Ermeneutica filosofica
La teoretica mette a tema dei nodi teorici, soprattutto emersi in età contemporanea: temi prassi, pratiche, esperienza, prassi e azioni. La differenza tra teoretico e storico potremmo dire che per salire su questo monte non ci interessa la chimica e la fisica dei materiali, ma scalare la montagna, stabilire un percorso preciso. Poros indica il cammino, il passaggio, il guado (nella terminologia omerica). Figlio di Metis, la capacità di trarsi di impaccio, l’intuito, capacità di aprirsi un percorso, di immaginarsi una via.
La filosofia della prassi
Partiremo da Marx, che ha aperto la strada alla filosofia della prassi, ma che non ha definito in maniera estesa questo concetto. Troviamo degli accenni, indicazioni preziose su come intendere la prassi che poco ha a che fare con la tradizione aristotelica o kantiana nelle tesi su Feuerbach, e anche alcuni passi dell’Ideologia tedesca, testo coevo alle tesi. La lettura di Marx è stata ripresa da Antonio Gramsci (Appunti dal Carcere), che interpreta in modo più pieno la filosofia della prassi. Gramsci propone una interpretazione della prassi di tipo umanista, che però lasceremo un po’ al lato. Altri autori marxisti che si sono soffermati: Labriola, Lucacs (storia e coscienza di classe), Sartre (l’ultimo Sartrde della Critica della ragion dialettica).
Ci soffermeremo su Louis Altusser (anni '60-'70) e il suo allievo Etienne Balibar. Segnaliamo anche Diego Fusaro, Ben tornato Marx. Poi ci soffermeremo su Giulio Preti (anni '40-'50), allievo di Banfi, che scrive Empirismo e Praxis, dove nota come ci fosse uno stretto collegamento tra alcune teorie di un Marx letto non scolasticamente e un pragmatismo di Dewey, l’unico ad essere veramente conosciuto in Italia, il quale ha tra l’altro una grande fama tra i pedagogisti.
I pragmatisti americani
La seconda parte del corso: I pragmatisti americani non parlano mai di prassi, ma piuttosto di pratica, conseguenze pratiche, effetti pratici. Preti vede giusto nel vedere analogia tra pragmatismo e marxismo. Peirce e James. Per quanto riguarda James, nozione di empirismo radicale, che può essere un’altra forma di prassismo.
Ludwig Wittgenstein. I pragmatisti pratici presentano una serie di tesi del W. Degli anni quaranta e cinquanta, anche se si è sempre tenuto discosto da questi apparentamenti. Ci parla però della pratica dei giochi di linguaggio e pratica dei giochi, ma come scrive Balibar W. Non si preoccupa di individuare i precedenti. La nozione di prassi sarà un centro di variazione.
Terza parte del corso
È un percorso a spirale, perché i pragmatisti pratici presentano una serie di tesi che possono essere accostati a Wittgenstein, che però si è tenuto lontano dai pragmatisti. Sappiamo però che leggeva di sicuro James, uno dei pochi autori che cita, e poi parla spesso di pratica (Balibar: Wittgenstein lo utilizza nella superba ignoranza del significato storicamente attribuito a pratica, non si preoccupa di individuare i precedenti, i precursori). C’è una somiglianza di famiglia, per usare le sue parole tra Marx, i pragmatisti e Wittgenstein.
Utilizzeremo la nozione di prassi come ‘centro di variazione’ (Goethe) per parlare di questi autori. Wittgenstein parla di album di schizzi paesaggistici, cercheremo di proporre una sorta di quadri impressionisti. (ricerche). Deleuze: parla di personaggi concettuali. Introdurremo con Foucault, il Coraggio della verità, ci interessa la parte sui cinici. Poi la Critica della Ragion Cinica di Peter Sloterdaijk…
Vita e filosofia cinica
Perché la vita della filosofia cinica? È un tema che ci permette di ragionare su vita e filosofia, su pratica teorica e pratica dell’esistenza, su quale legame ci sia tra vita e discorso, pensiero e discorso, espressione di una teoria e la sua messa in pratica. Questi autori ci insegnano che bisogna restare al primato della Ragion Pratica. Riflettono sulla distanza tra filosofia e pratica quotidiana che oggi sembra molto distante. Poi proporremo Carlo Sini. Poi un sociologo, che ha elaborato una prassiologia.
Introduciamo il concetto di prassi un po’ come se fosse una voce di vocabolario.
