Speusippo (393-330)
La filosofia di Speusippo, a stento ricostruibile dai frammenti pervenuti, specie da quelli
dell'opera perduta Оμοια (I simili), sembra differisca radicalmente da quella del maestro: rigetta la
dottrina delle idee sostenendo che esse siano sì essenze separate dal mondo delle cose terrene, come
i numeri, ma che non abbiano nessun rapporto con le cose stesse.
Speusippo pensa infatti che le idee non servano alla conoscenza della realtà così distante e
diversa da loro ma che piuttosto si possa arrivare alla definizione delle entità materiali tramite la
loro classificazione, ricorrendo cioè alle relazioni di genere e specie. La compiuta conoscenza di un
ente quindi comporta la necessità di conoscerne tutte le differenze e somiglianze rispetto a tutti gli 1
altri enti.
Per questi motivi naturalistici alcuni interpreti di Speusippo hanno visto in lui l'anticipatore della
critica aristotelica a Platone. Si rintraccerebbe in Speusippo un interesse per gli aspetti naturali
dell'uomo tanto da fargli sostenere che l'idea stessa del Bene, termine ideale per Platone a cui tende
la vita dell'uomo, sia in realtà un principio non separato ma connaturato alla stessa essenza umana.
Conosciamo in base alla testimonianza di Aristotele il contrasto all'interno dell'Accademia tra
Speusippo e Eudosso, a noi noto soprattutto come astronomo, riguardo all'argomento del piacere.
Mentre Speusippo negava che per il saggio potesse rappresentare un fine accettabile, Eudosso
osservava che il piacere è naturalmente ambito da tutti gli animali. È molto probabile che la
discussione, alla quale partecipava anche Platone, la quale riprendeva il tema del piacere presente
nelle etiche aristoteliche a proposito dei tre tipi di vita, di cui una è appunto quella dedita al piacere,
riportasse l’opinione del giovane Aristotele in seno a questo dibattito
Senocrate (396-314)
Nonostante fosse di modesta capacità speculativa, ebbe tuttavia una certa influenza nello
sviluppo della scuola. Distinse il sapere, l'opinione e la sensazione: il sapere è pienamente vero, la
sensazione ha una verità inferiore e l'opinione ha insieme mescolate verità e falsità. Queste tre
specie di conoscenza corrispondono a tre specie di oggetti: il sapere alla sostanza intelligibile, la
sensazione alla sostanza sensibile, l'opinione a una sostanza mista.
Con Senocrate si accentua la tendenza al pitagorismo che già caratterizzava l'ultima speculazione
di Platone e quella di Speusippo. Notevole è la sua definizione dell'anima come "un numero che si
muove da sé" nella quale egli evidentemente intendeva per numero quell'ordine che già Platone
aveva indicato con la stessa parola.
A Senocrate sono probabilmente da attribuirsi la tripartizione della filosofia in dialettica, fisica,
[4]
etica e la dottrina delle idee-numeri che Aristotele riferiva ai "platonici"; secondo tale dottrina il
numero costituiva l'essenza del mondo. Si distinguevano i numeri ideali da quelli con i quali si
calcola; i numeri ideali, considerati come gli elementi primordiali delle cose, erano dieci. Di questi,
l'unità e la dualità erano i principi rispettivamente della divisibilità e dell'indivisibilità, dall'unione
dei quali scaturiva il numero propriamente detto.
Nell'etica, Senocrate seguiva Platone: pose la felicità nel "possesso della virtù e dei mezzi per
conseguirla". Arcesilao (316-241)
[4]
La posizione di Arcesilao nella corrente filosofica dello scetticismo è confermata innanzitutto
dall'opposizione che ebbe al suo pensiero Timone di Fliunte che non accettava che un accademico
[5]
platonico si mescolasse alla sua dottrina . In vero anche Socrate e Platone avevano applicato
confutazioni di tipo scettico nei loro dialoghi ma come mezzo per il raggiungimento di una verità di
cui non si dubita e non come fine per dimostrare, come fa Arcesilao, l'impossibilità di una
[6]
conoscenza al di fuori di ogni dubbio.
Il metodo dialogico confutatorio viene infatti utilizzato da Arcesilao in modo scettico andando
oltre Socrate e Platone, affermando che l'uomo non può riconoscere con sicurezza neppure la sua
ignoranza. Per arrivare a ciò Arcesilao utilizzava un metodo di confutazione che prevedeva che
venissero poste delle domande all'interlocutore che veniva spinto ad aderire alle tesi del filosofo che 2
poi, invece, controbatteva con tesi contrarie a quelle stesse che il dialogante aveva appena
condiviso, di modo che ogni verità, sia dell'uno che dell'altro interlocutore, venisse alla fine esclusa.
