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Archeologia dell'antico Egitto

Introduzione

La civiltà egiziana nacque tra il 3200 e il 3000 a.C, in una regione lungo il corso inferiore del Nilo e del suo delta. Si trattava di una monarchia centralizzata, le cui caratteristiche principali, quali l’istituzione della religione di Stato, la costruzione di tombe e templi, l’arte e la scrittura geroglifica, emersero in questa fase e continuarono ad essere presenti per più di 3000 anni, fino allo stabilirsi del Cristianesimo in Egitto.

Si può definire “civiltà” una complessa forma di cultura, risultato di sistemi impiegati da gruppi umani per adattarsi al loro ambiente fisico e sociale. Prima dell’Egitto dei faraoni esistevano molte culture preistoriche, tra cui quelle di cacciatori e raccoglitori del Paleolitico fino al Neolitico, epoca in cui fu introdotta l’agricoltura nella Valle del Nilo (6000/5000 a.C).

Durante il periodo Predinastico (4000/3000 a.C) risalgono evidenze di diverse culture nell’Alto (meridionale) e Basso (settentrionale) Egitto, avvennero numerosi cambiamenti sociali ed economici che avrebbero portato poi alla nascita della civiltà egiziana.

Il periodo Dinastico occupa quasi 3000 anni; non esiste un elenco completo in lingua egiziana delle dinastie regali, bensì uno compilato in greco da Manetone, sacerdote egiziano del III sec a.C dove sono annoverate 31 dinastie di sovrani, compresi alcuni re stranieri, a seguito dei quali l’Egitto fu governato dai Tolomei, di origine macedone, dopo la grande conquista di Alessandro Magno. Con la sconfitta dell’ultima regina tolemaica, Cleopatra VII e del suo amante, il generale Marco Antonio, l’Egitto divenne una provincia dell’Impero romano.

La preistoria egiziana comprende quasi un milione di anni e la cultura materiale che ne deriva è costituita principalmente da utensili in pietra e resti di tale produzione. Riguardo l’epoca in cui venne per la prima volta introdotta in Egitto l’agricoltura, si conservano tracce dell’uso della ceramica. I frammenti ceramici sono un importante indicatore temporale, poiché il loro stile tende a modificarsi in connessione alla cultura che rappresenta.

Con la nascita dello Stato faraonico si assiste all’invenzione della scrittura geroglifica, fonte di informazioni fondamentale per tutti gli studiosi dell’antico Egitto. A differenza dei metodi archeologici connessi alla Preistoria e al periodo faraonico, l’egittologia, ossia lo studio dell’antico Egitto, è una disciplina più antica, che risale alla spedizione napoleonica in Egitto del 1798. Napoleone fondò l’Istituto Francese d’Egitto, ancora oggi importante centro archeologico in Egitto. I soldati di Napoleone scoprirono la Stele di Rosetta durante alcune operazioni di fortificazione nel Delta. Oggi la Stele è nelle mani degli inglesi, conservata al British Museum di Londra, sebbene si debba allo studioso francese Champollion la decifrazione dell’antica lingua egiziana.

Nel V sec a.C Erodoto, storico greco, visitò l’Egitto e ne descrisse la storia, compresa quella naturale. Maggiore credito gli è stato dato per la trattazione del periodo storico in cui visse e nel quale si svolse la conquista persiana dell’Egitto. Durante il periodo Tolemaico (I sec) l’Egitto fa oggetto di studio da parte degli storici Diodoro Siculo e Strabone. A partire dal 400 a.C le antiche scritture egiziane geroglifica e demodica non furono più utilizzate, ma l’antica lingua continuò a essere parlata nella variante del copto, scritto in alfabeto copto, estensione di quello greco. Nella tarda antichità, quando il Cristianesimo si diffuse per tutto l’Egitto, l’antica cultura egiziana con i suoi templi pagani fu screditata.

Dopo la conquista musulmana dell’Egitto nel VII secolo la lingua venne sostituita dall’arabo. L’interesse nei confronti dell’antico Egitto non avvenne prima del XVI/XVII secolo. Tra gli studiosi c’erano John Greaves, il quale misurò le piramidi di Giza, e Claude Sicard, sacerdote gesuista, il quale fu il primo a descrivere i monumenti di Philae, dell’isola di Elefantina e di Kom Ombo, nel sud del paese.

