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La primarietà della cura

Necessità ontologica della cura

Heidegger afferma che la cura può essere nominata come “fenomeno ontologico-esistenziale fondamentale” attraverso tre argomentazioni:

Essere dell'esserci: il fatto originario dell'esserci è quello di trovarsi in un mondo e che questo trovarsi nel mondo avviene in quel modo fondamentale d'essere dell'esserci per cui nell'essere nel mondo ne va del suo stesso essere. L'esserci è sempre un trovarsi nel mondo; la relazione tra esserci e mondo è quella in cui il mondo viene incontro all'esserci e l'esserci è sempre assegnato al mondo e questo essere assegnato ha il senso del curare. L'esserci trova sé stesso nei modi d'essere della cura con cui si situa nel mondo, si trova come un essere nella sua essenza curante. La cura è:

  • Il modo fondamentale dell'essere dell'esserci, e come tale essa determina ogni modo d'essere che segua dalla costituzione d'essere dell'esserci;
  • Quel modo d'essere che accompagna senza soluzione di continuità la vicenda temporale dell'essere umano;
  • In quanto struttura originaria dell'esserci, la cura si presenta come “quel fenomeno a partire dal quale possono essere comprese le diverse maniere d'essere in quanto maniere dell'essere e cioè in quanto cura”.

Esserci come abitare (interpretazione ontologica): essere uomo significa essere sulla terra e la relazione con la terra si definisce come abitare, e dell'abitare il tratto fondamentale è la cura.

Ci sono due modi di esserci:

  • Incurante: c'è un modo incurante di esserci, che è l'abitare indifferente delle cose e agli altri.
  • Curante: c'è un abitare che si attualizza nel costruire che coltiva e nel costruire che codifica; è quell'abitare che accade secondo il modo dell'aver cura delle cose e degli altri sulla terra e sotto il cielo in relazione al divino.

Esserci nei modi d'esistere: l'esserci manifesta il modo d'essere inautentico che è quello dell'esistere non secondo il proprio potere più proprio ma secondo il modo comune che s'impone nell'ambiente che abitiamo. Esistere secondo il modo anonimo significa esistere secondo un modo dove il poter essere è già deciso. La dimensione del “si” anonimo tiene nascosta all'essere la possibilità di scegliere. È quindi necessario un capovolgimento che si attualizza attraverso la ripresa della scelta: scelta di questa stessa scelta, scegliere di scegliere il poter essere fondato nel proprio se stesso.

Perché abbia luogo questo capovolgimento, l'esserci ha bisogno di un'attestazione della sua possibile autenticità; tale attestazione è fornita dalla coscienza. La coscienza si rivela come chiamata, quella chiamata che richiama l'esserci al suo proprio poter essere. In Heidegger il capovolgimento è opera della chiamata della coscienza, che è chiamata ad aver cura del proprio poter essere, quindi la possibilità per l'individuo di pervenire all'autenticità dell'essere è opera della cura.

Due punti critici

  • L'esserci è sempre co-esserci: la chiamata è un fenomeno intrasoggettivo, ma se l'esserci è sempre essere-con la chiamata non può accadere che nella dimensione relazionale. Quindi concepire la chiamata alla cura come fenomeno relazionale situato, l'agire educativo trova il suo senso.
  • L'esistere accade: l'esistere accade nei modi difettivi dell'aver cura, nei modi della deficienza e della indifferenza. Se così fosse la civiltà verrebbe meno dal momento che sono proprio i modi positivi dell'aver cura a rendere possibile il fiorire di una civiltà. I modi positivi sono quelli agiti per lo più da donne, che rendono possibile la “perfectio dell'uomo, il suo pervenire a ciò che esse può essere”.

Peso del vivere e desiderio di trascendenza

Cura in latino significa pensiero per qualcosa, sollecitudine, interessarsi, ma anche inquietudine e affanno, poi allevamento e coltivazione. Heidegger afferma che la cura nomina l’essere dell’esserci e in quanto struttura fondamentale dell’esserci è la condizione preliminare per la manifestazione di molteplici modi dell’essere. Il modo d’essere dell’esserci non può essere definito secondo una modalità precisa perché è solo uno dei modi possibili e come tale può essere abbandonato in favore di un altro. Se fosse definito si escluderebbero tutti gli altri modi d’essere.

