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Introduzione

Scrivere una storia dell’Egitto faraonico non presenta più, ai nostri giorni, l’aspetto avventuroso che un simile tentativo comportava ancora agli inizi del XX sec. d.C. G. Maspero componeva allora la Historie des Pouples de l’Orient Ancien, sua monumentale opera e, qualche anno dopo, J. H. Breasted redigeva la sua History of Egypt, due opere che, ancora oggi, sono alla base della maggior parte delle sintesi moderne. Il peso della Bibbia e della tradizione classica relegavano la civiltà egiziana in un limbo, di cui recano ancora testimonianza le grandi dispute cronologiche, passate dal XIX sec. d.C. a quello presente. Queste dispute vedono i sostenitori della cronologia detta “lunga”, i quali generalmente sono i più lontani dall’impiego scientifico delle fonti documentarie, opporsi a coloro che credono in una storia meno poetica e più dipendente dalla realtà archeologica. La contesa si sta attualmente spegnendo, poiché oggi sembra definitivamente affermata la cronologia cosiddetta “breve”, sulla cui validità quasi tutti gli studiosi convengono. Ma, se ora, in linea di massima, è stato raggiunto un accordo sulla cronologia dei due primi millenni a.C., i recenti progressi della ricerca hanno fatto retrocedere il problema agli inizi della Storia, ponendo sotto nuova luce la questione delle origini della civiltà.

Storia e origini dell'egittologia

L’egittologia è una scienza tra le più giovani applicate ai periodi più remoti dell’antichità, se consideriamo che la sua nascita risale a poco più di un secolo e mezzo addietro, ad opera di Jean-François Champollion. La cultura faraonica ha sempre affascinato coloro che la venivano scoprendo, anche se costoro non erano capaci di comprendere i meccanismi profondi. I viaggiatori greci soprattutto, non potendo trasmettere alle loro città i valori fondamentali dell’Egitto, diffusero molto presto di questo paese proprio l’immagine che erano venuti a cercarvi: quella di una sorgente del pensiero umano, misteriosa e degna di rispetto, di una tappa illustre, ma di una semplice tappa nei confronti della perfezione raggiunta dal modello greco.

I Greci esplorarono sistematicamente il paese: la sua realtà contemporanea con Erodoto nel V sec. a.C., la geografia ad opera di Diodoro Siculo e, nella generazione successiva, di Strabone, entrambi buoni conoscitori dell’Egitto ad un lungo periodo di soggiorno “in loco”, gli arcani religiosi con in seguito Plutarco, sei secoli dopo.

La visione romana dell'Egitto

Altre opere attingevano direttamente dalle fonti egiziane, riscoperte sotto i sovrani Lagidi grazie ai lavori storici come quello di Manetone, o geografici, come quello di Tolomeo. Lo sguardo rivolto dai Romani verso l’Egitto non si limitava alle ricchezze del paese e alla fortuna degli eredi di Alessandro, anche se proprio sulle tracce di costoro vollero marciare Antonio, Cesare, Germanico, Adriano, Severo e altri ancora: Plinio e Tacito, infatti, miravano agli stessi fini dei loro predecessori greci, storici e geografi. Ma l’Egitto, campo di erudizione privilegiato dagli eredi di Aristotele come Teofrasto, attirava profondamente anche coloro che subivano il fascino dei valori orientali.

Le prime manifestazioni di questo fenomeno vennero risentite a Roma agli inizi del II sec. a.C., quando l’Urbe, credendosi minacciata nella sua struttura fondamentale dal diffondersi dei culti orientali travestiti da Baccanti greche, decise nel 186 a.C. l’attuazione di un senatoconsulto ispirato da Catone: i valori tradizionali vennero salvati in tempo, sottraendoli alla marea incontrollabile dell’Oriente, a prezzo di diverse migliaia di morti.

L'eredità ellenistica e il dominio romano

Le città greche dovettero sottomettersi all’imperium romano, il quale ereditò da Alessandro una nuova immagine dell’Oriente: la regalità ellenistica ricevette infatti per mezzo suo l’autorità sull’universo, che a sua volta era stata trasmessa al Macedone dai depositari del potere di Ra, aprendo così la via al regno incontrastato di Roma sul mondo allora conosciuto. L’unione del nuovo padrone del mondo a Cleopatra, consacrando il connubio di Helios e di Selene, sigillava la fusione dell’Occidente e dell’Oriente. Ma l’unione fu breve, e Augusto, proprio come aveva fatto Catone, ne distrusse il frutto, pericoloso per l’equilibrio del nascente Impero, facendo assassinare Cesarione dopo la presa di Alessandria nel 30 a.C.