Tale meccanismo dialettico aveva lo scopo di giungere alla conclusione che né con i sensi né con
la forza del proprio intelletto è possibile avere una qualsiasi conoscenza certa.
Arcesilao è infatti fortemente polemico nei confronti dello Stoicismo che identificava la verità
[7]
nella "rappresentazione o fantasia catalettica" (φαντασία καταληπτική) nel senso che si può
ritenere attendibile, cioè avere comprensione, afferrare ("catalessi"), ciò che ci si presenta in modo
[8]
evidente e al di sopra di ogni obiezione. Sarà poi il nostro assenso a considerare vera
quell'immagine, ma potremo anche non dare il nostro assenso oppure sospenderlo (epoché).
Per Arcesilao invece questo meccanismo di conoscenza non genera certezza di verità ma
semplicemente opinione per cui non solo nei casi in cui manca l'evidenza ma sempre il saggio dovrà
applicare la "sospensione del giudizio" nei confronti della apprensione dell'oggetto sensibile.
Arcesilao cioè generalizza il criterio stoico dell'epoché poiché ritiene che un'evidenza completa ed
assoluta non possa esserci mai.
A questa confutazione scettica di Arcesilao gli stoici obiettavano che se all'uomo è dato di avere
solo opinioni allora tutta la sua vita sarà sottoposta all'incertezza poiché, se è vero che la
conoscenza è la premessa dell'agire, col criterio della totale sospensione del giudizio ogni azione
diveniva impossibile.
Arcesilao tuttavia non rinunciava per questo alle sue convinzioni e rispondeva che la soluzione
ὔ
del problema della ricerca della vita felice era nell'applicare il criterio dell'ε λογον ( eulogon da eu,
bene e logos, ragione), del "ragionevole", nel senso che un comportamento accettabile è quello che
una volta messo in atto, anche dopo l'epoché, può essere sostenuto e difeso come ispirato da una
[9]
buona ragione, quella cioè plausibile.
Secondo fonti molto incerte Arcesilao venne accusato di slealtà e di doppiezza di pensiero nel
senso che avrebbe predicato uno scetticismo esteriore per convenienza mentre all'interno
[10]
dell'Accademia conservava le tipiche posizioni dogmatiche. Lo scetticismo di Arcesilao del resto
non era una posizione originale ma derivava essenzialmente da Pirrone che, ad esempio, per primo
aveva parlato di "astensione del giudizio" e di "adoxia" che Arcesilao aveva ripreso nella sua critica
dello stoicismo parlando di "sospensione del giudizio.
Tuttavia grandi differenze vi erano riguardo al tema del problema della ricerca di una vita felice
che per Pirrone si traduce nella rinuncia, nell'imperturbabilità e nell'impassibilità. Lo scetticismo
accademico di Arcesilao non considera questo problema e mira invece soprattutto ed unicamente a
confutare ed annullare l'avversario stoico ma alla fine si conclude in se stesso non offrendo nessuna
prospettiva positiva e costruttiva per la vita dell'uomo.
Carneade (214-129)
Carneade, pur ammettendo che niente può essere in senso assoluto criterio di verità, sosteneva
l'impossibilità di conoscere, perché un essere umano, in quanto tale, sospende il giudizio su tutte
quante le cose. A suo avviso infatti c'è differenza tra il "non evidente" e il "non comprensibile":
infatti tutte le cose sono incomprensibili ma non tutte sono non evidenti. Questa distinzione, che
tendeva a salvare in un certo modo l'evidenza del fenomeno, portò poi Carneade a stabilire
comunque un criterio che se "non era vero" era però "probabile" (pithanon). I suoi critici, tuttavia,
sottolineano come tendesse a mutare pensiero nel raggio di un breve tempo e anche per questa
ragione, forse, il suo insegnamento è risultato piuttosto frammentato (oltre che per il fatto che non
lasciò nulla di scritto, tanto che sarebbe poi toccato a un suo discepolo – Clitomaco, originario
di Cartagine – esporne le argomentazioni nei propri scritti, peraltro andati perduti). 3
Teofrasto (371-287)
Sembra che l'attività di Teofrasto si sia estesa a tutti i campi della conoscenza contemporanea. I
suoi scritti, probabilmente, trattavano in maniera leggermente differente i temi che anche Aristotele
aveva trattato; di certo erano più dettagliati. I suoi scritti ammontavano a 223, secondo il catalogo
[10]
trasmesso da Diogene Laerzio .
