Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

A.A. 2015/2016 • APPUNTI DI EPISTEMOLOGIA CAPITOLO 2

Da qui deriva il paradosso di veri o apparenti non-sensi che vengono in qualche modo utilizzati per scopi

ragionevoli e comprensibili, e così servono a comporre qualcosa di sensato.

Il nostro postulato dell’unità della ragione esige almeno che il non-senso venga riconosciuto e spiegato come

tale nella sua genesi, sicché possiamo intenderlo come una forma dell’errore, non del tutto estranea alla

nostra intelligenza.

La storia della scienza può comprendere e spiegare anche il non-senso: prolungamento del pensiero che non

è più pensiero, cadavere che si trascina ancora e si mescola nel circolo della vita.

2.7 La ragion pura di Kant

Il concetto disegnato, di una ragione, che si esprime nel progresso storico verso la verità, viene combattuto

da due parti opposte. Anzitutto da quelli che concepiscono la ragione stessa come un assoluto di fronte

all’esperienza, traducendo quindi le esigenze razionali in giudizi o principii a priori, condizioni immobili di ogni

sapere possibile. È il concetto della ragion pura di Kant.

Contro la tesi dell’a priori kantiano, gli empiristi inglesi hanno avuto buon gioco a sostenere che gli assiomi o

postulati così dedotti esprimono alcuni generalissimi rapporti di fatto, suscettibili di essere verificati o negati

dall’esperienza.

Nel frattempo la teoria della scienza giunge da parte sua ad un concetto più largo della razionalità del sapere.

Non ci sono più forme rigide imposte al mondo estraneo dei dati empirici, bensì tendenze a coordinare i dati

sensibili in modo da soddisfare a certe esigente di intellegibilità. L a scienza non è semplice rilesso di un

ordine delle cose fuori di noi, anzi è costruzione delle a realtà per opera della mente; ma la costruzione si fa

sempre in funzione dei dati sperimentali, sicché i principi che, in un certo grado di sviluppo dell’evoluzione

scientifica, traducono certe esigenze della nostra comprensione, evolvono essi stessi per accordarsi con una

più larga realtà.

2.8 Le esigenze razionali nella costruzione scientifica

Si può chiarire queste idee con alcuni esempi. Una delle tendenze fondamentali della nostra mente è certo

quella di concepire la realtà come un tessuto di invarianti.

Un’altra esigenza fondamentale della nostra intelligenza è di rappresentarsi la propagazione delle azioni

(gioco delle cause) come continua nello spazio e nel tempo.

Conviene rendersi conto di ciò che implica questa esigenza di continuità del reale secondo la nostra mente.

Essa implica, né più né meno, che la costruzione di una realtà più estesa comprendente la realtà

frammentaria dei dati sensibili.

2.9 Pragmatismo e idealismo

Al nostro concetto della ragione contrastano non soltanto i sostenitori di un a priori immobile secondo le

vedute di Kant, ma anche i pragmatisti e gli idealisti, che tendono a risolvere la ragion teorica nella ragion

pratica, e così a distruggere l’idea stessa della verità.

Ed è singolare che si riesca egualmente a questo risultato muovendo dal principio dell’uomo-animale o

all’opposto dell’uomo-Dio.

Per l’uomo animale è abbastanza chiaro che la ricerca della verità debba avere un significato biologico, e

quindi che il progresso della ragione scientifica o teorica non possa considerarsi in astratto, separatamente

dagli interessi che essa incorpora. Pertanto si è creduto di assegnarne la giusta misura riducendo la scienza

allo scopo utilitario della previsione più economica dei fatti. 3

CAPITOLO 2 APPUNTI DI FONDAMENTI DI EPISTEMOLOGIA • A.A. 2015/2016

Non occorre di più per abbattere l’idolo accarezzato dal pensiero speculativo, ponendo, al posto della volontà

del vero, la semplice “volontà di credere”. Questa posizione del pensiero rappresenta un passaggio verso

l’idealismo.

L’attacco dell’idealismo contro la ragione si muove da Kant riconoscendo il potere attivo della mente nel

foggiare la realtà e si allarga questo potere togliendo di mezzo il “peso morto” della “cosa in sé”. Di

conseguenza tutta la realtà appare espressione e costruzione dello spirito, che s’incarna progressivamente

nella storia.

Tutti i dati dell’esperienza sono posti da un pensiero precedente. In altri termini il soggetto crea l’oggetto.

Invece il tratto caratteristico dell’idealismo romantico è di opporsi agli spiriti e alle forme della scienza.

L’affermazione che il soggetto crea l’oggetto assume qui un senso religioso. Vuol dire che Dio si realizza

incarnandosi nell’uomo e così costruendo il mondo progressivamente, attraverso l’opera dell’uomo. Ciò che

innalza l’uomo alla divinità non è il suo ispirarsi alle ragioni superiori del vero o del giusto, bensì la forza con

cui egli sa realizzare qualcosa di sé, agendo sul mondo che lo circonda e modificandolo secondo le proprie

passioni.

Per Hegel, “Ogni reale è razionale ed ogni razionale è reale”: ciò significa per lui, che la storia è norma e

misura di ogni valore. Anche della verità.

Il momento essenziale della formazione dei concetti astratti, attraverso cui il pensiero tende a cogliere la

realtà per gradi successivi d’estensione e di approssimazione al vero, viene misconosciuto in genere dai

romantici, che si abbandonano senza freni al gioco delle associazioni delle idee, e s’illudono di dominarlo

dall’altro mercé il vuoto formalismo degli schemi dialettici.

In breve alla scienza della natura, che era stata fino allora guida e modello della filosofia, subentra una

filosofia della natura che reca pure un soffio di poesia, ma si perde per difetto di freno nella sregolatezza, e

s’immiserisce in vacue sottigliezze sofistiche.

2.10 Scienza e civiltà

Non vi è dubbio, la contemplazione scientifica si lega strettamente a tutte le circostanze che determina la

civiltà e la cultura dell’ambiente in cui si svolge il pensiero degli scienziati. Condizioni economiche, sociali e

politiche, e, ancora in rapporto con esse, motivi artistici e religiosi, determinano o dirigono o rallentano ad

ora ad ora codesto sviluppo.

