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ESTRATTO DOCUMENTO

Per semplicità

cominciamo

con l’analisi di

un’impresa,

ovviamente

monopolio

naturale,

monoprodotto

a cui

applicheremo

tariffe non

lineari (dette

anche tariffe a

più parti) e

nello specifico

una tariffa a due parti o binomia, composta da una parte fissa,

che indicheremo con , ed una parte variabile ( ) che dipende

dalla quantità consumata ( ).

Indichiamo con la spesa totale data dalla somma della parte

fissa della tariffa ( ) e della parte variabile per la quantità

consumata ( ):

Dalla figura 4.3 (a) si evince come, fissata una certa quota

tariffaria e il prezzo marginale (la parte variabile della tariffa), la

spesa totale aumenta all’aumentare della quantità acquistata.

Ma, ed è questa la peculiarità delle tariffe lineari, la spesa media

(cioè il prezzo medio per unità acquistata) è continuamente

decrescente all’aumentare della quantità acquistata, perché

siamo nell’ipotesi in cui il prezzo fissato sia discriminatorio per

unità di prodotto. 66

Procediamo adesso con l’analisi di tariffe a più parti (multipart).

Consideriamo il caso di una tariffa con una parte fissa , e due

variabili ed .

In questo caso la

spesa totale sarà:

(

)

In questo caso la

spesa marginale

assume un

andamento tipico,

si dice che la tariffa

è a blocchi, che

rappresentano

specifici intervalli di

consumo, a

ciascuno dei quali

corrisponde lo

stesso prezzo

marginale ( ). In

altre parole, nel

primo blocco o

intervallo di

consumo, il prezzo

marginale, definito in questo caso prezzo inframarginale, è e

permette di acquistare fino ad una quantità massima , dopo

questa quantità si entra nel secondo intervallo di consumo dove il

prezzo marginale (chiamiamo il prezzo dell’ultimo blocco “costo

67

marginale”, tutti gli altri “costi inframarginali”) è pari ad ed è

minore di e corrisponde al blocco in cui la quantità consumata

è maggiore di .

L’analisi può essere generalizzata al caso in cui la tariffa sia ad

parti, cioè con tante tariffe variabili ( ) e la

solita quota fissa . Potremmo in questo caso rappresentare la

funzione costo totale come segue: ( )

( )

Dove rappresenta la spesa totale variabile. Graficamente

avremo che la curva di spesa totale è crescente ma in modo

meno che proporzionale; il fatto che cresca meno che

proporzionalmente, riflette l’andamento della curva di spesa

media. Quindi la funzione di spesa media è decrescente, in

questo caso anche la funzione spesa marginale ( ) è decrescente

in quanto rispecchia le tariffe a più parti (la spesa marginale è

minore per livelli di quantità maggiori, intervalli di consumo).

Se ci si pensa è facile intuire come, nel caso di tariffe a n parti, la

spesa totale rappresenti anche il ricavo totale dell’impresa.

3.1. Tariffe non lineari e miglioramenti del benessere

A questo punto misuriamo il miglioramento di benessere. A tal

fine confrontiamo il benessere collettivo ottenuto

dall’applicazione di una tariffa lineare (o uniforme) e quello

ottenuto dall’applicazione di una tariffa non lineare.

Nel caso di tariffa

lineare, come

abbiamo già visto

(Grafico 4.2), avendo

due consumatori

distinti con

68

preferenze diverse e un prezzo uguale per entrambi, e

sufficiente a coprire i costi fissi, la perdita di benessere è elevata

e corrisponde graficamente ai due triangoli sotto la curva di

domanda.

Successivamente

abbiamo visto come,

attraverso la

discriminazione dei

prezzi e applicando la

regola dell’elasticità

inversa (o prezzi di

Ramsey), è possibile

ridurre la perdita secca di

benessere. Applicando, infatti, un prezzo inferiore a per il

consumatore con domanda più elastica, ma sempre al di sopra

dei costi marginali, si può raggiungere un risultato di second best.

Attraverso l’implementazione di tariffe non lineari è possibile

aumentare il benessere sociale. Panzar e Willig, dimostrano che:

partendo da una tariffa uniforme superiore al costo marginale di

produzione, è possibile definire una tariffa binomia tale da

migliorare il benessere di alcuni individui senza peggiorare quello

di altri e garantendo, contemporaneamente, la copertura

finanziaria dell’impresa. Se al prezzo maggiore ai costi

marginali vi si affianca un prezzo ma comunque

maggiore di , tutti gli individui che desiderano consumare più

della quantità corrispondente al hanno la possibilità di farlo

ad un prezzo minore ( ) cui corrisponde la quantità . In questo

modo alcuni consumatori raggiungono livelli di benessere

superiori e nessuno viene svantaggiato, siamo in una condizione

69

migliore in termini paretiani, nel rispetto dell’equilibrio

finanziario dell’impresa. Se abbandoniamo l’ipotesi

semplificatrice che i

consumatori hanno la

stessa curva di domanda

(consumatori identici),

possiamo introdurre una

tariffa binomia (per

semplicità d’analisi)

associata ad una quota di

accesso al mercato, cioè

una tariffa uniforme fissa,

uguale per entrambi i consumatori e pari a , tale da coprire i

costi fissi, sarà così possibile applicare un prezzo in linea con i

costi marginali, , eliminando le perdite secche di benessere

(che è proprio l’obiettivo del Regolatore) e conseguendo un

risultato di first best¸ efficienza allocativa, a differenza dei prezzi

di Ramsey, dove si raggiunge un livello di consumo di second best.

Tuttavia un limite risiede nel fatto che alcuni consumatori,

specialmente quelli con una domanda minore, potrebbero

ritenere che la quota fissa, pagata indipendentemente dal livello

di consumo, sia eccessiva rispetto l’utilità che traggono

dall’acquisto di quel determinato bene o servizio e pertanto

essere portati ad uscire dal mercato (ciò sicuramente si verifica

quando la quota di accesso è superiore al surplus del

consumatore). All’impresa allora converrà ridurre il canone

8

d’accesso, ma così facendo dovrà applicare un mark-up per

coprire i costi di produzione allontanandosi nuovamente

dall’efficienza allocativa. Questo vuol dire che il risultato di first

8 ( )

Si ricordi che il mark-up indica un livello di prezzi superiore ai costi marginali: .

70

best è raggiungibile solamente se nessun consumatore esce dal

mercato (potremmo pensare che ciò si verifichi per un bene o

servizio la cui curva di domanda sia perfettamente rigida).

Tuttavia, ancora una volta si presenta il solito trade off tra

efficienza ed equità, infatti si potrebbe raggiungere l’efficienza

allocativa, ma se ciò portasse alcuni consumatori a non utilizzare

il bene allora si crea un effetto distorsivo sull’equità. Che

ricordiamo essere uno dei motivi di intervento del Regolatore.

Una soluzione potrebbe essere quella di discriminare i

consumatori in base le preferenze, cioè in base l’elasticità della

domanda, riconducendoci al caso dei prezzi di Ramsey. Si

potrebbe applicare una quota d’accesso al mercato più elevata

per coloro che hanno una domanda più rigida e viceversa,

lasciando il prezzo marginale sempre uguale al costo marginale.

Tuttavia in questo caso, più teorico che pratico, il Regolatore

avrebbe bisogno di perfetta informazione, infatti il rischio che i

consumatori dichiarino preferenze più basse in modo da rientrare

nel gruppo che paga un canone inferiore non è affatto labile, è

inoltre necessario che non vi sia arbitraggio. Una soluzione

praticabile consiste, dunque, nell’applicare un margine di mark-

up, tariffe prossime ai costi marginali ma non uguali. Ciò ci riporta

ad una soluzione di second best.

Una soluzione che consente, almeno teoricamente, di superare

l’asimmetria informativa e risolvere i problemi appena visiti,

consiste nell’introdurre un menù tariffario. Cioè il Regolatore

offre in via opzionale, e non coercitiva, due o più opzioni di tariffe

binomie tra le quali i consumatori sono liberi di scegliere. In

questo modo ciascun consumatore, scegliendo liberamente

appunto, rivela il proprio livello di utilità, le proprie preferenze, la

propria categoria di appartenenza, fornendo in questo modo

informazioni utili al Regolatore che non può reperire a priori. È

71

come se il Regolatore venisse a conoscere con esattezza la curva

di domanda dei consumatori, potendo applicare di conseguenza

livelli di prezzi ottimali.

Riprendendo la dimostrazione di Panzar e Willig sulla superiorità

delle tariffe binomie, in termini paretiani, sulle tariffe uniformi, è

possibile dimostrare i miglioramenti paretiani che derivano

dall’applicazione di un menù di tariffe binomie.

Consideriamo il seguente menù tariffario:

( )

{ ( )

Con , costi fissi della tariffa uno maggiori della tariffa due,

9

, prezzo unitario variabile della tariffa uno minore del

prezzo della tariffa due ma entrambi maggiore a (MC). In

questo modo nessun consumatore sarà danneggiato perché

potrà liberamente scegliere la tariffa che preferisce in base al

proprio livello di consumo e sceglierà la seconda solo se la

quantità desiderata supera ,

cioè la quantità di indifferenza

(spesa/consumo uguale per

entrambe le tariffe):

( ) ( )

Quindi un sistema di tariffe

binomie aumenta il benessere

dei consumatori perché

ciascuno compierà una scelta

ottimale nei consumi.

Analizzando graficamente il

menù tariffario proposto

possiamo vedere come sia

9 Il prezzo unitario variabile corrisponde al prezzo marginale.

72

equivalente all’implementazione di un sistema di tariffe trinomie

con una quota di accesso e due prezzi marginali (blocchi o

intervalli marginali) superiori ai costi marginali, ma uno maggiore

dell’altro, con spesa media unitaria o prezzo medio unitario

decrescente (Grafico 4.7).

Aumentando le tipologie di consumatori in corrispondenza del

numero di tariffe proposte, è facile immaginare come tutti gli

individui con preferenze superiori possano soddisfarle

consumando una quantità maggiore, pagando una quota fissa più

alta ma ad un prezzo d’uso minore.

Al limite possiamo dire che: il livello di benessere che si raggiunge

rispecchia quello delle tariffe non lineari a parti, quindi

aumenta all’aumentare del numero di consumatori considerati e

quindi del numero di opzioni tariffarie. Ciò permette ai

consumatori di scegliere liberamente tra più tariffe e di accedere

quindi a consumi superiori, quindi a livelli di benessere maggiori.

Una tariffa ad parti è sempre più efficiente di una tariffa ad

parti.

Tuttavia un ulteriore problema per il Regolatore è quello di

conoscere la distribuzione di consumatori suddivisi in base le

preferenze. Praticamente è necessario suddividere i consumatori

in gruppi di preferenza per definire i blocchi tariffari, o livelli di

consumo, e quindi le tariffe ottime. Tali informazioni però non

sono facilmente rilevabili, almeno nella maggior parte dei casi.

Infine, consideriamo il caso limite in cui la tariffa ha un numero

estremamente elevato di parti. Se consideriamo gli incrementi

unitari di quantità di ciascun blocco come servizi tra loro diversi,

quindi scambiati su mercati diversi e con una domanda diversa, i

prezzi ottimi corrispondono ai prezzi di Ramsey, infatti la quantità

aumenta continuamente al diminuire del prezzo marginale,

questo andamento riflette la maggiore disponibilità dei

73

consumatori ad aumentare la quantità consumata al diminuire

del prezzo, tipica di una domanda molto elastica. È come se si

applicassero prezzi minori a beni o servizi, intervalli di consumo,

con domanda più elastica (blocchi più bassi, prossimi al costo

marginale o al limite uguali) e viceversa.

Il risultato è importante anzitutto perché rappresenta

un’applicazione dei prezzi di Ramsey ad un caso di tariffe non

lineari, in secondo luogo perché un simile sistema rispecchia le

referenze dei consumatori e non solo le differenze dei costi

dell’impresa, a cui può incorrere quando offre servizi a

consumatori diversi.

4. Prezzi di picco

Un caso che spesso si presenta nella realtà riguarda quelle

infrastrutture che presentano fluttuazioni nella domanda, e che

per natura producono servizi non stoccabili (non accantonabili in

riserve, energia elettrica e trasporti). La fluttuazione della

domanda porterà a distinguere due periodi: uno di picco,

caratterizzato da elevata domanda; uno off peak, bassa

domanda.

Quale capacità produttiva l’impresa dovrà installare?

Qualora installasse una struttura produttiva con scarsa capacità

non riuscirebbe a coprire la domanda nei periodi di picco

(massimo). Al contrario, se l’asset produttivo è importante, avrei

delle perdite nette nei periodi fuori picco, ho una capacità

produttiva che eccede la domanda.

Il problema che si pone in questo caso riguarda la scelta della

struttura dei costi ottimale. Quindi il sistema di pricing da

adottare per soddisfare compiutamente la domanda. O, in altre

parole, come ripartire i costi tra i due livelli di domanda?

74

4.1. Prezzi di picco nel caso di un solo impianto

Spieghiamo quindi qual è il modello ideale dei prezzi di picco

partendo dall’ipotesi di un’impresa, sempre monopolio naturale,

con un solo impianto, con il quale dovrà servire ogni livello di

domanda, e il cui costo dovrà essere ripartito in modo ottimale

tra i consumatori nei diversi periodi di tempo, che hanno dunque

diversi livelli di domanda.

Consideriamo inoltre che:

 Dal lato della domanda vi sono due periodi stabili, o

costanti, nel tempo, in pratica cadono sempre nello stesso

periodo (parleremo di firm peak), e indipendenti. Abbiamo

( )

due sottoperiodi: quello della domanda di picco o

periodo di punta, in cui la domanda e la quantità prodotta

( )

è alta, e quello della domanda fuori picco o punto di

morto, con bassa domanda e quantità prodotta . La

domanda di picco è ovviamente più ampia di quella fuori

picco ( ).

 Dal lato della produzione, invece, abbiamo una tecnologia

fissa (per semplicità d’analisi), cioè senza variazioni nelle

proporzioni di impiego dei fattori, che comporta due costi:

un costo fisso (costo unitario costante) indipendente dalla

quantità domandata, e un costo variabile (costo unitario

variabile), cioè varia a seconda della quantità domandata. I

costi totali saranno quindi . La capacità

dell’impianto sarà ovviamente determinata dalla domanda

più alta, quindi quella fuori picco. Allora avremo che: il costo

di breve periodo sarà , fino a che non si arriva al limite della

capacità produttiva dell’impianto (cappello). Oltre questo

livello il costo di breve periodo diventa infinito, perché

75

stiamo superando i limiti produttivi dati dell’impianto e ciò

richiederebbe dei costi elevatissimi per l’impresa (acquisto

di un altro impianto ad esempio, più in generale, espansione

della capacità produttiva), retta verticale parallela all’asse

delle ordinate (Short Run Marginal Costs, SRMC). Il costo di

lungo periodo invece è costante, in quanto la tecnologia è in

proporzioni fisse (utilizzo input in proporzioni fisse, non

variabili), ed è indicato dalla curva Long Run Marginal Costs

LRMC, che è la somma . Se questa è la

situazione: che tipo

di tariffa bisogna

applicare a queste

curve di domanda?