L’Egitto, divenuto proprietà personale dell’imperatore, entrava definitivamente tra i vassalli di Roma; era, tuttavia, destinato a conservare la sua antica aurea di saggezza e di scienza. A quel punto, due immagini si sovrappongono. La prima è quella ellenistica d’Egitto, che si percepisce mediante opere come quella di Teocrito. Le due culture vi si fondano in un’armonia che si ritrova in Apollonio Rodio e nel pensiero alessandrino.

L'influenza della tradizione orientale

La seconda si unisce a una tradizione che si potrebbe già definire “orientalizzante”, illustrata da Apuleio e da Eliodoro di Emesa. Quest’ultimo rafforza l’aspetto misterioso dell’antica civiltà egiziana, procedendo nello stesso senso della filosofia: il neoplatonismo da origine alle correnti ermetiche, passando per il rinnovamento del pitagorismo che segna in Oriente l’inizio dell’impero. L’ermetismo sarà poi, con la Cabala, il principale mezzo di accesso a una cultura resa definitivamente incomprensibile dall’esclusivismo cristiano. Questa tendenza esoterica è confortata dalla diffusione dei culti egiziani che seguono l’estendersi dell’impero e rende popolari, mediante le figure di Osiride, Iside e Anubi, la passione dell’archetipo del faraone, recepito come uno dei modelli della sopravvivenza post-mortem.

Tutto cambia nel 380 d.C., con l’editto mediante il quale Teodosio consacra il cristianesimo religione di stato, vietando per sempre i culti pagani. Egli condanna così irrimediabilmente la civiltà egiziana al silenzio. La chiusura dei templi, iniziata nel 356 d.C. da Costanzo II e definitivamente sanzionata dal massacro dei sacerdoti del Serapeo di Alessandria nel 391 d.C., significa in concreto, oltre alla fine della pratica religiosa, l’abbandono della cultura da cui essa promana, e la cui trasmissione era ormai affidata a una lingua e a una scrittura esclusivamente in mani sacerdotali.

La fine della civiltà faraonica

I cristiani si vendicarono crudelmente delle persecuzioni degli “idolatri”, devastando templi e biblioteche e massacrando l’élite intellettuale di Alessandria, di Menfi e della Tebaide. Gli ultimi ad essere cancellati furono i centri della Bassa Nubia e dell’Alto Egitto, a causa di una situazione geografica che li poneva sul limes imperiale, assegnando loro un ruolo di “resistenti”. Dalla metà del VI sec. d.C., dopo la chiusura del tempio di Iside a File, un lungo velo di silenzio ricopre necropoli e templi, abbandonati al saccheggio e a ogni tipo di riutilizzazione: impiego delle tombe come stalle e abitazioni, ovvero come cave di pietra, trasformazioni dei santuari in chiese.

Karnak ospiterà per più di cinque secoli conventi e monasteri, e gli occhi accecati degli antichi dei seguiranno dai loro muri lo svolgersi del nuovo culto, spiando attraverso le fessure dell’intonaco grossolanamente disteso per nasconderli. I siti urbani hanno avuto maggiore fortuna: poiché la crescita annuale delle acque del Nilo e il valore delle terre agricole impedivano lo spostamento degli abitanti, le città antiche sono state progressivamente ricoperte dalle loro stesse rovine.

Molte città moderne, soprattutto nel nord, ma anche nel sud dell’Egitto, non sono altro che l’ultimo stadio di una serie di sovrapposizioni che risale spesso all’alba della storia. Alcuni templi hanno anche conservato il carattere di sacralità. L’accumulo di materiali che nel tempio di Luxor separa la corte di Ramses II dalla moschea di Abu el-Haggag rappresenta un periodo di più di duemila anni.

Il declino e la trasformazione dell'Egitto antico

Luxor ha conosciuto, una dopo l’altra, le invasioni assira, persiana, greca e romana, con l’insediamento di un campo militare e dei relativi culti romano, e poi gli edifici del cristianesimo e dell’Islam. Il santo cui è dedicata la moschea è ancora oggi venerato con una processione annuale di barche, che ricorda da vicino l’analoga cerimonia con cui un tempo si trasportava Amon da Luxor a Karnak. Poiché ha perduto del tutto la sua lingua e la sua religione originaria, l’Egitto faraonico si è allontanato rapidamente dai suoi valori tradizionali, come ogni paese soggetto alle leggi dei vincitori che trasformano o snaturano le strutture di base:

ad esempio l’applicazione nel paese del diritto romano ha eretto una barriera, che è talora difficilissimo alzare per ritrovare le tracce del codice precedente. Il cristianesimo egiziano, che rivendica a buon diritto un primato storico e religioso in Oriente, ha sviluppato una cultura ricca e originale, sia nelle manifestazioni artistiche che nel pensiero. Non si può negare, però, che allo stesso tempo esso abbia fatto tabula rasa degli antichi valori.

