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In economia un’esternalità si manifesta quando l'attività di produzione o di consumo di un soggetto

influenza, negativamente o positivamente, il benessere di un altro soggetto, senza che quest’ultimo riceva

una compensazione (nel caso di impatto negativo) o paghi un prezzo (nel caso di impatto positivo) pari al

costo o al beneficio sopportato o ricevuto. L'esternalità indica dunque l'effetto di un'attività che ricade

verso soggetti che non hanno avuto alcun ruolo decisionale nell'attività stessa. L’esternalità possono essere

prodotto o subite da imprese o da individui:

- esternalità da impresa a impresa: sono generate dall’attività produttiva sulle possibilità di

produzione di una o più imprese;

- esternalità da impresa a consumatore: questo tipo di esternalità, rilevante per il benessere degli

individui, può essere connessa o direttamente alla produzione effettuata dall’impresa o all’uso da

parte di essa di un particolare fattore produttivo, o da entrambe;

- esternalità da individuo a individuo: l’impatto derivante dall’attività di un individuo su quella di un

altro può essere di due tipi: fisico o psichico.

L’origine delle esternalità deriva dalla mancata definizione dei diritti di proprietà. Sono tuttavia disponibili

gli strumenti volti alla correzione delle esternalità.

Con le imposte. Prendiamo in considerazione un’impresa che inquina un corso d’acqua. Una prima

soluzione possibile consiste in un’imposta specifica sul prodotto dell’impresa inquinante, in modo da

correggere il prezzo. L’importo deve essere uguale al danno marginale osservato al livello di produzione

efficiente. Il gettito può servire ad indennizzare coloro i quali risultano danneggiati dall’inquinamento

rimanente, o a finanziare un impianto di depurazione. Il punto debole della soluzione introdotta con

l’imposta sta nella sua applicazione, in particolare nella difficoltà di quantificare il valore del danno

(inquinamento) connesso all’esternalità.

Con il pagamento di un sussidio. Un altro metodo è rappresentato dalla concessione di un sussidio

all’impresa inquinante affinché riduca la sua produzione. Ma all’impresa conviene ridurre la produzione e

incassare il sussidio? Occorre perciò conoscere quale sarebbe la produzione dell’impresa senza il sussidio,

ed è ovvio che l’impresa avrà interesse ad esagerare il livello di produzione prima del sussidio. Per questi

motivi la soluzione del sussidio appare operativamente poco conveniente.

Con l’attribuzione dei diritti di proprietà. Secondo il teorema di Coase la soluzione efficiente può essere

ottenuta mediante l’attribuzione del diritto di proprietà sulla risorsa utilizzata. L’attribuzione del diritto di

proprietà rende perfettamente inutile, secondo Coase, ogni altro intervento governativo. Il teorema risulta

sempre dimostrato nella teoria, ma è difficilmente applicabile alla realtà.

Con la regolamentazione. La soluzione più adottata nella pratica consiste nella regolamentazione. Si

fissano limiti massimi alla quantità di inquinamento, “standards”, che industrie e consumatori possono

produrre, pena l’applicazione di sanzione pecuniarie e legali. Industrie e privati possono attenersi ai limiti o

riducendo la propria attività o installando dispositivi che riducano l’inquinamento.

Capitolo 5. Istituzioni e processi di decisione collettiva.

La teoria delle scelte collettive. Gli individui partecipano ai processi politici con lo stesso atteggiamento e le

stesse motivazioni con le quali effettuano le scelte economiche: ovvero la ricerca razionale del proprio

interesse. Ciò però non preclude di prendere in considerazione l’interesse degli altri.

La teoria dell’interesse pubblico. Le preferenze e i comportamenti espressi nelle scelte politiche derivano

non solo dalla valutazione del proprio interesse, ma sono anche espressione del fatto che i cittadini si

sentono integrati in una comunità.

La political economy sostiene che i politici non sono necessariamente ispirati dall’interesse pubblico, ma

agiscono razionalmente agli incentivi a cui sono messi di fronte.