Se applicassimo un

prezzo uniforme

, cioè uguale per

entrambe le

domande,

ovviamente

superiore ai costi

medi variabili,

avremo che:

 Da un lato nella domanda fuori picco si domanderà una

quantità che tuttavia è inferiore alla quantità che

potrebbe essere domandata pur chiedendo un prezzo

superiore al costo di breve periodo. In altre parole stiamo

razionando la domanda fuori picco, ci sarebbe una porzione

della domanda che potrebbe essere soddisfatta ad un prezzo

più basso, ma comunque superiore ai costi marginali di

76

breve periodo (tali da garantire l’equilibrio finanziario

dell’impresa). Quindi in presenza di tariffe uniformi la

domanda off peak non è totalmente soddisfatta, infatti c’è

una perdita di benessere (triangolo sotto la curva di

domanda fuori picco) per via dell’inefficienza allocativa.

 Dall’altro lato, invece, la domanda fuori picco si espande, in

quanto i consumatori pagano un prezzo minore rispetto i

costi medi marginali di lungo periodo, aumentando così la

quantità consumata. Ciò spingerebbe l’impresa ad installare

una capacità produttiva superiore tale per cui anche qui

avremo una perdita di benessere (triangolo sopra la curva di

domanda di picco) perché sarebbe una quantità domandata

in corrispondenza della quale non c’è copertura dei costi

( ).

Dunque l’applicazione di una tariffa uniforme , intermedia ai

costi di produzione di breve e lungo periodo, che quindi sarebbe

anche ragionevole in termini di sostenibilità dell’impresa, da una

parte incentiva l’impresa ad aumentare la propria capacità

produttiva nonostante poi una tale capacità rimanga inutilizzata

nei periodi fuori picco, dall’altra siamo in presenza di una doppia

perdita di benessere dovuta: al razionamento della domanda dei

consumatori off peak e al fatto che induco i consumatori della

domanda di picco a chiedere una quantità maggiore che però non

potrà essere soddisfatta perché il prezzo sarebbe inferiore al

costo di produzione. Infatti abbiamo che i consumatori di picco,

pagando di meno ( ), porteranno l’impresa in perdita,

in quanto non riesce, nel lungo periodo (infatti ) a

coprire i costi di produzione. Inoltre c’è da dire anche che i

consumatori fuori picco pagano di più, contribuendo in misura

maggiore ai costi che generano, viceversa per i consumatori di

picco. L’impresa riuscirà a coprire i costi medi, ma c’è inefficienza

77

allocativa e anche redistributiva (chi consuma di meno paga di

più e viceversa, nell’ipotesi che chi consuma di più è perché sia

più ricco). La tariffa uniforme è quindi inefficiente.

È possibile migliorare questa situazione? Ad esempio

discriminando la tariffa?

La soluzione è quella delle tariffe non lineari. Imponiamo il

prezzo da applicare ai consumatori fuori picco uguale al costo

marginale di breve periodo, , in modo che la quantità

domandata sia eliminando la perdita secca di benessere,

mentre un prezzo pari al costo marginale di lungo periodo,

, ai consumatori della domanda di picco, eliminando

anche questa perdita. In questo modo avremo efficienza

allocativa in entrambi i periodi. La soluzione quindi consiste

sostanzialmente nel far ricadere solo sui consumatori che

appartengono al sottoperiodo di picco l’onere dei costi fissi,

mentre gli altri pagano soltanto la componente variabile dei costi.

Possiamo quindi concludere che l’applicazione di tariffe non

lineari è più efficiente rispetto l’applicazione di una tariffa

uniforme. Che è quello che abbiamo dimostrato e detto finora.

Tuttavia, ecco un

limite, abbiamo detto

che tale soluzione è

praticabile solo se le

due domande sono

stabili e indipendenti

tra loro, e solo se la

domanda di picco è

superiore a quella fuori

picco.

Potrebbe accadere

infatti, che le due 78

domande siano molto vicine tra di loro e instabili, o meglio,

flessibili, per cui non si può dire che necessariamente la quantità

domandata, dati i prezzi, sia superiore nel caso di domanda di

picco rispetto quella fuori picco, le curve di domanda sono molto

vicine tra loro. Chiamiamo tale situazione shifting peak (Grafico

4.10).

Supponiamo anche, per semplicità, che , in questo caso

otteniamo che visto che la funzione di tariffe discriminate impone

di applicare alla domanda più bassa, quella off peak, un prezzo

pari ai costi variabili di breve periodo, , allora significa

applicare un prezzo nullo, quindi la quantità domandata sarà .

Quindi i consumatori della domanda fuori picco pagano un prezzo

nullo, mentre gli altri pagano un prezzo pari ai costi totali,

, ma essendo i costi variabili nulli il prezzo pagato dai

consumatori della domanda di picco sarà pari ai costi fissi (

). In altre parole questo significa che i consumatori di picco

sostengono i costi di capacità dell’impianto, ma solo per

l’ammontare relativo alla loro domanda, che è inferiore al costo

di capacità complessivo, quindi c’è una parte dei costi che resta

scoperta. Inefficienza produttiva.

Allora che cosa accade? Succede che i consumatori della

domanda off peak domandano più di quelli della domanda di

picco ( ) e ciò è paradossale se le condizioni sono quelle

rappresentate. Tale situazione quindi non va bene in questo caso,

perché il risultato è privo di significato, perché stiamo

ammettendo che chi non sostiene alcun costo consuma di più di

quanti invece sostengono dei costi.

Ma allora come procedere in questo caso? Per stabilire quali

debbano essere le tariffe discriminanti, diverse per le due

domande, bisogna procedere in analogia con quello che si fa per i

79

10

beni pubblici , in qual caso l’unico modo che ho per ripristinare

l’efficienza è quello di far pagare a ciascun individuo, per il bene

pubblico che consuma nella stessa quantità di tutti gli altri

individui, un prezzo diverso e pari alla sua disponibilità a pagare,

cioè pari al suo prezzo di riserva. Soltanto se riesco a determinare

un vettore di prezzi perfettamente discriminati del bene

pubblico, allora ottengo quest’uguaglianza e quindi una

situazione di ottimalità in senso paretiano, pur in presenza di un

bene pubblico. Bisogna quindi, nel nostro caso, ragionare in

analogia con quello che accade in presenza di beni pubblici.

Sommiamo verticalmente le disponibilità a pagare, praticamente

costruiamo una funzione di domanda aggregata data dalla

somma verticale delle due domande (quantità consumate).

Allora, se procediamo in questa maniera, avremo che la quantità

è uguale per tutti, quindi sapendo la quantità, non ci resta che

determinare a quali prezzi far pagare il servizio a ciascun gruppo

di individui dei due sottoperiodi. Evidentemente ciascuno

pagherà in base la propria disponibilità, graficamente basta

vedere, data la quantità , qual è il prezzo che ciascuno è

disposto a pagare. In questo caso avremo che anche i

consumatori fuori picco contribuiscono al pagamento dei costi

fissi, al contrario del caso precedente dove tali costi erano coperti

esclusivamente dai consumatori di picco. Quindi abbiamo sempre

un sistema discriminato, ma lo è esattamente nella misura in cui

discriminerei il prezzo da applicare a un bene pubblico (domanda

aggregata verticalmente). Va da sé che questa è una soluzione

teorica, figuriamoci a metterla in pratica, dove l’asimmetria

informativa (un limite) inficia tale metodo, in quanto i

consumatori saranno tendenzialmente propensi a formulare

dichiarazioni mendaci sulla propria disponibilità a pagare (tutti

10 Beni pubblici: beni i quali, per via della non rivalità e della non esclusività, sono consumati in misura uguale da tutti i

consumatori. 80

dichiareranno una disponibilità a pagare nulla, in modo da ridurre

i prezzi).

Ricordiamo che in questo caso la domanda è variabile e i

sottoperiodi della domanda sono oscillanti, flessibili, e prossimi

(molto vicini) tra loro, cioè le due domande sono shifting, da cui il

nome del modello shifting peak. La soluzione efficiente è diversa

dal caso precedente in cui le domande dei sottoperiodi erano

stabili e indipendenti, caso firm peak, dove applicavamo prezzi

diversi per unità di servizio, quindi metodo delle tariffe non

lineari; adesso invece la soluzione consiste in una discriminazione

dei prezzi, per una stessa quantità domandata applichiamo prezzi

diversi per gruppi di consumatori.

5. Sussidi incrociati

È sempre più frequente che il Regolatore intervenga, non solo per

motivi di efficienza, ma anche di equità, cioè redistributivi. La

definizione di sistemi di optimal pricing non segue, pertanto, solo

finalità d’efficienza, ma anche redistributive, è sovente infatti,

che nella realtà regolatoria un sistema di tariffe venga definito in

modo da sussidiare determinati gruppi di consumatori, attraverso

un sistema di sussidi incrociati, tra servizi offerti e consumatori

diversi. Un sistema simile determinerà, in linea generale, delle

discriminazioni di tariffe attraverso le quali alcuni utenti

pagheranno un prezzo minore ai costi marginali di produzione e

altri maggiore, saranno quest’ultimi che, di fatto, sussidiano il

minor costo dei primi.

Ma cosa comporta a livello di efficienza?

Le finalità redistributive cozzano, praticamente in ogni caso, con

quelle d’efficienza. E’ il famoso trade off tra efficienza ed equità.

81

Si può spiegare attraverso l’esempio del servizio di erogazione

dell’energia elettrica in città e in una zona rurale. Com’è facile

pensare per l’impresa sarà più costoso erogare il servizio ai

consumatori rurali che a quelli urbani (una città è un agglomerato

e con pochi impianti si copre una vasta area di utenti, il contrario

in una zona rurale), di conseguenza il MC rurale > MC urbano.

Graficamente si

evince come, imporre

una tariffa uniforme

pari al costo

medio ponderato per

fornire il servizio,

uguale per entrambi i

gruppi di

consumatori, sia

inefficiente. Una

simile tariffa, infatti, è

contemporaneament

e , tale

cioè da coprire i costi di produzione, tutti i consumatori pagano lo

stesso prezzo indipendentemente dalla zona di residenza, prezzo

pari al MC medio ponderato che è maggiore dei MC urbani e

minore dei MC rurali. Questo vuol dire che i consumatori urbani

sosterranno una spesa superiore ai loro coti marginali con una

perdita netta di benessere, che graficamente è rappresentata

dall’area , per permettere di guadagnare l’area di

benessere ai consumatori rurali, che invece pagano un prezzo

minore ai loro costi marginali. In altre parole stiamo attuando un

trasferimento redistributivo da un gruppo di consumatori ad un

82

altro, si sottrae l’area agli utenti urbani, per attribuire

l’area a quelli rurali.

Abbiamo dimostrato che un simile sistema di trasferimento dei

redditi, sussidi incrociati, possa avere effetti distorsivi

dell’efficienza e comportare una perdita di benessere collettivo.

Graficamente ciò si evince dal fatto, che l’area guadagnata da

un gruppo di consumatori è decisamente inferiore all’area

sottratta all’altro gruppo di utenti, con una perdita netta

di benessere sociale, è questo un primo limite.

Il Regolatore quindi dovrà scegliere, anche in questo caso, tra

efficienza ed equità.

Altro problema per il Regolatore legato ai sussidi incrociati deriva

dal fatto che un’impresa potrebbe applicare prezzi inferiori ai

costi marginali per alcuni servizi e maggiori per altri, ma non con

finalità redistributive, bensì strategiche. Ad esempio in questo

modo potrebbe limitare l’ingresso di nuove imprese su un certo

mercato di servizi, adottando politiche di prezzi inferiori ai costi di

produzione e sussidiando la differenza con maggiori prezzi

applicati in un altro mercato in cui detiene potere di acquisto.

Tuttavia a tal fine l’impresa dovrà possedere non solo economie

11

di scala, ma anche economie di varietà . Tale situazione è

particolarmente vera, se il Regolatore non fissa direttamente i

prezzi, ma lascia un certo margine di discrezionalità all’impresa

nel fissarli (come nel caso del price cap, Cap. 5).

Allora il Regolatore potrebbe limitare la discrezionalità

dell’impresa imponendole dei vincoli di prezzo entro un certo

intervallo. Limiti che rappresentano una sorta di test per

11 Si realizzano economie di varietà, o di scopo, quando, date le dimensioni degli impianti e, entro certi limiti, anche le

quantità delle risorse umane e degli altri input, il costo totale della produzione congiunta o della produzione connessa

di due o più beni all’interno di un’impresa è minore della somma dei costi totali sostenuti producendo separatamente,

in imprese diverse, gli stessi beni. Consentono quindi di ridurre i costi totali (congiunti) o, più in generale, di

aumentare il rendimento complessivo. 83

l’impresa, attraverso cui il Regolatore può capire se si è in

presenza di sussidi incrociati. In linea di massima se l’impresa

applica prezzi che oltrepassano i suddetti limiti allora vuol dire

che siamo in presenza di sussidi incrociati.

Un test, per rivelare l’eventuale presenza di sussidi incrociati, è

quello originariamente presentato da Faulhaber detto “test del

costo incrementale”. Questo si costruisce andando a confrontare

i costi congiunti, o costo della produzione congiunta, con il costo

stand-alone. Cioè l’incremento di costo totale, che si sostiene per

produrre un servizio congiuntamente ad un altro, rispetto il costo

di non produrlo affatto.

Supponiamo che un’impresa, con economie di scala e di varietà,

produca due servizi, rispettivamente ai prezzi e , e si

supponga che la relazione del costo incrementale del servizio 1

sia la seguente: ( ) ( )

Mentre quella del servizio due sia speculare. Il costo incrementale

ci dice l’incremento di costo totale, che si sostiene per produrre

un servizio congiuntamente ad un altro, rispetto l’ipotesi del

costo di non produrlo affatto.

Il test del costo incrementale impone che vengano rispettate due

relazioni: ( ) ( )

{ ( ) ( )

Le due relazioni indicano che se il ricavo di ciascun servizio

offerto è superiore o uguale al costo incrementale per produrlo, i

prezzi sono subsidy-free, cioè privi di sussidi. La logica è la

seguente: se il ricavo supera i costi di produzione del singolo

bene o servizio prodotto congiuntamente ad altri, allora vuol dire

che i ricavi saranno sufficienti a coprire le spese di produzione, se

84

invece fossero inferiori, ciò starebbe ad indicare la presenza di un

sussidio per coprire il minor costo offerto al pubblico.

