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La primarietà della cura

Tutti hanno necessità di ricevere cura e di aver cura. Si parla di primarietà ontologica della cura perché è proprio l’aver cura che permette di esserci. L’essere umano è sia oggetto di cura che soggetto. È oggetto quando nasce, quando diventa anziano, se è portatore di handicap e sofferente per colpa di malattia. È soggetto perché per l’uomo è necessario prendersi cura degli altri per sentirsi parte del mondo.

La nostra società non si rende conto di quanto siano importanti le cure, è talmente indaffarata e frenetica che non capisce che sottovalutare il concetto di cura è una delle cause principali della bassa qualità di vita. Per far sì che si sviluppi una società utopica fondata sulla cura è necessario elaborare una teoria della cura e individuare i modi di essere che permettono una buona pratica della cura.

Necessità ontologica della cura

Heidegger ritiene che la cura possa essere considerata fenomeno ontologico-esistenziale fondamentale. La cura è consapevolezza di essere al mondo e parteciparvi, viene prima di tutto perché essa costituisce l’essere. Il tipo di forma che prende la nostra vita è strettamente connessa con il tipo di cura di cui facciamo esperienza perché sono proprio i modi della cura che scolpiscono la nostra esistenza. La cura ha come punto fondamentale l’abitare sulla terra. I modi positivi dell’aver cura permettono all’uomo di essere libero di scegliere.

Peso del vivere e desiderio di trascendenza

Cura in latino significa pensiero per qualcosa, ma anche inquietudine e affanno e allevamento e coltivazione. Heidegger ritiene che sia scorretto identificare la cura partendo dalla tristezza e dalla preoccupazione. Egli, con questo termine, indica quel modo di abitare il mondo che fa sì che l’essere umano scelga tra possibilità differenti senza sapere cosa potrebbe accadere. Nella nostra cultura però il termine cura è associato a un significato problematico perché indica il farsi carico del peso dell’esistere.

Seneca, una delle fonti di Heidegger, scrive che delle quattro nature:

  • Vegetale
  • Animale
  • Umana
  • Divina

Le ultime due hanno la stessa essenza perché sono razionali, ma differiscono perché il bene divino proviene dalla sua natura mentre quello dell’essere umano si perfeziona con impegno e fatica. Seneca afferma che la peggior forma di incuria è non avere cura del tempo della vita e questo avviene nel momento in cui si vive senza cercare possibili direzioni di senso. Aver cura della vita significa dare una forma al tempo, se però non ci si impegna in questo il tempo prende comunque una forma diventando inautentico. Quando ci si prende la responsabilità del proprio tempo si sta in un rapporto di autenticità con il tempo. L’aver cura è quindi attenzione responsabile al tempo della vita.

La cura come asse paradigmatico della pratica educativa

Ognuno di noi conosce bene l’angoscia che colpisce l’anima di fronte al tempo che passa perché quando osserviamo lo scorrere del tempo analizziamo il tempo trascorso cercando di capire se esso sia trascorso utilmente o inutilmente. Aver cura dell’esistenza significa stabilire un rapporto etico ed estetico con il proprio tempo riconciliandosi con il passato e guardando con fiducia al futuro perché è solo in questo modo che si arriva alla serenità del pensiero.

Questo però richiede moltissime energie e il desiderio di esistere perché è proprio quest’ultimo che rende sopportabile la fatica del vivere. A volte può succedere che il desiderio di vivere diminuisca o sparisca completamente e questo si verifica quando il sentimento dell’angoscia inizia a padroneggiare. Si vive come stanchi di se stessi, il tempo diventa opaco e muto e si vorrebbe poter vivere nell’attesa che il desiderio ritorni.

È in questo quadro che si può parlare del concetto di educazione. Educazione vuol dire accompagnare il soggetto nel processo di costruzione di determinati strumenti cognitivi ed emotivi che permettono di diventare autonomi e di prendersi cura di se stessi. Il riferimento essenziale per lo sviluppo del concetto di educazione come pratica di cura è la teoria socratica dell’educare. Nel Socrate platonico il concetto di aver cura è ciò che avvicina la condizione umana a quella divina.

Nell’Apologia Socrate indica come compito fondamentale dell’educatore l’aver cura dei giovani in modo da aiutarli ad apprendere la capacità di aver cura sé e quindi la capacità di dare forma alla propria esistenza evitando quelle occupazioni che causerebbero uno spreco invano di tempo. Nell’Alcibiade Primo, Socrate prende in esame il concetto di cura di sé inteso come fondamentale obiettivo formativo. Alcibiade è un giovane che vuole intraprendere la carriera politica e Socrate gli spiega che per realizzare il suo desiderio che implica il governo sugli altri è necessario prima imparare ad aver cura di se stessi.

Se si analizza la parola educare si tende a farla risalire al latino educere che significa trarre alla luce mentre è più corretto ricondurla a educare che significa allevare, nutrire e curare. La parola cultura invece deriva da colere che vuol dire coltivare e prendersi cura. Di recente il lessico pedagogico ha subito un’ulteriore modificazione a causa della concezione delle istituzioni educative in termini di aziende dove il soggetto da educare diventa cliente e dove domina la mentalità utilitaristica che assoggetta la cultura della formazione a un modo di ragionare mercantile. Le scuole che meglio funzionano sono quelle dove docenti sanno avere cura degli allievi anche se questo elemento spesso viene sottovalutato e non valorizzato.