Teoria dell’elettore mediano. È una teoria secondo cui, in una società in cui le decisioni sono prese a

maggioranza, il risultato della consultazione elettorale tenderà a collocarsi intorno alla posizione mediana

nelle preferenze dei diversi individui. Essa presuppone che i votanti siano in numero dispari e che le

preferenze abbiano un unico massimo. Date queste ipotesi, è possibile dimostrare che il risultato finale

delle votazioni corrisponderà alle preferenze dell’elettore per il quale l’alternativa migliore si colloca in una

posizione mediana. Quest’ultimo elettore, infatti, è quello che, trovandosi sulla mediana della distribuzione

di frequenza delle preferenze della collettività, esprime una posizione con cui concorda la maggioranza

degli elettori.

Maggioranza relativa: si immagini un comitato di 12 membri, che deve scegliere fra tre opzioni: A, B e C; se

A riporta 5 voti, B ne riporta 4 e C ne riporta 3, A ha conseguito la maggioranza relativa anche se i favorevoli

ad essa (5) sono in numero inferiore agli sfavorevoli (4+3=7).

Maggioranza semplice: un'opzione consegue la maggioranza semplice se ottiene un numero di voti

superiore alla metà del numero totale di votanti.

Maggioranza assoluta: Un'opzione consegue la maggioranza assoluta se ottiene un numero di voti

superiore alla metà del numero totale degli aventi diritto al voto.

Intensità delle preferenze. È facile immaginare una situazione in cui il guadagno della maggioranza è

inferiore alla perdita della minoranza, cosicché questa sarebbe in grado di convincere la maggioranza a

votare per l’alternativa preferita. La vittoria della minoranza sarebbe efficiente secondo la teoria paretiana.

Il problema è risolvibile con l’introduzione di un voto a punteggio anziché a maggioranza. La regola del voto

a punteggio fa prevalere l’alternativa che ottiene il punteggio massimo, ma questa offre, molto di più del

voto a maggioranza, la possibilità di un comportamento strategico, in quanto gli elettori potrebbero

dichiarare in modo non sincero le proprie preferenze.

Il commercio dei voti. Con il commercio dei voti, una parte che ha scarso interesse ad un problema

promette il suo appoggio (il suo voto) ad un’altra parte molto interessata a patto che quest’ultima voti a

favore di un problema che sta a cuore alla prima. Il commercio dei voti è stato additato come causa

principale della crescita della spesa pubblica.

Downs e Schumpeter. Shumpeter sviluppa una concezione della politica con un parallelismo tra uomini

politici e imprenditori. Allo stesso modo in cui gli imprenditori mirano a massimizzare i profitti sforzandosi

di capire i gusti dei consumatori ed offrendo loro prodotti che li soddisfino, così i politici massimizzano i voti

offrendo agli elettori piattaforme politiche in grado di soddisfare i loro interessi. Downs afferma che

l’ipotesi fondamentale del nostro modello è che i partiti elaborano politiche per vincere le elezioni e non

vincono le elezioni per formulare politiche. Dovrà dunque vincerere il partito che è in grado di formare una

piattaforma capace di soddisfare le preferenze di una maggioranza di elettori.

Capitolo 7. La corruzione.

Il funzionamento del settore pubblico è reso precario ed inefficiente dai comportamenti corrotti e

opportunistici di coloro che hanno a che fare con esso. La corruzione è causa, provocata dall’esterno, di

cattivo funzionamento di un’organizzazione, pubblica e privata. Non solo la corruzione incide

negativamente sul funzionamento del settore pubblico ma produce anche effetti negativi sotto il profilo

redistributivo. Infatti, i ricchi possono trarre vantaggi dalle operazioni di corruzione pagando somme in

assoluto rilevanti, ma che rappresentano una frazione irrilevante della loro ricchezza. I poveri, per contro,

sono costretti in molti casi a pagare somme in assoluto piccole, ma che incidono fortemente sulle risorse di

cui dispongono, per ottenere servizi che dovrebbero ricevere gratuitamente secondo la legge. Essendo i

poveri deboli per definizione, essi diventano preda nei regimi corrotti delle esazioni dei funzionari disonesti.

