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Sapere pedagogico e legittimazione educativa

Presentazione

La Stimmung aveva originato varie riflessioni sulla condizione post moderna ed aveva tentato di mettere in evidenza il destino dell'educazione nella sua complessità ed ambiguità. Il Novecento è caratterizzato da una secchezza teoretica carica di scientismo (movimento tendente ad attribuire alle scienze fisiche e sperimentali e ai loro metodi la capacità di risolvere i problemi dell'uomo) e di riduzionismo che avevano ridisegnato il profilo del soggetto, svuotandolo della sua complessità strutturale, enfatizzando il ruolo della scienza e della tecnica e formalizzando il processo di formazione.

Pedagogia e didattica si erano identificate e così legittimazione e delegittimazione venivano a coincidere. Chi scorgeva il compito dell'educazione nella formazione in un soggetto nella sua interezza era percepito come educatore ideologo e secondo Hegel "maestro edificante". Chi si manteneva entro i confini del sapere, docimologizzava, formava ed istruiva ma NON educava. Una riflessione critico-filosofica sulle condizioni dell'educare è quindi essenziale per chi voglia tentare l'avventura dell'educazione.

Premessa

La società del 900 ha iniziato ad autocensurarsi ed ecco perché, a dispetto della grande espansione e del moltiplicarsi delle discipline c'è qualcuno che teme tramonti della pedagogia, fini dell'educazione e scomparse di maestri. Queste spinte vanno ad incidere in quella stessa scuola che la società si sono date come luogo privilegiato e specializzato per la trasmissione di saperi per l'acquisizione delle condotte educative delle giovani generazioni. Il fondamento o legittimazione della prassi educativa in educazione resta ancora un problema aperto. Differenti studi producono infatti differenti accezioni semantiche di educazione e di conseguenza producono differenti logiche di legittimazione.

Sapere e delegittimazione

Narrazioni

P. Ricoeur tratta il tema del racconto e della narrazione nella condizione post-moderna con il concetto di "legittimazione per paralogia". La paralogia nasce quando, caduto il supporto fondante delle metanarrazioni, il sapere perde la sua connotazione logicamente vincolante e si configura come conoscenza probabile. La dissoluzione del sapere metafisico ha gettato perciò la parola in un'assolutezza e in una sfida ermeneutica che ha sì moltiplicato scenari linguistici ma ha anche lasciato sulla scena frammenti di linguaggio stesso. Ha impedito per cui che la parola potesse "dire" il reale e ha tolto ad essa la possibilità di rinviare concetti oltre se stessa.

Si è giunti cioè ad un destino nichilistico e per usare una metafora nietzcheana, alla grande "separazione". La disgiunzione di pensiero e realtà ha portato anche all'auto percezione del soggetto. Si tratta dunque di mettere ordine tra concetti e cose. Ed è qui che sorge la delicatezza teorico-concettuale della narrazione. Essa è un concetto circoscritto che ci dice quanto sia frastagliato e problematico il linguaggio e quanto il rapporto linguaggio-realtà si sia infranto e complicato. Problematizzare questo rapporto significa anche cercare un volto per il parlante, e da qui ci si trova di fronte all'interrogazione sul soggetto. L'essere è percepito come sostanzialmente regressivo.

La paralogia risulta allora una scelta obbligata. Essa traduce l'impossibilità della ragione attuale di tradurre in proposizioni vere molti campi dell'esperienza. Dissolto il nesso realtà-pensiero non resta altro che far ricorso ad altre fonti di legittimazione. Questa esigenza nasce dalla necessità del sapere di esibire la propria validità conoscitiva. Questi interrogativi si aprono con il tentativo wittgensteiniano dell'isomorfismo pensiero-realtà con un ritorno agli aspetti ombrosi della ragione.

