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spesa privata per cui l'aumento effettivo del reddito sarà inferiore a quello

ipotizzabile senza l'effetto spiazzamento.

limiti che una politica fiscale

Tra gli altri può incontrare ricordiamo:

scarsa flessibilità nelle variazioni della spesa pubblica

— . Lo strumento della spesa

pubblica è, infatti, poco flessibile in quanto gran parte delle erogazioni statali

sono legate a specifici programmi sociali che presentano un elevato grado di

rigidità. Riduzioni della spesa pubblica destinata a fornire indispensabili strutture

e servizi sociali (pubblica istruzione, sanità, pensioni ecc.) potrebbero avere delle

ripercussioni difficilmente accettabili da parte di molti governi. Inoltre bisogna

ricordare che molti progetti di investimento pubblici richiedono vari anni per

essere portati a termine e non possono, quindi, essere sospesi o riattivati a

seconda dell'andamento della congiuntura economica;

incertezza sull'efficacia di una variazione della pressione fiscale

— . Mentre è

dimostrato (anche da ricerche empiriche) che una riduzione delle imposte fa

aumentare il consumo, altrettanto non può dirsi per la loro efficacia nello

stimolare gli investimenti privati. In questo campo, infatti, giocano un ruolo

fondamentale le aspettative degli imprenditori i quali, in mancanza di segnali di

ripresa del sistema economico, potrebbero semplicemente tesoreggiare la

maggiore quantità di moneta a disposizione e posticipare le decisioni di

investimento.

LA POLITICA KEYNESIANA DEGLI IVESTIMENTI IN TITOLI DEL DEBITO PUBBLICO

Keynes il saggio di interesse sulle

ritiene che se

A proposito dei tassi di interesse, (i cosìddetti titoli del debito pubblico) aumenta,

obbligazioni su depositi e prestiti

di conseguenza diminuisce il loro prezzo e gli individui investono in obbligazioni.

Keynes

Ma dice che l’investimento in obbligazioni da parte degli individui è

condizionato appunto dal tasso di interesse che se scende al di sotto di una certo

2%

valore minimo pari secondo l’economista inglese al circa, chiamato

“trappola della liquidità”, gli individui a quel punto preferiscono detenere tutto il

domanda di moneta

proprio risparmio sotto forma di moneta, e quindi aumenta la

anni trenta

liquida. Nella situazione degli gli individui non temevano una perdita

del potere d’acquisto della moneta dato che i prezzi erano stabili e quindi

detenevano un’ ampia quota del loro reddito sotto forma di moneta anche perchè

scoraggiati dall’investirla in titoli di stato in quanto il tasso di interesse sui titoli

valore critico della trappola della liquidità e di

era molto basso vicino al

conseguenza il prezzo era anche elevato e gli individui non li compravano.

LA POLITICA SALARIALE :

CLASSICA,KEYNESIANA E L’EFFETTO DI PIGOU

economisti prekeynesiani situazione di piena

Gli sostenevano che in una

salario di equilibrio che rende uguali domanda ed offerta

occupazione esistesse un

di lavoro e che garantisce anche la piena occupazione della forza lavoro o per lo

meno di tutti coloro che desiderino lavorare.

economisti classici situazione di disoccupazione e

Gli sostenevano che in una

forza-lavoro

sottoccupazione con disponibile e macchinari inutilizzati una

flessibiltà dei salari verso il basso (ovvero una loro riduzione) avrebbe portato ad

una situazione di piena occupazione (quindi attraverso un meccanismo

endogeno):

1) perchè la discesa dei salari riduce i costi di produzione per le imprese e quindi

spinge ad una espansione della produzione.

2)

perchè le imprese adoperano più forza-lavoro (più operai più manodopera più

occupazione) e meno capitale.

Inoltre secondo gli economisti classici domanda (quella domandata dalle

imprese), ed offerta di lavoro (quella offerta degli individui) sono in equilibrio; ma

essi non escludevano una riduzione di salario per aumentare l’occupazione in una

situazione di sottoccupazione.

KEYNES elabora un modello totalmente diverso da quello classico anche per ciò

che concerne la

POLITICA SALARIALE, criticando ed escludendo categoricamente la soluzione

classica di natura endogena: della flessibilità dei salari verso il basso; poichè una

diminuizione dei salari secondo Keynes avrebbe generato una diminuizione dei

consumi (ovvero della domanda globale), da parte degli operai stessi e ciò

avrebbe indotto le imprese a ridurre la produzione e a licenziare personale oltre al

che i sindacati non li farebbero scendere al di sotto di una certa

fatto essenziale

soglia , che rappresenta per loro il minimo accettabile;

“KEYNESIANO“

nello schema non vi è un equilibrio tra domanda ed offerta di

lavoro per cui esiste un salario rigido che non può scendere al di sotto di una certa

soglia:

1) perchè lo impediscono i sindacati.

