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Sini la genealogia mostra che ogni livello di pratica crea soggetti e oggetti conformi. Si può

ottenere una trasformazione solo se ci si chiede che cosa si sta facendo.

Ogni saper fare è una relazione che pone i propri confini. Per Sini, inoltre, non esiste il praticante

e il praticato, ma esiste un termine medio, ovvero la pratica la quale possiede una funzione

relazionale di rimando. Vi è un’affinità alla logica triadica in Peirce (Sini infatti era uno studioso

del pragmatismo americano). Non si deve dunque partire da elementi astratti dalla pratica e

aggregarli a posteriori, non ci sono emergenze soggettive e oggettive se non in riferimento ad una

pratica di vita.

Sini fa l’esempio della pratica amorosa: non abbiamo poli indipendenti ma abbiamo una pratica

amorosa, e cioè un interpretante che stringe i due poli in una relazione che media e pone i propri

stessi poli di riferimento → triangolo ∆ Peirce.

Altro esempio. Quando cammino per un sentiero, i miei piedi percorrono il sentiero all’interno di

una pratica. Ogni pratica, dunque, è relazionale.

Sini spiega come la pratica sia trascendentale, ovvero pone degli orizzonti, e venga configurata

come un abito.

Sini lavora su 3 tipi di pratiche diverse:

1) Pratica storiografica: consiste nel riattivare un mondo così come esso era in sé. La

pratica storiografica vuole imporsi indipendentemente dalle interpretazioni, vuole rianimare

un mondo antico ricostruendolo e utilizzando metodi precisi. Non ci sono oggetti ma gli

oggetti, per quanto riguarda la pratica storiografica, sono costruiti all’interno della pratica.

2) Pratica scientifica: la scienza produce una particolare verità che è connessa agli

strumenti che essa utilizza. La scienza costruisce degli oggetti in sé, dei puri fatti. Tutto ciò

che la fisica ci propone sono delle verità all’interno della pratica scientifica. La pratica

scientifica ha un valore alto perché conduce ad obiettivi fondamentali per la nostra cultura,

ma Sini mette in guardia contro l’ipostatizzazione di queste verità.

3) Pratica filosofica: la pratica filosofica è un esercizio, (affinità con Foucault) l’esercizio

critico è ciò che connota la pratica filosofica, non pone degli oggetti o dei fatti.

La filosofia, secondo Sini, non cerca di trovare delle risposte,si configura come un modo di

abitare un presente, è un modo di confrontarsi pratico. L’esercizio del filosofo è una prassi, una

genealogia. Il filosofo non è un pensatore ma un praticante. Non è necessario utilizzare delle

meta-teorie ma bisogna utilizzare delle pratiche. La filosofia guarda se stessa mentre fa una

pratica.

Sini fa riferimento alla pratica come etica, come costume in via di trasformazione. C’è un

coraggio dell’etica della verità per il filosofo. Quello che si fa all’interno di una pratica filosofica

non vuole proporsi come il vero.

Sini spiega come sia importante la cura del soggetto, la cura delle sue ideologie e superstizioni,

della prassi che esegue.

Concludendo, Sini afferma che non dobbiamo partire dalla distinzione tra teoria e prassi, ma la

stessa parola prassi nasce all’interno di una pratica determinata.

Abbiamo già parlato della non-azione secondo i Cinesi e del principio del Wu Wei, della

propensione delle cose piuttosto che della potenza dell’azione, abbiamo fatto riferimento al Tao e

soprattutto abbiamo sottolineato come l’azione vado intesa in questo senso per la cultura orientale:

non come un fare (poiesis), né come un lavorio puntuale, discreta dalla continuità degli altri fatti,

che avviene qui ed ora. Questa non è la prospettiva dell’antica saggezza cinese. Né l’azione è da

intendersi come fatta da un soggetto, certo, c’è qualcosa che agisce, ma è l’evento, lo scorrere del

mondo. Citiamo Nietzsche (Genealogia della morale, prima dissertazione) <<L’attività.. può

apparire diversamente solo sotto la seduzione della lingua, che intende e fraintende ogni agire

come condizionato da un agente, da un ‘soggetto’. Allo stesso modo, infatti, con cui il volgo separa

il fulmine dal suo bagliore e ritiene quest’ultimo un fare, una produzione di un soggetto, che viene

chiamato fulmine, così la morale del volgo, tiene anche la forza distinta dalla estrinsecazione della

forza, come se dietro il forte esistesse un sostrato indifferente, al quale sarebbe consentito

estrinsecare forza oppure no. Ma un tale sostrato non esiste; non esiste alcun ‘essere’ al di stato

dell fare, dell’agire, del diventie, colui che fa non è che fittiziamente aggiunto al fare - il fare è tutto.

Wu Wei: agire senza sforzo. E’ l’azione senza attività, senza causalità diretta, appunto il lasciarsi

andare al Tao. Il pensiero cinese ci presenta un’azione non attivistica, non poietica. La visione

cinese è molto distinta dalla poiesis ed è vicina alla praxis, alla metis, quell’intuito sagace che sa

adattarsi al corso degli eventi, sa adattarsi al movimenti e alle necessità dell’esistenza. Si può dire

che in questa occasione è l’evento che agisce, non il soggetto. Il nostro pensierò però è difficile,

innanzitutto distingue tra efficacia dell’agire, che non è pensata in oriente come una prova di forza,

si tratta solo di trarre vantaggio dalla situazione trasformandola in un dispositivo. Quando mi fisso

un obiettivo mi espongo in una possibilità di sconfitta. Mettersi in una situazione di forza significa

sfruttare gli eventi, senza esserselo proposto. Questo significa attendere che il momento sia

propizio, semplicemente lasciando che il corso degli eventi sia propizio. Arciere: immagine di J.,

Apollo, contro il surfista, che non mira all’obiettiva per colpire, ma appunto cavalca l’onda, senza

forzare la situazione. L’azione è acuminata, tagliente, non a casa oggetto del mito, perché le azioni

si possono raccontare. Il dramma in occidente è stato fondamentale, mentre in oriente non hanno

figure eroiche da raccontare. L’occidentale modellizza, fa un eidos, cerca di applicarlo, lavora sulla

coppia mezzo-fine, teoria-pratica. Naturalmente, tenta di attuare il passaggio dall’uno all’altro con

forza, dinamicamente (timeo di Platone, eideia kai dunamis, queste due cose vanno insieme nel

pensiero greco-platonico). Legato a questo processo anche l’atto di parola, che in occidente sono

frecce, atti di offesa spesso, Gorgia dice che ha piccolissimo corpo ma può fare tantissime cose, in

oriente le parole sussurrano . La trasformazione passa normalmente inavvertita, non è più

isolabile, non essendo ricollocabile ad un soggetto individuale. L’azione è sempre spettacolare,

teatrale, l’effetto della trasformazione si risolve nella trasformazione. L’acqua distrugge qualsiasi

cosa ma lo fa attraverso un processo lento.

Karl Marx. “ I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo “.

Scritti e pensiero di Marx;

- Secondo Balibar in Marx c’è una fase giovanile umanista e feuerbacchiana, poi c’è una

fase filosofica idealista, una fase politico sociale e infine economista

- Secondo Althusser il 1845-46, ovvero l’anno della stesura dell’ Ideologia tedesca e le Tesi

su Feuerbach, segnano una rottura epistemologica

La filosofia di Marx è una filosofia della prassi, una filosofia che vuole trasformare. Marx

propone lo smascheramento degli abbagli e delle superstizioni del pensiero e del linguaggio. Marx

vuole fare ciò nell’esercizio di una pratica precisa nella trasformazione della realtà e di se stessi.

Althassaur spiega come la filosofia marxista non possa essere letta come un umanismo perché

l’uomo non è più al centro della sua riflessione ma l’uomo è l’insieme dei rapporti sociali (affinità

con Feuerbach).

Lettura ed interpretazione I tesi su Feuerbach.

Marx fa riferimento in questa tesi al materialismo e a Feuerbach.

Il materialismo afferma che l’unica realtà esistente è la materia e tutto deriva dalla costante

trasformazione della materia. I materialisti sono monisti, deterministi e meccanicisti.

Feuerbach faceva parte della corrente dei giovani hegeliani. La tesi di Feuerbach è che la

teologia si basi sull’antropologia: infatti le perfezioni umane vengono proiettate e attribuite ad un

Dio trascendente. C’è dunque una alienazione inconsapevole delle proprietà mane. Il progetto di

Feuerbach è quello di ritornare all’uomo sensibile, all’uomo concreto. Il materialismo di

Feuerbach, che consiste nell’affermare che è necessario ritornare all’uomo materiale, distingue tra

teoria e prassi.

Marx nella I tesi usa per la prima volta il termine gegenstand ovvero oggetto. Secondo Marx il

difetto di ogni materialismo è stato quello di intendere l’oggetto distinto al soggetto. Il

gegenstand non va inteso come object ma secondo l’attività. La realtà va vista come costituita

dall’attività umana.

Per Marx il conoscere non è solo un lavoro produttivo e oggettivante ma ha a che fare con le

prassi materiali che compongono l’esperienza umana. Il lavoro produttivo non è un lavoro

concettuale ma riguarda le pratiche materiali che producono l’esperienza umana. Feuerbach

resta all’interno dell’incanto metafisico.

I punti essenziali di questa tesi sono l’attacco al materialismo e alle tesi di Feuerbach. Marx

riprende un tema idealista ovvero quello della produttività dell’azione della teoria ma per Marx

la produttività non è solo teorica ma è anche prassi. La prassi va ricomposta alla teoria ed è

necessario superare il dualismo prassi/teoria.

Marx critica il materialismo il quale afferma che la materia è un puro dato inerte. Non esiste c’è

un soggetto producente ed un oggetto prodotto ma c’è una linea continua. La materia non è

solo l’argilla ma è l’argilla e il lavoro artigianale. La materia non è il dato naturale ma è la materia

e l’animazione del lavoro. È la prassi che fa. La prassi è la capacità di porre relazioni e rapporti

dinamici e all’interno di questi rapporti si produce.

Importante in Marx è questa ontologia delle relazioni in cui non vi è un io o un non-io ma

l’esperienza della pratica.

Marx fa una critica a Feuerbach il quale parla dell’uomo concreto mentre dovrebbe parlare

dell’uomo storico con i suoi bisogni materiali (Ideologia tedesca).

Il gegenstand è un prodotto dell’attività storica, ed è il risultato delle operazioni di una

sequenza di generazioni. Queste generazioni hanno strutturato l’oggetto secondo i bisogni.

Dunque vi è una plasmazione della realtà in virtù dei bisogni esterni e della prassi (analogia con

il pensiero di Sini il quale afferma che la realtà non può essere sciolta dalla pratica.)

Vi è una reciprocità di agente e agito che vive nel divenire materiale, nella sostanza materica

della prassi. Ogni attività è un’attività pratico-inerte che si esteriorizza nel campo pratico. →

ontologia della prassi.

Lettura ed interpretazione II tesi su Feuerbach.

La II tesi è incentrata sul problema della verità e sulla prova della realtà.

Marx critica duramente la tradizione scolastica ed idealista. La questione se il pensiero

corrisponda o meno alla realtà è una disputa metafisica. I concetti di pensiero e realtà fanno

riferimento ai rapporti. Non ha senso sapere se il pensiero collochi o meno la realtà all’esterno.

Provare la verità dunque non vuol dire cercare una corrispondenza della verità alla cosa ma è

necessario sapere quali effetti produce questa idea.

Questa tesi vuole mettere a tacere le dispute metafisiche. Per Marx non esiste discussione

sulla verità della realtà intesa indipendentemente dagli effetti pratici e dal contesto. Dobbiamo

invece chiederci quale sia la credenza o l’ideologia che maschera le concrete relazioni di

produzione.

La verità emerge dal lavoro che trasforma e rivoluziona ed è da considerarsi come un effetto a

posteriori. La questione è l’individuazione di quelle pratiche all’interno delle quali si decide cosa

è vero e cosa è falso. La verità non va verificata ma la prova della verità è da rintracciare

all’interno delle pratiche comuni.

Marx nella pagina 371 dell’ideologia tedesca dà una definizione di materialismo storico. Inoltre

spiega come la forza motrice della storia non è la critica ma la rivoluzione, che è una prassi,

un’azione trasformatrice che costituisce l’essenza dell’uomo e l’insieme dei rapporti sociali.

Lettura ed interpretazione III tesi su Feuerbach.

Marx ha lavorato sulla nozione di avviluppo (affinità Sartre). La prassi, infatti, condiziona le

condizioni da cui risulta condizionata. C’è un doppio scambio tra individuo e condizione.

Per Marx l’attività umana può essere intesa come pratica rivoluzionaria, in questo modo si esce

dal dualismo oggetto-soggetto. Marx ci obbliga ad una rivoluzione e ne parla in un senso politico

e militante. Il pensiero non deve ridursi alla sua attività ma deve essere un libero esercizio

critico. La critica è una disposizione di un certo tipo. L’attività critica deve essere un esercizio

ma deve anche rivolgersi verso se stesso.

La teoria deve farsi pratica in atto, deve diventare habitus in azione. È solo nella prassi che

possiamo mutare.

Ideologia tedesca.

Marx propone una critica all’ideologia. L’ideologia è dedicata a Feuerbach, ai socialisti e a

Stirner.

A pagina 331 afferma come sia la produzione a costituire l’essenza dell’uomo. È tramite la

produzione che gli uomini producono la loro esistenza materiale. Vi è un legame tra l’esistenza e

l’attività produttiva.

Nel testo vi è un’analogia con le lebensform di Wittgenstein. Gli individui, per Marx, sono nel

modo in cui oggettivano la loro esistenza. L’essere degli individui risiede nella produzione

esteriore dei propri mezzi di sussistenza.

C’è un’analogia tra essere ed essere produttivi. Ciò che gli individui sono dipende dalle

condizioni materiali del loro produrre.

A pagina 343 Marx introduce il riferimento all’ideologia e afferma come tutto ciò che appartiene

alla sovrastruttura sembra avere una natura universale mentre deriva dalle condizioni

materiali della produzione.

