Ermeneutica filosofica
Platone
L'ermeneutica è intesa per la prima volta nella storia da Platone, il quale la intende non come una metodica dell'interpretazione, ma si ricollega anzitutto all'esperienza del trasferire il "portare messaggio e annunzio" come disse Heidegger. L'ermeneutica viene, da Platone che nel suo mondo ideale occupa il secondo o terzo posto, quindi come svalutata o secondaria. Questo perché l'ermeneutica dal filosofo una tecnica marginale è vista come osserva Kerényi che come tale è una figura di riferimento "téchne" subordinata dall'episteme. Per tale prospettiva è il dio Hermes il messaggero degli dei e mediatore tra gli olimpici e i mortali. Platone prende spunto dalla sfera del sacro e ad un qualcosa di più alto a cui l'ermeneutica serve. Infatti l'interprete trasmette messaggi di cui non conosce la validità e che, alla fine, non comprende.
Nella rappresentazione platonica i due emittenti del messaggero dell'Olimpo sono riferiti a due sfere ontologicamente ben distinte, cioè quella delle cose intellegibili e quella delle cose sensibili, le quali possono stare insieme solamente per imitazione o per approssimazione. Il mondo sensibile è mediato dalla sfera delle idee, le quali devono essere ricondotte per forza di cose alla sfera sensibile-terrena, in una visione verticale. Solo in seguito, soprattutto con Aristotele, l'ermeneutica passerà da un piano verticale platonico, ad un piano orizzontale aristotelico.
L'etimologia che abbiamo analizzato verrà avvalorata da certi come H.G. Gadamer che sottolineano l'attività interpretativa come atteggiamento di apertura all'alterità, cioè l'idea è qualcos'altro dal soggetto sensibile. Anche la reminiscenza platonica è una mediazione tra le idee e le cose. L'idea che l'ermeneutica serva per accedere all'alterità è l'idea platonica di una mediazione con un'ontologia dualista che da un lato ha l'interpretante in una sfera sensibile e dall'altro l'oggetto qualificato come altro che l'interpretante cerca di raggiungere.
Dal Cratilo, 407 e 1 – 408 a 2, l'ermeneutica era una disciplina filosofica che voleva proporre una visione complessiva della realtà e che programmaticamente voleva stare alla pari delle altre. Essa acquisterà una dignità filosofica proprio nel quadro di un complessivo esaurirsi delle pretese di verità in senso epistemologico della filosofia, dando spazio all'interpretazione. Non è tale ovviamente nel mondo antico, in cui l'ermeneutica sta come "téchne" e allo stesso tempo soggiace e mira all'episteme, ma essa si pone al principio come scienza contemplativa. Nel mondo greco infatti si tendeva a svalutare le scienze pratiche e quindi ogni sperimentazione empirica. Sia Platone che Aristotele pensano che si possa raggiungere la verità tramite la "téchne", nel senso pratico ed epistemologico.
In questa prima fase, in quanto Dal Simposio, 202 d 5 – e 4, l'interpretazione è affiancata alla "techne" però come la contemplazione stessa. C'è una diffidenza dei sensi che crea soggettività e relatività e quindi si dà una visione della verità che aggiri la sensibilità. L'ermeneuta invece dice di una interpretazione lavorando a stretto contatto con i sensi. Anche una parola dal punto di vista linguistico è un suono o segno grafico e quindi vi è sempre la dimensione sensibile. Anche in Platone, in altri contesti meno legati ad un dualismo ideologico e più legati all'interpretazione come ragionamento discorsivo, l'ermeneutica diviene come "logos", ricercatore sensibile. K. Kerenyi sottolinea questo apporto di Platone che, al contrario dei convenzionalisti che dicevano che ogni parola o suono è diverso e che quindi non può essere fondamento di realtà, cercava sempre qualche logica connessione naturale del linguaggio, portando come esempio l'onomatopea, quelle parole che portano con il suono il significato dell'oggetto indicato dalla parola. Egli vuole essere assolutamente certo che il linguaggio descriva bene la realtà. Kerenyi riporta la parola ermeneutica ad una logica razionale, dove prima la parola "ermeneutica" si avvicinava ad Hermes attraverso una somiglianza di suono. Platone vede l'interpretante come colui che annuncia o schiude, piuttosto come colui che riceve e apre.