- Prassein\prattein, il verbo riprende una dizione ancora più arcaica che è peiran, perao, che esprime il concetto dell’attraversamento, del percorrere. Ecco che qui c’è il riferimento alla Nozione di poros che indica il guado, e per traslazione l’espediente. Ricordiamo che nel Simposio Eros è figlio di Poros e Penìa.
Prassein => perao => poros (via, attraversamento, discorso, espediente). Il significato del verbo consolidato prattein è vario.
- Percorrere, compiere, solcare, aprire un percorso (verbo da naviganti). Il senso più antico, verbo da naviganti.
- Ottenere, riuscire, fare, commettere qualcosa.
- Acquistare o ottenere.
- Agire, operare, lavorare, darsi da fare, occuparsi => preoccuparsi per qualcosa
- Trattare con qualcuno (significato più economico => Marx?)
- Esigere le imposte
Eu praxìa => essere prospero, anche in termini economici.
Praxis => Affare, faccenda, effetto, risultato, vantaggio, opera, fatto, ma anche il modo d’essere, la condizione, la fortuna, la sorte, prevale l’idea esecuzione, del portare a termine qualcosa.
Pragma => (Significato assimilabile, ma il greco sottolinea il significato di stato di cose, se volete realtà, opera, fatto, avvenimento, tutto ciò che mi interessa, in cui sono implicato).
La prassi è percepita nel pensiero greco come contrapposta al logos, all’essere, al linguaggio e poi via via nel linguaggio contemporaneo alla struttura.
Aristotele e la prassi
Aristotele è il primo a distinguere nettamente prassi e teoria. Ma Aristotele inseriva un terzo termine tra prassi e teoria (o episteme), questo termine è poiesis.
- Poiesis => techne
- Praxis => fronesis
Ne parla nell’ambito delle virtù e felicità. Dopo questa prima sistemazione aristotelica è poi Marx che rivitalizza il termine prassi, lo agguanta e immobilizza il termine Prassi come:
- Prassi trasformatrice e rivoluzionaria (ha a che fare con etica e politica? Forse sì ma nel senso che li trasforma).
- Insieme dei rapporti sociali di produzione.
Tra i due momenti c’è un passaggio fondamentale, che è Kant, l’elemento pratico dell’azione, con il suo primato della Ragion Pratica, che conduce a una moralizzazione infinita della natura umana, che stabilisce i confini della morale, del compito morale, e anche è Kant il primo a distinguere e delimitare il campo del Practisc e Pragmatisc, una cosa è il pratico e un altro è il campo della pragmatico, antropologia umana, usi costumi e abitudini. Si assiste quindi ad una trasvalutazione del termine aristotelico da parte del marxismo grazie a Kant e alla rivalutazione dell’idealismo trascendentale che, riconoscendo l’unica sostanza nel soggetto stabilisce l’agire e la prassi non come qualcosa di contingente, di successivo alla teoria, ma come ciò che caratterizza la produttività infinita dell’Io o della Coscienza, ha una visione profondamente prassistica (Hegel e Fichte). Fichte scriveva che solo l’azione può verificare l’idea, altrimenti è inefficace.
Tornando ad Aristotele: Etica a Nicomaco. La prassi è un filo conduttore dell’analisi, perché l’azione determina la finalità etica, la finalità etica determina i valori, i valori stabiliscono la virtù. La prassi è tutto ciò che si oppone alla vita speculativa, è un esercizio ed è un’abitudine che va reiterata. Tutto ciò che lega l’uomo al bene agire e al bene vivere nella città e in questo senso la prassi è costitutivamente politica.
- Virtù etiche => dominio ragione sugli impulsi, appartenevano ambito economico o politico (magnanimità, coraggio)
- Virtù dianoetiche => esercizio puro della ragione, scienza, saggezza, arte.
Le virtù etiche vanno intese come disposizioni (exis - habitus). Le virtù etiche sono tendenze al comportamento. Le virtù etiche sono abitudini di comportamento, acquisite attraverso il dominio della ragione che ricerca il giusto mezzo. Sono disposizioni che vanno ortopedizzate, direbbe Foucault. Aristotele distingue Praxis, Poiesis, theoria, ma già in lui la distinzione diventa duale, la poiesis perde valore.
Heidegger e la prassi
Heidegger: ha scritto “interpretazioni fenomenologiche di Aristotele”, in cui partendo da Etica Aristotelica dava una sua interpretazione Das Ein, esserci... Senza timore si può dire che in questa fase praticava un pensiero prassiologico. Non l’ambito ontologico che determina l’originaria esperienza dell’essere, ma il mondo che si incontra nella pratica del produrre. L’essere è ciò che è stato preparato nel processo della poiesis. Esser significa essere prodotto e in quanto essere prodotto nella pratica, essere disponibile nel processo della poiesis e praxis. Un Heidegger molto giovane.
