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L’analisi di Marshall deriva dal considerare che il libero mercato non realizzi la

massimizzazione del volume di produzione e che è necessario quindi l’intervento

pubblico per colmare I fallimenti del libero mercato.Pertanto egli considera quelle

imprese che massimizzano la produzione con bassi costi di produzione ma ci sono

imprese che partono svantaggiate rispetto ad altre e allora è necessario che lo

Stato compia interventi per la crescita delle imprese e della collettività soprattutto

pertanto egli pone l’esempio della costruzione di una diga che favorirà la

creazione di economie esterne che gioveranno alla coolettività.

Marshall, Alfred (vedi foto)

(Bermondsey, 1842 - Cambridge, 1924)

Economista inglese, vero e proprio punto di riferimento del pensiero economico

nei decenni a cavallo tra il 1800 e il 1900.

Avviato alla carriera ecclesiale, il suo approccio all'economia rappresentò l'ultima

tappa di un percorso culturale, iniziato a seguito di una crisi religiosa e alla

frequentazione del Grote Club (circolo di intellettuali), che lo portò a interessarsi

di psicologia, fisolofia e problemi sociali.

Docente nelle università inglesi più rinomate, come il St. John's College di

Cambridge, Bristol e Oxford, fu iniziatore della corrente definita neoclassica (v.

Neoclassici).

Marshall, infatti, diversamente dai suoi colleghi marginalisti (v. Marginalismo) che

connettevano il valore di un bene all'utilità che da quel bene un soggetto trae (v.

Utilità marginale), propose una teoria del valore che tenesse conto anche dei costi

classici (v.) come

di produzione, richiamando, così, principi dettati da economisti

Smith (v.) o Ricardo (v.). elasticità della domanda (v.) e mise a punto

Marshall introdusse il concetto di

dispositivi e teorie, come l'analisi temporale (distinzione tra breve e lungo periodo

nell'equilibrio aziendale), i concetti di rendita del consumatore (v. Surplus del

consumatore) e di quasi-rendita (v.), l'analisi dell'equilibrio economico parziale

(v.) dei mercati, che fanno parte del bagaglio culturale di qualsiasi studioso

dell'economia. Nel 1980 pubblicò i Principi di economia politica, volume che

incontrò un successo immediato per la sua chiarezza e completezza. Operò,

inoltre, una rivisitazione della teoria quantitativa della moneta (v.) che, nelle

intenzioni, doveva essere pubblicata nel secondo volume di Principi di Economia

Politica. Il libro, tuttavia, non vide mai la luce.

Sidgwick considerava le divergenze tra l’interesse privato e l’interesse sociale, e

l’intervento pubblico in situazioni in cui l’operare

sosteneva pertanto necessario

spontaneo delle forze di mercato non sarebbe di per se idoneo a realizzare il

massimo vantaggio sociale

; egli cita l’esmpio della costruzione di un faro che ha

una grande utilità sociale ma non per il privato che le gestisce, così come la ricerca

Sidwick

scientifica etc. Allora dice che la cosa migliore è la gestione di questi beni

pubblici da parte dello Stato che ha il compito di gestirli per il benessere della

collettività.

Mercanti, banchiere, borse e banche centrali: le istituzioni della finanza

Le prime forme di stabile organizzazione collettiva degli scambi internazionali

furono le fiere medioevali, moltiplicatesi a partire dalla 'rivoluzione commerciale'

mercanti-banchieri

duecentesca. La graduale formazione di un gruppo di

cosmopoliti(S/F) permise di coordinare gli scambi di merci a livello internazionale.

La nascita di un complesso mercato europeo delle lettere di cambio fu l'alternativa

all'offerta, rigida e poco elastica, di moneta metallica dei prìncipi, non adatta a

regolare la domanda connessa alle transazioni a distanza e all'ingrosso. La

creazione delle Borse(G) di Anversa, Amsterdam e Londra durante il cinquecento

fu la trasformazione delle fiere in mercati organizzati stabili - non più periodici - in

cui la comunità mercantile potesse negoziare durante tutto l'anno merci, monete,

metalli e titoli di credito. Nella seconda metà del settecento, in seguito

all'industrializzazione inglese e all'aumentata spesa - soprattutto a causa delle

guerre di successione - degli stati nazionali, si determinò un'inedita domanda di

mezzi monetari che fu all'origine di nuove istituzioni e strumenti finanziari. Si

diffusero tra il XVII e il XIX le banche di emissione(S) e la moneta cartacea(S/F)

fiduciaria, la banconota(G). Le banche di emissione diventarono gradualmente

banche centrali(S), vale a dire le 'banche delle banche', lungo l'ottocento. In

quella fase, l'esito e i tempi di evoluzione delle banche centrali e dei sistemi

monetari dipesero da un complesso insieme di fattori istituzionali e politici.

L'intervento regolativo delle autorità politiche e il diverso grado di fiducia

esistente nei mercati creditizi ne furono i fattori più importanti.

L'epoca del laissez-faire e il gold standard

Intorno alla metà dell'ottocento, con l'industrializzazione, emerse a poco a poco

un insieme di regole di comportamento e un sistema monetario internazionale, il

gold standard(S), fortemente dipendente dalla capacità della Banca d'Inghilterra

di gestire i meccanismi di pagamento interni e internazionali: all'efficacia e alla

stabilità di lungo periodo del gold standard venne attribuita la ragione della

grande espansione dei commerci mondiali in regime di libero scambio dalla metà

dell'ottocento alla prima guerra mondiale. Gli imponenti flussi migratori di uomini

- contadini e operai comuni ma anche tecnici qualificati e imprenditori -

dall'Europa verso le Americhe modificarono il paesaggio di quel continente: la

migrazione umana andava di pari passo con l'esportazione di tecnologie e di

capitali garantiti dalla stabilità offerta dal gold standard. L'esportazione di

capitali(S) dall'Europa - un fenomeno che interessò tutti quei paesi che a mano a

mano si andavano industrializzando - prese due forme: la forma degli investimenti

esteri diretti con i quali si realizzavano soprattutto ferrovie, impianti elettrici,

fabbriche; la forma degli investimenti di portafoglio consistenti nell'acquisto di

titoli di imprese e governi esteri. Con la creazione di impianti di produzione

all'estero - per superare vincoli fiscali e legali o per conseguire vantaggi

competitivi rispetto ai concorrenti - nacquero le prime società multinazionali(S),

dotate cioè di unità produttive e/o commerciali in diversi paesi. Tra il 1870 e il

1914 l'economia mondiale si presentava come un'economia caratterizzata da forti

interdipendenze, la prima 'economia globale'. Nonostante l'attuazione di politiche

doganali di stampo protezionistico a partire dagli anni ottanta (in Germania, in

Italia e in Francia), la libera circolazione di uomini, merci e capitali non venne

impedita nella sostanza. La fiducia dei mercati nella cooperazione tra le grandi

banche centrali venne meno con la prima guerra mondiale, quando il gold

standard fu di fatto sospeso e con quell'atto si concluse una intera epoca, quella

che aveva visto regolare le transazioni internazionali e l'offerta di moneta a mezzo

dell'oro.

4. La crisi internazionale tra le due guerre

La prima guerra mondiale mise termine a quel complesso sistema di regole e

convenzioni - fondato sul gold standard(S) - che aveva reso possibile l'emergere

della prima economia globale, caratterizzata da forti interdipendenze(S) tra le

varie economie. Dopo la guerra banchieri, economisti, politici ritennero che il

ritorno all'oro(S) fosse la necessaria premessa della ripresa della crescita

economica. Trail 1926 e il 1927 la Francia, il Belgio e l'Italia aderirono così a un

meccanismo di riserva ibrido, il gold exchange standard(G). Il risultato della

politica monetaria restrittiva indispensabile per ritornare all'oro produsse un

effetto negativo indesiderato: la deflazione(G). La limitazione dell'offerta di

moneta aveva infatti ridotto i crediti, gli investimenti, i redditi e i consumi,

generando un ciclo negativo. L'inizio dello spostamento del baricentro finanziario

internazionale da Londra e dalla sterlina a New York e al dollaro creò una specie di

vuoto nei meccanismi di governo e compensazione internazionali che aggravò

grande crisi(S), del 1929, un

l'effetto dei fattori di instabilità all'origine della

periodo di catastrofica contrazione economica dai grandi e traumatici costi

umani(S/F). Come sostenne l'economista inglese John M. Keynes(S) - allora una

cassandra inascoltata - occorreva abbandonare il tallone aureo - una 'eredità

barbarica' - e avviare politiche attive di sostegno dei redditi, degli investimenti e

dei consumi. Quei paesi che lasciarono l'oro e avviarono politiche di sostegno della

domanda uscirono prima dalla crisi e ne sentirono gli effetti meno intensamente.

La fine della crisi venne comunque raggiunta solo con la ripresa degli investimenti

in vista della seconda guerra mondiale. Negli anni trenta l'intervento pubblico

assunse spesso carattere protezionistico(G). Lo Stato divenne 'industriale e

banchiere' in molti paesi, in particolare in Italia e Germania. Cessarono gli scambi

multilaterali, si formarono aree monetarie separate (coincidenti

commercialmente), furono introdotti strumenti amministrativi di controllo dei

capitali e dei cambi valutari. Solo dopo gli accordi di Bretton Woods furono poste

le basi per la riapertura delle frontiere commerciali.

Il gold standard e il primato della Gran Bretagna

Il gold standard - il sistema monetario a base aurea - come sistema monetario

internazionale si affermò nella seconda metà dell'ottocento quale esito

dell'egemonia economica della Gran Bretagna, la prima nazione industriale,

'l'officina del mondo' come la definirono gli osservatori convenuti a Londra

universale(S/F) del Crystal Palace(S) del 1851. Con la vastità delle

all'Esposizione

proprie produzioni di cotone, carbone e manufatti meccanici (locomotive, caldaie

a vapore, telai e filatoi meccanici), con le risorse dei propri banchieri e con la forza

della propria politica commerciale la Gran Bretagna impose al mondo un sistema

monetario, quello aureo, e un principio di scambio, quello liberista. Tra il 1850 e il

1880, in un'epoca di grandi innovazioni nei mezzi di trasporto (ferrovie e

navigazione a vapore), il commercio mondiale crebbe attraverso il libero

movimento di uomini, merci e capitali per tutto il pianeta, unificato attraverso la

sterlina, saldamente ancorata alle riserve auree, e il mercato delle accettazioni di

Londra, animato da merchant bankers e 'governato' dalla Banca d'Inghilterra,

abile custode delle riserve auree. Il gold standard, sebbene fosse sottoposto a

ricorrenti pressioni e venisse incrinato da frequenti crisi finanziarie internazionali,

resistette grazie alla capacità della Banca d'Inghilterra di gestire le riserve auree e

alla disponibilità delle altre banche centrali, in primo luogo della Banca di Francia,

a prestare oro nei momenti di crisi. Il gold standard, in altre parole, non era un

sistema in grado di raggiungere l'equilibrio automaticamente, in forza di un

meccanismo perfetto, ma era piuttosto un sistema gestito dalle maggiori banche

centrali attraverso il principio della cooperazione e dell'assistenza reciproca.

5. Il sistema di Bretton Woods (1944-1973)

1- Parità fissa lira dollaro.

2 - Cambio fisso, parità di moneta di ogni paese rispetto all’oro.

3- Un oncia di oro era uguale a 35 dollari pertanto ogni Paese doveva rapportare

la propria quantità di moneta con la quantità di riserva aurea.

4- Prima i cambi erano flessibili ed erano regolati dal meccanismo di domanda ed

offerta.

5 USA

- Fallimento di Bretton Woods dovuto alla fuga di molti dollari dagli , che I

di convertire

paesi chiedevano alla Banca centrale americana ( Federal Reserve)

in oro .

6 - Per far mantenere fisso il cambio lira dollaro la Banca centrale era costretta a

comprare lire in cambio di dollari.

Già nel corso della seconda guerra mondiale gli alleati pensarono a istituzioni e

regole che permettessero di ricreare le condizioni essenziali per la riapertura delle

frontiere commerciali e per la progressiva liberalizzazione dei movimenti di

capitali in un sistema monetario internazionale stabile di cambi fissi o semifissi.

1944 Bretton Woods

Nell'estate del si giunse alla sigla degli accordi di tra i paesi

alleati. Lo schema di Bretton Woods, che mirava a ripristinare un sistema di cambi

fissi, prevedeva due istituzioni internazionali: il Fondo Monetario Internazionale e

la Banca Mondiale (World Bank). Le parità furono fissate in parte in termini aurei e

in altra parte in rapporto a valute convertibili in oro, prevedendo aggiustamenti in

presenza di particolari condizioni di squilibrio della bilancia dei pagamenti. Lo

schema originario di Bretton Woods si modificò alla fine degli anni cinquanta in un

sistema di valute chiave dominate dalla centralità del dollaro: di fatto si creò un

gold dollar standard(S). Le incertezze aumentarono in seguito allo sviluppo del

mercato degli eurodollari a Londra, e cioè un mercato specializzato in prestiti in

dollari attraverso i depositi detenuti al di fuori degli Stati Uniti. Dal 1967 si rese

evidente la crisi del sistema monetario internazionale a cambi fissi, in seguito alle

gravi difficoltà della sterlina e alla decisione della Francia di De Gaulle di

convertire in oro le riserve accumulate in dollari. Nell'agosto 1971 il presidente

statunitense RichardNixon - sotto i colpi della speculazione e della crisi della

bilancia dei pagamenti - fu infine convinto da Milton .Friedman(S) a sospendere la

convertibilità del dollaro in oro, portando il sistema monetario internazionale a un

regime di cambi fluttuanti con evidenti problemi di governo dei pagamenti esteri.