Da Leggi, XII, 966 b 6-7 e da Teeteto, 209 a 5, il problema della verità non scompare, ma è una verità di altro tipo, molto più confinata nel mondo umano su un livello orizzontale. Questa seconda accezione orizzontale è presa appieno da Aristotele.
Aristotele
Con Aristotele c'è un inizio semiotico, cioè di studio dei segni e l'ermeneutica diviene in sostanza una funzione che media tra i pensieri dell'anima e la loro espressione linguistica. Prima delle teorie complete della semiotica, cioè una classe di segni intesi come suoni, oppure lettere scritte, bisogna passare necessariamente per l'aspetto sensibile. Aristotele inizia ad intravedere che i livelli per cui i segni stanno sono due: 1) il segno non sta direttamente per l'oggetto, ma per l'immagine che c'è nella mente umana, in una funzione denotativa, per le affezioni che hanno luogo nell'anima e che hanno sì un oggetto esterno, ma possono anche non averlo, in un corrispettivo immaginativo. In questa prima parte c'è l'idea che questi segni siano convenzionali, cioè non sono i medesimi per tutti. Nel filone aristotelico l'interpretazione diviene un collegamento di un segno per qualcosa che evoca qualcos'altro, per esempio la "cifra" apre un mondo evocativo. 2) il segno sta per qualcos'altro, cioè indica qualcosa. Uno dei punti di riferimento è Roman Jakobson che ha elaborato la teoria più completa del linguaggio, consentendo sia la comunicazione sia l'interpretazione, identificando sei elementi, già impliciti nella citazione di Aristotele:
- Parlante (portatore delle immagini mentali e della capacità comunicativa)
- Referente (oggetto esterno)
- Messaggio (suoni/lettere)
- Canale (aria/pergamena)
- Codice (lingua greca, italiana)
- Ascoltatore (destinatario delle immagini mentali)
Umberto Eco ha avuto in Italia il compito di un'introduzione di materie strutturate di più all'estero. Infatti il pensiero dell'epoca vedeva l'uomo come declinazione dello spirito assoluto, piuttosto che un essere che deve essere capito e compreso. Da De Saussure, Corso di linguistica generale, 1967. Il significato o il concetto corrispondono ad un oggetto esterno, che individuiamo tramite la classe più elementare, l'azione ostensiva, come la chiamava Liechtenstein, che si può riferire a molti oggetti non solo materiali. È qui che si apre un mondo di possibilità, perché se il linguaggio fosse solo l'indicare sarebbe molto limitativo. Nel suo corso De Saussure individua nel linguaggio il significante, cioè il segno fisicamente inteso che veicola il significato, il codice, cioè il sistema simbolico all'interno del quale il segno può veicolare il significato.
Storia dell'ermeneutica
- Ermeneutica antica e cristiana → confermare l'identità culturale di un popolo
- Ermeneutica filosofica → scienze dello spirito, indagine storica
- Filosofia ermeneutica contemporanea → versione originaria di un testo, errori testuali
Nella filosofia ermeneutica contemporanea c'è una visione dell'uomo che sta al mondo, cioè l'esistenza in rapporto al mondo. Compariranno in questo concetti come quello di pre-comprensione. In questa terza fase l'ermeneutica diviene una filosofia autonoma e molto bellicosa soprattutto contro il positivismo. Nietzsche dirà che non esistono fatti, ma solo interpretazioni. L'ermeneutica diviene quindi una visione autonoma del mondo.
Ermeneutica antica e cristiana
Questa prima fase va dal III secolo al XVIII secolo. Gadamer non la ritiene neanche una parte della storia dell'ermeneutica, ma più una preparazione all'ermeneutica effettiva. Nell'ermeneutica antica diviene importante l'attualizzazione del messaggio, più che la sua autenticità. Gli ermeneuti dell'età ellenistica usavano la catalogazione sistematica di tutta la cultura del mondo antico, soprattutto dei testi canonici che avevano un valore identitario, con i suoi archetipi. I primi strumenti filologici, i quali non erano così corretti nel mondo antico anche in grandi filosofi come Platone o Aristotele, sono i vocabolari, glossari, scolii, commenti ed è in questo tempo che si fissano le prime regole.
