La prevenzione in adolescenza
Quale prevenzione in adolescenza?
Cura, salute e prevenzione
Per lungo tempo sia in medicina che in psicologia l’attenzione è stata centrata sul concetto di “cura”, ovvero sul: “ristabilire uno stato di salute in situazioni di malattia”. Il concetto di “salute” ha subito delle modificazioni nel corso del tempo. L’OMS definisce la salute come: “non assenza di malattia, ma come completo stato di benessere fisico, psicologico e sociale che coinvolge la globalità dell’individuo e delle sue esperienze”.
Tale definizione però presenta alcune criticità:
- È “generica” al punto che è difficile capire chi può essere ritenuto in salute e chi no.
- È “irrealistica” in quanto è evidente che nessuno individuo può raggiungere uno stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale nel tempo e inoltre quest’ultimo dipende dal significato e dal valore che il soggetto vi attribuisce a seconda dell’età, del genere, della comunità in cui vive.
- Dipende dai “compiti di sviluppo” che ognuno di noi può affrontare nel corso della vita. Con l’espressione di compiti di sviluppo si intendono “quei problemi concreti, caratteristici di un certo periodo della propria esistenza”. La soluzione di un compito di sviluppo conduce l’individuo a una condizione di benessere mentre il fallimento porta a sentimenti di malessere di sé.
I compiti di sviluppo:
- Non sono necessariamente difficoltà ma dipendono dal rapporto con il contesto socio-culturale di riferimento.
- Possono essere biologicamente determinati (es: imparare a camminare).
- Si definiscono all’interno dell’interazione tra fattori maturativi e richieste da parte del contesto di riferimento (ad es: l’apprendimento della lettura è legata a processi maturativi che sono alla base di tale abilità ma anche dal contesto socio-culturale di riferimento).
- Possono essere ricorrenti (es: instaurare relazioni sociali).
- Possono essere non ricorrenti (es: imparare a camminare può essere un compito che una volta superato non si presenta più).
Esempi di compiti di sviluppo sono:
- Inserimento nel mondo del lavoro.
- Nascita di un figlio.
Rifiuta il concetto di salute “statico e utopistico” in quanto la vita è costellata da eventi definiti “normativi” perché riguardano la maggior parte delle persone, sono influenzati da tempi tipici o atipici in cui avvengono (per esempio una gravidanza in età adolescenziale comporta notevoli rischi per la salute fisica e il successivo sviluppo e adattamento non solo del bambino ma anche della ragazza che diventa madre) ma anche da “eventi non normativi” ovvero (non comuni come separazione, divorzio, incidente, lutto, malattia, promozione del lavoro, incontro con insegnanti eccezionali). Gli eventi critici sono esiti negativi temporanei che non compromettono la propria salute fisica, psicologica e sociale.
Queste considerazioni hanno importanti implicazioni sulla prevenzione: “non bisogna evitare che le persone incorrano in situazioni pericolose o negative, anche perché sono inevitabili ma promuovere la capacità dell’individuo di far fronte in modo positivo ai problemi che le difficoltà che incontra.”
La salute va quindi considerata:
- In termini “realistici” e “dinamici”. E’ corretto considerare la salute come un continuum che va da un massimo di benessere a un massimo di sofferenza in cui ognuno si posizionerà.
- Non in termini di “assenza” o “presenza” della salute, quanto piuttosto in termini di gradualità con cui ciascuno di noi a seconda della propria esperienza, delle proprie caratteristiche personali e relazionali, delle opportunità e dei vincoli presenti funziona a livello fisico, psicologico e sociale.
- Non circoscritta all’ambito medico ma estesa al “benessere” dell’individuo.
- In termini di “promozione della salute” ovvero ponendo al centro lo sviluppo della potenzialità della persona.
In tempi recenti alla cura, è stato affiancato il concetto di “prevenzione” per intendere: “l’insieme delle azioni finalizzate a impedire o ridurre il rischio che si verifichino effetti indesiderati”. Alla base di ogni programma di prevenzione occorre possedere conoscenza dei fattori alla base di una condizione patologica e di come questa può evolvere nel tempo.