Per questi motivi la corruzione è stata definita come un’imposta regressiva: più basso è il reddito di una

persona o di una famiglia, più elevata è l’incidenza delle somme da pagare ai corrotti. Vi sono alcune

situazioni tipiche in cui si generano i comportamenti corrotti:

- quando un bene o servizio viene ripartito con criteri diversi dalla disponibilità a pagare dei possibili

utilizzatori (in questi casi i pagamenti non legali fanno combaciare domanda e offerta);

- quando la produzione di un bene o servizio avviene a livelli insufficienti (in questi casi i pagamenti

non legali funzionano come premi di incentivazione);

- quando alcune attività sono svolte nell’illegalità (in questi casi i pagamenti non legali diventano un

permesso per lo svolgimento di attività illegali);

- quando la regolamentazione o il peso dei prelievi obbligatori sono eccessivi (in questi casi i

pagamenti non legali sono utilizzati per ridurre i costi).

Come ridurre la corruzione.

• Con la riduzione delle situazioni di monopolio. La corruzione nasce in generale dall’assenza di

concorrenza.

• Con l’aumento della probabilità di scoprire i corrotti.

• Con l’aumento delle penalità per corrotti e corruttori.

• Migliorando le remunerazioni dei funzionari pubblici.

Capitolo 9. Disuguaglianza e povertà.

Una situazione di disuguaglianza estrema nei redditi o nei livelli di consumo significa condizioni di povertà

per una frazione rilevante della popolazione. I due concetti sono strettamente collegati: la disuguaglianza fa

riferimento alla posizione relativa dei singoli individui rispetto ad una variabile; per contro, la povertà si

concentra su quegli individui le cui condizioni si trovano al di sotto di uno standard definito come essenziale

per godere di un minimo di benessere. Per definire i concetti di disuguaglianza e povertà è però necessario

precisare le variabili che si prendono in considerazione per calcolarne le dimensioni. La disuguaglianza può

essere calcolata rispetto a qualsiasi variabile interessi la vita delle persone. Le variabili comunemente usate

con riferimento alla disuguaglianza sono il reddito e la spesa per il consumo. Ma ci sono tante altre variabili

come l’istruzione, le condizioni di salute e d’accesso alle cure sanitarie, la terra a disposizione ecc.

La misurazione della disuguaglianza. Un modo molto semplice per avere un’idea della disuguaglianza della

popolazione rispetto ad una variabile, ad esempio la quantità di terra posseduta, consiste, in primo luogo,

nell’ordinare la popolazione secondo la terra posseduta, partendo da chi ne ha di meno per arrivare a chi

ne ha di più. Il secondo passo consiste nel dividere la popolazione in gruppi di pari dimensioni numerica, ad

esempio quintili, e nel calcolare, nel terzo passo, per ogni quintile la quantità di terra posseduta da coloro

che lo compongono (curva di Lorentz: asse delle ascisse percentuale cumulativa della popolazione, asse

delle ordinate percentuale cumulativa della proprietà).

La misurazione della povertà. Per misurare la povertà occorre dapprima individuare una variabile rispetto

alla quale si definisce una soglia, detta anche soglia di povertà. Gli individui che non raggiungono questa

soglia sono definiti poveri. La variabile rispetto alla quale si misura la povertà può essere di tipo monetario

o non monetario. Le due fondamentali grandezze monetarie sono il reddito e il consumo. Ma la povertà

viene in misura crescente riferita a dimensioni non monetarie, le quali permettono di ampliare il ventaglio

delle condizioni di privazione prese in considerazione. In effetti è povero non solo chi non è in grado di

alimentarsi a sufficienza, ma anche chi, perché analfabeta, non è in grado di informarsi sulle possibilità di

accedere alle cure mediche e all’istruzione. Le più importanti variabili non monetarie sono lo stato di salute,

la possibilità di accesso ai centri di salute e alle scuole e il grado di istruzione posseduto.