Innanzitutto la Scuola Alessandrina, che mira all'accertamento del sensus litteralis, in cui prima bisognava comprendere il testo come un insieme organico, secondo un principio storico-grammaticale, cioè per capire un singolo passo testuale, dobbiamo collegarlo all'insieme del testo. Spinoza si approccerà analiticamente con una visione che non lasciava spazio all'allegoria o ad altre visioni della sua epoca, cercando di eliminare i "luoghi comuni". Uno dei punti principali della scuola alessandrina è la fedeltà al significato letterale, abbandonato poi nell'epoca medievale, e la necessità di raccogliere ed emendare i manoscritti, di accertarne con la maggiore sicurezza la versione originaria escludendo interpolazioni e corruzioni attraverso l'uso del metodo storico-grammaticale. Il più celebre esponente di questa scuola è Aristarco di Samotracia editore soprattutto di Omero, in cui elaborerà il principio storico-grammaticale.
Nell'ermeneutica della Scuola di Pergamo, altra scuola filologica dell'antica fondata in Asia Minore, prevale invece l'interpretazione allegorica, già in uso dalla sofistica e dagli stoici, e che si protrarrà in tutto il medioevo fino alla riforma ermeneutica. Anche nei confronti di testi omerici vengono proposte dei temi allegorici che sono essenzialmente delle attualizzazioni. Nasceva in questa scuola l'esigenza di adattare alla mentalità di un'epoca più evoluta i testi della tradizione. Il metodo allegorico venne sviluppato, sulla base della filosofia stoica, soprattutto da Cratete di Mallos e muoveva da due istanze che ritroveremmo nell'ermeneutica religiosa dove brulicherà l'interpretazione allegorica. Da una parte agisce il motivo razionale e moralistico che vuole adattare ad una cultura più moderna i testi antichi. Dall'altra parte i testi sono ritenuti degni di essere giustificati attraverso una procedura razionale.
Problema della temporalità
Il problema che queste due scuole andavano ad affrontare era quello della distanza temporale. Nella prima il problema non viene tematizzato apertamente, proprio perché mancava la nozione di una filosofia della storia che conferirebbe un senso e un valore a tale distanziamento. La questione della distanza temporale viene quindi, per così dire, naturalizzata, e si converte in un puro problema di trasformazione di usi linguistici. L'ermeneuta ottiene ciò sostituendo a una parola non più perspicua un'altra che corrisponde al livello linguistico dei suoi lettori. L'intento allora è quello di recuperare al presente, sottraendo dal passato, un testo canonico quali Omero per gli ateniesi e per gli alessandrini, non solo comprensibile ma in certo qual modo anche rendendolo presente e di mostrarne la canonicità.
Nella allegoresi il problema temporale viene aggirato, o meglio oltrepassato dall'emergere di una nuova intenzione, che non è più l'intentio auctoris e il suo mondo spirituale, ma l'intentio lectoris e il nuovo universo di senso in cui l'opera tramandata viene ricontestualizzata attraverso allegoresi. Proprio nella allegoresi opera una secolarizzazione ben più intensa, dal momento che l'autorità del mito viene subordinata all'attualità del presente e alla intentio lectoris.
Ermeneutica ebraica e cristiana
L'ermeneutica ebraica si impossessò negli ultimi due secoli prima di Cristo dei metodi filologici dell'ermeneutica ellenistica, presupponendo l'ispirazione divina dei poeti, alquanto diverso dall'affrontare un testo che per dogma è dettato da Dio e il cui valore veritativo è superiore a quello della tradizione letteraria. In questo senso l'ermeneuta deve arrivare ad un messaggio divino nel modo più chiaro possibile, trattandosi, come scrive Ebeling, della concreta interpretazione della Legge. Il primo grande esponente di questa commistione tra filologia greca e tradizione ebraica è Filone Alessandrino, il quale afferma che non serve avviarsi all'allegoria, in quanto questa la si cerca quando il senso letterale appare limitato. L'esempio più evidente sono i suoi commenti al Pentateuco nei Cantico dei Cantici. L'interpretazione della Bibbia muove da un senso letterale e storico per giungere alla determinazione di un senso univoco, di tipo allegorico, il quale è accessibile solo al credente e richiede uno sforzo non solo intellettuale, ma anche spirituale, cioè pneumatico. Quindi l'allegoria nasce per tradurre i testi canonici, come per i greci era Omero, per i cristiani era la Bibbia.
