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Egli parla di una “struttura ontologica del diritto”, che giustifica il suo approccio

ermeneutico.

C’è il diritto perché vi sono uomini e perché l’uomo è un animale sociale bisognoso di

diritto.

Quindi da una antropologia filosofica, segnata da una libertà che deve dar forma a se

stessa con l’orientamento ai valori nella storia, deriva il modo d’essere del diritto, che è la

concretizzazione del giusto nella sua temporalità.

Qui sono ancora evidenti le tracce della dipendenza dell’ermeneutica da una filosofia

della persona umana.

Siamo, ancora una volta, di fronte ad una filosofia del diritto applicata.

In generale, nel pensiero giuridico tedesco l’ermeneutica è ampiamente sviluppata sul

piano del metodo della scienza giuridica, ma poi è giustificata in quanto funzionale ad

una concezione filosofica non propriamente (o non specificamente) ermeneutica.

Una filosofia ermeneutica del diritto dovrebbe aspirare a superare questa alternativa tra la

filosofia del diritto dei filosofi e quella dei giuristi, tra una filosofia del diritto applicata e

una filosofia del diritto derivata.

Se la comprensione del senso del diritto è indispensabile per il conoscere e l’agire

giuridico, allora nell’uso del metodo sarà già implicita la presenza di una visione

filosofica più generale[60].

Tutto ciò risulterà più chiaro dalla considerazione del metodo di ricerca proprio della

filosofia ermeneutica, cioè del metodo del caso esemplare o del caso paradigmatico.

Nella ricerca del senso dei fenomeni culturali o delle “cose umane” il metodo migliore

non è quello di cercare l’elemento comune, perché ciò appiattisce una nozione verso il

basso e ne mortifica le possibilità e le ricchezze di manifestazione, in cui più chiaramente

si mostra il senso.

Il bello si coglie meglio nelle cose più belle e il buono nelle azioni più buone.

Bisogna, pertanto, scegliere in via d’ipotesi i casi emblematici ed accettati da tutti, dei

fenomeni culturali studiati per mettere a punto il senso principale del concetto che si

vuole definire.

I casi periferici, a loro volta, appariranno come esempi impoveriti o mancanti di qualcosa

o, comunque, dubbi.

Essi saranno chiariti proprio sulla base dei legami significativi che hanno con il caso

principale.

Questa comunanza permette l’estensione analogica del concetto, che mostra così la sua

autentica universalità.

E’ solo nel caso emblematico che il principio o la ratio della definizione è più facilmente

individuabile.

Se partissimo dai casi dubbi non riusciremmo mai ad approdare alla comprensione della

pienezza del senso delle cose umane.

Se vi sono casi dubbi, è perché vi sono casi non dubbi ed è da questi che bisogna

prendere le mosse per chiarire gli altri.

Non si deve credere che questo metodo sia, a differenza dell’altro, di tipo deduttivo; al

contrario esso si presenta come il modo più corretto di indagine induttiva.

Aristotele lo aveva esteso anche alla sua filosofia della natura[61].

La ricerca induttiva non procede dallo scrutinio di tanti casi singoli per astrarre da essi

l’elemento comune mediante generalizzazioni.

Questo è possibile solo a posteriori per scopi didattici o espositivi, quando si è già trovato

l’elemento comune.

Al contrario, nella ricerca si procede da un caso particolare assunto come emblematico in

via ipotetica e si verifica se esso possa offrire un’universalità autentica.

L’importante è scegliere accuratamente il caso paradigmatico e non dimenticare che si

tratta solo di un’ipotesi da verificare, che può e deve essere abbandonata se è priva di

portata universale[62].

La dimensione ermeneutica del metodo del caso principale è fuor di dubbio, ma essa

risiede non tanto nel procedimento d’indagine quanto piuttosto nell’esigenza della

precomprensione del senso all’interno della quale operano i processi di selezione della

riflessione.

Il reale punto di partenza si trova in un universale indeterminato o in una conoscenza

approssimativa, ma, solo liberandosi dal fraintendimento, si potrà arrivare alla

determinatezza dei principi e, quindi, alla comprensione del senso.

Si tratta ora di applicare questo metodo di ricerca alla descrizione del diritto.

Il problema cruciale è quello della scelta di ciò che potrebbe valere come caso

paradigmatico di diritto in quanto maggiormente rappresentativo del suo senso principale.

In questo dobbiamo essere guidati dalle nostre convinzioni più consolidate e diffuse,

poiché già possediamo l’esperienza del diritto e abbiamo una precomprensione

indeterminata di esso.

Possiamo ragionevolmente ritenere che l’obiettivo della pratica giuridica sia quello della

coordinazione delle azioni sociali, della risoluzione delle controversie e della riparazione

dei danni dell’interazione.

Possiamo anche pensare che la pratica giuridica porti con sé l’esigenza che non tutte le

soluzioni dei conflitti siano accettabili, ma solo quelle che ritiene “giuste” o “non

ingiuste”[63].

Possiamo forse dire che il valore-guida della pratica giuridica sia la soluzione giusta e

pacifica dei conflitti sociali e che ciò normalmente richiede un’autorità legittima che detti

criteri di condotta non contraddittori e praticabili.

Possiamo forse, infine, notare che l’obiettivo del diritto è quello di offrire standard

comuni di azioni per la guida del comportamento dei membri di una comunità politica,

cioè quello di creare una rete di regole e di aspettative stabili che consenta ai singoli di

esercitare l’autonomia personale in una logica di interazione.

Queste convinzioni diffuse inducono a vedere nel modello dello “stato di diritto”, che

pure è un prodotto recente dell’evoluzione giuridica, quel caso paradigmatico di cui

andiamo in cerca.

Esso ci aiuterebbe a discernere anche i casi imperfetti o dubbi, cioè quelli in cui gli

obiettivi del diritto sono raggiunti in modo ancora inadeguato per l’insufficienza delle

istituzioni giuridiche e politiche, per la confusa formulazione delle regole, per la

commistione tra il giuridico e il non giuridico o altri difetti del genere[64].

Proprio perché possiamo disporre di un modello più compiuto di diritto siamo in grado di

individuare la presenza del giuridico anche nelle società primitive o culturalmente

differenti, in cui tuttavia possiamo riconoscere le stesse finalità ed esigenze, anche se

espresse in forme e modi imperfetti.

