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Epistemologia delle scienze umane – Nietzsche Appunti scolastici Premium

Appunti di Epistemologia delle scienze umaneNietzsche. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Eterno ritorno, L'eterno ritorno dell'uguale, L'eterno ritorno ne La gaia scienza, L'eterno ritorno nel Così parlò Zarathustra, L'eterno ritorno nei Frammenti Postumi,... Vedi di più

Esame di Epistemologia delle scienze umane docente Prof. G. Gregorio

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Eterno ritorno

L'eterno ritorno dell'uguale, più spesso detto soltanto eterno ritorno, in senso generale caratterizza

tutte le ontologie circolari, come quella stoica, per cui l'universo rinasce e rimuore in base a cicli

temporali fissati e necessari, ripetendo eternamente un certo corso e rimanendo sempre se stesso.

In senso più specifico l' eterno ritorno è uno dei capisaldi della filosofia di Friedrich Nietzsche. Il

ragionamento che sta dietro al semplice - ma spesso incompreso - concetto di Nietzsche è il

seguente:

In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte.

Ad esempio, tirando infinite volte tre dadi a sei facce, ognuna delle 216 combinazioni potrà

comparire infinite volte.

Questa chiave di lettura risulta chiara dalla lettura di un passo dei Frammenti Postumi risalente al

1881, mentre è più criptico ed ermetico nei relativi riferimenti in La gaia scienza (1882) e in Così

parlò Zarathustra (1885).

Nel caso specifico del discorso esistenziale, Nietzsche fa notare che (essendo le "cose del mondo"

di numero finito, e il tempo infinito) anche nella vita umana questo concetto è applicabile: ogni

evento che possiamo vivere, l'abbiamo già vissuto infinite volte nel passato, e lo vivremo infinite

volte nel futuro. La nostra stessa vita è già accaduta, e in questo modo perde di senso ogni visione

[2]

escatologica della vita. In Così parlò Zarathustra Nietzsche mostra come il comprendere questo

punto sia fondamentale nel processo di crescita spirituale che porta all'Oltreuomo. La caratteristica

fondamentale dell'Oltreuomo sta proprio nella sua capacità di non pensare più in termini di passato

e futuro, di principii da rispettare e scopi da raggiungere, ma vivere "qui e ora" nell'attimo presente.

L'eterno ritorno ne La gaia scienza

« Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue

solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e

ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e

ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te,

e tutte nella stessa sequenza e successione [...]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo

capovolta e tu con essa, granello della polvere!". Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e

maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in

[5]

cui questa sarebbe stata la tua risposta: "Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina"? . Se quel pensiero ti

prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la

domanda per qualsiasi cosa: "Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?" graverebbe

sul tuo agire come il pensiero più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non

desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello? »

L'eterno ritorno nel Così parlò Zarathustra

« "[...] proprio dove ci eravamo fermati, era una porta carraia.

"Guarda questa porta carraia! Nano! continuai: essa ha due volti. Due sentieri convengono qui: nessuno

li ha mai percorsi fino alla fine.

Questa lunga via fino alla porta e all'indietro: dura un'eternità. E quella lunga via fuori della porta e

avanti è un'altra eternità.

Si contraddicono a vicenda, questi sentieri; sbattono la testa l'un contro l'altro: e qui, a questa porta

carraia, essi convengono. In alto sta scritto il nome della porta: "attimo".

Ma, chi ne percorresse uno dei due sempre più avanti e sempre più lontano: credi tu, nano, che questi

sentieri si contraddicano in eterno?".

"Tutte le cose diritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un

circolo".

[...] Ognuna delle cose che possono camminare, non dovrà forse avere già percorso una volta questa via?

Non dovrà ognuna delle cose che possono accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta?

E se tutto è già esistito: che pensi, o nano, di questo attimo? Non deve anche questa porta carraia esserci

già stata? E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l'una all'altra, in modo tale che questo

attìmo trae dietro di sé tutte le cose avvenire? Dunque anche se stesso?

[...] E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna e io e tu

bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti non dobbiamo tutti esserci stati un'altra volta? e

ritornare a camminare in quell'altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via non dobbiamo

ritornare in eterno?".