Nonostante le finalità soprattutto militari della spedizione napoleonica, con l’obiettivo di spezzare il controllo inglese sulla rotta marittima verso l’India, egli portò studiosi e scienziati per registrare i resti dell’Egitto antico e islamico e della sua storia naturale. Si andavano arricchendo le grandi collezioni di reperti egiziani dei musei europei, accumulate sia da studiosi che da viaggiatori. Un’importante viaggiatore fu l’italiano Belzoni, il quale nel 1815 intraprese un viaggio in Egitto, dove trovò la statua di Ramses II, identificò la tomba di Seti I con i suoi dipinti e del tempio di Ramses II ad Abu Simbel ricopiò le iscrizioni e riprodusse una pianta in scala.

Mentre finora i reperti erano stati dirottati soprattutto in Europa, il francese Mariette rinvenne a Saqqara la tomba del funzionario Ti della V dinastia e l’enorme complesso di gallerie sotterranee del Serapeum e ritenne che i reperti non dovessero essere esportati in Europa in grande quantità, fondando il Museo Egizio del Cairo con l’intento di proteggerli. Il successore di Mariette in qualità di direttore del museo fu Maspero, il quale portò avanti alcuni lavori di restauro nei templi di Luxor e Karnak e copiò i primi testi funerari regali noti, i Testi delle Piramidi. Con Sir William Petrie si diede un enorme contributo allo sviluppo della tecnica di scavo e all’analisi dei siti egiziani, effettuando una ricognizione delle piramidi di Giza e scavando in siti come Abido e Menfi, pubblicando ogni anno i resoconti dei suoi scavi. Egli fu il primo a lavorare in Egitto utilizzando il principio della stratigrafia, secondo cui attraverso il passare del tempo i resti si depositano in strati, datando così differenti livelli di insediamento, per lo più attraverso la ceramica ad essi associata. Petrie, riconoscendo il valore del cambiamento degli stili ceramici come indicatore temporale, classificò il vasellame rinvenuto nei sui scavi, producendo il primo sistema di seriazione di tombe attraverso l’uso delle tipologie ceramiche e ordinò le tombe dalla più antica alla più tarda, occupando un arco temporale che oggi si può identificare con tutto il IV millennio a.C.

Un altro importante archeologo fu Reisner, il quale comprese l’importanza di fotografare lo scavo, tenere registrazioni dettagliate e disegnare mappe e riproduzioni dei reperti rinvenuti. Dopo l’Egitto quelle nubiane risultano le più antiche civilità dell’Africa e Reisner fu pioniere anche nello sviluppo del nuovo campo d’indagine archeologica riguardante l’antica Nubia. Un passo avanti allo sviluppo della metodologia archeologica si deve proprio a questo studioso e alla sua strategia di ricognizione che mirava alla salvaguardia dei siti minacciati dalla costruzione della diga di Aswan nel 1907; lungo le rive del Nilo, nella Nubia settentrionale egiziana, furono innalzate delle traverse fino all’altezza che avrebbe raggiunto l’inondazione.

Senza dubbio la più importante scoperta archeologica in Egitto del XX secolo fu la tomba di Tutankhamon, rinvenuta dall’archeologo inglese Carter, evento del 1922 che attirò la stampa internazionale; la pur diffusa diceria sulla maledizione associata alla scoperta non aveva alcun fondamento: Carter, morì 17 anni dopo l’apertura della tomba.

Negli anni ’60 molti altri studiosi di preistoria iniziarono a lavorare in Egitto e in Sudan settentrionale, in concomitanza con la grande diga di Aswan. Particolarmente importante fu il lavoro di Wendorf sulle civiltà paleolitiche della Valle del Nilo; i suoi scavi nel Deserto occidentale rivelarono importanti evidenze di occupazione preistorica durante i periodi in cui questo deserto era meno arido rispetto ad oggi. In questi anni venne anche organizzata una campagna di salvataggio dei monumenti della Nubia, congiungendo gli sforzi di UNESCO e dell’EAO (org.egiziana per le antichità), atti a salvare dall’inondazione di alcuni templi dalle acque del lago Nasser.

A seguito della costruzione della seconda diga di Aswan negli anni ’60 molti studiosi di preistoria condussero per la prima volta scavi in Egitto meridionale e in Sudan settentrionale utilizzando le nuove teorie dell’archeologia processuale, la quale suggeriva l’utilizzo di metodologie e teorie scientifiche. Le antiche testimonianze botaniche sono raccolte mediante una tecnica chiamata flottazione per ottenere info sull’agricoltura e sull’economia. Le analisi del DNA iniziano a dare sempre maggiori informazioni sulla genetica, soprattutto applicate a mummie in buono stato di conservazione mentre la zoologia si occupava delle ossa animali per determinare età, sesso e altri fattori relativi alle specie selvatiche e addomesticate.