Nel 1973 il sistema di Bretton Woods fu definitivamente e ufficialmente

abbandonato. Nello stesso anno la crisi petrolifera mise fine al lungo periodo di

prosperità che aveva fatto dei quasi trent'anni successivi alla fine della seconda

guerra mondiale il periodo più stabile della storia del capitalismo

Gli Accordi di Bretton Woods

Cittadina del New Hampshine negli USA dove, nel 1944, si riunirono gli esperti di

economia e finanza di 44 Paesi alleati.

Bretton Woods erano animati dall'esigenza di creare

I 44 Stati che si riunirono a l'equilibrio dei mercati

un sistema di regole giuridiche che garantisse

ed evitasse le degenerazioni protezionistiche e l'instabilità valutaria

internazionali

che avevano dominato il commercio internazionale negli anni precedenti alla II

Guerra Mondiale. La crisi del '29 e gli avvenimenti degli anni '30 avevano

dimostrato l'incapacità dei mercati di autoregolarsi, e, quindi, la necessità di un

sistema di regole che tutelasse la libertà degli scambi e che prevedesse dei

correttivi alle distorsioni.

Nella Conferenza di Bretton Woods si confrontarono soprattutto la posizione

piano Keynes (v.), e la posizione statunitense, espressa

inglese, rappresentata dal

piano White (v.), consigliere del ministro del tesoro statunitense.

dal

I negoziati portarono alla creazione di un sistema basato su due istituzioni

FMI) e la Banca

fondamentali: il Fondo Monetario Internazionale (v.

BIRS). Queste istituzioni

Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (v.

avevano lo scopo di incoraggiare la cooperazione monetaria tra gli Stati e di

incentivare il commercio internazionale attraverso la stabilità dei cambi. di parità

Caratteristica fondamentale degli accordi era infatti la determinazione

Rispetto al precedente sistema del gold standard

fisse tra le valute dei vari paesi.

(v.), in cui il valore di ogni divisa era determinato in relazione alla sua

gold exchange standard (v.) in

convertibilità aurea, gli accordi istituivano il c.d.

cui le diverse valute erano ancorate al dollaro americano, la cui convertibilità

Federal Reserve

aurea era fissata a 35 dollari l'oncia. La Federal Reserve (v.

statunitense si trovava dunque a svolgere le funzioni di banca centrale

System)

internazionale, con le conseguenti gravi responsabilità che tali mansioni

comportavano.

Il nuovo sistema monetario internazionale cominciò a funzionare a pieno regime

già negli anni della ricostruzione post-bellica e certamente esso diede notevole

stabilità al commercio internazionale, contribuendo non poco ai boom che

interessarono i diversi paesi occidentali negli anni Cinquanta e nella prima metà

degli anni Sessanta.

Alla fine degli anni Sessanta, però, i paesi che partecipavano all'accordo

cominciarono a presentare livelli di inflazione molto diversi: i prezzi statunitensi

salivano determinando una perdita di competitività, mentre paesi come il

Giappone e soprattutto la Germania, al contrario, registravano un attivo dai loro

scambi con l'estero accumulando dollari. La speculazione a favore del marco e

contro il dollaro contribuì ad aumentare il flusso di capitali in uscita dagli Stati

Uniti il che, insieme alle spese sostenute dal governo americano per finanziare la

guerra in Vietnam e agli investimenti in Europa da parte delle imprese americane,

determinò deficit di bilancio pubblico e della bilancia dei pagamenti sempre più

grandi.

Ciò diffuse una profonda sfiducia nel dollaro cosicché molte banche centrali

cercarono a più riprese di convertire i dollari in loro possesso in oro. Di fronte a

questa situazione insostenibile per la moneta americana, nell'agosto 1971 l'allora

Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, dichiarò l'inconvertibilità del dollaro in

oro, decretando ufficialmente la fine del sistema a cambi fissi, di fatto già

avvenuta negli anni immediatamente precedenti. accordi Smithsoniani (v.) del

Il tentativo di restaurare il sistema attraverso gli

dicembre 1971 fallì nel 1973 in seguito ad una nuova crisi del dollaro. Da allora,

gli scambi monetari internazionali sono strutturati secondo un sistema di cambi

fluttuanti, situazione sancita dalla riforma dello Statuto del FMI, del 1976, che

aboliva il prezzo ufficiale dell'oro e riconosceva la fine del sistema dei cambi fissi.

Dopo Bretton Woods: il trattato di Maastricht e l'euro

La fine di Bretton Woods - e la conseguente affermazione del dollaro quale valuta

di riserva e riferimento internazionale - poneva seri problemi di stabilità nei

pagamenti internazionali. Fino alla metà degli anni ottanta la cooperazione tra le

autorità monetarie centrali in materia di cambi fu limitata. Le tre maggiori aree

valutarie - gli Stati Uniti, il Giappone e l'Europa - seguirono le proprie politiche

senza mettere in atto meccanismi di concertazione: il dollaro si rafforzò, il

Giappone si concentrò sulla competitività delle esportazioni, l'area europea tenta

di stabilizzare(S) i rapporti di cambio interni. Solo con gli accordi dell'Hotel Plaza

di New York del settembre 1985 tra i ministri finanziari e le banche centrali del G5

(allora i primi cinque grandi paesi industrializzati) si pose un freno alla crescita del

dollaro, il cui rialzo metteva in difficoltà le

esportazioni statunitensi. Con il Trattato di

Maastricht del 1991 i paesi europei decisero

di avviare il processo di unificazione

monetaria con l'obiettivo di dare stabilità e massa critica ai produttori europei. La

costituzione della Banca Centrale Europea e la nascita dell'euro nel 1998,

finalizzati alla creazione di condizioni favorevoli alla crescita economica dell'intera

area e alla riduzione dell'alta disoccupazione, tendono a ridurre l'instabilità dei

cambi in un sistema monetario internazionale caratterizzato da un discreto grado

di frammentazione e da fluttuazioni dipendenti dalla molteplicità delle fonti di

creazione della liquidità(G). Con l'euro le economie europee intendono acquisire la

forza competitiva necessaria a affrontare con successo la globalizzazione.

Quali sono i compiti dell'Autorità Antitrust (antimonopolistica)

legge n. 287 del 1990 vigilando: a) sulle

L'Autorità ha il compito di applicare la

intese restrittive della concorrenza, b) sugli abusi di posizione dominante, c) sulle

operazioni di concentrazione che comportano la costituzione o il raffor

zamento di una posizione dominante in modo tale da eliminare o ridurre in misura

sostanziale e duratura la concorrenza.

L'Autorità ha anche il compito di applicare le norme contenute nel decreto

legislativo n. 74 del 1992 in materia di pubblicità ingannevole.

A questi compiti si aggiungono l'attività di segnalazione al Parlamento e al

Governo e l'esercizio dell'attività consultiva.

Introducendo una normativa antitrust nazionale il legislatore ha voluto, tra l'altro,

dare attuazione all'articolo 41 della Costituzione, che riconosce espressamente la

libertà di iniziativa economica privata, e adeguare il nostro ordinamento a quello

comunitario.

I principali obiettivi sono: a) assicurare le condizioni generali per la libertà di

impresa, che consentano agli operatori economici di poter accedere al mercato e

di competere con pari opportunità; b) tutelare i consumatori, favorendo il

contenimento dei prezzi e i miglioramenti della qualità dei prodotti che derivano

dal libero gioco della concorrenza.

Per ciò che concerne l'applicazione della normativa sulla pubblicità ingannevole,

compito dell'Autorità è quello di "inibire" la divulgazione dei messaggi pubblicitari

giudicati ingannevoli e di rimuoverne gli effetti con l'adozione di opportuni

provvedimenti come, ad esempio, la diffusione, a cura e spese dell'operatore

pubblicitario, di un estratto della decisione dell'Autorità con l'indicazione dei

principali elementi di ingannevolezza riscontrati, nonché di un eventuale

dichiarazione rettificativa.

La pubblicità ingannevole viene vietata, oltre che per la capacità di indurre in

errore e quindi di causare un danno al consumatore, anche per le distorsioni della

concorrenza che indirettamente è in grado di produrre.

Una legge antitrust c'è anche in altri paesi?

Nel mondo sono attualmente circa settanta i paesi che dispongono di una

legislazione antitrust.

Normative a tutela della concorrenza esistono in quasi tutti i paesi industrializzati

che fanno parte dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico

(OCSE). All'origine di tutta questa legislazione vi è lo Sherman Act americano che

risale addirittura al 1890 e che è stata la prima normativa nazionale a vietare le

intese restrittive della concorrenza e i tentativi di creare monopoli.

A partire da metà degli anni Ottanta leggi a tutela della concorrenza sono state

adottate, oltre che in paesi dell'America Latina che ancora ne erano privi, anche

nei paesi in transizione verso un'economia di mercato dell'Europa centrale e

orientale e dell'ex Unione Sovietica. Le organizzazioni internazionali (OCSE, Banca

Mondiale, Unctad) svolgono inoltre un'attività di consulenza per i paesi in via di

sviluppo che intendono introdurre nel loro ordinamento norme a tutela del

funzionamento del mercato.

Le leggi a tutela della concorrenza non sono identiche in tutti i paesi, in

particolare per quanto concerne gli assetti istituzionali e le procedure. Una

crescente omogeneizzazione delle normative si è realizzata all'interno dell'Unione

europea, dove numerosi paesi hanno recentemente modificato la propria

legislazione nazionale a tutela della concorrenza uniformandola alle norme

comunitarie.

Un' evoluzione in direzione di una maggiore convergenza delle normative e delle

modalità di applicazione delle regole di concorrenza si coglie, più in generale, tra i

principali paesi industrializzati, anche se permangono differenze relativamente ad

alcuni aspetti controversi (soprattutto in relazione agli accordi tra imprese

operanti in stadi successivi del processo produttivo), dove non è ancora emersa

una posizione comune a tutte le giurisdizioni.

Esistono accordi di cooperazione internazionale in materia di antitrust (ad

esempio, tra Unione europea e Stati Uniti) volti a consentire lo scambio di

informazioni tra le Autorità preposte alla tutela della concorrenza e il

coordinamento delle attività nell'accertare i comportamenti restrittivi della

concorrenza che ricadono nell'ambito di più giurisdizioni.

Nel corso del 1997 è stato costituito, presso l'Organizzazione Mondiale del

Commercio (OMC), un Gruppo di Lavoro sull'interazione tra commercio e politiche

della concorrenza, volto anche ad identificare eventuali aree che possano meritare

ulteriore considerazione nel contesto dell'OMC. .

Antitrust [normativa] concorrenza

In generale, ogni legislazione volta a tutelare la libera (v.) attraverso

intese monopoli

la regolamentazione delle (v.) fra imprese e la formazione di (v.)

non argomentabili con motivi di interesse sociale.

Tali interventi legislativi trovano la loro giustificazione teorica nella più efficiente

allocazione delle risorse concorrenza perfetta

(v.) assicurata dai mercati di (v.),

ma altrettanto importanti possono essere le motivazioni di carattere politico e

sociale (sostegno alla piccola industria o lotta alla concentrazione del potere

economico)

Già alla fine del secolo scorso i paesi di più solida tradizione liberista hanno

legislazioni intese a definire limiti legali di dimensione delle imprese

adottato

nell'intento di assicurare a potenziali nuovi imprenditori un facile accesso al

mercato: uno dei primi esempi in materia è certamente la legislazione antitrust

Sherman Act Clayton

statunitense, databile dal 1890 con lo (v.), cui sono seguiti il

Celler- Kefauer Act

Act nel 1914 ed il nel 1950.

le legislazioni dei diversi paesi tendono a separare nettamente il caso

Attualmente

delle posizioni dominanti ottenute attraverso la crescita di una impresa da quelle

raggiunte attraverso fusioni o scalate: nel primo caso è il mercato che orienta il

sistema produttivo verso le grandi dimensioni (con le conseguenti economie di

scala), nel secondo, è l'imprenditore che punta a spazzar via ogni forma di

concorrenza. spacca gruppi

Si sta dunque abbandonando la filosofia tipica della legislazione

americana (poichè i danni sono maggiori dei vantaggi) e si cerca solo di tutelare la

concorrenza su tutti i mercati e di difendere il contraente più debole.