Così parlavo, sempre più flebile: perché avevo paura dei miei stessi pensieri e dei miei pensieri reconditi.

E improvvisamente, ecco, udii un cane ululare.

Non avevo già udito una volta un cane ululare così? Il mio pensiero corse all'indietro. Sì! Quand'ero

bambino, in infanzia remota: allora udii un cane ululare così. [...]

D'un tratto mi trovai in mezzo a orridi macigni, solo, desolato, al più desolato dei chiari di luna.

Ma qui giaceva un uomo! E proprio qui! il cane, che saltava, col pelo irto, guaiolante, adesso mi vide

accorrere e allora ululò di nuovo, urlò: avevo mai sentito prima un cane urlare aiuto a quel modo?

E, davvero, ciò che vidi, non l'avevo mai visto. Vidi un giovane pastore rotolarsi, soffocato, convulso,

stravolto in viso, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca.

Avevo mai visto tanto schifo e livido raccapriccio dipinto su di un volto? Forse, mentre dormiva, il

serpente gli era strisciato dentro le fauci e lì si era abbarbicato mordendo.

La mia mano tirò con forza il serpente, tirava e tirava invano! Non riusciva a strappare il serpente dalle

fauci. Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: "Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi!", così gridò da

dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà, tutto quanto in me buono o cattivo

gridava da dentro di me, fuso in un sol grido. [...]

Voi che amate gli enigmi!

Sciogliete dunque l'enigma che io allora contemplai, interpretatemi la visione del più solitario tra gli

uomini!

Giacché era una visione e una previsione: che cosa vidi allora per similitudine? E chi è colui che un

giorno non potrà non venire? Chi è il pastore, cui il serpente strisciò in tal modo entro le fauci? Chi è

l'uomo, cui le più grevi e le più nere fra le cose strisceranno nelle fauci?

Il pastore, poi, morse così come gli consigliava il mio grido: e morse bene! Lontano da sé sputò la testa

del serpente; e balzò in piedi.

Non più pastore, non più uomo, un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo

aveva riso un uomo, come lui rise!

Oh, fratelli, udii un riso che non era di uomo, e ora mi consuma una sete, un desiderio nostalgico, che

mai si placa.La nostalgia di questo riso mi consuma: come sopporto di vivere ancora! Come sopporterei

di morire ora! »

L'eterno ritorno nei Frammenti Postumi

« La misura della forza del cosmo è determinata, non è “infinita”: guardiamoci da questi eccessi del

concetto! Conseguentemente, il numero delle posizioni, dei mutamenti, delle combinazioni e degli

sviluppi di questa forza è certamente immane e in sostanza “non misurabile”; ma in ogni caso è anche

[7]

determinato e non infinito. È vero che il tempo nel quale il cosmo esercita la sua forza è infinito , cioè

la forza è eternamente uguale ed eternamente attiva: fino a questo attimo, è già trascorsa un’infinità,

cioè tutti i possibili sviluppi debbono già essere esistiti. Conseguentemente, lo sviluppo momentaneo

deve essere una ripetizione, e così quello che lo ha generato e quello che da esso nasce, e così via: in

avanti e all’indietro! Tutto è esistito innumerevoli volte, in quanto la condizione complessiva di tutte le

forze ritorna sempre » Volontà di potenza

Il concetto di volontà di potenza (Wille zur Macht in tedesco), insieme a quello di superuomo, a

quello dell'eterno ritorno e a quello della trasvalutazione di tutti i valori, è un concetto caratteristico

della filosofia di Nietzsche. Esso è stato teorizzato in particolare nell'opera La volontà di potenza.

Saggio di una trasvalutazione di tutti i valori, raccolta postuma di frammenti riuniti in modo

arbitrario dalla sorella di Nietzsche, la quale ne condizionò in tal modo l'interpretazione portando al

fraintendimento di quest'opera in ottica razzista e autoritaria.