Il postulato di razionalità del reale, che comporta il proiettare fuori di noi le esigenze del nostro pensiero,

appare connesso ai motivi ispiratori del misticismo: tendenza a realizzare nelle cose le associazioni delle

nostre idee o dei nostri affetti.

Appunto perché una medesima attività di ordine religioso si sviluppa poi in due sistemi di conoscenza o di

fede, l’uno dominato dalla valutazione critica, l’altro dal valore emotivo dei sentimenti che vi si associano,

sorge fra codesti sistemi la possibilità di un conflitto.

2.11 Razionalismo e storicismo

Non è possibile comprendere il razionalismo del secolo diciottesimo senza ricollegarlo ai trionfi della scienza

di Copernico, di Gallileo e di Newton, che comportava il superamento della ragion critica di pochi spiriti

superiori contro il peso di una tradizione concepita come divina.

Voltaire e gli enciclopedisti avevano la diretta mira di riformare la società secondo lo spirito scientifico. La

mente matematica chiedeva un ordine nuovo che possa giustificarsi di per sé, a prescindere dalla venerazione

per ciò che è antico. Il presupposto della richiesta era una dottrina della conoscenza che si può in breve

4 A.A. 2015/2016 • APPUNTI DI EPISTEMOLOGIA CAPITOLO 2

caratterizzare come segue: Esiste una verità obiettiva, in cui tutti gli uomini possono accordarsi, che si lascia

raggiunge attraverso la coordinazione razionale, logicamente e intuitivamente chiara, dei dati sperimentali.

Questa dottrina razionalistica tende, in due modi, ad evolversi e convertirsi nella veduta fondamentale dello

storicismo:

1. lo sviluppo della critica psicologica dimostra le più profonde esperienze inconsce che sottostanno

alle nostre istituzioni, e la parte che spetta al sentimento nel processo d’associazione delle idee e

nella rappresentazione dei fini;

2. il concetto dell’esperienza si allarga dall’individuo alla società, e si estende dal presente al dominio

infinito del passato.

Di qui si passa naturalmente all’idea che le credenze del passato e le forme storiche da esse ispirate,

rappresentino il prodotto di esperienze inconsce e come tali abbiano un valore provvisorio anche se non

razionalmente spiegate. Come sviluppo ulteriore di quest’idea, innanzi alle contraddizioni delle credenze

storicamente accettate, lo stesso concetto della verità diventa relativo: il relativismo storico esprime appunto

la concezione soggettiva della verità che si trova al termine di questo movimento filosofico.

Il contrasto tra razionalismo e storicismo è una nuova forma dell’antica battaglia fra razionalismo ed

empirismo. E come questa battaglia è stata superata col razionalismo sperimentale, così anche il nuovo

contrasto tende a superarsi allargando il concetto stesso della ragione, in guisa che essa apprenda ad

apprezzare fra i suoi dati le esperienze storiche. Storicizzare la scienza è un aspetto di questa evoluzione di

idee.

2.12 L’unità della scienza

Il vero spirito filosofico della scienza, cioè il suo spirito costruttivo, è in quella tendenza delle idee ad

estendersi oltrepassando il loro campo di origine, per cui le vedute parziali e frammentarie della realtà

agiscono e reagiscono l’uno sull’altra, e suscitano per analogia o per antitesi nuove posizioni di problemi o

contrasti di atteggiamenti.

Ora, se sappiamo elevarci ad un’altezza conveniente, sopra le distinzioni accidentali che mutilano e separano

la nostra visione della realtà attraverso le diverse scienze particolari, vedremo una scienza sola che è

cammino verso la scienza, cioè la filosofia, la quale unifica o tende ad unificare questa visione.

La veduta storica della scienza spiega ai nostri occhi, nella più chiara luce, questo sforzo unificatore, che è

comprensione organica del processo scientifico.

2.13 Costruzione della storia

La storia della scienza, intesa nel modo anzidetto, come comprensione più alta del pensiero scientifico nel

suo divenire, non può evidentemente ridursi alla raccolta o alla collazione di testi e di notizie erudite, ma

deve essere costruita dalla mente dello storico. Costruire vuol dire interpretare, ordinare, connettere i dati

della letteratura mediante ipotesi e spiegarli con ragioni, in una parola integrare la realtà filologica bruta che

costituisce il materiale di studio. Se si tratta della storia del pensiero, il nesso e la discendenza delle idee resta

sempre oggetto proprio della comprensione storica.

Molti accorderanno che la ricerca storica debba far uso d’ipotesi ragionevoli, ma chiederanno almeno che

ciò che è ipotetico e soggettivo venga distinto dalla realtà obiettiva, la sola di cui sono disposti ad appagarsi.

Però quando si cerchi di definire questa realtà si vede che l’elemento obiettivo e il soggettivo vi sono

indissolubilmente congiunti. Perché anche la collazione di testi dipende dal loro significato, e la semplice

traduzione o interpretazione di un passo mette già in gioco l’idea costruttiva della storia. 5

CAPITOLO 2 APPUNTI DI FONDAMENTI DI EPISTEMOLOGIA • A.A. 2015/2016

2.14 Traduzione e significato dei testi

È chiaro anzitutto che la storia della scienza non debba appagarsi di riscontrare i dati della letteratura (che

pur a loro volta non possono riceversi senza critica allo stato bruto), anzi chieda di ordinarli spiegandone i

nessi, e perciò esiga, nell’esame delle fonti, un intelletto capace d’interpretarle.

Questa esigenza si rivela già a chi inizi a tradure un’opera qualsiasi da una lingua straniere; si sa che il possesso

stesso della lingua viene in seconda linea di fronte alla conoscenza dell’argomento cui l’opera si riferisce.

Se la stessa interpretazione letterale dei testi e l’attribuzione dei riferimenti vien dominata dall’idea dello

storico, in senso più largo appare che l’idea conferisce il suo aspetto e il suo significato all’intera costruzione

della storia.

2.15 La continuità del pensiero scientifico

Non vi pensiero originale che non appaia prolungamento di un pensiero precedente. La legge della continuità

storica impera su tutto. Anzi la ricerca dell’originalità sembra una malattia dei nostri tempi, e starebbe quasi

ad attestare la consapevolezza di un diminuito potere creativo.