Comunità Europea

Questa filosofia è stata adottata anche nella legislazione della

CE

(v. ), il Trattato Istitutivo, infatti, comprende fra i propri principi (art. 3) «la

creazione di un regime inteso a garantire che la concorrenza non sia falsata nel

mercato comune». Trattato di

I principi fondamentali della disciplina della concorrenza, posti dal

Roma , possono così sintetizzarsi:

intese pregiudizievoli al commercio

— divieto di tra gli Stati membri e

restrittive della concorrenza all'interno del mercato comune (art. 85);

posizione dominante

— divieto, alle imprese che hanno una nel mercato

esercizio abusivo Abuso di posizione dominante

comune, di farne un (v. );

relazioni finanziarie tra i poteri pubblici e le imprese

— disciplina delle

pubbliche , nonché le imprese alle quali gli Stati affidano la gestione di servizi

nell'interesse generale (art. 90);

— regolamentazione degli interventi degli Stati membri nell'economia, per

aiuti economici alle imprese

impedire che gli generino limitazioni e modifiche al

libero esplicarsi della concorrenza (artt. 92-94).

Per la legislazione comunitaria si ha concentrazione quando due o più imprese si

fondono o quando una o più persone, già controllanti almeno un'impresa,

acquisiscono direttamente o indirettamente il controllo dell'insieme o di parti di

imprese. Queste operazioni hanno rilevanza comunitaria quando in una fusione o

partecipazione è interessata un'azienda con un fatturato totale superiore ai 5

ECU

miliardi di (v.) o quando almeno due delle imprese partecipanti all'operazione

realizzano nella Comunità un fatturato individuale superiore a 250 milioni di ECU.

Fino all'ottobre 1990, l'Italia era l'unico paese industrializzato a non avere ancora

una normativa antitrust. La lacuna è stata colmata dalla legge n. 287 del 10-10-

Federal Trade Commission

l990 che, sul modello della americana, ha istituito

Autorità garante della concorrenza e del mercato vigilare

un' (v.), con il compito di

poteri di istruttoria e decisionali

sul rispetto della normativa antitrust

, con ampi

per il mantenimento ed il ripristino di condizioni di concorrenza effettiva.

CONSOB [Commissione Nazionale per le Società e la Borsa]

[via Isonzo 19/D - 00198 Roma]

Organo che esercita un controllo pubblico, allo scopo di tutelare i risparmiatori e

di promuovere l'attività del mercato azionario, sulle società con azioni quotate in

Borsa e sugli enti aventi per oggetto esclusivo principale l'esercizio di attività

commerciali i cui titoli siano quotati in Borsa. sollecitazione

La CONSOB vigila e controlla lo svolgimento di qualunque attività di

al pubblico risparmio per assicurare la trasparenza e la correttezza delle

OPA

operazioni; a tal fine delibera il regolamento delle (v.). Essa inoltre vigila

sull'attività della Cassa di compensazione e garanzia, nonché sull'adempimento

imprese di investimento

degli obblighi di informazione e correttezza da parte delle

(v.). Poteri di controllo sono stati attribuiti alla CONSOB per prevenire e punire

insider trading

eventuali casi di (v.). Tale funzione di controllo è stata ampliata dal

Eurosim

decreto (v.) che ha relegato ad un ruolo marginale quella di

società di

regolamentazione, che è ora quasi totalmente appannaggio delle

mercati regolamentati

gestione dei (v.).

CONSOB

• Sui mercati regolamentati

La CONSOB vigila sui mercati regolamentati al fine di assicurare la

trasparenza, l'ordinato svolgimento delle negoziazioni e la tutela degli

investitori. In caso di necessità e urgenza, può adottare i provvedimenti

necessari, anche sostituendosi alle società di gestione del mercato.

Relativamente agli scambi sui mercati non regolamentati, può richiedere

agli organizzatori, agli emittenti e agli operatori dati, notizie e documenti e,

ai fini di tutela degli investitori, stabilire le modalità, i termini e le condizioni

dell'informazione da fornire al pubblico su tali scambi; può inoltre

sospendere e, nei casi più gravi, vietare gli scambi stessi.

• Sulle società di gestione dei mercati regolamentati

La CONSOB vigila sulle società di gestione dei mercati affinché la

regolamentazione del mercato sia idonea ad assicurare la trasparenza del

mercato, l'ordinato svolgimento delle negoziazioni e la tutela

dell'investitore.

• Sui sistemi di compensazione, liquidazione e garanzia

La CONSOB vigila, con la Banca d'Italia, sui sistemi di compensazione,

liquidazione e garanzia. A tal fine può richiedere dati e notizie ai gestori dei

sistemi di garanzia, alle società autorizzate alla gestione del servizio di

compensazione, liquidazione e garanzia e agli operatori. Può inoltre

effettuare ispezioni.

• Sugli intermediari autorizzati

La CONSOB vigila sulle Sim, sulle imprese di investimento comunitarie ed

extracomunitarie, sulle banche, sulle società di gestione del risparmio, sulle

Sicav e sugli agenti di cambio per assicurare il rispetto degli obblighi di

trasparenza e correttezza e la regolarità delle negoziazioni di strumenti

finanziari.

A tale scopo, può richiedere agli intermediari la comunicazione anche

periodica di dati e notizie e la trasmissione di atti e di documenti; inoltre,

può assumere notizie e chiarimenti dagli amministratori, dai sindaci, dai

direttori generali e dai dirigenti muniti di poteri di rappresentanza, al fine di

accertare l'esattezza e la completezza dei dati e delle notizie comunicati o

pubblicati.

Complementare a tali poteri è quello di effettuare ispezioni presso gli stessi

intermediari, chiedendo l'esibizione di tutti i documenti e gli atti occorrenti

per l'esercizio delle funzioni di vigilanza.

La vigilanza sulla stabilità patrimoniale degli intermediari autorizzati è

effettuata dalla Banca d'Italia.

• Sui promotori finanziari

La CONSOB vigila sui promotori finanziari affinché i loro comportamenti

siano improntati a diligenza, correttezza e professionalità.

Nell'offerta dei servizi degli intermediari autorizzati, i promotori sono tenuti

al rispetto di dettagliate regole di presentazione e di comportamento

• Sulle società di revisione

La CONSOB vigila sull'attività delle società di revisione iscritte nell'Albo

Speciale per controllarne l'indipendenza e l'idoneità tecnica; a questo scopo

può richiedere la comunicazione, anche periodica, di dati e notizie e la

trasmissione di atti e documenti, può eseguire ispezioni presso le società di

revisione e può raccomandare principi e criteri da adottare per la revisione

contabile.

In caso di gravi irregolarità nello svolgimento delle funzioni di revisione e

certificazione dei bilanci, la CONSOB può intimare ad una società di

revisione di non avvalersi nell'attività di revisione e certificazione, per un

periodo non superiore a due anni, delle persone che hanno commesso le

irregolarità; vietare ad una società di revisione di accettare nuovi incarichi

di revisione per un periodo non superiore ad un anno;cancellare una società

di revisione dall'Albo Speciale in caso di irregolarità particolarmente gravi.

• Ai fini della repressione di fenomeni di insider trading

I controlli della CONSOB sull'informativa societaria hanno lo scopo di

consentire al pubblico dei risparmiatori di decidere se e quali investimenti

effettuare sulla base di un quadro informativo chiaro ed esauriente e che

sia, nello stesso tempo, nella disponibilità di tutti.

Determinate categorie di soggetti, date le funzioni che svolgono, possono

venire a conoscenza di informazioni non ancora pubbliche.

A questi soggetti è vietato compiere operazioni su strumenti finanziari

quotati utilizzando informazioni riservate acquisite in ragione delle loro

funzioni.

Tale divieto è esteso a chiunque sia comunque venuto a conoscenza di

informazioni riservate e sia consapevole della loro riservatezza.

Nello svolgimento dell'attività di vigilanza sui mercati regolamentati, la

CONSOB rileva eventuali andamenti anomali del corso dei titoli e le

operazioni che li hanno provocati, effettuando gli accertamenti necessari per

verificare eventuali ipotesi di violazione delle norme sull'insider trading e ne

informa l'Autorità giudiziaria, per l'esercizio dell'azione penale,

trasmettendo la documentazione relativa agli accertamenti svolti.

• Sulle società quotate

La CONSOB vigila che le società quotate osservino gli obblighi di

informazione del mercato.

A carico degli esponenti aziendali delle società che violano tali obblighi può

essere applicata dal Ministero del Tesoro una sanzione pecuniaria, su

proposta CONSOB.

• Sulle offerte al pubblico di valori mobiliari

La CONSOB può sospendere o vietare l'esecuzione di operazioni di

sollecitazione del pubblico risparmio quando non sono osservate le norme

che le disciplinano (ad es., se non è preventivamente predisposto e

pubblicato il prospetto informativo).

Come e dove è nato il termine welfare

Ma il welfare cos’è? Qualche definizione

Il termine inglese welfare si traduce "benessere, prosperità". E’ diventato

sinonimo di assistenza sociale, così come il welfare state indica lo Stato

(Devoto-Oli)

assistenziale .

Nel linguaggio economico viene descritto come "una condizione di felicità e

benessere generale causata da buona salute, buone condizioni di vita, un lavoro

sicuro, ben remunerato e di soddisfazione, libertà personale, assenza di

preoccupazioni per il futuro e simili. E’ uno stato che si è tentato di raggiungere,

Fernando Picchi, Dizionario

ma che non è mai stato realizzato in pratica." (

economico e commerciale inglese-italiano).

Realistica la definizione di un giornalista: "Gli olandesi ci insegnano tutto

sommato che il welfare state non è lo Stato del benessere in assoluto, bensì lo

Virgilio Lilli, Corriere della Sera, 5 dicembre 1967,

Stato del malessere minimo" (

nel Dizionario del Nuovo italiano di Claudio Quarantotto).

Un po’ di storia

Il welfare state nasce in Europa con il formarsi degli Stati nazionali. Affonda le sue

radici nelle Poor Laws di Elisabetta I d’Inghilterra, a cavallo tra il ‘500 e il ‘600, e

negli Stati illuminati del ‘700. E’ la risposta dello Stato ai problemi sociali portati

dalla prima industrializzazione: progressivamente l’intervento statale si

sostituisce alla beneficenza della Chiesa nell’assistere la massa di poveri creata

dallo spopolamento delle campagne e dallo sfruttamento del lavoro nelle

fabbriche.

L’esperienza inglese di welfare state è la prima in ordine cronologico e per questo

viene additata come esempio. Ma i modelli di Stato sociale dell’Europa centrale -

francese, prussiano, austro-ungarico - sviluppati dai sovrani illuminati del ‘700,

non hanno niente da invidiare all’Inghilterra. L’erogazione dell’assistenza ha

un’impronta paternalistica e garantisce il controllo sociale dei diseredati.

Con la Rivoluzione francese, sono proclamati i diritti sociali del cittadino. La

Costituzione del 1791diventa il punto di riferimento per gli Stati costituzionali.

Con il procedere dell’industrializzazione e l’acuirsi del conflitto tra proletariato e

borghesia scoppia la "questione sociale". L’instabilità aumenta. Per porvi rimedio,

alla fine dell’800, il cancelliere prussiano Otto von Bismarck introduce le prime

misure di un moderno Stato sociale: le assicurazioni obbligatorie contro i maggiori

rischi di povertà, la malattia, gli infortuni sul lavoro e la vecchiaia. E’ un tipo di

welfare state diverso dal precedente, basato sul principio assicurativo. Si intende

garantire a ciascuno un minimo di sopravvivenza, in relazione al contributo dato

con il proprio lavoro, attraverso la copertura assicurativa. Vengono introdotti

anche gli assegni familiari. Il modello bismarckiano resiste fino alle soglie della

Seconda guerra mondiale.

La svolta arriva negli anni 30, dopo la Grande Depressione del ‘29. E’ conflitto

sociale aperto, si parla di warfare: il welfare conosciuto fino a quel momento non

basta più, si teorizza la necessità di un intervento più forte dello Stato. Dalla Gran

Bretagna arrivano le tesi economiche di John Maynard Keynes, favorevole a usare

il deficit spending come volano della crescita economica, e i piani di sicurezza

Lord William Beveridge, estesi a coprire la disoccupazione e l’invalidità.

sociale di

Il piano Beveridge viene presentato al governo inglese nel 1942 e attuato nel

dopoguerra. Viene considerato come l’atto di fondazione del moderno Stato del

benessere. Alla base, c’è il diritto sociale del cittadino di avere buone condizioni di

vita. L’assistenza è generalizzata e copre una vasta gamma di rischi, le spese

crescenti sono coperte sempre più ricorrendo alla fiscalità generale e quindi

all’indebitamento pubblico, oltre che attraverso i contributi versati dai lavoratori.

Il suo primo risultato è l’istituzione in Gran Bretagna del servizio sanitario

nazionale, nel 1948. Il modello si diffonde per quarant’anni e trova l’espressione

più riuscita nella socialdemocrazia dei paesi scandinavi.

Istituzioni dell'Unione europea

All'origine delle istituzioni vi è la volontà di "porre le fondamenta di un'unione

sempre più stretta fra i popoli europei". Con il crescere delle responsabilità, anche

le dimensioni e il numero delle istituzioni sono andate aumentando. Nei primi

venti anni di esistenza della Comunità, il compito della Commissione era di

proporre, quello del Parlamento di formulare pareri, quello del Consiglio dei

ministri di decidere e quello della Corte di giustizia di interpretare.