Un secondo test da considerare, per verificare la presenza o

meno di sussidi incrociati, è il “test del costo stand-alone”.

Questo prevede che le tariffe sono subsidy-free, solo se i ricavi di

vendita di ciascun servizio, sono minori o uguali al costo per

produrre quel singolo servizio (costo stand-alone, ):

( )

{ ( )

Se i ricavi superano i costi individuali di produzione, significa che i

consumatori stanno di fatto finanziando, sussidiando, i

consumatori di altri servizi, ciò in quanto i costi congiunti di

produzione sono minori dei costi per produrre i servizi

singolarmente, vista la presenza di economie di varietà. In altre

parole, se i ricavi superano i costi di produzione del singolo

servizio, vuol dire che il prezzo applicato è superiore ai costi

congiunti che sono minori della somma dei costi individuali,

pertanto è come se l’impresa in un mercato avesse un

extraprofitto con il quale finanzia i prezzi inferiori ai costi

marginali in un altro mercato.

I due test ci forniscono quindi i due limiti dell’intervallo: un

“pavimento”, rappresentato dai costi incrementali, e un “tetto”,

rappresentato dai costi stand-alone. Superati questi limiti i costi

non sono subsidy-free, cioè c’è presenza di sussidi incrociati non

indotti dal Regolatore (cioè atti a perseguire finalità distributive),

ma dall’impresa (finalità strategiche). Generalizzando, dunque,

possiamo dire, che un prezzo è privo di sussidi soltanto nella

misura in cui sia compreso nell’intervallo in cui, all’estremo

inferiore ho il costo incrementale, e a quello superiore il costo

stand-alone. Se il prezzo è compreso in questo intervallo

sicuramente non incorpora sussidi incrociati. In caso contrario il

85

Regolatore dovrà verificare se la presenza di sussidi abbia fini

redistributivi o escludenti, cosa per nulla facile. Se venisse

accertato, spetterà all’antitrust intervenire con misure atte a

dissuadere l’impresa dal ripetere tali comportamenti.

Il test è quindi costituito da una duplice verifica:

1. Quella definita dal test del costo incrementale, che

determina un “pavimento” al di sotto del quale il prezzo

segnala l’esistenza di un sussidio incrociato (il minor prezzo

viene finanziato/sussidiato);

2. Quella basata sul test del costo stand-alone, che determina

un “tetto” massimo al di sopra del quale il prezzo segnala la

presenza di un sussidio incrociato (il maggior prezzo

finanzia/sussidia un altro servizio).

6. Conclusioni

Nel presente capitolo abbiamo analizzato la possibilità di

adottare strutture di optimal pricing, che normalmente

scaturiscono da condizioni di efficienza del mercato, in condizioni

in cui l’impresa sia dominante, cioè sia price maker. In altre

parole ci siamo proposti di trovare una struttura di prezzi ottimali

pur in presenza di monopolio naturale, economie di scala e di

varietà (come nell’ultimo paragrafo). Una sistema adeguato al

nostro fine potrebbe consistere nell’abbandonare il principio

dell’uniformità dei costi in luogo della discriminazione dei prezzi o

delle tariffe non lineari. Mentre la prima soluzione,

discriminazione dei prezzi, porta a risultati paretianamente

efficienti e quindi di first best, l’implementazione di un sistema di

tariffe non lineari porta al conseguimento di risultati di second

best. Tuttavia, nella pratica regolatoria, le tariffe non lineari sono

lo strumento maggiormente utilizzato perché più facilmente

attuabile e non vietato; la discriminazione dei prezzi è infatti

86

vietata, perché considerata pratica di abuso di posizione

dominante, dalla normativa antitrust (art.3, lettera c,

L.287/1990). 87

CAPITOLO 5. La regolazione della dinamica dei prezzi.

Affrontiamo adesso la regolazione da un punto di vista dinamico,

cioè considerando le variazioni sia macro che microeconomiche

dei fattori che influenzano la struttura organizzativa dell’impresa

(inflazione, variazione costi input, tecnologie, funzione di

domanda).

Il problema alla base della regolazione, anche se dinamica, è

sempre lo stesso: l’asimmetria informativa. Tuttavia in questo

caso, rispetto quello statico, i problemi sono più complessi:

 Anzitutto l’impresa potrebbe cogliere diverse opportunità

per ridurre i costi di produzione e nascondere i suoi successi

al Regolatore. Si pensi allo sviluppo tecnologico, che di fatto

migliora l’efficienza produttiva permettendo all’impresa di

ritagliarsi un nuovo margine di mark up, che potrebbe non

essere rilevato dal Regolatore, o ancora alla riduzione dei

prezzi di alcuni input;

 Se l’impresa non cogliesse le opportunità che si presentano

nel tempo di riduzione dei costi, miglioramenti tecnologici, si

verificherebbero condizioni di inefficienza produttiva,

l’impresa produrrebbe senza sfruttare le migliori tecnologie

presenti sul mercato.

Tuttavia un simile miglioramento è necessario, perché è proprio

l’obiettivo del Regolatore incentivare guadagni di efficienza.

Come si può, dunque, incentivare l’impresa ad minimizzare i costi

e ad impedirle, contemporaneamente, il riacquisto del potere di

mercato che le era stato precedentemente sottratto?

La scarsità di informazioni del Regolatore riguarda, quindi, non

solo la struttura organizzativa (struttura produttiva/tecnologica)

dell’impresa, ma anche fattori esogeni, seppur ad essa connessi:

88

variazioni dei costi dovute in particolare allo sviluppo tecnologico,

ma anche alla dinamica dei prezzi di mercato.

Ovviamente il Regolatore potrebbe risolvere i problemi di

asimmetria semplicemente chiedendo all’impresa le informazioni

che gli servono, ma sembra abbastanza evidente che,

specialmente in presenza di potere di mercato, questa potrà

facilmente offrire informazioni fallaci.

Come sappiamo questo è il tipico problema di un rapporto di

agenzia, in cui una parte è più informata dell’altra, l’impresa

possiede sicuramente più informazioni del Regolatore in quanto

opera egli stessa sul mercato.

L’obiettivo è quello di estrarre la rendita informativa

dell’impresa, grazie la quale questa può adottare comportamenti

strategici tali per cui possa ottenere condizioni regolatorie più

favorevoli, e trasferire i vantaggi che ne derivano ai consumatori.

In altre parole ci si propone di individuare modelli di regolazione

ottimali che tengano conto dell’asimmetria informativa

esistente.

Un altro problema deriva dalla stessa dinamicità del contesto

analizzato, infatti, tenendo conto dei mutamenti macro e

microeconomici temporali, bisogna anche tener conto del fatto

che l’intervento regolatorio dovrà ripetersi nel tempo ed essere

modificato. Ciò apre la possibilità ad entrambi gli operatori,

Regolatore e impresa regolata, di adottare comportamenti

strategici. Da un lato il Regolatore potrebbe, una volta aver

acquisito le in informazioni necessarie per via di un precedente

intervento regolatorio, modificare la politica di regolazione. È un

comportamento opportunistico. Ma d’altro lato, l’impresa

potrebbe prevedere un simile atteggiamento da parte del

Regolatore e comportarsi di conseguenza, dichiarando sin da

subito informazioni non veritiere, al fine di ottenere vantaggi

89

dalla regolazione stessa (ratchet effect). Un simile problema è

tanto più plausibile quanto più frequenti sono gli interventi

regolatori di modifica degli interventi.

I principali schemi di regolazione adottati al nostro fine sono:

1. Il “rate of return”, ROR, regolazione del saggio di

rendimento del capitale investito;

2. Il “price cap”, PC, sistema di incentivi volti all’imposizione di

un tetto massimo dei prezzi;

3. Il “profit sharing”, PS, meccanismo di ripartizione dei

profitti;

4. Lo “yardstick competition”, YC, sistema di regolazione

basato sulla concorrenza per confronto tra le imprese.

1. Regolazione del saggio di rendimento del capitale, ROR

Nel modello ROR, di Averch e Johnson, si ipotizza che il

Regolatore fissi un tetto massimo al tasso di profitto dell’impresa

mediante la definizione di un saggio di rendimento del capitale

investito, che deve essere equo, cioè tale per cui i prezzi fissati

dall’impresa siano il riflesso di un’equa remunerazione del

capitale investito. Tradizionalmente è il capitale investito

l’oggetto del vincolo, ma potrebbe essere un qualunque altro

fattore utilizzato dall’impresa. In altre parole sta cercando di

indurre l’impresa a non fare extraprofitti, o a non farne troppi

vista l’asimmetria informativa. Di conseguenza se i prezzi fissati

dall’impresa sono tali per cui il rendimento del capitale investito

eccede il margine fissato dal Regolatore, allora questo interverrà

imponendo all’impresa delle tariffe più basse rispetto quelle che

l’impresa aveva deciso, e viceversa. Quindi il Regolatore sta

indirettamente, attraverso la fissazione di un margine di profitto

90

(controllo del rendimento del capitale), controllando il prezzo

finale.

Ipotizziamo il caso di un’impresa, monopolio naturale e

monoprodotto, la cui struttura produttiva è composta da due

fattori sostituibili: il capitale investito e il lavoro. Allora

avremo che il profitto dell’impresa è dato dalla differenza tra i

ricavi ottenuti, dati gli input, e i costi relativi a quella struttura

produttiva: ( )

In generale l’impresa opterà per una struttura produttiva, cioè

per una combinazione di input, che massimizza il suo profitto

minimizzando i costi, cioè adottando la migliore combinazione di

fattori produttivi, ma se il Regolatore fissa un tasso di rendimento

massimo sul capitale investito, per esempio:

( )

Di conseguenza, l’unico modo che l’impresa ha per massimizzare i

profitti, nel rispetto del vincolo, , sarà quello di aumentare il

capitale investito, , cioè il fattore con saggio di rendimento

minore rispetto al caso in cui non vi sia alcun vincolo imposto. In

altre parole, l’impresa si comporta come se il capitale investito

avesse un costo minore di quello reale in quanto, dopo

l’imposizione del vincolo, ha un tasso di rendimento minore, e

quindi si comporta come se fosse più conveniente di quello che è.

La sua nuova struttura produttiva sarà “sbilanciata” verso il

fattore capitale investito, cioè: la sua struttura produttiva avrà un

eccesso di capitale investito, quindi una combinazione di input

non efficiente.

Il risultato è che, in questo modo, si crea inefficienza produttiva,

perché la combinazione produttiva è distorta, è sbilanciata a

91

favore del capitale investito (eccesso di ), nonché inefficienza

12

allocativa in quanto la produzione avviene a costi maggiori .

L’inefficienza, anche in questo caso, deriva dall’asimmetria

informativa che avvantaggia l’impresa regolata. È il solito

problema di agenzia, o, ancora meglio, di mandato o delega.

Ma allora dov’è l’utilità di tale schema regolatorio? È un utile

strumento di confronto con altri schemi di regolazione.

2. Problemi derivanti da asimmetrie informative

Ci sono due tipi di asimmetria informativa:

 Ex ante, che si forma prima della definizione del contratto,

nel nostro caso dell’intervento regolatorio, e consiste in una

inadeguata conoscenza del sistema di costi dell’impresa e

della domanda;

 Ex post, successiva all’intervento regolatorio, riguarda le

azioni, o effort, che l’impresa può porre in essere col fine di

migliorare la propria efficienza produttiva, riduzione dei

costi, ritagliandosi margini di profitto che nasconde al

Regolatore, vanificando così l’efficacia del precedente

intervento.

L’obiettivo del Regolatore sarà quindi quello di porre in essere

meccanismi incentivanti che inducano da un lato, l’impresa a

rivelare le proprie informazione (domanda e costi) e dall’altro,

che non la disincentivino ad adottare comportamenti efficienti.

12 È un po’ quello che accade con le imposte indirette: un’imposta indiretta causa un minor utilizzo o consumo di un

certo bene o servizio se è sostituibile con altri. Si pensi ad un’imposta sul capitale lavoro, un’impresa cercherà di

sostituire, entro i limiti delle possibilità tecnologiche, il capitale lavoro con altri fattori perché risulta meno

conveniente, o più costoso, a seguito dell’introduzione dell’imposta.

92

2.1. Informazione nascosta

Seguendo l’esposizione di Baron, supponiamo che l’impresa da

regolare sia un monopolio naturale monoprodotto, caratterizzata

da sunk cost, che la domanda sia data, quindi sia il Regolatore che

l’impresa la conoscano perfettamente, e che ci sia asimmetria

informativa sui costi dell’impresa da parte del Regolatore.

Il Regolatore potrebbe quindi imporre un sistema di prezzi basato

sul modello delle tariffe non lineari, in particolare una tariffa

binomia, che, come sappiamo, risulta essere più efficiente

rispetto un sistema di tariffe lineari. Tuttavia l’asimmetria

informativa impedisce al Regolatore di imporre dei prezzi ottimi

in quanto l’impresa dichiarerebbe dei costi maggiori a quelli

marginali, col fine di ricavarne un extraprofitto. In altre parole,

potremmo dire che la funzione di costo totale dell’impresa è

( )

crescente rispetto l’informazione che possiede: , dove è

13

la quantità prodotta, mentre è un parametro di costo noto

all’impresa ma sconosciuto (almeno per la maggior parte) al

Regolatore. Data , cresce al crescere di , quindi anche i costi

medi e marginali crescono con .

Vista l’asimmetria informativa ex ante, come può il Regolatore

definire un meccanismo di intervento tale, da indurre l’impresa a

rivelare le informazioni che possiede? Cioè a non dichiarare costi

superiori? In altre parole, quale potrebbe essere un sistema di

prezzi ottimi in grado di definire una situazione di first best?

Presupposto per la determinazione di un simile modello è quello

di specificare dapprima la funzione-obiettivo che caratterizza il

Regolatore. I modelli che analizzeremo, quindi, si differenziano

anzitutto per la funzione-obiettivo del Regolatore, cioè per la

funzione del benessere sociale che lo caratterizza.

13 (theta) indica un fattore endogeno di costo legato alla funzione di produzione, o al prezzo di un solo fattore, che

esprime l’influenza di fattori esterni sul prezzo che l’impresa applica al prodotto.

93

La prima formulazione di rilievo è stata quella di Loeb e Magat,

che ipotizzano una funzione di benessere sociale ( )

data dalla somma delle rendite dei consumatori ( ) e dell’impresa

( ), ma caratterizzata da un peso dei profitti dell’impresa

regolata (peso attribuito dal Regolatore) pari ad 1 ( ). In

altre parole è come se il Regolatore fosse indifferente a questioni

di equità e puntasse alla mera massimizzazione del benessere

sociale, ignorando questioni distributive.