2) perchè altrimenti diminuirebbe a suo dire la domanda globale e quindi i

consumi. KEYNES

In una situazione di sottoccupazione contestava questa ipotesi classica e

sosteneva che bisognava aumentare la domanda globale sull’offerta globale e ciò

doveva avvenire attraverso la spesa pubblica: ovvero investimenti pubblici,

B.O.T

vendita di titoli di stato come i ; per aumentare i redditi di quei ceti meno

propensione marginale al consumo

abbienti e favorire i consumi, o meglio la .

maggiori critiche politica salariale keynesiana

Le alla sono pervenute dall’

Pigou(1877-1959) dell’economia del

economista inglese uno dei sostenitori

benessere , il quale era certo che il sistema economico si autoregolasse attraverso

“classici”, una consistente

infatti era convinto come i che

meccanismi endogeni,

riduzione dei salari , avrebbe generato: una riduzione dei prezzi e un aumento

delle scorte monetarie ovvero un aumento di valore dei risparmi, un’aumento del

potere d’acquisto, che avrebbe consentito un aumento dei consumi e quindi della

(che avrebbe generato la piena occupazione):

domanda globale questo risultato è

“effetto di Pigou”.

noto come Pigou comunque riteneva che nelle economie

fosse di difficile applicazione

moderne una forte caduta dei prezzi.

IL MODELLO DI HICKS : DELLE CURVE IS e LM

Il risparmio per Keynes dipende oltre che dal saggio di interesse soprattutto dal

; pertanto più elevato è il reddito tanto minore è il tasso di

livello del reddito (Y)

interesse che eguaglia risparmi (S) e investimenti (I);

maggiore è il reddito, maggiore è il risparmio maggiore è l’investimento e minore

il tasso di interesse sugli investimenti.

è (i)

CURVA IS (investimenti e risparmi) è il luogo geometrico dei punti che per ogni

i risparmi (S)

livello dei tassi di interesse definisce il livello del reddito che rende e

investimenti (I) uguali.

KEYNES

(Secondo l’investimento è una funzione decrescente del tasso di

domanda di moneta è il detenere moneta liquida

interesse; così come la che ).

Secondo Keynes una politica fiscale espansiva consistente in investimenti pubblici

per raggiungere la piena occupazione è la soluzione alla crisi della domanda

globale.

Nel modello keynesiano a differenza di quello classico, nel mercato monetario

esiste anche la domanda di moneta a scopo speculativo che dipende dal tasso di

(L) aumenta all’aumentare del reddito (Y)e al

interesse . La domanda di moneta

(i ), invece quando i aumenta (L) diminuisce; di

diminuire del tasso di interesse

i = io cioè quando il tasso di interesse è in corrispondenza

conseguenza quando io , gli individui qualunque sia il reddito

del valore della trappola della liquidità

non investono più in obbligazioni qualunque sia il reddito.

CURVA LM (domanda ed offerta di moneta) è il luogo geometrico dei punti che per

ogni livello del reddito definisce quei tassi di interesse che rendono domanda ed

offerta di moneta uguali.

aumento dell’offerta di moneta

Secondo Keynes un ovvero una politica monetaria

non provoca un

espansiva raggiunta la piena occupazione (sostenuta dai classici),

LM

aumento del reddito nazionale, quando la curva scende al di sotto della

trappola della liquidità.

Pertanto il sistema economico arriva all’equilibrio quando dalla condizione di

sottoccupazione disoccupazione (Ye diverso da Y*) si giunge alla situazione di

con

piena occupazione (Ye = Y*), reddito di equilibrioYe uguale a reddito

spostando la curva IS verso destra conseguenza di una politica

potenzialeY*, ovvero di investimenti pubblici, mentre lo spostamento verso

fisale espansiva

curva LM è conseguenza di una politica monetaria espansiva con

destra della

aumento dell’offerta di moneta.

LA MONETA: LA TEORIA CLASSICA E KEYNESIANA

settore reale include tuttto ciò che esiste in un economia di baratto vale a dire

Il

beni e servizi (volume e composizione delle merci scambiate).

settore monetario

Il o finanziario comprende quelle grandezze finanziarie che

prezzo

hanno un valore vale a dire un , come le azioni e le obbligazioni.