Nel corso degli ultimi 20 anni il Parlamento europeo, eletto a suffragio universale

diretto, ha acquisito nuovi poteri, è stata creata la Corte dei conti, la Banca

europea per gli investimenti si è affermata come un'importante fonte di

finanziamento dello sviluppo economico, il Comitato economico e sociale ha dato

la dimostrazione di quanto utili siano la discussione e la cooperazione tra gli

interlocutori economici e sociali e, di recente, è stato istituito il Comitato delle

regioni, con il compito di dar voce agli interessi e alle diversità regionali.

Queste istituzioni cooperano strettamente e in modo costruttivo, per il bene di

tutti i cittadini europei. Le pagine che seguono descrivono in che modo esse

svolgono la loro azione.

Il eletto a suffragio universale diretto, è l'espressione

Parlamento democratica della volontà politica dei popoli dell'Unione

europeo europea ed è il più grande parlamento multinazionale del

mondo. Rappresenta i 370 milioni di cittadini dell'Unione

europea e le sue funzioni sono analoghe a quelle di ogni altro

parlamento: approvare leggi ed esercitare un'azione di

controllo sull'attività del potere esecutivo.

Il Consiglio Il Consiglio dell'Unione europea è un'istituzione che esercita un

dell'Unione potere legislativo e un potere decisionale. Allo stesso tempo

europea costituisce la sede in cui i rappresentanti dei governi degli 15

Stati membri possono far valere i loro interessi e cercano di

raggiungere compromessi.

La Per il suo ruolo e le sue responsabilità, la Commissione europea

Commissio si colloca al centro del processo di decisione politica

ne europea dell'Unione europea. Per certi aspetti, essa è il vero e proprio

cuore dell'Europa, dal quale le altre istituzioni traggono gran

parte della loro energia e la loro ragione d'essere.

La Corte di Le Comunità europee sono comunità di diritto e l'Unione, che si

giustizia fonda su di esse, è partecipe di questa natura. Il presupposto

stesso della sua esistenza è il riconoscimento della natura

vincolante delle sue regole da parte degli Stati membri, delle

istituzioni e dei singoli.

La Corte La Corte dei conti europea rappresenta il contribuente ed

dei conti esercita una funzione di controllo delle spese dell'Unione

europea, per verificare che esse siano effettuate secondo le

norme di bilancio e i regolamenti finanziari vigenti, per gli scopi

a cui sono destinate

La Banca l'istituzione finanziaria dell'Unione europea, accorda

europea finanziamenti a lungo termine per investimenti volti a

per promuovere lo sviluppo economico equilibrato e l'integrazione

gliinvestim dell'Unione europea.

enti

Il Comitato In conformità di quanto disposto dai Trattati, il Comitato

economico economico e sociale svolge un ruolo consultivo nei confronti

e sociale della Commissione, del Consiglio e del Parlamento europeo. I

pareri che emette (richiesta di consultazione o di propria

iniziativa) sono elaborati dai rappresentanti delle diverse

categorie della vita economica e sociale nell'Unione europea.

Il Comitato Il Comitato delle regioni è la più giovane istituzione dell'Unione

delle europea e la sua creazione riflette la volontà degli Stati membri

regioni di rispettare le identità e le prerogative degli enti regionali e

locali e renderli partecipi dello sviluppo e dell'attuazione delle

politiche europee. Per la prima volta nella storia dell'Unione

europea esiste l'obbligo giuridico di chiedere il parere dei

rappresentanti delle collettività locali e regionali sulle questioni

che le riguardano direttamente.

Il Ogni cittadino di uno Stato Membro è allo stesso tempo

Mediatore cittadino nazionale e cittadino europeo. Uno dei suoi diritti in

europeo quanto cittadino europeo è di rivolgersi al Mediatore europeo

qualora fosse vittima di un' atto di "cattiva amministrazione"

da parte delle istituzioni od organi comunitari.

Banca

Central

europeo

Il Consiglio dell'Unione europea

i ministri dei 15 Stati membri

Membri

Presidenza esercitata a turno ogni sei mesi e a partire dal 1° luglio

1995 nel seguente ordine: Spagna, Italia, Irlanda, Paesi

Bassi, Lussemburgo, Regno Unito, Austria, Germania,

Finlandia, Portogallo, Francia, Svezia, Belgio, Spagna,

Danimarca, Grecia

Sede di riunione Bruxelles, tranne che in aprile, giugno e ottobre, mesi in

cui tutti i Consigli hanno luogo a Lussemburgo

Indirizzo rue de la Loi 175, B-1048 Brussels

Telefono (32 2) 285 61 11

Fax (32 2) 285 73 97/73 81

Consiglio dell'Unione europea, più noto come Consiglio dei ministri, è

un'istituzione che non ha equivalenti al mondo. In questa sede, gli Stati membri

legiferano a nome dell'Unione europea, definiscono i suoi obiettivi politici,

coordinano le politiche nazionali e compongono le divergenze che esistono tra di

loro e con altre istituzioni.

Il Consiglio presenta al tempo stesso caratteristiche proprie sia di

un'organizzazione sovranazionale che di un'organizzazione intergovernativa,

prende decisioni a maggioranza qualificata su certe questioni e all'unanimità su

altre. Nelle sue procedure, nei suoi metodi, nelle sue pratiche e perfino nelle sue

controversie, il Consiglio dà prova di un alto grado di solidarietà e di fiducia, quale

raramente si constata nelle relazioni tra gli Stati.

Nessun dubbio è possibile sul suo carattere democratico. Ogni riunione del

Consiglio riunisce i rappresentanti degli Stati membri, solitamente ministri, che

devono rispondere ai parlamenti nazionali e all'opinione pubblica dei rispettivi

paesi. Attualmente, sono più di 25 i Consigli che si riuniscono regolarmente: i

Consigli «Affari generali» (ministri degli Affari esteri), «Economia e finanza» e

«Agricoltura» si tengono ogni mese, gli altri (Trasporti, Ambiente, Industria, ecc.)

da due a quattro volte all'anno.

Nel 1994 il Consiglio ha tenuto circa 100 sessioni ministeriali formali, durante le

quali ha adottato circa 300 regolamenti, 50 direttive e 160 decisioni.

La Presidenza

La presidenza del Consiglio è esercitata a turno dagli Stati membri, che si

succedono ogni sei mesi (da gennaio a giugno, da luglio a dicembre).

L'importanza del ruolo della presidenza è andata crescendo con l'aumentare delle

competenze dell'Unione. Il suo compito consiste:

• nell'organizzare e presiedere tutte le riunioni;

• nell'elaborare compromessi accettabili e trovare soluzioni pragmatiche ai

problemi sottoposti all'esame del Consiglio;

• nel garantire coerenza e continuità nelle decisioni.

Il processo decisionale

In forza del trattato sull'Unione europea, l'azione dell'Unione europea si fonda su

tre «pilastri» e le decisioni vengono prese a maggioranza qualificata o

all'unanimità.

Il primo pilastro comprende tutta una serie di politiche comunitarie (agricoltura,

trasporti, ambiente, energia, ricerca e sviluppo) elaborate e attuate secondo un

processo decisionale ormai ben sperimentato, che prende inizio con una proposta

della Commissione. Una volta ultimato un attento esame tecnico e politico, il

Consiglio può adottare la proposta della Commissione, modificarla o respingerla.

Il trattato sull'Unione europea, introducendo la procedura di codecisione, ha

ampliato i poteri del Parlamento europeo: molti atti legislativi (relativi al mercato

interno, alla tutela dei consumatori, alle reti transeuropee, all'istruzione e alla

sanità) sono adottati congiuntamente dal Parlamento e dal Consiglio.

Nella gran maggioranza dei casi (tra l'altro, per tutto ciò che riguarda

l'agricoltura, la pesca, il mercato interno, l'ambiente e i trasporti), il Consiglio

decide con il voto a maggioranza qualificata; agli Stati membri è attribuita la

seguente ponderazione: 10 voti

Germania, Francia, Italia e Regno Unito

Spain 8 voti

Belgio, Grecia, Paesi Bassi e Portogallo 5 voti

Austria e Svezia 4 voti

Irlanda, Danimarca e Finlandia 3 voti

Lussemburgo 2 voti

87 voti

Quando il Consiglio decide su una proposta della Commissione, occorrono almeno

62 voti favorevoli. In altri casi, la maggioranza qualificata è sempre di 62 voti, ma

devono essere di almeno 10 Stati membri. In pratica, il Consiglio cerca di ottenere

il più ampio consenso possibile prima di prendere una decisione, tanto che, ad

esempio, solo per il 14% circa degli atti legislativi adottati dal Consiglio nel 1994

si sono registrati voti contrari o astensioni.

I settori del primo pilastro per i quali resta richiesta l'unanimità sono la politica

fiscale, l'industria, la cultura, il Fondo regionale e il Fondo sociale e il programma

quadro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico.

Per gli altri due pilastri creati dal trattato sull'Unione europea, la politica estera e

di sicurezza comune (secondo pilastro) e la cooperazione nei campi della giustizia

e degli affari interni (terzo pilastro), il Consiglio ha un potere sia di decisione, sia

di iniziativa. L'unanimità è la regola per entrambi i pilastri, tranne che per la

realizzazione di azioni comuni, che possono essere decise a maggioranza

qualificata.

La politica estera e di sicurezza comune mira a definire e ad attuare una politica

comune estesa a tutti i settori della politica estera e di sicurezza.

La cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni è volta a realizzare

la libera circolazione delle persone all'interno dell'Unione europea e a promuovere

azioni di interesse comune per quanto riguarda il controllo delle frontiere esterne,

la politica d'asilo, la politica d'immigrazione, la lotta contro il terrorismo, il traffico

di droga e altre forme gravi di criminalità internazionale.

Il Consiglio europeo

Dal 1974 i capi di Stato e di governo si riuniscono almeno due volte all'anno nel

Consiglio europeo (i cosiddetti «vertici europei»), a cui partecipa anche il

presidente della Commissione. Il presidente del Parlamento europeo tiene un

discorso nella seduta d'apertura.

Il ruolo del Consiglio europeo nell'Unione ha assunto un'importanza sempre

maggiore: ad esso spetta stabilire le priorità, definire gli orientamenti politici,

dare all'Unione l'impulso necessario al suo sviluppo e comporre le divergenze che

non è stato possibile superare nell'ambito del Consiglio dei ministri.

Il Consiglio europeo presenta al Parlamento europeo una relazione dopo ogni sua

riunione e una relazione annuale sui progressi compiuti dall'Unione.

La legislazione comunitaria

Le norme comunitarie, adottate dal Consiglio (o dal Parlamento e dal Consiglio nel

quadro della procedura di codecisione) possono avere forma di:

• regolamenti: direttamente applicabili senza necessità di provvedimenti

nazionali di attuazione;

• direttive: vincolano gli Stati membri per quanto riguarda il risultato da

raggiungere, salva restando la competenza degli organi nazionali in merito

alla forma e ai mezzi;

• decisioni: obbligatorie in tutti i loro elementi per i destinatari da esse

designati. Una decisione può essere destinata a tutti gli Stati membri, a

persone giuridiche o a persone fisiche;

• raccomandazioni e pareri: non vincolanti.

La legislazione comunitaria, comprese le posizioni comuni del Consiglio trasmesse

al Parlamento europeo, è pubblicata nella Gazzetta ufficiale in tutte le lingue

ufficiali della Comunità europea.

Organizzazione

Ogni Stato membro ha una propria delegazione nazionale a Bruxelles: la

rappresentanza permanente. Tali delegazioni sono presiedute dai rappresentanti

permanenti, che sono abitualmente diplomatici con una lunga esperienza. Essi

sono riuniti nel Coreper (Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati

membri), che prepara le sessioni ministeriali. Il Coreper si riunisce

settimanalmente e il suo compito principale consiste nel far sì che soltanto le

questioni più difficili e delicate siano trattate a livello ministeriale.

Al Coreper vengono anche sottoposte le relazioni dei numerosi

gruppi di lavoro del Consiglio, composti da esperti

nazionali, che esaminano in dettaglio le proposte della

Commissione e indicano, tra l'altro, i punti di accordo e

disaccordo.

I lavori del Consiglio «Agricoltura» sono preparati da rappresentanti ad alto livello

degli Stati membri, insediati a Bruxelles, che si riuniscono settimanalmente nel

Comitato speciale agricoltura.

Il segretariato generale fornisce l'infrastruttura amministrativa e materiale del

Consiglio a tutti i livelli. Esso costituisce un elemento di continuità nelle procedure

del Consiglio e custodisce gli atti e gli archivi del Consiglio. Il servizio giuridico ha

il compito di assistere il Consiglio e i comitati in tutti i problemi di carattere

giuridico. Il segretario generale è nominato dal Consiglio all'unanimità.

Trasparenza

Il Consiglio sta compiendo grandi sforzi per rendere le sue attività più accessibili

al cittadino. Le votazioni sugli atti legislativi, con le relative motivazioni, sono ora

automaticamente rese pubbliche.