Una giusta valutazione delle opere scientifiche dovrebbe tener conto non solo dei precedenti scritti, ma

anche dell’insieme delle conoscenze e delle idee che formano l’ambiente e il patrimonio comune a una data

epoca o a una data scuola.

6

CAPITOLO H. METZGER

3 Il mondo filosofico nella storia delle scienze

3.1 Lo storico delle scienze deve o non deve farsi contemporaneo degli scienziati di cui

parla? [1933]

Se lo storico non volesse o non sapesse leggere le opere di un tempo così come le leggevano i primi lettori di

tali opere, rischierebbe di interpretare male e, perciò, non soltanto di far male interpretare gli studi dei nostri

lontani predecessori, ma persino di alterare la visione stessa del progresso scientifico.

In molti fra gli storici delle scienze non si sono presi briga di mettersi nei panni degli scienziati che stavano

studiando e di riflettere sulla critica storica, ma si sono limitati, dopo aver preso visione dei testi in modo

superficiale, a fare riferimento alle dottrine valide al momento in della pubblicazione dei loro scritti. Questo

è, forse, addirittura il problema primario del metodo della storia delle scienze. Perché dalla soluzione

adottata può dipendere interamente la nostra concezione del passato dell’umanità, dell’importanza del

pensiero umano, dell’esperimento, dell’empirismo positivo o dell’ispirazione metafisica nel divenire stesso

della scienza. In questo modo lo schema relativo ad una storia delle scienze, come pure le sue conclusioni

filosofiche, sarebbero perciò predeterminati.

Gli storici, come tutti i filosofi, come tutti gli scienziati e come tutti gli uomini, hanno delle disposizioni innate,

un certo modo di vedere, che passa inosservato perché ancora non si è tradotto in opinioni e sistemi, ma che

può generare, e di fatto genera, le opinioni e i sistemi. Lo storico che ha molta familiarità con i testi del tempo,

lungi dal rivoltarsi contro la natura delle cose per raggiungere un’obiettività fantasma posta tanto al di fuori

del mondo quanto al di fuori della scienza, tenta di ritrovare o ricostruire in sé stesso, per un istante, le ragioni

profonde che le opere oggetto della sua meditazione sottintendono. È così ch’egli giunge a comprendere sino

infondo, o almeno imbocca la sola via che gli consenta di comprendere sino in fondo, gli studi delle varie

scuole che hanno armonizzato o contrapposto le une alle altre le proprie ricerche. Quanto al fattore

personale, dovuto al suo stesso carattere, indubbiamente questo sarà attenuato da questo sforzo di

partecipazione; e indubbiamente non verrà annullato. Quel che uno storico non ha rilevato, un altro saprà

metterlo in luce. Proprio come tutte le scienze, anche la storia è una scienza che si forma, continua e si

rinnova via via che i progressi della critica e dell’analisi ci obbligano a rettificare le nostre sintesi mai

dogmatiche o definitive.

Va sottolineato che il fine ultimo dello storico delle scienze è di giungere alla comprensione globale dei testi

da lui esaminati. Gli scritti delle opere scientifiche non rivelano all’istante la loro benefica sostanza a chi li

sfoglia precipitosamente o con pigrizia; è invece necessario che, attraverso un costante sforzo di

partecipazione, come il metodo stesso richiede, lo storico riesca a ripensare i libri dei maestri di un tempo

proprio come avrebbero fatto i discepoli e gli allievi di tali maestri.

Da una generazione all’altra e via via che la scienza evolve, cambia anche la prospettiva scientifica: tale o tal

altro problema che prima era centrale adesso non interessa più i ricercatori, mentre un fatterello curioso che

intrigava un qualche appassionato cultore finisce col diventare a sua volta un problema centrale. Insieme alla

prospettiva, cambia pure la mentalità: ad un determinato modo di vedere che si traduceva in un determinato

sforzo di sistematizzazione, succede presto un atteggiamento del tutto diverso e da cui si genera, a poco a

poco, un nuovo modo di comprendere; e naturalmente, poiché la scienza è un’elaborazione collettiva, gli

scienziati continueranno l’opera dei loro predecessori, pure trasformandone, bruscamente oppure

attraverso una lenta evoluzione, le dottrine. Le conoscenze scientifiche sono integrate a monumenti

dottrinali, ma questi monumenti dottrinali sono soggetti ai continui rimaneggiamenti o a ricostruzioni su base

nuove, mescolando i materiali di cui sono composti con materiali nuovi.

Lo storico delle scienze, nel corso del suo lavoro non dovrà rinchiudersi in un determinato schema a priori

dettato da una concezione precostituita della scienza o della sua storia; l’accordo fra i fatti che lo storico

studia e la dottrina filosofica deve venire da sé, senza imbrogli, senza alcun tipo di arbitrarietà. Così facendo,

forse potremo cercare di risolvere il problema relativo a quali sono i rapporti fra la ragione costituente che

nella sua tendenza permanente, essenziale, è tutta la ragione umana, e la ragione costituita che è l’aspetto

che tale ragione presenta in un determinato momento dello sviluppo dell’umanità. 1

CAPITOLO 3 APPUNTI DI FONDAMENTI DI EPISTEMOLOGIA • A.A. 2015/2016

Per via del suo senso critico, lo storico non può accontentarsi di reperire e assembrare i testi, ed è invece

obbligato a interpretarli. Lo storico che voglia comprendere il pensiero autentico degli studiosi non può

limitarsi soltanto a esaminare le argomentazioni sostenute dagli uni o dagli altri. Perché le dottrine

s’instaurano e sussistono in virtù della loro capacità di soddisfare l’intelligenza umana, mentre vengono

attaccate e difese proprio laddove risultano più vulnerabili. Da una generazione all’altra, vi è come una sorta

di sfasatura che, insieme ai dati teorici e sperimentali, fa variare anche le disposizioni mentali.