Il concetto, mutuato probabilmente da Spinoza e da alcuni saggi di Emerson, come "Potenza"

(Power, 1860), viene menzionato per la prima volta in Così parlò Zarathustra, per poi essere ripreso,

almeno a margine, in quasi tutte le opere successive. Esso si rifà inoltre alla centralità della volontà

nella filosofia di Schopenhauer, intesa come volontà di vita che si afferma al di là e al di sopra di

ogni rappresentazione, nei singoli viventi, e che va convertita in noluntas, o non-volontà, mediante

una sorta di percorso ascetico ispirato allo spiritualismo orientale.

La volontà di potenza è la volontà che vuole sé stessa, ovvero la volontà come perpetua

trascendenza e rinnovamento dei propri valori. La volontà di potenza non si afferma dunque come

desiderio concreto di uno o più oggetti specifici, ma come il meccanismo del desiderio nel suo

stesso funzionamento incessante: esso vuole, continuamente, senza sosta, il suo stesso

accrescimento, ovvero è pulsione infinita di rinnovamento. È evidente in tal senso il nesso profondo

che lega il tema della volontà di potenza con quello del superuomo e dell'eterno ritorno: è

caratteristico del superuomo, infatti, poter assumere su di sé con leggerezza tutto il peso di questa

volontà creatrice, accettando e affermando nel contempo l'inesorabile ripetizione dell'attimo

creativo, che soggiace alla teoria dell'eterno ritorno.

Apollineo e dionisiaco

Nietzsche mostra di interpretare la civiltà greca non tradizionalmente sulla base della calma

grandezza e della nobile semplicità, così come aveva predicato il padre putativo del neoclassicismo,

Winckelmann; e tale suo approccio nei confronti della Grecità si rivela nell'ambito

dell'interpretazione del fenomeno tragico, che per Nietzsche è il più emblematico nella prospettiva

della cultura greca, da lui definito come un qualcosa che agli occhi degli Ateniesi assumeva il

significato di una festa eccezionale e lungamente attesa.

Secondo Nietzsche, l'animo dell'ateniese che assisteva alla tragedia aveva in sé qualcosa di

quell'elemento originario da cui la tragedia era scaturita, ossia la componente dionisiaca. Essa viene

interpretata come una forza metafisica originaria della Natura, come un impulso primaverile, che

porta con sé il gioco con l'ebbrezza e la soppressione del principium individuationis; il risultato è

dunque un saldo legame tra uomo e uomo, e anche tra uomo e Natura, la cui forza plasmante fa sì

che ogni individuo partecipi dell'Uno-Tutto e diventi esso stesso opera d'arte.

Il dramma attico appare dunque come un culto naturalistico che, presso i popoli dell'Asia aveva il

senso del più crudo scatenamento di bassi istinti, configurandosi come vera esperienza orgiastica e

animalesca, in grado di spezzare nel contingente tutti i vincoli sociali, ma che nell'arte greca assume

uno sviluppo differente mediante l'interazione dell'artista apollineo.

L'apollineo nel merito della tragedia greca incarna la componente formale-razionale; egli è il dio del

sogno e l'arte apollinea è il gioco con il sogno, è il momento della rappresentazione della realtà e

come tale implica una sorta di limitazione misurata, una forma di libertà dagli impulsi più selvaggi,

portando con sé quella saggezza e quella calma peculiarmente ascrivibili alla sua solarità e alla sua

essenza di dio plastico: con tali caratteristiche Apollo interviene dunque sul suo oppositore con il

suo intelligente senso della misura, in maniera tale che esso non si accorga di andare in giro

semiprigioniero.

È l'impronta del dio di Delfi a serrare nelle catene della bellezza l'istinto dirompente della divinità

dell'ebbrezza. L'estasi dello stato dionisiaco determinerebbe una momentanea fuga dal mondo della

realtà consueta che, riemergendo nuovamente alla coscienza, verrebbe sentita come nausea.

Nella consapevolezza del risveglio dall'ebbrezza si vedrebbe, secondo Nietzsche, tutto l'orrore e

l'assurdità dell'esistenza umana, verso la quale si nutrirebbe disgusto.

In tale contesto si chiarisce dunque il fine precipuo dell'apollineo, la cui intenzione non è quella di

reprimere o soggiogare l'istanza dionisiaca, bensì di sublimarla trasformando le sensazioni di nausea

e orrore per l'assurdità dell'esistenza umana in rappresentazioni con cui sia possibile convivere; il

sublime diventa infatti la rappresentazione dell'orrore, mentre il comico si configura come

liberazione artistica del disgusto per il carattere assurdo della vita umana.