Wittgenstein afferma che il pensiero è identificato con il linguaggio che è visto come la perfetta rappresentanza della realtà. Il problema è il rapporto linguaggio e realtà dato che il linguaggio è il mezzo d'espressione del pensiero. Per questo problema Wittgenstein elabora la "teoria raffigurativa del linguaggio" in cui la lingua, insieme di proposizioni dotate di senso, svolge il compito di denominare le cose. Ogni proposizione è una raffigurazione di fatti, una copia della realtà. Il linguaggio scientifico è quello dunque che ha la funzione di far corrispondere la struttura delle proposizioni dotate di senso a quella della realtà e, quindi, "l'unico linguaggio dotato di senso è quello delle scienze naturali".

Insieme a questo tentativo ha visto la luce anche l'ultima restaurazione del dominio del soggetto. L'IO cerca di autoproporsi come pensiero pensante. Pensiero che non necessita altro che della propria soggettività, una soggettività che costituisce, a partire da sé, l' "Ich denke", l'IO PENSO. Soccorre la paralogia. Venuta meno la capacità di dizione del logos, ormai incapace di racchiudere la realtà nel concetto. Ed è proprio da questa impossibilità di dizione che trae origine la crisi della metafisica. È qui che il logos della lunga tradizione giunge al termine della sua dicibilità e si ferma alla descrizione di ciò che è manifesto. Tutto ciò che segue a questa impossibilità, il resto, assumerà il volto dell'empirico e del verificabile.

Ma quella connessione forte realtà pensiero sarà sciolta e la ragione assumerà i contorni della razionalità strumentale. Questa è la vicenda che ha attraversato la modernità con la sua enfasi del potere del soggetto e della ragione e che ha trovato un esito nostalgico nella crisi di quel fondamento. Perciò la crisi della modernità coincide con la crisi dell'autocoscienza, in cui si stenta a riconoscere l'Io dominatore delle cose che ha improntato di sé il moderno. In quei passi l'Io ha sfidato l'Assoluto e si è autoposto come inizio. Il pensiero corre al folle nietzcheano della Gaia Scienza in cui il Dio che esce di scena lascia il proscenio all'io assoluto che tipizza in modo radicale la modernità.

Quella fuga sembra coincidere con la "regionalizzazione" del postmoderno. La disseminazione dei frammenti di coscienza che sembra connotare la condizione postmoderna può essere attribuita dalla scissione all'oblio di Dio. Quest'orizzonte appartiene alla regione più profonda della metanarrazione che rappresenta nella metafora del racconto il fondamento che dà significato alle narrazioni. È dunque il fondamento che torna a far capolino in questo Novecento declinante e assume i contorni dell'enfasi della paralogia, che un tempo stava a significare la buona forma di un ragionamento falso ma che oggi rappresenta un ideale positivo del sapere, un sapere che ha preso coscienza dello sradicamento dal suo fondamento e che legittima la conoscenza con alti criteri rispetto a quelli conosciuti dalla tradizione.

La scienza e la tecnica, una volta regioni della conoscenza e della sua strumentalità, sono diventate padrone dei vasti domini del sapere ed hanno trovato in sé le motivazioni del loro dominio. L'efficienza, la performatività, la funzionalità, l'utilità e l'esattezza sono le doti di tale conoscenza. Horkeimer: "oggi gli uomini hanno bisogno di dare un senso all'esistenza ed è per questo che i giovani sentono la debolezza e l'insufficienza della scienza, così come viene insegnata. Se però si finisce con il considerare impegnativo e degno di fede soltanto ciò che si manifesta nell'ambito della scienza, l'inevitabile risultato è la disperazione."

Horkheimer qui evidenzia, con lo sguardo di una lunga esistenza dedicata al pensiero rivoluzionario e alla critica radicale della società borghese, il discrimine tra verità ed esattezza, verità e determinatezza dell'esattezza. Questa rinvia a stratificazioni di senso e di significati che spesso sfuggono alla corrispondenza dell'esattezza e che invocano, per restare nella metafora del racconto, una comunanza con il primo dicitore del racconto. Nella scelta di queste accezioni sta il paradigma che si assume di ragione, di scienza, di qualità della conoscenza. Così Horkheimer: "la ragione può essere sostenuta solo correggendo ciò che oggi pretende di essere l'unica ragione, cioè la scienza. La scienza non viene utilizzata come strumento, ma viene interpretata come la verità.