Ciò significa che non ogni caso di diritto lo è allo stesso modo, ma è tale in modo più o

meno pieno e compiuto, perché più o meno chiare e distinte ne sono le finalità e più o

meno adeguati ne sono gli strumenti.

Partendo dall’idea che il diritto è quella realtà il cui senso è servire alla giustizia[65],

sottolineiamo che l’eguaglianza formale non può bastare se è vero che essa può convivere

con le disuguaglianze sostanziali, come la storia ampiamente dimostra.

Un modello compiuto di diritto non può essere indifferente nei confronti dei contenuti

delle sue regole.

E’ per questo che oggi lo “stato costituzionale di diritto” si presenta come candidato

preferibile al ruolo di caso emblematico.

Ma la sua interpretazione è ancora cosa controversa.

Può esso rappresentare quella universalità autentica di cui il teorico va in cerca? Può

costituire veramente il luogo in cui il senso del diritto si svela compiutamente?

La giustificazione della scelta di un modello storico come caso principale è un momento

fondamentale nell’elaborazione di una filosofia ermeneutica del diritto che voglia

difendersi dall’accusa di storicismo.

Certamente è la tendenza a considerare le nostre istituzioni come superiori a quelle del

passato, ma ciò deve essere dimostrato sul piano della ragionevolezza.

In questo processo di giustificazione si incontrano e si scontrano modi diversi di

autocomprensione tra cui scegliere sulla base del principio della priorità del senso sul

testo[66].

Una filosofia ermeneutica del diritto considera gli sforzi giuridici di organizzare la vita

sociale come tentativi più o meno riusciti di edificare società giuste, nonostante le

drammatiche smentite della storia[67].

Ciò che risulta irragionevole alla luce di questa finalità è destinato prima o poi ad essere

travolto e spazzato via per gli effetti devastanti della pratica.

La ragion pratica è verificata dai risultati delle sue applicazioni più che dal valore astratto

dei suoi principi.

La ragionevolezza o l’irragionevolezza si debbono misurare sulla base dei contesti

determinati, degli impegni assunti e delle circostanze di fatto.

I modelli ideali di società possono essere sempre utili strumenti di critica, ma alla fine dei

conti è la giustizia o l’ingiustizia di una società concreta quella che conta.

In questo si mostra la differenza tra il bello e il giusto.

Queste considerazioni aiutano a comprendere meglio cosa una filosofia ermeneutica deve

chiedere al senso del diritto.

Il caso paradigmatico, di cui va in cerca, rivela il senso del diritto, ma questo non si

identifica con un modello o con un assetto sociale[68].

In ogni modo, però, il giusto e l’ingiusto nel diritto non riguardano la società nel suo

complesso, ma le azioni che debbono essere compiute per tutelare le aspettative legittime,

per risolvere le controversie e per riparare i danni dei torti.

L’azione da farsi è sempre concreta e individuale.

Nel diritto l’analogato principale del giusto è la concreta e determinata azione giusta,

mentre la giustizia della norma, quella dell’ordinamento e quella della società sono

analogati secondari.

Per questo l’influsso dell’ermeneutica sul pensiero giuridico si è rivolto soprattutto ai

processi di concretizzazione, cioè alla problematica del rapporto tra la necessaria

generalità della norma e la giustizia del caso concreto.

La giustizia dell’azione dipende da una lunga preparazione che comincia da lontano: le

istituzioni politiche, l’assetto sociale, il sistema normativo, l’apprezzamento dei valori, le

aspettative maturate, le pratiche giurisprudenziali e i concetti giuridici.

Ma in ultima istanza la decisione finale conserva sempre in qualche modo la sua

creatività, perché è un atto della ragion pratica.

E’ questo propriamente il luogo di quella giustizia a cui si rivolge il senso del diritto.

Ed è per questo che una filosofia ermeneutica del diritto, mentre difende il primato della

comprensione, vede nell’interpretazione-applicazione il luogo della realizzazione del

senso del diritto.

Il diritto richiede l’interpretazione perché tende alla giustizia, non solo e non tanto perché

è il prodotto della volontà di una autorità legittima.

5. Figure e momenti del dibattito giuridico ermeneutico contemporaneo

Una figura sicuramente importante nel contesto ermeneutico è quella di Emilio Betti [69]

.

Infatti, a poco più di cento anni dalla sua nascita, giuristi, filosofi, filosofi e teorici del

diritto si trovano in modo convergente impegnati in un rinnovato sforzo di ridefinizione e

rimeditazione del pensiero bettiano[70].

Nella inconsuetamente grandiosa e sgomentante ampiezza dell’opera bettiana, che si

stende per circa mezzo secolo coprendo con sicura autorevolezza molti campi della

scienza giuridica (dalla romanistica al diritto processuale, dal diritto civile, commerciale

e internazionale alla teoria generale del diritto) l’attenzione cade su quella monumentale

summa dei problemi ermeneutici, che è rappresentata dalla “Teoria generale

dell’interpretazione”.

Si può ben dire che il problema ermeneutico costituisca sotto molti riguardi l’autentico

tessuto connettivo, il fattore non sempre detto, ma reale, di continuità, capace di legare in

una solida intelaiatura gli svariati e specifici momenti della ricchissima opera di Betti

giurista e tecnico del diritto.

Nell’analizzare la teoria dell’interpretazione giuridica di Betti, è necessario infatti

muovere da un presupposto da tenere sempre fermo: quello della non esclusività e della

non autosufficienza del punto di vista giuridico.

Il diritto non è, nella visione bettiana, un universo chiuso, delimitato, bastante a se stesso,

ma lo strato spirituale di un processo di realizzazione dello spirito la cui vita si

obiettivizza anche in altre forme rappresentative: un concetto, questo, che riprendendo la

teoria idealistica dello spirito oggettivo, mostra il rilevante influsso su Betti della filosofia

di Dilthey, Nietzche e Bergson.

Ciò che conferisce unità di senso al diritto è precisamente la sua natura di totalità

spirituale, di unità organizzata in se stessa coerente: esso è dunque “ordine giuridico in

quanto integrato e sviluppato a dovere da chi lo interpreta, detta la massima della

decisione di possibili conflitti e, attraverso la massima, determina l’agire richiesto dal

diritto nella vita sociale”[71].