Moneta per i classici neutrale (quindi

è , per cui non vi è alcun collegamento,

La reale monetario

esiste una dicotomia) tra settore e .

Dato che la moneta non è che un “velo” posto sulla realtà produttiva

moneta infatti è un semplice intermediario negli scambi), non è necessario

(la

tener conto di essa per comprendere il funzionamento dell’economia .

classici piena

I nella loro teoria partono dal considerare una situazione di

occupazione che loro danno per scontato , però ammettono delle crisi settoriali se

risparmi e investimenti non sono uguali cioè se non sono in equilibrio.

In linea di massima risparmi e investimenti sono uguali e in equilibrio tra loro ;

risparmio funzione crescente del tasso di interesse,

pertanto il è una invece

l’investimento funzione decrescente del tasso di interesse

è una .

1)Per i classici non esiste domanda di moneta a scopo speculativo solo a scopo

ma

precauzionale;

transnazionale e

2) per domanda di moneta a scopo transnazionale e precauzionale è una

cui la

funzione cresecente del reddito nazionale. Y

Domanda ed offerta di moneta sono uguali secondo un reddito di equilibrio.

Keynes oltre a rifiutare categoricamente la dicotomia neoclassica, aggiunge che la

moneta in un sistema di mercato è anche ricchezza è una riserva di valore, chi

possiede moneta può farla valere in ogni momento, può convertirla come vuole in

questa o in quella merce. Il possesso della moneta procura vantaggio della

liquidità poichè essa gode della proprità di convertirsi all’istante in qualsiasi altro

bene. LA POLITICA MONETARIA:

NEOCLASSICI PREKEYNESIANI E KEYNESIANI

economisti neoclassici Fisher(1867-1947) non consideravano nè la

Gli tra cui teoria quantitativa della

domanda nè l’offerta di moneta: e si rifacevano alla

e all’equazione di Fisher MV = PQ : secondo la quale un aumento della

moneta

quantità di moneta si traduce automaticamente in un aumento della domanda

“per cui in

aggregata( consumi + investimenti+ spesa pubblica + esportazioni),

quantità di

un sistema di piena occupazione vi è un rapporto fisso tra la moneta

(l’offerta di moneta) esistente nel sistema economico e la domanda globale perchè

(V) velocità di circolazione della moneta costante”.

la è ipotizzata

Keynes livello della spesa

Secondo questo rapporto fisso non c’è poichè il cioè

domanda globale dal reddito stabilisce la

dipende in realtà che a sua volta

della (titoli di

propensione che i soggetti hanno a spendere o a investire in risparmi

detenere moneta liquida

stato) o nel . Pertanto l’economista inglese elaborerà

l’equazione di Cambridge. EQUAZIONE DI FISHER

LA QUANTITA’ DI MONETA(M) MOLTIPLICATA IL NUMERO DELLE VOLTE

PER LA SOMMA DEI BENI SCAMBIATI(Q);

SCAMBIATE E’ UGUALE AL PREZZO(P)

P=V. M

Q

P=prezzo(livello generale dei prezzi) Q=quantità di beni scambiati

V=velocità di circolazione della moneta M=quantità di moneta

Fisher BREVE PERIODO V Q (ovvero che fossero

riteneva che nel e fossero costanti

parametri fissi) ma egli considerava come tutti gli economisti prekeynesiani che ci

un sistema di piena occupazione.

fosse

Keynes considera la domanda di moneta a scopo speculativo che dipende dal

essendo una funzione decresecente del tasso di interesse ,che i

tasso di interesse,

classici e prekeynesiani trascuravano.

Keynes situazione di sottoccupazione l’aumento della

considerando una in cui

investimenti e i redditi degli individui quindi

spesa pubblica potesse aumentare gli

propensione marginale al consumo, domanda

la e un conseguente aumento della

V Q

globale ; l’economista inglese riteneva appunto che e dovessero essere

variabili in quanto la velocità di circolazione della moneta e la quantità di moneta

perchè un aumento della quantità di moneta non si

erano variabili e non costanti, un aumento della domanda

traduce necessariamente e automaticamente in

come sostiene la teoria quantitativa della moneta

aggregata ; il livello della spesa

dalla propensione marginale al

cioè della domanda globale dipende in realtà

consumo e dagli investimenti delle imprese, che con un aumento della domanda

globale aumentavano i redditi degli individui.