Oggi la scienza è giudicata come l'unico atteggiamento intellettuale possibile, mentre la religione ormai non può fare altro che lottare per poter esistere. E quell'idea che si chiama positivismo non è altro che l'innalzamento della scienza al rango di verità." Egli definisce il positivismo allora come l'incapacità di capire la differenza tra verità ed esattezza. Horkheimer sottolinea la necessità di riconsiderare la sinergia rivoluzione/portato teologico-religioso. In lui, questo elemento assume i contorni di nostalgia, sentimento che si pone tra la possibilità sicura della dizione e l'impossibilità dell'oblio. Rifacendosi alle posizioni kantiane, egli rivendica la necessità di quegli elementi che appartengono alla forza che muove e dinamizza l'esistente. Lo spirito non è essenza, l'esattezza non è la verità, la scienza non è lo scientismo, la teologia è parte integrante della categorizzazione occidentale.

L'ultimo elemento essenziale è il continuo e tormentoso dubitare in quanto lo spirito europeo è caratterizzato da esso. Quel dubbio che cancella l'essenza ma che mantiene salda l'interrogazione religiosa e che alimenta la ricerca della verità ma che spegne l'assolutezza del mito dell'esattezza, mito interno all'eccessivo sviluppo della scienza. Vi è quindi qualche concordanza in terra di narrazione e paralogia. Posizioni radicalmente antagoniste si sono ritrovate poi a coniugare gli stessi verbi.

Heidegger è inquietato dal funzionare della tecnica e Horkheimer denuncia l'invadenza e la povertà veritativa dell'esattezza. Horkheimer soggettivizza nostalgicamente la ragione negandone l'essenzialità, e Lyotard prende atto della legittimazione per paralogia. Gramsci annuncia il pessimismo della ragione e Horkheimer detta la regola fondamentale del pessimismo critico. Dei tratti del clima che alimentano la riflessione del Novecento riguardano anche l'homo novus marxista e l'homo novus del mito tecnologico che è ormai solo passato. Chi ha avvertito la tragicità di questa autocoscienza lacerata ha invocato l'angelus novus (Benjamin) o la salvezza nel Dio. Ci si trova con l'angelus novus di Benjamin di fronte a spezzoni erratici di un passato nobile che stentano a prender forma su un futuro "possibile" in quanto incapaci di uno sguardo su futuro.

Perciò l'enfasi sul presente o forse necessità o destino come ha intravisto Heidegger. Il punto, il presente, l'attimo sono la dimensione del tempo. Al massimo il futuro si consuma in una memoria del passato non riuscendo ad uscire dal cerchio della memoria. Il muro del tempo appare invalicabile. La frantumazione della lunga crisi attanaglia la condizione postmoderna: dissoluzione del soggetto, della coscienza, del vincolo sociale e di una storia costruita perché tendente verso realizzazioni dotate di senso. È questa la Stimmung che insieme a filosofia, psicologia e sociologia, connota il pensiero pedagogico. Il Novecento che si dissolve porta con sé quasi un'ipoteca negativa sul futuro. Veneziani: "oltre il Novecento non si può andare. Ogni tentativo di varcare la soglia di fine millennio è destinato alla ripetizione del già trascorso, al tornare indietro, fino a precipitare nell'Ottocento o nell'antimodernità. Ogni ipotesi di superamento dell'Occidente liberale, capitalista, nichilista sia inconcepibile".

Il secolo breve appare dunque un secolo interrotto, compresso entro le festanti ideologie che l'hanno attraversato. Tra queste le fedi secolarizzate e il binomio fatale tecnica-nichilismo. Elementi che hanno intaccato la coscienza dell'uomo novecentesco e che gli rendono difficile il tentativo di andare oltre. Per questo il "secolo breve" di Hosbawn appare ad altri un secolo doppio: "perché ha celebrato al suo interno nascite svil

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/02 Storia della pedagogia

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