La tragedia greca è dunque un gioco con l'ebbrezza, ma non l'essere completamente divorati da

essa, e se è allora che nell'attore si riconosce l'uomo dionisiaco, è pur vero che esso viene

riconosciuto come uomo dionisiaco messo in scena; è in merito a ciò dunque che Nietzsche coglie il

fine più alto della cultura apollinea nell'esigenza etica della misura.

Il grande merito riconosciuto da Nietzsche al dramma attico è quello di far convivere l'uomo con la

chiara consapevolezza della nullità della sua esistenza, mostrata così come essa è, ma all'interno di

una sorta di specchio trasfigurante. Oltreuomo

Il concetto di oltreuomo (in tedesco: Übermensch) viene introdotto dal filosofo Friedrich Nietzsche.

Benché in italiano sia soprattutto noto con il termine superuomo, la traduzione più coerente con il

[senza fonte]

concetto di übermensch è, secondo molti studiosi oltreuomo; chiarificando, peraltro, la

congettura per cui l'oltreuomo è un uomo potenziato, laddove egli rappresenta invece l'uomo che va

oltre i propri limiti. È una figura ideale, capace di riconoscere i propri limiti, e che, attraverso l'uso

della conoscenza e del pensiero filosofico, li trascende superando in questo modo se stesso.

Esistono alcune concezioni diffuse, ma ritenute inesatte, su questa figura: in particolare che

corrisponda all'ideale di razza pura del nazismo, oppure che sia affine ai supereroi dei fumetti. In

realtà l'oltreuomo di Nietzsche è un ideale traguardo evolutivo della specie umana, senza particolari

connotazioni biologiche, né tantomeno soprannaturali. Il pensiero di Nietzsche mira alla creazione

di valori liberamente scelti dall'uomo e non a un potere legato alla discriminazione razziale.

Il superomismo, ossia l'atteggiamento di attesa di tipi umani superiori, non è stata comunque una

novità assoluta introdotta da Nietzsche. Per esempio, già un autore amato da Nietzsche, Ralph

Waldo Emerson, ispirandosi al culto degli eroi di Thomas Carlyle, parlava di una variegata serie di

figure umane idealizzate come i "grandi uomini", gli "uomini rappresentativi", "il Poeta", il

"Pensatore" il "semidio" ma anche l'uomo della potenza e della sovrabbondanza vitale, che Emerson

chiamava plus man nel saggio Potenza. Probabilmente l'übermensch nietzschiano è stato mutuato da

[senza fonte]

quest'espressione.

Nella sua opera Così parlò Zarathustra (Also sprach Zarathustra) Nietzsche spiega i tre passi che

l'essere umano deve seguire per divenire superuomo (uomo del superamento):

possedere una volontà distruttiva, in grado di mettere in discussione gli ideali prestabiliti;

superare il nichilismo, attraverso la gioia tragica e il recupero della volontà di potenza;

perpetrare e promuovere eternamente il processo di creazione e rigenerazione dei valori sposando la

nuova e disumana dimensione morale dell' "amor fati", che delinea un amore gioioso e salubre per

l'eternità in ogni suo aspetto terribile, caotico e problematico.

Maschera

Nietzsche e la sua filosofia hanno accompagnato per mano tutto questo secolo, con le loro

contraddizioni, ma anche con le loro acute disillusioni e intuizioni. Il suo aspetto critico del costume

e delle ipocrisie della mentalità tradizionale ci pone di fronte ad un atteggiamento di

smascheramento della realtà da parte del filosofo. Proprio per questo, buona parte del discorso

nietzscheano riguarda implicitamente la maschera. Durante la sua opera viene espressa sotto forma

di finzione, illusione, verità divenuta favola, in generale, rapportarsi dell'uomo col mondo dei

simboli.