Cos’è l’ideologia per Marx?

L’ideologia è un sistema di immagini, di idee e di concetti. È un’attività di donazione di senso. È

l’insieme delle rappresentazioni dotate di una funzione storica in una determinata società. È il

sistema di rappresentazioni con cui guardiamo il mondo ed è inconsapevole. L’ideologia non è

falsa ma è un mascheramento delle condizioni economico pratiche. Ideologia significa

assumere gli spettri per realtà.

Balibar spiega come Stirner sia il nemico privilegiato di Marx. Stirner con la sua critica radicale

ad ogni universalismo astratto metteva in difficoltà Marx.

Stirner spiega come l’idea dei diritti umani sia qualcosa di storicamente determinato. Per Stirner

dovremmo affidarci solo alla singolarità individuale. Marx e Engels non hanno potuto eludere

questa obiezione, essi hanno operato un salto dalla nozione di prassi alla nozione di produzione

economica la quale ha reso possibile sganciarsi dall’obiezione.

Importante nell’Ideologia è la nozione di ontologia della produzione → è la produzione dei

mezzi di esistenza che forma l’uomo.

Il materialismo di Marx va letto infatti come un materialismo della prassi. La prassi è il vero

soggetto della storia, la materia è interpretata come prassi sociale ed è organizzata

storicamente. Gli interessi mutano la storia e dunque cambia il riferimento alla prassi.

A pagina 45 spiega come la produzione modifichi le forme della prassi.

A pagina 72 espone l’assunzione per cui la soggettività diviene un effetto. Il soggetto viene

inteso come pratico, anonimo e multiplo → l’uomo è l’insieme delle relazioni sociali.

Lettura ed interpretazione tesi VI, V, VII su Feuerbach.

IV tesi.

Marx in queste tesi espone una critica alla pura astrazione. Feuerbach risolve la teologia in

antropologia, però afferma che esista un uomo concreto. Per Marx è importante sapere perché

l’uomo si alieni → Marx spiega come l’uomo miri all’alienazione perché le sue condizioni

materiali su questa terra sono quella di un uomo alienato. Bisogna cambiare le condizioni

dell’alienazione. Infatti quando ci saremo liberati della proprietà privata allora saremo liberi

dall’alienazione-proiezione.

VI tesi.

Marx asserisce che l’essenza umana non è qualcosa di astratto. L’essenza umana è l’insieme

dei rapporti sociali. Marx utilizza tre termini in questa tesi che dicono esattamente lo stesso.

L’essenza non è qualcosa di definito, né di collettivo ma è trans individuale → attraversa gli

individui.

Per Feuerbach al contrario l’uomo è quello isolato e singolo. L’essenza è concepita solo come

un genere.

La VI e la X tesi sono incentrate sull’essenza umana. C’è un unico soggetto della storia che è la

prassi che connota l’essenza umana.

L’uomo dunque non è wesen, non è natura e non esiste un genere umano. Non si può concepire

l’uomo a partire dall’idea altrimenti rimarremmo attaccati alla concezione metafisica di Stirner

(S: se non si danno gli universali allora dobbiamo fare appello alla singolarità esistenziale).

Ideologia è una critica al nominalismo estremo di Stirner. Marx afferma che si può parlare

dell’uomo senza far riferimento alle categorie metafisiche ed universali.

L’uomo coincide con il suo prodursi sociale. Gli uomini sono nelle relazioni. Il tema della

relazione si collega a quello di comunismo. Il comune non è un tutto che contiene le singole parti

ma c’è un intrecciarsi di molte particolarità.

Punti essenziali VI tesi:

1) Il vero soggetto è la prassi anonima del fare comune. Parlare di soggetto è

problematico, la cosa rilevante è la prassi comune.

2) L’uomo è il risultato di questo operare sociale. Ciò implica:

- Un umanismo in cui l’esserci dell’uomo è un essere comune (anti umanismo secondo

Balibar)

- Cioè un comunismo (insieme relazioni sociali)

- Cioè un materialismo (la materialità è quella delle pratiche avviate)

L’obbiettivo di Marx è quello di contrastare la visione borghese la quale intende gli individui

come enti distinti che possono eventualmente unirsi insieme.

L’ontologia della prassi è un’ontologia della relazione che schiva la soggettività ricorrendo

all’ensemble → gli individui sono prodotti di pratiche specifiche.

XI tesi.

In questa tesi si assume l’importanza prassistica e viene steso un programma d’azione. Questa

tesi segna una sorta di rottura epistemologica in Marx.

La teoria viene incarnata e insieme soppressa dalla prassi che la realizza. Da questa tesi

possiamo dedurre delle domande per un programma d’azione (ovviamente implicite Martina  ).

- Cosa posso pensare? È un esortazione al lavoro del filosofo. Il filosofo deve liberarsi

dalle ideologie, dai segni, dai concetti cercando di comprendere la genesi pratica,

trasformando l’ambiente, gli altri e noi stessi.

- Cosa devo fare? Una volta criticata l’ideologia è necessario instaurare un programma

d’azione. Quest’attività trasformatrice deve mutare con i concetti.

- Cosa devo sperare? La realtà è un abito d’attesa. La realtà la costruiamo e può essere

definita come qualcosa che si trova nel futuro.

L’XI tesi non è da leggere. L’ultimo interpretante logico è il modo d’azione concreto. L’undicesima

tesi non sottolinea l’agire per l’agire, non consideriamo l’agire in modo puramente descrittivo. Il

soggetto rimane in luogo d’emergenza delle pratiche.

Ciò che Marx ci presenta nelle tesi è un pensiero prassiologico che mette al centro la nozione di

impersonale, di anonimo, di relazionale e di non proprietario → è una descrizione dell’essere

umano non identitaria.

La società borghese esalta la funzione della persona umana singolare, per Marx, questa visione

va oltrepassata perché la singolarizzazione non permette di trovare l’essenza comune. È

necessario pervenire ad una visione comunitaria.

Tema principale dell’XI tesi → rapporto tra pensare e fare. Marx non vuole contrapporre prassi e

azione.

L’undicesima tesi ha un carattere performativo: invita ad abbandonare la filosofia condannandosi

al silenzio. Ogni dire è fare.

Riassunto dell’Ideologia tedesca

Gran parte degli intellettuali tedeschi non hanno combattuto veramente le idee dei borghesi. La

filosofia di Marx vuole prendere le mosse dai presupposti effettivi. Questi sono gli individui

concreti, il loro agire e le loro condizioni materiali di esistenza (quelle che essi hanno trovato

preesistenti e quelle che hanno prodotto). Questi presupposti dono quindi constatabili in maniera

meramente empirica. Il dato di fatto originario è la struttura fisica degli uomini e la loro relazione

che ne discende nei riguardi della restante parte della natura. La loro struttura fisica portò gli

uomini a produrre e ciò li differenziò dagli altri animali. La produzione dei mezzi di

sostentamento corrisponde di fatto all’esistenza materiale. Il modo in cui gli uomini reperiscono

i loro mezzi di sostentamento e il modo in cui li riproducono è il modo in cui gli uomini

oggettivano la loro esistenza materiale. Il modo in cui gli uomini oggettivano la loro esistenza è

il modo in cui esistono. Ciò che producono e la maniera in cui la producono identifica ciò che

sono. La crescita demografica manifesta il livello di produzione. L’intera strutturazione di una

nazione dipende dal livello di sviluppo della produzione. Ogni nuova forza produttiva reca con

sé un ulteriore sviluppo del lavoro Quando il lavoro si specializza si divide in primo luogo in

agricolo e industriale (portando ad una disgiunzione anche tra città e campagna), e poi in

lavoro commerciale e industriale. Questi settori hanno tutti una divisione interna, che

sviluppa differenti suddivisioni tra individui.

Una determinata attività produttiva corrisponde quindi a determinati rapporti sociali e politici

(produzione = rapporti umani). Il rilievo empirico deve rivelare in modo empirico il nesso tra la

strutturazione politica e sociale e la produzione. La strutturazione sociale e lo Stato sono il frutto

del processo di esistenza di soggetti determinati, ma non per come essi possono sembrare dalle

rappresentazioni proprie o altrui, ma per come sono concretamente. Solo dalla concreta esistenza

degli uomini derivano le loro idee, rappresentazioni e produzioni spirituali ( religione, politica, etica,

metafisica ecc..). La coscienza non può essere nulla di diverso dall’essere coscienti e l’essere

degli uomini è il loro concreto processo della loro esistenza. La filosofia tedesca ‘discende dal cielo

sulla terra, quando dovrebbe fare l’opposto. Le immagini e rappresentazioni degli uomini nascono

dal loro concreto vivere, analizzabile empiricamente, secondo la filosofia ‘rovesciata’ di Marx.

Prendendo le mosse dagli uomini che operano concretamente tutte le loro sublimazioni cessano di

avere parvenza di indipendenza. L’analisi storiografica marxista parte dal concetto ‘processo di

produzione’, dai rapporti sociali connessi ad esso e va ad analizzare tutta la società civile sia come

Stato sia come produzione teoretica e di coscienza. Non va alla ricerca di una categoria (come la

concezione idealista della storia), ma resta ancorata al terreno storico concreto , rende conto così

delle composizioni di idee muovendo dalla prassi materiale. La forza motrice della storia (di tutte le

storie) non è la critica (come insegna la storiografia idealista), ma la rivoluzione. Per ogni fase dello

‘spirito’ si trova un traguardo materiale, una somma di forze produttive, una relazione storicamente

determinata con al natura e dei soggetti tra loro, e ogni generazione eredita dalle precondizione.

Le circostanze costituiscono gli uomini in misura non inferiore di quanto gli uomini costituiscano le

circostanze. Quello che i filosofi si sono immaginati come sostanza o essenza dell’uomo è questo

precondizionamento. Nel corso della storia ricorre periodicamente uno scossone rivoluzionario

che se ci sono le giuste condizioni pre-esistenti capovolgerà il fondamento di tutto quel che è

costituito. E tali giuste precondizioni sono le forze produttive vigenti e la costituzione di una massa

rivoluzionaria che agisca non solamente contro talune condizioni, ma contro tutta l’attività globale

su cui essa si regge. Le idee della classe egemonica sono in ogni tempo le idee egemoniche. Ciò

significa che la classe che rappresenta la potenza materiale dominante è, al tempo stesso, la sua

potenza spirituale dominante.

Louis Althusser – Per Marx

Riassunto

“Marxismo e umanesimo”

• Socialismo = a ciascuno secondo il proprio lavoro.

• Comunismo = a ciascuno secondo i propri bisogni.

Forse il cosiddetto ‘umanesimo socialista’ è un possibile punto di incontro tra comunisti e

socialdemocratici.

Come Marx aveva previsto, la lotta rivoluzionaria ha avuto, nella sua prima fase storica, la forma

della lotta di classe = fine dello sfruttamento della classe = fine dello sfruttamento della classe

proletaria. In URSS questa fase storica è finita (fine della dittatura del proletariato). Questa

trasformazione nella storia chiarisce certe trasformazioni avvenute nelle menti. Può essere visto,

come diceva Marx nei Manoscritti del ’44, come l’appropriazione dell’essenza umana da parte

dell’uomo.

Cerchiamo una conoscenza scientifica del termine umanesimo socialista. Il problema è che

questa espressione racchiude un ossimorico squilibrio teorico perché:

• Socialismo = concetto scientifico

• Umanesimo = ideologia

Dicendo che quello di umanesimo è un concetto ideologico (e non scientifico), sosteniamo che

designa un insieme di realtà esistenti, ma che, a differenza di un concetto scientifico, non offre

anche i mezzi per conoscere tali realtà.

Per il giovane Marx, l”Uomo” non era soltanto un grido di denuncia della miseria e della servitù.

Era il principio teorico di una concezione del mondo e di un atteggiamento pratico. L”Essenza

dell’uomo” (che si trattasse della libertà-ragione o della comunità), era posta a fondamento sia di

una teoria rigorosa della storia, sia di una coerente pratica politica.

Lo si vede nelle due tappe del periodo umanista di Marx.

1. Tappa dell’umanesimo razionalista-liberale, più vicino a Kant e a Fichte che a Hegel. La

storia è intellegibile soltanto attraverso l’essenza dell’uomo: libertà e ragione.

• Libertà: è l’essenza dell’uomo come la pesantezza è l’essenza dei corpi. L’uomo è

votato alla libertà che è il suo stesso essere. Quand’anche lo nega in realtà lo

afferma, proprio combattendolo. La libertà è sempre esistita, anche nella forma non

razionale del privilegio (=feudalesimo).

• Ma nell’epoca moderna esiste nella forma della ragione dello stato moderno. La

filosofia esige che lo Stato sia lo Stato della natura umana.

2. ’42 – ’45 Umanesimo comunitario (passo decisivo grazie a Feuerbach). Denuncia

contraddizione reale tra la sua essenza (ragione) ed esistenza (sragione). L’essenza è

ragione solo in quanto prima è essere comunitario. Ancora una volta il punto di partenza è

l’uomo. Ma l’uomo è libertà ragione solo in quanto è dapprima ‘Gemeinwesen’, essere

comunitario, un essere che si compie teoricamente (scienza) e praticamente (politica) solo

nei rapporti umani universali, sia con gli uomini che con gli oggetti (la natura esteriore

“umanizzata” attraverso il lavoro.) Ancora una volta, l’essenza dell’uomo fonda la storia e

la politica. La storia è l’alienazione e la produzione della ragione nella sragione, dell’uomo

vero nell’uomo alienato. Nei prodotti del proprio lavoro (merci, Stato, religione), l’uomo,

senza saperlo, realizza l’essenza dell’uomo. Tale perdita dell’uomo, che produce la storia e

l’uomo, suppone appunto un’essenza preesistente definita. Alla fine della storia,

quest’uomo divenuto oggetto inumano dovrà soltanto riappropriarsi, come soggetto, della

propria essenza alienata nella proprietà, nella religione, nello Stato, per divenire uomo

totale, uomo vero.

