Educazione e istruzione
Cap. XI del testo: A. Bagnasco, M. Barbagli, A. Cavalli, Elementi di Sociologia, Bologna, Il Mulino, 2004.
Ogni società educa gli individui che entrano a farvi parte, trasmettendo loro le proprie idee e il proprio patrimonio culturale. Questo capitolo si occupa dei diversi modi in cui valori, norme, conoscenze e linguaggi vengono trasmessi e appresi all’interno dei sistemi scolastici, analizzando le teorie e i fatti dell’istruzione da un punto di vista macro e microsociologico.
L’educazione è l’azione esercitata dalle generazioni adulte su quelle che non sono ancora mature per la vita sociale. Essa ha lo scopo di suscitare e di sviluppare nel bambino un certo numero di stati fisici e morali che richiedono da lui sia la società politica nel suo insieme che il settore particolare al quale egli è specificamente destinato [Durkheim 1922, trad. it. 1972].
L’educazione è infatti una e molteplice. Molteplice perché ve ne sono tanti tipi quanti sono gli strati in cui si articola una società. In India, ad esempio, essa variava considerevolmente da una casta all’altra e la formazione di un Brahamano era assai lontana da quella di un Ahir, di un bovaro. Nella società di antico regime, vi era una grande differenza fra l’educazione che riceveva un nobile e quella di un artigiano. Ma anche oggi, in tutti i paesi occidentali, la formazione di un imprenditore, di un medico o di un avvocato è diversa da quella di un operaio o di un contadino. L’educazione tuttavia è anche una, perché tutti questi diversi tipi di formazione poggiano sempre su una base comune. Ogni società, ogni paese, ha un patrimonio di idee, di valori, di conoscenze, che cerca di trasmettere a tutti coloro che vi entrano, qualunque sia la casta, il ceto o la classe a cui appartengono.
Come scriveva Durkheim [ibidem]: se ogni casta, ogni famiglia ha i propri dei particolari, ci sono però delle divinità che sono riconosciute da tutti e che tutti i bambini imparano ad adorare. E siccome queste divinità incarnano e personificano certi sentimenti, certe maniere di concepire il mondo e la vita, non si può essere iniziati al loro culto senza contrarre, contemporaneamente, tutti i tipi di abitudini mentali che vanno al di là della sfera di vita propriamente religiosa. Così definito, il concetto di educazione si identifica con quello di socializzazione. Noi qui però ci occuperemo di come la trasmissione e l’apprendimento di valori, norme, conoscenze, capacità, linguaggi, avvenga nei sistemi scolastici.
Cultura orale e cultura scritta
Nella trasmissione del patrimonio culturale si possono distinguere tre elementi.
- In primo luogo, ogni generazione lascia alla successiva la cultura materiale della società in cui è vissuta, l’insieme di strumenti e di oggetti che ha a sua volta ereditato o che ha prodotto: zappe ed aratri, frese ed automobili, strade, ponti e case.
- In secondo luogo, ogni generazione trasmette alla seguente i modi di agire standardizzati, che possono essere comunicati anche senza mezzi verbali: il modo per accendere il fuoco, per cuocere il cibo, coltivare la terra, trattare i bambini e gli anziani.
- In terzo luogo, da una generazione all’altra passano le conoscenze e i valori che possono essere trasmessi solo attraverso le parole, per via orale o scritta.
Per più del 99% della loro storia, gli esseri umani hanno vissuto in culture solo orali, nelle quali l’educazione ha avuto luogo, in famiglia o sul lavoro, con contatti faccia a faccia, con una lunga serie di conversazioni. Le pitture nelle caverne e le incisioni sulle rocce ritrovate dagli archeologi mostrano che nella preistoria gli esseri umani iniziarono ad esprimersi in forma grafica con segni che avrebbero in seguito condotto a diversi tipi di ideogrammi, cioè di simboli rappresentanti un’immagine o un’idea. Ma questo sistema era poco adatto per la comunicazione, perché permetteva di dire solo poche cose usando molti segni. Nel quarto millennio a.C. si svilupparono forme più avanzate di scrittura, con i logogrammi, cioè con segni grafici che indicavano una parola. Un passo avanti decisivo fu fatto però con l’introduzione del principio fonetico, che prevedeva che ciascun suono fosse espresso con un segno grafico. Fu tuttavia solo dal 650 al 550 a.C. che, nelle città stato della Grecia, venne creato il primo sistema completo di scrittura alfabetica, che esprimeva i singoli suoni linguistici con segni vocalici e consonantici, e che di qui si diffuse in seguito in tutto il mondo.