Per le vie di una solitaria, quanto puntigliosa attenzione sia per gli aspetti generali del

problema ermeneutico, sia per i profili specificamente giuridici della problematica

interpretativa, l’antinormativismo storicistico bettiano perviene ad esiti sostanzialmente

non dissimili, nel senso del riconoscimento della creatività e della produttività della

funzione dell’interprete, da quelli della più accreditata metodologia giuridica

contemporanea, di cui condivide la critica del preteso automatismo della sussunzione

sillogistica e il fermo rifiuto di quelli che definisce i “surrogati matematici del processo

interpretativo” proposti dal neopositivismo logico[72].

Creativo è l’atto ermeneutico, poiché esso realizza l’accostamento e la sintesi tra

l’astrattezza della legge e la concretezza della situazione storica che si tratta di qualificare

giuridicamente, anche se non si tratta di un ricreare subordinato, derivato, vincolato ad

una oggettività irriducibile.

Convergenti con i risultati di tale metodologia sono anche la tesi della pluralità degli

ordinamenti giuridici e la consapevolezza dell’inesauribilità del processo di

concretizzazione del diritto.

In realtà l’ordinamento giuridico è, secondo Betti, qualcosa che non è, ma si fa, in

accordo con l’ambiente sociale storicamente condizionato, proprio per opera assidua di

interpretazione.

Perenne e non mai condotto a termine è il compito dell’interpretazione, necessario tanto

per mantenere l’ordinamento efficiente e funzionante in relazione a quelle strutture

dell’agire sociale che il diritto stesso riconosce e semantizza, quanto per attuare la stessa

operazione interpretativo-applicativa della singola norma ai singoli casi concreti che via

via si presentino; e questa opera, che Betti definisce di adattamento, di adeguazione, di

integrazione di sviluppo della legge, si lega indissolubilmente alla prospettiva storicistica

di un reale inteso come processo inesausto di realizzazioni spirituali tradottesi in forme

rappresentative.

Nell’interpretazione giuridica la ratio della norma è individuabile a partire da una

riflessione sul suo fondamento logico ed assiologico, che sappia tenere insieme

l’esigenza, perenne, di coerenza intrinseca dell’ordinamento e la sua conformità alle

esigenze sociali storicamente determinate[73].

Nella intrinseche aporie del non sempre felicemente risolto eclettismo filosofico bettiano,

l’ispirazione storicistica appare legata a moduli e agli stilemi ottocenteschi della scuola

storica del diritto, nonché alla concezione storica dei valori, ben più che alle correnti

fenomenologiche: è in particolare, in nome di un intimo e solidale rapporto tra il singolo

e la comunità, vista non solo come precedente il diritto ma neppure disposta a dissolversi

nello stato, che prendono corpo sia il rifiuto antinormativistico di Betti di esaurire la

realtà giuridica nella legge statuale, sia la critica del liberalismo e dell’individualismo.

Ma, filtrato e riletto secondo un’ottica storicistica che riconnette costantemente il diritto

al grado di evoluzione storica cui sono pervenute determinate società e civiltà, è anche

forte l’influsso della vigorosa e ripetuta sottolineatura della rilevanza dello spazio

valutativo dell’interprete nell’apprezzamento delle esigenze della vita sociale sottostanti

al diritto e nella ponderazione degli interessi in gioco.

L’insistenza sulla centralità della distinzione tra interpretazione soggettiva e oggettiva

della legge, ormai largamente abbandonata dalla più recente metodologia del diritto, in

quanto si fonda su una distinzione rigida tra volontà del legislatore e volontà della legge,

incapace di prendere atto dell’inesistenza di una formulazione definitiva della legge

stessa, appare invece maggiormente datata: ma è da essa che discendono sia l’ampia

tematizzazione del rapporto tra valutazioni originarie immanenti nella legge e loro

modificazioni successive sia l’analisi della problematica dell’interpretazione della legge e

della sua efficienza evolutiva.

Oggi risulta sicuramente molto difficile non concordare con l’opinione generale secondo

cui “Verità e metodo” di Gadamer costituisce una delle maggiori elaborazioni filosofiche

dell’ermeneutica del Novecento.

Va sottolineato tuttavia che quando il filosofo italiano Franco Bianco ha polemicamente

evidenziato che l’ermeneutica non può considerarsi come un orientamento di pensiero

unitario e che essa non è perciò riducibile in modo univoco ad espressione di una forma

di pensiero che si leghi esclusivamente alle forme tematiche del nichilismo e della crisi

della filosofia, si è riaperta “una questione Betti” nella cultura europea[74], sulla quale

ora ci soffermiamo, dopo averla accennata precedentemente.

Si tratta essenzialmente di riconsiderare che prima, contemporaneamente e dopo

Gadamer, l’ermeneutica europea ha battuto anche altre direzioni di ricerca, sì che non

pare accettabile né dal punto di vista teorico, né da quello filologico, una sorta di

riduzione-identificazione dell’ermeneutica di oggi con il solo filone, pur eccezionalmente

importante, dell’ontologia heideggeriana-gadameriana[75].

Tra le molteplici e ramificate direzioni che le teorie dell’interpretazione sono venute

assumendo nel corso di questo secolo, una delle espressioni salienti è indubbiamente

costituita dal tentativo bettiano di preservare l’obiettività metodica e scientifica del

comprendere dalla ricerca di un metodo capace di garantire l’oggettività

dell’interpretazione.

La notevole quantità di scritti lasciata da Betti, testimonianza di una non comune

erudizione, merita una valutazione e un ripensamento più attenti e meditati: si vuole

infatti riproporre al centro dell’attenzione un problema assai discusso in taluni paesi,

principalmente negli Stati Uniti d’America, relegato invece in secondo piano nei più

recenti sviluppi dell’ermeneutica filosofica in Italia, ossia l’antico problema

dell’oggettività dell’interpretazione, al cui sistematico approfondimento Betti ha recato

cospicui contributi al pensiero, nel quadro di un ambizioso tentativo di fornire un metodo,

cioè un insieme coerente di criteri che consentano di guidare il lavoro interpretativo.

La complessa e tuttora controversa figura di questo studioso interpreta in forme rigorose

l’esigenza obiettivistica e metodologica ( e dunque antigadameriana) di una parte

significativa della teoria ermeneutica contemporanea; si può quindi legittimamente

assumere come emblematica e idealtipica della rivendicazione di un più limitato tentativo

di edificare in chiave ermeneutica una metodologia generale della scienza dello spirito,

che si muove in direzione antitetica rispetto all’ambiziosa pretesa di universalità avanzata

dalla ermeneutica filosofica.