L’ambito d’essere degli oggetti della pratica, poiumenon, pragma (ecc.) designano il piano generale da cui si sono ricavate le strutture ontologiche fondamentali e quindi i modi di appellarsi all’oggetto nella vita umana. Heidegger sta dicendo che l’essere coincide con la capacità di produrre e di essere prodotti, i prodotti di processi di poiesis e praxis. In quanto significativo per la pratica è essere disponibile. Lavora sulla triade Aristotelica, interpretandolo in questo senso:
- Poiesis come techne.
- La praxis è ciò che si lega in modo forte all’esserci.
- La theoria si lega al semplice essere presente.
Soffermiamoci su che cos’è la fronesis nel pensiero Aristotelico-Heideggeriano: la fronesis è la saggezza pratica, quella che nei testi omerici troviamo come metis, la capacità inventiva e la capacità di trarsi di impaccio, la madre di poros, l’intuito, la sagacia, la capacità di previsione o di rapidazione. => si incarna in Ulisse. Quel tipo di saggezza non universale, non teorico - contemplativa, ma pratica, quella saggezza legata al qui e ora, che mi permette un saggio orientamento.
Poi Heidegger abbandona l’ontologizzazione della prassi, ma ammette che l’uomo saggio arriva all’eupraxia, vivere bene e anche all’eudaimonia, colui che agisce con fronesis, che utilizza la praxis secondo la modalità della fronesis, può arrivare alla felicità. La praxis in Aristotele non è intesa come conservazione della semplice zoè, ma serve per il bios, la vita proiettata e vissuta. L’uomo è l’essere vivente che conformemente al suo modo d’essere ha la possibilità di agire, quell’animale dotato di praxis e di logos. La prassi vitale è un riferimento essenziale agli albori del nostro pensiero.
Aggiungiamo che nel proseguo della sua indagine, lo stesso Aristotele critica la aleatorietà di questa idea di praxis, che gli sembra troppo vicina alla poiesis e distante della sofia. Alla fine la vera azione è quella contemplativa, solo nell’ambito speculativo l’uomo è autarchico, così si emancipa dal fare ed è libero dalla coscrizione dell’imperativo che lo determina all’antitesi agire-subire. La praxis deve oltrepassare l’inerte materia. Trova costantemente un confronto con ciò che la prassi deve trasformare, l’inerzia, la materia, qualcosa che appunto la praxis trova da trasformare, l’uomo non può rimanere costretto, la teoria deve essere libera dalla passività della prassi, solo raggiungendo il piano della theoria come azione pura l’uomo si emancipa da questo terreno.
È Marx che ripensa la prassi in riferimento alla politica, ma lo voleva già fare Aristotele. Vuole che sia il principio di trasformazione di sé e della società. Naturalmente è difficile dopo Marx tornare a parlare di prassi in senso di Aristotele o anche solo Kantiano. Ma la Arendt ci prova e dedica un testo in questo senso. Vita Activa, la condizione umana. Si propone di analizzare in senso post-aristotelico i concetti di azione, lavoro, opera. Propone di interpretare con il termine vita activa: l’operare, l’agire, il lavoro. L’azione per lei è sempre una nuova nascita, un nuovo cominciamento. L’elemento della natalità, dell’inizio è quello che caratterizza l’azione e quindi la politica.
La tripartizione aristotelica
Tentiamo di procedere all’umiliazione della prassi di quest’epoca antica a confronto con la magnificenza della teoria. Come va inteso l’orizzonte della pratica? Riprendiamo la tripartizione aristotelica, che per il momento ci è utile. Questa diventa poi un dualismo, teoria-pratica. Ma per adesso diciamo che c’è:
- Poiesis, fabbricazione, fattura in un senso tecnico, il fare produttivo => techne
- Fronesis, ovvero la saggezza pratica, collegata a metis, capacità di fare previsioni.
- Theoria (episteme), più collegata alla sofìa, attività puramente contemplativa.
La fronesis è stata oscurata dalla dignità che si attribuì alla pura contemplazione.