Trattati botanici
Tra le sue opere rivestono grande importanza i due ampi trattati botanici. Nel primo, Historia
ὶ ῶ
Plantarum (Περ Φυτ ν Ιστορίας), classifica le piante secondo il loro portamento, distinguendo, in
ognuno di questi gruppi, specie, varietà e forme e cita anche alcune famiglie di piante (Graminacee,
[11]
Leguminose, Conifere e Palme): in quest'opera sono nominate circa 455 piante e Teofrasto
classifica e descrive le varietà di alberi, piante di particolari regioni, arbusti, piante erbacee
e cereali; nell'ultimo dei nove libri si concentra sui succhi e sulle proprietà medicinali delle erbe.
ὶ ῶ ἰ ῶ
Nel De causis plantarum (Περ φυτικ ν α τι ν), Teofrasto si rivolge alla fisiologia: nei libri I-II
si sofferma sulla generazione, il germogliamento e la fruttificazione, oltre che sugli effetti del clima.
Nei libri III-IV studia la coltivazione e l'agricoltura, mentre nei libri V-VI discute malattie e altre
cause di morte delle piante, viene spiegato che la vegetazione dipende da cause esterne e si
enunciano anche varie tecniche di coltivazione
Della pietà
Il trattato Della pietà, scritto da Teofrasto probabilmente nel 316-315 a.C., è una delle più
importanti opere sulla pietà e sulla giustizia per tutti i viventi che la Grecia antica ci abbia
tramandato. In quest'opera, Teofrasto si appella al concetto di "giustizia" per riferirsi al rapporto tra
l'uomo e gli animali: egli condanna i sacrifici cruenti ed il consumo di carne, affermando che
uccidere animali è ingiusto, perché li priva della vita.
Sotto tale aspetto, Teofrasto si discosta nettamente dal suo maestro Aristotele, che
nell'Etica affermava la radicale differenza tra uomini e animali, tanto da escludere la possibilità di
una giustizia verso questi ultimi. Le tesi di Teofrasto verranno poi riprese
da Porfirio nell'opera Astinenza dagli animali, e già molto prima da Stratone di Lampsaco.
I Caratteri
Un discorso a parte meritano i suoi Caratteri. L'opera è una breve, ma incisiva e dettagliata
descrizione di alcuni modelli morali, e costituisce un vivo ritratto della vita del suo tempo. Alcuni
studiosi ritengono l'opera uno scritto unico; altri sostengono che si tratti di testi scritti in periodi
diversi e riuniti sotto uno stesso titolo solo dopo la morte dell'autore; altri ancora pensano che
facesse parte di un'opera sistematica di dimensioni maggiori, anche se lo stile non sembra
avvalorare quest'ultima tesi.
Più che di ritratti si tratta di caricature delle figure morali, come lo spilorcio, il diffidente,
l'adulatore e lo sfacciato, solitamente possedute da manie che suscitano l'ilarità e talvolta un senso
di fastidio. L'autore descrive le caratteristiche della tipica vita ateniese della fine del IV secolo.
Ogni tipo di figura morale viene focalizzata con una breve introduzione del difetto seguita da una
elencazione degli atteggiamenti caratteristici. Attraverso un'osservazione empirica della vita
riprende, in maniera sempre più dettagliata, gli schemi dei vizi e delle virtù già studiati da Platone e 4
[11]
ripresi e approfonditi da Aristotele .
L'opera ebbe fortuna anche in epoche successive, fu ad esempio di riferimento per molti
drammaturghi nel tratteggiare i personaggi e "tipi umani" delle loro commedie (come
per Menandro, ne Il misantropo); il testo giunto sino a noi mostra evidenti segni di alterazioni,
[16]
interpolazioni e rimaneggiamenti.