E’ proprio la circostanza per cui quanti mirano a difendere una concezione obiettiva e

metodica della verità trovano nel progetto di Betti un sicuro alleato, che contribuisce a

spiegare la relativa attualità dell’opera di Betti nel contesto anglosassone, notoriamente

più preoccupato dalle questioni epistemologiche[76].

Altra figura importante della cultura ermeneutica del diritto è quella di Donald Dworkin.

Dworkin opera in un paese, gli Stati Uniti, dove imperava la filosofia analitica,

recuperando i motivi della filosofia continentale.

La sua posizione giuridica è peraltro incomprensibile fuori dal sistema di common law

statunitense[77].

La sua filosofia giuridica si oppone principalmente alla jurisprudence di Hart[78] per tre

ragioni: riflette sul diritto statunitense più che diritto in generale; lo fa sulla base di

valutazioni morali, di contro alla avalutatività hartiana; recupera motivi dell’ermeneutica

continentale.

Se si ricordano i significati attribuiti a suo tempo ad “ermeneutica”, è facile accorgersi

che l’opera di Dworkin ha a che fare con ognuno di essi: si occupa di interpretazione,

facendone anzi l’aspetto centrale del diritto; allude alla tradizione ermeneutica e civetta

con l’ermeneutica gadameriana; dà per scontato il dualismo metodologico, estremizza

l’hermeneutic point of view e aderisce all’ermeneutica “analitica”.

Ognuno di questi riferimenti, peraltro, appare quasi occasionale, nell’opera di un giurista

così coinvolto nel dibattito politico e costituzionale statunitense: Dworkin non può certo

considerarsi un filosofo del diritto in senso stretto, che applichi al diritto una filosofia

generale ermeneutica, ma semmai un filosofo del diritto in senso ampio, che riflette sul

diritto statunitense raccogliendo anche suggestioni ermeneutiche.

La notorietà di Dworkin data dalla seconda metà degli anni Sessanta, quando sceglie il

suo maestro Hart come bersaglio di un più generale attacco al giuspositivismo.

Questo ultimo non ha mai goduto di troppa popolarità negli Stati Uniti, qualsiasi cosa

“giuspositivismo” abbia di volta in volta indicato; lo stesso Dworkin usa il termine

soprattutto per due tesi, solo in parte riferibili ad Hart.

In primo luogo si tratta delle tesi delle fonti, per la quale l’intero diritto sarebbe

riconducibile alle sue fonti di produzione, rappresentate dai fatti quali l’austiniano

comando del sovrano o la regola come pratica sociale hartiana; in secondo luogo, si tratta

dell’idea antiformalista e giusrealista secondo la quale i giudici legifererebbero nei casi di

penombra.

Queste due tesi sono oggetto di un attacco frontale già ne “I diritti presi sul serio”, del

1977, che raccoglie saggi pubblicati a partire dagli anni Sessanta[79].

L’ormai famoso controesempio invocato da Dworkin contro il giuspositivismo hartiano è

il seguente: nel caso Riggs vs Palmer, deciso da un tribunale dello Stato di New York nel

1889, si discuteva se un tale, nominato erede dal nonno e poi riconosciuto colpevole di

averlo ucciso al fine di ereditare, conservasse nondimeno il diritto all’eredità.

Il problema sorgeva dal fatto che né le leggi né i precedenti giudiziali validi nello stato di

New York menzionavano l’uccisione del testatore come motivo di esclusione

dall’eredità: sicché era possibile sostenere, come fece uno dei giudici chiamati a decidere,

che privare l’assassino dell’eredità equivalesse a cambiare il diritto vigente sulla base di

principi morali.

Secondo la teoria che Dworkin chiama giuspositivismo, in effetti, l’alternativa che si

presentava ai giudici era proprio questa: o ammettere senz’altro che l’omicida ottenesse

l’eredità, sulla base del diritto vigente, oppure creare diritto nuovo, in base a norme (non

giuridiche, ma) morali[80].

La Corte decise invece, a maggioranza, che le leggi dello Stato dovessero interpretarsi

alla luce del principio - ricavabile solo da precedenti giudiziari relativi a casi

completamente diversi – secondo il quale nessuno può trarre beneficio dal proprio

illecito: nel caso in questione, l’assassino del testatore non può trarre beneficio

dall’omicidio.

Questa decisione mostrerebbe come il diritto non consti solo di norme esplicite e

specifiche, cioè di regole, ma anche di norme implicite e generiche, i principi.

Le regole, sufficienti per risolvere i casi chiari, sarebbero cioè integrate nei casi oscuri dai

principi, senza che si debba mai ricorrere alla discrezionalità giudiziale.

Proprio questo sta a cuore al liberal Dworkin: che, almeno nelle materie riguardanti i

diritti individuali, che sono appunto quelle coperte dai principi, il giudice non debba mai

creare diritto, come avverrebbe invece quando le corti usano argomenti relativi al

benessere o all’utilità sociale, chiamate politiche.

La sfida portata da Dworkin al giuspositivismo era abbastanza ambiziosa e gli argomenti

usati abbastanza confusi, da suscitare una discussione che dura ancora oggi.

La prima cosa ad attirare l’attenzione è stata proprio la distinzione regole/principi: le

regole si applicherebbero alla maniera del tutto o niente, cioè sarebbero o valide o

invalide in base alla regola di riconoscimento hartiano e in caso di conflitto una

renderebbe totalmente o parzialmente invalida l’altra; i principi, invece, avrebbero una

dimensione del peso o dell’importanza, nel senso che, sfuggendo ai criteri formali o

fattuali fissati dalla regola di riconoscimento, in caso di conflitto potrebbe prevalerne uno

in un caso, l’altro in altri casi, a seconda del peso o dell’importanza assunti di volta in

volta.

Tale distinzione tra norme e principi è stata successivamente superata da Dworkin, che

oggi considera tutte le norme alla stregua di principi[81].

La seconda cosa ad attirare l’attenzione furono le conseguenze della distinzione

regole/principi sulla separazione giuspositivistica tra diritto e morale: mentre le regole

sono tali perché prodotte in un certo modo, in base a criteri fattuali o formali, fissati dalla

norma del riconoscimento indipendentemente dalla giustizia o dall’ingiustizia dei loro

contenuti, i principi non sarebbero riconoscibili in base a criteri del genere, ma in base

alla conformità del loro contenuto alla morale[82].