3.2 Tribunale della storia e teoria della conoscenza scientifica [1935]

In questo saggio la Metzger pone il seguente problema: “Il tribunale della storia ha o non ha l’autorità di

esprimere dei giudizi che consentano di mettere fine alle controversie insorte tra i filosofi, partigiani delle

diverse teorie della conoscenza scientifica? Può esso, in ultima istanza, pronunciare una sentenza che

condanni o assolva tale o tal altra dottrina sottoposta al suo esame?”.

Se a questo interrogativo fosse possibile rispondere di si, se il fatto preciso, il fatto positivo, il fatto oggettivo

dovesse imporre al filosofo un giudizio perentorio e definitivo, se un decreto intangibile ed assoluto potesse

mettere fine alle discussioni fra i diversi pensatori che cercano di comprendere quale sia il cammino

dell’intelligenza umana, allora il tribunale della storia renderebbe inutile qualsiasi ricerca speculativa. La

teoria della conoscenza scientifica non apparterrebbe più al campo della filosofia.

Indipendentemente dall’autorità intellettuale o morale del gruppo che ha pronunciato la sentenza, tale

sentenza non trae la sua forza dal fatto di essere, appunto, sentenza, ma semmai dal fatto di essere stata

accolta dalla ragione di coloro i quali l’hanno accettata! La conclusione è quindi che se la storia filosofica delle

scienze ha dalla sua un gran numero di giudici istruttori e anche di avvocati, essa non è comunque riuscita a

formare, fortunatamente per i filosofi e per l’avvenire stesso del pensiero umano, una giuria tanto potente

da poter stabilire con la maggioranza dei voti, la verità.

Ma è proprio necessario passare da un estremo all’altro? Essendo stati costretti a rispondere di no al quesito

posto in precedenza e ad ammettere che con la sua sola autorità la storia non è in grado di stabilire quale sia

il vero cammino dello spirito umano, dobbiamo proprio rinunciare alla storia del pensiero scientifico?

Senza dubbio certi filosofi, hanno detto che la scienza antica, la scienza definitivamente superata grazie al

risveglio del pensiero, la scienza irrimediabilmente sorpassata, non aveva più nulla da insegnare.

Al polo opposto rispetto a quelli che credono nel carattere eternamente attuale di qualsiasi ricerca dobbiamo

citare coloro i quali ritengono che l’evoluzione scientifica sia senza interesse in quanto iscritta, dettagli a

parte, nel determinismo fissato da una qualche concezione a priori dell’evoluzione umana, a prescindere da

qualsiasi altro elemento di valutazione.

Ad esempio, Auguste Comte, così poco incline alle pazienti e minuziose ricerche storiche, aveva ammesso

quasi si trattasse di un dogma intoccabile ciò che egli stesso chiamò la legge dei tre stati: in ogni tempo ed in

ogni luogo lo spirito teologico delle prime età aveva ceduto il posto allo spirito metafisico che si ritraeva

infine dinanzi ai progressi dello spirito positivo definitivamente vittorioso. Egli, nonostante tutto, volle fare

in modo che la storia delle scienze procurasse alla sua dottrina il sostegno dell’autorità dei fatti.

Degli storici un po’ ingenui hanno creduto che l’accumulo nel tempo di testi scientifici avrebbe rivelato da sé,

direttamente, e al di là di ogni possibile interpretazione, di qualsiasi critica o commento, il vero cammino

della nostra intelligenza; hanno chiesto a quest’ammasso opprimente di testi di imporre la verità, mettendo

così a tacere, una volta per tutte i filosofi, pregati di non infastidire più la pubblica piazza con il rumore

assordante delle loro inutili dispute. Una volta ottenuto questo risultato, hanno poi mostrato alla storia, che

a loro aveva svelato tutti i suoi segreti una gratitudine infinita.

2 A.A. 2015/2016 • APPUNTI DI EPISTEMOLOGIA CAPITOLO 3

I teorici, quindi, sono sconfitti; grazie alla storia, l’empirismo trionfa interamente; l’esperimento che nessun

pensiero feconda, critica o ispira, regnerà sovrano assoluto. Le speculazioni avventurose vengono

definitivamente relegate al ruolo di chiacchere da bottega.

Se per un attimo abbiamo potuto dubitare del valore conoscitivo dell’indagine storica, ciò deriva forse dal

fatto che, sin dall’inizio, l’abbiamo sospeso bruscamente per cercare di capire sino in fondo, rifiutando

rettifiche o ritocchi. Similmente i pragmatisti, contemplando la scienza dal punto di vista intangibile di un

soggettivismo assoluto, hanno dubitato del valore conoscitivo di qualsiasi indagine scientifica teorica.

Ma il raffronto fra alcun degli aspetti del sapere storico e del sapere scientifico non ci suggerisce forse, già di

per sé, se la storia deve essere considerata come una scienza, se dev’essere studiata come una scienza, sarà

ormai impossibile collocarsi al di fuori della scienza per giudicare la scienza? Perciò al di là delle domande

che qualsiasi storico deve porsi circa l’esattezza dei fatti rapportati, la loro cronologia esatta, l’autenticità dei

documenti e la giusta interpretazione dei testi, egli accetterà ben volentieri di sottomettere le sue

conclusioni, che sa essere provvisorie e perfettibili, a una critica filosofica che niente e nessuno potranno

soppiantare.

Non soltanto la teoria della conoscenza scientifica è anteriore alla storia del pensiero scientifico, ma essa ha

anche mosso i primi passi nel campo della filosofia, orientandola, indicandole una serie di questioni da

risolvere, proponendole eventuali soluzioni, sollecitandola a fornire un numero di esempi tanto elevato da

poter servire sia da prova che da illustrazione delle sue affermazioni, qualsiasi esse siano.

Vorrei farvi notare che, se a parer nostro il metodo sperimentale può e deve essere impiegato nella storia

del pensiero scientifico, tale metodo è ben lungi dal confondersi con l’empirismo più rigoroso; un insieme di

documenti non è una storia, un insieme di misurazioni non è una scienza, per quanto la storia non possa fare

a meno di documenti e la scienza di misurazioni. La storia non significa nulla al di fuori della comprensione

dello storico, e la fisica al di fuori della comprensione del fisico. Affermiamo, ancora una volta, e senza timore

di smentita da parte dei partigiani dell’esperienza pura, che i fatti svelati dallo storico non basterebbero da

soli, semplicemente perché sono stati messi assieme, a rivelare il cammino dell’intelligenza umana.