Keynes insieme a Marshall ,Pigou , Roberston rielabora l’equazione di Fisher

all’equazione di Cambridge M = KPQ: istituendo una relazione fra la

giungendo M trattenuta da un individuo o da una collettività e il reddito

massa monetaria K dell’equazione, che indica

monetario ; questo rapporto tra moneta e reddito è il

appunto la quota del reddito monetario che gli operatori desiderano detenere

K è la domanda di moneta

sotto forma di moneta liquida.Pertanto stabilito che

che V è la velocità di circolazione della moneta dipende da K: tanto

liquida, e V e viceversa.

maggiore è la quantità di moneta detenuta , tanto minore sarà In tal

per il superamento della

modo gli economisti di Cambridge ponevano le basi

dottrina monetaria neoclassica e preparavano l’affermazione per la preferenza per

la liquidità. politica economica (monetaria) espansiva

Quindi: esiste una di ispirazione

keynesiana volta ad aumentare la domada globale in una situazione di

sottoccupazione l’aumento dell’offerta di moneta

, attraverso (quindi aumento

della quantità di moneta in circolazione) con: investimenti pubblici e vendita dei

un alto saggio di interesse

titoli di stato o del debito pubblico con e un basso

prezzo per finanziare il deficit di bilancio o il debito pubblico, dovuto alla spesa

“deficit spending”

pubblica, il cosìddetto .

politica economica (monetaria) restrittiva

Invece una implica un contenimento

aumentando la domanda di moneta

della domanda globale (il detenere moneta

piena occupazione, scoraggiando la vendita dei titoli

liquida), avendo raggiunto la

con bassi saggi di interesse vicini al valore della trappola della liquidità,

di stato di

scoraggiano i prestiti

conseguenza si alle imprese con elevati tassi di interesse sui

medesimi.

Politica monetaria

politica economica (v) tesa a regolare il livello della domanda

Particolare

aggregata attraverso un aumento o una diminuzione dell'offerta di moneta.

Non è sempre facile distinguere se una misura di politica economica rientra nella

politica fiscale o in quella monetaria. In genere, si è soliti operare la distinzione

sulla base di due diversi criteri: in base alle autorità che prendono la decisione o in

base ai mercati che da tale decisione sono influenzati.

Hansen (v.) la politica fiscale comprende ogni

Secondo la definizione di

transazione governativa in tema di tasse, imposte, spesa pubblica che influenzi

l'ammontare del debito pubblico ma non la sua composizione. Di conseguenza, è

un atto di politica monetaria ogni decisione che riguardi la composizione del

debito pubblico ma non il livello del suo ammontare.

In quanto parte della più generale politica economica, la politica monetaria ne

Obiettivi di politica economica).

condivide gli obiettivi di breve e lungo periodo (v.

Per strumenti della politica monetaria devono intendersi quelle variabili

banca centrale (v.) e che possono

economiche sotto il diretto controllo della

essere manovrate tempestivamente per il raggiungimento degli obiettivi

dell'azione monetaria. Essi sono in genere costituiti da:

base monetaria (v.); tramite il controllo dell'offerta di base monetaria la banca

centrale regola anche la crescita dei depositi bancari grazie al meccanismo del

moltiplicatore dei depositi (v.). Dopo il 1993, con il divieto per il Tesoro di ricevere

anticipazioni dalla Banca d'Italia, il controllo della componente interna della base

monetaria (in pratica quella non derivante da un surplus della bilancia dei

pagamenti) avviene tramite le operazioni di mercato aperto e le variazioni della

riserva obbligatoria.

operazioni di mercato aperto (v.) consistono nell'acquisto (o nella vendita) di

Le

titoli di Stato: se la Banca d'Italia vuole immettere liquidità nel sistema essa

acquisterà titoli. Se invece l'obiettivo è quello di drenare liquidità (ovvero

diminuire la base monetaria) la Banca venderà titoli.

riserva obbligatoria (v.) la banca

Tramite le variazioni del coefficiente di

centrale ha un controllo pressoché completo dell'offerta di moneta anche in un

sistema in cui gran parte della moneta è costituita da moneta bancaria. Ad un

coefficiente più elevato corrisponderà un moltiplicatore dei depositi più piccolo,

cosicché minore sarà l'ammontare dei depositi bancari conseguente ad una

variazione della base monetaria;

— i tassi d'interesse del mercato monetario; tra questi particolare rilevanza

pronti contro termine (v.) e il tasso ufficiale di

assumono il tasso sui BOT, quello

TUS);

sconto (v.

— i controlli diretti (o amministrativi) sui flussi finanziari.