Da questo punto di vista, la posizione di Dworkin si spinge ad una teoria dei principi,

cioè, tornerebbe all’indistinzione giusnaturalistica tra diritto e morale, o tra diritto com’è

e diritto come si vorrebbe che fosse.

La terza cosa ad attirare attenzione è stata la teoria dell’interpretazione di Dworkin, che si

oppone non solo allo scetticismo giusrealista, ma anche alla teoria mista di formalismo e

scetticismo difesa da Hart: i principi, in effetti, avrebbero proprio la funzione di escludere

la discrezionalità giudiziale nei casi oscuri, facendo sì che ogni caso abbia sempre una

sola soluzione corretta.

All’ovvia obiezione che di fatto si danno spesso conflitti interpretativi, e che i principi

sembrano un rimedio peggiore del male, perché ogni giudice può invocarne uno diverso,

Dworkin risponde con una controbiezione tutt’altro che ovvia: i conflitti interpretativi

sarebbero imputabili ai limiti della mente umana.

Nei testi successivi ai “Diritti presi sul serio” e soprattutto in “L’impero del diritto”, del

1986, Dworkin ha infatti superato l’opposizione regole/principi adottando invece una

teoria del diritto come interpretazione e/o come integrità.

Questa teoria ambisce appunto a spiegare il conflitto interpretativo: proprio il fatto che

nel diritto si diano normalmente conflitti di interpretazione, infatti, costituirebbe un

ulteriore ragione per abbandonare il giuspositivismo.

I giuspositivisti vedrebbero il diritto come un mero dato di fatto e i concetti giuridici

come regole convenzionali per l’uso dei termini: questa visione, peraltro, non

spiegherebbe i conflitti interpretativi.

In realtà il diritto non sarebbe un semplice fatto, bensì insieme un fatto e un valore; i

concetti giuridici, a loro volta, non avrebbero carattere convenzionale, come preteso dagli

analisti giuspositivisti, bensì interpretativo.

Un concetto interpretativo come quello di diritto è infatti oggetto non di mera rilevazione

di convenzioni linguistiche, ma di interpretazione: attività che si distinguerebbe da tale

rilevazione sia perché creativa o costruttiva, sia perché potrebbe essere compiuta solo dal

partecipante alla stessa pratica sociale oggetto di interpretazione, e non da un osservatore

esterno[83].

Se l’obiettivo di Dworkin fosse ancora difendere il formalismo interpretativo, peraltro,

tutto ciò sarebbe solo un ulteriore autogol: fare dell’interpretazione l’aspetto centrale del

fenomeno giuridico evoca tutto fuorché l’oggettività.

Che si tratti di teoria ancora formalistica, d’altra parte, sembrerebbe confermato dal

maggior pregio che Dworkin le attribuisce: essa fonderebbe la verità oggettiva delle

affermazioni sul diritto, le quali sarebbero vere se concordassero con, o derivassero dai

principi di giustizia che forniscono la migliore interpretazione costruttiva della prassi

giuridica della comunità.

Il diritto, da questo punto di vista, potrebbe paragonarsi ad un racconto a puntate i cui

diversi episodi sono scritti da diversi autori in base a un senso di adeguatezza che

permetterebbe loro di rispettare la congruenza dell’insieme.

Concludiamo l’analisi sulla figura di Dworkin sottolineando come diversi studiosi del

diritto, tra cui Mauro Barberis, definiscano lo stesso Dworkin principale esponente della

cosiddetta “neoermeneutica”[84].

6. La dimensione ermeneutica del processo

Nel giudizio giurisdizionale gli elementi che consentono di identificare e di qualificare la

situazione concreta oggetto di controversia, ai fini della decisione, sono rinvenibili

attraverso specifiche modalità operative ascrivibili al procedimento probatorio ed alle

forme di ragionamento che lo contraddistinguono.

Tramite il processo si pongono in essere una serie di attività volte ad individuare gli

eventi e gli accadimenti, al fine di ascriverne la giuridicità, attraverso un’opera di

selezione e di ricostruzione, di significazione e di qualificazione.

Tali attività rimandano all’utilizzo degli elementi di prova acquisiti[85].

Entra in gioco il complesso degli atti di carattere interpretativo mediante i quali il giudice

forma il proprio convincimento intorno all’esistenza dei fatti della causa e che

consentono di predicare la

logicità e la congruenza del ragionamento probatorio.

Esso implica il rispetto delle condizioni epistemologiche mancando le quali un insieme di

elementi probatori non è da considerare “prova adeguata”.

La prova, dunque, assume una valenza centrale sia nella fase di formazione del

convincimento, sia in quella di controllo della sua fondatezza.

Nel processo il giudice svolge un’attività conoscitiva diretta a ricostruire, a partire da

certi accadimenti noti e con le informazioni raccolte, una situazione concreta verificatasi

in precedenza e della quale egli non ha né può avere esperienza diretta.

Si tratta di far ricomparire presente quello che è passato; di far rivivere il passato e

ripresentarlo come presente.

In questo senso è legittimo affermare che il processo ha un carattere eminentemente

ermeneutico[86].

Nel processo si realizza, infatti, una appropriazione di ciò che è estraneo e distante.

La coscienza ermeneutica mantiene una tensione tra orizzonte del passato e orizzonte del

presente e permette la comprensione di un passato che è accessibile solo nella forma di

un testo.

Nel giudizio giurisdizionale, infatti, gli eventi passati presentano, fondamentalmente, le

caratteristiche che Ricoeur, in analogia con i tratti costitutivi della scrittura, individua

come suscettibili di definire la leggibilità dell’azione[87].

Tali eventi si fissano attraverso il loro strutturarsi in concatenazioni di segni, sicché il

loro ordine appare definito da una rete significante.

Tale significatività rende possibile la loro leggibilità.

Gli eventi, inoltre, si autonomizzano nel senso che il loro sviluppo sfugge agli autori

possedendo una storia propria che permette, tra l’altro, la loro registrazione e

documentazione.

E’ possibile pertanto parlare di traccia degli eventi stessi.

Infine, si aprono ad una pluralità di interpretazioni in virtù dell’opera di

narrativizzazione, su di essi condotta, che conferisce loro senso, sì da costruire possibili

intrecci differenti su uno stesso corso di eventi.