3. ’45 - Umanesimo ‘Reale’ e non illusorio. Non parte dal concetto dell’essenza di Uomo.

Sostituisce vecchi postulati con un materialismo dialettico-storico della praxis. Cioè con un

materialismo dei diversi livelli specifici della pratica umana (pratica econimica, politica,

ideologica, scientifica) nelle loro articolazioni, fondate sulle articolazioni specifiche che

permette di situare ciascuna pratica particolare nelle differenze specifiche della struttura

sociale. Novità del materialismo storico e della profonda rivoluzione teorica che questo

implica.

Anti-Umanesimo teorico? Dal punto di vista strettamente torico sì: si può conoscere

qualcosa degli uomini soltanto alla condizione di ridurre in cenere il mito di filosofico

(teorico) dell’uomo. Eppure, l’umanesimo esiste storicamente e ha un suo peso in quanto

ideologia. L’ideologia come sistema di rappresentazioni si distingue dalla scienza in quanto

la funzione pratico-sociale ha la meglio, in essa, sulla funzione toeirca (o funzione di

conoscenza). Qual è la natura di tale funzione sociale? Teoria marxista della storia. I

“soggetti” della storia sono determinate società umane. La loro complessa unità mette in

gioco delle istanze, che per Engels sono:

• L’economia

• La politica

• L’ideologia

Tutto avviene come se le società umane non potessero sussistere senza tali formazioni

specifiche: il materialismo storico non può concepire che la stessa società comunista

possa fare a meno dell’ideologia. L’ideologia appartiene all’ambito della coscienza? No.

L’ideologia è ciò attraverso il quale gli uomini filtrano il proprio rapporto col mondo. E’ la

sovrastruttura che fa vivere in un certo modo l’espeienza che gli uomini hanno con la

struttura reale. In questa surdeterminazione del reale da parte dell’immaginario e

viceversa l’ideologia è nel suo principio attiva. Essa modifica il rapporto tra gli uomini e le

proprie condizioni di esistenza: non può essere mai puramente strumentale. E’ per questo

che la borghesia deve credere al proprio mito prima di conoscere gli altri. L’ideologia

dominante è quella della classe dominante ed essa le serve non solo a dominare la classe

sfruttata, ma anche a costituirla in classe dominante, facendole accettare come reale e

giustificato il suo proprio vissuto col mondo. Questo è il ruolo dell’ideologia in una società

di classe. Ma a cosa può servire in una società senza classi? A regolare le condizioni di

esistenza in cui si vive a favore di ogni uomo. I temi dell’umanesimo socialista sono il

modo in cui i sovietici e altri socialisti vivono il proprio rapporto con questi problemi (di

passaggio al comunismo).

19-03-14

Preti, pensatore dimenticato ma libero. La lettura di Praxis ed empirismo però ha molto da dire alla

modernità. Ci dice, nel capitolo centrale, degli “indicatori pseudocosali”, indicatori vaghi, che si

chiariscono solo quando non c’è un orizzonte di significato. “Esiste x” non ci dice niente. Ci vuole

un “universo di discorso”. Ogni universo di discorso è abitato da simboli e segni presenti solo in

quell’universo. Questo universo di discorso è esattamente il famoso gioco linguistico di

Wittgenstein. Quando dico che un’esistenza assume il suo senso di discorso all’interno di un

universo di discorso sto parlando di pratiche, ma, se accettiamo questo, dobbiamo accettare che i

termini scientifici esistono all’interno di una pratica scientifica, che ha un suo contesto

esperienziale in cui quel termine esiste. Non si può parlare di esistenza e realtà in termini vaghi e

generali. I realisti, per Preti, hanno un atteggiamento onnipresente e dittatoriale, di tipo “cattolico e

fascista” (dice provocatoriamente). La realtà si dice in più sensi. Ogni realtà è diversa a seconda

del punto di vista, degli strumenti e il punto di vista ‘panoramico’ sulla terra non esiste. Preti

privilegiava però l’approccio scientifico, che per lui ha più valore degli altri, perché produce

effetti, ha efficacia operativa, produce conseguenze pratiche di grandi rilievo e ha anche la

capacità di spiegare i propri limiti, i nostri limiti, quindi ha anche la capacità di auto correggersi,

sempre che però la guardiamo dal punto di vista anche fallibilista, di cui parla anche Peirce, per cui

l’ultimo dato non è mai l’ultimo dato. La verità non va intesa come ‘adeguatio’ ma come

stipulazione comune, come efficacia garantita, non si sta quindi parlando di una realtà

ontologicamente intesa, ma di un concetto di realtà che va inteso in senso normativo,

metalinguistico, cioè come un metodo che ci aiuti ad orientarci nella realtà, a darci un metodo per

procedere agevolmente. Si può quindi forse arrivare alla possibilità di fondare un ontologia

generale, ma sarà solo di tipo formale, cioè un insieme di riferimenti logico linguistici. Se la verità

non va intesa come corrispondenza, secondo quello che pensava il materialismo dialettico di

Lenin, ma come asseribilità, lo si fa perché riesce e opera, persuade e ottiene un consenso. Sono

questi i quattro casi per cui una verità può essere considerata tale. Può essere pensata come

postulata, ma nel senso di ideale regolativo. L’unità del mondo reale è una pura idea della

ragione. P.95 secondo paragrafo.

P 99 – 100, punto ulteriore della sua ricerca: il vero postulato, a priori, primum, fondamento è

l’evidenza pragmatico del senso comune, le nostre certezze più comune, che fanno parte degli

habitus del nostro essere al mondo (Bordieu). Qui si tratta degli atti e non dei fatti, quelli sono i

primum, quella è la realtà. Quando parliamo di realtà parliamo di atti e non di fatti. Le evidenze

pragmatiche del senso comune sono quelle che hanno portato a scoperte anche importanti. Ma il

senso comune non costituisce un mondo reale, non ci dona una ontologia generale, che

può darsi solo in modo assolutamente formale. Materialmente dobbiamo continuare a vivere in una

molteplicità di ontologie diverse. Sentiamo l’eco di Husserl e di Marx. Al fondo c’è questo sapere

della prassi, questo saper fare. Sini: ogni soggetto è soggetto alle pratiche e non delle pratiche in

primis.

Pragmatismo: ovviamente nessun pragmatista ripete l’altro. Si tende a dire che è nato negli anni

70 71 a Cambridge. Qui si raccoglievano giovani studiosi dell’università di Harvard. Fondano un

metaphisical club, ma non ci furono immediatamente un manifesto. Ma i primi scritti erano di

Peirce nel ’78. Ma Peirce si vuole distaccare dagli altri pragmatisti e allora dice che il suo è il

pragmaticismo. Dewey viene dopo e la declina in senso pedagogico. Ai suoi tempi nessuno

conosceva Peirce poi fu riscoperto. Il pragmatismo non godeva di buona fortuna in Europa perché

sembrava una cosa troppo Yankee. Bisogna ricordare anche Mead. Emerson viene definito un

proto prgmatista. Emerson piaceva anche a Nietzsche, uno dei pochi che Nietzsche annota

pedissequamente. Quindi Emerson influenza l’ermeneutica e il pragmatismo. James pragmatista

che influenza Bergson . In Italia James influenza Papini e Prezzolini e Peirce i logici Quadernoni e

Vailati. Da Peirce viene Quine, Sellars, Aperl e Habermas e Ramsey, che sicuramente è il

tramite tra Peirce e Wittgenstein. In America oggi ci sono i pragmatisti come Rorty, influenzato da

Wittgestein e Heideger, altri sono Putnam, Margolis, Rescher, Brandom, Mc Dowell. Ci sono

grosso modo due elementi che evidenziano l’attitudine pragmatista al pensiero: non è una dottrina

ma è un metodo, che dobbiamo utilizzare per eliminare le dispute metafisiche (James) e per

rendere chiare le nostre idee (Peirce). E’ un metodo atto a determinare il significato dei concetti, o

al verità. L’analisi della verità è intesa così: non bisogna chiedersi se si dia una verità in sé, ma

quali sono gli effetti di verità, il fuoco si sposta sulle conseguenze, sugli a posteriori. Non interessa

il vero in sé ma le pratiche e le credenze che conducono al vero, c’è quindi un decisivo primato

della ragion pratica. Pratico significa effetto pratico concepibile (Peirce) e morale (James). L’ultimo

elemento è quello di credenza. Pragmatismo inteso come analisi di credenze, ciò per cui un uomo

è pronto ad agire (Peirce, che cita Bain). Peirce spesso ricordava il vangelo di Matteo: “lo vedrete

dai loro frutti”. Per il pragmatismo si oppone ciò che è rilevante e ciò che è irrilevante.

Peirce: è stato il fondatore non solo del pragmatismo, ma anche della semiotica contemporanea e

di alcune teorie logiche contemporanee. Riprende da alcuni studi logici e da un’intuizioni di Locke.

Nonostante ciò, nonostante sia chiamato il “Leibniz” americano, ma ebbe una vita fallimentare e

non riuscì mai a pubblicare un volume di filosofia. Ha vissuto una parte della vita come giovane

promettente, poi per il suo cattivo carattere o per una relazione fedifraga, visse poi della carità di

James.

17 mar.’14

Preti: si distacca da Banfi perché il marxismo del maestro puzzava di Gentile. Molto critico verso la

posizione marxista classica. Nel ’48 Preti e Dal Pra diventano amici. Preti si teneva lontano da

interpretazioni ‘scolastiche’ di Marx e salvava gli esiti prassiologici. Preti dice che il

pragmatismo forse si contraddice. Come si fa a dire che il mondo è completamente trasformato

se non c’è un mondo, una materia in sé? La natura è semplicemente il passato dell’attività (in

questo ricorda Peirce). La natura è un oggetto naturale, il nome che noi diamo alla congerie degli

eventi che sono per lo più interpretativi.

E’ vero che per darsi un’interpretazione deve essere qualcosa che va formata, ma queste

formazioni sono a loro volta condizionate, non sono dati ontologici, se non per il pensiero che ha

formato l’ontologia.

Preti oppone materialismo storico a dialettico. Vuole combattere il concetto di natura come dato di

fatto. Il realismo è la posizione del materialismo dialettico. Non parliamo del realismo in generale,

ma possiamo parlare di una realtà pragmatica, non ontologica. Ciò che è il dato non è il fatto in sé,

ma semmai gli habitus che ci mettono a contatto con il mondo.

Della Certezza: Wittgenstein si avvicina al pensiero di Preti (94 – 99).

“Immagine del mondo”: sfondo tramandato sul quale si distingue tra vero e falso. La mia

immagine del mondo che mi fa fare distinzioni. C’è sedimentazione culturale che rappresenta lo

sfondo che mi è stato tramandato.

• Wittgenstein parla di Mitologia.

• Marx parla di ideologia.

=> ci siamo “accordati nel senso comune. Similmente alle regole del gioco tramite la pratica.

La forza di anni e anni di sedimentazione fanno apparire la realtà “inemendabile” (Ferraris). Ci

sono parti più dure (abiti di risposta pietrificati di Peirce) e altre più fluide.

Vicino a Preti: pagina 4 ci riferiamo costantemente alla realtà fuori di noi perché ha dato buoni

risultati in relazione al fine di un dato obiettivo.

In Preti “l’empirismo logico” viene unificato al pragmatismo per aprire un orizzonte più ampio del

positivismo. Nella sua filosofia si sottolinea l’importanza della scienza come sapere rigoroso e si

dà sostegno al sapere democratico. Il riferimento all’empirismo, cioè a ciò che si può toccare con

mano, ha un risvolto sul piano politico.

Verità: dobbiamo stare sul piano prassiologico e non limitarci ai Protocolli, come voleva Dewey, la

verità va intesa come una asseribilità garantita.

Il successo che una verità va garantita è quella di una messa alla prova in un contesto.

L’accettazione della verità è una stipulazione democratica all’interno di una determinata comunità

di ricerca.

Preti: la filosofia va intesa come scienza rigorosa, ma non bisogna abbandonarsi ai bizantinismi

logici o ai particolarismo della filosofia del linguaggio.. E neanche ridurre la filosofia a

neuroscienza.

Verifica empirica è stipulazione consensuale di effetti pratici e in più controllo logico-linguistico

delle proposizioni.

Peirce: “fallibilismo” la nostra conoscenza ondeggia tra ….. non c’è un unico metodo

incontestabile (Lakatos?)

<<Tutto ciò che aspira a essere conoscenza umana deve, in ultima analisi, potersi rivelare

erroneo. Ciò, insisteva Peirce, non significa che non vi sia qualcosa come la verità oggettiva. La

verità assoluta è la meta cui tende l’indagine scientifica; ma il massimo che noi possiamo

raggiungere è un’approssimazione sempre maggiore a essa. Uno degli articoli del 1878 contiene la

prima formulazione di ciò che piú tardi sarebbe stato chiamato il «principio del pragmatismo», in

base al quale, allo scopo di ottenere chiarezza nei nostri pensieri su un determinato oggetto, è

necessario prendere in considerazione solamente quegli effetti di ordine pratico che possano

concepirsi come impliciti in tale oggetto>>. (Kenny)

Dobbiamo abbandonare il concetto paleo empirista di verità, che può essere di diversi tipi.

F verità => devono portare a …. (p.66)

L verità => di tipo semantico.

Conoscere ciò che è fattuale non significa conoscere la verità.

Un enunciato non è verificabile, ma un principio normativo.

La verità di un enunciato inteso come verificabile, deve produrre principi pratici.

P.30 Paragrafo II. Si Chiamano ogg con. ed esp. Conoscenza che hanno proprietà di

intersoggettività.

P.32 l’io diventa intersoggettivo. Attraverso la conoscenza sensibile l’io diventa per sé ciò che può

essere per gli altri (?)

Contro Husserl: non occorre nessuna empatia, è già in atto nel momento in cui mi identifico con chi

mi identificano gli altri.

Per, almeno il primo, Husserl la conoscenza è sempre una coscienza privata.

Il mondo reale: parole realtà e conoscenza.

Logica proposizionale.: x esiste. Ma è reale? E in che senso? E’ una categoria pseudocosale.

