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complesso delle imposte dirette e indirette sul PIL, la pressione fiscale, che insieme alle imposte

comprende anche i contributi sociali.

Tra i conti pubblici riveste particolare importanza il Bilancio dello stato (Bds), sia per dimensione sia

perché dal Bds dipende larga parte del finanziamento agli enti pubblici decentrati. Esistono diverse

versioni del Bds: di previsione e consuntivo, a legislazione vigente e programmatico, annuale e

triennale, di cassa e di competenza.

Con il bilancio di previsione il parlamento autorizza il governo ad erogare le spese e ad incassare le

entrate; la funzione di autorizzazione del Bds è espressamente sancita dalla Costituzione (articolo 81,

comma 1) che prevede che venga approvato con una specifica legge (legge di bilancio). Il bilancio di

previsione è un bilancio triennale misto, di competenza e di cassa; gli stanziamenti di competenza

indicano il limite massimo delle somme che possono essere impegnate per una determinata unità di

voto (il programma), mentre quello di cassa il limite massimo dei pagamenti. Il bilancio di competenza

dà origine ai residui di bilancio: sono residui attivi le entrate accertate e non incassate; sono residui

passivi le uscite impegnate e non pagate.

Il processo annuale che porta alla formulazione del bilancio di previsione si articola in diverse fasi: ad

una prima fase di preparazione del progetto di bilancio da parte del governo, che si conclude con la sua

discussione e approvazione da parte delle camere, generalmente entro il mese di dicembre, segue la

fase di gestione del bilancio nel corso dell’esercizio finanziario (che coincide con l’anno solare

seguente); completa il ciclo di bilancio la fase di rendicontazione da parte del parlamento in cui

vengono definitivamente fissati i risultati dell’esercizio concluso.

La fase di preparazione del Bds svolge un ruolo centrale, in quanto è in questa sede che sono definite

le politiche di bilancio; essa è regolata da una serie di norme particolarmente complesse, alcune

dettate dalla Costituzione (articolo 81), altre oggetto di specifiche leggi di riforma del Bds.

Il processo di formazione del bilancio di previsione segue il modello di programmazione inaugurato

nel 1978 con l’introduzione nel nostro ordinamento della legge finanziaria (LF) e di recente riformato

con la legge 196/2009, che sostituisce alla LF la legge di stabilità (LS), e con la legge 39/2011, che

adegua la tempistica del processo di bilancio con quella prevista dal semestre europeo, teso ad

assicurare un coordinamento ex ante delle politiche di bilancio dei paesi aderenti all’UEM. Il modello

di programmazione prevede che, a partire dalla definizione di un bilancio a legislazione vigente (che

esprime la dinamica spontanea delle entrate e delle spese) e dalla individuazione di alcuni obiettivi di

politica di bilancio (stabiliti in via anticipata nel Def e nella sua nota di aggiornamento e riguardanti

prevalentemente il raggiungimento di saldi obiettivo), venga messa a punto una manovra annuale per

correggere il bilancio a legislazione vigente. Il mezzo principale della manovra annuale è la LF, a cui è

affidato il compito di correggere l’andamento inerziale del bilancio a legislazione vigente rendendolo

coerente con gli obiettivi desiderati. A questo fine la LS si avvale di diversi strumenti che hanno lo

scopo sia di rivedere scelte effettuate in passato sia di accantonare risorse (copertura) per

provvedimenti che verranno effettuati nell’esercizio di riferimento. L’ampio potere di manovra che

originariamente il legislatore aveva previsto per la LF (in particolare per quanto riguarda il contenuto

“eventuale” della LF) è stato nel frattempo fortemente limitato, depotenziando il ruolo della LS. Non va

dimenticato che la LF (ora LS), anche a causa dell'organizzazione della sessione autunnale di bilancio

che prevede, per la sua discussione e approvazione, una corsia preferenziale rispetto alle leggi

ordinarie di spesa, è potenzialmente soggetta a forti pressioni, che storicamente ne hanno determinato

il sovraccarico. Teoria dell’imposta

Capitolo III. Lezione 1

:: Parole chiave

Prezzo pubblico, tassa, imposta

Presupposto, soggetto passivo, base imponibile, aliquota

Imposte proporzionali, regressive e progressive

Imposte dirette e indirette

Prelievo alla fonte

Imposta personale e reale

Detrazioni, deduzioni e progressività

La flat rate tax

La negative income tax

Misure locali e globali delle progressività: liability progression, residual progression, average

rate progression, indice di Kakwani

Misure della redistribuzione: decili, curva di Lorenz, indice di Gini, indice Reynolds-

