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nell’ordinare la popolazione secondo la terra posseduta, partendo da chi ne ha di meno per arrivare a chi

ne ha di più. Il secondo passo consiste nel dividere la popolazione in gruppi di pari dimensioni numerica, ad

esempio quintili, e nel calcolare, nel terzo passo, per ogni quintile la quantità di terra posseduta da coloro

che lo compongono (curva di Lorentz: asse delle ascisse percentuale cumulativa della popolazione, asse

delle ordinate percentuale cumulativa della proprietà).

La misurazione della povertà. Per misurare la povertà occorre dapprima individuare una variabile rispetto

alla quale si definisce una soglia, detta anche soglia di povertà. Gli individui che non raggiungono questa

soglia sono definiti poveri. La variabile rispetto alla quale si misura la povertà può essere di tipo monetario

o non monetario. Le due fondamentali grandezze monetarie sono il reddito e il consumo. Ma la povertà

viene in misura crescente riferita a dimensioni non monetarie, le quali permettono di ampliare il ventaglio

delle condizioni di privazione prese in considerazione. In effetti è povero non solo chi non è in grado di

alimentarsi a sufficienza, ma anche chi, perché analfabeta, non è in grado di informarsi sulle possibilità di

accedere alle cure mediche e all’istruzione. Le più importanti variabili non monetarie sono lo stato di salute,

la possibilità di accesso ai centri di salute e alle scuole e il grado di istruzione posseduto.

Povertà assoluta. Si definisce uno standard, che si ritiene essenziale perché le persone possano soddisfare

le loro necessità di base. Coloro che non raggiungono lo standard sono definiti poveri.

Povertà relativa. La povertà può essere definita anche in termini relativi. Una persona può sentirsi povera

perché il suo tenore di vita è basso in relazione al tenore di vita delle persone con le quali deve

confrontarsi. Capitolo 10. Il welfare state: le spese per la previdenza ed assistenza.

Sotto la denominazione di Welfare State (tradotto letteralmente dall’inglese stato del benessere, o anche

stato assistenziale) sono compresi tutti gli interventi del settore pubblico che migliorano il benessere delle

persone. Il Welfare State assorbe una massa considerevole di spesa pubblica che è destinata ad aumentare

in particolare per la spesa pensionistica e per quella sanitaria per effetto del crescente invecchiamento

della popolazione. Il fattore più importante è appunto l’invecchiamento della popolazione, che fa

aumentare la domanda di spesa sanitaria e per le pensioni. La spesa sociale include la spesa per le pensioni,

per la salute e per altri servizi sociali quali gli asili nido, i servizi domiciliari per gli anziani ecc. La dimensione

della spesa sociale varia fortemente da Paese a Paese. In genere è assai più elevata nei Paesi europei,

specie in quelli scandinavi, noti come “Democrazie del Benessere”. L’Italia si situa fra i Paesi ad elevata

spesa sociale.

Il Welfare State in Italia.

In Italia si tende a distinguere fra spese previdenziali e spese assistenziali. Ma è più corretto distinguere fra

interventi tramite contributi ed interventi finanziari tramite i sistemi di tassazione generale. I primi fanno

parte del sistema di sicurezza sociale mentre i secondi fanno parte del sistema di assistenza sociale. L’idea

di sicurezza sociale è che le prestazioni sono pagate dai beneficiari tramite prelievi specifici, normalmente

calcolati sul reddito da lavoro, i cosiddetti contributi sociali, o dalle assicurazioni sociali. Buona parte della

prestazioni dei sistemi di sicurezza ed assistenza sono fornite dalle assicurazioni private. Per quanto

riguarda le pensioni, quelle private sono gestite dall’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS).

L’Italia ha la concentrazione maggiore di spesa per le pensioni: 16,6% del PIL. Il nostro Paese spende molto

per gli interventi in denaro e molto poco per gli interventi che consistono in servizi.

Le ragioni dell’intervento pubblico.

I sistemi di protezione ed assistenza sociale sono lo strumento più importante per effettuare una

redistribuzione del reddito a favore delle persone e famiglie più bisognose.

Tipologia dei sistemi pensionistici.

Ci sono due tipi principali di sistemi di pensione: a capitalizzazione e a ripartizione.