Esiste un x tale che (f)X:… Dobbiamo definire un universo di discorso in cui si definisce un

significato per il termine x.

Verità quindi e realtà: non c’è un termine univoco ma correlativo a dei criteri che appartengono a

un determinato discorso.

Esistono universi di discorsi e…

Preti: l’espressione “mondo reale” è valida nell’universo del discorso tipico del senso comune.

(P.89 verso la fine) la chimera è reale nel mondo della mitologia, ma non nel mondo della biologia.

C’è la necessità di definire un ontologia, ma è altrettanto importante mantenere quella del senso

comune.

Giulio Preti

Empirismo e Praxis

Riassunto

Giulio Preti: PRAXIS ED EMPIRISMO

1. PRAXIS CULTURALE

Oggi qualcuno contrappone la praxis del marxismo alla praxis dell’empirismo logico. Ma la

difficoltà è più psicologica che filosofica. Il materialismo dialettico non esaurisce né tutte le forme

di filosofia della prassi né di marxismo: si può ragionare sugli scritti del marxismo giovanile, quello

delle Tesi su Feuerbach o dell’Ideologia.

I materialisti dialettici non capiscono che accusare i pragmatisti del fatto che non possono

parlare di un orientamento attivo verso il mondo, perché così si presuppone il mondo non

ha senso. Infatti, per i pragmatisti non è che da una parte c’è l’attività modificatrice e dall’altra

il mondo, ma tale attività e il mondo sono la stessa cosa. In questo senso la natura è il

passato dell’attività che ci si presenta.

Meglio considerare il marxismo storicista: lo storicismo deve considerare l’attività che si svolgono

lungo la storia umana. Questo è più vicino al pragmatismo.

Non bisogna fare un’ipostasi metafisica del ‘mondo reale’, che sarebbe precedente alla prassi.

Analizziamo le tecniche. Perché nascono? Per un’esigenza pratica. E per questo torneranno a

coincidere con esse, perché le loro categorie sono pensate per tali pratiche.

Il materialismo dialettico è astorico. Entra quasi in contraddizione con il materialismo storico,

perché se la conoscenza è mera conoscenza del mondo ipostatizzato non si capisce perche

essa dovrebbe mutare.

L’empirismo logico come serie di metodi è inattaccabile, ma purtroppo si occupa anche di

questioni prettamente filosofiche, come negare ogni validità alla metafisica. Se a livello

logico l’empirismo logico non ha bisogno di alcuna fondazione, a livello pragmatico ha

bisogno di motivare le proprie scelte.

‘Cultura’ è un complesso diaframma di attività umane di cui la filosofia si occupa e cui ha il

compito di introdurre. La filosofia della prassi e l’empirismo logico tendono a produrre la

stessa forma di cultura, per questo è possibile una convivenza.

Dal ‘700 in poi sia a livello culturale sia pratico si è vista che la direzione generale della cultura

europea è stata: l’affermazione della libertà umana. Preti: vuole far coincidere la filosofia

della praxis e dell’emp. logico con la produzione di cultura democratica. Lo stesso concetto

di cultura che si costruisce (diversamente dall’idea di filosofia o cultura come gioco ozioso), in

vista dei fini dell’uomo risponde a questa ragione etica profonda.

Contro la dicotomia idealista, la filosofia della praxis respinge le dicotomie del tipo

“speculativo”-“prassico”, per affermare un unico valore: l’umano.

Ma approfondiamo ora il significato di <<una cultura democratica>>. Sì a una cultura

pubblica, no a una cultura iniziatica o privilegiata. Non si tratta di fare cultura dilettantesca,

facile, da università popolare, ma di una cultura che, con i dovuti sforzi sia accessibile a

tutti, non solo nel senso che nel programma politico si deve ricercare la cultura più vasta e

generalizzata possibile, ma anche non ci deve essere cultura iniziatica, che tutti la possano

verificare. (= FRANCESCO BACONE)

Così, in questo sistema democratico e di controllo, ci può essere critica e costruzione. La

fondazione di una cultura democratica passa solo attraverso. Il ragionamento razionale,

che è il più persuasivo. Il nostro tempo è il tempo della critica (razionale, scientifica,

condivisa), ma la religione vorrebbe sottrarsi e anche la legge, in nome delle loro presunte

santità e maestà. Non è più il tempo di metafisica, che è un campo di lotta vana, fatta da

uomini in virtù di una loro presunta nous speciale! Si tratta di costruire una cultura di tipo

scientifico, che non vuol dire –cosa impossibile- che la filosofia debba diventare

scientifica, ma che questa cultura-filosofia deve:

1. Controllo empirico

2. Logico linguistico

Senza peraltro dire, come fanno certi neopositivisti, che quella della scienza sia l’unica ‘

vera ‘ realtà. Non è un riduzionismo scientifico, come può essere il fisicalismo,ma si

devono accogliere le regole e il metodo dell’empirismo logico in virtù della loro concreta

efficacia operativa.

2. AUTOCOSCIENZA SENSIBILE E PRINCIPIO DI VERIFICAZIONE

Tra idealismo ed empirismo, e, quindi, tra autocoscienza sensibile e principio di

verificazione si può stabilire una forte associazione operativa, tale che la dottrina

dell'autocoscienza sensibile, considerata come programma, richiede per realizzarsi, l'uso

sistematico del principio di verificazione. Per la filosofia della praxis, l'uno implica l'altro e

viceversa; autocoscienza sensibile e principio di verificazione si sostengono a vicenda.

Il principio di verificazione dice che le asserzioni scientifiche sono prive di senso fattuale

laddove una parte degli enunciati incorporati da una qualsiasi disciplina non trovi corrispondenza

nella realtà sensibilmente percepita. Dunque: o sono veri, o sono falsi. La luce della Luna è

bianca se e solo se essa è veramente bianca. «Però - osserva Preti - si è sempre saputo che in

un discorso scientifico ci sono molto spesso enunciati non suscettibili di verificazione. Erano

chiamate "ipotesi"; parola pericolosa, dietro alla quale si celava l'illusione che tali enunciati

potessero essere empiricamente veri, e solo allo stato attuale della scienza non verificabili per

deficienze tecniche. Ma poiché era chiaro che tali "ipotesi" erano inverificabili per principio,

e non per mera deficienza tecnica, si introdusse un'altra illusione: che si potessero verificare

mediante il procedimento induttivo. Ma la problematica dell'induzione ha messo in evidenza

come propriamente induttive siano solo generalizzazioni statistiche, le quali, tra l'altro

richiedono una Logica diversa da quella del vero-falso; mentre gli enunciati generali, le cosiddette

ipotesi, o sono mere tautologie o si verificano solo attraverso le conseguenze ('se "p" allora "q";

ma "q" si verifica; quindi "p" '), che è un pessimo modo di verificare, perché una proposizione

vera può essere una conseguenza di una proposizione falsa.»

Anche per questo, dovremmo abbandonare la concezione paleo-empirista di verità e abbracciare

un concetto più ampio secondo il quale «il diritto di cittadinanza» di un enunciato entro un

discorso può risultare di tipo diverso: spetta anche a tipi di verità endolinguistici come la verità

sintattica, C-verità, e la verità semantica, o L- verità

C'è però una difficoltà. Il principio di verificazione non contiene alcun criterio per la sua

stessa verificazione. E' metafisico. Per salvarlo dobbiamo dire che: la sua portata è metodica

e critica: dirige il modo con cui l'empirista ritiene di dover procedere nelle sue ricerche e

costruzioni concettuali e sta alla base delle critiche che egli muove alla Metafisica che trova

presente e nella filosofia e spesso anche nella scienza tradizionale.

Il principio di verificazione non è dunque un'asserzione, e non si presenta con la forma di

un'asserzione: non è e non pretende di valere come una conoscenza. E' una regola di metodo,

ma non asserisce un fatto.

Perché adottare tale metodo all’interno della cultura scientifica? Un buon motivo potrebbe

essere quello di considerare i suoi effetti: l'applicazione della regola favorisce il

conseguimento di determinati scopi, e perfino perché essa risponde all'assunzione di

determinati valori, come la persuasione razionale e la democrazia.

Pertanto, possiamo dire che si fonda su motivazioni che consistono di asserzioni fattuali

empiriche. In particolare, di empiria storica: ogni crisi della scienza è stata superata con un

ulteriore ricorso all'esperienza: «Tutte le volte che si sono presentati sistemi concettuali che non

ammettevano ... una verifica empirica, non è stato possibile decidere tra di essi, ed ognuno ha

continuato ad avere in egual numero partigiani ed avversari... E questa affermazione è storico-

empirica, non speculativa.»

Ma affinché si possa parlare di esperienza, occorre - come dice Husserl - costituire

intenzionalmente un oggetto e non alludere ad una trascendenza. Bisogna quindi che

l'oggetto sia dato in essa, interamente descrivibile. Ciò significa che quando vedo un armadio, non

lo vedo mai tutto. Devo girarci attorno, spostarlo, aprirlo, persino abbattere la parete (sic) per

vederlo tutto. «Di più - dice Preti - quello che non vedo è "motivato" da quello che vedo: con un

meccanismo noto da molto tempo, e che si chiamava "associazione di idee" (Husserl la chiamava

"sintesi passiva"), le parti non vedute vengono integrate dalle parti "date", sulla scorta di

esperienze passate o di richiami analogici.» E ciò non basta ancora: Le esperienze devono

essere ripetibili e intersoggetive.

Il punto di incrocio tra empirismo positivista e filosofia della praxis va dunque cercato nel

collegamento tra principio di verificazione e nozione di autocoscienza sensibile. Quello

dell'autocoscienza è un classico della filosofia moderna. Se l'idealismo diviene solipsismo,

come in effetti accadde in Cartesio, non può venire insegnato e comunicato, senza cadere in

contraddizione: per affermarlo, bisogna anche affermare la propria esistenza prima ed

assoluta, negare che sia prima ed assoluta l'esistenza di chi ce lo ha insegnato...

Solo così all'idealismo trascendentale diviene possibile distinguere tra ego empirico e io

Assoluto, rispetto al quale "Io" è un nome e non un pronome.

La soluzione è l’autocoscienza sentibile. Il singolo conosce se stesso e i suoi limiti,

attraverso l’esperienza sensibile. L’io è da subito in relazione con il mondo, quindi è

intersoggettivo.

Quindi possiamo dire che il principio di verificazione trova che l'unica coscienza che abbia

senso è quella che, mediatamente o immediatamente, si riporta all'autocoscienza sensibile

e su essa fonda le proprie certezze, i propri dubbi, quel poco che sa e quel molto di cui

cerca spiegazioni.

Se vogliamo fare una scienza dell’io necessariamente una tale scienza dovrà trattare dell’io come

di un oggetto; e per di più, se vorrà essere una scienza dovrà consistere di enunciati verificabili.

La conoscenza che l’io otterrà di sé sarà quindi una conoscenza sensibile (per lo meno empirica).

5. IL MONDO REALE

SUL REALISMO CRITICO DI GIULIO PRETI di Carlo Sini

«Il mondo reale». Che significa l’espressione “mondo reale?”, chiede Preti. Che cosa è la realtà?

Che cosa significa che qualcosa esiste? Realtà ed esistenza sono categorie pseudo-cosali e

poi sono termini non univoci (lo stesso deve dirsi per “verità”). Ciò a cui si deve guardare,

dice Preti, sono i criteri di verificazione volta a volta impiegati. Cioè, le pratiche concrete

poste in essere o in esercizio.

È all’interno di differenti universi di discorso (e non solo di discorso) che ogni cosiddetta

esistenza assume il suo senso specifico.

L’esistenza del numero 3 non ha il medesimo senso della esistenza del mio cane, dice Preti,

o della chimera e degli abitanti della luna. Questi oggetti hanno senso entro i limiti delle loro

operazioni costitutive e non fuori di esse. Il medesimo vale per gli oggetti della scienza,

come le particelle della fisica o i geni della biologia, ai quali Preti espressamente si richiamava

adducendo chiarificazioni preziose ed essenziali, atte a evitare il molto diffuso, realismo ingenuo

della mentalità scientistica diffusa.

Nel caso della realtà e della verità, esistono posizioni e spiegazioni che possiedono un

maggior grado di realtà e di verità: di questo tipo sono appunto le conoscenze scientifiche.

Maggior grado in che senso? Nel senso che la spiegazione scientifica produce effetti di più

ampia portata rispetto al comune sapere prescientifico, spiegandone anche i limiti e le

apparenze; e poi nel senso per cui la spiegazione scientifica insegna procedimenti e risposte ai

problemi largamente perfettibili in una verificabilità idealmente infinita: in a long run, diceva

Peirce. = Vocazione pragmatista di Preti.

La scienza non è un insieme di proposizione teoricamente vere in assoluto, ma è, invece, un

modo d’essere, unità di un atteggiamento specifico che si intreccia profondamente con

l’affermazione della stessa democrazia: l’avvento della democrazia coincide con l’avvento

della scienza. In questa prospettiva l’atteggiamento scientifico coincide con l’atteggiamento

critico-problematico.

21 mar.’14

Evidenziamo caratteristiche molto generali del pragmatismo.

1 non è considerato dai suoi esponenti come una dottrina, ma come un puro metodo, serve a

liberarsi degli inutile astrattismi. => come un metodo per chiarire un significato

2 concentra l’attenzione sulla verità. Su qualcosa che è il prodotto del long run interpretativo. Non

è più dunque verità ma effetti di verità (Foucault sottolinea in varie opere che quello che conta

sono effetti pratici) => se vogliamo quindi è una teoria del significato.

I significati guadagnano consenso all’interno di una comunità in base agli effetti pratici. Il pensiero

pragmatista associa il vero a ciò che è rilevante. Ciò che non emerge una volta sola, ma si radica.

Franzese: tra i pragmatisti conta ciò che è rilevante e ciò che non lo è.

3° elemento: tema della credenza (belief), collegato a quello della certezza.