In tal modo si costituisce una rappresentazione implicante una selezione di segni e,

dunque, una decisione che dà forma alla situazione descritta.

Giudicare significa prendere posizione, da parte del soggetto conoscente, nei confronti di

questa rappresentazione.

Gli eventi su cui verte il processo, in quanto elementi linguisticamente trasmessi, esigono

per essere compresi una trasposizione che si concretizza in una mediazione, operata

dall’interprete, del passato con il presente.

Il giudizio, in quanto attività che adempie alla funzione di identificare con precisione

azioni e comportamenti e di attribuire responsabilità ad essi collegate, è un modo

specifico con cui all’interno dell’esperienza giuridica si sottrae contingenza agli eventi.

L’evento risulta inseparabile dal contesto linguistico.

Ciò che accade è anche ciò di cui si parla in maniera significativa, è ciò che ci interessa,

che ci appare importante.

L’evento si presenta, nella sua temporalità, novità, singolarità, non ripetibilità,

contingenza, come evento storico, la cui comprensione è sempre una ricostruzione.

La significatività dell’evento, allora, dipende da un insieme di intenzioni, motivi, valori,

finalità, che lo rende intelligibile.

La storicità dell’evento, in tal modo, si connette all’attività di rappresentazione e di

configurazione posta in essere dal soggetto conoscente che istituisce un rapporto tra il

passato evocato e il presente sul quale tale passato si ritiene mantenga la propria

efficacia[88].

Nel processo l’evento, tuttora efficace, è sottratto all’oscurità del passato ed è ricostruito

nei suoi particolari concreti, compresi nella loro dimensione spaziale e temporale e nella

loro rilevanza attuale, entro l’unità di senso dell’esperienza giuridica, al fine di una

definizione normativa della situazione giuridicamente assunta come “caso”.

Per il diritto, infatti, il passato esiste solo in quanto può illuminare il presente.

Il passato, allora, non è che il prologo, che si utilizza ai fini della qualificazione del

presente.

Da questo punto di vista, il processo costituisce un momento rilevante di quella

appropriazione del tempo realizzata per mezzo del diritto, di quel tentativo più generale

di sottrarre gli eventi all’oblio che caratterizza la struttura esistenziale dell’uomo.

Parlare di efficacia attuale dell’evento significa riferirsi ad atti compiuti nel passato i cui

effetti si protraggono nel tempo.

Nel processo il passato è revocato, ricostruito, per statuire una regola di condotta che

valga per il presente ed il futuro.

Il giudice, procedendo attraverso segni, rende presente il passato per giudicarlo.

Tutto il processo è, come abbiamo visto, una mediazione tra passato e presente ed è volto

a ricostruire azioni passate imputabili a soggetti identificati, che ne risultino responsabili.

Il giudice, così, indaga in ordine all’esistenza degli elementi che consentono di parlare di

imputazione, intenzionalità, responsabilità delle azioni.

Al di là della configurazione giuridica della responsabilità, sottolineiamo che il tema

risulta connesso a quello dell’identità e della permanenza del soggetto nel tempo.

Ciò si collega alla storicità come contrassegno ontologico distintivo dell’uomo.

La responsabilità rimanda ad atti compiuti nel passato che hanno il medesimo autore:

colui che è chiamato a renderne conto.

Ciò si innesta all’interno dell’aspetto sincronico e diacronico della relazionalità

intersoggettiva e della garanzia e della sicurezza del suo svolgimento.

Si può dire che l’immediatezza dell’azione consapevole è travalicata dalla prefigurazione

del giudizio altrui successivo rispetto all’agire[89].

La responsabilità si connette alla coscienza del fatto che ciò che si è compiuto nella vita

non si potrà staccare dal soggetto, dovrà essere a lui riferito.

In questa prospettiva è da sottolineare che la prova rappresenta un tentativo di inserire un

elemento di convalidazione nella dialettica esistenziale che lega l’io agli altri.

Nel giudizio il problema è di ricostruire un momento della vita di un soggetto agente, che

è chiamato a dare conto del proprio comportamento passato a garanzia e rinforzo di un

dovere di comportamento[90].

Tale dovere, a sua volta, può essere giustificato mediante un riferimento alla dimensione

coscienziale del tempo che si esplica nella interpretazione di passato, presente e futuro.

Ciò all’interno di un universo di discorso cognitivo-direttivo avente rilevanza pratica,

dove i soggetti sono compresi e si comprendono in quanto agiscono liberamente e dove

ad essi sono attribuiti doveri e diritti, sono riferiti comportamenti ed imputate

conseguenze positive o negative[91].

La comprensione degli accadimenti e dei comportamenti non è riproduttiva; non riguarda,

cioè, un qualcosa di oggettivato e/o da oggettivare[92].

Essa si pone, piuttosto, come una ricostruzione in cui l’iniziativa della ricerca non

appartiene al dato, ma all’interrogazione avanzata dall’interprete nella direzione di un

interesse pragmatico che si realizza nell’attività di selezione e valutazione, viste come

momenti costitutivi per il riconoscimento della regola del caso.

Nel processo si viene a realizzare per eccellenza una relazione ermeneutica del giudice

con il passato.

E’ in questo ambito di discorso che acquista rilievo l’affinità, più volte sottolineata, tanto

da diventare quasi un luogo comune, tra ricostruzione giudiziale del “fatto” e

ricostruzione storiografica.

Il riconoscimento dell’analogia tra indagine giudiziaria ed indagine storiografica trova il

suo argomento fondamentale nella attenzione, comune ad entrambe le pratiche, agli

eventi relativi alle azioni umane, non direttamente esperiti dall’osservatore, presi nella

loro unicità, concretezza, particolarità e nella connessa attestazione della loro verità.

Riconosciuta la relazione ermeneutica che lega sia il giudice che lo storico agli eventi

passati, e la peculiarità del giudizio retrospettivo che essi compiono, appoggiandosi a

prove, attraverso un’attività di selezione, valutazione, attribuzione di senso agli eventi da

ricostruire sulla base di specifici criteri di rilevanza, gli orientamenti che hanno concepito

l’attività giudiziale come indagine storiografica tendono, peraltro, a sottolineare le

diversità tra i due campi di ricerca, evidenziando le ristrette barriere che delimitano

l’indagine del giudice rispetto a quella dello storico.