- Il sistema a capitalizzazione è basato sull’accumulazione del risparmio in un fondo-

pensione nel quale sono anche versati i rendimenti provenienti dalle attività del fondo. In questo

sistema non vi è redistribuzione perché la pensione è determinata sulla base del capitale

accumulato individualmente.

- Nel sistema a ripartizione, che non prevede alcuna accumulazione di risparmio, le pensioni vengono

pagate dal reddito prodotto al momento prelevando imposte, o contributi, alla generazione di

persone che lavorano e trasferendo il ricavato alla generazione di quelli che non lavorano più,

ovvero i pensionati. I sistemi a ripartizione sono normalmente gestiti dallo Stato e si fondano su un

patto intergenerazionale: i lavoratori di oggi finanziano i pensionati di oggi nella presupposizione

che quando essi andranno in pensione saranno a loro volta finanziati dalla nuova generazione di

lavoratori che prenderà il loro posto.

- Un terzo sistema, che costituisce un’innovazione praticata recentemente in un certo numero di

Paesi fra cui il nostro, è quello contributivo. Lo schema è il seguente:

a) ogni lavoratore paga un contributo calcolato come percentuale del suo reddito;

b) i contributi accumulati sono rivalutati annualmente secondo un tasso d’interesse definito dal

governo;

c) al momento dell’andata in pensione i fondi accumulati sono trasformati in annualità di

pensione.

Tipologie delle pensioni in Italia.

Pensione di vecchiaia: spetta a coloro che hanno raggiunto l’età pensionabile e che sono iscritti ad uno

qualsiasi degli istituti previdenziali obbligatori per legge, come ad esempio l’INPS.

Pensione di anzianità: si può ottenere prima di aver compito l’età pensionabile dopo aver soddisfatto

obblighi contributivi minimi (35 anni di contributi e 57 anni di età o 39 anni di contributi

indipendentemente dall’età).

Pensione di reversibilità: viene pagata al coniuge sopravvivente con un importo pari al 60%. La reversibilità

riguarda tutti i trattamenti pensionistici di cui beneficiava il coniuge (pensione di anzianità, di guerra, di

invalidità ecc) e si accumula con quelle che il coniuge superstite percepisce.

Pensione sociale: spetta alle persone oltre i 65 anni di età prive di reddito, che non hanno versato

contributi, o che hanno versato contributi per una pensione inferiore al minimo sociale. La pensione sociale

funziona come strumento per proteggere le fasce più deboli della popolazione anziana.

Pensione di invalidità: si compone di due strumenti.

- Il primo è la pensione vera e propria e viene versata a coloro i quali hanno una condizione di

invalidità totale dal lavoro.

- Il secondo consiste in un assegno ordinario di invalidità che spetta ai lavoratori dipendenti

assicurati presso l’INPS affetti da infermità fisica o mentale che abbiano ridotto in modo

permanente la loro capacità di lavoro in attività confacenti a meno di un terzo. Tale assegno dura

tre anni ed è rinnovabile su domanda del beneficiario, che viene quindi sottoposto ad una visita

medico-legale. Capitolo 11. Le politiche di spesa per la salute e l’istruzione.

Istruzione e salute sono i settori di spesa pubblica più importanti. Le politiche che li riguardano svolgono un

ruolo essenziale nell’assicurare il benessere alle persone, per promuovere lo sviluppo e per ridurre

disuguaglianza e povertà. La salute.

La salute è una componente importante del capitale umano, in quanto le persone in salute possono

lavorare e procacciarsi un reddito. Investire in salute produce benefici a lungo termine. Tutti noi

desideriamo essere in salute, ma nessuno desidera le cure mediche, poiché avere bisogno di cure significa

non essere in salute. Non vi è dunque una domanda diretta di cure sanitarie, ma una domanda derivata: si

chiedono le cure perché si vuole essere in salute, la quale, oltre che dalle cure, dipende da una molteplicità

di elementi quali:

- lo standard di vita;

- le scelte individuali;

- l’ambiente in cui si vive.

Le cure sanitarie non sono un bene pubblico. Sono rivali e quasi sempre escludibili: presentano più

caratteristiche private che pubbliche. Ma come mai, ci si chiede, il settore pubblico deve intervenire su un

bene che ha caratteristiche soprattutto private. In primo luogo per motivi d’efficienza dovuti ad asimmetria

e carenza d’informazione. L’asimmetria d’informazione è una causa tipica di malfunzionamento dei mercati.