Che cos’è una credenza? Ciò in base a cui un uomo è pronto ad agire. La prassi è la prova vera e

propria della teoria: ogni significato si incarna in un abito di risposta, altrimenti è insignificante.

Papini: pragmatismo una sorta di corridoio di passaggio tra varie scuole di pensiero.

Peirce parresiasta? Fu sempre fedele alla sua vita parresiasta. Nonostante la fame, si dedicava a

ricerche logiche, alla semiotica e all’economia. I primi due scritti pragmatisti:

- il fissarsi della credenza.

- come rendere chiare le nostre idee.

Peirce conosceva i logici medievali. La logica dell’inferenza (ragionamento con cui si passa da una

premessa a una conclusione, da qualcosa di noto a qualcosa di non).

Cosa ci conduce? Un principio direttivo, che un abito logico che può essere costruzionale o

acquisito. Va inteso nel senso di exis aristotelico. E un’inclinazione ad agire, una postura, un

qualcosa che indossiamo per stare al mondo. E’ l’esercizio ripetuto e reiterato che produce

l’abitudine a comportarsi in modo simile tutte le volte che si daranno quelle condizioni nel futuro.

P.191 p.192 3°parte, rapporto dubitare-credere (gli stessi temi di Della Certezza di Wittgenstein).

Il dubbio è uno stato di irrequietezza, mentre la credenza è uno stato di calma e soddisfazione.

Paragrafo 4 Ricerca = lotta per la credenza

Dubbio – ricerca – credenza

Dubbio => pensiero in azione

Credenza => pensiero in stato di riposo un “opinione certa salda e sicura”. => adozione di un

abito, cioè approdo ad una regola d’azione => è il momento in cui stabilisco un’opinione => non

quindi un’azione diretta, ma un abito. Siamo soddisfatti di una credenza anche se non è vera.

1. Spazza via la credenza che per fare filosofia bisogna dubitare. No a dubbio astratto di radice

scettica o cartesiana. Il dubbio si insinua nella vita pratica. Non possiamo partire dal dubbio

assoluto, questo mero metodo è un auto inganno.

2 Non c’è qualcosa di assolutamente indubitabile perché la certezza si deve basare proprio sulla

liberazione dell’indubitabile.

3 Questi primi principi devono essere indubitabili.

Fissazione della credenza.

4 Metodi per assumere questi abiti logici.

1. Tenacia

2. Autorità

3. Metodo a Priori

4. Scienza => Preti (la verità è pubblica dei discorsi, in continua trasformazione. Si configura come

‘long run’. Il metodo deve essere tale che la conclusione ultima di ogni uomo deve essere la

stessa).

Verità e realtà sono corrispettive. Ma va verità è rimandata alla fine del percorso. L’unico metodo

che fornisce il proprio metodo di ricerca.

Chiarezza delle idee: vuole giungere al metodo.

Peirce:

3 gradi di chiarezza

1. la familiarità con l’idea e l’evidenza => certezza

2. deve essere definita in ogni suo aspetto => Leibniz

3. Quello che definisce il criterio pragmatista di ciò che un’idea veicola => Peirce

Il criterio di chiarezza prevalente è quello che mi dice come agire una volta che ho assunto questa

idea => salto dall’epistemologico al pratico.

P. 211 “un filo di melodia”: il pensiero ha un inizio e una fine. Dovremmo dire che noi siamo nel

pensiero e non che il pensiero è in noi.

P. 212 Il pensiero è la sinfonia, la melodia che scorre in modo inarrestabile. La vredenza è come

un gorgo in cui la melodia si rapprende.

Se 2 credenze producono lo stesso abito di risposta sono la stessa credenza => eliminare dispute

metafisiche. => confronto con il primo scritto di James.

Esempio visione dello scoiattolo (esempio James), a che cosa si intende per girare attorno allo

scoiattolo? Intenzione di intendere significato parola a partire da pratiche specifiche.

24 mar.’14

L’intera funzione del pensiero è abito di azione, far sì che il pensiero si incarni in un abito

consolidato. Dewey e Mead: il significato di “libro” è l’uso che posso fare con il libro (Wittgenstein).

Della Certezza: il gatto non sa che esiste il topo, ma sa come andare a prendere il topo.

Peirce: che vantaggio c’è nel credere in Dio? Ci sono ricadute pratiche vantaggiose. Il campo

dell’interpretazione concettuale non è puramente teoretico-ermeneutico, ma anche prassiologico.

Marx: non limitiamoci alla pura interpretazione.

Un’idea chiara è quella che mi rende risoluto nella vita. L’evento della prassi va inteso come la

naturale risoluzione della credenza teorica. L’effetto di risposta è tutto ciò che possiamo dire del

significato di un’idea.

Peirce: non mi riferisco a quello che accade in quel dato eccezionale, ma a tutti quelli concepibili

generalmente. Mette alla prova il significato della parola ‘realtà’. L’effetto che questo significato ha

è quello di provocare la credenza (P. 224)

“Che cosa intendiamo per reale?”. Una distinzione tra un ente relativo a delle determinazioni

interiori che appartengono all’idiosincrasia e un ente che alla lunga (in the long run) rimarrebbe.

In questo modo, la vera origine del concetto di realtà dimostra che questo concetto semplice è la

nozione di una comunità senza limiti definiti e capace di un indefinito incremento di conoscenza.

La realtà è il prodotto finale del pensiero in/come azione.

“Credere che Cristoforo Colombo abbia scoperto l’america è un fatto riferito in realtà al futuro”. Ha

prodotto conseguenze. E’ slanciato al futuro per il continuo sostegno delle credenze della

comunità. La realtà è qualcosa che ci aspetta, un abito del futuro.

Il pragmatismo: non c’è una conoscenza prima dove si ritorna. La realtà è qualcosa che ci aspetta,

un abito di attesa o una speranza. Realtà come qualcosa che ci aspetta.

La realtà non dipende da ciò che si crede. È inserita nel futuro. Noi siamo nel pensiero e non il

pensiero è in noi.

James: battesimo del pragmatismo.

Differenze con Peirce: un nuovo come per un vecchio modo di pensare.

PRAGMA => genesi diversa.

Termine introdotta da Peirce.

P. 31: la perfetta chiarezza. quale effetti pratici sono immaginabili ( diverso concepibili) e le

sensazioni (no in Peirce).

Anche Socrate e Aristotele avevano tonalità pragmatista, poi empiristi. Si lasci alle spalle

l’astrazione e l’indeterminatezza (P.35) Liberiamoci dai riferimenti metafisici. Visione strumentalista

delle teorie: sono attrezzi di lavoro.

James: il pragmatismo = nominalismo (non è così per Peirce).

James: il pragmatismo =utilitarismo (non è così per Peirce).

Anti intellettualista accettabile (ma non in senso positivista).

Atteggiamento orientativo, un’ispirazione, una traccia a una cifra.

E’ una rivoluzione pratica (Marx) dove non contano più gli a priori o i principi ma solo le

conseguenze. Non è una teoria preformi sta, ma epigenetica (biologicamente).

La verità è strumentale, un’idea è utile se ci aiuta a cavalcare le altre idee. La nuova verità coniuga

la vecchia opinione con il fatto nuovo. Massimo di continuità, minimo di frattura o non si penetra

nel complesso delle conoscenze.

Wittgenstein: il significato delle idee è il loro uso. La verità è anche definibile a partire dal

successo. Se ci gratificano sono vere (non è così per Peirce. Parlare da effetto. E’ diverso da

vantaggio).

La verità è quel genere di errore senza cui un determinato genere di esseri viventi non potrebbe

vivere. Alla fine decide il valore per la vita.

26-03-2014

Prof. Minazzi.

Preti: Prassi ed empirismo. Fu una scossa per la sinistra italiana, che si era arroccata sulla cultura

marxista dogmatica.

Giulio Preti (Pavia 1911 – muore nel 72 in Tunisia), figlio di maestri elementari. Rappresenta una

delle voci più originali, scomode ed inquiete della filosofia italiana del secondo Novecento.

Formatosi nella Milano di Banfi degli anni Trenta, la sua ricerca si è poi dipanata in modo

autonomo, dialogando teoreticamente con Husserl (nasce come husserliano), Simmel, Scheler,

con l’empirismo logico di Carnap, Schlick, Neurath, Hempel, con il pragmatismo di Dewey e del

giovane Marx, con le indagini di Russell, Ayer, Cassirer, senza trascurare i classici del pensiero

come, per esempio, i presocratici, Leibniz, Newton, Pascal, Feuerbach, Kierkegaard, Hume,

Schelling, Darwin, etc.. Preti ha sempre concepito la filosofia come un «onesto mestiere» che

personalmente ha praticato con un «hostinato rigore», à la Leonardo, apertamente contrastante le

molteplici “logiche” accademiche che hanno variamente infestato le università italiane. Preti, nel

corso di tutta la sua vita, è così sempre rimasto «irto ed incorrotto», proprio perché, per dirla

ancora con la poetessa Daria Menicanti (sua moglie, credo), che scrive per Preti “Epigramma per

un filosofo”: Non ti perdoneranno mai il tuo non fare

comunella con gli altri, il tuo non essergli

uguale.

E questo soprattutto: amare

Più che gli uomini la verità.

Bisogna lasciarsi guidare dal pensiero, seguire “Madonna filosofia”, non lasciandosi frenare dai

vincoli, anche di amicizia.

Nei titoli c’è già antinomia. Libri che hanno struttura da saggio più che da trattato. Ci dice sul modo

che aveva di lavorare e su che tipo di pensatore era. Gli scritti inediti più complessi dell’edito,

perché, come è ovvio, quello che ha pubblicato è la versione della sua filosofia che voleva che

leggessimo. Però l’inedito è interessante. Filosoficamente nasce come husserliano. Si laureò su

Preti con Antonio Banfi (che ebbe la capacità di raccogliere attorno a sé degli un gruppo di allievi).

Esponente di spicco della cosiddetta ‘scuola di Milano’, insieme a Paci. Insegnò a Pavia e a

Firenze.

E’ etichettato come un filosofo sincretista o eclettico, ma non vuole mettere solo insieme dei

problemi. Cerca di mettere insieme due grandi filoni, quello del marxismo e del pragmatismo

(Dewey).

Simmel: veniamo dalle prassi e il Geist è come momento di sospensione. Marx: uomo come prassi

e autocoscienza sensibile. “Esperienza non è solo percepire” ma bisogna sottolineare che c’è una

ricchezza esperienza che dobbiamo sapere cogliere anche in modo artistico.

Unità della scienza: problema tanto più aperta quanto più la scienza si specializza. Preti trova in

Dewey una ricca indicazione. Lontano dalla visione del mondo scientista-positivista, egli non parla

mai dell’oggettività del mondo in sé.

L’atteggiamento della scienza deve essere legato a sviluppo diritto democratico. Considera libertà

e conoscenza come due facce di un’unica medaglia, di un unico atteggiamento.

Principio di verificazione (neopositivista): un enunciato è dotato di senso se è verificabile, ma come

nota Popper così si distrugge tutto.

Allora Carnap fa seconda formulazione: se è interpretabile. 3° interpretazione: se una parte di

conseguenze è associabile a fatti sperimentali. Preti: queste riformulazioni sono prese d’atto che

principio di scienza è per supposizioni/empirico. Banfi aveva cercato di mettere in movimento il

trascendentalismo di Kant hegelianamente …….. il principio di verificazione non può essere

verificato. Allora considera come qualcosa che è noto all’interno della ricerca scientifica.

La scienza si costruisce attraverso polarità. Da una convenzione cerchiamo di ricavare

conseguenze. Linea tratteggiata = mediazione tecnologia, ma i neopositivisti hanno perso di vista

la mediazione della tecnologia. Mediazione tecnica. L’oggetto tecnico media i due mondi, natura e

intelligenza umana. Preti: in tecnologia l’aspetto teoretico è quello prevalente.

2° Parte del suo pensiero. Accentua l’aspetto teoretico che c’è in scienza. Trascendentalismo

storico – oggettivo. => Oggetto analisi così come si sono considerati in diversi ambiti.

Vuole anche considerare discipline come universi che si sono starati dentro le nostre pratiche. La

mossa della filosofia di Kant è che non ha più un oggetto specifico. Non si può fare storia della

filosofia senza avere una propensione teoretica.

31-03-2014

Pragmaticismo di Peirce: Il Concetto, Significato deve rinviare ai suoi effetti pratici (rinvio

pragmatismo precedente), ma non agli effetti singolari, particolare, cioè utili, immediati, sensibili

(non è nominalismo e utilitarismo di James, come dice pagina 36 di Pragmatism ). Quindi deve

rinviare ai suoi effetti pratici, ma anche concepibili, condizionali, virtuali e possibili. Il

significato risiede negli effetti condizionali che Peirce definisce con il termine ‘sarebbe’, ciò che

appunto potrebbe diventare vero in un corso prolungato di azioni. Però dice che nessuna somma

di eventi attuali potrebbe però mai esaurire il significato di un sarebbe. Si tratta di una

totalità strana, che non è esauribile da una somma finita.

Would be => nessuna somma di eventi attuali potrebbe esaurire il significato di un sarebbe. Subito

dopo parla di qualcosa di assolutamente virtuale. <<L’intero significato intellettuale di qualsiasi

simbolo consiste nella totalità di tutti i modi generali di condotta razionale che condizionatamente

conseguirebbero dalla accettazione di quel simbolo. Il significato pragmatico consiste nella nostra

concezione di ciò che sarebbe la nostra condotta, ma nessuna somma di eventi attuali potrebbe

colmare il significato del nostro sarebbe>>. Non interessa l’effetto pratico immediato, ma gli

interesse l’intera serie delle diposizioni a rispondere, di ciò che si è pronti a mettere in opera

per manifestare la comprensione di un evento – qual è il significato razionale dell’idea, del

concetto del cielo nero? Tutti i modi possibili e generali di risposta. Tutti i modi in cui sono

disposto a rispondere, che io metto in atto, manifestando il mio essere pronto ad agire quando c’è

il cielo nero. Non gli interessa ciò che è empiricamente accaduto ma ciò che potrebbe

virtualmente accadere. Il significato non è però un’unità delimitata, ma è costellato da

questa serie infinita, incondizionata e unicamente possibile, che non si può fissare di sensi.

