Cap 1 - Cos'è un dio
Gli dei esistono e poiché non appartengono al reale, lo storico li considera come fenomeni storici, come la politica, la guerra, la carestia. Costituiscono l'ossatura dell'immaginario egiziano e esistono perché loro ci hanno detto che esistevano. Possono definirsi come materializzazione della massima concentrazione delle forze diffuse che costituiscono l'universo. La loro esistenza non poteva essere messa in discussione ma è plausibile che singolarmente qualcuno abbia dubitato dell'esistenza di qualcuna di queste divinità e poteva accadere più facilmente in epoche in cui la natura degli eventi era in contraddizione con la teoria del cosmo organizzato secondo le regole di Maat, in cui il disordine regnava al posto dell'ordine.
Gli dei esistono e sono molti, come i loro nomi, forme e immagini, perché hanno più di un aspetto, caratteristica del politeismo egiziano. Sono mortali e hanno molti modi di esserlo, nascono, invecchiano e muoiono come gli uomini. Il termine usato per dio è netjer, nute in copto. L'ideogramma della parola dio compare forse già in epoca protodinastica insieme alla nascita della scrittura. Qualcuno ha interpretato il segno come un'ascia, simbolo di potere, abbandonata in favore di un bastone fasciato da un nastro che culmina con una bandierina perpendicolare. L'insegna è stata messa in relazione con i pali che si innalzano davanti al santuario primitivo di Neith.
Il papiro frammentario di Tanis, di età romana, che fornisce una lista di segni geroglifici accompagnati dalla relativa descrizione, ne dà una descrizione significativa: "netjer: colui che è inumato". Rappresenta qualcosa di mummificato, avvolto nelle bende come un defunto. Nella prima fase di scrittura il concetto di dio fu rappresentato come qualcosa di inanimato ma parallelamente, fin dalle epoche più antiche, il falco posato su un trespolo è usato regolarmente come determinativo della parola netjer, soprattutto nel corsivo ieratico. A partire dalla fine dell'Antico Regno, uno dei determinativi più frequenti sarà un personaggio seduto con il mento barbato. L'ideogramma o il suo determinativo esprimono quindi le diverse manifestazioni del dio: un oggetto simbolicamente legato al dio, la forma animale che potrebbe assumere o l'aspetto antropomorfo sotto il quale gli uomini l'hanno spesso immaginato. Nei testi tolemaici è espresso anche sotto forma di stella, legato alla sfera celeste.
Il femminile della parola, che designa le dee, è reso con lo stesso segno, seguito dalla desinenza del genere. Oltre all'immagine della donna ci sono due determinativi significativi delle funzioni essenziali attribuite alle divinità femminili: l'uovo, simbolo delle origini e della nascita, e il cobra, che sarà poi usato per scrivere la parola stessa di dea e suggerisce che l'aspetto di ureo assunto da numerose dee fosse un veicolo essenziale di percezione del divino nel suo aspetto femminile.
Qualcuno ha suggerito di interpretare la parola come "ciò che rimane giovane" mettendola in relazione con ter, l'anno, scritto con uno stelo vegetale, o anche come "ciò che rimane puro" in corrispondenza tra netjer e il natron usato nelle purificazioni. Nelle liste delle categorie degli esseri gli dei sono accompagnati dagli uomini, dai morti e dagli akhu, i luminosi o trasfigurati.
La complessità del ba e dei bau
Per i bau, plurale di ba, la questione è complessa. Gli dei, come gli uomini, possiedono un ba, una componente quindi dell'essere divino e umano, è una forma di energia vitale che negli uomini permane anche dopo la morte. Ma in ambito divino il termine può essere usato diversamente. Preso al singolare si dice spesso che un dio è il ba di un altro: Amon è il grande ba di Kematef, il serpente delle origini, o di Shu. Una divinità può quindi manifestarsi sotto le sembianze di un'altra. Sekhemu sono le potenze, con la stessa radice è costituito il nome della dea Sekhmet, incarnazione della forza. La parola sekhem servirà poi a designare un'immagine del dio, ad esempio il re, e sarà utilizzata congiuntamente a netjer nei testi tardi.