Il telerilevamento sul terreno viene utilizzato per individuare reperti sepolti e si avvale dell’uso di strumenti come magnetometri e radar. Di conseguenza oggi le spedizioni archeologiche necessitano della presenza di numerosi specialisti in varie discipline. La presenza di ceramica nei siti archeologici diventa più frequente dopo il 6000/5000 a.C; i siti faraonici restituiscono enormi quantità di frammenti ceramici. Molte missioni inoltre prevedono il restauro e la ricostruzione degli antichi monumenti e delle tombe per la salvaguardia e la conservazione di questi siti. La Sfinge di Giza rappresenta l’eloquente esempio di un monumento restaurato per più di 3.500 anni. I monumenti in pietra sono particolarmente minacciati dai Sali delle falde acquifere, mentre le pitture che decorano le tombe rupestri sono molto vulnerabili alle condizioni ambientali.

Con la diffusione dell’archeologia processuale negli anni ’60 del XX sec, gli archeologi di formazione antropologica si sono avvicinati sempre di più all’interpretazione dei cambiamenti socio-economici all’interno delle civiltà antiche, ovvero ai processi di cambiamento culturale e non solo alla loro descrizione. Nell’archeologia processuale l’ambiente e i suoi cambiamenti nel tempo sono visti come un fattore molto significativo poiché creano il bisogno di nuovi adattamenti culturali. A partire dagli anni ’80 del ‘900 si è sviluppato, tra i cosiddetti archeologi post-processualisti, un crescente scetticismo sulla teoria processuale. La critica principale è stata quella di essere troppo basata su un determinismo ambientale, mentre i post-processualisti ritenevano che molti aspetti del comportamento umano, come l’ideologia, le credenze religiose, l’estetica e il ruolo degli individui nel determinare il cambiamento culturale fossero stati tralasciati.

Geroglifici, lingua e cronologia faraonica

Gli Egizi parlavano una lingua che oggi chiamiamo egiziano. Non si conosce la pronuncia esatta di questo idioma, che ha subito radicali cambiamenti nel corso dei millenni, così come la scrittura, comprendendo probabilmente anche dialetti regionali e variazioni di pronuncia. Questa lingua è nota solo attraverso varie forme scritte, la più formale delle quali è la scrittura figurata chiamata geroglifico, parola greca che significa “scrittura sacra” per definire un sistema di scrittura utilizzato sulle pareti di templi e tombe, che gli stessi Egizi definivano “parole degli dei”.

L’antico egiziano è un ramo della famiglia linguistica afro-asiatica. Le lingue semitiche comprendono la maggior parte degli idiomi parlati della famiglia afro-asiatica, e includono lingue antiche come l’accadico, parlato e scritto nell’antica Mesopotamia, e l’ebraico, parlato in Siria e Palestina. Le lingue semitiche oggi comprendono l’arabo, l’ebraico e molti altri idiomi dell’Etiopia e dell’Eritrea. La prima forma scritta dell’egiziano non apparve prima del 3200 a.C. fin dall’inizio questo sistema di scrittura si sviluppò in un contesto regale. È stata avanzata l’ipotesi che la scrittura sia stata ideata dapprima in Mesopotamia e poi diffusa fino in Egitto, ma i due sistemi sono in realtà molto diversi tra loro, quindi appare più verosimile la tesi secondo cui entrambi siano nati in maniera indipendente.

La prima fase formativa di questa scrittura è il proto-egiziano, utilizzato dalla Dinastia 0 ed alle 3 successive. I primi geroglifici furono rinvenuti su manufatti funerari, come le etichette regali che accompagnavano i beni del corredo funerario, i sigilli regali e le etichette di alti funzionari statali. Geroglifici vennero anche ritrovati nelle prime raffigurazioni dell’arte regale cerimoniale, tra cui la Tavolozza di Narmer. L’uso di questi segni non era ancora standardizzato: la scrittura in questa fase veniva utilizzata soprattutto per registrare dati, più che per fissare concetti elaborati con frasi verbali.

Una quantità maggiore di testi è nota a partire dall’Antico Regno (IV-VI dinastia), conosciuta come antico egiziano. In questa fase i testi geroglifici appaiono in combinazione con le scene raffigurate sulle pareti delle tombe di privati e, nella fase finale dell’Antico Regno, nei primi testi funerari regali, i già citati Testi delle Piramidi. In questa fase si trova nella scrittura l’utilizzo di una sintassi completa.