Fra l’introduzione della scrittura e la sua diffusione generale è trascorso un lunghissimo periodo di tempo: più di un millennio. A lungo, anche coloro che la conoscevano usarono la scrittura solo come un ausilio alla memoria e continuarono a servirsi esclusivamente della comunicazione orale. Inoltre, un’alta quota della popolazione è rimasta per molti secoli analfabeta. Da quanto ne sappiamo, il processo di alfabetizzazione fece grandi passi avanti ad Atene e a Roma. Ma la quota di persone che sapevano leggere e scrivere diminuì nei secoli successivi, almeno fino al Mille. Periodi di ristagno si alternarono in seguito a periodi di ripresa nella diffusione della scrittura. L’invenzione della stampa a caratteri mobili, che avvenne alla metà del Quattrocento, segnò senza dubbio una svolta in questa lunga storia, perché fece diminuire drasticamente i costi di produzione dei libri, rendendo il loro acquisto accessibile ad un numero sempre maggiore di persone.
Secondo molti studiosi, il passaggio dalla cultura orale a quella scritta ha avuto conseguenze di grande portata. Ha dato maggiore importanza all’occhio (una modalità sensoriale altamente spazializzante) e minore all’orecchio. Ha rafforzato la sfera privata, l’introspezione, il distacco. Ha fatto nascere l’individualismo. Ha favorito lo sviluppo del pensiero logico-empirico e della scienza. Ha provocato un mutamento nell’atteggiamento verso il passato, facendo emergere la distinzione fra mito e storia, perché la scrittura permette di conservare un numero illimitato di documenti e di «mettere l’uno accanto all’altro le varie descrizioni dell’universo o del panteone quindi di percepire le contraddizioni fra esse esistenti» [Goody 1977, trad. it. 1990, 24]. Ha favorito, almeno nella Grecia antica, lo sviluppo della democrazia politica, facendo sì che la maggioranza dei cittadini fosse in grado di leggere le leggi e di prendere parte alla loro approvazione. Ha reso possibile lo sviluppo della burocrazia moderna, che è basata non solo su regole scritte e sull’esistenza di archivi, ma anche su metodi di reclutamento spersonalizzati.
È difficile dire fino a che punto tutto questo sia vero. Quello che è certo è che il passaggio dalla cultura orale a quella scritta è stato accompagnato dalla nascita e dallo sviluppo della scuola. Fino a quando il patrimonio culturale è stato trasmesso esclusivamente con rapporti faccia a faccia e con conversazioni, la socializzazione è avvenuta all’interno della famiglia e del gruppo dei pari. I genitori o altri adulti insegnavano ai bambini a memorizzare storie, canti, ballate. Quando invece si è cominciato a servirsi della scrittura come mezzo di comunicazione, una parte crescente dell’educazione ha avuto luogo nella scuola (anche se, come vedremo più avanti, in casi eccezionali è ai genitori che le autorità politiche e religiose hanno assegnato il compito di insegnare a leggere ai giovani). Fu infatti nel V secolo a.C., dopo la creazione del primo sistema di scrittura alfabetica, che in Grecia nacque la scuola elementare, dove si insegnava a leggere, a scrivere e a fare di conto e che i bambini iniziavano a frequentare a sette anni. Imitando il maestro, essi imparavano a scrivere le lettere sulla sabbia, su tavolette di cera e poi sul papiro. Questo modello fu ripreso da Roma dove le scuole elementari ebbero un forte sviluppo nel II e nel I secolo a.C.
Pur avvicinando alla nuova forma di comunicazione scritta tutti o quasi tutti, la scuola ha creato nuove disuguaglianze e divisioni fra i vari gradi di alfabetizzazione. Come ha scritto l’antropologa americana Margaret Mead, «l’educazione primitiva era un processo che manteneva una continuità tra genitori e figli [...] L’educazione moderna sottolinea invece il ruolo della funzione educativa nel creare discontinuità: nel rendere alfabeta il figlio dell’analfabeta» [cit. in Goody e Watt 1962-1963, trad. it. 1973, 389].
Teorie sull'istruzione
Le principali teorie riguardo all’educazione e ai sistemi scolastici sono le stesse tre che abbiamo visto nel cap. I parlando della stratificazione sociale:
- Funzionalista,
- Marxista,
- Weberiana.
In generale, la teoria funzionalista considera la società come un sistema di parti interdipendenti, che compiono determinate funzioni utili o necessarie alla sopravvivenza dell’intero sistema. Le funzioni svolte dall’istruzione sono la socializzazione, il controllo sociale, la selezione e allocazione degli individui nelle varie occupazioni, l’assimilazione degli immigrati nella società di arrivo. La teoria marxista e quella weberiana mettono invece l’accento sul conflitto e considerano l’istruzione come un’arma nelle lotte per il dominio. Per la teoria marxista, quest’arma è di solito nelle mani della classe dei proprietari dei mezzi di produzione, che se ne servono per mantenere l’ordine sociale esistente. Per la teoria weberiana, l’istruzione è al centro di una lotta che ha luogo fra classi, ceti e gruppi di potere.