La logica di Loeb e Magat è la seguente: l’intervento regolatorio

consiste nel lasciare all’impresa piena discrezionalità nella

definizione dei prezzi, o, che è lo stesso, il Regolatore definisce

una struttura dei prezzi sulla base delle dichiarazioni dell’impresa,

al massimo imponendo un tetto massimo come nel ROR, e inoltre

le riconosce un trasferimento pari al surplus del consumatore,

che ovviamente dipende dal prezzo che l’impresa sceglierà di

applicare. In questo caso l’incentivo del Regolatore consiste

nell’attribuzione (trasferimento) all’impresa di tutto il surplus del

consumatore che scaturisce dal sistema di prezzi adottato

dall’impresa, alla quale converrà quindi dichiarare gli effettivi

costi marginali al fine di massimizzare la

rendita/benessere/utilità/surplus del consumatore che tanto gli

verrà trasferita (se ne appropria). È come se stesse

automaticamente massimizzando il proprio benessere

realizzando quindi degli extraprofitti. In altre parole, il

meccanismo incentivante di Loeb e Magat spinge l’impresa ad

avere la stessa funzione-obiettivo del Regolatore, raggiungendo

l’efficienza produttiva e allocativa (risultato).

Tuttavia i limiti del modello, associati al risultato, sono almeno

due:

 Favorisce l’impresa, che si appropria di tutto il surplus dei

consumatori i quali non ne traggono alcun vantaggio. C’è

94

quindi un problema redistributivo, infatti, anche se vi è

efficienza allocativa ( ) il trasferimento di benessere

ha un costo per la società che probabilmente viene

sostenuto dai consumatori, tramite un’imposta ad esempio.

Gli autori comunque ipotizzano che con un meccanismo

d’asta (il ricavato della concessione potrebbe essere

utilizzato per pagare la rendita informativa) o l’imposizione

di una tassa sul surplus (recuperandolo così direttamente

dall’impresa senza tassare i consumatori o tassandoli in

minor misura) lasciato all’impresa, sia possibile redistribuire

tale rendita, dall’impresa ai consumatori. Ma i problemi

sono ovvi, infatti, non sempre è possibile porre in essere un

meccanismo d’asta e la tassazione se troppo alta porterebbe

l’impressa a cessare la produzione, se troppo bassa

comunque permetterà all’impresa di fare extraprofitti;

 La funzione-obiettivo del Regolatore, ipotizzata da Loeb e

Magat è alquanto improbabile e irrealistica, perché siamo

nell’ipotesi che il Regolatore sia insensibile a questioni

redistributive.

Ma allora: come possiamo definire un meccanismo che porti ad

un risultato ottimale, nell’ipotesi che la funzione-obiettivo del

Regolatore sia attenta a questioni equitative (non punti

semplicemente alla massimizzazione del ) e, allo stesso tempo,

come modificare gli effetti redistributivi del meccanismo stesso

(visti i limiti del caos precedente)?

Un secondo modello, che fa al caso nostro, è quello di Baron e

Myerson, che ipotizzano un Regolatore la cui funzione di

benessere sociale attribuisce pesi diversi alle rendite, di

consumatori e impresa. Quindi , in questo caso, qual è il

meccanismo incentivante che massimizza il surplus totale, cioè il

benessere sociale? 95

Secondo i due autori, il Regolatore potrebbe offrire un menù

all’impresa comprensivo di tariffe e sussidi/trasferimenti, che

l’impresa può solo prendere o lasciare. In altre parole, sulla base

delle dichiarazioni dell’impresa, il Regolatore, stavolta ± attento a

questioni distributive, proporrà alcune opzioni tariffarie

praticabili, i cosiddetti meccanismi fasible, che per essere

efficienti devono rispettare la condizione di compatibilità degli

incentivi, cioè la combinazione prezzo-trasferimento deve essere

tale per cui: all’impresa convenga dichiarare i costi reali perché

una qualunque altra dichiarazione determinerebbe per l’impresa

dei profitti inferiori. Quindi è come se stessimo reinterpretando

la nozione di profitto dell’impresa, che diventa espressione

dell’informazione sui costi che possiede e che sono oscuri al

Regolatore.

In sostanza, il Regolatore è disposto a trasferire parte della

rendita dei consumatori all’impresa, imponendo un sistema di

prezzi che supera i costi marginali, in cambio di una dichiarazione

sui costi che sia veritiera. In questo caso il Regolatore

imporrebbe un prezzo uguale ai CM se non avesse alcun interesse

a questioni di carattere distributivo, caso Loeb e Magat, o

qualora non vi fosse asimmetria informativa, superiore, invece, se

è sensibile a questioni distributive, caso Baron e Myerson.

Più il peso attribuito all’equità è maggiore, più i prezzi saranno

superiori ai costi marginali dichiarati dall’impresa, in questo caso,

infatti, il trasferimento è più basso perché il prezzo praticato

supera i costi marginali e quindi l’impresa ha già un proprio

margine di profitto. In altri termini, se il Regolatore ha funzioni

redistributive, attribuirà un certo mark up all’impresa, altrimenti

imporrà un sistema di tariffe pari ai costi marginali e provvederà

a trasferire il surplus dai consumatori all’impresa massimizzando,

sic et simpliciter, il benessere sociale.

96

Tuttavia c’è inefficienza allocativa (risultato), infatti il prezzo si

allontana dal costo marginale. Come può, quindi, essere

giustificata la presenza di inefficienza allocativa nell’ambito di un

meccanismo di regolazione ottimale? Ciò è legato alla definizione

di profitto che abbiamo dato in questo contesto: è espressione di

una rendita per le informazioni che l’impresa possiede. Quindi se,

come in questo caso, la funzione-obiettivo del Regolatore assegna

un peso maggiore alla redistribuzione, significa che ogni

trasferimento dai consumatori all’impresa (ciò accade se

) genera una perdita di benessere sociale, da ciò deriva che il

Regolatore sarà disposto ad allontanare il prezzo dal costo

marginale per ridurre la rendita da informazione.

Il prezzo determinato in un simile meccanismo di regolazione

comporta, dunque, un trade off tra efficienza allocativa ed

efficienza produttiva (rendita del consumatore e rendita

dell’impresa, equità, data la funzione del benessere sociale, ed

efficienza).

2.2. Azione nascosta

L’asimmetria informativa può essere anche ex post, in tal caso

sarà l’azione ad essere nascosta. In altre parole, qualora

l’asimmetria informativa sia successiva alla definizione del

contratto, l’impresa potrà porre in essere comportamenti non

facilmente rilevabili dal Regolatore, azione nascosta appunto.

Nel nostro caso l’azione nascosta è riconducibile allo sforzo

profuso dall’impresa per minimizzare i costi, effort, così da

ritagliarsi un margine di mark up ignoto al Regolatore. Lo schema

proposto è quello di Laffont e Tirole e completa quello di Baron e

Myerson. 97

La funzione di costo dell’impresa, che è endogena in quanto non

dipende solo dalla funzione di produzione , ma anche dal

comportamento dell’impresa ( ):

( ) ( )

Ciò che il Regolatore conosce perfettamente è il prezzo e il

costo unitario , ma conosce solo parzialmente e per

niente .

Ovviamente, senza adeguati meccanismi di incentivazione,

l’impresa dichiarerà un livello di effort maggiore a quello

realmente profuso, in modo da sopravvalutare i costi inficiando il

meccanismo di regolazione a suo vantaggio.

Quale potrebbe essere, dunque, il meccanismo ottimale di

regolazione?

Il meccanismo ottimale si basa sui livelli di prezzo e costi

dichiarati dall’impresa, come nel caso precedente di Baron e

Myerson, anche in questo caso il fine è di evitare che l’impresa si

appropri di vantaggi derivanti dall’asimmetria informativa. Con

una funzione del benessere sociale che massimizza il prezzo e i

costi ( ), cioè attenta a caratteri distributivi, il meccanismo

ottimale di regolazione comporta un trasferimento all’impresa

che è funzione decrescente del costo (noto solo all’impresa),

quindi decrescente all’impegno profuso dalla stessa.

Praticamente il Regolatore, dopo aver osservato il livello di costo

dichiarato, attribuisce un trasferimento all’impresa che decresce

all’aumentare del costo stesso(incentivo). È in questo modo che

l’impresa viene incentivata a ridurre i propri costi di produzione,

cioè sarà orientata a dichiarare l’effettivo effort. Il risultato che

ne deriva è sicuramente di efficienza allocativa.

Anche qui si presenta il solito trade off tra efficienza allocativa e

produttiva. Tuttavia, rispetto il caso di Loeb e Myerson, il

98

Regolatore considera l’opportunità di sacrificare l’efficienza

produttiva (non quella allocativa come nel caso precedente) per

ridurre la rendita informativa dell’impresa, quindi in luogo

dell’efficienza allocativa.

2.3. Regolazione con incentivi

Prima di definire i principali strumenti usati come incentivi

all’impresa per ridurre i costi di produzione, specifichiamo che

nella realtà è difficile che il Regolatore sia in grado di trasferire

materialmente rendite all’impresa regolata, le competenze che

possiede generalmente non glielo consentono, pertanto, nella

definizione di meccanismi incentivanti dovrà concentrarsi

esclusivamente sull’uso dei prezzi quale unico strumento di

controllo.

Anche in questo caso c’è un trade off tra efficienza allocativa e

produttiva. Sarà quindi la funzione del benessere sociale che il

Regolatore intende massimizzare a delineare le linee guida

dell’intervento regolatorio.

Per una migliore illustrazione di quanto detto partiamo da due

ipotesi.

La prima ipotesi è quella già analizzata del cost plus, più nota

come rate of return, in cui il Regolatore fissa un prezzo pari ad un

livello di costo dichiarato, generalmente quello medio,

( ). In tal caso però raggiungeremo un efficienza

allocativa di second best a discapito dell’efficienza produttiva

dell’impresa. Quest’ultima infatti non sarà incentivata a ridurre i

costi di produzione perché il prezzo applicato è già sufficiente a

coprire i costi fissi, quindi garantisce l’equilibrio finanziario, ed ha

già un certo margine di rendimento pari alla remunerazione del

capitale investito. Ricordiamo che il Regolatore fissa un tetto

99

massimo alla remunerazione del capitale e all’impresa conviene

dichiarare la verità sulla sua struttura dei costi, altrimenti se la

remunerazione eccede il tetto il Regolatore abbasserà il prezzo e

viceversa. Tuttavia non può parlarsi di modello ottimale in quanto

c’è efficienza allocativa, anche se di second best, ma non

produttiva. Ecco spiegato il primo caso di trade off.

La seconda ipotesi è quella del price cap o prezzo fisso. Il

Regolatore fissa il prezzo ad un costo predeterminato, non sulla

base delle dichiarazione dell’impresa, ma del contesto di

riferimento. In altre parole, considera un costo atteso con

riferimento a variabili esogene quali la dinamica inflazionistica e

le aspettative nello sviluppo tecnologico, / (c/=c sopra segnato).

In questo caso il prezzo rappresenta un incentivo per

l’impresa a ridurre i costi di produzione, in quanto diventa egli

stessa beneficiaria, residuale, delle riduzioni di costo,

raggiungendo così l’efficienza produttiva. Ma ci si allontana dal

prezzo pari al costo marginale, o almeno costo medio, quindi

dall’efficienza allocativa. È il solito trade off.

Una terza ipotesi è quella intermedia alle due appena descritte,

proposta da Rees e Vickers, consente di utilizzare i due prezzi

fissati nei casi di cost plus e price cap come estremi.

In questo caso la relazione tra prezzo e costi è la seguente:

( )

Da questa relazione è chiaro che diventa il fattore che esprime

il potere incentivante del modello di regolazione adottato.

Infatti, se allora l’espressione precedente si semplifica in

, che è il caso di rate of return (cost plus), il cui potere

incentivante è praticamente nullo, se invece , allora avremo

che ed è il caso corrispondente al price cap, dove il potere

incentivante è maggiore. Applicando ad un valore compreso tra

0 e 1 avremo un meccanismo di intervento ibrido, intermedio,

100

ricompreso tra i due estremi del ROR e del Pc che ha più o meno

capacità incentivante per l’impresa. Potremmo anche dire che è il

( ),

fattore che chiameremo cost sharing o passthrough, che

diventa il punto centrale della questione. Tale fattore esprime la

percentuale di costo trasferito nel prezzo e che quindi è

direttamente a carico dei consumatori. Quale livello di

passthrough bisogna definire per ottenere un meccanismo

ottimale?

Ciò ci porta a rilevare che i modelli ipotizzati si differenziano per il

diverso grado di potere incentivante nei confronti dell’impresa a

ridurre i costi. Partendo da questa affermazione possiamo

redigere una classificazione, in base la quale il modello più adatto

ad incentivare la riduzione dei costi da parte dell’impresa è quello

di price cap, quello meno incentivante è il cost plus, mentre a

livello intermedio si posizionano i modelli ibridi come quello

appena visto, cioè con .

3. Price cap

Il modello di price cap consiste nel definire un tetto massimo ai

prezzi dei beni e servizi prodotti dall’impresa che viene adeguato

nel tempo (intervallo regolatorio prestabilito). C’è un duplice

meccanismo quindi alla base del modello, il primo con cui il

Regolatore fissa i prezzi in base ai costi attesi considerate le

dinamiche di mercato, e un meccanismo di adeguamento che

tiene conto della dinamica inflazionistica (fattori

macroeconomici) e delle variazioni dei prezzi degli input e dello

sviluppo tecnologico dell’impresa (fattori microeconomici). Il

Regolatore fissa un intervallo temporale, noto come periodo

regolatorio, al termine del quale rivede il tetto massimo.

L’utilità di tale modello sta anzitutto nel fatto che il Regolatore, a

differenza degli altri modelli, non necessità di informazioni

101

dettagliate sulla struttura dei costi dell’impresa da regolare e

sulla funzione di domanda, è un po’ quello che accade anche nel

modello di rate of return. Garantisce all’impresa la possibilità di

avere delle rendite (mark up), le basterà rispettare i vincoli di

prezzo, per questo sarà incentivata a minimizzare i costi di

produzione conseguendo l’efficienza produttiva, nel rispetto

anche del vincolo finanziario e, inoltre, consentendo la

massimizzazione del surplus del consumatore. Quest’ultimo

consiste nella successiva riduzione dei prezzi di vendita. Tuttavia i

benefici della minimizzazione anziché essere traferiti alla

collettività sono appropriati dall’impresa, attraverso la libera

determinazione del prezzo.

Come si determina questo tetto?

Nel caso di impresa multiprodotto, il Regolatore tra le altre cose,

dovrà anche decidere se applicare il vincolo a ciascun tipo di

servizio prodotto oppure imporre una media dei prezzi come

vincolo, cioè stabilisce un tetto su un paniere di beni e servizi

prodotti. In questo secondo caso l’impresa avrà un margine di

discrezionalità ancora più ampio, potendo, di fatto, imporre i

prezzi che vuole e diversi per ciascun servizio prodotto, purché

rispetti la media imposta come vincolo. Altra utilità di un simile

sistema risiede nel fatto che l’impresa può adeguare i prezzi alla

dinamica inflazionistica, senza correre il rischio di superare il

vincolo imposto, dato che questo si basa anche sulla previsione

della dinamica inflazionistica.