La cura della salute è un problema molto complesso per la quale la maggior parte delle persone non

dispone delle conoscenze tecniche per: decidere se e quando ricorrere alle cure, conoscere le

caratteristiche e le qualità di chi si offre a fornire le cure e scegliere le cure più appropriate. In secondo

luogo, l’intervento pubblico è dovuto a motivi di equità: non vi è infatti dubbio che la capacità di informarsi

non è ugualmente distribuita fra le classi sociali, in quanto i più poveri hanno ovviamente più difficoltà dei

ricchi.

Le modalità con cui il settore pubblico interviene sono cinque:

1- la fornitura d’informazioni alla popolazione e agli operatori;

2- la regolamentazione (la fissazione delle qualifiche minime che deve avere chi esercita le professioni

mediche, le informazioni che i farmaci devono fornire ai consumatori, ecc);

3- l’imposizione di obblighi. La prima imposizione operata dal settore pubblico nel campo della salute

è stato l’obbligo dell’assicurazione contro le malattie;

4- il finanziamento delle cure mediche, che può essere esteso a tutta la popolazione attraverso il

finanziamento con imposte delle spese per l’assicurazione o mediante il rimborso delle spese

mediche sostenute;

5- la produzione pubblica delle cure mediche. È il caso dell’Italia, dove tramite il servizio sanitario

nazionale sono prodotti la maggior parte dei servizi medici usati dalla popolazione.

Per quanto riguarda invece il finanziamento della spesa sanitaria, sono quattro le principali fonti:

1- i pagamenti diretti da parte degli utenti (sono contributi, in Italia i ticket, richiesti al momento

dell’ottenimento di prestazioni quali l’acquisto di medicine o l’effettuazioni di analisi);

2- i premi d’assicurazione, pagati anch’essi dagli utenti direttamente o indirettamente;

3- i contributi sociali. Sono prelievi obbligatori. In pratica si tratta di imposte con destinazione d’uso

alla sanità;

4- le imposte: le spese sanitarie sono quindi finanziate con i normali strumenti fiscali.

La sanità in Italia. Le cure sanitarie pubbliche sono prestate in Italia con un sistema organizzativo che

vede la partecipazione di due livelli di governo: il governo centrale e le Regioni. Il governo centrale

opera attraverso il Sistema Sanitario Nazionale, che elabora i principi generali e le linee guida della

politica sanitaria nazionale e fornisce la parte preponderante del finanziamento attraverso il Fondo

Sanitario Nazionale. Le linee guida sono poi applicate dalle Regioni attraverso i Sistemi Sanitari

Regionali. L’azione delle Regioni si sostanzia nella programmazione degli interventi e nella distribuzione

delle risorse finanziarie alle organizzazioni, denominate Aziende Sanitarie Locali, o Unità Sanitarie Locali

o anche Enti Ospedalieri, che provvedono alla produzione e messa a disposizione dei cittadini dei servizi

sanitari. Complessivamente la spesa per la salute assorbe, nel 2007, l’8,7% del PIL, una percentuale di

poco inferiore alla media dei Paesi industrializzati (8,9%). Abbiamo in Italia prestazioni sanitarie

complessivamente accettabili. Una dimostrazione è dato dall’elevato valore della speranza di vita alla

nascita. L’istruzione.

L’istruzione, che come la salute è un bene misto, attribuisce a chi la consuma forti ed evidenti benefici

individuali, contribuendo in modo determinante alla formazione del capitale umano. L’istruzione è

fonte di importanti esternalità. Se uno o più individui si istruiscono, non solo aumentano la loro

capacità lavorativa, ma, lavorando assieme ad altri, possono aumentare anche la capacità lavorativa di

quest’ultimi dirigendo meglio il loro lavoro. Nel settore dell’istruzione i motivi dell’intervento pubblico

sono sostanzialmente dovuti a due fattori: l’inefficienza del mercato e l’esternalità. INEFFICIENZA DEL

MERCATO: la scelta da parte degli individui se proseguire o meno gli studi comporta la disponibilità: a)

d’informazione perfetta circa i flussi di reddito futuri connessi ai diversi tipi di scolarizzazione e b)

d’informazione circa la scelta del curriculum scolastico più adatto alle attitudini individuali. I soggetti

provenienti da famiglie meno abbienti possono non avere accesso a queste informazioni, che devono

essere dunque assicurate dal settore pubblico se si vuole che il mercato funzioni efficientemente.

