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come vi sono vissuto i nostri padri e le nostre madri e come vi vivranno i nostri figli, le nostre figlie

e i nostri nipoti. Non necessariamente dobbiamo infondere nell’educazione valori competitivi, non

dobbiamo insegnare a vincere, ma almeno a non soccombere. Ed è a questo proposito che assume

rilievo la cultura delle regole, come tutela dei diritti ad una competizione leale, in cui a ciascuno

siano riconosciuti i propri meriti. Nella nostra lingua (ma anche in altre) non vi è una parola

specifica corrispondente all’inglese fair e fairness che indica un misto di correttezza e lealtà. Nella

cultura italiana (e quindi anche, ma in misura ancora più accentuata, nella scuola) vi è ambivalenza,

se non proprio rifiuto, nei confronti del valore della competizione. Competitività e solidarietà sono

intesi come valori antagonisti, dove prevale l’uno soccombe l’altro. Questa contrapposizione deve

essere superata. E non solo perché in molti casi, e non solo nello sport, bisogna essere solidali (“fare

squadra”) per poter meglio competere, anzi, la solidarietà si rafforza quando bisogna unire le forze

per meglio fronteggiare l’avversario, ma anche perché è necessario distinguere tra ambiti dove è

legittima la competizione e ambiti dove deve prevale la solidarietà. Vediamo qualche esempio.

5. Quando cooperare e quando competere

E’ noto che spesso è più facile imparare dai propri pari che non dagli insegnanti. La relazione

tra pari è per definizione più simmetrica, sgombra dai timori reverenziali che talvolta si

accompagnano alla presenza di figure dotate di autorità, la comunicazione riesce più facile. Del

resto, le pratiche del lavoro di gruppo, tra cui ad esempio il cooperative learning, si fondano su

questo assunto empiricamente fondato. E’ noto anche che in ogni classe, e per ogni materia, c’è

qualcuno che è più bravo degli altri. Il valore della solidarietà dovrebbe indurre i più bravi ad

aiutare i meno bravi. Non succede spesso. I più bravi non sono quasi mai i più amati perché la loro

superiorità li fa diventare tendenzialmente superbi e l’atteggiamento degli insegnanti nei loro

confronti spesso alimenta questa tendenza. Talvolta può succedere addirittura che i “primi della

classe” finiscano per essere isolati, se non altro per l’invidia che si sviluppa nei loro confronti. Non

sono tanto modelli da emulare quanto personaggi da evitare. Il dovere della solidarietà verso i più

deboli dovrebbe venire positivamente incoraggiato e anche i “primi della classe” trarrebbero

qualche beneficio da un po’ di umiltà in più.

La solidarietà, invece, diventa un dovere in una situazione specifica: durante i compiti in classe

e le prove d’esame. Nella cultura della scuola italiana “copiare” è un diritto dei più deboli e “far

copiare” un dovere dei più bravi. Un esempio eloquente di solidarietà malposta. Molti insegnanti

“chiudono un occhio” (o anche tutti e due) di fronte alla copiatura per un insieme di ragioni: primo,

perché è probabile che lo abbiano fatto anche loro quando erano studenti; secondo, perché sotto

sotto apprezzano la copiature come un atto di solidarietà tra compagni; terzo, per “quieto vivere”,

richiamare chi viola una norma e emettere delle sanzioni comporta sempre un impiego di tempo, di

energie e la possibilità di rimostranze da parte dei colpiti e delle loro famiglie (che, ovviamente,

proteggono quasi sempre i loro discendenti). “Copiare è umano” e ciò che è “umano” è sempre

accoppiato a buoni sentimenti.

6. Una questione di giustizia

La copiatura produce danni irreparabili alla coscienza civile e all’etica pubblica e non è difficile

spiegare perché. La verifica, la valutazione, il momento in cui si misurano gli apprendimenti e

quindi le prestazioni sono tra le prime occasioni nella vita di una persona in cui si incontra un

problema di giustizia distributiva. E’ inevitabile, infatti, oltre che desiderabile, che un bel voto sia

percepito come una ricompensa e un brutto voto come una punizione. I pedagogisti ripetono

pedantemente che la valutazione serve ad orientare piuttosto che a premiare o punire ed è vero che

questa non è l’unica funzione della valutazione. Non si può negare comunque l’importanza che la

valutazione sia il più possibile commisurata alle prestazioni. Il principio della “ricompensa in

funzione del merito” esprime uno dei valori di fondo su cui si basa l’intera nostra civiltà. L’idea di