Il pubblico ha diritto di accedere ai documenti del Consiglio e alcune discussioni

del Consiglio sono trasmesse per televisione. Tra le altre misure dirette ad

aumentare la trasparenza, vanno ricordate le conferenze stampa e la diffusione di

note informative sulle questioni in discussione.

Dopo ogni riunione del Consiglio, il servizio stampa emette ampi comunicati

stampa, disponibili su richiesta e mediante le banche dati.

La Commissione europea

Numero di commissari per paese: due per Francia,

Numero dei Germania, Italia, Regno Unito e Spagna e

membri: 20 uno per ciascuno degli altri Stati membri

Mandato 5 anni (1995-2000)

Sede rue de la Loi 200, B-1049 Brussels

Telefono (32 2) 299 11 11

Per il suo ruolo e le sue responsabilità, la Commissione europea si colloca al centro

del processo di decisione politica dell'Unione europea. Per certi aspetti, essa è il

vero e proprio cuore dell'Europa, dal quale le altre istituzioni traggono gran parte

della loro energia e la loro ragione d'essere.

Senza i 20 commissari che la compongono e senza le 15 000 persone che lavorano

per essa, l'Unione europea non potrebbe funzionare. Il Consiglio e il Parlamento

europeo devono attendere una proposta della Commissione prima di poter

emanare qualsiasi atto legislativo. Alla Commissione incombe l'incarico di far

rispettare le direttive europee e l'integrità del mercato unico; le politiche

dell'agricoltura e dello sviluppo regionale sono sostenute, gestite e sviluppate

dalla Commissione, come anche la cooperazione allo sviluppo con i paesi

dell'Europa centrale ed orientale, dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico. I

programmi di ricerca e di sviluppo tecnologico, vitali per il futuro dell'Europa, sono

organizzati dalla Commissione.

La Commissione, in stretta collaborazione con il Consiglio europeo, dà l'impulso ad

un'ulteriore integrazione nei momenti cruciali. Tra le iniziative decisive degli

ultimi anni citeremo l'avvio della strategia che è culminata nel completamento del

mercato unico nel 1993, il ruolo tenuto nell'elaborazione del progetto di unione

economica e monetaria nonché l'azione diretta a rafforzare la coesione economica

e sociale tra le regioni europee.

La guida e l'orientamento della Commissione spettano ai suoi 20 membri che

apportano il patrimonio di una lunga esperienza acquisita come deputati dei

parlamenti nazionali o del Parlamento europeo e, in molti casi, per aver ricoperto

importanti incarichi ministeriali nel proprio paese.

I commissari sono tenuti ad un'assoluta indipendenza nei confronti dei governi

nazionali e ad agire esclusivamente nell'interesse dell'Unione europea. È questo

tipo di imparzialità e di impegno che permette alla Commissione di fungere, se

necessario, da mediatore efficace nei conflitti d'interesse tra gli Stati membri.

La Commissione attualmente in carica conta tra i suoi membri cinque donne, più di

ogni altra Commissione precedente. Il presidente è nominato dai capi di Stato e di

governo riuniti in sede di Consiglio europeo, previa consultazione del Parlamento

europeo. Gli altri membri della Commissione sono nominati dai 15 governi degli

Stati membri, in consultazione con il nuovo presidente.

La Commissione si riunisce una volta alla settimana per svolgere i suoi lavori, che

possono comprendere l'adozione di proposte, la messa a punto di documenti

politici e l'esame della situazione nei principali settori interessati dalle politiche

europee. I commissari sono tenuti a dare completo sostegno a tutte le politiche

decise, anche quando sono approvate a maggioranza e non all'unanimità..

Responsabilità democratica

La legittimità democratica della Commissione è sempre più rafforzata dal rigoroso

e crescente controllo a cui il presidente e i suoi colleghi sono sottoposti da parte

del Parlamento. La Commissione, prima di poter entrare in carica, deve ricevere il

voto di investitura del Parlamento europeo. I membri della Commissione possono

essere costretti alle dimissioni collettive nel caso in cui il Parlamento approvi una

mozione di censura nei confronti della Commissione (un potere di cui il

Parlamento non ha ancora fatto uso).

L'organizzazione della Commissione

Con un organico di 15 000 persone, la Commissione è la più grande istituzione

dell'Unione europea. Il numero complessivo di dipendenti, tuttavia, è modesto, se

si considera quanto estese siano le sue competenze e se si tiene conto del fatto

che un quinto del personale è addetto ai servizi di traduzione e di interpretazione

(un lavoro di capitale importanza, perché la Commissione deve poter raggiungere

tutti i cittadini dell'Unione europea nella lingua di ciascuno di essi).

La Commissione è organizzata in 26 direzioni generali (DG) e una quindicina di

servizi specializzati supplementari. Ogni DG è presieduta da un direttore generale,

che deve rispondere al commissario che ha la responsabilità politica ed operativa

dell'attività di quella DG.

L'attività della Commissione

La Commissione non è un'istituzione onnipotente: le sue proposte, le sue azioni e

le sue decisioni sono in vari modi esaminate, controllate e valutate da tutte le

altre istituzioni, esclusa la Banca europea per gli investimenti. Non spetta alla

Commissione prendere le principali decisioni sulle politiche e sulle priorità

dell'Unione europea, che sono prerogativa del Consiglio e, in alcuni casi, del

Parlamento europeo.

La descrizione tradizionale del ruolo della Commissione distingue tre funzioni:

• potere d'iniziativa legislativa;

• custode dei trattati;

• gestione ed esecuzione delle politiche dell'Unione europea e delle relazioni

commerciali internazionali.

Nell'esercizio di tali funzioni la Commissione si prefigge di tenere costantemente

presenti le esigenze del comune cittadino e di ridurre al minimo le complicazioni

burocratiche. Inoltre, essa opera in stretta cooperazione con la Corte dei conti per

eliminare le frodi commesse a danno del bilancio dell'Unione europea.

Initiativa legislativa

Il processo legislativo ha inizio con la presentazione di una proposta da parte della

Commissione. Nell'elaborare le sue proposte, la Commissione persegue tre

obiettivi costanti: individuare l'interesse europeo, procedere a una consultazione

ampia quanto occorre e rispettare il principio della sussidiarietà.

L'interesse europeo significa che una proposta legislativa tiene conto di quella

che, a giudizio della Commissione, è la scelta migliore per l'Unione europea e per i

suoi cittadini in generale e non già per un settore particolare o per singoli paesi.

La consultazione è essenziale per la preparazione di una proposta. La

Commissione non vive in una torre d'avorio: ascolta i governi, l'industria, i

sindacati, le categorie interessate e gli esperti tecnici prima di redigere il progetto

finale.

La sussidiarietà è sancita nel trattato sull'Unione europea ed è applicata dalla

Commissione al fine di garantire che l'Unione europea intervenga soltanto se e

nella misura in cui gli obiettivi dell'azione prevista non possono essere

adeguatamente realizzati dagli Stati membri.

Una volta che la Commissione ha formalmente presentato una proposta al

Consiglio e al Parlamento, l'iter legislativo dipende in buona misura da una

cooperazione efficace tra le tre istituzioni.

La Commissione non ha il diritto esclusivo d'iniziativa nei due settori della

cooperazione intergovernativa contemplati dal trattato sull'Unione europea: la

politica estera e di sicurezza comune e la cooperazione nei settori della giustizia e

degli affari interni. Tuttavia, essa può presentare proposte allo stesso titolo dei

governi nazionali e partecipa alle discussioni a tutti i livelli.

Custode dei Trattati

La Commissione vigila sulla corretta applicazione della legislazione comunitaria da

parte degli Stati membri, avviando nei loro confronti, in caso di inadempienza

degli obblighi derivanti dai trattati, una procedura d'infrazione, che può condurli a

subire il giudizio della Corte di giustizia.

La Commissione ha il potere di prendere provvedimenti nei confronti di individui,

imprese e organizzazioni per violazione delle norme comunitarie, fermo restando

il loro diritto di appello alla Corte di giustizia. Le pratiche illegali di fissazione dei

prezzi e gli accordi illeciti, fattori di distorsione del mercato, sono stati

costantemente oggetto della sua attenzione e sanzionati con ammende molto

elevate: alla fine del 1994, a un gruppo di imprese è stata inflitta un'ammenda

record di 248 milioni di ecu. La Commissione, inoltre, vigila con attenzione sulle

sovvenzioni pubbliche alle imprese e su certi tipi di aiuti pubblici che, in base al

trattato, devono ottenere la sua approvazione.

Amministratore e negoziatore

La Commissione amministra il bilancio annuale dell'Unione europea, che ammonta

a 86 miliardi di ecu nel 1996 ed è destinato in gran parte alle spese agricole del

Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia e a quelle dei fondi

strutturali, che hanno l'obiettivo di concorrere ad eliminare le disparità di sviluppo

economico tra le zone ricche e quelle meno prospere.

I poteri esecutivi di cui la Commissione dispone sono assai estesi: in virù dei

poteri normativi conferitile dal Consiglio, definisce i testi di applicazione degli atti

da esso emanati; può, ad esempio, adottare per un periodo limitato misure

preventive, destinate a proteggere il mercato comunitario da azioni di dumping

dei paesi terzi; ha il potere di applicare le disposizioni dei trattati in materia di

concorrenza e disciplina le operazioni di fusione e acquisizione di imprese al di là

di una certa dimensione.

L'influenza dell'Unione europea nel mondo è rafforzata dal ruolo della

Commissione di negoziatore degli accordi commerciali e di cooperazione con altri

paesi o gruppi di paesi. Sono più di 100 paesi che hanno concluso accordi simili

con l'Unione europea, e tra essi i paesi in via di sviluppo dell'Africa, dei Caraibi e

del Pacifico che aderiscono alla convenzione di Lomé e quelli dell'Europa centrale

e orientale e dell'ex Unione Sovietica che ricevono un'importante assistenza

tecnica con i programmi Phare e Tacis. Anche i paesi del Mediterraneo beneficiano

di aiuti allo sviluppo finanziati dall'Unione europea.

Nella convinzione che una maggiore trasparenza e apertura contribuirà a colmare

il divario tra le istituzioni europee e i cittadini, la Commissione ha adottato una

serie di misure per facilitare l'accesso del pubblico ai suoi documenti. Il principio

fondamentale a cui s'ispira la sua azione è che l'accesso ai documenti può essere

limitato soltanto dalla necessità di tutelare taluni interessi pubblici e privati.

Il Parlamento europeo

Il Parlamento europeo, eletto a suffragio universale diretto, è l'espressione

democratica della volontà politica dei popoli dell'Unione europea ed è il più grande

parlamento multinazionale del mondo. Rappresenta i 370 milioni di cittadini

dell'Unione europea e le sue funzioni sono analoghe a quelle di ogni altro

parlamento: approvare leggi ed esercitare un'azione di controllo sull'attività del

potere esecutivo. Oggi esso è in grado di adempiere questo suo duplice compito

più efficacemente che in passato, perché le sue competenze sono state

gradualmente ampliate ed i suoi poteri rafforzati, prima con l'Atto unico del 1987,

quindi con il trattato sull'Unione europea del 1993.

Il Parlamento si considera, naturalmente, il custode degli interessi europei e il

difensore dei diritti dei cittadini. Singolarmente o collettivamente, i cittadini

europei hanno il diritto di presentare al Parlamento petizioni su questioni che

rientrano nell'ambito di competenza dell'Unione europea e possono rivolgersi al

«mediatore» nominato dal Parlamento (attualmente ricopre questa carica il sig.

Jacob Magnus Söderman) per denunciare casi di cattiva amministrazione

nell'azione delle istituzioni europee.

Il Parlamento europeo attribuisce grande importanza al mantenimento di relazioni

con i parlamenti nazionali che intrattiene, mediante incontri periodici tra i

presidenti dei parlamenti e riunioni congiunte delle commissioni parlamentari.

Questi contatti sono rafforzati dai dibattiti sulle politiche europee che si svolgono

in grandi assemblee (note come «assisi parlamentari»).

I principali poteri di cui dispone il Parlamento europeo si possono così distinguere:

• poteri legislativi

• poteri in materia di bilancio

• poteri di controllo dell'esecutivo

Poteri legislativi

trattato di Roma del 1957 assegnava al Parlamento soltanto un ruolo di

Il

carattere consultivo, attribuendo alla Commissione il compito di proporre e al

Consiglio dei ministri quello di decidere la legislazione da adottare. I trattati

successivi hanno rafforzato l'influenza del Parlamento sull'attività legislativa

comunitaria, tanto che oggi, in molti campi, il potere di decisione è condiviso dal

Parlamento e dal Consiglio.

La procedura di consultazione prevede che il Parlamento formuli un parere prima

dell'adozione da parte del Consiglio di una proposta legislativa presentata dalla

Commissione. Questa procedura viene applicata, ad esempio, per la revisione dei

prezzi agricoli.

La procedura di cooperazione consente al Parlamento di modificare, con i propri

emendamenti, le proposte di atti legislativi; prevede una doppia lettura in

Parlamento e offre quindi ai deputati la possibilità di esaminare ed emendare le

proposte della Commissione e le relative posizioni comuni del Consiglio.