Smolenskya

Motivazioni dell’imposta sui profitti societari e doppia tassazione degli utili

Discriminazione qualitativa degli imponibili

Dual income tax

Tax expenditures

Principio del beneficio e della capacità contributiva

Equità orizzontale e verticale

Principi del sacrificio uguale, proporzionale e minimo collettivo

Base imponibile dell’imposta personale sul reddito

Reddito prodotto, reddito speso, reddito entrata

Tassazione del risparmio previdenziale nel ciclo di vita

Unità impositiva: individuo o famiglia

Income Splitting e quoziente familiare

:: Riassunto

Esistono diverse forme di entrate pubbliche: prezzi pubblici/tariffe, tasse e imposte, che si

differenziano a seconda del grado di indivisibilità dei vantaggi dei servizi che finanziano e della

presenza o meno della domanda da parte dei cittadini.

L’imposta è la forma di entrata appropriata per il finanziamento dei beni pubblici o di programmi di

spesa che rappresentano diritti di cittadinanza: essa è infatti coattiva e non ha una diretta

controprestazione nella fruizione di servizi.

Presupposto, soggetto passivo, base imponibile, aliquota sono gli elementi costitutivi di un’imposta.

E’ importante distinguere fra aliquote medie (imposta/imponibile) e aliquote marginali (variazione

imposta/variazione imponibile) e, specialmente con riferimento alle imposte sul reddito, fra aliquote

legali (riferite al reddito imponibile) e aliquote effettive (riferite al reddito complessivo).

Le imposte possono essere proporzionali (aliquota costante), progressive o regressive. Un’imposta è

progressiva (regressiva) se l’aliquota media è crescente (decrescente).

La progressività può essere realizzata variando la struttura delle aliquote (continua e a scaglioni) o

utilizzando le deduzioni dall’imponibile o le detrazioni dall’imposta.

In presenza di una struttura di imposta con scala di aliquote progressive, le detrazioni hanno effetti di

progressività più intensi delle deduzioni.

La flat rate tax è un’imposta ad aliquota unica con progressività, creata da una deduzione universale.

La sua caratteristica è di rendere costante e trasparente la misura dell’aliquota marginale effettiva, da

cui dipendono gli effetti di disincentivo dell’imposta.

Le imposte sul reddito e sul patrimonio vengono definite imposte dirette, le altre imposte (sui

consumi, sulla fabbricazione, sui trasferimenti di proprietà, ecc) vengono definite indirette.

Fra le imposte dirette, quelle personali tengono conto di caratteristiche soggettive del contribuente,

come il livello complessivo del suo reddito, la condizione familiare, lo stato di salute, ecc.; le imposte

reali considerano invece solo le caratteristiche della componente di reddito o di patrimonio che viene

tassata (es. tassazione di un immobile) indipendentemente dalle caratteristiche del soggetto che lo

percepisce o possiede. Le imposte reali possono essere utilizzare per la discriminazione qualitativa dei

redditi, che prevede un diverso trattamento dei redditi a seconda della fonte da cui provengono

(lavoro, capitale, rendita), con trattamento più favorevole per quelli da lavoro, in quanto sono più

incerti e richiedono uno sforzo da parte di chi li produce.

Le agevolazioni fiscali possono essere considerate spese pubbliche effettuate attraverso il sistema

fiscale (tax expenditures).

La ripartizione dell’onere delle imposte fra i contribuenti si ispira a due principi difficilmente coerenti.