Con il termine cura Heidegger intende indicare quell’inaggirabile modo di abitare il mondo che chiama l’essere umano all’irremissibile responsabilità di scegliere fra possibilità differenti, senza possedere conoscenza degli esiti di tale scelta. Nella nostra cultura al termine cura è spesso associato un significato problematico, perché con questa parola si indica il farsi carico del peso dell’esistere. Il sentirsi vincolati a un poter essere che ci appartiene, ma che non è conferito da noi stessi, non può far percepire l’esistenza come un dovere che grava sulla coscienza e come tale procura angoscia. Il cominciamento della vita è immediatamente appesantito dalla responsabilità di occuparsi di sé: la libertà è già da subito limitata dalla responsabilità della cura dell’esistenza.

Dato il significato si può giungere ai due principali modi d’essere:

  • Cura come sopravvivenza: l’esserci si fa carico di quelle attività che consentono di rispondere al bisogno di garantire la conservazione della vita; questi modi della cura stanno nell’ordine della necessità perché costituiscono una mossa esistenziale obbligata dalla non compiutezza del nostro esserci e dalla nostra fragilità.
  • Cura come bisogno ontologico: è quell’aver cura dell’esistenza che scaturisce dal desiderio di trascendenza conseguente all’accettazione positiva della condizione ontologica della mancanza propria dell’essere umano; oltre a prendersi cura di sé perché il compito di sopravvivere ce lo impone, c’è l’aver cura come premura di dare compimento al proprio e altrui divenire possibile.

Per Seneca la peggior forma di incuria è quella per cui non si ha cura del tempo della vita: lasciare che il nostro tempo prenda forma indipendentemente da un progetto di vita è un modo di essere inautentico. Quando invece si assume la responsabilità di dare alle proprie possibilità esistentive consistenza attuativa si sta in un rapporto di autenticità con il tempo: l’esistenza diventa un tempo vivo. Quindi l’aver cura è attenzione responsabile al tempo della vita, è aver cura delle possibilità esistentive che autenticano la propria presenza nel mondo.

La cura come asse paradigmatico della pratica educativa

Aver cura dell’esistenza significa stabilire un rapporto etico ed estetico con il proprio tempo, riconciliandosi con il passato e guardando con fiducia al futuro: solo così si perviene a quell’equilibrio del pensare che è condizione necessaria per vivere il presente disegnandolo di senso.

Desiderio di divenire pienamente il proprio poter essere:

  • Desiderio di esistere: rende sopportabile la fatica del vivere. Può venir meno quando il sentimento dell’angoscia diventa soverchiante. L’angoscia dilaga nell’anima e ci si sente presi dentro la paura d’essere, che è paura del divenire imprevisto e impraticabile del mondo della vita.

Levinas definisce la paura d’essere lassitudine: quel sentire in cui trova espressione il rifiuto di esistere, è un indebolimento del desiderio di esistere.

Ed è qui che si inscrive la ragion d’essere dell’educazione: coltivare nel soggetto educativo la passione per la cura di sé, accompagnarlo nel processo di costruzione di quegli strumenti cognitivi ed emotivi dell’esistenza, e attualizzare il processo di donazione di senso. L’educazione è una pratica guidata dall’intenzione di offrire quelle esperienze che risultano atte a sviluppare nell’altro il desiderio di trascendenza che è tutt’uno con il rendersi disponibili alla chiamata della cura. Educare significa educare ad aver cura di sé e la cura di sé si profila dall’inizio con un preciso orientamento etico. Socrate stabilisce una stretta connessione tra il principio della cura di sé e il principio delfico che impone all’essere umano di conoscere se stesso:

  • Aver cura di sé significa assumersi il compito di dare forma alla propria esistenza, scartando le occupazioni che farebbero scivolare il tempo della vita nell’insensatezza.
  • Imparare ad aver cura di sé significa imparare a conoscere se stessi: “senza sapere chi siamo non potremo conoscere l’arte che ci rende migliori”.

