Cosa connota il termine "zingaro" storicamente e attualmente?
Con il termine zingaro ci riferiamo ad alcuni popoli apparsi in Europa tra il XIV e il XV secolo, popoli caratterizzati da continui spostamenti da un luogo ad un altro. Si tratta quindi di un popolo nomade storicamente portato all’emigrazione, senza una vera e propria patria d’origine. Infatti, spesso si pensa che i rom provengano dalla Romania, ma in realtà hanno origine in una regione che si trova tra l'India e il Pakistan, anche se le etnie zingare sono tantissime: sinti, rom, romanichais, kalè o pavee ed è difficile dire con certezza se provengono tutte da un unico territorio. Tuttavia, pare ormai approvata la teoria che vede il popolo zingaro provenire dal sub-continente indiano per via delle similitudini linguistiche, le caratteristiche somatiche e grazie anche a documenti antichissimi che ne testimoniano la presenza. Tali “popolazioni nomadi”, privi di una storia precisa alle spalle, la cui cultura si è trasmessa attraverso la tradizione orale, come il canto, la musica e la poesia, caratterizzano da secoli soprattutto il volto dell’Europa e fin dalla loro comparsa hanno suscitato timore e curiosità, sono stati perseguitati, oppressi e cacciati. La convivenza con gli europei fu drammatica a causa del loro abbigliamento bizzarro, della lingua incomprensibile, del loro vivere di elemosina e per le pratiche di chiaroveggenza, spesso scambiata per stregoneria, le autorità locali emanarono una serie di decreti che penalizzavano e discriminavano la popolazione. In Germania per esempio fu prevista la pena di morte. Ancora oggi il termine zingaro rimane connotato di negatività, si pensa a loro come persone nullafacenti, sporche, prive di istruzione da cui stare alla larga, vittime di pregiudizi e del controllo sociale. Oggi gli zingari in Europa si aggirano intorno ai 10-12 milioni, e i due ceppi più grandi si dividono in rom e sinti.
Il "campo nomade" come soluzione abitativa
Nasce il “campo nomade” come soluzione abitativa anomala, dotato di opere urbanistiche e servizi igienico-sanitari per essere abitato da persone in stato di povertà e di cultura differente. Il campo offre risposte istituzionali di domicilio a un bisogno espresso da persone che sono considerate a partire non dalle loro somiglianze, ma dalle loro differenze. È un terreno alla periferia della città dove persone concentrate su base etnica vivono in condizioni di povertà relazionale ed economica. Il campo etichetta chi vi risiede privandoli della possibilità di cambiare. L'impotenza diventa una gabbia per ogni progettualità che immagini una vita fuori dal campo. Dunque, diviene una dimensione totale che imprigiona gli individui e sembra condannarli alla ripetizione, bruciando tutte quelle pratiche di accoglienza che potrebbero tradursi in mobilità sociale e integrazione per gli individui e le famiglie zingare.
Quali sono gli elementi che permetterebbero il superamento del binomio "nomadismo – stanzialità"?
Riferirsi ai rom, collocandoli nel binomio nomadismo-stanzialità risulta riduttivo e incline alla distorsione. Occorre andare oltre e pensare semmai al binomio fuga-tregua per poter iniziare ed interloquire con i rom. Vi è una contrapposizione forte tra la fuga e la tregua di una minoranza che adegua le sue presenze e la sua sopravvivenza nei territori europei, presenza e sopravvivenza fondate e condizionate nei rapporti con i non-rom. Molto spesso parlando e presentando questa realtà parliamo di "doppia marginalità": dal loro mondo, dalle loro antiche tradizioni e modi di vita e al contempo emarginati anche dal nostro mondo che, con i suoi tempi e le sue modalità di rapporti fatica ad accettare e a stare dietro a questa realtà e al suo divenire. Al fine di andare oltre il binomio Nomadismo- Stanzialità sarebbe bene superare l’isolamento e l’esclusione sociale dei nomadi stessi. L’assurdo è che viene considerato nomade chi vive in un campo “nomadi” perché non ha e non riesce a trovare alternative alla soluzione campo, impostata istituzionalmente. Il binomio sgombero-assistenzialismo, sviluppato attraverso l’apertura dei campi nomadi, ha peggiorato notevolmente le condizioni dei rom, ecco perché sarebbe necessaria una situazione di tregua per dare ai rom la possibilità di reimpostare e divenire nuovamente autori della propria vita. È necessario che privato sociale e istituzioni rivedano le proprie politiche e i propri interventi al fine di realizzare progetti inclusivi. Il progetto dell’interculturalità deve sviluppare la capacità di andare verso l’altra cultura senza negare l’identità personale. La scuola è il luogo privilegiato perché l’obbligo scolastico propone uno stesso cammino anche se con culture diverse. Occorre favorire l’integrazione nel tessuto urbano senza indirizzare le famiglie in arrivo nei campi. È bene reimpostare gli interventi di sostegno e al contempo è necessario riproporre opportunità di formazione e di inserimento lavorativo. È opportuno sviluppare una progettualità che si traduca in atti educativi che offrono pari opportunità, favorendo l’integrazione, rimuovendo stereotipi e pregiudizi, agevolando l’incontro e lo scambio di vissuti, promuovendo e tutelando i diritti di ciascuno. I rom vengono definiti “popolo senza fissa dimora” nonostante vivano i nostri quartieri.
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