Secondo il principio del beneficio, le imposte devono essere commisurate al vantaggio che il singolo

contribuente ottiene dai servizi collettivi. Il legame esplicito che questo principio stabilisce fra spesa

pubblica e prelievo tributario dovrebbe permettere una maggiore responsabilizzazione dei politici nei

confronti dei cittadini. Secondo il principio della capacità contributiva, l’imposta dovrebbe essere

commisurata alla condizione di benessere del contribuente. In questo contesto l’onere dell’imposta è

tradizionalmente valutato in termini di sacrificio di utilità e ci si pone la finalità di uguagliare tale

sacrificio fra i contribuenti. Solo in particolari ipotesi ciò fornisce una giustificazione alla progressività

delle imposte.

L’imposta personale sul reddito è il cuore di un sistema tributario. Nel suo disegno si deve avere

attenzione alla definizione della base imponibile. Si può scegliere il reddito prodotto, che coincide col

valore aggiunto; il reddito entrata, un concetto più completo (il massimo flusso di risorse che può

essere utilizzato per il consumo nel periodo considerato, senza intaccare lo stock di ricchezza iniziale),

che tiene conto di tutte le possibili tipologie di reddito, comprese le plusvalenze e i redditi

straordinari; il reddito speso, che esclude dalla base imponibile il risparmio. Solitamente le imposte

personali concrete rappresentano modelli ibridi.

Un secondo importante aspetto è la definizione dell’unità impositiva: l’individuo, l’ipotesi più

frequentemente adottata, o la famiglia.

Il quoziente familiare è una particolare modalità di applicazione di tassazione a base familiare, in cui il

reddito imponibile tiene conto, in modo differenziato, della composizione della famiglia sulla base di

una implicita scala di equivalenza.

Oltre all’imposta diretta personale, nei sistemi tributari è quasi sempre presente un’imposta sui

profitti societari. Essa trova giustificazione o nella valutazione di un’autonoma capacità contributiva

delle società di capitali (che giustifica la doppia tassazione degli utili, in capo alla società e in capo al

socio) o come forma di anticipazione dell’imposta sugli utili non distribuiti. Il disegno della base

imponibile dell’imposta sulle società è importante nel definire le decisioni di investimento e, più

spesso, le forme di finanziamento degli stessi.

Capitolo III. Lezione 2

:: Parole chiave

Effetti distorsivi dell’imposta

Effetto reddito ed effetto sostituzione di una variazione del prezzo di un bene

Eccesso di pressione dell’imposta

Imposta sul reddito e offerta di lavoro: distorsione nella produzione del reddito

Imposta sui consumi e sulla spesa: distorsione nelle decisioni di risparmio

Imposta diretta e indiretta: distorsioni nelle decisioni di spesa

Imposte sui profitti e scelte di finanziamento e investimento delle imprese

La tassazione ottimale diretta

Paradosso della schiavitù dei ricchi

Imposte dirette ottimali e asimmetria informativa

Tassazione ottimale indiretta: tassazione uniforme vs tassazione differenziata delle merci

La Regola di Ramsey

Il teorema di Corlette e Hague

Tassonomia degli effetti economici delle imposte: rimozione, percussione, traslazione,

incidenza; elusione, evasione; ammortamento

Analisi di equilibrio parziale dell’incidenza

Imposte equivalenti

Incidenza di imposte specifiche e di imposte ad valorem nel mercato concorrenziale

Incidenza di imposte specifiche e ad valorem in mercato di monopolio

Incidenza dell’imposta sul profitto e sulle vendite in monopolio

:: Riassunto

Le imposte diverse da quelle lump sum hanno effetti distorsivi e quindi causano una perdita di

benessere, chiamata eccesso di pressione, in quanto non ha contropartita nel gettito ottenuto dallo

Stato. La distorsione nasce sempre dall’alterazione prodotta dall’imposta sui prezzi ottimali di

concorrenza (prezzo=costo marginale= valutazione marginale). Il centro del problema è nell’effetto di

sostituzione.

Le distorsioni principali delle imposte riguardano la decisione di produrre reddito (l’imposta sul

reddito, modificando il prezzo della remunerazione del lavoro, è più distorsiva di un’imposta fissa), la

decisione di risparmio (l’imposta sul reddito, colpendo anche l’interesse, è più distorsiva dell’imposta

sulla spesa) e l’allocazione del reddito nel consumo (l’imposta indiretta, modificando il prezzo del bene

tassato, è più distorsiva dell’imposta diretta/fissa).