La maschera può essere sostanziale filo conduttore, perché sin dalle opere giovanili,

nell'elaborazione di questo problema, Nietzsche va delineando i teoremi della sua filosofia. Da

sempre questo, rappresenta il problema tra essere e apparenza, l'impossibilità di raggiungere uno

stato di coincidenza assoluta tra essenza e coscienza, tra natura e spirito.

Nietzsche si pone nei confronti di questo problema innanzitutto in qualità di filologo, realizzando

pienamente gli obbiettivi della filologia nei confronti dell'antichità classica, assumendola dunque

come modello in vista di una critica sul presente. L'equilibrio della classicità, la sua perfezione di

forma, il bilanciamento dei suoi contenuti sono stati sempre simbolo di coincidenza tra interno ed

esterno, tra cosa in sé e fenomeno. Proprio grazie al suo sguardo critico e ad un primo segno di

accordo con le teorie Schopenhaueriane, il filologo trova che non solo non vi è adeguazione

reciproca tra essere e apparire, ma oltretutto si fa strada in lui la convinzione che il classico stesso

sia una forma di reazione difensiva all'impossibilità oggettiva di questa coincidenza.

Così i caratteri di equilibrio ed armonia, compiutezza e perfezione formale, risultano essere soltanto

una maschera, apparenza di una cosa in sè che soffre di profonde dilacerazioni, e cambia il suo

ruolo diventando peculiare configurazione dell'inevitabile divergenza tra le due nature della realtà.

Nasce così un modo di vedere il mondo classico scisso nei suoi due volti, apollineo e dionisiaco. Ne

La nascita della tragedia Nietzsche comincia a considerare infatti anche la natura più oscura delle

cose e, sempre nel contesto della classicità, individua gli elementi di squilibrio che si

contrappongono alla perfezione ed al rigore ellenico. C'è l'introduzione di una chiave di lettura

dualitaria della grecità, che N. scorge già in Natura, espressione di due impulsi dell'anima.

Il dionisiaco, dunque, che scaturisce dalla forza vitale e dal senso caotico del divenire, si esprime

artisticamente nella musica. L'apollineo, che scaturisce da un atteggiamento di fuga di fronte al

flusso imprevedibile degli eventi, si esprime artisticamente nelle linee armoniche dell'arte plastica e

dell'epopea.

N. modifica profondamente il contenuto della nozione di classico, poiché riconosce l'apparente

equilibrio nell'apollineo solo come una particolare forma di maschera che l'antica civiltà greca si era

costruita per distrarre se stessa da un lato grigio e sempre presente che veniva formalmente rifiutato.

Una maschera per nascondersi dall'origine dionisiaca della sensibilità greca, portata a scorgere

ovunque il dramma della vita e della morte, e gli aspetti orribili e assurdi della crudele vicenda

dell'essere. L'apollineo dunque nasce per N. nel tentativo di sublimare il caos nella forma,

esorcizzare la mancanza di certezze e rendere accettabile la vita.

Gli stessi dèi olimpici nient'altro sono per lui, che una trasposizione degli uomini mitico-ideale, nata

per superare la paura della dolorosa caducità dell'essere-uomo.

Divise inoltre secondo questa nuova chiave di lettura il mondo ellenico in tre periodi:

pallido ideale della ragione in una visione serena e misurata lasciando decadere il sentimento

tragico.

Come già detto, in qualità di studioso dell'antichità, si pone nei suoi confronti con un atteggiamento

che sintetizza i tre da lui analizzati: monumentale, archeologico e critico, specialmente utilizzando

il primo di questi, che tende a continuare a cercare esempi e modelli nel passato per la vita presente.

E' di fronte a questi modelli, seppur criticati, che la vita presente si caratterizza come decadenza.

Decadenza come mancanza di un'unità di stile. N. vede l'uomo del suo tempo avvolto da una

globale incoerenza tra forma e contenuto, da cui ogni forma risulta poi a tale uomo e al filosofo che

osserva nient'altro che travestimento.

Specificatamente nella Nascita della tragedia, la maschera è attribuita al dolore e alla sofferenza

stessa dell'uno primordiale, della volontà, in pieno accordo o quasi con la teoria di Schopenhauer.