Dopo aver raggruppato e classificato i documenti, molto spesso lo storico è obbligato a rifletterci sopra a

lungo per poterne cogliere il senso vero. A questo punto non avrà timore di introdurre un a priori fatto di

opinioni e meditazioni personali. Ma il suo compito è lungi dall’essere terminato; non deve infatti

accontentarsi di selezionare e comprendere i documenti, ma dovrà ancora costruire il monumento storico

che consegnerà al lettore quando sarà giunto al termine della sua lunga e dura fatica.

Senza dubbio, un simile modo di procedere non consentirà più allo storico, oramai consapevole del proprio

metodo, di pretendere a un’oggettività assoluta che imponga, una volta per tutte, la certezza delle proprie

conclusioni. Tuttavia, con le sue meditazione, lo storico è comunque in grado di chiarire proprio le questioni

filosofiche che intendeva delucidare.

Sembrerebbe proprio che lo studio della storia delle scienze guarisca il filosofo (se la malattia fosse curabile)

dalla strana mania di voler formulare a priori o a posteriori dei concetti definitivi con cui l’animo possa

soddisfare la sua sete di certezze e che potremmo con un giusto titolo definire: concetti di diritto divino.

Se la storia delle scienze (o, se preferite, una riflessione su certi episodi della storia del pensiero scientifico)

ci insegnasse a figurarci rapidamente l’insieme degli esperimenti che un’ipotesi potrebbe ispirare, se ci

insegnasse a scoprire rapidamente tutte le ipotesi che potrebbero essere ricavate da uno stesso esperimento,

se così facendo riuscisse a dare al nostro spirito un po’ di quella plasticità attiva che sta alla base di qualsiasi

ricerca feconda, allora essa tenderebbe tanto alla scienza nel suo farsi quanto all’animo del ricercatore,

liberato da una routine insignificante e oziosa, e che altera la spontaneità del suo giudizio, un servigio il cui

valore difficilmente potrebbe essere messo in discussione. 3

CAPITOLO 3 APPUNTI DI FONDAMENTI DI EPISTEMOLOGIA • A.A. 2015/2016

Tutto questo non vale forse più del tentativo di erigersi a commissione d’esame o a corte d’assise che, pur

non riuscendo ad imporre la propria sentenza, dispensa buoni voti a certi studiosi e cattivi voti ad altri, oppure

che condanna certe dottrine, al fine di accettarne altre?

3.3 L’a priori nella dottrina scientifica e la storia delle scienze [1936]

In questo saggio, la Metzger pone il problema di cercare di capire se davvero l’a priori debba necessariamente

avere un ruolo di primo piano nell’elaborazione di qualsiasi dottrina scientifica e, in caso affermativo, di

cercare questo ruolo.

Consideriamo uno storico delle scienze alle prese con la sfida di comprendere alcuni testi antichi molto poco

noti. Sicuramente egli si sentirà spaesato nel tentativo di rapportare quanto legge, linguaggio, strumenti, alla

realtà del proprio tempo. Perché mai trasportare le mentalità di oggi, che siamo abituati a considerare come

ovvie, nella mentalità di un tempo, assai diversa dalla nostra e che, verosimilmente, ignorava queste

esigenze? In secondo luogo, può anche accadere che sia proprio il susseguirsi delle proposizioni e dei

ragionamenti dell’autore studiato ad apparire, a prima vista, assolutamente inintelligibile.

Lo storico delle scienze, superati lo stupore, la perplessità, l’indecisione iniziali, non dichiarerà assurda,

insensata, senza valore la tal opera in cui non vedrà altro che una vana ostentazione di verbalismo? Fate

attenzione al vostro atteggiamento: perché, se in eccesso di oggettività, che molti confondono con la

saggezza, vi ostinerete a cercare soltanto i legami diretti fra i fatti osservati e le teorie enunciate, se

applicherete soltanto le regole di una logica positiva e prudente per fare la critica del testo, se, per paura

della soggettività, non riverserete tutta la vostra anima nel metodo di lavoro impiegato, allora non potrete

fare altro che dichiarare che il pensiero dei nostri lontani predecessori si riduce ad una dolce follia di cui non

possiamo conoscere né gli stimoli né i motivi; e, così facendo, renderete inutile la lunga fatica degli storici

delle scienze, almeno per quanto riguarda un passato non remotissimo che dichiarereste insondabile.

La storia del pensiero scientifico accetta come base un a priori che è ben diverso da una volgare ipotesi di

lavoro che si possa prendere o lasciare, quasi fosse uno strumento di falegnameria o di laboratorio. Innanzi

tutto, lo storico delle scienze ritiene che nulla di quel che è umano possa essergli estraneo; lo storico delle

scienze ritiene di poter e di dover penetrare con uno sforzo nelle più svariate mentalità dei pensatori che

hanno voluto conoscere il mondo; lo storico delle scienze sa, infine, che è nel suo stesso animo che egli deve

riuscire a risuscitare, o per lo meno a ricostruire, gli stati d’animo degli studiosi di cui descrive i dubbi, le

delusioni, i trionfi. Lo storico delle scienze propone con modestia le sue conclusioni, invece di cercare di

imporle; chiede agli altri storici di verificare o di rettificare le sue asserzioni… e finalmente proclama che non

bisogna esitare a impiegare un metodo parzialmente a priori per studiare l’a priori.

L’a priori non rappresenterà soltanto le nozioni preconcette, che precedono l’esperienza, e su cui si poggia

la descrizione dell’esperienza; l’a priori rappresenterà anche le tendenze fondamentali che generano queste

nozioni; o piuttosto, per usare il linguaggio della scuola: all’a priori in atto, che si concretizza attraverso

nozioni prime, aggiungeremo l’a priori in potenza e latente che, a contatto con l’esperienza della vita (e non

soltanto con l’esperienza scientifica), assume effettivamente la forma dell’a priori in atto.

E adesso diciamo che l’a priori non è e non può essere sempre e ovunque uguale a se stesso; o meglio, che

di a priori non ve n’è uno soltanto, ma vi sono molteplici a priori molto diversi gli uni dagli altri, a volte

eterogenei e incompatibili.