“giustizia” è infatti connessa all’uguaglianza delle opportunità e quindi alla distribuzione delle

ricompense in base ai meriti. Attraverso la tolleranza della copiatura si trasmette di fatto l’idea che

i meccanismi di distribuzione delle ricompense e i loro esiti possono essere manipolati, che a essere

premiate non sono le prestazioni e le competenze, ma le capacità di manipolazione e che quindi la

“giustizia” non è cosa di questo mondo. Non solo, l’autorità dell’insegnante, che è senza dubbio

almeno in parte fondata sulla funzione di valutazione, viene percepita come vulnerabile, aggirabile,

neutralizzabile, ma comunque, in ultima istanza, ostile. La “solidarietà della classe” è salva, ma

l’idea che l’autorità possa essere “giusta” è irrimediabilmente compromessa. Infatti, c’è un solo

momento in cui il valore della solidarietà deve essere (temporaneamente) sospeso e questo

momento è la valutazione. Qui la competizione entra legittimamente in gioco in quanto si valutano

prestazioni e si distribuiscono ricompense.

Ci si lamenta dello scarso peso che nel nostro paese ha la meritocrazia nell’assegnazione delle

posizioni di potere e di responsabilità. Ebbene, la prima incrinatura del valore della meritocrazia si

ha proprio nella scuola quando si sottovaluta l’importanza della valutazione in termini di

fondazione dell’etica pubblica. Non sono sicuro che tutti gli insegnanti siano pienamente

consapevoli delle implicazioni e delle ricadute sull’etica pubblica delle pratiche di valutazione. Se i

criteri di valutazione non sono esplicitati e se la loro applicazione non è trasparente è facile che gli

alunni siano indotti a generalizzare e si facciano l’idea che l’autorità è sostanzialmente arbitraria e

che per difendersi dall’arbitrarietà è necessario adottare dei comportamenti opportunistici, oppure

contestativi.

7. Lo spazio scolastico come bene pubblico

Un buon indicatore del buon funzionamento di una scuola e di una classe è la condizione dello

spazio scolastico quando, dopo il suono della campana, gli alunni sono usciti. E’ normale,

soprattutto nella scuola primaria, che durante le attività scolastiche si crei del disordine e anche

della sporcizia: banchi spostati, fogli ritagliati, colori sui banchi. La pulizia degli spazi e il

ripristino della loro funzionalità non dovrebbe essere lasciati solo al personale di pulizia. Si

potrebbe, ad esempio, auspicare che a turno una piccola squadra sia incaricata di restare un quarto

d’ora dopo il suono della campana per ripristinare la funzionalità degli spazi, provvedendo a questo

scopo ogni aula di un minimo di attrezzature. Predicare che lo spazio della scuola è di tutti risulta

più efficace se si traduce in compiti e comportamenti concreti. Dalla scuola alla città il passo è

breve. Se si incomincia a prendersi cura della propria aula non sarà poi difficile prendersi cura degli

altri spazi pubblici e dell’ambiente in generale. Come ben insegnano i filosofi antichi, la

trasmissione dei valori passa attraverso i comportamenti esemplari piuttosto che le dichiarazioni

verbali.

8. Dai comportamenti ai principi costituzionali

Dagli esempi portati, e molti altri se ne potrebbero aggiungere, dovrebbe risultare chiaro come il

problema non sia di aggiungere l’educazione civile alle materie curricolari. I valori della

convivenza civile si apprendono per induzione dai comportamenti propri e delle persone con le

quali si interagisce e quindi tutti gli insegnanti, e anche il personale non docente, sono implicati. I

ragazzi e le ragazze imparano a fare propri i valori pubblici e le regole della convivenza, sui campi

sportivi e nelle palestre, collaborando nei giochi, aiutando i compagni a fare i compiti e durante le

prove d’esame, valutando le proprie prestazioni e i comportamenti degli insegnanti e anche tenendo

in ordine la propria aula. Alla base vi è la possibilità di aprire nella scuola spazi di discussione

civile su ciò che è corretto o scorretto fare o non fare in quali circostanze, la capacità di prendere

posizione di fronte a dilemmi e controversie, di argomentare le proprie scelte e assumersene la

responsabilità. In questa prospettiva le regole e i valori non sono qualcosa di astratto sancito in

qualche dichiarazione solenne dei diritti e nel testo della Costituzione, ma ancorati nelle pratiche

concrete della vita quotidiana.


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DETTAGLI
Esame: Sociologia
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof losito gianni.

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