ESTERNALITA’: dal momento che il mercato libero non è in grado di tenere conto delle esternalità, le

persone prendono in considerazione solo i vantaggi personali e l’accesso alla scuola risulta inferiore

rispetto a quello che dovrebbe essere, per essere efficiente da un punto di vista sociale. L’intervento

pubblico si impone quindi a livello di finanziamento delle attività scolastiche.

Sono tre le modalità principali di intervento:

1- la produzione diretta del servizio da parte del settore pubblico a condizione di quasi totale gratuità

per tutti gli utenti;

2- la sovvenzione delle scuole private, che si combina con un sistema di produzione diretta, il sistema

scolastico pubblico. Quando questo ha difficoltà a coprire tutta la domanda esistente l’erogazione

di sovvenzioni diviene una politica praticabile;

3- il sovvenzionamento delle spese per l’istruzione sostenute dalle famiglie. L’economista statunitense

Milton Friedman propose di sostituire l’intervento pubblico diretto con un sistema di buoni

distribuiti alle famiglie, le quali potranno spenderli presso le scuole più gradite. Tale sistema

consiste in pratica nella sostituzione nel settore della scuola dello stato con il mercato.

La politica d’uguaglianza operata tramite l’intervento pubblico nell’istruzione ha due componenti:

1- il confronto fra il valore del servizio ricevuto e il prezzo che è fatto pagare sotto forma di tasse

specifiche e imposte generali;

2- il processo di eguagliazione delle condizioni di reddito e di ricchezza che l’istruzione è in grado di

operare tramite la formazione del capitale umano. Tale processo può operare quando siano

assicurate a tutti le stesse possibilità di accesso ai livelli superiori dell’istruzione, perché è in

riferimento ad essi che si realizzano le maggiori disuguaglianze nella distribuzione dei redditi.

L’istruzione in Italia. Il nostro Paese spende per l’istruzione pubblica la stessa quota di prodotto nazionale

degli altri principali paesi europei. Si riscontrano però rilevanti problemi nell’utilizzo di questa spesa, dato

che i risultati raggiunti sono lontani dall’essere soddisfacenti, sia in termini di accesso che di risultati

raggiunti. Iniziamo con l’osservazione della scolarità. Essendo l’istruzione obbligatoria fino alla scuola media

inferiore, ciò che è importante osservare, per comprendere la situazione in Italia, è l’accesso alla scuola

superiore. I risultati sono clamorosi. Solo il 51% degli studenti italiani accede alla scuola superiore, contro

una media assai più elevata sia dei Paesi OCSE sia dei Paesi dell’Unione Europea. Ad una parte troppo

elevata della popolazione è dunque negata, o essa stessa si nega, l’opportunità di accrescere il proprio

capitale umano e di migliorare le prospettive economiche. In secondo luogo, vediamo che i test di PISA

(Programma per la valutazione internazionale dell’allievo), un indagine internazionale promossa dall’OCSE

nata con lo scopo di valutare con periodicità triennale il livello di istruzione degli adolescenti dei principali

Paesi industrializzati, hanno portato a risultati deludenti per gli studenti italiani, risultati nettamente

inferiori rispetto alla media degli altri Paesi OCSE.

Capitolo 13. Il sistema tributario italiano.

Legge di perequazione tributaria (1951): la legge più significativa della riforma del sistema tributario

italiano fu la legge 11 gennaio 1951, che passò alla storia con il nome di “perequazione tributaria”.

Perequare significava far pagare di più a chi poteva pagare di più per sgravare i meno abbienti. I cardini

della legge erano: l’introduzione della dichiarazione annuale unica dei redditi; l’abbassamento delle

aliquote e l’innalzamento dei minimi imponibili; la possibilità che veniva offerta ai contribuenti morosi di

condonare il passato senza oneri eccessivi. L’obiettivo era quello di aumentare il gettito delle imposte

dirette facendo emergere gli evasori totali che con la nuova legge erano costretti a dichiarare gli incrementi

del proprio reddito anno per anno.