Povertà assoluta. Si definisce uno standard, che si ritiene essenziale perché le persone possano soddisfare

le loro necessità di base. Coloro che non raggiungono lo standard sono definiti poveri.

Povertà relativa. La povertà può essere definita anche in termini relativi. Una persona può sentirsi povera

perché il suo tenore di vita è basso in relazione al tenore di vita delle persone con le quali deve

confrontarsi. Capitolo 10. Il welfare state: le spese per la previdenza ed assistenza.

Sotto la denominazione di Welfare State (tradotto letteralmente dall’inglese stato del benessere, o anche

stato assistenziale) sono compresi tutti gli interventi del settore pubblico che migliorano il benessere delle

persone. Il Welfare State assorbe una massa considerevole di spesa pubblica che è destinata ad aumentare

in particolare per la spesa pensionistica e per quella sanitaria per effetto del crescente invecchiamento

della popolazione. Il fattore più importante è appunto l’invecchiamento della popolazione, che fa

aumentare la domanda di spesa sanitaria e per le pensioni. La spesa sociale include la spesa per le pensioni,

per la salute e per altri servizi sociali quali gli asili nido, i servizi domiciliari per gli anziani ecc. La dimensione

della spesa sociale varia fortemente da Paese a Paese. In genere è assai più elevata nei Paesi europei,

specie in quelli scandinavi, noti come “Democrazie del Benessere”. L’Italia si situa fra i Paesi ad elevata

spesa sociale.

Il Welfare State in Italia.

In Italia si tende a distinguere fra spese previdenziali e spese assistenziali. Ma è più corretto distinguere fra

interventi tramite contributi ed interventi finanziari tramite i sistemi di tassazione generale. I primi fanno

parte del sistema di sicurezza sociale mentre i secondi fanno parte del sistema di assistenza sociale. L’idea

di sicurezza sociale è che le prestazioni sono pagate dai beneficiari tramite prelievi specifici, normalmente

calcolati sul reddito da lavoro, i cosiddetti contributi sociali, o dalle assicurazioni sociali. Buona parte della

prestazioni dei sistemi di sicurezza ed assistenza sono fornite dalle assicurazioni private. Per quanto

riguarda le pensioni, quelle private sono gestite dall’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS).

L’Italia ha la concentrazione maggiore di spesa per le pensioni: 16,6% del PIL. Il nostro Paese spende molto

per gli interventi in denaro e molto poco per gli interventi che consistono in servizi.

Le ragioni dell’intervento pubblico.

I sistemi di protezione ed assistenza sociale sono lo strumento più importante per effettuare una

redistribuzione del reddito a favore delle persone e famiglie più bisognose.

Tipologia dei sistemi pensionistici.

Ci sono due tipi principali di sistemi di pensione: a capitalizzazione e a ripartizione.

- Il sistema a capitalizzazione è basato sull’accumulazione del risparmio in un fondo-

pensione nel quale sono anche versati i rendimenti provenienti dalle attività del fondo. In questo

sistema non vi è redistribuzione perché la pensione è determinata sulla base del capitale

accumulato individualmente.

- Nel sistema a ripartizione, che non prevede alcuna accumulazione di risparmio, le pensioni vengono

pagate dal reddito prodotto al momento prelevando imposte, o contributi, alla generazione di

persone che lavorano e trasferendo il ricavato alla generazione di quelli che non lavorano più,

ovvero i pensionati. I sistemi a ripartizione sono normalmente gestiti dallo Stato e si fondano su un

patto intergenerazionale: i lavoratori di oggi finanziano i pensionati di oggi nella presupposizione

che quando essi andranno in pensione saranno a loro volta finanziati dalla nuova generazione di

lavoratori che prenderà il loro posto.

- Un terzo sistema, che costituisce un’innovazione praticata recentemente in un certo numero di

Paesi fra cui il nostro, è quello contributivo. Lo schema è il seguente:

a) ogni lavoratore paga un contributo calcolato come percentuale del suo reddito;

b) i contributi accumulati sono rivalutati annualmente secondo un tasso d’interesse definito dal

governo;

c) al momento dell’andata in pensione i fondi accumulati sono trasformati in annualità di

pensione.