Nel cristianesimo la matasse si complica in quanto abbiamo una rottura introdotta dal Nuovo Testamento. San Paolo nei Corinti introdusse il principio della interpretazione allegorica tipologica dell'Antico Testamento come profezia del Nuovo e giustificazione di Cristo di fronte agli Ebrei. Anche nella Lettera ai Galati abbiamo due figure dell'Antico Testamento che sono viste come personificazioni dell'Antico (la schiava) e del Nuovo (la libera), sicché il superamento del vecchio patto è già compreso e prescritto nel testo tramandato. Si cercherà così di estendere il metodo allegorico allo stesso Nuovo Testamento che non è inteso semplicemente come il racconto della vita di Cristo, ma anche come la legittimazione della Chiesa e della gerarchia ecclesiastica, e come l'annuncio del destino dell'umanità.
Legato al platonismo medio, il principale teorico dell'interpretazione allegorica della Bibbia, Origene di Alessandria, era diviso tra la necessità di vedere nella Bibbia un'allegoria che giustificasse la venuta di Cristo e quella di fornire canoni dall'allegoresi tali da impedire una ermeneutica illimitata. Di qui l'idea di trovare più livelli di senso nel testo biblico. Nel quarto libro del Perì archòn distingue tre livelli in tutto: corpo, anima e spirito (pneuma), ai quali corrispondono tre significati della scrittura, quello che si appresta ad una analisi storico-letterale-grammaticale, quello morale e infine quello allegorico. L'ermeneutica si allea alla ontologia: l'interpretare è definire i modi d'essere e la sostanza della realtà. Questa teoria prevarrà fino al Medioevo.
La scuola di Antiochia, che ebbe come capofila Diodoro di Tarso, perseguiva invece una interpretazione esclusivamente storica della Bibbia. Se l'allegoresi poteva sfociare in posizioni libere ed ereticali, d'altra parte l'interpretazione storico-grammaticale esitava in significati contrastanti con il senso comune ecclesiastico tradizionalmente accettato. Nel Summa theologiae San Tommaso ne distinguerà quattro livelli diversi: un significato letterale, un significato allegorico (Mosè era una "figura Christi" - la liberazione degli Ebrei è figura della Redenzione, ovvero la liberazione dal peccato), un significato morale (liberazione degli Ebrei come mito, simbolo dell'uscita individuale da uno stato di peccato) e un significato anagogico (la liberazione degli Ebrei come liberazione dell'umanità dal male) (cioè l'anima verso la trascendenza, verso il fine ultimo).
L'ermeneutica del cristianesimo riformato
Il 31 ottobre 1516, Martin Lutero affigge alla porta della chiesa di Wittenberg le famose 95 tesi le quali pongono le basi per l'esautorazione della gerarchia cattolica: non è possibile surrogare la fede con le opere perché queste nascono da essa e non viceversa, quindi ogni credente, secondo la dottrina luterana, deve rivolgersi individualmente alle Scritture, di per sé chiare e comprensibili, e non alla gerarchia ecclesiale. Questo fatto interessa all'ermeneutica perché apre la strada alla libera interpretazione con i quali ogni uomo può chiarire i canoni e i metodi interpretativi comprendere autonomamente il senso della Scrittura. Questo spiega il perché, dopo la riforma luterana, la grandissima creatività interpretativa che diede vita ad una serie di movimenti in tutta Europa e non solo. Questo porta successivamente all'abolizione del latino e l'utilizzo della lingua tedesca per dare il via alla libera lettura dei testi sacri.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Lezioni, Ermeneutica
-
Ermeneutica completa M
-
Positivismo giuridico ed ermeneutica filosofica
-
Ermeneutica filosofica – Interpretazione, comprensione e dialogo