La riforma tributaria (1971): i fini della riforma tributaria del 1971 consistettero nel raggiungimento di una

maggiore equità, da un lato, e di una maggiore efficienza, dall’altro. L’equità presupponeva la riduzione

dell’evasione. Di qui l’esigenza di aumentare l’efficienza dell’amministrazione, attraverso l’adozione di

tecniche aggiornate come l’anagrafe fiscale, consistente in un casellario generale gestito elettronicamente,

di tutti gli atti rilevanti ai fini fiscali dei contribuenti. Le principali modifiche introdotte dalla riforma furono:

a) il raggruppamento della miriade di imposte esistenti in pochi grandi tributi e b) l’abolizione

dell’autonomia tributaria degli enti locali. Dopo la riforma del 1971 i principali mutamenti avvenuti sono

rappresentati dalla ricostruzione dell’autonomia tributaria locale e regionale mediante la creazione

dell’Imposta Comunale sugli immobili (ICI) e dell’Imposta Regionale sulle Attività Produttive (IRAP).

Guardando all’evoluzione della struttura del sistema tributario italiano, il dato significativo che emerge è

costituito dalla dinamica della pressione fiscale, definita come il rapporto tra entrate tributarie e contributi

sociali e il prodotto nazionale. La struttura del sistema tributario italiano è ampliamente in linea con quella

degli altri Paesi industrializzati. La principale differenza risiede nel minor ruolo svolto dalle imposte generali

sulle vendite, in sostanza l’imposta sul valore aggiunto (IVA). Nonostante l’Italia abbia le stesse aliquote

della maggior parte degli altri Paesi, il gettito IVA è sostanzialmente minore, per effetto, come purtroppo

sappiamo, dell’evasione. L’evasione in Italia è elevata anche per molti altri tributi, ma raggiunge l’apice con

l’IVA.

Le componenti essenziali del sistema tributario italiano sono: l’imposta sul reddito delle persone fisiche

(IRPEF); l’imposta sul reddito delle persone giuridiche (IRPEG), che dal 2004 è stata sostituita dall’imposta

sul reddito delle società (IRES); l’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) e l’imposta comunale

sugli immobili (ICI). Ci sono poi le imposte indirette che comprendono l’IVA, le accise, le imposte sui

trasferimenti e una miriade di imposte minori.

IRPEF: è un’imposta diretta, personale, progressiva e generale. La base imponibile di tale imposta è formata

dai redditi da lavoro autonomo, lavoro dipendente, redditi fondiari, di capitale, di impresa ecc. Per arrivare

alla determinazione dell’imposta da pagare sono necessarie diverse operazioni. La prima è la

determinazione del reddito imponibile che viene effettuata sottraendo dal reddito complessivo gli oneri

deducibili. La seconda operazione è la determinazione dell’imposta lorda, che viene effettuata applicando

al reddito imponibile le varie aliquote. La terza operazione consiste nella determinazione dell’imposta

netta, che viene effettuata diminuendo l’imposta lorda di tutte le detrazioni riconosciute. Le più importanti

sono quelle relative ai familiari a carico e al reddito di lavoro, oltre che ad una miriade di spese quali: spese

mediche, spese funebri, interessi passivi, erogazioni liberali a favore dello Stato o di altri enti pubblici,

organizzazioni senza fini di lucro, ecc. I contribuenti con reddito minimo sono ovviamente esenti

dall’imposta. Infine, è importante ricordare che all’imposta dovuta allo Stato si aggiungono le addizionali

dovute alle Regioni e ai Comuni. Per calcolare gli importi da versare occorre applicare al reddito imponibile

l’aliquota fissata dalla Regione e dal Comune di residenza. L’aliquota dell’addizionale regionale è stabilita

nella misura dello 0,9%, anche se le Regioni possono elevarla fino all’1,4%. Mentre l’aliquota addizionale

comunale può raggiungere al massimo lo 0,8%.

IRES: la cui aliquota è del 27,5%, ha lo schema classico dell’imposta sui profitti. La base imponibile è il

reddito d’impresa, cioè l’utile risultante dal conto economico, ma corretto secondo le disposizioni fiscali.

