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Ermeneutica filosofica - Nietzsche e il tema della coscienza Appunti scolastici Premium

Appunti di Ermeneutica filosofica per l'esame del professor Manfreda sulla critica nietzscheana alla concezione tradizionale e soggettivistica della coscienza. Autore: Nietzsche Friedrich, Titolo: “La volontà di potenza”, Casa editrice: Bompiani, Anno: 2001

Esame di Ermeneutica filosofica docente Prof. L. Manfreda

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Possiamo quindi dire che la critica nietzscheana al concetto di una verità in sé, esterna al soggetto,

rientri nella sua tesi del cosiddetto “prospettivismo”, secondo cui ogni azione è radicata in un

contesto che la giustifica come espressione di un particolare punto di vista, senza con questo

escludere la possibilità di una parziale sovrapposizione con altri punti di vista. La prospettiva non è

infatti una gabbia che chiude l’individuo da ogni lato e impedisce ogni comunicazione, ma è invece

il presupposto necessario alla stessa in ciò che due individui hanno in comune: apparato sensoriale,

costituzione corporea, cultura e quant’altro; ma anche tutti quei caratteri più specificatamente

individuali che proprio in quanto tali sono più difficili da riconoscere: carattere, abitudini,

possibilità e limiti personali.

Ogni individuo si muove quindi all’interno di una prospettiva estesa su più livelli, l’ultimo dei quali

è comune a tutti gli uomini; è a questo livello di massima oggettività e intersoggettività che mira la

scienza, di cui però Nietzsche condanna la pretesa di aver raggiunto un “mondo vero”, dietro il

mondo apparente in cui ci troviamo. In realtà non è possibile sottrarsi alla propria posizione nel

mondo, alla propria parzialità e al soggettivismo di ogni conoscenza; non c’è nessun mondo in sé,

nessun mondo definitivo. L’inevitabile errore di prospettiva che accompagna l’attività cosciente è

già manifesto al livello più basso della conoscenza, quello della percezione. In essa Nietzsche vede

riflessa la nostra tendenza a interpretare l’ignoto attraverso il noto, ragion per cui gli oggetti della

nostra vita quotidiana non sarebbero altro che proiezioni della nostra abitudine a pensarci come

soggetti di azione; l’unica differenza è che in questo processo al fine si sostituisce la causa, essendo

gli oggetti privi dell’intenzione di agire che contraddistingue gli esseri viventi. A ben vedere, però,

Nietzsche ritiene che questa sia una differenza di superficie, una convenzione e finzione che non

tocca il significato profondo delle nostre rappresentazioni: il fatto è che già nella costruzione

linguistica che lega soggetto e predicato e dà loro voce assegniamo agli oggetti la capacità di agire

in modo altrettanto libero del nostro. In realtà non ci sarebbe alcuna attività di questo tipo: tanto nel

caso delle cose quanto nel nostro caso e in quello di tutti gli esseri viventi non abbiamo mai a che

fare con una volontà libera, con un’intenzione incondizionata che nello stesso tempo innesca una

nuova catena causale; questo è infatti il modo solito di pensare all’azione umana, ma Nietzsche

ritiene che nulla sia esente dal determinismo naturale, pur essendo altrettanto convinto della falsità e

parzialità del causalismo; la sua idea è che le cause siano dei mezzi attraverso i quali rendere la

realtà manipolabile all’uomo, semplificando il divenire caotico nell’essere necessario delle cose

anche a costo di falsificazione; non soltanto il nostro lessico di cause e cose, ma anche il principio

logico di uguaglianza e la logica tutta, sono soltanto mezzi per acquistare sicurezza nel mondo,

rendercelo familiare e prevedibile, cioè conforme ai nostri bisogni.

In questo processo storico e naturale insieme la verità è nella migliore delle ipotesi un effetto

collaterale del nostro sforzo di adeguare il mondo alla prospettiva storica da cui partiamo, in

opposizione a quelle passate e non più attuali; nella peggiore è un illusione che risolve in modo

sempre diverso gli stessi bisogni della specie, senza alcun progresso verso una maggiore oggettività

e attinenza al “fatto”. In entrambi i casi la verità delle nostre affermazioni sul mondo non è

dimostrabile in modo puramente razionale, perché dietro la nostra presunta razionalità si nasconde

un’attribuzione di valori del tutto indifferente ai suoi principi, pur essendo loro necessario

fondamento. Ammesso allora che si possa parlare di un progresso della conoscenza, questo sarà

assolutamente accidentale in quanto la generale trasformazione dei valori di base che lo determina

non è realizzata per quel fine, ma prodotto di un processo che trascende l’individuo, la sua volontà e

coscienza.