Se questi sono i principi generali delle tre teorie, vediamo come esse spiegano la forte espansione dell’istruzione che ha avuto luogo nell’ultimo secolo in tutto il mondo.
La teoria funzionalista
Per spiegare lo sviluppo dell’istruzione che vi è stato nella società moderna, i sociologi di impostazione funzionalista, hanno applicato alla scuola la più generale teoria della stratificazione sociale. Secondo i funzionalisti, l’espansione dell’istruzione sarebbe una conseguenza della modernizzazione e della crescente differenziazione istituzionale, un effetto della tendenza della società a diventare più complessa, ad articolarsi in un gran numero di ruoli, alcuni dei quali richiedono «capitale umano strategico», cioè personale altamente qualificato in grado di svolgere le «occupazioni strategiche della società moderna»: imprenditori, manager, scienziati, ingegneri, medici, architetti, insegnanti. Più analiticamente, questa teoria può essere articolata nelle seguenti proposizioni:
- Il livello di qualificazione richiesto dalle occupazioni della società industriale cresce costantemente attraverso due diversi processi: a1) vi è in primo luogo una tendenza all’aumento della percentuale dei posti di lavoro che richiedono un alto livello di qualificazione e una tendenza parallela alla diminuzione di quelli che ne richiedono uno basso; a2) vi è in secondo luogo una tendenza degli stessi posti di lavoro a un costante innalzamento del livello di qualificazione richiesto.
- È l’istruzione fornita dalle istituzioni scolastiche che provvede il livello di qualificazione richiesto. Ciò significa che: b1) l’istruzione rende la forza lavoro più produttiva; b2) essa viene fornita non da molte, ma da un’unica istituzione specializzata: la scuola.
- Ne consegue che man mano che il livello di qualificazione richiesto dalle occupazioni nella società industriale cresce, aumenta la percentuale della popolazione che deve passare attraverso le istituzioni scolastiche, così come aumenta la durata del periodo che questa deve trascorrere in esse.
La teoria marxista
Del tutto diversa è la spiegazione fornita dagli studiosi che si richiamano al marxismo. Per la verità, Karl Marx si era occupato ben poco dei problemi della scuola. Ma, a partire dagli anni settanta del nostro secolo, alcuni filosofi, sociologi ed economisti hanno elaborato una teoria dell’istruzione sviluppando alcune idee di Marx. A differenza dei funzionalisti, questi studiosi marxisti pensano che, per capire come sono nati, come operano e perché possono cambiare i sistemi scolastici moderni è necessario guardare non ai «bisogni» del sistema sociale o alla domanda di qualificazione proveniente dall’economia, ma ai rapporti di produzione e alla lotta fra le classi sociali. Inoltre, a differenza dei funzionalisti, che considerano la scuola come un canale di mobilità sociale, i marxisti ritengono che essa serva a perpetuare le disuguaglianze esistenti fra le classi.
Secondo il filosofo francese Louis Althusser, nella società capitalistica la riproduzione dei rapporti di produzione viene assicurata dall’esercizio del potere di stato negli apparati di stato. Vi sono tuttavia due tipi diversi di apparati di stato: gli apparati repressivi e quelli ideologici. Dei primi fanno parte il governo, l’amministrazione, l’esercito, la polizia, i tribunali; dei secondi la Chiesa, la famiglia, la scuola, i mezzi di comunicazione di massa. I primi appartengono alla sfera pubblica, i secondi a quella privata. I primi funzionano con la violenza, i secondi con l’ideologia. Un tempo, l’apparato ideologico dominante era la Chiesa, che svolgeva non solo le funzioni religiose, ma anche quelle educative. Oggi l’apparato ideologico più importante è diventato la scuola. Alla sua influenza sono sottoposti i bambini di tutte le classi sociali, proprio nel periodo della vita in cui sono più vulnerabili. Il compito della scuola non è tanto di trasmettere competenze tecniche, quanto piuttosto di inculcare in ciascun ragazzo l’ideologia adatta al ruolo che dovrà svolgere da adulto nella società. Stando così le cose, la scuola è sempre più «non soltanto la posta, ma anche il luogo della lotta di classe».
Gli economisti neomarxisti americani Samuel Bowles e Herbert Gintis [1976] hanno sostenuto che il sistema scolastico serve a perpetuare e a riprodurre il sistema capitalistico. Lo fa in due diversi modi. Innanzitutto, promuovendo la credenza (tipica dell’ideologia meritocratica, ma priva – secondo loro – di fondamento obiettivo) che il successo economico sia determinato dal merito individuale e non dalle condizioni di partenza.
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