3.1. Una sintesi

Ecco le caratteristiche principali del modello di price cap:

 Il Regolatore fissa il vincolo, o tetto, ai prezzi entro il quale

l’impresa ha piena discrezionalità nella fissazione dei prezzi

102

finali. Il vincolo e la discrezionalità inducono l’impresa

all’efficienza produttiva, perché è dalla riduzione dei costi

che può ritagliarsi un margine di mark up, di profitto. Dato il

vincolo, più l’impresa riduce i costi, maggiore sarà il suo

profitto;

 Il vincolo viene definito con riferimento ad un paniere di beni

e servizi prodotti dall’impresa. È proprio ciò che permette

all’impresa di avere un certo margine di discrezionalità nella

fissazione dei prezzi. Un simile modello consente quindi

all’impresa di modificare la struttura dei prezzi entro i limiti

del tetto stabilito dal Regolatore;

 Gli indici dei prezzi vengono modificati sulla base di un

fattore di adeguamento, noto in gergo come fattore x.

Questo rappresenta l’elemento fondamentale del price cap.

La logica di tale sistema risiede nel fatto che il Regolatore

incentiva l’impresa alla minimizzazione dei costi fissando un

tetto ai prezzi che può praticare, così da permetterle di

ricavarsi un certo margine di profitto sui guadagni di

efficienza produttiva. Ma se il tetto che il Regolatore fissa è

troppo alto, allora è come se non stesse regolando affatto.

Allora il Regolatore, sulla base del coefficiente x, che esprime

i guadagni di produttività dell’impresa che il Regolatore si

spetta che questa potrà conseguire, anticipa i guadagni di

produttività attesi. Di conseguenza il Regolatore fisserà un

tetto che: da un lato consente all’impresa di ritagliarsi un

mark up, altrimenti non avremmo alcun potere incentivante,

d’altro lato anticipa i vantaggi attesi così che anche i

consumatori potranno partecipare immediatamente ai

guadagni previsti di produttività (imponendo il vincolo è

come se indirettamente si imponessero dei prezzi finali che

già riflettono i futuri guadagni di efficienza dell’impresa). Nel

103

momento in cui il Regolatore fissa il tetto in base ai guadagni

attesi, l’impresa dovrà fare in modo di rispettare le

aspettative del Regolatore, quindi tale fattore viene reso

noto all’impresa, altrimenti il vincolo imposta diventa molto

stringente e avrà margini di profitto molto limitati. Quindi il

fattore di adeguamento o coefficiente x rappresenta il

guadagno che il Regolatore si aspetta che l’impresa

consegua, ed è un fattore esogeno, nel senso che è il

Regolatore, sulla base delle proprie conoscenze e

informazioni, a stabilirlo. Tutta la logica del price cap è

basata su questo fattore.

 L’intervallo regolatorio viene sostanzialmente giustificato dal

fatto che il contesto di riferimento, in cui il Regolatore e

l’impresa operano, è dinamico. Di conseguenza i fattori che

hanno contribuito alla precedente definizione del tetto di

prezzi tra cui l’inflazione e le variazione dei prezzi degli input,

l’aumento della produttività, nonché il fattore di

adeguamento, portano il Regolatore, ad intervalli

prestabiliti, a riesaminare ed eventualmente modificare il

vincolo (sono anche questi interventi che consentono al

consumatore una maggiore partecipazione ai guadagni di

efficienza dell’impresa);

 L’intervallo di regolazione, con cui il Regolatore stabilisce

l’arco temporale (di solito 3 o 5 anni) di riferimento del

modello di intervento price cap, è noto all’impresa e fisso,

nel senso che l’impresa sa che durante il periodo di tempo

prestabilito il Regolatore si impegna a non cambiare il

meccanismo di intervento e/o i suoi parametri, quindi il cap.

Da ciò deriva una logica conclusione: tanto più lungo è

l’intervallo di regolazione, tanto maggiore sarà l’incentivo

per l’impresa ad operarsi per ridurre i costi di produzione.

104

Ciò sarà particolarmente vero all’inizio del periodo di

regolazione, quando l’impresa ha tutta la convenienza ad

investire per minimizzare i costi visto che potrà trattenere

più a lungo i profitti, i guadagni di efficienza. Tuttavia questo

meccanismo di incentivazione crea forti distorsioni

nell’efficienza allocativa, in quanto il prezzo discosterà,

praticamente sempre, dai costi di produzione. Ciò è legato al

fatto che il vincolo, e quindi i prezzi finali, verranno adeguati

alla nuova struttura dei costi dell’impresa solo al termine

dell’intervallo regolatorio, come d’accordi, nel mentre

l’impresa potrà liberamente trattenere i profitti. D'altronde

se così non fosse l’impresa non avrebbe alcun incentivo a

minimizzare i costi. Il contrario accade se l’intervallo di

regolazione è breve o, analogamente, ci troviamo alla fine

del periodo, dove l’incentivo a minimizzare i costi è molto

basso perché trascorso il termine prestabilito il Regolatore

trasferirà le rendite dell’impresa (derivanti dalla riduzione

dei costi) ai consumatori attraverso una riduzione delle

tariffe. In questa fase la divergenza tra prezzi e costi è

minima, visti gli scarsi incentivi ad innovare per minimizzare i

costi, e il modello di price cap è molto simile a quello di rate

of return.

6. Effetti derivanti dalla variazione dei prezzi relativi

Infine possiamo dire che la possibilità per l’impresa regolata di

modificare i prezzi relativi dei singoli servizi prodotti, sempre nel

rispetto del cap ovviamente, oltre ad incentivare la riduzione dei

costi (specie nel lungo periodo) ha anche due ordini di effetti:

 Effetti distributivi. Alcuni consumatori possono venire

avvantaggiati a scapito di altri a seguito dello sviluppo

tecnologico che consente la riduzione dei costi di

105

produzione. Può ad esempio accadere che un’impresa che

opera nel settore delle telecomunicazioni utilizzi una

tecnologia grazie la quale il costo di una telefonata non

dipende tanto dalla distanza di conversazione ma dalla

durata. In un simile esempio è chiaro che i consumatori che

effettuano chiamate di breve durata, anche se extraurbane

(di lunga distanza), saranno avvantaggiati dalla riduzione dei

costi, mentre coloro che effettuano chiamate di lunga

durata, ma interurbane, ne saranno svantaggiati. Il problema

in questo caso non è relativo all’efficienza economica, infatti

abbiamo comunque una riduzione dei costi di produzione,

ma è legato a ragioni di equità sociale. Il Regolatore

potrebbe risolvere il problema applicando dei cap diversi per

servizi diversi, così da spingere l’impresa ad adottare una

certa proporzionalità nell’aggiustamento dei prezzi;

 Effetti sull’efficienza. Se in un mercato di concorrenza si

applica il modello del price cap, l’impresa regolata potrebbe

imporre prezzi minori ai costi marginali finanziando la

produzione con prezzi più elevati, quindi non efficienti, su un

mercato dov’è price maker (ha potere di mercato). Si parla in

sostanza di sussidi incrociati, che tuttavia il Regolatore può

facilmente verificare (test del costo stand alone e test del

costo incrementale), quindi correggere.

3.2. Cost plus e price cap

Facciamo un confronto tra i due modelli analizzati, Ror e Pc:

 Grandezze di riferimento. Il modello del rate of return fissa il

tasso di profitto dell’impresa sulla base di un equo

rendimento del capitale investito. In questo modo l’impresa

fisserà i prezzi pari al costo medio per rispettare il vincolo

106

impostole dal Regolatore, il quale reperisce i dati sulla base

delle dichiarazioni fornite dall’impresa e rilevabili da dati

contabili certi. Il modello di price cap, invece, si basa su una

previsione del Regolatore che si riferisce a grandezze future

e senza fare un uso dichiarato dei dati di bilancio (in realtà il

Regolatore per fissare il vincolo iniziale e il meccanismo di

adeguamento, tiene conto di costi e rendimenti storici e

prospettici dell’impresa). Fisserà quindi un tetto ai prezzi, e

non al tasso di profitto, che verrà aggiustato, adeguato, in

base una regola prefissata di indicizzazione;

 Flessibilità dei prezzi. Nel ROR i prezzi sono fissati

dall’impresa, sulla base del tetto di profitto stabilito dal

Regolatore, e dopo essere stati dichiarati e accettati dal

Regolatore, resteranno immutati per tutto il periodo di

riferimento. Nel meccanismo Pc, invece, il Regolatore fissa

un tetto ai prezzi, ma l’impresa ha piena discrezionalità,

entro i limiti del vincolo, nella fissazione die prezzi, in altre

parole ha pieno, o quasi, controllo della sua struttura dei

prezzi, anche relativi;

 Intervallo di regolazione. Nel ROR non c’è un intervallo fisso,

prestabilito, il vincolo viene modificato ogni qual volta

l’impresa propone al Regolatore una modifica dei prezzi, o se

si supera il limite stabilito. Il Regolatore dovrà di volta in

volta valutare la struttura proposta e procedere,

eventualmente, con l’adeguamento. Per questo motivo il

meccanismo di rate of return viene anche definito di

revisione continua. Nel price cap, invece, l’intervallo

temporale è predeterminato dal Regolatore e noto

all’impresa. Nel periodo prestabilito il Regolatore si impegna

a non apportare modifiche al meccanismo di regolazione.

L’impresa ha quindi “libertà” di aggiustamento. Al termine

107

del periodo il Regolatore provvederà a trasferire le rendite ai

consumatori attraverso una riduzione del tetto dei prezzi.

4. Regolazione con profit sharing

Un altro modello di regolazione con incentivi è quello di profit

sharing, letteralmente compartecipazione agli utili, presenta le

seguenti peculiarità:

1. Ripartizione dei profitti, ma anche delle eventuali perdite,

che superano un predeterminato livello definito “normale”;

2. La compartecipazione ai profitti avviene, come negli altri

casi, mediante una riduzione dei prezzi o attraverso

l’assegnazione di rimborsi, solo dopo che l’eccesso di

profitto è stato rilevato;

3. La regola di ripartizione presenta almeno due varianti: 1-

banded rate of return, in cui la ripartizione avviene in base al

livello del saggio di profitto raggiunto; 2- dividend sharing, la

ripartizione in questo caso si basa sui dividendi degli

azionisti. La differenza quindi risiede nella grandezza con cui

si vuole esprimere la redditività dell’impresa;

4. Il modello di profit sharing può essere usato

autonomamente, cioè come alternativa ad altri modelli,

oppure nell’ambito di un quadro regolatorio più ampio e

basato sullo schema di price cap. Nel primo caso avremo che

lo schema regolatorio di profit sharing rasenta quello del

rate of return, regolazione del rendimento di capitale, che

impone un limite al saggio di rendimento del capitale. Nel

secondo caso, invece, viene considerato come uno

strumento regolatorio basato su un altro modello, e avrà

effetto incentivante sulla riduzione dei prezzi, peraltro

superiore a quella del periodo di price cap. Questo è

108

possibile perché agisce un duplice meccanismo di

regolazione: dapprima quello che fissa un vincolo ai prezzi

(price cap) e successivamente quello di ripartizione degli utili

se viene superato il limite reddituale definito normale;

5. Partecipazione ai profitti immediata. Questo si esplica con il

fatto che la quota di profitto viene stabilita dal Regolatore

nel momento in cui impone il limite posto all’impresa.

Limiti:

1. Il primo limite è connesso proprio alla partecipazione

immediata ai profitti, che disincentiva l’impresa a ridurre i

costi. In altre parole, l’incentivo a minimizzare i costi di

produzione è tanto minore quanto maggiore è la quota di

profitto attribuita ai consumatori;

2. La misura della profittabilità dell’impresa è introdotta

esplicitamente dal Regolatore nel meccanismo di controllo

dei prezzi, ciò determina un problema di circolarità, nel

senso che l’impresa non sa quanto e quando avrà un

profitto, infatti il suo guadagno è legato alla riduzione dei

costi nel periodo di regolazione, che è a sua volta connesso

agli incentivi definiti dal Regolatore. La conseguenza è che

ciò disincentiva l’impresa a minimizzare i costi di produzione;

3. Un aspetto critico del modello è scegliere la grandezza più

adeguata per esprimere la profittabilità dell’impresa e la sua

stima (quest’ultima potrebbe essere usata con un

meccanismo di performance comparative, yardstick

competition);

4. Difficoltà nel prevedere le performance dell’impresa.

Giustificazioni/utilità:

1. Ruolo preminente alle problematiche distributive. Quindi un

simile modello sarà adottato da un Regolatore con una

109

funzione di benessere sociale che assegna maggior peso al

lato dell’equità. Quindi ha una forte legittimazione sul piano

sociale rispetto gli altri schemi, specialmente perché la

redistribuzione dei profitti è immediatamente e facilmente

rilevabile e condivisibile.

2. È intrinseca nello schema una maggiore credibilità

dell’intervento regolatorio, che deriva dal controllo continuo

sui profitti posti in essere dallo schema stesso, il vincolo

viene imposto e periodicamente viene rivalutato e adeguato,

il Regolatore non deve intervenire nel caso di eventi inattesi

in quanto il meccanismo dello schema provvederà a

ripartirne gli effetti sia positivi che negativi, tra consumatori

e impresa. Il Regolatore potrà quindi tener fede ai suoi

impegni.

3. La maggior credibilità può favorire intervalli regolatori più

duraturi, incentivando l’impresa a ridurre i costi.

4. Maggiore stabilità del processo regolatorio, sempre che il

Regolatore sia in grado di prevedere accuratamente le

performance dell’impresa (che è uno degli aspetti critici del

modello).

5. Regolazione con yardstick competition

Con il modello dello yardstick competition il Regolatore si

propone di ridurre l’asimmetria informativa con l’impresa

(sempre questo è il problema) mediante un meccanismo di

confronto tra imprese che operano in settori uguali o almeno

simili. È il cosiddetto principio della concorrenza comparativa tra

le imprese (yardstick competition). La logica è la seguente: il

Regolatore cerca di colmare le proprie lacune informative

acquisendo informazioni da imprese diverse da quelle che deve

regolare, ma che presentano delle condizioni simili tali per cui si

può ricavare, approssimativamente, il livello di costo dell’impresa

110

da regolare. Il Regolatore ipotizza che se le imprese operano nelle

stesse condizioni, o comunque in condizioni similari, anche i costi

di produzione saranno gli stessi, o quasi. Di conseguenza il

Regolatore fissa un prezzo pari al costo medio rilevato dalle

strutture di altre imprese, in questo modo l’impresa regolata sarà

incentivata a ridurre i suoi costi, anche sotto il livello medio

fissato dal Regolatore, perché in questo modo ne ricaverà dei

profitti aggiuntivi (mark up).