Cioè il fisco non riconosce ai fini dell’imposta i molti criteri adottati dalle società per la determinazione del

loro utile. La base imponibile, B, è così determinata:

B = R – L – M – IP – A + ΔA + ΔW

dove: R sono i ricavi; L le spese per i salari; M le spese per acquisti di beni e servizi; IP gli interessi passivi; A

gli ammortamenti; ΔA le variazioni delle scorte sia di profitti che di materie prime; ΔW le plusvalenze

patrimoniali.

IRAP: è la fonte di entrata più rilevante per le Regioni. Si tratta di un’imposta sul valore aggiunto di tipo

diretto, congegnata in modo che siano le imprese a sopportare l’onere e non i consumatori. La base

imponibile, che viene costruita dai dati del conti economici delle imprese, è costituita dal valore aggiunto

delle imprese al netto degli ammortamenti. L’aliquota di base per il settore privato è del 3,9%, mentre nella

pubblica amministrazione è pari all’8,5%.

ICI: introdotta nel 1993 in condominio fra Stato e Comuni, dal 1994 è diventata un tributo integralmente

comunale. Si tratta di un’imposta patrimoniale che si applica ai valori degli immobili determinati

catastalmente, e ha un’aliquota compresa fra il 4 e il 7 per mille che viene decisa dai Comuni. A partir dal

2007 il ruolo dell’ICI è stato fortemente ridimensionato con la riduzione, dapprima ad opera del governo

Prodi di centro-sinitra, e poi con l’abolizione totale ad opera del governo Berlusconi di centro-destra dell’ICI

gravante sulla prima casa.

IVA: è l’imposta applicata sul valore aggiunto di ogni fase della produzione e scambio di beni e servizi.

L’aliquota si applica sull’intero valore del bene, ma il venditore ha diritto a detrarre l’imposta pagata sugli

acquisti intermedi e d’investimento. L’imposta da versare è quindi pari alla differenza tra l’imposta

incassata sulle vendite, V, e quella pagata sugli acquisti, A: T = tV – tA.

Accisa: s’intende un’imposta sulla fabbricazione e vendita di singoli prodotti di consumo. È un tributo

indiretto che colpisce singole produzioni e singoli consumi. In Italia le accise più importanti sono quelle

relative ai prodotti energetici, all’energia elettrica, agli alcolici e ai tabacchi. L’accisa concorre a formare il

valore dei prodotti. Ciò vuol dire che l’IVA sui prodotti soggetti ad accisa grava anche sulla stessa accisa. Nel

caso dell’accisa sui carburanti vi è anche un’accisa regionale, cioè le Regioni hanno diritto ad applicare una

loro propria aliquota che si aggiunge a quella dello Stato. Anche nel caso dell’energia elettrica vi sono due

addizionali, comunale e provinciale, che si aggiungono all’accisa statale.

Capitolo 14. Decentralizzazione e struttura territoriale del governo.

Una dimensione fondamentale del settore pubblico è quella territoriale. Affinché i cittadini possano

accedere ai servizi pubblici, questi devono essere forniti da enti/uffici/agenzie distribuiti sul territorio.

Questi enti possono dipendere in maniera gerarchica dal governo oppure possono essere enti

politicamente autonomi, come le Regioni, le Provincie e i Comuni. Questi enti politici autonomi sono

definiti governi sub-nazionali. Quando la fornitura dei servizi pubblici è effettuata sul territorio da enti

dipendenti dal governo centrale, siamo in presenza di un sistema di governo deconcentrato. Quando invece

la fornitura è effettuata da enti politicamente autonomi, siamo in presenza di un sistema decentralizzato.

La teoria sostiene che i sistemi di governo decentralizzati sono capaci di fornire prestazioni migliori di quelli

centralizzati. Secondo il modello Oates, un governo decentralizzato trae la principale giustificazione nella

sua capacità di soddisfare le preferenze di un numero maggiore di cittadini rispetto ad un sistema

centralizzato. Il modello si basa su due ipotesi fondamentali:

1- un governo di tipo centralizzato è in grado di produrre un’unica politica su tutto il territorio.

Affinché ci sia differenzazione nelle politiche è dunque necessario un sistema decentralizzato;

2- le giurisdizioni locali sono disegnate in maniera tale da contenere al loro interno persone che hanno

preferenze omogenee circa le politiche locali.


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mattiamilito di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia pubblica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Magna Graecia - Unicz o del prof Trimarchi Michele.

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