Si tratta di restrizioni che, in buona misura, definiscono i vincoli operativi e cognitivi

della pratica giurisdizionale.

Ciò, invero, non significa contrapporre ai limiti normativi e strutturali che incontra il

giudice nell’attività di ricostruzione il carattere libero e illimitato della ricerca storica.

Anche l’indagine storiografica è una attività che incontra limiti, quanto quelli forniti dagli

interessi dello storico, dalle tradizioni di ricerca accettate, dai paradigmi condivisi entro

la specifica pratica a cui egli partecipa[93].

A questo proposito è opportuno sottolineare che quella storiografica è una pratica segnata

da una pluralità e da una diversificazione di approcci.

Ciò è testimoniato, oltre che dal panorama degli indirizzi della ricerca storica, dalla

articolazione del dibattito teorico e metodologico che riguarda il tema della

individuazione dello statuto epistemologico del sapere storico e ruota intorno ai problemi

della spiegazione, della comprensione e della narrazione e dei loro reciproci rapporti.

Ciò rende estremamente semplificatorio affermare l’analogia con l’attività di indagine

compiuta dal giudice e giustifica l’idea di chi ritiene che essa si fonda su una immagine

riduttiva, perché viziata da genericità, della attività storiografica[94].

Spesso, ad esempio, l’attività dello storico non riguarda la ricostruzione di particolari e

individuali, ma è interessata alla determinazione di costanti, generalizzazioni, “leggi”,

relativa ad eventi collettivi collocati in una prospettiva temporale di breve o lungo

periodo.

Proprio qui viene meno la similarità rispetto all’oggetto di indagine tra storico e giudice.

La questione del procedimento conoscitivo attraverso cui il giudice ricostruisce i “fatti”,

pur partecipando, insieme all’indagine storiografica, agli aspetti epistemologici di ordine

generale connessi alla conoscenza indiretta di fatti passati e muovendo da una esigenza

profondamente ermeneutica, presenta, invero, una propria specificità[95].

L’accertamento processuale di come si sono svolti veramente i “fatti” non implica

dunque, esclusivamente, un giudizio di natura storica circa l’andamento degli eventi.

Infatti la ricostruzione “fattuale” degli eventi accaduti in passato richiede che gli elementi

rilevanti siano condotti ai concetti costruiti nelle fattispecie legali.

[1] (1900-deceduto).

[2] Cfr. Mauro Barberis, “L’ermeneutica”, in “Filosofia del diritto. Una introduzione

storica”, Il Mulino, Bologna, 2000, pag. 87.

[3] (1890-1968).

[4] Vedi pag. 30 e ss.

[5] Cfr. ultima opera citata pag. 89.

[6] Confronta sul tema H. G. Gadamer, “Warheit und Methode”, tradotto in “Verità e

metodo”, 1960, pag. 312 e ss.

[7] (1910).

[8] Cfr. Giuseppe Zaccaria, “Precomprensione, principi e diritti nel pensiero di Josef

Esser. Un confronto con Donald Dworkin”, in “Ragione pratica”, 11, 1998, pag. 138-139.

[9] Cfr. Mauro Barberis, “Filosofia del diritto. Una introduzione storica”, Il Mulino,

Bologna, 2000, pag. 90-91.

[10] Cfr. Francesco Viola e Giuseppe Zaccaria, “Diritto e interpretazione. Lineamenti di

teoria ermeneutica del diritto”, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 422.

[11] Cfr. G. Capograssi, “Il problema della scienza del diritto”, in “Opere”, II, Giuffrè,

Milano, 1959, pag. 337.

[12] Cfr. R. Orestano, “Introduzione al diritto romano”, Il Mulino, Bologna, 1987, pag.

45.

[13] Cfr. Giuseppe Zaccaria, “Ratio Juris”, 12, 1999, n°3, pag. 276.

[14] Confronta sul tema L. Mengoni, “Ermeneutica e dogmatica giuridica”, Giuffrè,

Milano, 1996.

[15] Cfr. P. Ricoeur, “Interpretazione e/o argomentazione”, in Ars Interpretandi, 1, 1996,

pag. 77.

[16] Confronta sul tema Josef Esser, “Dogmatik zwischen theorie und praxis“, 1974, pag.

517 e ss.

[17] Confronta sul tema H.G. Gadamer, “Verità e metodo” tradotto da G. Vattimo,

Bompiani, Milano, 1995.

[18] Cfr. L. Mengoni, “Voce Dogmatica giuridica” in “Enciclopedia Giuridica”, XII,

Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 1989, pag. 1.

[19] Cfr. Elena Pariotti, “La comunità interpretativa nell’applicazione del diritto”,

Giappichelli, Torino, 2000, pag. 29.

[20] Confronta sul tema M. D. King, “Reason, Tradition and Progressiveness of

Science”, in “History and Theory”, 1971, pag. 3-32.

[21] Cfr. Elena Pariotti, “La comunità interpretativa nell’applicazione del diritto”,

Giappichelli, Torino, 2000, pag. 31.

[22] Confronta sul tema Karl Popper, “Logica della scoperta scientifica”, tradotto da

Trinchero, Einaudi, Torino, 1970.

[23] Cfr. D. Antiseri, “Epistemologia ed ermeneutica: il problema del metodo in Popper e

Gadamer” in “Hermeneutica”, 1997, pag. 255.

[24] Cfr. Francesco Viola e Giuseppe Zaccaria, “Diritto e interpretazione. Lineamenti di

teoria ermeneutica del diritto”, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 430.

[25] Confronta sul tema N. Luhmann, “Sistema giuridico e dogmatica giuridica”, tradotto

da Febbrajo, Il Mulino, Bologna, 1978.

[26] Cfr. ultima opera citata pag. 432.

[27] Cfr. Francesco Viola e Giuseppe Zaccaria, “Diritto e interpretazione. Lineamenti di

teoria ermeneutica del diritto”, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 435 e ss.

[28] Cfr. Paul Ricoeur, “L’ermeneutica e le scienze umane”, tradotto nel 1981, pag. 199.

[29] Cfr. S. Cremaschi, “Filosofia analitica e filosofia continentale”, La Nuova Italia,

Firenze, 1997, pag. 45, 77.

[30] Confronta sul tema Franca D’Agostini, “Ontologia e fenomenologia del giuridico.

Studi in onore di Sergio Cotta”, Giappichelli, Torino, 1995, pag. 301 e ss.