La prevenzione in ambito psicologico
Il concetto di prevenzione nato in ambito medico trova difficoltà nell’essere applicato all’ambito psicologico per svariate ragioni:
- Il “modello medico di lettura della malattia di tipo lineare” secondo il quale bisogna individuare gli elementi patogeni per creare le migliori linee di prevenzione non solo non è applicabile ma è errato a causa della complessità delle variabili in gioco e dell’imprevedibilità delle risposte soggettive di ciascun individuo.
- Non si possono prevedere in maniera certa e deterministica il manifestarsi dei fenomeni ma bisogna adottare una visione complessa.
- Bisogna spiegare i comportamenti umani in termini “probabilistici” (ovvero rinunciare alla certezza illusoria e fuorviante di predire in maniera sicura il comportamento) e “multicausali” (ovvero occorre superare le concezioni deterministiche e unic causali e individuare dunque le molteplici variabili: biologiche, personali e ambientali che interagiscono in un comportamento).
- Bisogna vivere con l’incertezza che funge da stimolo per approfondire le variabili in gioco.
- Bisogna considerare la prevenzione come proattiva per salvaguardare gli individui da conseguenze future indesiderate e promuovere uno sviluppo positivo.
Quanti tipi di prevenzione esistono?
Intorno agli anni ’60 Caplan ha presentato un modello tripartito di prevenzione:
- Prevenzione primaria = comporta azioni che si collocano prima che l’individuo entri in contatto con la patologia e mira a ridurre l’incidenza della patologia stessa. Esempio campagne antifumo.
- Prevenzione secondaria = punta sulla diagnosi precoce di una patologia e ha lo scopo di prevenirne la stabilizzazione. Per esempio uso del pap-test per le donne.
- Prevenzione terziaria = ha come finalità la riduzione dell’impatto negativo di una patologia avviata contrastando le complicanze e le reiterazioni.
Questa tripartizione nata in ambito medico si è diffusa anche in ambito psicologico ma è stata gradualmente superata da una nuova tripartizione che pone “attenzione agli individui” così suddivisa:
- Prevenzione universale = riguarda azioni e programmi rivolti a tutta la popolazione. Deve dare poche informazioni ma corrette ed espresse in modo chiaro.
- Prevenzione selettiva = rivolta a particolari gruppi considerati a rischio. Implica tecniche di conduzione e gestione dei gruppi.
- Prevenzione specifica = diretta a persone ad alto rischio. Richiede tecniche che discendono dal metodo clinico.
In tutti e tre i tipi di prevenzione gioca un ruolo centrale:
- La comunicazione, caratterizzata da dialogo e confronto.
- Il ruolo attivo dei partecipanti nella costruzione dei programmi di prevenzione.
- Una prospettiva di tipo ecologico, attenta all’analisi dei vincoli e delle risorse individuali e contestuali e ai fattori di rischio e di protezione.
Prevenire e promuovere
Gli interventi di prevenzione sono stati da sempre orientati all’eliminazione dei danni e all’individuazione dei fattori di rischio. Il “rischio” ha assunto nuovi significati, esso infatti: “non indica più soltanto le conseguenze negative di tipo biomedico, ma tutte le possibili conseguenze per l’adattamento psicosociale dell’individuo”. (Ad esempio l’adolescente che fuma marijuana non mette a rischio solo la salute fisica ma in generale il suo adattamento psicosociale in quanto avrà conflitti con i genitori, maturerà perdita d’interesse per la scuola, sensi di colpa, pratiche illegali).
Il valore del rischio dipende dall’effetto di altri elementi presenti nell’esperienza e nel contesto di vita, pertanto è utile proporre la distinzione tra:
- Fattori di rischio distali: esercitano un’influenza indiretta ma la cui presenza non risulta essere sufficiente a generare danni o conseguenze negative (es., basso livello di istruzione dei genitori; condizioni economiche di povertà della famiglia, ecc.). Creano condizioni di maggiore vulnerabilità per l’individuo.
- Fattori di rischio prossimali: Si riferiscono a caratteristiche personali o ambientali che esercitano un'influenza maggiormente diretta sul comportamento (es: psicopatologia dei genitori, violenza domestica, ecc.).