Questa procedura è applicata in numerosi campi, tra i quali il Fondo europeo di

sviluppo regionale, la ricerca, l'ambiente e la cooperazione allo sviluppo.

La procedura di codecisione pone su un piede di parità, nel processo legislativo, il

Parlamento e il Consiglio. Il Comitato di conciliazione (che riunisce i membri del

Consiglio e altrettanti rappresentanti del Parlamento, e ai cui lavori partecipa

anche la Commissione) ha il compito in caso di disaccordo tra le due istituzioni, di

trovare un compromesso su un testo che possa poi essere approvato dal Consiglio

e dal

Parlamento. Se in seno al Comitato di conciliazione non si raggiunge un accordo, il

Parlamento può respingere la proposta.

La procedura di codecisione è applicata in svariati campi: libertà di circolazione,

protezione dei consumatori, istruzione, cultura, sanità, reti transeuropee.

Il parere conforme del Parlamento è previsto per gli accordi internazionali

importanti, quali l'adesione di nuovi Stati membri, gli accordi di associazione con

paesi terzi, l'organizzazione e gli obiettivi dei fondi strutturali e del Fondo di

coesione e per la definizione dei compiti e dei poteri della futura Banca centrale

europea. Deputati 626, eletti ogni 5 anni

Germania 99

Francia 87

Italia 87

Regno Unito 87

Spagna 64

Paesi Bassi 31

Belgio 25

Grecia 25

Portogallo 25

Svezia 22

Austria 21

Danimarca 16

Finlandia 16

Irlanda 15

Lussemburgo 6

Poteri in materia di bilancio

Il Parlamento europeo approva ogni anno il bilancio dell'Unione europea. La

procedura di bilancio consente al Parlamento di proporre modifiche ed

emendamenti alle proposte iniziali della Commissione e al progetto del

Consiglio. Il Consiglio ha l'ultima parola sulle spese per la politica agricola e

su quelle derivanti da accordi internazionali, ma per le altre (istruzione,

programmi sociali, fondi regionali, progetti ambientali e culturali, ecc.)

decide il Parlamento in stretta cooperazione con il Consiglio.

In casi eccezionali, il Parlamento europeo può respingere in blocco il

bilancio, come è avvenuto quando le sue richieste non sono state prese in

considerazione. Spetta al presidente del Parlamento constatare che il

bilancio è definitivamente adottato a conclusione delle procedure.

Il controllo delle spese è compito della commissione parlamentare per il

controllo di bilancio, cui spetta verificare che il denaro sia utilizzato per gli

obiettivi stabiliti e contribuire alla prevenzione e

all'individuazione delle frodi. Il Parlamento procede annualmente a una

valutazione della gestione del bilancio da parte della Commissione prima di

approvare i conti e di concedere lo «scarico» sulla base della relazione

annuale della Corte dei conti.

Controllo dell'esecutivo

Il Parlamento esercita un controllo politico generale dell'attuazione delle

politiche comunitarie. Il potere esecutivo nell'Unione europea è condiviso

dalla Commissione e dal Consiglio dei ministri; i loro rappresentanti si

presentano regolarmente dinnanzi al Parlamento.

Il Parlamento e la Commissione

Il Parlamento, ogni cinque anni, interviene direttamente nella nomina del

presidente e dei membri della Commissione. Inoltre, il Parlamento segue da

vicino l'attività della Commissione esaminando le molte relazioni mensili e

annuali che essa è tenuta a presentargli. I deputati possono formulare

interrogazioni scritte e orali alla Commissione (circa 4 000 nel 1994) e porre

domande ai commissari durante l'«ora delle interrogazioni», prevista nel

corso delle sessioni plenarie e delle riunioni delle commissioni parlamentari.

In situazioni estreme, il Parlamento può approvare una mozione di censura

sull'operato della Commissione, obbligandola a dimettersi (finora, un caso

del genere non si è mai verificato).

Il Parlamento e il Consiglio

Il presidente in carica del Consiglio presenta al Parlamento il proprio

programma all'inizio del suo mandato e una relazione alla fine del semestre.

Inoltre, egli riferisce al Parlamento sui risultati di ogni Consiglio europeo ed

illustra gli sviluppi della politica estera e di sicurezza comune.

I ministri presenziano alle sessioni plenarie e partecipano all'ora delle

interrogazioni e ai dibattiti più importanti. Sono tenuti a rispondere alle

interrogazioni scritte.

All'inizio di ogni riunione del Consiglio europeo, il presidente dell'Assemblea

illustra la posizione del Parlamento europeo sui temi che saranno discussi

dai capi di Stato e di governo, riuscendo spesso ad influire sull'orientamento

delle discussioni in programma.

Organizzazione

Tutti i principali movimenti politici esistenti nei paesi dell'Unione europea

(dall'estrema sinistra all'estrema destra, per un totale di un centinaio di

partiti) sono rappresentati nel Parlamento e sono organizzati in un numero

limitato di gruppi politici (attualmente otto).

La gestione generale delle attività del Parlamento è responsabilità

dell'Ufficio di presidenza, composto dal presidente e dai 14 vicepresidenti.

Tutti i membri sono eletti per un mandato di due anni e mezzo.

Accesso del pubblico e informazione

I presidenti dei gruppi politici partecipano, insieme al presidente del

Parlamento, alla Conferenza dei presidenti, responsabile dell'organizzazione

dei lavori del Parlamento e della praparazione dell'ordine del giorno delle

sessioni plenarie.

Gran parte dei lavori del Parlamento si svolgono nelle sue venti

commissioni, che coprono tutti i settori d'attività dell'Unione europea,

dall'agricoltura alla politica estera e di sicurezza comune, dagli affari

giuridici e i diritti dei cittadini allo sviluppo e alla cooperazione.

Il Parlamento intrattiene buoni rapporti con altre assemblee elette di tutto il

mondo e i deputati europei incontrano regolarmente i rappresentanti di altri

parlamenti nell'ambito di commissioni e delegazioni interparlamentari.

Le sessioni del Parlamento europeo sono aperte alla stampa e al pubblico.

Vengono pubblicati resoconti quotidiani nei giorni di seduta e rassegne

periodiche delle attività del Parlamento. Informazioni sono fornite dalla

Direzione generale «Informazione e relazioni pubbliche» del Parlamento,

dagli uffici di rappresentanza del Parlamento nelle capitali degli Stati

membri e presso gli Euro-info-point (gli indirizzi sono elencati alla fine di

questo opuscolo) . Dal Piano Werner all'Uem

I 30 anni di preparazione dell'euro

L’euro nasce ufficialmente il 2 maggio 1998, ma ciò che la sua carta di identità

non dice è che ha già alle spalle quasi trent’anni di storia.

La marcia di avvicinamento alla moneta unica, infatti, è stata lunga ed

estremamente complessa. La strada non è stata diretta e lineare: al contrario, non

sono mancate battute d’arresto, rallentamenti e incertezze. Comprensibili visto la

complessità della materia, l’entità degli interessi in gioco e le conseguenze sugli

equilibri economici e finanziari del pianeta. Vale dunque la pena di ricordare in

sintesi le tappe principali di questo percorso di avvicinamento.

Il Piano Werner

Presentato l’8 maggio 1970 alla Commissione europea, in seguito a una

dichiarazione dei capi di Stato e di Governo, il Piano Werner prevedeva la

realizzazione (in dieci anni e in tre fasi) di un’Unione economica e monetaria

(Uem). Obiettivo molto ambizioso per i tempi, naufragato sugli scogli delle grandi

crisi economiche: il crollo del sistema di cambi fissi varato a Bretton Woods, lo

shock petrolifero e le forti recessioni di quegli anni.

Da ricordare anche l’accordo firmato nel 1972 tra le Banche centrali per il sistema

europeo di cambio (il cosiddetto Serpente monetario), anch’esso fallito a causa

delle profonde divergenze d’opinione e di interessi tra Paesi a valuta forte e

partner più deboli.

La nascita dello Sme Queste false partenze hanno

però avuto il merito fondamentale di lasciare nel terreno semi che

hanno germogliato negli anni successivi. La tappa

fondamentale nel percorso di avvicinamento alla moneta

unica porta la data del 1979, anno in cui viene tenuto a battesimo il

Sistema monetario europeo (Sme). Elemento caratterizzante del

nuovo accordo è il fatto di avere lasciato piena sovranità ai

Paesi partecipanti in materia monetaria, mentre restavano vaghe le disposizioni in

materia di integrazione. Inizialmente l’accordo prevedeva la trasformazione dello

Sme entro due anni in un sistema comunitario definitivo e strutturato, ma anche

in questo caso non si riuscì a compiere il secondo passo.

Il funzionamento dello Sme

Gli elementi costitutivi erano tre: l’Ecu (European currency unit), un meccanismo

di cambio e un meccanismo di credito.

Cosa è l’Ecu

L’Ecu ha sostituito la precedente "unità di conto europea" (Uce): è un valore

artificiale di riferimento tra le principali monete del Vecchio continente.

Corrisponde al valore medio (ponderato a seconda della forza economica degli

Stati aderenti) di tutte le valute partecipanti allo Sme. Nel paniere i pesi specifici

più rilevanti erano quelli di marco tedesco (30,4%), franco francese (19,3%) e

sterlina britannica (12,6%).

L’ecu è servito in primo luogo come valore di riferimento per i meccanismi di

cambio e di credito.

Dopo lo Sme

Durante gli anni Ottanta i tentativi di trasformare lo Sme in una vera e propria

moneta unica di uso universale sono stati numerosi. Ma ancora una volta gli

attacchi speculativi e l’instabilità economico-valutaria (unita alla difficoltà di

coordinare le politiche di Francia e Germania) hanno bloccato le iniziative.

Dall’Ecu all’euro

In un primo momento era previsto che la moneta unica europea fosse l’Ecu. Come

si è visto, però, l’Ecu che già funge da unità di conto tra gli Stati membri è un

paniere di monete, formato da valori ponderati delle valute degli Stati membri

dell’Unione. Per questo motivo l’Ecu negli ultimi anni ha perso

valore rispetto alle singole monete più forti e stabili.

L’Euro non sarà invece una moneta artificiale, una valuta-

paniere. Il suo valore tenderà perciò a orientarsi verso quello

delle monete più stabili e verrà suddiviso in cento centesimi.

L’introduzione della moneta unica non equivale a una riforma monetaria ma è

un’operazione di conversione in regime di assoluta neutralità. In pratica: tutti gli

importi verranno espressi in un’altra valuta, ma ciò non dovrebbe in alcun modo

modificare il loro valore reale. Tutte le condizioni contrattuali - dai contratti di

locazione ai crediti bancari - resteranno immutate per gli accordi in corso.

C’è però una novità importante: il compito fondamentale di garantire la stabilità

della moneta unica spetterà alla Banca centrale europea (Bce).

Euro per pochi, euro per tutti

Quando fu firmato il Trattato di Maastricht, nel febbraio del 1992, sembrava a tutti

che vi fosse un tempo sufficientemente lungo a disposizione dei governi per

mettersi in regola con i criteri che esso stabiliva. Eppure, in questi sei anni, la

storia dell’Unione monetaria è stata una corsa risoltasi sul filo di lana. Anzi, un

anno fa non solo non si sapeva chi sarebbe stato promosso, ma anche coloro che

erano sempre stati indicati come i padri certi della moneta unica, Francia e

Germania, correvano il rischio di restare fuori.

L’Unione monetaria è un’idea che è passata dalla teoria alla pratica per un

fortunato convergere di eventi epocali, di logiche economiche e di progetti politici

che hanno resistito a tutte le sfide. L’avvenimento più importante è stata la fine

della logica bipolare con la caduta del Muro di Berlino e la necessità di trovare un

nuovo equilibrio mondiale; la logica economica imponeva che il mercato unico

europeo si completasse con un unico strumento di scambio; il progetto politico è

quello dell’integrazione europea. Il Trattato di Maastricht è stato il frutto di

questo groviglio di fattori interdipendenti. L’intesa tra Francia e Germania, per

gestire e controllare il dopo riunificazione e la fine del sistema comunista, è stata

protagonista della prima parte, la più lunga: dal 1992 alla metà del 1996. L’Italia e

gli altri Paesi mediterranei sono stati gli attori principali della seconda parte, che

si conclude in questi giorni.

E’ finita nel migliore dei modi possibili con 11 Paesi ammessi, tre rimasti fuori

volontariamente ( ma con il dubbio di avere commesso un errore che potrebbero

pagare caro), e l’ultimo, la Grecia, che farà di tutto per aggiungersi entro il 2002,

quando i cittadini europei avranno le nuove banconote dentro il portafoglio.

Tuttavia, come accade nelle vicende umane e soprattutto in operazioni della

complessità e dell’audacia come è l’Uem, l’incalzare degli eventi e il ciclo delle

economie ha reso lo sbocco conclusivo incerto fino all’ultimo momento. Quello

dell’euro è, dunque, un romanzo in tre capitoli: a lieto fine, ma con una suspence

degna dei migliori gialli anche per la grande quantità di potenziali assassini, che

alla fine non hanno colpito.