Più in generale con un simile modello è possibile indurre una

riduzione generalizzata dei costi e di conseguenza dei prezzi, se

applicato in modo analogo a tutte le imprese. Se il Regolatore

riesce ad avere dati su numerose imprese allora riesce a ricavare

una stima dei costi e basa il proprio intervento sulla stessa. In

questo modo il Regolatore riesce ad identificare quelle imprese

che si discostano dalla best practice, cioè che operano in maniera

non efficiente, sulla base dei costi medi rilevati, pertanto andrà a

regolare tutte quelle che si allontanano dall’impresa che risulta

più efficiente. La logica è quella di indurre la concorrenza

attraverso la regolazione.

Tuttavia questo meccanismo è particolarmente efficace se le

imprese operano in contesti identici e non ci sono possibilità di

collusione tra di loro. Ma nella realtà è difficile trovare imprese

che operano nelle stesse condizioni (limiti), la normalità è che gli

ambienti siano diversi (territorio, clima, popolazione ecc.) e

quindi anche i costi unitari saranno differenti, infatti i fattori

esogeni che condizionano la struttura dei costi dell’impresa, , (si

pensi ai prezzi delle materie prime che possono variare, tipo il

petrolio, il costo del lavoro ecc.) ma anche lo sforzo profuso da

ciascuna impresa, , saranno diversi. Una possibile soluzione

consiste nel definire delle variabili statistiche che riescano a

sintetizzare approssimativamente il valore dell’influenza sui costi

111

dell’impresa dei fattori esogeni. Ecco perché il metodo è poco

utilizzato nella pratica, specialmente se consideriamo il fatto che

le imprese da osservare sono poche e la variabili esogene sono

molte.

Il meccanismo di regolazione che incentiva la riduzione dei costi

mediante comparazione tra imprese viene normalmente usato

nell’ambito di un quadro regolatorio più ampio (price cap), come

accade anche per il profit sharing, e principalmente per ridurre

l’asimmetria informativa per implementare un meccanismo di

price cap.

Conclusioni

Abbiamo visto che il problema principale che giustifica

l’intervento del Regolatore è sempre lo stesso, l’asimmetria

informativa.

Abbiamo successivamente esposto diversi modelli incentivanti

atti a ridurre i costi e quindi a rendere meno oppressivo il

problema dell’asimmetria informativa. I principali modelli sono

quelli del rate of return, più sensibile alla carenza di informazioni

(fissa un rendimento massimo dell’impresa sulla base dei costi

dichiarati), e il modello del price cap, che fissa arbitrariamente i

prezzi ma fornisce un incentivo maggiore alla riduzione dei costi

di produzione.

Quindi, i modelli di Loeb e Magat e di Baron e Myerson ci

mostrano due plausibili meccanismi per portare l’impresa a

rivelare la sua struttura dei costi. Tuttavia non possiamo dire che

siano efficienti, o meglio ancora: sono efficienti dal lato della

produzione e dell’allocazione delle risorse, nel primo caso, ma

come abbiamo visto determinano una forte iniquità; il secondo

modello invece sembra non raggiungere risultati di first best, ma

112

ci dimostra la presenza di un trade off tra efficienza ed equità e,

nel caso specifico, tra efficienza allocativa ed efficienza

produttiva. Il Regolatore è disposto a concedere un margine più o

meno ampio di extraprofitto all’impresa in cambio di una

maggiore o minore distribuzione delle rendite.

113

CAPITOLO 6. La regolazione dell’interconnessione

Finora ci siamo occupati della regolazione dei cosiddetti prezzi

finali, cioè i prezzi d’acquisto pagati dai consumatori finali. Da

adesso ci occuperemo invece della regolazione dei prezzi

intermedi, cioè quelli pagati da imprese per l’accesso ad una rete,

infrastruttura, di un’altra impresa che ne è proprietaria.

La rete o infrastruttura è quindi posseduta da una sola impresa,

generalizzando quello che affronteremo, la quale, è necessaria

per la fornitura di determinati servizi alla clientela finale. Si pone

quindi un problema fondamentale, quello dell’accesso alla rete

da parte di imprese concorrenti, le quali senza l’utilizzo della

stessa, non potranno raggiungere e soddisfare la clientela. Il

diniego da parte del gestore della rete dell’accesso è sanzionato

dall’antitrust come abuso di posizione dominante, pertanto il

problema si solleva ogni qual volta siamo in presenza di

monopolio naturale. Pertanto riguarda tutti i settori di servizi

infrastrutturali, come le telecomunicazioni, la fornitura di acqua,

gas, elettricità e il settore dei trasporti.

Si rende, quindi, necessario e auspicabile l’intervento del

Regolatore per garantire l’accesso, indiscriminatamente e a

condizioni obiettive, a tutti i produttori di quel servizio che

necessitano di quella rete per poter fornire il prodotto finale.

Compito del Regolatore è quindi, quello di delineare e fissare le

condizioni di accesso alla rete.

Prima di addentrarci nell’analisi regolatoria è utile fare un

distinguo tra:

 Infrastruttura o rete cosiddetta essential facility. È

un’infrastruttura essenziale per la fornitura di un servizio e

che non può, inoltre, essere emulata se non a costi

eccessivamente onerosi tali da non rendere conveniente la

114

fornitura di quel servizio da parte di un nuovo entrante, nel

qual caso, infatti, le imprese che duplicassero la rete

essenziale dovrebbero applicare prezzi finali troppo alti per

recuperare i costi e pertanto verrebbero sopraffatti dalla

concorrenza di chi ne è già in possesso;

 Non tutte le infrastrutture sono però essential. In

particolare, non lo sono, seppur essenziali dal punto di vista

meramente tecnico, quelle che possono essere replicate a

condizioni economicamente, comunque, vantaggiose con

riferimento alla decisione di offrire un determinato servizio.

Si parla in tal caso di bottleneck facilities, cioè di

“strozzature” che possono essere facilmente risolte dagli

agenti economici.

1. Accesso e reti

Lo studio dell’accesso alle reti è necessariamente collegato alle

caratteristiche delle reti, sia tecniche che economiche.

Sulla base dei contributi di Economides e Armstrong,

distinguiamo due tipologie di accesso alla rete:

1. Accesso one-way. Si verifica quando c’è un’impresa che ha il

monopolio di un input che è un essential facility, e del quale

quindi necessitano anche le altre imprese presenti sul

mercato per offrire quel determinato servizio alla clientela

finale. Tuttavia l’incumbent può senza alcun problema

offrire il servizio che produce ai consumatori, mentre le altre

imprese hanno bisogno di accedere alla sua rete (essendo

appunto una essential facility non può essere duplicata a

costi compatibili con il servizio offerto). È il caso del servizio

Internet che per essere offerto necessità dell’accesso alla

rete di un operatore telefonico;

115

2. Accesso two-way. Si parla più propriamente di

interconnessione, è il caso che si verifica quando ci sono più

imprese sul mercato, ciascuna delle quali possiede una rete

ma allo stesso tempo necessità di accedere alla rete altrui.

C’è quindi, in un certo senso, una necessità di accesso

reciproco. È ad esempio il caso della telefonia mobile, in cui

ci sono diversi gestori ma che necessitano delle reti dei

concorrenti per permettere l’estensione del servizio, nel

senso di permettere la comunicazione tra abbonati di gestori

diversi. Questo è possibile solo ampliando la rete e quindi

accedendo a quella di altre imprese. Più propriamente

questo è un caso di relazione in concorrenza, in cui le

imprese servono la stessa clientela. C’è anche il caso di

relazione non concorrenziale, come quello dei gestori

telefonici di Paesi diversi.

La distinzione tra le due modalità di accesso non sta nelle

caratteristiche dei servizi offerti, ma nella complementarietà

delle reti, cioè si ha accesso one-way quando la rete ha un solo

possessore che quindi deve garantire l’accesso alle altre imprese,

non c’è quindi complementarietà in questo caso. Mentre, nel

caso two-way la complementarietà consiste nella doppia

necessità di accesso alla rete, che è posseduta da entrambi, o

tutti, gli operatori presenti su quello specifico mercato.

È quindi pacifica la necessità dell’intervento regolatorio, che

tuttavia, in linea generale e in prima battuta, è diverso a seconda

della modalità di accesso. Nel primo caso è necessario impedire

all’incumbent di applicare prezzi di accesso troppo alti e tali da

scoraggiare l’ingresso di nuovi operatori. Nel secondo caso,

invece, è più che altro necessario un intervento ex-post, quindi

l’intervento della normativa antitrust, atto ad impedire accordi

116

collusivi tra i proprietari delle reti che generalmente sono pochi,

trattandosi di fatto di infrastrutture importanti.

1.1. Accesso one-way

L’intervento regolatorio va tarato caso per caso, dipende in

particolare dalla struttura del mercato a valle e dalla struttura

industriale della rete (rapporti tra imprese). Quindi si prospettano

diverse modalità di intervento, anche se tutte con la medesima

finalità: fissare tariffe di accesso ottimali, cioè tali da

massimizzare il benessere sociale.

Ci sono tre casi principali di reti:

1. Monopolio integrato verticalmente;

2. Separazione strutturale;

3. Operatore, monopolio, integrato verticalmente con

concorrenza sul mercato finale.

Nel caso del monopolio integrato verticalmente siamo in

presenza di una sola impresa che contemporaneamente gestisce

la rete, quindi è proprietaria dell’infrastruttura, ed offre il servizio

finale (telecomunicazioni, elettricità e ferrovie).

È quindi un classico esempio di monopolio naturale, viste le

imponenti infrastrutture abbiamo infatti economie di scala. In

questo caso il problema della tariffa d’accesso è internalizzato,

cioè è interno alla sola impresa presente sul mercato, quindi non

sarà necessario l’intervento del Regolatore atto a determinare

una certa tariffa intermedia (il monopolista è l’unico ad usare

quella infrastruttura e quindi non si creano problemi dei prezzi di

accesso in quanto è proprietario della rete), ma fisserà i prezzi

finali.

Le soluzioni quindi saranno due:

117

 Imporre il prezzo finale pari al costo marginale sussidiando il

monopolista per la copertura dei costi. Ma ci sono ovvi

problemi di asimmetria informativa e di inefficienza anche

connessi alle modalità del trasferimento;

 Fissare i prezzi al costo medio, contenendo così le distorsioni

dell’asimmetria informativa ma conseguendo un risultato di

second best.

Il caso di separazione strutturale, invece, si verifica quando c’è

un mercato monopolista che è quello della rete, e un mercato a

valle più o meno concorrenziale. In altre parole, c’è un’impresa

monopolista che è proprietaria della rete, ma che non offre il

servizio finale, e una o più imprese che invece offrono il servizio

senza avere la rete in gestione.

In questa circostanza quello che si verifica è che le tariffe

d’accesso devono, in qualche modo, tener conto del grado di

concorrenza che esiste sul mercato a valle. In altre parole si crea

una interdipendenza anche sul piano regolatorio (la public policy

dipende dalla struttura del mercato a valle), in particolare

possiamo affermare che il prezzo di accesso, o intermedio,

ottimale dipende dal prezzo finale.

Possiamo quindi avere due casi:

 Il primo in cui il mercato a valle è concorrenziale o un

oligopolio alla Bertrand, in cui i servizi offerti sono perfetti

sostituti, cioè sono indifferenziati;

 Il secondo caso in cui il mercato non è perfettamente

concorrenziale, e in cui i servizi hanno un certo grado di

differenziazione.

Se il settore di mercato bottleneck è quindi concorrenziale come

nel primo caso, e i servizi sono indifferenziati, allora gli operatori

presenti in questo tratto di mercato si faranno concorrenza sul

118

prezzo finale portandolo fino al livello dei costi marginali, di

conseguenza anche il costo intermedio di accesso dovrà

rispecchiare l’efficienza ed essere uguale al costo marginale

dell’accesso. Tuttavia, la presenza di economie di scala determina

la necessità di un sussidio al gestore della rete (vincolo della

sostenibilità finanziaria), il quale altrimenti fallirebbe, ma

consapevoli delle problematiche inerenti ad un sussidio, il

Regolatore adotterà un’altra strategia di fissazione della tariffa

ottimale di accesso. Nello specifico fisserà un prezzo d’accesso

pari al costo marginale dell’accesso più un mark-up atto a coprire

i costi fissi, quindi le tariffe non necessariamente devono essere

di first best, ma di second best visto il vincolo finanziario. Le

politiche che il Regolatore può adottare in tal caso sono:

1. Prezzi di Ramsey;

2. Ecpr, Efficient component pricing rule.

Questo descritto è un caso tipico di un settore come il gas, in cui

la sostituibilità tra i servizi offerti è molto elevata.

Tuttavia ci sono settori infrastrutturali in cui la suddetta

sostituibilità è meno accentuata, è il caso della

telecomunicazione mobile o dei servizi ferroviari (si pensi

all’ingresso di Italo nella rete ferroviaria nazionale italiana).

È questo il secondo caso di mercato che potrebbe presentarsi agli

occhi del Regolatore, in cui la concorrenza è imperfetta e i servizi

non sono del tutto indifferenziati, ma c’è un certo grado di

differenziazione. In tal caso gli operatori non competono sul

prezzo, ma è più logico immaginare che, avendo un certo potere

di mercato (vista la differenziazione dei servizi), decidono di

massimizzare i propri profitti applicando prezzi al di sopra dei

costi medi e quindi riducendo la quantità socialmente

desiderabile, ottimale. La soluzione allora potrebbe essere,

seguendo le linee guida di Armstrong e Doyle, che il Regolatore

119

fissi una tariffa di accesso inferiore al costo marginale,

garantendo così l’efficienza allocativa, ma non quella produttiva.

Applicare una tariffa comprensiva di un margine di mark-up (cioè

superiore ai costi marginali di accesso) comporterebbe in questo

caso ad un aumento del prezzo finale dei servizi offerti, così che

gli operatori possano rifarsi sui maggiori costi di accesso, visto

che hanno un certo potere di mercato, a scapito dei consumatori.

Il Regolatore allora sarà costretto ad intervenire non soltanto sui

prezzi intermedi, fissando un certo margine di profitto per

l’accesso alla rete, ma anche sulla fissazione dei prezzi finali.