Di contro, i Copti hanno largamente recepito il pensiero popolare degli antichi Egiziani, che era abbastanza lontano dai canoni religiosi. L’influenza di quest’ultimo sull’arte e sull’architettura copta è innegabile, non foss’altro che per la diffusione dei tessuti figurati, o per il modo di rendere i volti dei defunti, che giunge alle straordinarie realizzazioni dei ritratti, resi noti dalle scuole del Fayum.

Quest’arte prefigura ugualmente il contributo islamico con il rinnovamento delle tecniche ornamentali, o l’introduzione della cupola in architettura. Allo stesso modo il monachesimo ha fondato, dalla metà del III sec. d.C. con Paolo l’Egiziano, una tradizione originale, la cui attuale vivacità mostra a sufficienza che essa è parte del patrimonio più profondo dell’Egitto.

Influenze islamiche e reinterpretazione moderna

L’Islam, flessivo e tollerante al momento della conquista, più rigido in seguito, consentì lo sviluppo di nuovi valori. Anche essi sono alla base dell’Egitto contemporaneo, ma sono assai distanti dai tempi dei faraoni, nei quali la tradizione religiosa, riprendendo temi sparsi presso gli scoliasti come lo pseudo-Beroso, vide gli oppressori della vera Fede. In particolare Ramses II, rappresentato prima di tutto come l’avversario di Mosè, divenne il simbolo del male. Bisogna attendere la fine del XIX sec. d.C., e poi la creazione della Repubblica Araba per vederlo diventare, dopo essere stato reintegrato nella storia dai testi scolastici, secondo i fatti e i misfatti della politica contemporanea, uno dei simboli dell’unità nazionale araba e, più in generale, della passata grandezza del paese.

La storia disconosce dunque per forza i faraoni, a partire dal V sec. dell’era cristiana. L’abbandono progressivo del copto per l’arabo rompe l’ultimo legame con l’antichità. Di quest’ultima si impadronisce la leggenda, seguendo una tendenza naturale esistente già tra i sudditi del Faraone, i quali attribuivano volentieri ai loro antichi re avventure degne delle Mille e Una Notte. Molto presto il passato eccita le cupidigie per le ricchezze intraviste a seguito di scavi clandestini. Si diffondono opere, come il Libro delle Perle Nascoste, che dovrebbero guidare i cacciatori di tesori in un mondo popolato di spiriti, ove Bes diviene lo gnomo Aitallah e Sekhmet una terribile orchessa, e dove figura anche la gigantessa Saranguma.

Se Ibn Khaldun stigmatizza la follia di costoro, il figlio del celebre Harun al-Rashid tenta di penetrare nella piramide di Cheope. Egli inaugura così un processo che, ad opera dei ladri e dei cercatori di pietre da costruzione, spoglierà le piramidi di Giza del loro mistero e dei blocchi di calcare che le ricoprivano prima di servire alla costruzione dei palazzi della città mamelucca e ottomana del Cairo. La memoria dell’antico paese si trova così ad essere trasformata dai nuovi occupanti. La tendenza più generale rimane quella di reinterpretare ciò che non si può più comprendere, mediante la sola chiave accettabile per indagare le proprie origini: i testi sacri.

L'Egitto nella tradizione cristiana e musulmana

I cristiani, come i musulmani, ricercano così le proprie fonti: per essi, l’Egitto è la terra biblica per eccellenza, da Babilonia alle vie dell’Esodo, e su questo tutti concordano, Copti e cristiani d’Occidente. Questi ultimi scoprono il paese in occasione dei pellegrinaggi e delle crociate. Lo vedono con l’occhio del credente, informati da tradizioni ereditate dalla cultura greco-bizantina.

L’esempio più celebre di questa deformazione è costituito dal nome stesso delle piramidi. Il termine che serve a designare queste grandi costruzioni in pietra, ammirate dai pellegrini in cammino verso i luoghi santi durante la loro sosta al Cairo, è greco. In greco esso designava un dolce di grano, certamente perché le piramidi ne evocano la forma agli occhi dei primi “turisti”. In seguito, sulla base di un’etimologia ricostituita a partire dal nome del grano, che era all’origine pyros, della parola, la tradizione le interpretò come antichi siloi per il grano, al punto tale che il loro vero uso venne dimenticato.

Di conseguenza, per i nostri pellegrini, che considerano l’Egitto innanzitutto un grande esportatore di grano, è normale vedere nelle piramidi i granai in cui Giuseppe accumulò il grano durante gli anni della carestia. Ai ricordi biblici si mescolano quelli delle meraviglie che, dagli inizi del IV sec. d.C. avevano incontrato gli imperatori, appassionati collezionisti di opere d’arte egiziana e di obelischi, che fanno ancora oggi la gloria di Roma e Istanbul.