Educare significa allevare, alimentare, nutrire curare, oltre che educare, istruire e formare. Cultura significa coltivare, dimorare e prendersi cura. Nonostante la sua rilevanza sul piano educativo, il concetto della cura non fa parte dell’attuale paradigma pedagogico: affermare la centralità della cura significa sostenere che il processo di acculturazione è facilitato se viene sviluppato in un contesto che riconosce la primarietà della cura nel processo di formazione.

La svalorizzazione della cura

La cura è svalutata e la primarietà della cura è culturalmente invisibile perché associata con le attività femminili. I lavori di cura sono stati pregiudizialmente concepiti come attività naturali, negando tutto il lavoro di pensiero e di produzione culturale che essi comportano. Secondo Joan C. Tronto la cura come attività svalutata è qualcosa che riguarderebbe solo certe categorie di donne, appartenenti alle classi sociali e alle etnie più svantaggiate. Coloro che sono impegnati/e in lavori di cura occupano i posti più bassi nella scala della retribuzione economica e del riconoscimento sociale.

Self made man: è un inganno simbolico perché non esiste soggetto che si costruisca da solo, cioè significa che c’è stato qualcuno che si è preso cura di molte parti della sua vita. L’attività medica, oltre alla terapia, implica pratiche di cura: il prestigio di un medico è connesso alle pratiche terapeutiche (cure) e alle attività di ricerca che svolge, mentre le attività di cura (care) sono attribuite al personale infermieristico.

Alla radice del disvalore

Lo scarso riconoscimento simbolico della cura si spiega con il fatto che il termine cura è associato con l’universo femminile e il femminile è stato a lungo soggetto a una pesante svalorizzazione, che trova legittimazione nei dualismi che strutturano l’impianto del paradigma di pensiero prevalente in Occidente. Dualismi concettuali radicalmente oppositivi: ragione/emozione, mente/corpo, materia/spirito, pubblico/privato. Solo a un polo di ciascun dualismo è riconosciuto valore (ragione, mente, spirito, pubblico), mentre l’altro è svalutato a cosa di poco conto.

La polarità negativa viene identificata con il femminile, e con il femminile viene identificata la cura, la quale viene così gravata di quella pesante svalorizzazione che patisce tutto ciò che è considerato in relazione al mondo delle donne. Su questo dualismo si fondano l’allocazione del maschile nella sfera del pubblico, luogo in cui si genera cultura, e il confinamento del femminile nel privato, contesto della cura. Il binomio femminile-cura è stato interpretato con la vocazione materna. Nel mito della cura oblativa come modo d’essere della donna vita come madre ha giocato un ruolo determinante la riflessione roussiniana: la codificazione del femminile nella funzione materna e la concezione di questa funzione come un presiedere alla sfera dei sentimenti.

Un altro paradigma che ha giocato un ruolo decisivo nella definizione del femminile è stato l’affresco bachifeniano del mondo patriarcale: la donna è vista come madre, che dallo svolgere funzione materna apprende a sviluppare i sentimenti di dedizione e di cura. Secondo la visione biologistica della cura la donna realizzerebbe la sua umanità solo se si impegna in azioni di cura, mentre per il principio della situazionalità culturale le donne si occupano di cura più degli uomini perché sarebbe il costume sociale che le porta a occuparsi dei bambini e in genere di chi ha bisogno di cure. Secondo la teoria esperienziale i figli maschi costruiscono la loro identità separandosi dalla figura femminile che li ha allevati mentre le figlie crescono identificandosi con la madre.

Non è quindi corretto limitare l’aver cura entro una precisa sfera biologica perché per tutti la cura è una esperienza esistenziale primaria. Rimane il fatto che l’immaginario occidentale identifica la donna con il materno, connota il materno come oblativo e quindi confina il materno nel privato, rendendo la donna subalterna al mondo maschile. Il pensiero femminile ha evitato a lungo di parlare della cura per il rischio di annullare tutte le conquiste più recenti del mondo femminile.