Il significato è una ‘famiglia’, è composta da somiglianze di famiglia, è un concetto sfumato,

fatto da tutti questi sarebbe che però noi nella pratica siamo in grado di fissare.

Terzo scritto: Che cos’è il pragmatismo?

Bisognerebbe usare un lessico tecnico in filosofia, così come si fa di solito nelle scienze! Si

potrebbe forse convenire che prefisso prope indichi una larga e piuttosto indefinita estensione del

significato del termine cui è stato preposto; il nome di una dottrina finirebbe naturalmente in -ismo,

mentre- icismo potrebbe indicare un’accezione di quella dottrina più rigorosamente determinata

ecc. Per illustrare un altro tipo di delimitazione non è mai probabilmente accaduto che un filosofo

abbia tentato di dare un nome generale alla sua personale dottrina senza che quel nome abbia

presto acquisito nel comune uso filosofico un significato molto più vasto di quello originario.

Il mio termine pragmatismo ha avuto molto successo e l’hanno usato tra gli altri il famoso psicologo

James e il famoso antropologo Schiller. Ora addirittura si incomincia a riscontrare la parola nei

giornali letterari, dove se ne abusa con spietatezza che le parole debbono attendersi quando

cadono nelle grinfie. Allora lo scrittore trovando il suo piccolo pragmatismo tanto cresciuto, si

rende conto che è giunto il momento di dare il bacio dell’addio al suo figliolo e di lasciarlo al

suo più alto destino; intanto annuncia al preciso scopo di esprimere il concetto originale, la nascita

della parola <<pragmaticismo>>, che è abbastanza brutta per starsene al sicuro dei rapitori di

bambini.

Nel presente articolo si mostra in che cosa consista realmente questa dottrina. Si potrebbe

riassumere nell’imperativo <<eliminate le finzioni>>. Filosofi di diverse estrazioni propongono che

la filosofia muova da uno o un altro stato della mente in cui nessun uomo, meno che mai un

principiante in filosofia, si muove realmente. Dubitare di ogni cosa non è semplice come mentire.

Chiamate dubitare lo scrivere su un pezzo di carta che voi dubitate? Non fingete: se la pedanteria

non s’è mangiata tutta la vostra realtà, riconoscete che ci sono molte cose di cui non dubitate

minimamente.

Un altro propone di iniziare con l’osservare <<le prime impressioni dei sensi>>, dimenticando

che le nostre stesse percezioni sono il prodotto di una elaborazione conoscitiva. Ma, in

verità, non c’è uno stato mentale da cui possiamo partire.

Tutto ciò con cui avete a che fare sono i vostri dubbi o credenze, unitamente al corso della vita che

vi impone nuove credenza, e vi dà la forza di dubitare delle vecchie. Se i vostri termini ‘verità’ e

‘falsità’ sono presi in senso tale da venir definiti in termini di dubbio e credenza e di corso

d’esperienza (come per esempio lo sarebbero se voi dovesse tendere indefinitamente verso una

fissità assoluta), benissimo: in questo caso, voi stato parlando di dubbio e credenza. Ma se per

verità e falsità intendete ciò che non si può definire in qualche modo in termini di dubbio e

credenza, allora voi state parlando di entità della cui esistenza non potete saper niente e che il

rasoio di Occam raderebbe via completamente. I vostri problemi sarebbero semplificati se, invece

di dire che voi volete conoscere la Verità, diceste semplicemente che volete ottenere uno stato di

credenza inattaccabile dal Dubbio.

• La credenza è un abito della mente che si mantiene per un certo tempo e soprattutto

(o almeno) inconscio, e come tutti gli abiti è assolutamente soddisfatta di sè.

• Il dubbio è il contrario.

Tra le cose di cui il lettore non dubita, c’è non solo che ha degli abiti, ma che per esempio può

esercitare un certo controllo sulle sue azioni future. Vanno ricordate ancora due cose. La prima è

che l’individuo non è assolutamente un individuo isolato. La seconda è che la cerchia sociale di un

uomo è una sorta di persona, scarsamente organizzata, di rango più elevato, per certi aspetti, della

persona di un organismo individuale.

Avevamo detto: qual è il significato razionale dell’idea, del concetto del cielo nero? Tutti i

modi possibili e generali di risposta. Va introdotto che questa condizionalità possibile ha la

natura del vago. La serie possibile e condizionale apre a una prospettiva che è di totale

vaghezza. Non solo del vago, ma anche del continuo -principio del sinechismo (da sunekès,

continuità rifacendosi ad Aristotele – Leibniz), in cui si fa riferimento alla continuità degli

esperimenti possibili che sarebbe in grado di attuare in relazione a una certa disposizione.

P.155 Dà riferimento alla nozione di fenomeno sperimentale. Ha in mente di sottolineare il suo

legame alla pratica di laboratorio, contro James, che tra l’altro diceva di essere un fenomenista,

quindi Peirce sottolinea che non parla di un fenomeno solo, ma di molti fenomeni sperimentali. Non

intende riferirsi ad un particolare evento che sia accaduto a qualcuno nel morto passato, ma ciò

che sicuramente accadrà a chiunque realizzi nel vivente futuro certe condizioni. Antijamesiano =>

non parla di un fenomeno solo.

In definitiva per Peirce in questo primo scritto il pragmaticismo è un realismo come quello

scolastico medievale – gli universali sono reali-, un propepositivismo. E’ molto vicino al

positivismo. Uno sperimentalismo, ma anche una metafisica, pensava al positivismo come ad

un’attenzione al mondo dei fenomeni sperimentali, ad un mettere alla prova le idee.

Possibilità delle sperimentalismo, del mettere alla prova le idee.

L’interrogante nel terzo scritto di Peirce gli chiede: - Allora si potrebbe definire un fenomenismo

radicale (James)? No. Bisogna aspirare a stabilire il valore, la razionalità dei fenomeni. Se per

fenomeno intendo ciò che si dà come si dà non sarebbe stato molto d’accordo con la

fenomenologia husserliana. Crede che nei fenomeni si debba estrarre elemento significativo,

razionale, realistico (richiamo a Goethe “I fenomeni sono già una teoria”). Ma veniamo alla

domanda centrale che rinvia sempre allo scontro con James. Il significato allora risiede nell’agire

immediato? E’ questo il succo del discorso? P.157 secondo paragrafo. Perché non fare risiedere il

significato semplicemente nell’agire? Va tutto bene quando si parla di concetto generale, ma

quando si deve spiegare il significato di un nome come George Washington, quindi di un nome

proprio, dov’è il significato di George Washington in quel caso di indicazione che è quasi indicale?

Se il pragmatiscismo considerasse permanente l’azione come l’essere e il fine della vita questo

sarebbe la sua morte. Non vuole il pragmatismo in versione attivistica e volontaristica come

Schiller, James, Papini o Prezzolini. Dire che non viviamo per il solo scopo dell’Azione per

l’azione, incurante per il pensiero che si realizza , sarebbe dire che non esiste una cosa

come il significato razionale. Il significato si traduce nell’agire, ma rimane un concetto

razionale, generale. Non c’è differenza tra significato e prassi, ma significato è quel gesto, è

quell’azione.

Per quanto riguarda il nome proprio, Peirce svolge un percorso molto importante che lo porta ad

una distinzione tra esistenza e realtà.

Categoria in Peirce = nota p.33 del testo della Fabbrichesi.

Peirce nel 67 – 68, da giovane, ha lavorato cercando di costruire una teoria delle categorie che

superasse la teoria categoriale kantiana, che secondo lui era troppo ingessata, legata ad una

logica obsoleta. Riduzione categorie kantiane a solo tre riferimenti. Le distingue secondo tre

modelli assolutamente formali, quasi matematici:

1. Primità (firstness) – l’essere assolutamente indipendente da qualsiasi altra cosa, in uno

stato di irrelazione assoluta, il feeling per esempio, come pura sensazione (il trillo che

giunge in uno stato di dormiveglia) (per se stesso).

2. Secondità (secondness) – piano dello scontro o della relazione (uno/due), relazione intesa

come reazione. Un io contrapposto al non Io, per questo anche Shock. E’ il piano dello

scontro con la realtà. Della bruta relazione con l’esistente. bruto scontro con i fatti. Succede

qualcosa che sconvolge (terremoto – il momento in cui il fischio del treno incontra le mie

orecchie). Ex sistere (relazione intesa come reazione più scontro che incontro), essere

tratto fuori.

3. Terzità (thirdness) categoria della mediazione, del significato, della rappresentazione,

della mediazione simbolica. “ecco, è il terremoto”, “questo è fischio del treno che passa”,

faccio diventare una bruta esistenza in una realtà significativa. Ecco che esistenza e realtà

si distinguono. Quello che Ferraris ritiene Realtà è il piano della secondness, del bruto

incontro con le cose intese come qualcosa che c’è sempre, che ci urta. Fa infatti riferimento

al carattere diadico, di shock, ma la realtà dice Peirce ha carattere diverso. La realtà è

universale, significato, donazione di senso. La realtà equivale al significato, mentre

l’esistenza è un piano più immediato.

Per tornare a George Washington, Peirce dice che realtà equivale a generalità, ma questa può

essere:

1. Oggettiva: qui il rinvio è alla statua di un soldato,che ricorda a tutti il sacrificio per l’unione (il

riferimento è dovuto al fatto che scrive durante la Guerra Civile americana).

2. Soggettiva: incarnata dal nome George Washington. Non è un’esistenza individuale.

Anche il nome incarna un type, ha una generalità, anche se sicuramente la sua

denotazione è singolare. Però non è una esistenza individuale. Il significato pragmatico può

essere generale in entrambi i modi.

Cos’è general? Un elemento significativo, ideale universale, ma che si incarna in un’azione, in

un’azione che però è mai puntuale, ma reiterabile, abituale, disciplinata dall’uso (non prendo

l’ombrello perché tra tutte le cose in quel momento intuisco che mi può essere utile, è un

significato disciplinato dall’abitudine e/o dalla mia cultura). L’azione deve essere anche

pubblicamente condivisa.

Il genere è reale (nel senso della terzità). Traccia relazione intima e connettiva in senso stretto tra il

‘general’, la verità significativa, l’espressione reale e lo sforzo fisico (se mi alzo e vado ad aprire la

finestra perché l’aria è soffocante faccio uno sforzo fisico, che ha il carattere della secondness). Le

tre categorie sono sempre strettamente intrecciate e così generalità e azione singolare sono

sempre intrecciate, non c’è frattura tra teoria e prassi. Ecco un pensiero che Marx avrebbe forse

sottoscritto: le idee di verità e giustizia sono le forze più potenti che muovono il mondo. Sono idee

generali? Sì. Vivono nel piano del meramente ideale, dell’universale, del significativo? Sì. Ma per

esse milioni di uomini si sono immolati. Le folle si muovono per sostenere principi generali. Quindi

gli universali anche quando sono assolutamente generali hanno questa efficienza pratica. Le idee

astratte divengono delle pratiche concrete. Anche la pratica ha questa concretezza senza dubbio,

che però funziona come un’incorporazione, incarnazione di idee molto generali. Il pragmaticista

non fa coincidere il sommo bonum nell’azione, ma in quel processo evolutivo (il pragmatismo

lavora sotto il segno dell’evoluzionismo darwiniano), in cui l’esistente viene sempre più a

incorporare quei generali che proprio ora abbiamo detto essere destinati e che cerchiamo di

esprimere chiamandoli ragionevoli. Questo è assimilabile alla nozione di realtà che abbiamo letto

in “Come render chiare le nostre idee”: La realtà è quel processo cui presto o tardi (in the long

run) il ragionamento condurrà. Declina la stessa idea in modo diverso e dice: c’è un processo in

cui l’esistente (the secondness) a poco a poco incarna quei generals che abbiamo definito reali,

cioè destinati ad attuarsi. Quelle che ci sembrano mere emergenze prive di senso a questo punto

diventeranno sensate, verranno interpretate in un senso ragionevole. Il significato è un reale,

generale, in grado di influenzare la condotta umana, di fungere da leading principle. Il

significato è una sorta di conduttore verso verità finale, che poi è pubblica. 161 il significato

razionale non ha nulla a che fare con azione, volizione, deliberazione e intenzionalità sempre

contro James. Dice che il significato generale si incarna in azioni singolari senza che nessuno lo

decida. Che cos’è giustizia? Che cos’è libertà? A poca a poco essa concresce, questa idea si

radica, cresce, contamina le esistenze individuali, ma nessuno delibera, decide che sia così.

Vicino all’idealismo assoluto di Hegel. Nasce come kantiano ma prova attrazione con i principi

hegeliani. Alla fine infatti troviamo scritto che il pragmatismo ha molti punti di contatto con

l’idealismo (Anche il prassismo marxiano era letto come una forma molto vicina all’idealismo). Dice

alla fine p.262. che la verità è che il pragmaticismo è alleato stretto dell’idealismo assoluto

hegeliano, dal quale tuttavia resta lontano solo per questo: la vigorosa negazione che la terza

categoria (mediazione-pensiero), degradata da Hegel a semplice momento del pensiero,

basti a costituire il mondo o sia autosufficiente. Per Peirce la primità e la secondità non sono

momenti da superare nella sintesi del significato. C’è un elemento di primità e di secondità, cioè di

esistenza bruta, fattuale, di puro darsi, pura emergenza, che la terzità mediatrice non riuscirà mai a

esaurire.

Abbiamo visto che Peirce si presenta come un realista (scolastico – non à la Ferraris), un

propepositivista, ,a anche un propeidealista, e cioè la sua teoria è una teoria logica,

categoriologica, semiotica, metafisica.

Il pragmatismo di James è invece empirista e nominalista (c’è in comune futuro, effetti pratici e

pragmatismo come metodo), è una teoria psicologica (non logica), fisiologica, etica e religiosa.