Consideriamo il pensiero espansivo, cioè quello che si precipita tumultuosamente e simultaneamente in tutte

le direzioni in cui riesce ad aprirsi un varco, che si spinge costantemente e irregolarmente senza curarsi

neppure di voltarsi e contemplare la strada percorsa, e senza tentare di costruire un monumento dottrinale.

Per uno spirito che prosegua perpetuamente per la sua strada senza tornare mai sui propri decreti, che per

di più non si preoccupi della coerenza e non si accorga delle illogicità, l’a priori non può manifestarsi con delle

4 A.A. 2015/2016 • APPUNTI DI EPISTEMOLOGIA CAPITOLO 3

nozioni preliminari; resta tutt’intero nei processi stessi che consentono al pensiero di progredire. Se

potessimo indicare tali processi, potremmo anche fornire i mezzi per comprendere o ricostruire uno stato

d’animo che sfugge a qualsiasi analisi critica. Ora, questi processi, credo che siano riducibili a due: il primo è

un’inferenza d’analogia che, dal punto di vista del pensiero riflessivo, può apparire ipotetica e virtuale, ma

che lo spirito al lavoro crede reale o, potremmo anche dire, materiale. Il secondo consiste nell’attivare

quest’analogia, i simili agendo sui simili, e il più delle volte in modo benefico per loro.

Noi non arriveremo ad attribuire un carattere prelogico e mistico al pensiero espansivo che ignora gli scrupoli

della logica formale, che supera le contraddizioni con la rapidità del suo ritmo, che poco si cura della

differenza fra il sogno e la realtà, che riempie la testa, più di quanto non l’arricchisca, con una massa di

nozioni, le più disparate, non analizzate e non verificate, e che, d’altro canto, non prende mai la benché

minima precauzione contro gli equivoci che esso stesso genera. Diremo piuttosto che il pensiero espansivo è

interamente irriflessivo: ma allora, come si può passare dal pensiero irriflessivo al pensiero riflessivo di cui ci

accingiamo a studiare brevemente gli a priori? A questo quesito, Cartesio ha risposto all’inizio dei suoi

Principi:

“Poiché siamo stati fanciulli prima d’esser uomini, e abbiamo giudicato talvolta bene tal altra male le

cose che si sono presentate ai nostri sensi, quand’ancora l’intero uso della nostra ragione, tali avventati

giudizi in gran numero c’impediscono di giungere alla conoscenza delle verità, e ci prevengono a tal

punto che non v’è la minima possibilità di liberarsene, se non prendiamo a dubitare, per una volta nella

vita, di tutte le cose in cui troveremo anche il più piccolo sospetto d’incertezza”.

Noi passiamo quindi dal pensiero espansivo al pensiero riflessivo quando passiamo, mentalmente parlando,

dall’età dell’infanzia all’età adulta. Il pensiero riflessivo spicca il volo il giorno in cui sente il bisogno di

possedere il sapere e di possedere se stesso, il giorno in cui arriva a distinguere il vero dal falso, il giorno in

cui si mette a verificare i materiali da utilizzare per costruire il monumento dottrinale della scienza; il pensiero

riflessivo è innanzi tutto caratterizzato da un atteggiamento costantemente polemico; fidandosi unicamente

del proprio giudizio, il pensiero riflessivo dice “no” a tutto quel che gli pare oscuro, irricevibile, incredibile; i

suoi decreti positivi rappresentano sempre la contropartita di un rifiuto; i suoi a priori, nella loro forma

originaria ed efficace, risultano sempre da una difesa contro l’errore e la superstizione. 5

CAPITOLO M. CASTELLANA

4 Il tetraedro storico-epistemologico

L’analisi critica delle prospettive di ricerca ne comporta quasi inevitabilmente un continuo approfondimento,

come d’altronde avviene in molti casi del sapere; ciò porta a sviluppare e a esplicitare meglio alcuni punti di

vista che possono arricchire di nuovi strumenti di indagine sulla struttura della storia del pensiero scientifico

specialmente quando i contributi apportati da questo specifico ambito di indagine provengono da due

eminenti figure come Federigo Enriques (1871-1946) ed Hélène Metzger (1889-1944) che, pur provenienti da

percorsi di ricerca differenti, in un certo momento della loro vita intellettuale hanno raggiunto su alcune

questioni vedute analoghe e risultati quasi identici. Le loro opere degli anni ’30, infatti, come Il significato

della storia del pensiero scientifico e Il metodo filosofico nella storia delle scienze, offrono delle strategie

teoriche che vengono quasi ad integrarsi e a completarsi a vicenda, in quanto accomunate dall’obiettivo di

comprendere la struttura concettuale e conoscitiva delle scienze e la loro intrinseca dimensione storica. Le

loro ricerche storico-epistemologiche vengono a situarsi in un periodo in cui sia la filosofia della scienza che

la storia delle scienze erano discipline in via di costituzione ed ognuna delle quali procedeva in maniera

separata; è da sottolineare il fatto che Enriques e la Metzger arrivano in maniera autonoma alla

considerazione della scienza come “pensiero” sino ad elaborare una comune e articolata prospettiva

antiempirista.

Nei primi decenni del Novecento, si è sviluppato in particolar modo quell’ampio settore di indagine che va

sotto il nome di filosofia della scienza e che si è consolidato in base alle tradizioni culturali presenti nei vari

paesi. Ciò portato alla necessità di costituire un sapere che avesse come specifico oggetto di studio la scienza

nelle sue articolazioni storiche e metodologiche nel tentativo di cogliere gli aspetti oggettivi e veritativi. Ma

la motivazione più profonda, che ha portato alla nascita dell’epistemologia come sapere autonomo sia dal

lavoro più strettamente scientifico e sia dalla riflessione filosofica, va ricercata in quel complesso fenomeno

che va sotto il nome di “crisi dei fondamenti” provocata dagli sviluppi avvenuti all’interno delle singole

scienze nel corso del secondo Ottocento, in particolare nell’ambito delle matematiche della fisica. In questo

periodo si pose in tutta la sua cogenza storica e teoretica il problema del cambiamento dell’episteme da

sapere assoluto è incontrovertibile a sapere storico e problematico; il sapere epistemologico nasce, infatti,

in primis per rispondere alla preoccupazione espressa in maniera più paradigmatica dal fisico Ludwig

Boltzmann che si poneva con forza nei suoi scritti il problema di come garantire l’oggettività della scienza pur

nei suoi continui cambiamenti concettuali.