La materialità della cura

Un’altra ragione che spiega la valutazione simbolica cui è sottoposta la cura consiste nel fatto che a identificare il mondo della cura sono in genere le attività di accudimento dei bambini, di assistenza alle persone con handicap e agli anziani: è centrale l’aver cura del corpo. L’aver cura sarebbe concettualizzato come una pratica che tiene il caregiver, chi fa lavoro di cura, in connessione con la materialità della vita.

Noi ci nutriamo di un pensiero che ha stabilito che il corpo è la prigione dell’anima e che solo l’anima costituisce l’essenza dell’essere umano, ma la vita fisica è costitutiva dell’esistenza umana dal momento che l’esserci è incarnato. Libertà e materialità sono inseparabili: una buona qualità della vita implica non solo una buona qualità della vita spirituale, di quella sociale e di quella politica, ma anche una buona qualità della vita corporea. Di conseguenza le pratiche di cura del corpo necessitano di un adeguato riconoscimento simbolico. È nella mente che si realizza il dialogo della mente con sé stessa e con cui si attualizza l’essenza umana. Quindi la cura della mente è ontologicamente essenziale.

Questo discorso che ha come oggetto il corpo non riduce l’importanza della cura della vita della mente (intelletto, spirito e cuore).

Dalla sotto-teorizzazione al riconoscimento simbolico

Se la cura non trova riconoscimento simbolico, la prima operazione da compiere è portarla al centro del discorso e consentirle di uscire dalla sua attuale condizione di scarsa teorizzazione. Il concetto di cura è una di quelle parole rimaste a lungo poco pensate, per questo nella nostra cultura la cura è qualcosa di molto vago, amorfo. È necessario quindi avviare un’analisi concettuale quanto più possibile accurata.

La cura può essere agita in contesti pubblici o privati, può essere retribuita o meno, può essere procurata in modo formale o informale, ecc. Ogni ricerca nasce da una domanda; una volta deciso che la pratica educativa può essere interpretata come pratica di cura, la domanda generativa che si pone è la seguente: come si configura una buona pratica di cura in educazione? Il primo passo consiste nel costruire una mappa dei significati del termine “cura” che risultano essere i più accreditati nella letteratura, per procedere in un secondo momento a una concettualizzazione dell'essenza di una buona pratica di cura. Ciò che guida l'analisi è l'intenzione di capire cos'è essenziale nella pratica di cura.

Che cos'è la cura?

La cura si profila nei termini di una pratica, di un agire che implica precise disposizioni e che mira a precise finalità. Significa prendere le distanze dal concepire la cura come un principio o come uno stato emotivo. Parlare di pratica significa concepire la cura come un'azione in cui prendono forma pensieri ed emozioni, interrelati e orientati verso una precisa finalità.

Bubeck afferma che la cura è un'attività o pratica la cui caratteristica è quella di soddisfare i bisogni di altri; a questo scopo è necessario un investimento di tempo e di energia ed è tale investimento che fa della cura una pratica. Proprio in quanto teso a trovare una risposta ai bisogni dell'altro, il lavoro di cura può essere definito come un'attività orientata all'altro e a ciò che all'altro procura beneficio. Risulta riduttivo concepirla in questo modo perché implica che l'altro sia sempre in una situazione di dipendenza da chi ha cura.

Il fine della cura educativa, invece, è quello di mettere l'altro nelle condizioni di provvedere da sé ai propri bisogni, rendendolo capace sia di azioni cognitive sia di azioni concrete. La cura è quindi orientata a promuovere la capacità di aver cura di sé, per essere in grado a propria volta di costruirsi come persone capaci di pratiche di cura per gli altri. La cura può essere definita una pratica che mira a procurare benessere dell'altro e a metterlo nelle condizioni di decidere e di provvedere da sé al proprio benessere.

Cura come necessità universale della condizione umana: la cura costituisce una risposta necessaria a una condizione di forte dipendenza da altri; cura come necessità per coltivare ogni aspetto della vita umana: sia quello corporeo sia quelli immateriali, cioè la vita cognitiva, emotiva e spirituale, cioè quella della mente.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Mecchina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Mazzoni Valentina.
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