Anche le imposte che gravano sull’impresa o sulle remunerazioni dei fattori generalmente producono

distorsioni nelle condizioni di impiego dei fattori e nelle scelte di finanziamento. Le imposte sui profitti

favoriscono l’indebitamento ai danni del finanziamento con capitale proprio.

A partire dagli anni ’70, nell’ambito della teoria dell’economia del benessere, è stata sviluppata la

teoria dell’imposizione ottimale che, partendo dal riconoscimento delle inevitabili distorsioni della

tassazione (e quindi muovendosi in un ambito di second best), spesso in contesti di asimmetria

informativa, ricerca quali siano le strutture fiscali che massimizzano il benessere collettivo. Da questa

ricerca molto complessa emergono alcuni suggerimenti: per l’imposta personale sul reddito,

attenzione a evitare aliquote marginali troppo elevate; per la tassazione indiretta, una struttura di

tassazione tendenzialmente inversamente correlata all’elasticità della domanda (regola di Ramsey) o

comunque attenta alla complementarietà dei beni tassati con il tempo libero (regole di Corlett Hague).

L’onere delle imposte non sempre grava sui soggetti passivi previsti dalla legge. La teoria

dell’incidenza indaga la presenza o meno di effetti di traslazione, attraverso i quali il contribuente di

diritto (percosso) cerca di trasferire ad altro soggetto (inciso) l’onere dell’imposta. La traslazione può

essere in avanti (sul prezzo dei beni venduti) o all’indietro (sul prezzo dei fattori); parziale o totale, se

il prezzo aumenta in misura inferiore o pari all’imposta.

L’analisi dell’incidenza in equilibrio generale è molto complessa e non consente di dedurre molti

risultati determinati. Più abbordabile è l’analisi in equilibrio parziale (marshalliano) in cui si considera

un solo mercato.

Le imposte possono essere introdotte a carico del produttore (offerta) e del consumatore (domanda).

A parità di gettito, l’effetto di incidenza finale è identico. E’ indifferente, nell’equilibrio finale, quale lato

del mercato tassare.

La traslazione dipende dalla forma di mercato (concorrenza o monopolio) e dalle caratteristiche del

bene, in particolare dall’elasticità della domanda e dell’offerta. Sia in concorrenza sia in monopolio, le

imposte indirette (accise o ad valorem) generano solitamente una traslazione parziale: il prezzo finale

aumenta, ma in misura inferiore all’imposta, che in parte resta a carico del produttore. La traslazione è

tanto maggiore quanto più rigida è la domanda. In caso di traslazione parziale, il gettito può essere

scomposto in una parte a carico dei consumatori e una parte a carico dei produttori. Il gettito è

comunque inferiore alla perdita di surplus dei consumatori e del produttori, a causa dell’eccesso di

pressione (il triangolo di Harberger).

In monopolio le imposte sui profitti (fisse e proporzionali) non si trasferiscono, se l’impresa ha come

obiettivo la massimizzazione del profitto. Possono invece trasferirsi se il management ha obiettivi

diversi (ad es. la massimizzazione delle vendite).

Capitolo IV .La teoria del debito pubblico

:: Parole chiave

Debito pubblico, disavanzo complessivo, disavanzo primario, spesa per interessi

Funzione di stabilizzazione, redistribuzione, Tax smoothing, completezza dei mercati

finanziari

Finanziamento della spesa pubblica con debito, imposte e moneta: il crowding out

Debito pubblico versus imposta straordinaria una tantum: il teorema dell’Equivalenza

ricardiana

Ultrarazionalità ricardiana e l’inefficacia delle politiche fiscali keynesiane

Sostenibilità del debito nel tempo

Misura dell’onere del debito pubblico secondo Domar

Relazione tra tasso di crescita e tasso di interesse per la sostenibilità del debito

Saldo primario che stabilizza il rapporto Debito/Pi

:: Riassunto

Il debito pubblico è una variabile di stock che rappresenta in un dato momento del tempo la cumulata

dei saldi di bilancio pubblico di uno stato.

La crisi finanziaria del 2008 ha prodotto un’esplosione del rapporto debito/Pil in tutto il mondo. Un

debito troppo elevato rispetto al Pil rappresenta un problema? Andrebbe ridotto, ad esempio

ricorrendo a forme di imposizione patrimoniali straordinarie?