Il medio egiziano è invece la lingua scritta nel Medio Regno (fine XI, XII e XIII dinastia) e del Secondo Periodo Intermedio e rappresenta il periodo classico dell’antica letteratura egiziana. A quest’epoca risalgono anche testi scientifici di matematica, medicina e veterinaria, così come vari documenti amministrativi. I testi religiosi continuarono a essere composti in medio egiziano anche nei periodi successivi al Medio Regno. Sviluppandosi come parte del grande corpus dei Testi delle Piramidi dell’Antico Regno, i testi funerari per privati vennero dipinti o incisi sui lati di molti sarcofagi del Medio Regno, da cui la denominazione Testi dei Sarcofagi. Anche molti testi funerari del Nuovo Regno furono scritti in medio egiziano, compreso il famoso Libro dei Morti e altri scritti relativi all’aldilà.

Il neo-egiziano è la lingua scritta alla fine del Nuovo Regno (XIX-XX dinastia) e del Terzo Periodo Intermedio. Il demotico è la lingua scritta associabile al Periodo Tardo a partire dalla XXVI dinastia (664-525 a.C) e utilizzato per tutta l’epoca greco-romana. È nota una grande raccolta di letteratura demotica comprendente narrativa e testi di insegnamento. La forma più tarda di demotico è stata rinvenuta in un graffito del Tempio di Philae datato 452 a.C. utilizzato a partire dal II sec d.C. Poiché i geroglifici erano associati ai templi e alle pratiche pagane in Egitto, i cristiani che parlavano egiziano scrivevano in copto, con l’aggiunta di alcune lettere prese dal demotico. I geroglifici più tardi sono databili alla fine del IV sec d.C dopodiché la conoscenza di questo sistema andò persa. Dopo la conquista musulmana dell’Egitto nel VII secolo, gradualmente l’arabo iniziò a sostituire il copto.

I geroglifici sono dei pittogrammi che apparvero fin dall’invenzione della scrittura in Egitto, scolpiti nelle mura, sui soffitti e sulle colonne dei templi in pietra, nonché su molti manufatti, ma vennero anche dipinti e incisi sulle pareti delle tombe e utilizzati per i testi religiosi su papiro. Di pari passo con l’uso dei primi geroglifici si sviluppò anche una tipologia di scrittura più formale e corsiva, chiamata ieratico. Spesso scritto a inchiostro e non scolpito esso era più semplice da comporre. Il supporto dello ieratico era costituito anche da ostraka, frammenti di ceramica o di pietra calcarea, tavolette lignee intonacate o di argilla, sulle quali venivano scritte, con l’uso di uno stilo in osso, lettere amministrative in geroglifico a colonne.

La scrittura demotica, sviluppatasi durante il I millennio a.C, era una forma ancora più informale dello ieratico, conteneva molte abbreviazioni e doveva essere letta in gruppi di segni, piuttosto che attraverso singoli caratteri. La Stele di Rosetta riporta un’iscrizione con 3 grafie diverse: geroglifico in alto, demotico al centro e greco in basso. L’egiziano venne scritto inizialmente in verticale, e la scrittura orizzontale non si diffuse prima del Medio Regno. I segni erano rivolti nella direzione in cui dovevano essere letti, di solito da destra a sinistra. Non esisteva la punteggiatura, né lo spazio tra una parola e l’altra, oltre al fatto che non venivano scritte le vocali.

La forma più semplice di geroglifico è il logogramma, ovvero un segno grafico che rappresenta il significato di una parola, come per esempio il segno ᴑ indica la parola sole. Alcuni segni (fonogrammi), sono usati foneticamente per rappresentare il suono della lingua parlata, ovvero un geroglifico che indica una, due o tre consonanti (segni monolitteri, bilitteri, trilitteri). Alcuni segni monolitteri rappresentano che cosiddette consonanti deboli, spesso omesse nella scrittura.

Nella maggior parte dei casi i segni bilitteri e trilitteri vengono scritti da soli, ma può accadere che siano accompagnati anche da 1 o 2 monolitteri, usati come complemento fonetico in modo da non essere confusi con i logogrammi. Esistono poi i segni determinativi, che non hanno valore fonetico e sono scritti alla fine di una parola per darne un’idea semantica generale. I geroglifici comprendono anche segni numerali, dall’1 al milione.

La struttura base di una frase è: verbo+ soggetto+ complemento oggetto. I nomi hanno genere maschile o femminile e numero singolare, duale o plurale. Nel processo di traduzione dei testi egiziani gli egittologi spesso iniziano con la traslitterazione dei segni geroglifici o ieratici in lettere dell’alfabeto latino/romano, con spazi tra le parole. Segni diacritici

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/02 Egittologia e civiltà copta

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher c.sara di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Egittologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Piacentini Patrizia.
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