Capitolo I

Test drammatici (1992-1994)

Il primo problema che si è presentato, dopo la firma del Trattato, è stato quello di

farne capire l'importanza a cittadini prevalentemente indifferenti alle tematiche

europee vissute come qualcosa che riguardava accordi agricoli e commerciali al di

fuori della vita quotidiana. E’ il momento dei referendum in Francia (a favore per

pochi voti) e Danimarca (contrario) e del durissimo test dei mercati finanziari nei

confronti di monete ed economie a ragione ritenute immature per affrontare un

progetto così ambizioso. La lira è stata espulsa dallo Sme, apparentemente

condannata così fin dall’inizio all’emarginazione. Del pari la sterlina. Poteva

accadere il peggio anche al franco francese, se non fosse prevalsa, nonostante

tutto, la ferma volontà di Bonn e Parigi di proseguire il cammino. L’economia

europea, intanto, entrava in un ciclo negativo che imponeva enormi sacrifici in

termini di ristrutturazione delle aziende e di disoccupazione.

Capitolo II

Il nocciolo duro (1994-96)

Per limitare i danni e raggiungere l’obiettivo che significa innanzitutto il

superamento delle tentazioni egemoniche che la nuova situazione all’Est possono

suscitare, i due vicini del Reno elaborarono un concetto di Unione monetaria

ristretta: partiamo intanto noi, con i piccoli Paesi già fortemente integrati (il

Benelux e, dopo il suo ingresso, l’Austria), gli altri seguiranno. Teorizzato nel

famoso documento Schaeuble-Lamers, dal nome dei due consiglieri per la politica

europea del Cancelliere Kohl, nasce "il nocciolo duro", l’Unione monetaria

ristretta, la culla blindata dell’euro. La veemente reazione degli esclusi, e

soprattutto dell’Italia, monopolizzò un dibattito dai toni talvolta molto accesi, con

lo scambio anche di accuse e recriminazioni. Fino alla metà del 1996, la difficoltà

di uscire dal periodo recessivo dell’economia, la crisi politica e l’evidente

scostamento dei dati macroeconomici italiani da quelli indicati da Maastricht non

davano alcun margine di speranza al desiderio italiano di far parte dei Paesi

fondatori dell’Uem. "L’Italia non ci sarà, la Spagna forse", si affermava sempre più

apertamente.

Capitolo III

La Grande Unione (1996-98)

Il rischio di conflitti irreversibili e della nascita di un’Unione europea integrata

solo a Nord non si è concretizzato. Dopo Spagna e Portogallo, ma facendo uno

sforzo assai più forte, in un anno e mezzo l’Italia ha ribaltato la situazione. Merito

della congiuntura e economica, della stabilizzazione dei rapporti politici e del

consenso dei cittadini, ma anche grazie alle difficoltà subentrate quasi a sorpresa

nei due Paesi leader del processo di unificazione monetaria. C’è stato un

momento, nel 1997, nel quale diventava un’ipotesi tutt’altro che astratta che

neppure Francia e Germania raggiungessero l’obiettivo del 3% di rapporto

deficit/Pil. Al punto che qualcuno intravedeva la possibilità di una Unione

monetaria solo tra i Paesi più piccoli, come quella che esiste da tempo tra Belgio e

Lussemburgo (l’unico Stato che ha avuto sempre i parametri in ordine).

Improvvisamente tutti si sono trovati nelle stesse condizioni psicologiche: il clima

migliore perché venissero valorizzati gli impegni anche di coloro che si sono mossi

in ritardo. Così, sono rimasti solo i governatori delle Banche centrali a esprimere i

dubbi sull’opportunità di aprire a tutti il club dell’euro. Ma la volontà politica ha

prevalso.

Glossario euro

Sebc. Il Sistema europeo delle Banche centrali è composto dalla Bce e dalle

Banche centrali nazionali. Viene guidato da due organi decisionali, il Consiglio

direttivo e il Comitato esecutivo. Il suo obiettivo principale è il mantenimento

della stabilità dei prezzi. I suoi compiti fondamentali sono: definire e attuare la

politica monetaria nell’area della moneta europea, detenere e gestire le riserve

ufficiali degli Stati membri partecipanti e condurre le operazioni di cambio,

promuovere il corretto funzionamento dei sistemi di pagamento nell’area e

contribuire alla regolare conduzione delle politiche perseguite dalle autorità

competenti in materia di vigilanza sugli istituti di credito e di stabilità del sistema

finanziario.

Bce. Banca centrale europea: ha personalità giuridica e assicura che i compiti

conferiti al Sebc siano espletati o attraverso le proprie attività, conformemente

allo Statuto, o attraverso le Banche centrali nazionali. La Bce avrà la facoltà

esclusiva di autorizzare l’emissione di banconote nella terza fase dell’Unione

economica e monetaria (Uem).

Consiglio direttivo Bce. E’ composto dai membri del Comitato esecutivo della Bce e

dai governatori delle Banche centrali nazionali dei Paesi partecipanti all’area della

moneta europea; è l’organo decisionale del Sistema europeo di Banche centrali,

che adotta le direttive e prende le decisioni necessarie per assicurare lo

svolgimento dei compiti assegnati al Sebc ai sensi del Trattato e dello Statuto del

Sebc stesso.

Comitato economico e finanziario. Con l’inizio della terza fase dell’Unione

economica e monetaria viene istituito un Comitato economico e finanziario al

posto del vecchio Comitato monetario previsto dallo Sme. Organo di carattere

consultivo, ma più importante del precedente, comprende due rappresentanti per

la Commissione, due per la Bce e per ciascuno Stato membro (di solito i "numeri

2" dei ministeri del Tesoro/Finanze e della Banca centrale); dovrà monitorare la

situazione monetaria e finanziaria e il sistema generale dei pagamenti dell’Unione.

Comitato esecutivo Bce. Organo della Banca centrale europea, che attua la politica

monetaria conformemente alle direttive e alle decisioni emanate dal Consiglio

direttivo. E' composto dal presidente, dal vice presidente e da altri quattro

membri, nominati tra persone di riconosciuta esperienza professionale in ambito

monetario e bancario con accordo comune dei Paesi membri a livello di capi di

Stato e di Governo, su proposta del Consiglio, previa consultazione con il

Parlamento europeo e il Consiglio direttivo. Per il primo mandato, ai primi di

maggio 1998, a presiedere la Bce stato scelto l'olandese Wim Duisenberg (dopo

quattro anni è prevista una "staffetta" informale con il francese Jean-Claude

Trichet).

Ecofin. E' il Consigli dei ministri dell'Economia delle Finanze dell'Unione europea

(uno per ciascuno dei 15 Paesi membri).

Ecu. Termine utilizzato nel Trattato di Maastricht per denominare la moneta

europea. Nella sua definizione (regolamento del 20 dicembre 1994), l’Ecu è una

valuta paniere costituita dalla somma di importi fissi di dodici delle quindici valute

degli Stati membri (restano quindi fuori Austria, Finlandia e Svezia ). L’Articolo

109g del Trattato stabilisce che tale composizione non sarà cambiata fino all’inizio

della Terza fase (1° gennaio 1999), quando l’Ecu/euro diventerà moneta a pieno

titolo con un valore irrevocabilmente fisso rispetto alle valute partecipanti all’area

della moneta europea. In quel momento, l’Ecu-euro avrà lo stesso valore esterno

dell’Ecu paniere nei suoi utilizzi ufficiali.

E-11. E' il consiglio ristretto degli undici ministri economici dei Paesi euro. In altri

termini rappresenta la voce e la posizione dei governi nei confronti della Bce e dei

banchieri centrali.

Patto di stabilità. Meccanismo, proposto dalla Germania nel 1995, per far sì che

che gli 11 Paesi euro rispettino anche in futuro i criteri di Maastricht. In

particolare, chi non rispetterà il Patto e si scosterà dalla soglia del 3% del deficit

pubblico, sarà oggetto di una procedura sanzionatoria -non automatica - che può

arrivare fino al deposito infruttifero di un importo pari allo 0,5% del Pil.

G5-G8 (1985-

>)

Viene così denominato il

gruppo dei paesi più

industrializzati del mondo

(USA, Giappone, Repubblica Federale Tedesca, Gran Bretagna, Francia, Italia e

Canada) che periodicamente si riunisce in uno di questi paesi al fine di concertare

una politica monetaria comune.

Le questioni trattate dal G7 non sono, tuttavia, confinate strettamente al settore

monetario, data la notevole rilevanza politica che molte delle decisioni adottate in

questa sede possono assumere (cooperazione nord-sud, aiuti internazionali,

adozione di sanzioni economiche ecc.)

Scardinato il sistema di Bretton Woods fra il 1971 e il 1973 (mediante la

dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro e l'abolizione degli obblighi di

difesa dei margini di oscillazione consentiti), si addivenne in via implicita - anche

se non codificata - al riconoscimento del dollaro quale principale moneta

internazionale e all'adozione di una pluralità di sistemi di cambi. Negli ultimi

quindici anni la travagliata convivenza di diversi sistemi di cambi ha riflesso l'

instabilità del quadro macroeconomico internazionale, che si è accentuata per

effetto dell'ampliarsi degli squilibri fra i saldi delle partite correnti delle bilance dei

pagamenti dei principali Paesi industrializzati. Le crisi petrolifere e quelle

borsistiche, il problema dell'indebitamento esterno dei Paesi in via di sviluppo e le

ricorrenti crisi politiche o militari hanno contrassegnato le fasi dominate da

maggiore instabilità. A partire dal 1985, i Paesi del Gruppo dei 5 (G-5,

Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e Inghilterra) -

comprendente: Italia e Canada (G-7) - hanno

successivamente aperto alla partecipazione di

instaurato la prassi di tenere, periodicamente, incontri multilaterali tendenti a

favorire il coordinamento delle rispettive politiche economiche e la realizzazione

di rapporti di cambio coerenti con il riequilibrio dei saldi di parte corrente delle

bilance dei pagamenti. Non sempre, comunque, le dichiarazioni di principio hanno

trovato un riscontro nei comportamenti concreti delle diverse autorità nazionali e

ancora più raramente esse sono state in grado di indirizzare nel verso auspicato le

aspettative degli operatori di mercato, in particolare per quel che concerne le

scelte relative ai movimenti internazionali di capitali. Proprio questi ultimi hanno

assunto, negli ultimi anni, un ruolo decisivo nella determinazione dei cambi fra le

principali valute: basti pensare che - secondo un'indagine svolta dalla Banca dei

Regolamenti Internazionali (Bri) - gli scambi commerciali rappresentano

mediamente solo un trentaduesimo del volume dei mercati dei cambi. A loro volta,

i suddetti movimenti di capitali risultano determinati dai differenziali fra i tassi

d'interesse nominali offerti dalle varie valute e, congiuntamente, dalle aspettative

di apprezzamento/deprezzamento dei cambi bilaterali. Quindi, ad esempio,

l'investimento in un titolo denominato in lire italiane sarà preferito a quello in un

titolo (con analoghe caratteristiche di rischio e liquidità) in marchi tedeschi,

soltanto a condizione che il maggior rendimento nominale offerto dal primo non

sia completamente bilanciato dall'eventuale deprezzamento atteso della lira nei

confronti del marco, entro l'orizzonte prescelto dall'investitore.

OCSE [Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico] OECE

Nota anche come OCDE, fu istituita nel 1960, in sostituzione della disciolta

(v.) che aveva ormai esaurito il proprio compito. Della nuova organizzazione,

creata per favorire l'espansione economica dei paesi membri e lo sviluppo del

commercio internazionale, fanno parte tutti i paesi occidentali.

Organi principali dell'OCSE, che ha sede a Parigi, sono il Consiglio (composto dai

rappresentanti di tutti gli Stati membri), il Comitato esecutivo e un Segretariato.

The OECD brings together 29 countries sharing the principles of the market

economy, pluralist democracy and respect for human rights. The original 20

members of the OECD are located in Western countries of Europe and North

America. Next came Japan, Australia, New Zealand and Finland. More recently,

Mexico, the Czech Republic, Hungary, Poland and Korea have joined.

FMI [Fondo Monetario Internazionale] di Bretton Woods

Organizzazione nata nel 1944 a seguito degli accordi . Ha lo

scopo di promuovere la cooperazione nel settore monetario e la stabilità dei cambi

e, a tal fine, utilizza un capitale versato proporzionalmente dagli Stati membri.

deficit bilancia dei pagamenti

Questi ultimi, quando evidenziano nella (v.),

possono ricorrere all'assistenza finanziaria del Fondo che, entro certi limiti, è

automatica, mentre negli altri casi deve essere negoziata e condizionata

all'adozione di adeguate politiche di risanamento economico. Queste condizioni

lettera di intenti (v.), sottoscritta da un rappresentante del

sono riportate in una

governo beneficiario del prestito. Consiglio dei Governatori

Organi principali del Fondo sono il (deliberante secondo

Consiglio d'Amministrazione Direttore Generale

voti ponderati), il ed il .