Il debito pubblico può avere funzioni positive in un sistema economico: la modificazione nel tempo del

livello dell’attività economica (funzione di stabilizzazione); la redistribuzione degli oneri di spese

pubbliche tra diverse generazioni; la realizzazione di una distribuzione ottimale delle aliquote fiscali

(tax smoothing); l’eliminazione di cause di fallimento del mercato, attribuibili alla presenza di

incompletezza di mercati.

Nella teoria macroeconomica keynesiana (modello IS-LM) il finanziamento di una spesa pubblica

mediante debito è considerato più espansivo di una spesa finanziata con tassazione, anchese,rispetto

al finanziamento con moneta, si può manifestare il fenomeno del crowding out (il finanziamento con

debito fa aumentare il tasso di interesse con possibili effetti negativi sulla spesa privata di

investimento). La prima proposizione (il finanziamento con debito è più espansiva del finanziamento

con imposte) è stato criticato dai sostenitori della macroeconomia classica (Barro) sulla base del

teorema dell’equivalenza ricardiana. Il finanziamento con debito non è più espansivo del

finanziamento con imposte se gli operatori sono perfettamente razionali e scontano le imposte future

nelle decisioni di spesa correnti.

Ritorna attuale l’analisi di Ricardo, che sostenne all’inizio dell’800, che debito e imposta straordinaria

sono strumenti equivalenti e, contrariamente all’opinione, corrente, che il debito non comporta un

trasferimento degli oneri alle generazioni future. Il debito può essere visto come un’imposte ordinaria

il cui valore attuale è pari all’imposta straordinaria una tantum. Sotto altro punto di vista, il debito,

come l’imposta, comporta sempre una riduzione delle risorse a disposizione dell’economia nel

momento in cui viene creato (i cavalli distrutti nella guerre); successivamente si ha solo un

trasferimento di risorse a chi riceve gli interessi da chi deve pagare le maggiori imposte per finanziarli.

Questa conclusione sembra reggere, anche nel caso di prestiti esteri. In tal caso è vero che gli interessi

sono pagati a soggetti esterni all’economia, ma originariamente si è avuto un incremento di risorse

rispetto al debito interno. Il debito estero pone un problema di equità intergenerazionale (a quante

risorse hanno diritto le generazioni future da parte di quelle attuali? Almeno tali da consentire di

pagare gli interessi nel caso di debito estero).

Domar, nel 1944, sottolinea che, in condizioni di stabilità finanziaria, l’onere del debito pubblico può

essere misurato dal rapporto tra spesa per interessi e Pil; esso comporta quindi una maggiore

pressione tributaria necessaria per fare fronte ai maggiori interessi. In condizioni di instabilità

finanziaria, in cui cioè gli operatori temono che il debito sottoscritto non venga rimborsato, diventa

invece molto importante valutarne la sostenibilità nel tempo. Domar identifica, in un modello

semplificato, le variabili che influiscono sulla dinamica del tempo del rapporto debito/Pil. Nell’ipotesi

di tasso di crescita del Pil monetario, disavanzo complessivo/Pil e tasso di interesse costanti, l’onere

del debito (spesa per interessi sul Pil) è pari al disavanzo/Pil moltiplicato per il tasso di interesse

diviso il tasso di crescita del Pil. Nel caso di disavanzo primario/Pil costante, la relazione tra tasso di

crescita dell’economia e tasso di interesse è cruciale, oltre alla politica di bilancio, per valutare la

sostenibilità finanziaria (tendenza o meno ad esplodere rispetto al Pil) del debito. L’analisi di Domar

consente anche di identificare la dimensione del disavanzo primario necessaria ad arrestare la crescita

del rapporto debito Pil. Capitolo V - Il decentramento fiscale

:: Parole chiave

Bene pubblico locale

Le funzioni del bilancio di Musgrave per livelli di governo

Ragioni politiche, economiche e amministrative a favore dell’offerta dei servizi pubblici a

livello locale

Principio di sussidiarietà verticale e orizzontale

Exit, voice e loyalty

Il teorema del decentramento di Oates

Il meccanismo allocativo di Tiebout

Hard budget constraint

La dimensione ottimale dei livelli inferiori di governo

La teoria dei club di Buchanan

Le forme di entrata tributarie più appropriate per i governi locali. Caratteri delle entrate

delle Regioni e degli enti locali in Italia

Motivazioni dei trasferimenti dal centro ai livelli inferiori di governo

Tipologia dei trasferimenti. Effetti economici (effetti di piazzamento, sostituzione, Flypaper

effect)