In realtà però Nietzsche non accetterebbe l’idea di un progresso della conoscenza perché diffidente

nei confronti della stessa “conoscenza”; si tratterebbe infatti dell’ennesima illusione inventata

dall’uomo per dare senso a un mondo che ne è sprovvisto, e così sopravvivere in esso. La

conoscenza è insomma una falsificazione della realtà circostante, una sua rappresentazione a misura

dei nostri bisogni naturali ed è quindi in un senso molto preciso che si deve parlare di una falsità

della conoscenza, cioè come una condizione che non può essere superata da un diverso approccio

alla realtà perché legata ad essa in modo essenziale e necessario: le nostre ambizioni di conoscenza

sono infatti destinate a mancare il loro obiettivo proprio perché ambizioni, vale a dire attribuzioni di

valore a una realtà che ne è priva e indizi di una loro origine non dalla coscienza, ma da qualcosa di

più profondo nell’uomo.

La critica nietzscheana alla scienza deriva direttamente da questa critica alla conoscenza e assume

fondamentalmente il significato di una confutazione del concetto di causalità; rifacendosi

innanzitutto allo scetticismo di Hume Nietzsche ne mostra la sostanziale inadeguatezza tanto dal

punto di vista gnoseologico che ontologico, non essendoci alcuna ragione per trasformare una

successione di eventi in una generazione dell’uno dall’altro , né per assegnargli un’intrinseca

necessità secondo un modello che spetta alla sola implicazione logica (se p allora q): la causa non è

infatti nulla del genere. La critica di Nietzsche si spinge però oltre questi argomenti tradizionali

mettendo sotto accusa il meccanicismo in generale e la teoria newtoniana in particolare, entrambi

impegnati come sono ad affermare l’esistenza di forze che agiscono su corpi materiali come fossero

cause dei loro movimenti nello spazio e nel tempo e non mere astrazioni atte a presentare il

fenomeno in forma semplificata e regole per una sua descrizione quanto più economica possibile.

L’errore della scienza consiste quindi nell’attribuzione a entità più o meno inesistenti della capacità

di avviare processi causali laddove sono in realtà del tutto assenti entità di questo tipo, non soltanto

nel mondo della materia inorganica ma anche in quello dei viventi; si tratta infatti di una stessa

illusione che dalla coscienza di sé si estende alla coscienza dell’altro da sé.

Tale errore può essere allora articolato nel modo seguente: all’origine troviamo una falsa credenza

nelle “cose” che ci consente di vedere l’uguaglianza dell’essere anziché la differenza del divenire di

un mondo così conformato ai nostri interessi pratici; e quindi l’ulteriore sviluppo della stessa nella

credenza in cose che agiscono come causa della propria azione. In realtà i due momenti sono

intimamente connessi, come mostra la scienza che intende la cosa come l’insieme delle sue

proprietà, cioè dei modi in cui può essere sollecitata da cause esterne. In tutto questo Nietzsche vede

un passaggio illegittimo dall’essere al dover-essere, un salto dal particolare e dal contingente alla

necessità universale di leggi a cui la natura è tenuta a obbedire; la scienza assume infatti nel suo

pensiero il valore di quella che potremmo chiamare una “morale della natura”, in cui si scoprono le

nostre aspettative e preferenze per il solito e l’identico, per un mondo ordinato e sicuro.

La critica di Nietzsche alla scienza si rivolge allora contro quelle concezioni generali della realtà

destinate a giustificare il modo in cui essa ne è rappresentazione, perseguendo l’obiettivo di una

confutazione del concetto di causa su cui si costruisce non soltanto il meccanicismo ma anche il

materialismo. In realtà, però, quest’ultimo si presenta a prima vista come una sorta di

meccanicismo riformato proprio nel senso proposto da Nietzsche, cioè in modo da eliminare la

contrapposizione tra forze che agiscono dall’esterno e corpi che reagiscono dall’interno, cioè

ognuno nel modo che gli è proprio, per mezzo della riduzione della realtà a una dimensione in cui le

sole differenze sono tali da un punto di vista eminentemente quantitativo, dal momento che la realtà

è qualitativamente sempre la stessa, cioè materia indifferenziata.

Se però da una parte il materialismo sembra più vicino alla posizione di Nietzsche rispetto alla

scienza e se in effetti alcune sue affermazioni riprendono evidentemente questo paradigma,

dall’altra emerge in più passi una resistenza di fondo a questa teoria. Dal suo punto di vista il

materialismo diventa problematico quando pone alla base dell’esistente delle entità semplici,

identiche e capaci di agire secondo leggi fisse, cercando di risalire ad esse attraverso l’osservazione

e la riduzione dei fenomeni a una loro particolare conformazione secondo l’errore proprio del

meccanicismo; potremmo anzi dire che si tratta di un vero e proprio cedimento alla sua


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gennaro Caruso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Ermeneutica filosofica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Manfreda Luigi.

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