Oggi si ritiene che non sia sempre possibile eliminare i fattori di rischio a causa di fattori individuali e contestuali e che essi non sempre danno ragione dell’effettiva implicazione nei comportamenti problematici. L’attenzione all’eliminazione dei fattori di rischio è stata integrata con la promozione dei fattori di protezione, con il quale si intende: “competenze personali e risorse ambientali che promuovono lo sviluppo e proteggono l’individuo dal coinvolgimento del rischio”.
I fattori di protezione possono svolgere un duplice ruolo:
- Possono svolgere un ruolo di promozione della salute, del benessere, dello sviluppo (es., favorendo l’assunzione di comportamenti responsabili e costruttivi) = promozione del comportamento positivo.
- Possono svolgere un ruolo di moderazione (in presenza di fattori di rischio) sui possibili effetti del rischio = moderazione/tamponamento dell’esposizione al rischio.
Inoltre va sottolineato che i fattori di protezione:
- Non hanno molta influenza da soli in quanto interagiscono con gli altri.
- Possono essere rappresentati lungo un continuum in cui a una maggiore presenza di una specifica variabile corrisponde una maggiore protezione (ad esempio più il ragazzo o la ragazza considerano l’esperienza scolastica come utile alla propria realizzazione personale e meno sono disposti a compromettere il loro futuro).
- Possono presentare “un andamento a U rovesciata” (ad esempio nel caso della supervisione assente o carente ma anche una supervisione eccessiva possono addirittura configurarsi come fattori di rischio).
- Possono essere considerati secondo il “parametro della presenza – assenza” (ad esempio partecipare a un gruppo parrocchiale protegge l’adolescente dalla messa in atto di condotte rischiose ma il non frequentare tale gruppo non si configura di per sé come fattore di rischio).
- Possono agire in diversi modi: diminuendo la probabilità che il soggetto incorra in condotte rischiose; mitigando in modo diretto o indiretto gli effetti del rischio sul comportamento e sullo sviluppo; eliminando il legame che intercorre tra rischio e disagio.
I fattori di protezione non necessariamente allontanano un bambino dal suo ambiente pericoloso ma lo aiuteranno a far fronte alle sfide della vita proteggendolo dal rischio di incorrere in forme di disagio. I fattori di protezione sono parte integrante della resilienza degli individui. Con il termine di “resilienza” si fa riferimento: “a tutti quei casi di persone che, nonostante il profilo di rischio, sono in grado di far fronte alle avversità e di raggiungere un adeguato livello di sviluppo e di adattamento, ovvero: “alla capacità dell’individuo di flessibilità, di adattamento, di resistenza alle avversità, all’ansia e allo stress”.
Il concetto di resilienza costringe a considerare lo studio del rischio in un’ottica diversa. Infatti:
- Un’analisi che si pone come obiettivo quello di prendere in considerazione non solo i fattori di rischio ma il prendere in considerazione le potenzialità individuali, le quali possono svolgere un ruolo rilevante.
- Alcuni fattori di rischio, seppur ben individuabili, non sono altrettanto ben eliminabili (es., perché appartengono al passato della persona e pertanto risultano immutabili).
Quali sono i principali fattori di protezione in adolescenza?
I 4 principali ambiti caratterizzati da fattori di protezione, così come di rischio, sono:
- Fattori di protezione personali: ovvero le life skills; i valori, (come l’importanza attribuita all’esperienza scolastica, alla salute, alla religione); la disapprovazione dei comportamenti devianti; le attese di successo; le conoscenze specifiche relative alla dannosità dei comportamenti a rischio.