Modelli di trasferimenti perequativi: performance, capacità, potenziale

Il fondo perequativo regionale previsto dal DLgs 57/00

La riforma del Titolo V della Costituzione sotto il profilo del federalismo fiscale: mutamenti

nella potestà tributaria delle regioni e dei comuni

:: Riassunto

Un bene pubblico locale è un bene non rivale e non escludibile limitatamente a un ambito territoriale

circoscritto.

Le funzioni musgraviane di redistribuzione e di stabilizzazione possono essere meglio realizzate a

livello centrale. Politiche di redistribuzione differenziate a livello locale contrastano con i principi di

equità universali alla base della società e incentivano migrazioni indotte dalle politiche distributive.

Politiche di stabilizzazione a livello locale hanno effetti moltiplicativi limitati, perché gli enti decentrati

sono solitamente economie piccole e molto aperte. Il ruolo principale degli enti decentrati si esplica

soprattutto nell’area dell’allocazione.

La spiegazione dell’esistenza di più livelli di governo non è solo principalmente economica, ma

risponde a criteri politici e organizzativi.

Un giudizio di valore molto importante per spiegare il decentramento è il principio di sussidiarietà

(verticale), in base al quale il potere di ordine superiore ha diritto a intervenire solo nei casi in cui i

livelli più decentrati non siano in grado di realizzare politiche socialmente desiderabili. Un ruolo

importante deve essere anche lasciato a enti e organismi che operano parallelamente ai livelli di

governo pubblici, come il terzo settore, ecc. ( sussidiarietà orizzontale).

Il teorema di Oates giustifica l’esistenza di livelli inferiori di governo sulla base delle differenze nelle

preferenze dei cittadini residenti in diverse aree nei confronti dei servizi pubblici.

Una pluralità di enti locali può realizzare, in presenza di beni pubblici e quindi di free riding,

un’allocazione efficiente delle risorse alternative ai meccanismi del voto, consentendo ai cittadini di

spostarsi nelle comunità locale ove viene offerta la gamma di servizi pubblici e di prelievo più gradita

(principio di Tiebout: votare con i piedi).

Nel disegno dei rapporti finanziari tra governi centrale e locale è importante che sia definito in modo

chiaro il vincolo di bilancio degli enti decentrati e che all’autonomia nella decisione della spesa

corrisponda la responsabilità nel reperimento delle entrate (Hard budget constraint).

La scelta della dimensione ottimale dei livelli di governo decentrati dipende dalla presenza di

economie di scala, dall’internalizzazione di effetti di spillover e dai costi di congestione nell’offerta dei

servizi.

Gli enti decentrati si finanziano con tributi, tasse/tariffe, trasferimenti da livelli superiori di governo.

Le forme di entrate tributarie possono essere tributi propri, addizionali o compartecipazioni a tributi

erariali, a cui corrisponde una decente ruolo dell’autonomia tributaria dei governi decentrati. I tributi

propri più adatti agli enti decentrati sono quelle coerenti con il principio del beneficio, con base

imponibili poco mobili e poco esportabili. Di fatto i candidati più idonei sono la tassazione

patrimoniale degli immobili e le imposte sulle attività produttive, che maggiormente traggono

vantaggio dai servizi offerti dagli enti locali.

In tutti i sistemi troviamo trasferimenti integrativi e perequativi dai governi centrali a quelli locali. Le

motivazioni sono il contrasto degli effetti della concorrenza fiscale e della malattia dei costi di Baumol,

la presenza di effetti di spillover, l’esigenza di perequare le risorse tra aree di diversa capacità

economica, il finanziamento degli investimenti, nel caso in cui la legge nazionale limiti il potere di

indebitamento degli enti decentrati.