In Francia, negli stessi anni, Pierre Duhem ed Henri Poincaré, sia pure con intenti a posizioni teoriche diversi,

caratterizzavano anche le loro ultime opere in senso epistemologico incentrate sulla comprensione critica

della struttura delle teorie fisiche, del ruolo dell’ipotesi nelle scienze, del valore della scienza, del ruolo della

matematica. Contemporaneamente in Italia, lo stesso Enriques nel 1906 scriveva un'opera dal significativo

titolo Problemi della scienza, dove era ritenuta necessaria, sulla scia dell’insegnamento kantiano, una

“scienza gnoseologica” a cui innanzitutto gli stessi scienziati erano invitati a dare un loro specifico contributo,

nel tentativo di creare le condizioni di base per quella che in termini più contemporanei viene chiamata

appunto “epistemologia”, sorta appunto nel corso del ‘900 per comprendere “le dinamiche della ragione”, il

senso delle rivoluzioni scientifiche e lo stesso problema della razionalità.

In Italia, Enriques con la fondazione della rivista di sintesi scientifica “Scientia” incominciava a riunire intorno

a sé vari scienziati e filosofi per discutere i problemi comuni alle varie scienze nel tentativo di ridefinirne il

1

senso veritativo degli asserti teorici ed osservativi ed elaborare delle precise metodologie in grado di

coglierne la piena portata filosofica.

Tutto ciò portò, pertanto, alla costituzione dell’epistemologia come sapere autonomo, luogo dove si discute

il senso della verità scientifica. In Francia, infatti, è venuta formarsi nella prima metà del Novecento una

1 In questi ultimi decenni, Si sta sviluppando in vari paesi un nuovo ambito di ricerca, la storia dell’epistemologia, con

l’obiettivo primario storico-teoretico di una costruzione più oggettiva delle complesse e contraddittorie vicende della

filosofia della scienza dell’intero Novecento, nel tentativo di fare vedere le diverse ottiche con cui si è guardato al

continente “scienza” nelle varie tradizioni filosofico-scientifiche. Utilizzando, pertanto, l’espressione “patrimonio

tecnico- scientifico” abbiamo parlato di “patrimonio epistemologico” proprio per indicare la complessa produzione

elaborata dalle varie correnti di filosofia della scienza nell’intero Novecento. 1

CAPITOLO 4 APPUNTI DI FONDAMENTI DI EPISTEMOLOGIA • A.A. 2015/2016

particolare tradizione di ricerca epistemologica imperniata sulla riflessione critica delle singole scienze, del

senso dei loro concetti e della struttura dei contenuti veritativi impliciti, sui processi di acquisizione del vero,

come dirà lo stesso Enriques e sulle modalità con cui le scienze contemporanea rendono “verità di diritto”

quelle che sono “verità di fatto”. Il significato della storia del pensiero scientifico di Enriques, procurò in

Francia un intenso dibattito sul carattere storico della conoscenza scientifica e sulla sua storicità intrinseca,

sulla necessità di un metodo storico nella stessa filosofia della scienza, sulla metodologia della storia delle

scienze. Fu soprattutto Hélène Metzger che elaborò quello che chiamo “il metodo filosofico nella storia delle

2

scienze” . La Metzger sviluppa alcuni punti di vista raggiunti da Enriques nella sua trentennale attività di

scienziato, filosofo e storico della scienza:”la storia viene guadagnata attraverso la scienza, in servigio della

scienza, e non viceversa” e “lo sforzo per il progresso porta dalla scienza alla filosofia della scienza e da questa

alla storia”. Per queste ragioni ella perviene alla necessità di elaborare un approccio “filosofico” integrale, in

grado cioè di cogliere dall’interno la dimensione storica e teoretica delle conoscenze scientifiche.

Pertanto si venne a costruire, nell’ambito della filosofia della scienza del primo Novecento, una vera e propria

tradizione di ricerca italo-francese, caratterizzato da un approccio storico-epistemologico e indirizzata a

chiarire la dinamica scientifica, come produzione di teorie venute storicamente a determinarsi.

Per comprendere meglio la dimensione filosofica delle scienze può essere d’aiuto il contributo dato da un

fisico francese contemporaneo, impegnato sul terreno della ricerca epistemologica, Michel Paty; questi

ricorre ad una figura geometrica, come il tetraedro, per spiegare sul terreno concettuale “la relazione

dinamica fra queste istanze, troppo spesso concepite senza un vero legame fra di loro, che sono le scienze

(considerate nel loro insieme, o ciascuna separatamente), la filosofia, l’epistemologia e la storia delle

scienze”.

Tale tetraedro epistemologico da un lato chiarifica lo stretto rapporto storico-concettuale fra filosofia scienza,

quello che Enriques ha chiamato le “dinamiche fra pensiero filosofico e pensiero scientifico”; dall’incontro-

scontro fra la dimensione filosofica e la dimensione scientifica del pensiero umano, nasce, infatti, il sapere e

epistemologico come approfondimento della natura conoscitiva delle singole scienze. L’analisi critica delle

scienze e del loro ”patrimonio tecnico-scientifico” ha portato così allo sviluppo anche di un vero e proprio

“patrimonio epistemologico”; la consapevolezza critica di tale “patrimonio” e degli strumenti

epistemologico-ermeneutici hanno permesso di comprendere meglio il carattere storico della stessa

conoscenza scientifica, la storicità intrinseca delle scienze. Ciò portato ad una comprensione più autonoma

e oggettiva della dimensione insieme teoretica e storica della scienza nel suo complesso, a coglierla come

teoria e storia, cioè come “pensiero” teso conoscere sempre più in profondità “le infinite ragioni del reale”.