A questo punto dobbiamo analizzare l’ultimo tipo di

infrastruttura, quella dell’operatore verticalmente integrato in

presenza di concorrenza sul mercato dei servizi finali. Caso tipico

delle telecomunicazioni, in cui l’incumbent è sia gestore di rete

che fornitore del servizio, ma a valle ci sono più operatori che

offrono il medesimo servizio. Il fatto che l’incumbent opera su

entrambi i settori di mercato, potrebbe spingerlo ad adottare

pratiche anticoncorrenziali, o negando l’accesso alla rete o

applicando tariffe d’accesso eccessivamente onerose, tali da

inficiare la convenienza ad entrare nel mercato da parte degli

altri operatori. In quest’ultimo caso infatti i nuovi entranti per

recuperare i costi d’accesso dovranno praticare prezzi finali più

elevati, ma verrebbero presto esclusi dal mercato dalla

concorrenza (pratica dei prezzi predatori) dell’incumbent. Il

Regolatore quindi dovrà: non solo fissare la tariffa d’accesso, ma

anche quella finale, altrimenti l’impresa-gestore potrebbe

adottare una politica interna di sussidi incrociati (il settore

monopolistico finanzia quello concorrenziale) imponendo prezzi

finali inferiori ai costi marginali, escludendo i concorrenti dal

mercato. 120

La soluzione, anche in questo caso come il precedente, consiste

nel fissare sia la tariffa intermedia che una finale. I modelli di

regolazione utilizzati sono sempre quello dei Prezzi di Ramsey o in

alternativa l’Ecpr (soluzioni di second best). La logica, teorica,

nella duplice regolazione sta nel fatto che la prima consente la

copertura dei costi di accesso, attraverso l’applicazione di un

mark up sui costi marginali d’accesso, la seconda tutela i

consumatori, garantendo l’efficienza allocativa.

Tuttavia bisogna ricordare che l’intervento regolatorio deve

essere tarato, caso per caso, non solo con riferimento alla

struttura competitiva del mercato finale, ma anche con

riferimento alla struttura della rete, in particolare con il tipo di

accesso richiesto, distinguendo tra:

1. Accesso Essential facility. La cui soluzione è l’orientamento

della tariffa d’accesso ai costi (Prezzi di Ramsey o Efficient

component pricing rule);

2. Accesso Bottleneck facility. In cui da un lato mancano le basi

per imporre l’incumbent a concedere l’accesso alla rete ad

un prezzo orientato ai costi, in quanto l’infrastruttura è

duplicabile, non è essenziale (cioè è sostituibile da altra

infrastruttura o replicabile a condizioni non

antieconomiche). D’altro lato è opportuno e legittimo

obbligare il proprietario a concedere l’accesso alla rete in

quanto altrimenti i clienti finali non verrebbero forniti del

servizio, almeno fino a quando un altro operatore non abbia

terminato la costruzione dell’infrastruttura, necessità

particolarmente impellente se la domanda è meno elastica.

È quindi pacifico che l’accesso debba essere garantito a tutti gli

operatorti, ma è anche opportuno che il Regolatore fissi la tariffa

intermedia, onde evitare le pratiche anticoncorrenziali che, come

abbiamo visto, l’incumbent può porre in essere se lasciassimo la

121

tariffa intermedia alla libera contrattazione. Ma non possono

nemmeno essere fissate sulla base dei costi come abbiamo detto,

allora una plausibile soluzione potrebbe essere quella del retail

minus, che consiste nella fissazione del prezzo di accesso pari al

prezzo al consumo depurato dai costi commerciali e dai costi di

gestione della clientela. In altre parole si impone al proprietario

della rete di applicare agli operatori entranti un prezzo di accesso

pari a quello offerto alle proprie divisioni commerciali.

È opportuno sottolineare una questione. Le pratiche strategiche

del monopolista sono più probabili ed efficaci all’inizio

dell’apertura del mercato, in un primo tempo per così dire, in

quanto l’incumbent gode di un’esperienza pluriennale di

produzione in quello specifico settore, mentre i nuovi entranti no

e pertanto si troverebbero nettamente svantaggiati (hanno una

evidente capacità produttiva inferiore a quella dell’impresa

dominante, titolare del mercato). In questa prima fase la public

policy più adeguata è quella ex-ante, perché l’intervento antitrust

impiegherebbe troppo tempo ad espletare la sua efficacia e in

questa fase è necessario un rapido intervento, è inoltre possibile

in quanto all’inizio dell’apertura del mercato i servizi sono

sostanzialmente indifferenziati e gli operatori hanno dimensioni

modeste e quindi sono più facilmente controllabili e per il

Regolatore è ancora abbastanza semplice determinare delle

tariffe ottimali. In una seconda fase, invece, in cui gli operatori

hanno ormai dimensioni più o meno ampliate rispetto quelle

iniziali, e in cui c’è una certa differenziazione dei servizi offerti e

un certo sviluppo del mercato, è più efficiente una regolazione

ex-post, vista la sempre maggiore difficoltà per il Regolatore, date

le condizioni, di fissare in modo ottimale i prezzi. Si noti che la

politica di regolazione dipende ancora una volta dalla struttura di

mercato, sia a monte che a valle.

122

1.2. Accesso two-way

È il caso di due o più imprese operanti sul mercato finale,

ciascuna delle quali possiede una propria rete, tuttavia

necessitano di accedere alla rete dei concorrenti per garantire

l’offerta del servizio finale agli utenti. Si parla più propriamente di

interconnessione o accesso two-way.

La teoria economica, sulla base dei contributi di Armstrong,

analizza il problema dell’interconnessione partendo da tre ipotesi:

 Nel mercato sono presenti due imprese simmetriche (stessa

struttura dei costi) e che servono una domanda finale

omogenea;

 Le imprese possono applicare solo tariffe lineari, quindi non

discriminatorie;

 Assenza di regolazione nel mercato a valle.

In tale contesto le imprese sono libere di fissare sia i prezzi di

interconnessione che finali. Tali ipotesi possono dar luogo ad un

duplice meccanismo, che dipende dal grado di differenziazione

dei servizi offerti dalle due imprese.

Se i servizi offerti sono più o meno differenziati, applicando una

tariffa di interconnessione abbastanza elevata, si creerebbe un

equilibrio collusivo, anche tacito. Infatti, nessuna delle due

imprese sarebbe incentivata a ridurre il prezzo finale del servizio

offerto, dal momento in cui c’è una certa differenziazione da

quello della concorrente e, pertanto, un abbassamento del

prezzo finale non attirerebbe molti clienti concorrenti, ma

sicuramente farebbe aumentare la quantità consumata del

servizio il cui prezzo è relativamente più basso e gran parte della

clientela sfrutterebbe l’interconnessione per usufruire del

servizio dell’altro operatore, determinando un aumento dei costi

123

di interconnessione. Quindi in questo caso non c’è convenienza

per le imprese ad adottare politiche concorrenziali di

minimizzazione dei prezzi, conviene piuttosto un accordo

collusivo. In questo caso è facile immaginare che la tariffa di

interconnessione fissata dalle due imprese sia più elevata di

quella socialmente ottimale, non c’è regolazione e le imprese

sono solo due e non conviene farsi concorrenza, o meglio

nessuna delle due è incentivata a ridurre i prezzi finali. Secondo

Armstrong la tariffa ottimale di interconnessione dovrebbe

essere inferiore al costo marginale dell’accesso per compensare il

mark-up sui prezzi finali.

Se i servizi offerti, invece, sono più o meno indifferenziati, quindi

sostituibili, la collusione non genera equilibrio, al contrario non è

sostenibile. C’è, sostanzialmente, concorrenza e ad entrambe le

imprese converrebbe ridurre i prezzi finali così da accaparrarsi

parte della clientela, al limite tutta, del concorrente. Ma questo è

possibile solo perché i servizi offerti sono sostituibili. Si

raggiungerebbe quindi l’efficienza allocativa e l’intervento del

Regolatore è limitato al controllo della pratica contrattuale,

intervento antitrust a tutela della concorrenza.

A differenza del modello one-way network quello appena

descritto si differenzia anzitutto nella maturazione di mercato: si

parla di imprese simmetriche e quindi aventi la medesima rete,

questo presume una certa maturità e sviluppo del mercato. Se

fossimo nella fase iniziale del mercato e sempre in presenza di

interconnessione, l’intervento regolatorio sarebbe uguale a quello

dell’accesso one-way. Altra differenza risiede nel fatto che: nel

modello one-way network l’incumbent utilizza la tariffa

intermedia per creare delle barriere all’ingresso nel mercato; nel

modello two-way network può invece fungere da strumento

collusivo. 124

In ogni caso è necessario l’intervento del Regolatore atto a

fissare le tariffe intermedie con il fine di massimizzare il

benessere sociale, in quanto in assenza di regolazione antitrust, la

differenziazione della domanda finale consente alle imprese di

adottare comportamenti collusivi.

2. Teoria dei prezzi per l’accesso e per l’interconnessione

Riassumendo: le politiche pubbliche di intervento, in altri termini

la determinazione delle tariffe ottimali di accesso, dipendono

dalla struttura di mercato sia a monte, quindi dal tipo di rete, che

a valle, quindi dal tipo di concorrenza sul mercato finale, quindi

dal tipo di accesso richiesto e, infine, dal grado di sostituibilità tra

i servizi offerti. In generale:

 Nel caso di accesso in senso stretto o one-way, è necessario

l’intervento del Regolatore sia nel fissare i prezzi intermedi

che finali, è il caso della separazione strutturale e

dell’operatore verticalmente integrato in un mercato

concorrenziale a valle. Solo nel caso di monopolista

verticalmente integrato è sufficiente la fissazione della sola

tariffa di accesso. Invece, nel caso limite in cui al gestore

della rete venga vietato di offrire il servizio finale allora non

ci sarà bisogno di alcun intervento, ma si tratta di un’ipotesi

solamente teorica, è difficilmente giustificabile il divieto di

servire il mercato imposto dal Regolatore. L’obiettivo del

Regolatore in questo caso è quello di garantire l’accesso ad

una essential facility (infrastruttura la cui duplicazione

avverrebbe solo a costi tali da rendere sostanzialmente

impossibile l’offerta del servizio), a condizioni obiettive e non

discriminatorie a tutti gli operatori intenzionati ad entrare in

quel determinato mercato. L’intervento regolatorio ex-ante

tenderà a ridursi man mano che il mercato si sviluppa e

125

l’incumbent tende a perdere potere di mercato (quindi i

servizi diventano sempre più omogenei) e questo è possibile

solo con la maturazione del mercato stesso; ma anche nel

caso in cui ci si trovi in presenza di bottleneck facilities (è

economicamente possibile la duplicazione e/o lo sviluppo di

reti alternative);

 Nel caso di interconnessione o accesso two-way network,

nel caso in cui le imprese perdano potere di mercato

(prodotti omogenei) sarà sufficiente un adeguato

meccanismo di controllo della concorrenza, regolazione ex-

post, in quanto è stato dimostrato, sulla base della teoria di

Armstrong, che il mercato riesce comunque a conseguire

risultati efficienti.

Occupiamoci, quindi, dei casi in cui la regolazione ex-ante è

necessaria, affrontando i rispettivi problemi con i modelli

proposti dalla teoria economica: “Prezzi di Ramsey”, “Efficient

component pricing rule”, in un contesto prima statico e poi

dinamico.

2.1. Prezzi di Ramsey

Nel caso di accesso one-way abbiamo già visto che il Regolatore

non può, nella pratica, fissare i prezzi di accesso pari ai costi

marginali altrimenti si renderebbe necessario un sussidio

all’incumbent generando le relative inefficienze (trasferimento

della rendita dal consumatore al produttore). L’obiettivo del

Regolatore è sempre quello di massimizzare il benessere sociale

e raggiungere risultati efficienti sia dal punto di vista dell’impresa

che del consumatore, efficienza produttiva e allocativa. Tuttavia

sappiamo che è impossibile ottenere efficienza in entrambi in

casi, è il solito trade off. 126

Una soluzione, quindi, potrebbe consentire di conseguire risultati

di second best massimizzando il benessere sociale e garantendo

allo stesso tempo l’equilibrio finanziario dell’impresa.

Armstrong e Doyle ci mostrano che una plausibile soluzione

consiste nell’applicazione dei Prezzi di Ramsey, cioè l’adozione di

determinate tariffe, fissate in relazione all’elasticità della curva di

domanda. Quindi il Regolatore fisserà una tariffa d’accesso

superiore ai costi marginali e nello specifico pari alla somma tra

costi marginali e un mark-up il cui valore dipende dall’elasticità

della domanda al prezzo; minore è l’elasticità e più alto sarà il

mark-up richiesto.

Tuttavia vi sono alcuni limiti che derivano dall’applicazione dei

Prezzi di Ramsey al caso concreto. Anzitutto ci sono da

considerare due curve di domanda, quella dell’operatore che

richiede l’accesso e quella relativa ai consumatori. Il risultato che

si consegue è di second best, ma ci sono alcune inefficienze che si

presentano nella realtà: anzitutto un problema distributivo e in

secondo luogo c’è un’asimmetria informativa ancora più

stringente in quanto è duplice, riguarda sia la domanda dei

consumatori, sia quella di quei pochi operatori presenti sul

mercato a valle che hanno richiesto l’accesso, i quali sono

incentivati a fornire dichiarazioni fallaci, con il fine di “spuntare”

un costo di accesso minore (dichiarano una elasticità maggiore

rispetto quella reale).

2.2. L’Ecpr: il caso monoprodotto

L’Efficient component pricing rule, o Baumol-Willig rule, è un

criterio ideato come soluzione al caso di rete caratterizzata da un

operatore verticalmente integrato in un mercato finale

concorrenziale e anche contendibile, quindi ci sono anche

concorrenti potenziali, e in cui l’incumbent sia gestore di una

127

essential facility. Tale criterio si propone di fissare come tariffa

ottimale di accesso, un prezzo che tenga conto non solo dei costi

marginali sostenuti dal titolare dell’infrastruttura per garantire

l’accesso alla rete, ma anche del costo opportunità, intendendo

con questo il mancato profitto generato dalla riduzione delle

vendite che l’incumbent subisce a causa dell’ingresso del nuovo

operatore inserito nel mercato. Stiamo quindi dicendo che l’Epcr

prevede di remunerare non solo i costi marginali che l’operatore

dominante sostiene per concedere l’accesso alla propria rete, ma

anche il costo opportunità. In altre parole, il prezzo di accesso

deve essere pari alla somma dei costi marginali di accesso, , e

del costo opportunità, , che è uguale al prezzo finale di

vendita, , al lordo dei costi totali, , di produzione, che sono

delle seguenti voci: costo marginale

d’accesso, , che per semplicità immaginiamo uguale ai costi

medi, costi di altri input, e costi commerciali, .

Analiticamente parlando avremo che:

; ;

( );

( )

Quindi, il prezzo che si ottiene dall’applicazione della regola Ecpr

è pari al prezzo finale meno tutti i costi diversi dal costo di

accesso, che il proprietario della rete sostiene.