[31] Cfr. Francesco Viola e Giuseppe Zaccaria, “Il primato della comprensione”, in

“Diritto e interpretazione. Lineamenti di teoria ermeneutica del diritto”, Laterza, Roma-

Bari, 1999, pag. 439.

[32] Cfr. ultima opera citata pag. 440.

[33] Cfr. Maurizio Ferraris, “Storia dell’ermeneutica”, Bompiani, Milano, pag. 269-270.

[34] Confronta sul tema O. Apel, “L’influsso della filosofia analitica sul mio itinerario

intellettuale”, in “Filosofia analitica e filosofia continentale” a cura di S. Cremaschi, La

Nuova Italia, Firenze, 1997, pag. 209 e ss.

[35] Cfr. H. G. Gadamer, “Ermeneutica come compito teorico e pratico” in “Verità e

metodo”, tradotto da R. Dottori, Bompiani, Milano, 1995, pag. 261.

[36] Cfr. Francesco Viola, “Il diritto come pratica sociale”, Giuffrè, Milano, 1990, pag.

159.

[37] Cfr. Emilio Betti, “L’ermeneutica come metodica generale delle scienze dello

spirito”, a cura di G. Mura, Città Nuova, Roma, 1987, pag. 86.

[38] Cfr. Francesco Viola e Giuseppe e Zaccaria, “La filosofia ermeneutica del diritto

come filosofia pratica”, in “Diritto e interpretazione. Lineamenti di teoria ermeneutica del

diritto”, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 445.

[39] Cfr. H. G. Gadamer, “Ermeneutica”, in “Enciclopedia del Novecento”, Istituto

dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 1977.

[40] Cfr. L. Lombardi Vallauri, “Corso di filosofia del diritto”, CEDAM, Padova, 1981,

pag. 25 e ss.

[41] Cfr. Francesco Viola e Giuseppe Zaccaria, “Diritto e interpretazione. Lineamenti di

teoria ermeneutica del diritto”, Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 447.

[42] Cfr. ultima opera citata pag. 448.

[43] Cfr. E. Berti, “La classicità di un testo filosofico”, in “Ars interpretandi”, 2, 1997,

pag. 7.

[44] Confronta sul tema L. Wittengstein, “Ricerche filosofiche”, a cura di Trinchero,

Einaudi Torino, 1974.

[45] Cfr. J. Hruschka, “La comprensione dei testi giuridici”, tradotto da De Giorgi, Esi,

Napoli, 1983, pag. 74.

[46] Cfr. V. Mathieu, “L’uomo animale che interpreta” in “Il problema della fedeltà

ermeneutica”, Armando, Roma, 1998, pag. 18.

[47] Cfr. Giuseppe Zaccaria, “ Interpretazione e argomentazione nel discorso giuridico”,

in “Questioni di interpretazione”, CEDAM, Padova, 1996, pag. 17.

[48] Confronta sul tema R. Alexy, “Teoria dell’argomentazione giuridica” a cura di M.

La Torre, Giuffrè, Milano, 1988.

[49] Cfr. ultima opera citata pag. 19.

[50] Cfr. J. Habermas, “Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della

democrazia” a cura di L. Ceppa, Guerini, Milano, 1996, pag. 278.

[51] Cfr. Francesco Viola, “Intenzione e discorso giuridico: un confronto tra la

pragmatica linguistica e l’ermeneutica”, in “Ars interpretandi”, 2, 1997, pag. 53 e ss.

[52] Cfr. H.G. Gadamer, “Verità e metodo” a cura di G. Vattimo, Bompiani, Milano,

1983, pag. 133.

[53] Cfr. Uberto Scarpelli, “L’interpretazione. Premesse alla teoria dell’interpretazione

giuridica” a cura di V. Tomeo, in “Società, norme e valori”, Giuffrè, Milano, 1984, pag.

141 e ss.

[54] Cfr. Francesco Viola e Giuseppe Zaccaria, “Il diritto come evento discorso”, in

“Diritto e interpretazione. Lineamenti di teoria ermeneutica del diritto”, Laterza, Roma-

Bari, 1999, pag. 453.

[55] Cfr. Francesco Viola e Giuseppe Zaccaria, “Il metodo della filosofia ermeneutica del

diritto”, in “Diritto e interpretazione. Lineamenti di teoria ermeneutica del diritto”,

Laterza, Roma-Bari, 1999, pag. 455.

[56] Cfr. ultima opera citata pag. 456.

[57] Cfr. J. Finnis, “Legge naturale e diritti naturali”, tradotto da F. Di Blasi,

Giappichelli, Torino, 1996, pag. 4.

[58] Cfr. Norberto Bobbio, “Giusnaturalismo e positivismo”, Edizioni di Comunità,

Milano, 1977, pag. 43-44.

[59] Cfr. A. Kaufmann, “La struttura ontologica del diritto” tradotto da G. Quadri, in

“Rivista internazionale di Filosofia del Diritto”, 39, 1962, pag. 549-550.

[60] Cfr. Francesco Viola e Giuseppe Zaccaria, “L’interpretazione come luogo del senso

del diritto”, in “Diritto e interpretazione. Lineamenti di teoria ermeneutica del diritto”,

Laterza, Roma-Bari, pag. 458.

[61]Confronta sul tema W. Wieland, “La fisica di Aristotele. Studi sulla fondazione della

scienza della natura e sui fondamenti linguistici della ricerca dei principi in Aristotele”,

tradotto da C. Gentili, Il Mulino, Bologna, 1993.

[62] Cfr. ultima opera citata pag. 459.

[63] Confronta sul tema K. Larenz, “Richtiges Recht. Grundzuge einer Rechtsethic”,

Beck, Monaco, 1979.

[64] Cfr. ultima opera citata pag. 461.

[65] Confronta sul tema G. Radbruch, “Rechtsphilosophie”, Scheider, Stoccarda, 1983,

pag. 119 e ss.


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niobe

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Ermeneutica contemporanea con particolare attenzione ai seguenti argomenti trattati: la definizione del termine ermeneutica, l’approdo ermeneutico della scienza giuridica, la filosofia ermeneutica del diritto, l'interpretazione della legge secondo la tradizione della filosofia ermeneutica, il pensiero di Arthur Kaufmann.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze filosofiche
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher niobe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Ermeneutica contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Treppiedi Anna Maria.

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