I Caratteri si compongono di 30 capitoli, preceduti da un proemio:
I. La simulazione
II. L'adulazione
III. Il ciarlare
IV. La zotichezza
V. La cerimoniosità
VI. La dissennatezza
VII. La loquacità
VIII. Il raccontar fandonie
IX. La spudoratezza
X. La spilorceria
XI. La scurrilità
XII. L'inopportunità
XIII. Lo strafare
XIV. La storditaggine
XV. La villania
XVI. La superstizione
XVII. La scontentezza
XVIII. La diffidenza
XIX. La repellenza
XX. La sgradevolezza
XXI. La vanagloria
XXII. La tirchieria
XXIII. La millanteria
XXIV. La superbia
XXV. La codardia
XXVI. Il conservatorismo
XXVII. La goliardia tardiva
XXVIII. La maldicenza
XXIX. La propensione per i furfanti
XXX. L'avarizia
Le proposizioni proslettiche
Teofrasto ha avuto una parte importante nello sviluppo della logica classica. La sua funzione gli
ordinava la propagazione dell'insegnamento del maestro. Nell'esporlo però, egli non ha mancato di
apportarvi parecchie novità, come la sua teoria delle proposizioni proslettiche, un certo sviluppo
della quantificazione. Nell'analisi che fa della proposizione universale egli reca un'idea interessante:
la proposizione "A è predicato universalmente di B" può infatti essere espressa, in forma più
esplicita, così: "ciò di cui B è predicato universalmente, di ciò A è anche predicato universalmente".
In effetti in questa nuova formula vediamo che i due termini A e B, anziché essere tra loro in
rapporto di predicato a soggetto, sono posti ora sullo stesso piano e trattati entrambi come attributi,
predicabili di uno stesso soggetto. 5
Questa analisi della proposizione, i cui due termini determinati sono parimenti considerati
attributi, induce a tener conto del caso in cui il loro comune soggetto non sia quantificato nella
stessa maniera nel suo rapporto con ciascuno dei propri attributi. Teofrasto ha infatti osservato che
in certi casi due proposizioni contraddittorie potrebbero essere contemporaneamente vere se non
prendessimo la precauzione di precisare la portata che in esse ha il predicato con una specificazione.
Per esempio, se supponiamo che Fania sia dotto in geometria ma ignorante di medicina, sarà
altrettanto vero dire che egli possiede e non possiede la scienza. Per evitare la contraddizione,
bisogna determinare il predicato mediante quello che chiameremmo un "quantificatore", cosa che
permetterà di dire contemporaneamente e veritieramente: "Fania possiede qualche scienza, Fania
non possiede ogni scienza".
Opere frammentarie
L'opera De sensu parla dei sensi e di argomenti di fisica: tuttavia, ce ne sono arrivate solo parti,
sugli odori, sulla fatica, sulle vertigini, sul sudore, sullo svenimento, sulla paralisi e sul miele.
Inoltre si pensa che il trattato De igne facesse anche parte dell'opera.
ὶ ἰ
Dell'opera Opinioni dei fisici (Περ α σθήσεων) ci sono pervenuti solo dei frammenti, su vari
argomenti: retorica, religione, spiritualità, logica. Da ciò traspare il pensiero di Teofrasto,
innovativo rispetto a quello aristotelico e in parte precursore di correnti filosofiche successive.
Particolare è la sua visione sulla logica: per Teofrasto quest'ultima è uno strumento della filosofia,
non una parte di essa
Egli fu il primo a fare un accenno alla piroelettricità, notando, nel 314 a.C. che la tormalina si
carica elettricamente quando viene riscaldata.
Alcuni brevi frammenti di opere scientifiche sono stati raccolti nelle edizioni di J. G. Schneider
(1818-21) e F. Wimmer (1842-62) e negli Analecta Theophrastea di Usener.
[17]
Tramite Aulo Gellio sappiamo che scrisse sull'Amicizia; Davanti alla stessa domanda posta
a Chilone, su come si dovesse comportare l'uomo saggio di fronte ad un amico che avesse agito
contro la legge, Teofrasto avrebbe risposto che si sarebbe dovuto aver riguardo all'entità della colpa
attribuibile per legge all'amico, essendo moralmente accettabile supportare questo se la colpa fosse
lieve. Dicearco
L'atteggiamento contemplativo verso la natura viene superato e sostituito da Dicearco con un
modello di vita attiva e responsabile: nel pensiero del filosofo messinese, l'uomo è responsabile del
proprio destino e la decadenza è dovuta al cattivo uso della ragione. Dicearco esalta, la superiorità
della vita attiva su quella contemplativa, rinnega il fato e mette nelle mani dell'uomo la
responsabilità nella costruzione del proprio destino. [1]
Come Teofrasto, fu, esponente del vegetarianismo peripatetico; in proposito sostenne che,
essendo moralmente sbagliato fare del male ad altri esseri che possono provare dolore, gli uomini
devono rispettare, oltre ai propri simili, anche gli animali.
Importante è il contributo di Dicearco alla geografia. Viene cons
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