Foucault e la filosofia cinica
Foucault: Feltrinelli, il coraggio della verità, il governo di sé e degli altri 2. Questo testo è una sorta di manifesto del miglior pensiero filosofico contemporaneo, struggente perché sono le ultime lezioni prima della morte. Trascrizione delle lezioni. Grande pensatore del ‘900, forse ultimo grande filosofo. Anni ’60, si dedica al pensiero “archeologico”. Alla fine ridà vita a quello che chiama pensiero genealogico. Negli ultimi anni della sua vita si dedica a ricerche sul pensiero classico, greco e latino, Platone e cinici, la sua storia della sessualità ha avuto grande fortuna.
Nel '71 è chiamato a ricoprire prestigioso ruolo al college de France, che non forma studenti, fino all’84. Dal pensiero discorsivo al coraggio della verità. Inizia nel '71, svolge una prolusione “L’ordine del discorso” (Feltrinelli), dove ipotesi strutturalista: si può parlare di verità solo all’interno di determinati ordini discorsivi. Il sapere è sempre connesso a regimi disciplinari di potere che ritagliano orizzonti all’interno dei quali si può dire se una cosa è vera o falsa. Per lungo il tempo il lavoro di Mendel fu ignorato. Perché? Mendel diceva il vero, ma non era nel vero. L’ordine discorsivo, l’impianto generale del sapere biologico dell’epoca non era pronto a recepire quel tipo di verità, quindi non tutto si può dire in ogni epoca. Si parla di isteria oggi, ma, per esempio, nella cultura assirobabilonese non era possibile. Achille non avrebbe potuto dire a Briseide che era un’isterica perché non c’era un regime semantico che lo permettesse. Fa appello al coraggio della verità alla fine del corso, ad esprimere tutta la verità e ad esprimerla con franchezza, senza tema di essere attaccati, ma se proprio lui dice che ci sono solo regimi discorsivi dove si può dire la verità, allora come fa a dire che Socrate era il parresiasta? È una verità corrispondentista quella cui si riferisce? Dal primo febbraio a fine marzo, quando muore di AIDS nel '84. Qualcuno ha detto che quel corso era soffuso dalla luce della morte e non è un caso che parli del Fedone, la morte di Socrate, dell’Apologia, il dialogo dell’orgoglio socratico. Si interroga sul significato di far filosofia? Al centro del discorso ci sono due termini greci.
- Parresia
- Epimeleia
Il primo è un termine che viene da “Pan” “Reuein”, dire tutto e con franchezza. Epimeleia è la cura. Cita le ultime parole di Socrate (alla fine della sua vita riflette sulla morte di un altro filosofo, non casualmente). “Critone dobbiamo un gallo ad Asclepio, curatene tu”. Nietzsche le interpreta come una vendetta alla vita. Come se sacrificasse un gallo perché guarito dalla malattia della vita. Foucault, forse negli anni '70 l’avrebbe vista come N., ma la vede diversamente, adesso crede che grazie alla filosofia Socrate sia stato guarito dalla malattia del discorso, del luogo comune, dei pregiudizi.
F. dice che non è la morte a fargli paura, ma l’interruzione della sua filosofia, la filosofia è la sua terapia, che aiuta a guarire dalla malattia mortale del pregiudizio (Cfr. Wittgenstein). Idea che bisogna guarire dai crampi del linguaggio, dalla malattia mortale del pregiudizio. “Curatene tu”, epimeleia, abbi cura della verità, cerca di dar corpo alla verità, che è quella che consente di difenderci. Foucault approda ad un esito profondamente socratico alla fine della vita, e anche platonico. Tornando sui temi eterni della filosofia: la conquista della verità, la liberazione dai pregiudizi…
Torniamo alla parresia, questa volontà di dire il vero e parlare franco conduce ad un’analisi epistemologica, un po’ alla Tarski, se dico che la neve è bianca, l’enunciato è vero se è veramente bianca, ma no, Foucault non torna ad una visione corrispondentista della verità, si tratta di un’indagine aleturgica (aletheia ed ergon, il lavoro di verità, infatti si interroga su quale lavoro produca la verità, si chiede: qual è –si chiede Foucault- l’opera che produce verità? In quale prassi?). La parola prassi comincia a fare capolino, ma è sempre stato interessato alle pratiche. Foucault ci offre una cornice per inquadrare il tema della prassi.
Foucault: nell’antica Grecia fare filosofia era una pratica di vita, c’erano delle scuole, i filosofi non scindevano il loro lavoro dalla pratica esistenziale che conducevano. Si entrava in una scuola di filosofia per praticare la filosofia, non era un lavoro intellettuale.
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Ermeneutica Pedagogica - Appunti lezioni (parte 1)
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