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Fattori di protezione legati alla famiglia: la famiglia è il punto di riferimento primario per gli adolescenti più giovani. Si presenta come fattore protettivo forte, sia direttamente (mediante i modelli positivi di adulto che essa propone), sia indirettamente (attraverso lo stilo educativo messo in atto dai genitori). Ci sono 2 fattori chiave del funzionamento familiare che risultano importanti fattori di protezione e sono alla base dei diversi stili educativi:
- Sostegno e apertura al dialogo;
- Severità delle regole preposte principalmente al controllo. Gli stili educativi permissivi-inesistenti (dove il sostegno, il dialogo, il controllo e la supervisione sono molto carenti) rendono particolarmente difficile all’adolescente crescere come persona responsabile e autonoma. Per questo lo stile più protettivo è quello autorevole: caratterizzato da un’adeguata severità delle regole e da una costante disponibilità e apertura al dialogo.
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Fattori di protezione legati alla comunità: la comunità può agire a più livelli, per es. modificando gli atteggiamenti e i messaggi rivolti agli adolescenti:
- Ridurre i messaggi che spingono il ragazzo verso un’anticipazione dello status adulto;
- Promuovere una maggiore accettazione del periodo adolescenziale.
- Sperimentazione e realizzazione di sé;
- Assunzione di responsabilità;
- Opportunità concrete e spazi fisici d’incontro (costruzione di luoghi di aggregazione giovanile). I giovani meno implicati nei comportamenti a rischio risultano essere coloro che dedicano gran parte del tempo libero non solo allo studio, alla lettura, alle attività familiari ma anche a momenti di riflessione sul sé, sulla propria vita, sul proprio futuro.
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Fattori di protezione legati alla scuola: i fattori di protezione legati alla scuola possono essere ricondotti al:
- Tipo di esperienza scolastica vissuta (soddisfazione per l’esperienza scolastica non solo in termini di risultati raggiunti ma anche delle relazioni con i compagni e gli insegnanti e successo scolastico);
- All’organizzazione scolastica (struttura, tempi e spazi predisposti in maniera efficace);
- Predisposizione e condivisione di regole ed esplicitazione di sanzioni;
- Metodi e contenuti delle attività didattiche (fornire opportunità positive per far fronte ai compiti di sviluppo attraverso le attività educative a scuola);
- Ruolo educativo dell’insegnante: non occorre operare uno stravolgimento del ruolo di insegnante ma l’insegnante può da una parte affrontare il tema dei comportamenti a rischio soprattutto in relazione al significato che essi assumono per gli adolescenti, favorendo la riflessione sulle diverse funzioni di questi comportamenti e la ricerca di quelli alternativi in grado di perseguire lo stesso obiettivo e dall’altra, il suo ruolo si esplica anche nel potenziamento delle abilità cognitive, sociali e comunicative dei ragazzi che sono implicate nello svolgimento delle attività scolastiche.
Che cosa sono le life skills?
Tra i fattori di protezione più efficaci l’OMS ha individuato le “life skills”. Il termine life skills che letteralmente significa “competenze vitali” fa riferimento a: “una serie di abilità di carattere cognitivo, sociale, emotivo e relazionale, che consentono di affrontare al meglio le esigenze e i cambiamenti che la vita quotidiana presenta”. Il potenziamento delle life skills si rivela di fondamentale importanza in adolescenza, in quanto si collocano come strumenti indispensabili per affrontare e risolvere al meglio i compiti di sviluppo caratteristici di questo periodo.
L’OMS ha individuato una serie precisa di life skills di cui è indispensabile tenere conto nella programmazione di interventi mirati alla promozione del benessere di bambini e adolescenti, indipendentemente dal contesto in cui vivono:
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Decision making = si tratta della “capacità di prendere decisioni in modo consapevole e costruttivo, considerando in modo attento le diverse opportunità e le possibili conseguenze che ogni scelta implica”. Nel momento in cui si deve prendere una decisione è possibile seguire diversi percorsi:
- Agire d’impulso, rimandare la decisione, astenersi dal decidere, subire passivamente la decisione presa da altri;
- Decidere in modo autonomo dopo aver valutato vantaggi e svantaggi di una scelta. Questa è la decisione migliore ma non sempre è la più semplice perché i pro e i contro sono legati ad aspetti personali che rientrano nell’ambito emotivo e motivazionale. L’individuo infatti compie delle scelte e pianifica le proprie azioni tenendo conto del valore che rivestono per lui determinate mete e costruendo gerarchie di priorità tra esse.
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