La creazione degli dei
Gli uomini hanno inventato gli dei ma nella costruzione immaginaria concepita dagli Egiziani per comprendere e spiegare l'universo, essi furono creati dal demiurgo nel momento stesso in cui creava gli altri dei e le loro immagini. Quando gli uomini vogliono raffigurare gli dei si servono dei mezzi figurativi di cui dispongono, traducendoli in immagini concrete di pietra, legno o metallo, in statue o rilievi, come nelle religioni monoteiste. Gli egiziani erano consapevoli che le statue non erano che icone degli dei, rappresentazioni metaforiche che ne davano una descrizione imperfetta e parziale. E lo dichiaravano affermando che le statue sono immagini di un dio, dotato di un corpo e di un ba.
Nel momento in cui il faraone è investito della funzione regale e agisce in questo ambito, egli non è più un semplice mortale ma diventa figlio di un dio e immagine di questo dio. Quando celebra un rito agisce come un dio di fronte a un altro dio.
Rito tolemaico del Toccare il Sole
Una o più volte l'anno la statua principale del tempio e quelle delle divinità paredre e secondarie venivano estratte dall'oscurità dei loro naoi per esporsi ai raggi solari, ricaricandosi così dell'energia divina di cui il sole era il simbolo per eccellenza.
In un altro rituale attraverso una serie di operazioni a carattere magico accompagnate dalle relative formule, il sacerdote officiante restituiva o dava la vita ad un corpo in carne e ossa o a un'effige, accordando loro l'uso dei sensi. Aprendo la bocca e altri orifizi consentiva di respirare e nutrirsi, vedere, sentire e parlare. Così la statua diventa immagine vivente del dio che rappresenta e del quale al tempo stesso è incarnazione e può così svolgere il ruolo cui è stata destinata: ricevere il culto che raggiungerà subito la persona del dio, il cui ba è in cielo e il corpo o cadavere nella Duat, l'Aldilà.
Antropomorfismo e zoomorfismo
Gli Egiziani inventarono numerose varianti, testa di un animale su corpo umano, testa di un animale unita al corpo di un altro o testa umana su corpo animale. Intorno alla II dinastia compaiono simultaneamente forme unicamente antropomorfe come Min, Neith, Nut, Shu, altre unicamente animali come i tori Apis o l'ariete di Mendes, o altre miste. Le figure antropomorfe somigliano all'uomo e molto spesso riflettono la gerarchia sociale del mondo terreno. Si dice che gli dei hanno un volto di remetj o pat, due delle categorie che per gli egizi comprendevano gli esseri umani. Il corpo stesso e in particolare il volto sono il tratto distintivo dell'individuo. Il corpo è uno degli elementi della persona, in questo caso del dio, cui si aggiunge il nome. Ma nella resa iconografica, la differenziazione del corpo degli dei è poco marcata. Al maschile si contrappone il femminile. Gli dei di norma non partecipano dei due generi, tranne i demiurghi.
Tra le divinità maschili quelle libere di muoversi e camminare si distinguono da quelle fasciate come Ptah, Osiri o Min, legati alle forze ctonie o sotterranee, all'energia vitale nell'istante in cui si sprigiona. Per le altre l'abbigliamento è abbastanza stereotipato, corto perizoma o lunga e stretta tunica sostenuta da bretelle e piedi nudi. Gli abiti non bastano a differenziare gli dei, se non fossero accompagnati dai loro nomi o ornamenti specifici, tra cui corone. La nudità non è ammessa, a eccezione dei bambini e dee straniere venute dal Vicino Oriente. Normalmente gli dei non sono visibili dai mortali perché non sono di questo mondo. La loro vera dimora è in cielo.
-
Riassunto esame Egittologia, prof. Sist, libro consigliato Image et histoire, Tefnin
-
Riassunto esame Egittologia, prof. Sist, libro consigliato Civiltà degli egizi. La vita quotidiana, Donadoni Roveri
-
Riassunto esame Egittologia I, prof. Betrò, libro consigliato Storia dell'Antico Egitto, Grimall
-
Riassunto esame Tecnica di borsa, prof. Sist, libro consigliato Economia del mercato mobiliare, Leonelli, Nicolini