Tipologie delle pensioni in Italia.

Pensione di vecchiaia: spetta a coloro che hanno raggiunto l’età pensionabile e che sono iscritti ad uno

qualsiasi degli istituti previdenziali obbligatori per legge, come ad esempio l’INPS.

Pensione di anzianità: si può ottenere prima di aver compito l’età pensionabile dopo aver soddisfatto

obblighi contributivi minimi (35 anni di contributi e 57 anni di età o 39 anni di contributi

indipendentemente dall’età).

Pensione di reversibilità: viene pagata al coniuge sopravvivente con un importo pari al 60%. La reversibilità

riguarda tutti i trattamenti pensionistici di cui beneficiava il coniuge (pensione di anzianità, di guerra, di

invalidità ecc) e si accumula con quelle che il coniuge superstite percepisce.

Pensione sociale: spetta alle persone oltre i 65 anni di età prive di reddito, che non hanno versato

contributi, o che hanno versato contributi per una pensione inferiore al minimo sociale. La pensione sociale

funziona come strumento per proteggere le fasce più deboli della popolazione anziana.

Pensione di invalidità: si compone di due strumenti.

- Il primo è la pensione vera e propria e viene versata a coloro i quali hanno una condizione di

invalidità totale dal lavoro.

- Il secondo consiste in un assegno ordinario di invalidità che spetta ai lavoratori dipendenti

assicurati presso l’INPS affetti da infermità fisica o mentale che abbiano ridotto in modo

permanente la loro capacità di lavoro in attività confacenti a meno di un terzo. Tale assegno dura

tre anni ed è rinnovabile su domanda del beneficiario, che viene quindi sottoposto ad una visita

medico-legale. Capitolo 11. Le politiche di spesa per la salute e l’istruzione.

Istruzione e salute sono i settori di spesa pubblica più importanti. Le politiche che li riguardano svolgono un

ruolo essenziale nell’assicurare il benessere alle persone, per promuovere lo sviluppo e per ridurre

disuguaglianza e povertà. La salute.

La salute è una componente importante del capitale umano, in quanto le persone in salute possono

lavorare e procacciarsi un reddito. Investire in salute produce benefici a lungo termine. Tutti noi

desideriamo essere in salute, ma nessuno desidera le cure mediche, poiché avere bisogno di cure significa

non essere in salute. Non vi è dunque una domanda diretta di cure sanitarie, ma una domanda derivata: si

chiedono le cure perché si vuole essere in salute, la quale, oltre che dalle cure, dipende da una molteplicità

di elementi quali:

- lo standard di vita;

- le scelte individuali;

- l’ambiente in cui si vive.

Le cure sanitarie non sono un bene pubblico. Sono rivali e quasi sempre escludibili: presentano più

caratteristiche private che pubbliche. Ma come mai, ci si chiede, il settore pubblico deve intervenire su un

bene che ha caratteristiche soprattutto private. In primo luogo per motivi d’efficienza dovuti ad asimmetria

e carenza d’informazione. L’asimmetria d’informazione è una causa tipica di malfunzionamento dei mercati.

La cura della salute è un problema molto complesso per la quale la maggior parte delle persone non

dispone delle conoscenze tecniche per: decidere se e quando ricorrere alle cure, conoscere le

caratteristiche e le qualità di chi si offre a fornire le cure e scegliere le cure più appropriate. In secondo

luogo, l’intervento pubblico è dovuto a motivi di equità: non vi è infatti dubbio che la capacità di informarsi

non è ugualmente distribuita fra le classi sociali, in quanto i più poveri hanno ovviamente più difficoltà dei

ricchi.

