferenzialità non è un buon argomento contro la verità della coscienza, anche ammettendo che qui Nietzsche si muova nel campo avversario per mostrarne l'intima contraddittorietà. Se partiamo dal presupposto che al suo interno valga la tesi della verità come corrispondenza, secondo la quale una proposizione è vera se descrive uno stato di cose effettivamente presente nella realtà esterna, le rappresentazioni della coscienza che sono giudicate vere dovrebbero trovarsi al di fuori della coscienza stessa; ma questo, avverte Nietzsche, non è possibile.

Tuttavia negare la corrispondenza della coscienza con una realtà esterna non equivale a negare la possibilità che le sue rappresentazioni siano vere, ed è questo il punto critico dell'argomento. Tanto per Nietzsche quanto per i suoi avversari deve inoltre esistere una realtà relativamente esterna, dal momento che l'autoreferenzialità si rivela soltanto nel fallimento del dialogo tra due o più persone, quando le argomentazioni dell'uno non valgono anche per l'altro.

Tuttavia anche il dissenso presuppone un consenso minimo intorno a ciò di cui si sta parlando, una comprensione di massima dell'oggetto in questione. Sennonché questo terreno comune dei parlanti non è tanto prova di una stessa realtà esterna, quanto piuttosto di una stessa cultura d'appartenenza: non è possibile annullare la relatività della propria posizione nel mondo.

Prospettivismo e realtà

Possiamo quindi dire che la critica nietzscheana al concetto di una verità in sé, esterna al soggetto, rientri nella sua tesi del cosiddetto “prospettivismo”, secondo cui ogni azione è radicata in un contesto che la giustifica come espressione di un particolare punto di vista, senza con questo escludere la possibilità di una parziale sovrapposizione con altri punti di vista.

La prospettiva non è infatti una gabbia che chiude l'individuo da ogni lato e impedisce ogni comunicazione, ma è invece il presupposto necessario alla stessa in ciò che due individui hanno in comune: apparato sensoriale, costituzione corporea, cultura e quant'altro; ma anche tutti quei caratteri più specificatamente individuali che proprio in quanto tali sono più difficili da riconoscere: carattere, abitudini, possibilità e limiti personali.

Ogni individuo si muove quindi all'interno di una prospettiva estesa su più livelli, l'ultimo dei quali è comune a tutti gli uomini; è a questo livello di massima oggettività e intersoggettività che mira la scienza, di cui però Nietzsche condanna la pretesa di aver raggiunto un “mondo vero”, dietro il mondo apparente in cui ci troviamo. In realtà non è possibile sottrarsi alla propria posizione nel mondo, alla propria parzialità e al soggettivismo di ogni conoscenza; non c'è nessun mondo in sé, nessun mondo definito.

L'inevitabile errore di prospettiva che accompagna l'attività cosciente è già manifesto al livello più basso della conoscenza, quello della percezione. In essa Nietzsche vede riflessa la nostra tendenza a interpretare l'ignoto attraverso il noto, ragion per cui gli oggetti della nostra vita quotidiana non sarebbero altro che proiezioni della nostra abitudine a pensarci come soggetti di azione; l'unica differenza è che in questo processo al fine si sostituisce la causa, essendo gli oggetti privi dell'intenzione di agire che contraddistingue gli esseri viventi. A ben vedere, però, Nietzsche r...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gennaro Caruso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Ermeneutica filosofica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Manfreda Luigi.
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