Il Rinascimento e il rilancio dell'interesse per l'Egitto

Il Rinascimento vede un ritorno all’esotismo in architettura, e le sfingi egittizzanti gareggiano con le piramidi, in pietra o in bosso, nei giardini d’Europa. Ma bisogna aspettare la seconda metà del XVI sec. d.C., ossia la ripresa delle relazioni commerciali dopo la conquista turca che trasmette alla Francia il ruolo ricoperto da Venezia sino al secolo precedente, perché l’Egitto salga alla ribalta di una moda destinata a non tramontare.

I racconti di viaggiatori che visitarono l’Egitto sulle orme dei loro predecessori arabi - Abu Salih, Ibu Battuta, Ibn Giubair e altri - contribuirono molto a lanciare questa moda. Tra essi, si devono ricordare il pellegrinaggio del domenicano Felix Fabri e il viaggio del botanico Pierre Belon du Mans al seguito dell’ambasciatore inviato dalla Francia presso la Sublime Porta poco dopo la conquista. Questi resoconti indulgono talora troppo alla fantasia, come quelli di Jean Palerne, Joobs van Ghistele che andava verso il misterioso regno del Prete Gianni, Michael Heberer von Bretten, Samuel Kiechel, Jan Sommer e altri.

È opportuno riservare un posto a scrittori come Maqrizi o Leone Africano. Alcuni, come Christophe Harant, si sforzano di seguire le orme dei classici, soprattutto Strabone e Diodoro, le cui opere vennero stampate per la prima volta alla fine del XV sec. d.C. Altri cercano di ritrovare la stessa vena scientifica: il geografo André Thévet e il medico padovano Prospero Alpino, al quale un soggiorno di quasi quattro anni in Egitto, insieme con la profonda conoscenza dei suoi predecessori, da Erodoto a P. Belon du Mans passando per Avicenna, Tolomeo, Diodoro, Plinio, offre materia per tre libri sulla fauna, flora e la medicina che sono restati un vero modello.

Il XVII secolo e l'approccio scientifico

Ci si potrebbe aspettare che i viaggiatori del XVII sec. d.C. abbiano seguito questa via più scientifica. Non è affatto così, nonostante la moda crescente dell’orientalismo, nutrita dalla politica estera di Colbert e dalle “turcherie” in voga come il Borghese Gentiluomo: al contrario, commercianti, diplomatici in missione e semplici turisti si limitano a descrizioni convenzionali e spesso imprecise, che non oltrepassano quasi la zona del Cairo.

Si danno raramente notizie dettagliate intese soprattutto a fornire informazioni pratiche, piuttosto che scientifiche o storiche: tale è il caso di George Christoff von Neitzschitz, di don Aquilante Rocchetta, Johann Wild le cui avventure sono degne di un romanzo picaresco. Si tende piuttosto a osservare l’Oriente contemporaneo, sia in occasione di brevi visite che di lunghi soggiorni nella nuova “nazione francese” d’Egitto: un esempio di questo genere è l’opera del padre Coppin.

È questa anche l’epoca in cui nascono i “gabinetti di curiosità”, che prefigurano le grandi collezioni che costituiscono i fondi dei principali musei d’Europa. Viaggiatori ed eruditi iniziano a sfruttare la riscoperta della cultura egiziana, seguendo un po’ a caso l’esumazione di mummie. Si estrae da queste una polvere sovrana per rigenerare, tra l’altro, le terre coltivabili, apprezzatissima in Europa, a tal punto che in Inghilterra si costituiscono dei “mulini per mummie” al fine di soddisfare nel più breve tempo possibile la domanda che aumentava vertiginosamente.

Si leggono molto gli autori antichi, ed Erodoto è la prima guida che ci si porta nel viaggio in Egitto, molto di moda già da prima della Rivoluzione. Tra i viaggiatori divenuti più “seri” a partire da Thévenot, emergono alcune grandi figure: archeologi e antiquari come il padre Vansleb, Lucas o Fourmant, medici come Granger, esploratori come Poncet e Lenoir. A poco a poco l’Egitto antico riappare con i suoi siti principali: verso il 1668 si riscopre Karnak, noto alla fine del XV sec. d.C. grazie alla carta di Ortelius e al racconto dell’Anonimo Veneziano, e un secolo più tardi è la volta di Menfi. La prima opera dedicata esclusivamente alle piramidi appare nel 1641 a Londra. Nel XVIII sec. d.C. compaiono le analisi scientifiche: Norden, Pococke, Donati, le relazioni.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/02 Egittologia e civiltà copta

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Joseph Raimondo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Egittologia I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Betrò Marilina.
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