Le modalità con cui il settore pubblico interviene sono cinque:

1- la fornitura d’informazioni alla popolazione e agli operatori;

2- la regolamentazione (la fissazione delle qualifiche minime che deve avere chi esercita le professioni

mediche, le informazioni che i farmaci devono fornire ai consumatori, ecc);

3- l’imposizione di obblighi. La prima imposizione operata dal settore pubblico nel campo della salute

è stato l’obbligo dell’assicurazione contro le malattie;

4- il finanziamento delle cure mediche, che può essere esteso a tutta la popolazione attraverso il

finanziamento con imposte delle spese per l’assicurazione o mediante il rimborso delle spese

mediche sostenute;

5- la produzione pubblica delle cure mediche. È il caso dell’Italia, dove tramite il servizio sanitario

nazionale sono prodotti la maggior parte dei servizi medici usati dalla popolazione.

Per quanto riguarda invece il finanziamento della spesa sanitaria, sono quattro le principali fonti:

1- i pagamenti diretti da parte degli utenti (sono contributi, in Italia i ticket, richiesti al momento

dell’ottenimento di prestazioni quali l’acquisto di medicine o l’effettuazioni di analisi);

2- i premi d’assicurazione, pagati anch’essi dagli utenti direttamente o indirettamente;

3- i contributi sociali. Sono prelievi obbligatori. In pratica si tratta di imposte con destinazione d’uso

alla sanità;

4- le imposte: le spese sanitarie sono quindi finanziate con i normali strumenti fiscali.

La sanità in Italia. Le cure sanitarie pubbliche sono prestate in Italia con un sistema organizzativo che

vede la partecipazione di due livelli di governo: il governo centrale e le Regioni. Il governo centrale

opera attraverso il Sistema Sanitario Nazionale, che elabora i principi generali e le linee guida della

politica sanitaria nazionale e fornisce la parte preponderante del finanziamento attraverso il Fondo

Sanitario Nazionale. Le linee guida sono poi applicate dalle Regioni attraverso i Sistemi Sanitari

Regionali. L’azione delle Regioni si sostanzia nella programmazione degli interventi e nella distribuzione

delle risorse finanziarie alle organizzazioni, denominate Aziende Sanitarie Locali, o Unità Sanitarie Locali

o anche Enti Ospedalieri, che provvedono alla produzione e messa a disposizione dei cittadini dei servizi

sanitari. Complessivamente la spesa per la salute assorbe, nel 2007, l’8,7% del PIL, una percentuale di

poco inferiore alla media dei Paesi industrializzati (8,9%). Abbiamo in Italia prestazioni sanitarie

complessivamente accettabili. Una dimostrazione è dato dall’elevato valore della speranza di vita alla

nascita. L’istruzione.

L’istruzione, che come la salute è un bene misto, attribuisce a chi la consuma forti ed evidenti benefici

individuali, contribuendo in modo determinante alla formazione del capitale umano. L’istruzione è

fonte di importanti esternalità. Se uno o più individui si istruiscono, non solo aumentano la loro

capacità lavorativa, ma, lavorando assieme ad altri, possono aumentare anche la capacità lavorativa di

quest’ultimi dirigendo meglio il loro lavoro. Nel settore dell’istruzione i motivi dell’intervento pubblico

sono sostanzialmente dovuti a due fattori: l’inefficienza del mercato e l’esternalità. INEFFICIENZA DEL

MERCATO: la scelta da parte degli individui se proseguire o meno gli studi comporta la disponibilità: a)

d’informazione perfetta circa i flussi di reddito futuri connessi ai diversi tipi di scolarizzazione e b)

d’informazione circa la scelta del curriculum scolastico più adatto alle attitudini individuali. I soggetti

provenienti da famiglie meno abbienti possono non avere accesso a queste informazioni, che devono

essere dunque assicurate dal settore pubblico se si vuole che il mercato funzioni efficientemente.

ESTERNALITA’: dal momento che il mercato libero non è in grado di tenere conto delle esternalità, le

persone prendono in considerazione solo i vantaggi personali e l’accesso alla scuola risulta inferiore

rispetto a quello che dovrebbe essere, per essere efficiente da un punto di vista sociale. L’intervento

pubblico si impone quindi a livello di finanziamento delle attività scolastiche.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mattiamilito di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia pubblica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Magna Graecia - Unicz o del prof Trimarchi Michele.

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