GATT[General Agreement on Tariffs and Trade - Accordo Generale sulle Tariffe e il

Commercio] Ginevra nel 1947

Accordo generale sulle tariffe ed il commercio firmato a . Il GATT,

liberalizzare gli scambi economici internazionali

stipulato con lo scopo iniziale di ,

abolendo progressivamente le barriere e le tariffe doganali, nonché di agevolare

l'espansione del commercio mondiale, si è esteso successivamente a materie

diverse quali il commercio per lo sviluppo, le misure non tariffarie e, da ultimo, la

regolamentazione dei servizi. clausola della nazione più favorita

Nel GATT, particolare importanza ha assunto la

(v.) nonché quella del trattamento nazionale. La progressiva liberalizzazione del

commercio mondiale è stata scandita da otto conferenze, indette periodicamente

per aggiornare l'accordo ed a cui partecipano tutti i paesi firmatari. L'ultima

Uruguay round

conferenza, l' , si è conclusa nel dicembre 1993 e con esso si è

deciso di sostituire il GATT con un'organizzazione permanente

anche per la

WTO

risoluzione delle controversie commerciali internazionali, la (v.).

WTO [World Trade Organization - Organizzazione Mondiale del Commercio]

GATT

Organismo internazionale, nato in seguito allo scioglimento del (v.) nel

1994, che ha il compito di sorvegliare ed influenzare lo sviluppo del commercio

internazionale nel rispetto dei principi del multilateralismo e del mutuo vantaggio.

Arbitrato commerciale

La WTO può agire anche come tribunale arbitrale (v.

internazionale ) internazionale, competente a dirimere tutte le questioni relative

imporre

agli scambi economici internazionali sorti tra i paesi aderenti; può anche

misure coercitive nei confronti di quegli Stati che abbiano violato le regole

generali dell'organizzazione . Bretton Woods

La sua nascita era già prevista dagli accordi di (v.) che, accanto al

Fondo Monetario Internazionale FMI Banca Mondiale BIRS

(v. ) e alla (v. ),

istituivano una organizzazione interamente volta a disciplinare il commercio

GATT non fu però mai ratificato anche se esso

internazionale. L'accordo sul

forum

continuò ad operare come internazionale volto ad incentivare la progressiva

liberalizzazione degli scambi economici internazionali (con ottimi risultati). Con la

Uruguay Round

conclusione dell'ultima tornata di negoziati nota come (v.) è stato

deciso di ritornare all'originario progetto ed istituzionalizzare le consultazioni con

la creazione, appunto, della WTO.

Uruguay round GATT (v.), iniziata nel 1986 a

Ottava sessione di negoziati svoltasi nell'ambito del

Punta del Este in Uruguay e conclusa nel 1993.

I negoziati condotti nell'ambito dell'Uruguay round sono stati incentrati, in

particolar modo, sulla regolamentazione del commercio internazionale dei

prodotti agricoli, sul settore dei servizi e sulla tutela internazionale della proprietà

intellettuale. Nel corso del vertice, inoltre, è stato deciso di sostituire il GATT con

un'organizzazione permanente per la risoluzione delle controversie in materia di

WTO).

commercio internazionale (v.

GLOBALIZZAZIONE E STATO NAZIONALE

Stato nazionale

Molti prevedono che il modello di non resisterà al processo di

superamento dello Stato nazione sostituzione

globalizzazione, insieme al vi sarà la una

del sistema fordista ed una covergenza in un sistema politico liberal-socialista

terza via tra socialismo e capitalismo.

Ecco che si fa strada l’idea di convergenza in tre aspetti: economia,

sviluppo,istituzioni.

La globalizzazione induce ogni nazione ad assomigliare ad un impresa che opera in

un equilibrio di concorrenza pura dove ogni intervento di tipo keynesiano è

Libero scambio, liberalizzazione dei mercati finanziari

destinato a fallire.

mobilità dell’offerta di lavoro da parte degli immigrati conducono

(deregulation),

il sistema economico capitalista verso una covergenza intranazionale; ordine

naturale del processo di convergenza e di sviluppo è un ordinamento

costituzionale democratico efficiente di fatti laddove esso manca la convergenza è

più difficile da realizzarsi, basti pensare ai Paesi dell’America Latina. Anche se

processi di industrializzazione in alcuni Paesi si sono realizzati sotto regimi

autoritari è l’esempio del Cile di Pinochet.

Le Forme istituzionali sono fondamentali nell’interazione con i processi di mercato

dato che la convergenza economica tende ad interagire tra stati con forme

istituzionali simili; ma anche tra assetti istituzionali differenti come l’accordo tra

Nord America e Messico (NAFTA) e l’Unione europea.

Convergenza è anche una sommaria omologazione oltre che degli assetti

istituzionali è anche l’assenza di profonde disuguaglianze tra Paesi.

Marx e Malthus avevano una visione negativa dei processi di industrializzazione

poichè avrebbero secondo loro cancellato vecchie impostazioni lavorative, invece

Ricardo immaginava uno sviluppo convergente dell’agricoltura.

I neokeynesiani tra cui Harrod ritenevano che l’economia potesse dirigersi o verso

l’autodistruzione, oppure verso un processo di crescita come è avvenuto nel

periodo post-bellico; quest’ultima teoria supportata, dagli economisti neo-classici

che hanno fornito la spiegazione della convergenza dei tassi di crescita

economica; questa crescita globale dipende essenzialmente da fenomeni endogeni

come l’istruzione e la differenziazione dei prodotti; naturalmente politiche

tecnologiche simili potranno fornire percorsi di crescita paralleli tra tutti i Paesi

che le adotterannno. I trend di crescita economica analizzati fanno emergere una

crescita di Paesi come l’Italia e il Giappone dopo la Seconda guerra mondiale in cui

si è investiti sul capitale umano ovvero sull’istruzione e sulle tecnologie avanzate,

mentre ci sono Paesi come la Grecia e la Polonia in “agganciamento” altri sono

proprio arretrati è il caso dei Paesi latino - americani e africani; ma ci sono casi in

cui la convergenza è stata motivo di speculazione e disgregazione è il caso del

1992 quando diveri paesi europei uscirono dallo SME.

Nel secondo dopoguerra oltre ad una convergenza istituzionale avvenuta in

Europa e in Giappone grazie al Piano Marshall e agli Accordi di Bretton Woods vi è

anche una trasposizione dei sistemi industriali sulla via americana, come il

fordismo attraverso la produzione di massa e la standardizzazione dei prodotti, ma

ciò che incide è anche lo sviluppo del welfare, del patto sociale tra capitalisti e

operai, istruzione, sanità e trasporti più efficienti insomma migliori condizioni di

vita. Anche se il fordismo sarà poi rielaborato secondo le specficità nazionali

poichè in Giappone non esisterà una politica antitrust simile a quella americana, si

svilupperà il toyotismo con forte segmentazione dei mercati del lavoro.

Altri meccanismi di convergenza vengono da autorità internazionali come il GATT

che impongono un dato quadro di rapporti internazionali.

Il processo di convergenza è lento e talvolta ha mostrato segni di cedimento e di

divergenza ma ora la globalizzazione sta accellerando la convergenza attraverso la

deregolamentazione finanziaria e l’innovazione meccanismi che hanno abolito le

frontiere nazionali del credito e delle imprese, almeno quelle più grandi, hanno

uguali potenzialità di accesso alla finanza.

Ma il fatto che la convergenza sia un processo ancora in atto su scala

evoluzionistica è un concetto che trae la sua sostanza dal fattoche ogni economia

nazionale deve fare i conti con uno specifico sistema di relazioni industriali di

moneta e di credito di istruzione e addestramento e di intervento statale, nemico

di questo processo è la concorrenza imperfetta oligopolistica.

LA GLOBALIZZAZIONE E I SUOI LIMITI

A sostegno della teoria che lo stato nazione è ormai una forma arcaica e obsoleta

ci sono varie teorie tra chi sostiene che il mondo è troppo piccolo e che l’impresa

multinazionale ha oramai scardinato ogni governo anche quello più potente;

pertanto l’economia nazionale viene giudicata anacronistica poichè

interdipendente.

Oggi più che negli anni ’60 le economie nazionali sono molto più integrate

attraverso il commercio e gli investimenti stranieri diretti I confini nazionali sono

quindi più permeabili e ciò che avviene sul mercato di un paese è più influenzato

da quanto accade in altri paesi; in questo vortice economico aperto e

interdipendente sono aumentati gli investimenti esteri e il commercio mondiale ha

accresciuto il pil mondiale.

La maggior parte delle imprese industriali e finanziarie sono ora delle

multinazionali nel senso che alcune delle loro risorse produttive si trovano

all’estero, e controlla un terzo delle risorse del settore privato su scala mondiale.

Di conseguenza è aumentata la concorrenza oggi un impresa può avere dieci o più

seri concorrenti la metà dei quali sono stranieri e si rifanno a regole del gioco

differenti. Un passo importante è stato compiuto attraverso una deregulation dei

controlli sugli scambi prestiti da parte delle istituzione finanziarie.Con l’apertura

dei mercati internazionale nell’ambito dell’OECD I brevetti vengono esportati

all’estero per essere venduti.Cadute le barriere commerciali tra I Paesi dell’OECD

è aumentata la concorrenza sui mercati nazionali, e l’asse produttivo si è spostato

verso quei paesi in via di sviluppo dove vi è abbondante forza-lavoro a basso

costo. E’ vero che la globalizzazione del commercio ha favorito negli ultimi decenni

più esportazioni di manufatti da Sud a Nord del Mondo ma sono calate le

esportazioni di materie prime poichè sono diminuiti I prezzi.Ciò che è importante

è che non si è compiuto un pieno trapasso all’internazionalizzazione del

commercio poichè molti paesi rimamgono legati a politiche tariffarie sugli scambi.

Un discorso in merito alla globalizzazione va fatto per ciò che riguarda gli

investimenti esteri (IED) rivolti verso quelle aree che rappresentano paradisi

fiscali è il caso delle quattro tigri asiatiche Corea del Sud, Taiwan, Hong-Kong e

Singapore più Messico e Brasile, oltre al fisco facile vi è anche una manodopera a

basso costo. Convergenza delle politiche sulla cocorrenza in Europa

Dopo il secondo conflitto mondiale vi è stata una convergenza anche degli assetti

istituzionali verso un modello democratico ma il modello economico liberista

messo in crisi dalla Grande Depressione lascia spazio ad un economia pinificata di

stile keynesiano.

L’Europa si organizza secondo quanto stipulato nel Trattato di Roma del 1957 a

convergere verso un modello di legislazione antitrust. L’economia europea passa

quindi da un modello autarchico che fa capo alla politica imposta dai regimi

autoritari ad una politica di mercato con lo sviluppo di un libero mercato, un

modello importato dagli Stati Uniti all’indomani dello sbarco sul vecchio

continente; un modello economico che impostato in Germania dalle forze alleate

americane mette fuori legge I grandi cartelli o trust.

Nel secondo dopoguerra Germania, Francia e Regno Unito varano legislazioni

antitrust secondo un modello di ispirazione americana ; in Germania in verità

esisteva una legislazione antitrust già dal 1908 quando fu emanata dal Reichstag

e nel 1923 fu emanato un Tribunale apposito; ma le legslazioni o meglio le

commissioni funzionavano in maniera differente in Germania il Bundskartellamt

poteva attuare persequisizioni nelle sedi delle imprese al contrario delle agenzie

britanniche; in UK la commissione pteva prendere in considerazione solo I reclami

del Board of trade (camera di commercio) così come in Francia dove la

coomissione fu fortemente voluta dall’ala sinistra del MRP.

Ci sono casi in cui la simpatia per una politica dei “ campioni nazionali” vengono

agevolate delle fusioni che creano dei monopoli è il caso francese del 1990 della

fusione tra tre compagnie aeree.Per arrivare sia in Francia che in Ighilterra ad una

Commissione di inchiesta indipendente dal Ministero dell’economia il Board trade

in UK si è passati attraverso varie riforme in Francia grazie al premier Raymond

Barre; e le decisioni della Commissione possono essere impugnate diinanzi alla

corte d’appello, ma il ministro ha pieno potere nell’ambito delle fusioni.

Così in Germania le decisioni della Commissione antitrust sono impugnabili

dinnanzi alla Corte Federale. Nel 1965 la commissione antitrust inglese viene

autorizzata a proibire o ad approvare le fusioni così come il nel 1973 come il

Bundskartellamt. Il governo Tatcher ostile ai monopoli pubblici regola il tutto con

il Competition Act. In seguito si avrà una convergenza ed un collaborazionismo tra

le agenzie antitrust che stipuleranno accordi come quello franco-tedesco e simposi

.Quindi si passa dai semplici incontri a dei processi decisionali comuni nell’ambito

della Comunità europea della liberalizzazione dei mercati che partono dall’accordo


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Economia Politica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Elementi di Economia Politica, Palmerio.
Analisi dei seguenti argomenti: definizione di economia politica, il reddito monetario, il saggio marginale di sostituzione, la curva di indifferenza, il vincolo di bilancio, la compravendita.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Martucci Isabella.

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