Con tale criterio si può conseguire un risultato di first best, ma

solo al verificarsi delle seguenti ipotesi:

1. Il prezzo applicato dal monopolista, operatore storico o

impresa dominante, per il servizio complementare (accesso

alla propria rete), sia pari al costo marginale;

2. I servizi offerti da tutti gli operatori presenti sul mercato a

valle siano perfetti sostituti (servizi omogenei), ciò vuol dire

128

che per i consumatori è indifferente acquistare da gli uni o

gli altri, a parità di prezzo;

3. La funzione di produzione presenti rendimenti di scala

costanti;

4. L’entrante sia un price taker (no potere di mercato).

Se tali ipotesi sono soddisfatte il metodo dell’Efficient component

pricing rule seleziona le imprese più efficienti, quindi garantisce il

raggiungimento dell’efficienza produttiva, in quanto consente

l’entrata sul mercato del settore complementare solo ad

un’impresa i cui MC siano pari a quelli dell’incumbent, altrimenti

non avrebbe alcuna convenienza ad inserirsi in quel mercato

perché per sopravvivere dovrebbe applicare dei prezzi maggiori

rispetto l’impresa storica. Si pensi al fatto che stiamo

considerando i costi opportunità dell’incumbent, quindi nella

tariffa d’accesso che l’impresa concorrente deve pagare c’è anche

la diminuzione di profitto per il titolare della rete. Se l’impresa

entrante non fosse efficiente almeno quanto l’incumbent, per

recuperare il costo d’accesso e i costi di produzione dovrebbe

applicare prezzi finali troppo elevati, superiori a quelli

dell’impresa già presente sul mercato, di conseguenza ne

verrebbe esclusa (sempre se valgono le ipotesi di cui sopra).

Il risultato finale sarà un risultato di first best, stiamo

conseguendo l’efficienza economica dal lato della produzione.

Tuttavia nel caso di monopolio, quindi quando non valgono più le

condizioni del caso precedente, il Regolatore deve fissare

anzitutto il prezzo finale, perché altrimenti l’impresa dominante

applicherebbe un prezzo di monopolio, quindi se a questo ci

aggiungiamo la regola Ecpr che remunera la perdita di profitto

per l’incumbent, derivante dal nuovo entrante, in realtà gli

stiamo dando due volte una ipotetica copertura dei costi, quindi

stiamo remunerando la rendita del monopolista, esacerbando il

129

problema di efficienza allocativa che in questo caso si

verificherebbe. Quindi la regola Ecpr, nel caso esaminato,

richiede comunque, poi, di regolare il prezzo finale.

A bene vedere questa regola non è così diversa da quella di

Ramsey. Nell’Ecpr stiamo incorporando nella tariffa il costo

opportunità, ma questo da cosa dipende? Dipende sempre

dall’elasticità, e della domanda e dell’offerta. Quindi giriamo

sempre intorno allo stesso problema: la determinazione del costo

opportunità richiede di conoscere le elasticità. Quindi non sono

tanto dissimili i due modelli, tant’è che in caso di servizi

differenziati si può applicare una regola Ecpr + coefficiente di

Ramsey, dove tale coefficiente è la misura dell’elasticità, che

misura il grado di differenziazione dei prodotti.

2.3. Ecpr: il caso multiservizio

Dal punto di vista teorico il modello Ecpr può essere esteso con

successo anche al caso di imprese multiservizio, tuttavia dal

punto di vista pratico l’applicazione di questo principio diventa

molto complessa. Si pensi al fatto che bisognerà calcolare in

modo preciso i costi opportunità di ciascun servizio offerto dal

monopolista, verificare il grado di sostituibilità tra i vari servizi, è

infatti difficile immaginare che tutti i servizi offerti siano perfetti

sostituti e che quindi non ci sia differenziazione tra gli uni e gli

altri. Ciò complica enormemente le valutazioni che il Regolatore

dovrà fare per determinare la tariffa di accesso ottimale, si pensi

solo al fatto che dovrebbe essere a conoscenza di tutte le

elasticità incrociate delle domande dei vari servizi offerti.

Ancora più complicata diventa l’implementazione dell’Ecpr nel

caso in cui si abbandoni l’ipotesi di coefficienti fissi di produzione

(economie di scala costanti), nel qual caso potrebbe infatti

verificarsi una situazione in cui l’entrante potrebbe scegliere di

130

bypassare l’incumbent, cioè dotarsi di una propria rete per

fornire l’accesso a se stesso, sempre che ovviamente vi sia la

convenienza a farlo. Quindi man mano che si “rilassano” le ipotesi

sottostanti al modello, la sua implementazione diviene sempre

più complessa.

2.4. I limiti dell’Ecpr

L’applicazione nella realtà dell’Ecpr è molto complessa per

svariati motivi, i principali limiti sono i seguenti:

 La definizione del costo opportunità richiede la conoscenza

delle elasticità incrociate della domanda e dell’offerta,

informazioni non facili da reperire vista l’asimmetria

informativa che vige nella maggior parte, se non in tutti, gli

scenari economici prospettabili;

 In caso di differenziazione dei servizi la tariffa ottimale

richiede l’applicazione del criterio Ecpr + il coefficiente di

Ramsey, che dipende dall’elasticità della domanda o dalle

elasticità incrociate;

 Il calcolo del costo opportunità dipende da un effetto

spiazzamento (crowding out: lasciare fuori per eccessiva

offerta) del servizio offerto dall’incumbent con quello del

potenziale entrante. Misurare tale effetto richiede

informazioni molto dettagliate e pertanto lascia ampio

spazio a discrezionalità, errori e approssimazioni;

 Tutte le ipotesi del modello devono essere verificate, e ciò è

poco credibile che accada nella realtà;

 Bisogna consentire l’accesso anche a imprese non efficienti.

In particolare Economides e White, Laffont e Tirole,

dimostrano che qualora il mercato non sia perfettamente

concorrenziale, in particolare con riferimento all’assenza di

131

barriere all’entrata, e non si fissano le tariffe finali, il prezzo

ottimale d’accesso sarebbe inferiore a quello Ecpr, inoltre

bisogna consentire l’ingresso anche di imprese meno, o per

niente, efficienti. La logica degli autori sta nel fatto che in

queste circostanze anche la presenza di un operatore meno

efficiente dell’incumbent sia socialmente utile e

desiderabile, in quanto comunque determinerebbe una

diminuzione dei prezzi che aumenta di fatto il benessere del

consumatore; rispetto al caso in cui fosse presente solo il

monopolista;

 C’è quindi inefficienza allocativa, in ogni caso;

 Un mercato contendibile è un’ipotesi troppo stringente,

infatti l’assenza di sunk costs, in presenza di servizi

infrastrutturali, è una condizione molto irrealistica;

 Non fornisce alcun incentivo alla concorrenza. Escludendo

l’ipotesi di contendibilità del mercato, l’Ecpr può

determinare una configurazione industriale inefficiente,

visto che consente l’accesso solo ad imprese almeno

efficienti quanto quella dominante.

3. Regolazione della dinamica dei prezzi di accesso

Una misura che consente al Regolatore di minimizzare le

informazioni necessarie per determinare le tariffe ottimali di

accesso è quella proposta da Laffont e Tirole, il global price cap.

Si cerca, in altre parole, di ridurre l’asimmetria informativa. Con

tale criterio si applica un tetto massimo ad un paniere dei

prodotti dell’impresa che comprende anche l’accesso. Di

conseguenza l’incumbent sarà libero di modificare i prezzi dei

singoli servizi, anche quello complementare dunque, purché la

somma ponderata dei prezzi al dettaglio e quelli intermedi

rispetti il prezzo medio, il vincolo, fissato dal Regolatore.

132

Se ipotizziamo che non vi sia possibilità di adottare

comportamenti strategici da parte dell’incumbent, nel lungo

periodo ciò che si otterrà sarà un risultato prossimo ai Prezzi di

Ramsey, in quanto l’impresa monopolista, intuitivamente,

tenderà a ridurre i costi dei servizi con domanda elastica ed

aumenterà i prezzi di quei servizi la cui domanda è rigida; ciò è

facile per l’impresa, che conosce bene l’elasticità delle domande.

In questo modo si riesce ad internalizzare il problema del

benessere sociale nella funzione obiettivo dell’impresa,

massimizzando nel contempo i profitti dell’impresa e il benessere

sociale.

Ovviamente ciò è valido solo in assenza di comportamenti

strategici da parte del monopolista (limiti). Quest’ultimo, infatti,

non avrebbe grandi difficoltà nel fissare prezzi d’accesso, e dei

servizi che produce in regime di monopolio, più alti di quelli

ottimali finanziando con l’eccesso i minori costi che può così

applicare nei servizi offerti nel mercato a valle concorrenziale

(sussidi incrociati), impedendo così ai concorrenti di restare sul

mercato. Inoltre l’asimmetria informativa porterà il Regolatore a

fissare i pesi per ciascun prodotto dell’incumbent e dell’accesso,

quindi il cap globale, in modo non ottimale, generando un

risultato simile ma diverso da quello di Ramsey.

4. Regolazione dell’accesso ed evoluzione del contesto

competitivo

La regolazione dell’accesso è uno degli strumenti che il

Regolatore può adottare per incentivare la concorrenza. In

generale ricordiamo che l’intervento del Regolatore dipende dalla

sua funzione di benessere sociale, dagli obiettivi che si prefigge, i

quali dipendono dalle caratteristiche della rete e dalla struttura

competitiva del mercato. 133

Da ciò deriva che la regolazione va calibrata all’evoluzione del

mercato. Possiamo allora distinguere due situazioni differenti:

1. La prima che riguarderà sempre l’accesso one-way, è il caso

di un monopolio naturale non modificabile (essential

facility), l’obiettivo del Regolatore quindi sarà sempre quello

di garantire l’accesso alla rete obbligando il monopolista a

concederlo;

2. La seconda riguarda, invece, un contesto in cui la rete può

essere duplicata (bottleneck facility) a condizioni

economicamente vantaggiose o giustificabili. In quest’ultimo

caso allora avremo una duplice fase:

 La prima fase, immediatamente successiva alla

liberalizzazione del settore, in cui è necessario che il

Regolatore obblighi l’incumbent a concedere l’accesso alla

propria rete, l’accesso richiesto è quindi di tipo one-way;

 Una seconda fase in cui avviene la duplicazione della rete e

quindi il problema di accesso non è più di tipo one-way ma

consiste nella regolazione dell’interconnessione (accesso

two-way).

Quindi il primo intervento necessario del Regolatore è quello di

imporre delle tariffe di accesso o di interconnessione, a seconda

dei casi, adeguate alla creazione di condizioni che favoriscano

l’efficienza del mercato attraverso l’ingresso di nuovi operatori. A

tal fine la tariffa d’accesso imposta alle imprese entranti se è

troppo alta (magari perché l’incumbent dichiara costi più elevati,

visto che c’è asimmetria informativa ciò non è per niente

impossibile) allora le nuove imprese non potranno competere

con l’incumbent, neanche se più efficienti, il quanto avrà la

possibilità di sfruttare l’eccesso della tariffa intermedia per

applicare prezzi finali più bassi, escludendo dal gioco gli entranti.

134

Se, invece, la tariffa d’accesso è troppo bassa, si penalizza

eccessivamente l’incumbent (con il rischio di bloccare la

produzione e la fornitura del servizio, che certo non è l’obiettivo

del Regolatore) e si disincentivano gli investimenti, cioè la

creazione di nuove reti e di conseguenza la concorrenza.

L’incumbent possiede altri mezzi per ostacolare l’ingresso di

nuove imprese sul mercato, potrebbe sfruttare i cosiddetti

switching costs, nonché la sua pluriennale esperienza produttiva,

che certamente gli garantisce di avere dei vantaggi informativi sul

mercato da servire tali da consentirgli di produrre a costi inferiori.

Il Regolatore allora potrebbe adottare sistemi di regolazione

asimmetrici, ad esempio potrebbe affiancare all’Ecpr e ai Prezzi di

Ramsey la fissazione di tariffe di interconnessione inferiori ai costi

medi effettivi. Inoltre il Regolatore in questa prima fase dovrà

occuparsi anche di altre questioni problematiche, più tecniche

come:

 Deve garantire ai nuovi entranti un accesso alla rete

qualitativamente pari a quello che l’incumbent offre a se

stesso;

 Deve inoltre garantire che l’incumbent non fornisca

l’accesso in punti strategici, cioè svantaggiosi, perché

congestionati o in una deficitaria area geografica, per i

potenziali concorrenti.

Se il Regolatore non implementasse le giuste tecniche correttive,

l’incumbent non avrebbe alcuna difficoltà, ne tanto meno

problemi, ad adottare simili comportamenti strategici, che di

fatto innalzano i costi per le imprese entranti.

Nella seconda fase regolatoria, in cui è avvenuta la duplicazione

dell’infrastruttura, invece, la correzione delle inefficienze legate

all’interconnessione può essere demandata alla concorrenza e

135

comunque svanisce pian piano il ruolo della regolazione ex ante.

Ruolo che, tuttavia, potrebbe limitarsi ad incentivare la

costruzione di reti alternative stando attendo a non imporre

tariffe d’accesso troppo basse (che disincentivano l’impresa a

costruire una nuova rete perché i profitti sarebbero troppo bassi

e quindi converrebbe sfruttare quelle già esistenti, politica del

retail minus ad esempio). Comunque in questa seconda fase di

regolazione la tendenza è che il Regolatore debba lasciare spazio

all’intervento ex post dell’antitrust, oltre che al meccanismo

competitivo.

Ricordiamo infine che l’accesso non solo deve essere imposto, ma

il Regolatore deve fare in modo che venga concesso a condizioni

non discriminatorie. In altre parole l’incumbent deve concedere

l’accesso alle altre imprese alle stesse condizioni (sia di prezzo,

che qualitative e tecniche). A tal fine il Regolatore impone la

cosiddetta contabilità regolatoria, cioè una contabilità separata

per il servizio di accesso, da quella del servizio finale, talché sia

possibile individuare il prezzo a cui l’impresa verticalmente

integrata vende a se stessa l’accesso e quindi stabilire che quel

prezzo debba essere lo stesso applicato alle imprese concorrenti.

Quindi la non discriminatorietà della tariffa implica che

l’incumbent deve praticare agli altri operatori potenziali la stessa

tariffa d’accesso che pratica a se stessa. Per far questo quindi

deve tenere una contabilità, appunto, totalmente separata,

secondo i criteri che vengono stabiliti dal Regolatore. Tuttavia ciò

non è per niente facile, infatti bisogna andare a vedere i costi

comuni, costi di accesso e quelli che invece sono comuni ad altri

servizi: nel caso dei primi vanno imputati ai costi di tutti i servizi

ecc. non è un esercizio semplice. In ogni caso esiste un’esperienza

maturata con quella che si chiama contabilità regolatoria.

Quindi ci sono tre obblighi che vengono imposti alle imprese:

136


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Gianl89

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia aziendale
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gianl89 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia e politica industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Ferrari Bravo Laura.

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