I trasferimenti posso essere discrezionali o automatici; limitati o illimitati; condizionati o non

condizionati; con o senza cofinanziamento (matching). Trasferimenti non condizionati sono più adatti

per la perequazione. I trasferimenti di tipo matching responsabilizzano gli enti locali. I trasferimenti

condizionati sono appropriati per finanziare funzioni delegate o per garantire il raggiungimento di

livelli essenziali di servizio definiti dai livelli superiori, ma a costo di limitare la libertà di scelta dei

livelli inferiori.

L’efficacia dei trasferimenti integrativi è tanto più ampia quanto maggiore è l’effetto di addizionalità

netta, ma tale effetto può essere modesto in caso di spiazzamento della spesa da parte dell’ente

inferiore.

I trasferimenti perequativi integrano le risorse dei livelli di governo con minore capacità economica,

con anche l’obiettivo di responsabilizzare i governi locali, limitando comportamenti opportunistici sul

piano della spesa e del prelievo. Il criterio fondamentale per la definizione della misura dei

trasferimenti è di fare riferimento a misure della spesa e delle aliquote standard. Esistono diversi

modelli: performance (fabbisogno standard), capacità (aliquota standard), potenziale (sforzo fiscale).

L’efficacia dei trasferimenti può essere limitata dall’effetto “carta moschicida”: i benefici dei

trasferimenti non vengono messi a disposizione dei cittadini, ma restano nella disponibilità dei

governi locali.

Il modello di relazioni tra governo centrale e periferico in Italia si fonda su un duplice canale: Stato-

Regioni, Stato-Enti locali.

La riforma del titolo V ha valorizzato il ruolo delle regioni e ridefinito le competenze dei diversi livelli

di governo, definendo le materie a cui corrisponde una potestà legislativa esclusiva e concorrente delle

regioni e dello stato. Agli enti locali (comuni e province) sono attribuite le funzioni amministrative.

Spetta tuttavia allo Stato la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali. A meno di caso

speciali, l’unica forma di trasferimento tra centro e governi decentrati è di tipo perequativo, fondato

sul principio della capacità fiscale.

La l.42/2009 e i successivi decreti hanno dato tardiva attuazione al Titolo V disegnando un tortuoso

processo di federalismo fiscale che potrà essere pienamente realizzato solo nell’arco di un

quinquennio . Capitolo VII. Lezione 1 – La spesa per il walfare state

:: Parole chiave

Il welfare state: definizioni, funzioni, origini

Rischi individuali e sociali

Modelli di welfare state: socialdemocratico, liberale, corporativo, mediterraneo

Modelli di organizzazione economica: il modello fordista e postfordista

Ragioni della crisi del welfare state

Le aree di intervento del WS: pensioni, sanità, ammortizzatori, assistenza, istruzione,

abitazione

Ragioni dell’intervento pubblico

Trasferimenti monetari e specifici

Modalità di finanziamento delle spese di WS: imposte e contributi sociali

: Riassunto

:

Nel sistema di produzione capitalistico i sistemi di welfare nascono per proteggere i cittadini da rischi

sociali (disoccupazione, povertà, inabilità, malattia, istruzione) e per garantire la fruizione di diritti di

cittadinanza (alla vita, a un lavoro decente, alla capacità di interagire positivamente con il prossimo).

I settori principali sono pensioni, salute, ammortizzatori sociali, assistenza, istruzione e abitazione.

La produzione dei servizi di welfare da parte dello stato interagisce non solo con il mercato ma anche

con la famiglia, all’interno della quale viene svolta, soprattutto dalle donne, una quota molto elevata di

servizi non di mercato.

Nelle attività dello stato prevalgono relazioni di autorità; nel mercato di tipo contrattuale, nella

famiglia relazioni di reciprocità.

I sistemi di welfare si sono evoluti secondo percorsi storici diversi, influenzati da fattori culturali,

tradizioni religiose, ideologie sociali.

Si distinguono quattro tipi ideali: socialdemocratico, liberista, corporativo, mediterraneo, che si

differenziano per il peso relativo dei settori; l’universalismo nella tutela dei diritti; per la scelta degli

strumenti (trasferimenti monetari o servizi in kind); per le forme di finanziamento (imposte,

contributi); per il grado di coinvolgimento del pubblico e del privato (servizi pubblici e settore non

profit).