La svalorizzazione della cura

La cura occupa gran parte della nostra vita, sia in termini passivi che in termini attivi, ma ad essa non si presta una giusta attenzione. Bubeck ipotizza che la cura non abbia avuto una valorizzazione adeguata perché i soggetti sociali che se ne occupano sono per lo più invisibili e soprattutto donne. Le cure sono associate alle donne che a lungo sono state svalutate e non adeguatamente retribuite.

Tronto ritiene che la cura come attività svalutata è qualcosa che riguarderebbe non le donne in generale, ma solo certe categorie di donne appartenenti alle classi sociali e alle etnie più svantaggiate. Quindi la costrizione alla cura costituirebbe non un fenomeno di genere, ma un fenomeno legato alla struttura socioeconomica della società. Secondo loro coloro che si occupano delle cure si collocano nei posti più bassi della scala sociale e nella retribuzione economica mentre chi occupa i posti più alti e riceve retribuzioni elevate quasi finge di non aver necessitato di cure.

Impossibile che qualcuno non abbia avuto bisogno di cure in quanto è solo in questo modo che si realizza il proprio poter essere. Anzi si può dire che proprio le persone che rivestono ruoli più importanti nella società hanno avuto le cure migliori perché è proprio ciò che gli ha permesso di sviluppare simili capacità.

Kittay e Nussbaum osservano che dove ci sono situazioni di estrema dipendenza, come nel caso di bambini, disabili e anziani, sono le donne che se ne fanno carico in maniera molto maggiore rispetto agli uomini. Infatti, sono proprio loro che sono disposte ad accettare lavori part-time o addirittura a non lavorare affatto. Ciò le mette in una situazione di fragilità e di grande vulnerabilità.

Solo a partire dagli anni Settanta il concetto di cura ha iniziato ad essere analizzato dalle scienze sociali. Alla radice del disvalore delle pratiche di cura, nella nostra cultura ha prevalso l’immagine del soggetto maschile come essere razionale contrapposto all’immagine del soggetto femminile come essere emotivo e quindi irrazionale. L’uomo viene collocato nella sfera del pubblico mentre la donna in quella del privato e quindi strettamente legata al prendersi cura.

Il binomio femminile-cura ha acquistato peso in quanto la donna, capace di dare la vita, viene considerata biologicamente portata al prendersi cura degli esseri vulnerabili rispetto all’uomo che invece non ha questo ruolo. Nel processo della costruzione di questo mito sono entrati in gioco vari elementi tra cui:

  • Riflessione di Rousseau sul ruolo della donna
  • Affresco bachofeniano del mondo patriarcale: la donna viene vista essenzialmente come madre
  • Tendenza a naturalizzare la cura e cioè a legarla biologicamente alla donna

In realtà il concetto di prendersi cura può essere adempito perfettamente anche dagli uomini in quanto la cura è esperienza esistenziale primaria e irrinunciabile.

La materialità della cura

C’è un’altra ragione che spiega la svalutazione dell’aver cura e cioè che in tutte le pratiche di cura è fondamentale prendersi cura del corpo, ma nella nostra cultura il corpo è giudicato in modo negativo e viene considerato la prigione dell’anima. Si tende a pensare che l’uomo è solo spirito, ma in realtà il corpo è essenziale perché senza di esso non esisteremmo. Per avere una buona qualità di vita totale bisogna salvaguardare sia l’aspetto spirituale che quello corporeo perché libertà e materialità sono due aspetti inseparabili della vita.

Dalla sotto-teorizzazione al riconoscimento simbolico

Se la cura non trova riconoscimento simbolico allora la prima cosa da fare è portarla al centro del discorso e permetterle di uscire dalla sua condizione di svalorizzazione. Per la nostra cultura la parola cura è qualcosa di vago, che ha numerose accezioni e che si riferisce a diverse attività che avvengono in vari contesti, non è facile darle una definizione.

Bubeck afferma che la cura ha come scopo il soddisfare i bisogni degli altri e per questo motivo è necessario investire tempo ed impegno. Il lavoro di cura può essere definito come un’attività orientata all’altro e a ciò che all’altro procura beneficio.

Però risulta deduttivo concepirla come una pratica che troverebbe il suo senso unicamente nel soddisfare i bisogni perché ciò implicherebbe una dipendenza continua da parte di chi riceve le cure verso chi gliele dà. Esiste una cura invece, quella educativa, che ha come fine quello di mettere l’altro nella condizione di provvedere da sé ai suoi bisogni quindi che lo rende autonomo e capace di offrire cure agli altri. Nel corso della vita tutti gli esseri umani vivono momenti in cui hanno bisogno di cure, è impossibile che ciò non accada e per questo possiamo affermare che la cura è universale.

Bubeck individua tra l’attività di cura e le altre attività dell’uomo una differenza sostanziale: il lavoro di cura non si evolve in senso tecnologico, è rimasto lo stesso di sempre infatti è uno dei pochissimi campi d’azione dell’essere umano dove non è assolutamente possibile applicare la tecnologia, infatti è impensabile l’idea di affidare bambini e anziani a strumenti meccanici ed informatici. L’uomo si nutre di relazioni e se manca il contatto relazionale non può esserci neanche azione di cura.

Noddings afferma che dare forma a una relazione di cura significa assumere le possibilità d’essere dell’altro come possibilità d’essere per noi stessi. Possiamo affermare che c’è una cura che preserva la vita dalle cose che la minacciano, una cura che ripara quando si crea sofferenza e una cura che fa fiorire dando all’altro esperienze di cui può vivere diversi modi per sviluppare il proprio essere.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sentiero92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia Generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Broccoli Amelia.
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