Questioni di pragmaticismo: qui Peirce torna sul tema del senso comune, che è quello che

esamineremo anche in James e Wittgenstein. In Questioni di pragmaticismo aggiunge due

elementi: è anche una dottrina critica del senso comune (riprende temi filosofia scozzese di Reid),

ed è una filosofia del vago e del continuo.

Stabilisce 6 caratteri che il pragmaticismo come dottrina critica del senso comune deve

mantenere, ma prima di introdurli ricordiamo come Peirce aveva posto le basi della sua filosofia

che aveva delineato con il termine Semiotica Cognitiva (’68). In alcuni saggi del 68 (saggi

anticartesiani) stabiliva i principi della sua semiotica, e cioè l’idea che ogni concetto vada

considerato come un segno e che quindi la conoscenza si produca come un processo di

semiosi infinita (cioè un processo dove da un segno si rinvia ad un altro segno ad

infinitum) senza che ci sia un processo di cominciamento e un processo di fine (è il circolo

ermeneutico di Heidegger), nello scritto più importante trovava quattro incapacità per il pensiero

che naturalmente si scontrano con l’attitudine cartesiana di pensare la conoscenza:

1. Non abbiamo alcun potere di intuizione, proprio perché ogni “interpretazione è una

precomprensione”.

2. Non abbiamo capacità di introspezione, perché ogni conoscenza che abbiamo di noi stessi

discende dalla conoscenza che abbiamo del mondo esterno (in segni).

3. Non abbiamo capacità di pensare senza segni e ogni pensiero è un segno, un rinvio e la

catena dei rinvii è infinita.

4. Contro Kant dice che noi non abbiamo nessuna idea dell’assolutamente inconoscibile (la

cosa in sé), perché tacciarlo di inconoscibile è già averlo conosciuto come inconoscibile. E’

già un segno. Parlare della cosa in sé è una contraddizione adiecto.

Il suo pensiero era fondato sulla semiosi infinita e sul transito: tutto transita, la realtà è uno spiazzo

di transito infinito. Ricordiamo il fallibilismo: ogni conoscenza è fallibile, incerta.

Sei caratteri.

Proposizioni indubitabili, inferenze indubitabili (prima diceva il contrario), evidenti (saggi 68 erano

anti cartesiani). Credenza originarie che sono assunte acriticamente (tabù incesto). Qualcosa che

può rientrare in questa lista. Ma sono evidenze indubitabili anche molti dei nostri giudizi percettivi

sono evidenze indubitabili, inferenze acritiche. Livello di certezze indubitabili e assunte

acriticamente che costituiscono il nostro senso comune. Comunsensismo (p.100 Fabbrichesi): la

dottrina secondo la quale l’uomo accetta acriticamente alcune inferenze, senza essere in

grado di sottoporle ad una critica reale.

Secondo carattere: Di queste credenze assolutamente certe posso fare una lista, che però

muterà di generazione in generazione. Anche qui ricordiamo la proposizione di Wittgenstein sullo

strado di roccia dura. Ma il tabù dell’omosessualità?

Terzo carattere: queste credenze hanno al natura di istinti. L’Indubitabile è così radicato negli abiti,

nei gesti, da diventare automatismi.

Quarto: ciò che è acriticamente indubitabile ha il carattere del vago. Vago è ciò cui non si applica

il principio di non contraddizione in logica. Il vago ha la stessa funzione di quella che è la

frizione in meccanica. P. 170 Un segno è generale se estende all’interprete il privilegio di portare

avanti la sua indeterminazione. E’ l’interprete a dover dire in qual modo determinare il significato di

un segno, ma un segno può essere vago, in quanto consente che un’ulteriore determinazione sia

fatta in qualche altro concepibile segno o, per lo meno, non nomina l’interprete come delegato in

questo ufficio. Vale a dire: vaga è un’espressione che lascia naturalmente in chi si esprime il

diritto di un ulteriore esposizione. Quindi un segno indeterminato è vago. Vago rispetto a

generale ha questa caratteristica: che lascia aperta la latitudine interpretativa, quindi non è

l’interprete che deve determinarlo, la vaghezza del segno è la vaghezza del riferimento

intensionale, connotativo, ma tutti i segni intesi come tali sono tali, perché nessuno ha una

connotazione precisissima, tutti i segni fanno riferimento ad un ambito aperto (la semiotica di

Peirce è stata chiamata logica della vaghezza), è la semiosi infinita con il suo rimando di

segno in segno a rendere vago il suo riferimento intensionale. Peirce dice che vago può

essere definito come ciò cui non si applica il principio di non contraddizione, mentre generale è

ciò cui non si applica il principio del terzo escluso. La vaghezza è un ambito di indecidibilità (ci

troviamo lì dove hai detto? – ma dov’è? Vaghezza come indefinitezza in intensione. Sottolinea il

riferimento ad una moltitudine che però non è una totalità, ma fatta da una moltitudine di

interpretazioni attese (ci troviamo più o meno lì – posso intenderlo a partire da un riferimento che

non è mai preciso). La contraddizione è logica ma sul piano della pragmatica non ci inquieta

affatto. E’ la permanente possibilità della pratica che rende innocuo il regresso infinito e

orizzontale delle interpretazioni, le quali oscillano tra il puramente determinato e il

puramente indeterminato. Vaghezza non significa debolezza concettuale. L’impiego pratico

garantisce la chiarezza. Peirce è stato un pioniere di questa logica.

Il quinto carattere della dottrina critica del senso comune è il valore attribuito al dubbio. Il

dubitabile vive all’interno dell’indubitabile.

Il sesto: grande valore alla critica in senso kantiano.

8 -04 – 2014

Idea: programma di lavoro che non nasce da una decisione, ma si evolve in modo epigenetico.

Sottolineatura del significato rinviato all’uso, il detonatore della situazione. Le idee, genesi e rinvio

pratico. L’oggetto è un utilizzabile (H). In Dewey il conoscere è un fare, quindi un lavoro, il

pensiero uno strumento. Le cose reali sono oggetti, ma di cui dobbiamo fare qualcosa

(conoscere è un tipo di prassi). Ancora più di cose da conoscere sono cose da trattare, cose da

usare, da fare in vista di, o da fare con. Le cose reali sono cose che si incontrano nell’esperire

come cose da fare con.

James: saggio di empirismo radicale. Empirismo radicale = filosofia della prassi (collezione di

interventi vari – carteggi o conferenze). Pubblicazione postuma del 1912, ma scritto in 1904-1905.

James laureato in medicina. 1990, monumentali principi di psicologia. Prepara il campo a Freud.

James è uno dei pochi cui Wittgenstein fa riferimento. Fondamentale per Bergson, conosciuto da

Heidegger e Husserl.

Stream of consciousness. Lui antiassociazionista. La corrente fluisce come scritto continuo.

Distinzione: parti sostantive, dove la coscienza si ferma. Ma abbiamo anche frange di rel. (o punti

di volo => punti sfumati, alone di vaghezza di Peirce).

Nei saggi riprende questa distinzione. Il suo Empirismo Radicale è nutrito dal pragmatismo e

dall’umanismo di Schiller.

Ex perior // ex peirao => esperienza non è semplice passività, no percezione sensibile. Trovare

una strada che mi porti fuori da… che mi porti fuori di impaccio. Pagina 79, seconda parte.

Tentativo di esperienza che si dà indipendentemente, funzione sintetica della coscienza. =>

materia come si dà: come si dà l’esperienza pura. James materia che va pensato come stoffa

(stuff) dalle infinite pieghe di cui il mondo è composto, che si costituisce anteriormente al

disporsi anteriormente al disporsi di un oggetto o un soggetto , queste sono solo sue

articolazioni.

Esperienza pura? Problema categorie di Peirce. Ma questo that come si coglie? Ci deve essere

sempre un’interpr. Int. E mediatore.

That – What – Which.

James: il fatto è questo that che mi colpisce, ma il suo contenuto (?).

2 piani: si dà l’esperienza e noi non possiamo scegliere, ma il suo what è inevitabile. L’esperienza

non è la pura passività di 1 perc., ma ha il carattere dell’attività.

That e What sono due lamine dello stesso segmento di esperienza. Vita, materia e flusso

hanno lo stesso significato. Materialismo assoluto: anzitutto si dà la materia nell’esperienza fatta di

esperienze pure. P.73: dove sta l’esperienza del fatto che stiamo leggendo? Sappiamo che si dà

un’esperienza, che transita dentro e fuori. Si deve parlare di un puro darsi. Nella via pratica non è

sorta nessuna necessità di trattarli come fatti mentali o fisici. Empirismo: perché parte empiria

ma è radicale perché si stacca associaz./atomismo (le vecchie basi empiriche). Le rel. Non

sono più associazioni, ma relazioni.

Franzese: siamo di fronte a una embrionologia della conoscenza. Rinvio realistico là dove per

realismo si intende esperienza e non attualità. Sembra Spinoza, monista, ma per lui imp.

Pluralismo. Per Spinoza sostanza fatta da pensiero ed estensione. Sostanza è pensiero, cioè

estensione quando guardo il foglio ho sia il pensiero del foglio sia il suo oggetto, mente e materia

sono fatti della stessa stoffa. C’è la sostanza che infinitamente si traduce ora come prassi ora

come estensione. Posizione che si stacca dal prospettivismo: cerca di situare sullo stesso piano

mente e materia, coscienza e mondo.

9 04 ’14

Descrizione esperienza impersonale in James e indeterminata, fatto di atti e pratiche pure.

“Materialismo grezzo” con cui si costruiscono le successive astrazioni del pensiero, lingua

madre del pensiero. L’esperienza è una fune fatta di fibre sovrapposte (frange o aloni,

penombre). Questo materiale grezzo, che poi è la vita, è fatto di relazioni.

Per James si danno solo dei contesti relazionali concatenati (posizione vicina quella di

Deleuze), all’interno dei quali ogni elemento si dà di volta in volta in modo diverso (psichico o

fisico). Tractatus (1) “il mondo è da intendersi come la totalità dei fatti”, il senso non è diverso da

come lo intende James. Quindi esperienza pura come transitività pura, coscienza cioè mondo.

Come si conoscono le relazioni? (Senza far appello al trascendentale, cioè ad una coscienza

unificatrice, sintetica, trascendentale di Husserl). James risolve questo tema attraverso il

riferimento al tema dall’attività: c’è sempre nel conoscere un’attività (un pointing to, che sente

conosce e agisce nell’esperienza). Questo sostrato materiale deve intendersi costituito non

solo degli oggetti ma anche di attività che passa attraverso questi oggetti e che rende le

connessioni tra gli oggetti virtualità vibranti (che devono essere portate alla luce dalla

attività conoscitiva). Queste connessioni tra gli oggetti devono essere conduttori sempre vivi;.

Per ogni oggetto-immagine passano innumerevoli flussi o connessioni di esperienza. E’ una

visione quasi monadologia (Leibniz): non c’è un mondo fatto di cose, ma c’è una

disseminazione di monadi, ognuna specchio dell’universo che sono centri di azione e percezione.

Il termine realtà non esiste più, preferisce parlare di esperienze. esperienza = vita = materia =

relazioni => attività, prassi.

La materia è intesa come attività (=Marx), è un materialismo delle pratiche, non intende la materia

dato inerte, ma come animata da attività umana, in Marx sono attività economiche-sociali, ma in

James il senso è più ampio. Esperienza (esperio – peirao = trarsi d’impaccio, cercare di uscire

fuori da una certa situazione, agendo con astuzia). Questo è l’empirismo per James, va inteso in

questo modo. Poi vedremo perché radicale. Partire dall’Io penso, dall’attività interpretativa

significa in fondo essere già dualisti, cioè pensare che c’è una coscienza, un interpretazione e

qualcosa da interpretare. Cioè significa pensare ancora in termini di dentro e fuori. Mentre invece

pensiero e cose sono la stessa cosa!

Terzo scritto, P. 104 e ss. Pensiamo di solito alle immagini come delle piccole copie degli oggetti.

Che gli oggetti di fuori si imprimano nella mente da fuori. Mentre quando l’oggetto si presenta

davanti a noi, l’immagine retrocede e l’oggetto si presenta in primo piano. Ma questo oggetto

presente di quale materia è fatto? Della stessa materia dell’immagine. La materia di un oggetto è

una materia che ha a che fare con l’idea e l’oggetto fisico allo stesso tempo. Esempio del

cappello dimenticato nel guardaroba. Dualismo? E’ del cappello assente che il mio spirito si

preoccupa quando non ce l’ho sotto mano, se ce lo avessi qui davanti a me mi porterebbe allo

stesso ordine di azioni che io posso mettere in pratica anche per il cappello che ho dimenticato

nel guardaroba, allo stesso modo questo cappello concepito - in idea - determinerà questo

pomeriggio la direzione dei miei passi. L’oggetto comincia a configurarsi come qualcosa che non

appartiene propriamente né al mondo di fuori né al mondo qui dentro: l’oggetto si identifica

come quella tal cosa che direziona il mio procedere, i miei atti, la mia attività . Pensiero e

presenza sono atti di una sola identica materia, che è la materia dell’esperiente in generale. I due

cappelli (in idea e fisico) hanno la stessa consistenza, perché la loro presenza sta nel fatto

che io sono pronto a fare qualcosa con quel cappello. La mia esperienza è fatta della stessa

materia, che poi è la materia dell’attività, della conduzione. In James questo dualismo diventa

un monismo materialistico inteso come prassico. P109 Eventi psichici e fisici si incontrano in uno

snodo che poi è quello dell’esperienza. Questa sala ha una estensione, un valore economico, ma

è anche parte dei miei ricordi. Ma dove colloco la soglia tra ciò che si dà psichicamente e ciò che si

dà fisicamente?

Ma dove traccio la soglia tra quello che si dà psichicamente e fisicamente?

P110 E’ una stessa materia e si dà simultaneamente la coscienza e la materia. Non si può

trattare coscienza e materia come se fossero essenze separate. Nessuna delle due si

ottiene per sottrazione. Le esperienze divengono coscienti nella loro interezza e divengono

fisiche nella loro interezza ed è per via di addizione che si realizza questo risultato. In fin dei conti

le cose e i pensieri non sono fondamentalmente eterogenei ma sono fatti di una stessa

materia, materia che non può definire in quanto tale, ma solamente esperire e che può

chiamare la materia dell’esperienza in generale. Il puro darsi dell’esperienza (il that), che

non è definibile perché nel momento in cui cerchiamo di definirla l’abbiamo già perduta.