Per questo motivo prima Enriques in Italia, poi Bachelard in Francia hanno parlato rispettivamente nelle loro

opere di “pensiero implicito” nelle scienze e di “pensée des sciences”; la ricerca epistemologica, arricchita

2 Enriques e la Metzger si integrano e si completano a vicenda, nel senso che il matematico italiano mettere al centro

dell’analisi epistemologica la dimensione storica delle scienze intese come conoscenze; la studiosa francese arricchisce

la prospettiva enriquesiana utilizzando i risultati di natura antropologica dello zio Lévi-Bruhl sul pensiero dei primitivi,

trasformandoli in strumenti di indagine storiografici per dare dignità epistemica a ciò che precede la nascita e lo sviluppo

del pensiero scientifico, come ad esempio, il ruolo degli “amateurs” e dei cosiddetti “minori”, le “fantasie”, le metafore,

il pensiero analogico all’opera alla nascita dei concetti scientifici e così via.

2 A.A. 2015/2016 • APPUNTI DI EPISTEMOLOGIA CAPITOLO 4

dalla consapevolezza della dimensione storica implicata nella conoscenza scientifica, ha il compito di far

emergere questo “pensiero implicito delle e nelle scienze”, la loro portata filosofica, i loro contenuti veritativi

e nello stesso tempo storici. L’approccio epistemologico si rivela indispensabile per comprendere quella che

Enriques ha chiamato “la veduta genetica della scienza” attraverso l’analisi del “travaglio concettuale degli

scienziati-pensatori”; per questo motivo al Congresso Internazionale del 1937 egli parlò di “nuova

epistemologia dai fondamenti storici”, dove appunto la considerazione critica della dimensione storica della

scienza era divenuta un criterio per demarcarne i valori veritativi e per distinguerli da quelli non scientifici e

anche un modo per affrontare il tema dell’unità della scienza, ritenuto cruciale sia dal matematico livornese

e sia dalla stessa letteratura neopositivista.

La “veduta genetica della scienza” permette di valutarne i “processi di correzione e di approssimazione”,

“l’incremento estensivo dei contenuti di conoscenza”, i gradi di complessità crescenti dovuti alle maggiori

“complicazioni” del reale indagato. Per Enriques “non ci sono teorie vere, ma teorie sempre più vere” ed ogni

scienza che viene a costituirsi, come le sue teorie, innesca dei processi di autodelimitazione in quanto

vengono a definirne ambiti e livelli di oggettività; pertanto, la storia di ogni scienza nel suo complesso da

vista come il processo di auto delimitazione concettuale per l’emergenza di nuove e inedite “complicazioni”,

sempre da analizzare sul terreno storico. Il tetraedro storico-epistemologico permette da un lato di cogliere

la specifica autonomia teoretico-conoscitiva di ciascuna scienza E dall’altro la propria portata storica.

Il tetraedro storico-epistemologico può servire anche a chiarire il sostanziale antiempirismo tipico di ogni

scienza, perché libera definitivamente da ogni forma di realismo ingenuo nella misura in cui ne chiarisce lo

spessore storico-concettuale; attraverso l’analisi critica dei propri “progetti” la allontana da ogni visione

cumulativa sul terreno storico da approcci di natura dogmatica nello stesso tempo di matrice idealistica. La

visione antiempiristica della conoscenza scientifica si rivela, una strategia teorica in grado di cogliere il

“fondamento”, il significato essenzialmente storico delle scienze; la “nuova epistemologia”, delineata da

Enriques all’interno di un “razionalismo storico”, comporta pertanto una epistemologia della storia delle

scienze “non positivistica”, Dove la storia delle scienze è essa stessa scienza, nel senso che “costruisce” i

propri “progetti”, “disegni” specifici da indagare con un “metodo”, nel senso indicato dalla Metzger, più

appropriato è più corrispondente ai bisogni della conoscenza scientifica. Non a caso Enriques intitola così

l’opera nel 1934 il significato della storia del pensiero scientifico. Questo lavoro di Enriques può essere

considerato il prototipo del tetraedro storico-epistemologico, dove filosofia, scienza, epistemologia e storia

delle scienze sono strettamente intrecciate concorrono a chiarire in profondità la stessa “mobilità

3

scientifica” di queste quattro istanze che può essere intesa come “circolarità” secondo l’accezione

dell’ermeneutica e non a caso il risultato da parte prima di Enriques e poi della stessa Metzger è l’insistenza

sul “significato della storia del pensiero scientifico” per la conoscenza della stessa struttura dello spirito

umano, donde la necessità di un “metodo filosofico nella storia delle scienze” per comprendersi l’evolversi

del pensiero generale.

Nella Metzger “metodo filosofico” sta proprio di indicare approccio ermeneutico, ricavato dall’analisi

epistemologica della scienza e dal riconoscimento della sua specifica dimensione storica insieme con la

necessità di una riflessione sulla stessa metodologia della storia delle scienze per “comprenderne il

significato”.

Enriques chiamava “costruzione subiettiva” dello storico la soggettività creativa e progettuale che, al pari di

quella dello scienziato, porta da un lato alla costruzione di un “monumento storico”, alla “resurrezione di un

passato” sepolto dando così il giusto peso di epistemico a quello che Bachelard chiamerà “il passato attuale”.

Dall’altro lato, attraverso l’interpretazione dei dati (testi, frammenti, scarti, strumenti filologici ecc.), ne

coglie insieme l’unicità e l’irripetibilità in quanto lo storico secondo la Metzger “si fa contemporaneo” dello

scienziato che sta studiando, dello spirito di un’epoca cogliendone gli “a priori” di fondo che la caratterizzano;

3 Gilles Châtelet, “le mobile scientifique”. 3


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

27

PESO

573.91 KB

AUTORE

omazzeo

PUBBLICATO

8 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher omazzeo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Epistemologia e logica della scienza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Castellana Mario.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche

Lezioni, Psicologia delle organizzazioni
Appunto
Approccio sistemico alla complessità  autorganizzata
Dispensa
Riassunto esame Epistemologia e storia della scienza- Docente: Castellana, Libri consigliati L'epistemologia di Widmar e L'epistemologia genetica di Piaget
Appunto
Riassunto esame Psicologia dello sviluppo, docente: Lecciso, Libro consigliato: La teoria della mente di Lecciso, Sempio e Marchetti
Appunto