Più avanti, il pensiero di questo travestimento verrà riformulato, esso non sarebbe qualcosa che ci

appartiene naturalmente, ma si assumerebbe deliberatamente in vista di qualche scopo, o da qualche

bisogno. Nell'uomo moderno il travestimento viene assunto per combattere uno stato di paura e di

debolezza. La malattia storica, cioè la consapevolezza del carattere diveniente delle cose, ha reso

l'uomo incapace di creare la storia, per via dell'insicurezza delle proprie decisioni e il terrore di

assumersi responsabilità storica. Cristianesimo

Nietzsche si colloca fuori dai principali movimenti filosofici dell'epoca, quali il romanticismo e il

positivismo, anche se nella sua opera si possono riscontrare elementi romantici. Egli sostiene di non

essere un uomo ma una dinamite, poiche' si sentiva come il distruttore di tutto cio' che e' razionale e

di tutti i valori. Quella di Nietzsche, va considerata una filosofia della crisi poiche', con la

distruzione di tutti i valori egli vuole giungere ad un mondo senza trascendenza; egli infatti nei suoi

scritti critica soprattutto Platone, che ha introdotto l'idea di trascendente.

Nietzsche, nella “Nascita della tragedia, parte dalla distinzione fra spirito Dionisiaco ed Apollineo

ovvero il contrasto fra caos e forma ed istinto e ragione, ovvero le coordinate di fondo dello spirito

Greco.

Il Dionisiaco, forza vitale e divenire, l'ebbrezza continua, si esprimeva nel mondo Greco nella

musica, mentre l'Apollineo, atteggiamento di fuga di fronte agli eventi imprevedibili della vita, si

esprimeva nella scultura e nell'epopea. Lo spirito apollineo e' rappresentato dalla figura di Socrate,

mentre l'apollineo da quella di Calli. Nietzsche insiste sul carattere originariamente Dionisiaco dei

Greci portati a scorgere ovunque il dramma della vita e della morte. Per Nietzsche la tragedia nasce

appunto dalla fusione fra lo spirito Dionisiaco e Apollineo (Sofocle ed Eschilo) ma col passare degli

anni, nell'arte successiva l'Apollineo trionfa sul Dionisiaco (Euripide). Particolarmente duro e' il

giudizio di Nietzsche su Socrate visto come il campione dello spirito Apollineo, che con il suo

intellettualismo astratto ha dato avvio alla decadenza del popolo greco. Per Nietzsche Dioniso e' il

simbolo dell'esaltazione entusiastica della vita e del mondo. Non rappresenta, come lo spirito

Apollineo, un atteggiamento di rassegnazione al dolore della vita ma, al contrario, un'accettazione

totale di essa nell'insieme dei contrari che la caratterizzano il che, a detta di Nietzsche, puo'

trasformare il dolore in gioia. Nell'accettare lo spirito Dionisiaco Nietzsche propone un rinnovo

della tavola tradizionale dei valori. Non piu', infatti, valori di rinuncia, ma passioni che dicono si

alla vita e al mondo. Da qui la polemica contro la morale ed il Cristianesimo. Nietzsche, infatti,

mette in discussione la morale stessa cercandone in primo luogo la genesi psicologica. Secondo

Nietzsche la morale discende dalla presenza in noi delle autorita' sociali. Nel mondo classico la

morale di tipo cavalleresco e' improntata su valori vitali (la morale dei signori) ma con l'avvento del

Cristianesimo si passa ai valori di antivitalita' ovvero di abnegazione e sacrificio (morale degli

schiavi). Il passaggio da una morale all'altra si ha a causa della divisione in caste: la casta dei

guerrieri (aristocratici) che coltivava le virtu' del corpo e la classe dei sacerdoti (i farisei) le virtu'

dello spirito il risentimento dei sacerdoti porta all'inversione della tavola dei valori: al corpo e


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Sara F

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Appunti di Epistemologia delle scienze umaneNietzsche. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Eterno ritorno, L'eterno ritorno dell'uguale, L'eterno ritorno ne La gaia scienza, L'eterno ritorno nel Così parlò Zarathustra, L'eterno ritorno nei Frammenti Postumi, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teorie della comunicazione e dei linguaggi
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Epistemologia delle scienze umane e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Gregorio Giuliana.

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