Lo sviluppo dei sistemi di welfare è stato particolarmente intenso nel periodo fordista, fondato sulla

produzione di massa e il modello familiare del male-breadwinner. Oggi i sistemi di welfare hanno

difficoltà di finanziamento per fattori che si ricollegano: all’invecchiamento della popolazione, alla

deindustrializzazione e all’avvento della produzione flessibile just in time, alla globalizzazione, al

mutato ruolo della donna della società; alla diffusone di visioni ideologiche avverse alla tassazione.

Il sistema di welfare italiano rientra nel modello mediterraneo, una derivazione del modello

corporativo, caratterizzato da un ruolo residuale molto ampio assegnato alla famiglia, da scarso

universalismo e categorialità dei programmi, da assistenzialismo e frammentazione dei programmi.

Gli strumenti di finanziamento del WS sono le imposte, i contributi sociali, le tariffe.

Nella tipologia di servizi si distingue tra offerta di servizi in kind e trasferimenti monetari.

La teoria neoclassica argomenta la superiorità dei trasferimenti monetari, in quanto lasciano maggiore

spazio di liberta alla scelta individuale. Questa conclusione è però contestabile, se i beni e servizi

hanno le caratteristiche di beni meritori. Inoltre, in un contesto di second best, l’offerta di servizi può

rivelarsi superiore ai trasferimenti monetari, se favorisce l’attenuazione di qualche inefficienza

preesistente (es. asili nidi possono rendere meno gravi le distorsioni che le imposte sul reddito

producono sull’offerta di lavoro femminile).

Capitolo VIII. Lezione 2

:: Parole chiave

Area di intervento: tutela della perdita di reddito in età anziana

Motivazioni dell’intervento pubblico

Pensioni di vecchiaia, anzianità, superstiti, invalidità sociale

Sistemi pensionistici a capitalizzazione e a ripartizione

Sistemi a beneficio definito e a prestazione definita

Sistema a ripartizione retributivo e contributivo

Modelli a generazioni sovrapposte

Effetti di lungo periodo sul risparmio di modelli pensionistici a capitalizzazione e a

ripartizione

Shock demografici e di produttività ai sistemi pensionistici

Transizione da ripartizione a capitalizzazione: il problema della doppia contribuzione

Concetto di patto intergenerazionale: tasso di sostituzione fisso, monte pensione/monte salari

costante, posizioni relative fisse

Riforme pensionistiche in Italia: Amato, Dini, Prodi, Maroni, Fornero

Riforma Dini: monte contributivo, coefficiente di trasformazione

Effetti macro di variazione di parametri economici e demografici sulla dinamica della spesa

pensionistica

La gobba pensionistica

La previdenza integrativa e il Tfr

:: Riassunto

La pensione garantisce un reddito a chi ha cessato l’attività lavorativa. Funzione che potrebbe essere

realizzata anche con un piano di risparmio privato ma che, di norma e almeno in una parte rilevante, è

finanziata attraverso il bilancio pubblico. La ragione principale è che la sua funzione è un bene di

merito, dato che non sempre gli individui sono sufficientemente previdenti nei riguardo del proprio

futuro. Lo stato interviene imponendo un risparmio obbligatorio per ovviare a questa miopia.

Esistono due fondamentali tipi di sistemi pensionistici: a capitalizzazione (funded system), in cui i

contributi prelevati dal reddito prodotto oggi sono investiti nei mercati finanziari e i frutti sono

utilizzati nella vecchiaia come pensione; sistema a ripartizione, in cui agli anziani di oggi sono pagate

pensioni finanziate con imposte prelevate sui lavoratori di oggi. Il sistema a capitalizzazione può

essere sia pubblico sia privato. Il sistema a ripartizione può essere solo pubblico e mediato da un patto

intergenerazionale garantito dallo stato.

Le risorse per mantenere chi ha cessato di lavorare sono sempre necessariamente prelevate dal

prodotto corrente. I due sistemi pensionistici definiscono solo due diverse modalità di definire i diritti


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DETTAGLI
Esame: Economia II
Corso di laurea: Corso di laurea in amministrazione aziendale e diritto
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Zaba91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Cerea Gianfranco.

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