Peirce: la primità e la secondità sono così impalpabili che nel momento in cui mi soffermo

con la riflessione ecco sono già sparite, non le ghermisco. Citazione identica nel primo

Wittgenstein (p.61): “il punto principale è la teoria di ciò che può essere detto con le proposizioni

e ciò che può essere pensato e ciò che non può essere detto con le proposizioni ma solo

mostrato” (lettera a Russell dal campo di prigionia). Anche per lui si dà piano pensiero e della pura

esperienza. C’è ondeggiamento tra queste due parti del nostro esperire: quelle decidibili, quelle

solo mostrabili. Empirismo ‘radicale’ perché vuole andare alla radice della nostra esperienza,

tracciare la genealogia dei significati. Come nascono? E’ proprio vero che in questa esperienza

radicale psichico e fisico si differenziano così radicalmente così come dice la filosofia di Platone-

Cartesio? Dove stanno le pareti di questa stanza? E la bellezza di una sonata sta nella mente di

chi la ode o nelle note? Si dice un calore gradevole ma anche una gradevole sensazione di calore.

Dov’è il calore? Ma le qualità secondarie sono veramente distinguibili da quelle primarie? E il lato

soggettivo è così radicalmente distinguibile da quello oggettivo? C’è un’incertezza tra lato primario

e secondario (parliamo di pensieri perversi, ma anche di pensieri di perversione). L’esempio più

chiaro è quello del cammino faticoso. Chi si impegna in un cammino faticoso dove sente la

fatica? Nelle gambe o lo attribuisce al cammino? Quando Wittgenstein nel Tractatus scrive “io

sono il mio mondo” definisce un’area di esperienza di questo tipo. Io sono ciecamente,

prassisticamente quel cammino. Sono confrontato con il suo essere impervio, sono per lunghi

minuti quella fatica. Non si può dire che ci sia un polo oggettivo e soggettivo, una coscienza

e un contenuto. Io sono sia il cammino sia la fatica – simultaneamente. Le mie gambe

misurano il cammino e il cammino misura la mia fatica. In questo senso James parlerà di

due eventi omogenei. Il termine che ricorre è quello di continuità. C’è una continuità tra

coscienza e mondo, un sinechismo radicale, ma nel momento della discontinuità (un

inciampo, per esempio) nasce la polarizzazione (in quel caso mi è chiaro che io sono stufo

di camminare o che il cammino si interrompe e non è il caso di proseguire). In quel

momento sorge la coscienza dell’errore, del sapere o del non sapere fare. James dice che

nella prassi attiva io sono sempre nel mio mondo (Wittgenstein) e nella verità. La prassi non

può essere vera o falsa, nella prassi semplicemente agisco (vado), in questo senso io vivo

nell’esperienza pura, radicale.

Esperienza radicale: andando alla radice vedo un elemento di that che si distingue, ma solo a

posteriori, in un piano fisico e psichico (what). Sono le due lamine della stessa incisione di

esperienza. Ogni evento è esperienza che non si dà se non trascolorando ora in mondo, ora in

pensiero. La Sostanza in Spinoza è sia estensione, sia pensiero. Non è una sottrazione. C’è

questa materia dell’esperienza che copre il nostro commercio col mondo e poi per addizione c’è

una parte di esperienza che si staglia e noi definiamo in un modo. E’ come se il tessuto del that,

del puro che c’è, si infittisse intorno a dei numeri di what (che qualifica in uno dei due sensi). Come

se si addensassero dei gorghi che danno uno dei due sensi.

Idea della simultaneità, dei due lati, del that e what, lato soggettivo e oggettivo, che però sono

sempre contemporanei, pensiero e del presenza,del fare e del fatto. James non abolisce il

soggetto nelle entità psichiche, ma l’autocoscienza, entità che vuole vedere sgretolarsi. Parla di un

campo di esperienza dove i dati sono in flussione continua. L’idea della mobilità e di questo

orizzonte che ci rimanda di alcune espressioni della fisica (familiarità con gli studi di Mach).

Materialismo assoluto: nel senso che prescinde da tutto, tranne contesto relazionale,

prassico e attivo. Questa forma ontologica relazionale primordiale si dà nell’attività e non

nella pura presentazione. Per questo, anche se è stato letto da alcuni fenomenologi con

interesse, diciamo che la sua non è una fenomenologia, perché il dato non si presenta in James,

ma il dato è piuttosto trascinato dalla corrente e questa corrente è una corrente prassiologica, fatta

di pratiche quindi di azioni. Gli oggetti vengono individuati vettori di dati, vettori di azioni.

Entriamo nel dettaglio dei vari scritti:

“Mondo di esperienza pura”: ho chiamato la mia weltanschaung ‘empirismo radicale’, resto

empirista perché è una filosofia a mosaico, che sorge dall’accostamento delle parti e non

dall’intero (parla di segmenti dell’esperienza). Contrariamente agli empiristi, ad essere esperite

direttamente sono le relazioni, che quindi non sopraggiungono associativamente, in seconda

battuta, ma sono direttamente esperite. Che cosa esperiamo quindi? Relazioni di simultaneità, di

continuità, di intervallo, di causalità, ma anche tutti quei riferimenti di tipo preposizionale,

avverbiale, il senso del come, del contro, del poiché, non sopraggiungono in maniera

convenzionale, ma sono esperiti primordialmente.

Sotto il mosaico c’è un cemento? No, non c’è una sostanza. Sono le ‘transizioni’ a costituire

il cemento, che continuano le transizioni esperienziali. Il vero cemento è dato dal frammezzo,

questa sorta di transito, del rinvio. La vera connessione è lo spazio del transito, del vago e dello

sfumato. Le relazione più importanti sono quelle di continuità e di congiunzione. Il tema che si

pone è che relazione congiunge conoscenza e conosciuto?

(p. 21, o 31?) Lungo tutta la storia della filosofia la discontinuità ha imperato: i dualismi hanno

attraversato la storia della metafisica (le idee- le cose; la coscienza- il mondo). Alcune filosofie

hanno cercato di risolvere il problema del collegamento attraverso un intermediario (immagine, per

esempio).

E’ difficilissimo spiegare come si relazionino i due poli:

• C’è un terzo? => problema del terzo uomo.

• Si scavalca il soggetto.

James sottolinea che sia meglio ipotizzare non un intero olistico, somma delle parti, ma uno

scorrere originario in cui i poli relazionali non siano ancora distinti come tali. Pagina 32

esempio: se sono seduto nella mia biblioteca a Cambridge vicino dieci minuti di cammino dal

Memorial hall, che tipo di cosa è questo edificio, che io ho ben presente nella mente?

Realtà per James: ho un’immagine nella mente o molto scura, ma queste differenze intrinseche

all’immagine non fanno alcuna differenza per quanto riguarda la sua funzione. La funzione della

cognizione che mi conduce a rappresentare nella mia mente qualcosa come il Memorial Hall. Se

sono in grado di guidarmi all’edificio e sono in grado di parlare della sua storia e della sua

funzione attuale, se in sua presenza sento che la sua idea, per imperfetta che possa essere stata,

ci ha condotti qui e qui ha trovato il suo termine. Ho un’immagine nella mia mente che si riferisce

ad un oggetto reale. Qual è l’oggetto dell’immagine e perché dico che è reale? A cosa

corrisponde? Imposta la questione in modo pragmatista. Ecco perché l’empirismo radicale è una

declinazione del pragmatismo. Questo processo di conduzione, di parlarvi della sua funzione

attuale, sapere che la mia conduzione trova in quel punto il suo termine, il fatto che il mio

guidare e il mio trovare l’edificio sono coerenti, tutto questo processo di conduzione è la

realtà dell’edificio. La realtà coincide col significato e il significato coincide con questa mia

capacità di avere a che fare con quel determinato edificio. La realtà sensibile (=esperienza) è

fatta da relazioni che si svolgono nel tempo. Il conoscente è il punto di inizio di questo

processo di conduzione, il conosciuto è il termine. Ciò che termina la catena degli

intermediari della sensazione o della conoscenza è ciò che il concetto riproduce.

La verità è ciò che mi guida senza intoppi. Realtà, parola che fa confluire con il termine

esperienza, è prodotta da relazioni che si svolgono nel tempo. I conoscente è il punto d’inizio di

questo processo, il conosciuto il termine.

P.35 Qualunque cosa termini quella catena era ciò che il concetto aveva in mente. Se io conduco

in modo soddisfacente la mia direzionalità, proprio verso quel punto che avevo in mente, ecco che

le mie concezioni si confermano come vere. L’esperienza nel suo complesso è un processo nel

tempo, attraverso cui innumerevoli termini particolari cadono e sono rimpiazzati da altri che vi

seguono attraverso transizioni. Essenziale è anche il concetto di sostituzione. Transizioni che

siano disgiuntive o congiuntive nel contenuto sono esse stesse delle esperienze, e devono

generare e essere considerate almeno tanto reali quanto i termini che mettono in relazione. La

sola funzione che un’esperienza può svolgere è di condurre ad un’altra esperienza. Questo

pointing to, funzione puramente pragmatica è l’essenza del processo conoscitivo, come era

per Dewey.

Ora cerca di falsificare idea dell’autocoscienza dell’ego, che l’ego possa oltrepassare se

stesso e andare verso il mondo prima di ogni mediazione esperienziale, e cioè appunto

prassiologica. Unifica empirismo e pragmatismo dicendo di sottoporre questa proposizione, che

dice che l’ego può auto trascendersi e sfociare nel mondo reale, alla regola pragmatica, quale

conseguenze pratiche avrebbe che la coscienza trascendesse se stessa. Condurrebbe il nostro

orientamento, l’unico dispositivo efficace però. Non incontro infatti mai la rabbia o le onde dell’etere

percettivamente, ma le conseguenze. Ma i miei concetti di essi mi guidano proprio alla loro soglia,

alle parole, agli atti offensivi che sono gli effetti della rabbia. Arrivo sulla soglia di quel

comportamento subendone in qualche modo gli effetti. Io esperisco continuamente il piano del

that, che è il piano della vita, del suo flusso mobile informe.

p. 41 Fa un riferimento fine e chi conosce Heidegger ritroverà qualcosa. il Memorial Hall è lì

(there –che ha in inglese un senso direzionale –è lì e io posso puntare il dito-, ma anche

heideggerianamente ci è, there is, quindi ha un senso sia direzionale, esperibile,

pragmatico, sia esistenziale) nella mia idea, così come quando sto lì di fronte ad esso. Io

procedo e agisco in base ad esso in un caso e nell’altro. Solo nell’esperienza successiva,

che sostituisce quella presente, questa immediatezza ingenua è retrospettivamente scissa

in due parti, solo quando ci penso questa esperienza è retrospettivamente divisa in due

parti: una coscienza e il suo contenuto, e il contenuto può essere corretto o confermato, ma

mentre è ancora pura o presente (ritroveremo questi temi in Witt. – il modo di agire è

infondato, non è né vero né falso) qualunque esperienza passa per verità, qualsiasi

esperienza nel suo that è assolutamente vera, al di là del bene e del male, nel senso

extramorale (direbbe Nietzsche). Solo il futuro dirà che era un’opinione magari falsa, ma nel

momento in cui vivo l’esperienza pura essa è cieca e cioè assolutamente vera, cieca nel

senso di inqualificabile. Solo retrospettivamente potrò dire che questa che io vivo non è quella

coerente. Come Wittgenstein il modo d’agire è originariamente infondato. Nella prassi siamo

sempre nel vero.

p. 43 Il problema è quello non solo della simultaneità coscienza e mondo, ma anche come

possono diverse menti conoscere le stesse cose.

E’ come se ci trovassimo ai lati di una fune, ma la fune in sé è la stessa. ”I vostri oggetti sono

sempre e di nuovo gli stessi dei miei, se io vi chiedo dove si trova qualcuno dei vostri oggetti, per

esempio il nostro MH, voi indicate il mio memorial hall, ma con la vostra mano, che io vedo”.

Come si fa a distinguere questa esperienza radicale, pura, primordiale, in cui addirittura non c’è

coscienza, ma c’è co-coscienza. E’ un sapere comune, sociale, quello dell’esperire. Se voi alterate

un oggetto nel vostro mondo, per esempio spegnete una candela, quando io sono presente, la mia

candela ipso facto si spegne. E’ solo in quanto alterate i miei oggetti che io indovino la vostra

esistenza, solo nel momento in cui l’altro altera gli oggetti della mia esperienza che io mi

rendo conto dell’esistenza degli altri. Le nostre menti si incontrano in un mondo di oggetti

che condividono in comune, che sarebbe ancora lì se una o più delle nostre menti fosse

distrutta. Sulla base dei nostri principi che sto sostenendo, una mente o coscienza

personale è il nome per una serie di esperienze tenute insieme da certe transizioni definite.

Quando parlo di mente parlo di un flusso di transizioni, che danno vita ad esperienze

transitorie e una realtà oggettuale che è una serie di esperienze simili tenute insieme da

transizioni differenti. Proprio perché ho detto che la stesa esperienza ha un lato fisico e un lato

psichico, non vedo perché non dovrei dire che una stessa esperienza potrebbe figuare tre, quattro

o un qualunque numero di volte in tutti i contesti mentali differenti che vogliamo, proprio come lo

stesso punto, trovandosi allo loro intersezione, può essere prolungato lungo linee molto differenti.

Wittgenstein: SI Può seguire una regola privatim? Per W. È no. Ma direi che la posizione di

James è piuttosto simile.

James : dice che il Memorial Hall è lo snodo di transizioni esperienziali diverse che si

incontrano in quella whattificazione particolare, diventa il punto del sapere insieme, che


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Itachi994 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Ermeneutica filosofica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Fabbrichesi Rossella.

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