Rispetto al controllo della base monetaria ed alle variazioni dei saggi

d'interesse, i controlli amministrativi del credito presentano il vantaggio di

un'applicabilità più diretta, non mediata dal mercato. Nel lungo periodo, però, essi

possono provocare effetti distorsivi sull'ottimale allocazione delle risorse

finanziarie. In Italia, in particolare, sono stati adottati per qualche tempo il

Massimale sugli impieghi) ed il vincolo di

massimale sui prestiti bancari (v.

(v.).

portafoglio

Gli strumenti di volta in volta azionati dalle autorità monetarie non influenzano

direttamente gli obiettivi perseguiti ma agiscono su variabili intermedie. Nella

versione più semplice, un aumento dell'offerta di moneta (esogena) provoca una

riduzione del tasso d'interesse (per l'accresciuta domanda di moneta speculativa)

stimolando così gli investimenti e, di conseguenza, il reddito.

In sostanza, un aumento della quantità di moneta detenuta dalle banche provoca

una riduzione del tasso d'interesse che incentiva la richiesta di credito da parte

degli operatori economici; a sua volta un aumento del credito, ed in particolare il

suo minor costo, potrebbero essere un fattore stimolante per l'intero sistema

economico: facilitando un aumento degli investimenti e, in ultima analisi, facendo

aumentare il livello del reddito di equilibrio.

Al contrario una politica monetaria restrittiva, facendo aumentare il tasso

d'interesse (indice della scarsità di moneta nel circuito economico), scoraggia gli

investimenti privati e quindi provoca una riduzione del reddito di equilibrio.

grafico sono rappresentati gli effetti di una politica monetaria espansiva e

Nel

restrittiva con l'ausilio del modello IS-LM (v.). Partendo da una posizione iniziale

in cui il reddito è pari a Y0 ed il tasso d'interesse è i0, un aumento dell'offerta di

moneta (da LMo a LM1) provoca una riduzione del tasso d'interesse (da i0 a i1) ed

un aumento del reddito di equilibrio (da Y0 a Y1). Viceversa, una politica

restrittiva (da LM0 a LM2) farà aumentare il tasso d'interesse (da i0 a i2) e

diminuire il livello del reddito nazionale (da Y0 a Y2).

Questo schema semplificato di meccanismi di trasmissione della politica

scelte di

monetaria può essere raffinato tenendo conto della scuola delle

(v.) secondo cui la ricchezza detenuta da ciascun operatore è formata

portafoglio

da un portafoglio di investimenti che includono attività liquide, titoli con diverse

scadenze, ben reali ecc.

Una variazione della base monetaria, perciò, comporterà un progressivo

aggiustamento dei portafogli degli operatori che sostituiranno le attività

finanziarie a lungo termine con le attività reali (gli investimenti) a seconda dei

rispettivi rendimenti.

Anche senza considerare che in questo modo la variazione della base monetaria

deve compiere un processo abbastanza tortuoso prima di riflettersi sulle variabili

reali, la politica monetaria può (in determinate circostanze) dimostrarsi inefficace.

Se, ad esempio, il tasso d'interesse è troppo basso e le previsioni degli operatori

preferenza per la liquidità (v.): gli

sono pessimistiche, vi sarà un'altissima

operatori preferiranno cioè detenere una grande quantità di scorte liquide

piuttosto che impiegarle nei processi produttivi o nell'acquisto di titoli.

In tale situazione la politica monetaria risulta inefficace in quanto la domanda di

moneta è teoricamente infinita e, di conseguenza, il saggio d'interesse non può

Trappola della liquidità).

variare (v.

Studi empirici, inoltre, hanno rilevato una notevole asimmetria della politica

monetaria: le manovre espansive, infatti, si sono dimostrate meno efficaci di

quelle restrittive. Fra le possibili spiegazioni del fenomeno ricordiamo il

razionamento del credito (v.) e il cd. effetto d'immobilizzo (v.).

A sua volta una politica monetaria restrittiva potrebbe risultare inefficace per due

motivi:

— la liquidità bancaria. Se le banche hanno un eccesso di liquidità, l'efficacia di

qualsiasi strumento monetario può essere vanificata utilizzando le scorte liquide

detenute e non ancora utilizzate. In questo modo non vi sarà alcuna variazione nel

volume del credito accordato dalle banche e, quindi, della liquidità immessa nel

circuito economico;

velocità di circolazione della moneta (v.). Una riduzione della quantità di

— la

moneta presente nel sistema economico può essere bilanciata da un aumento

della velocità di circolazione della stessa. Poiché in un sistema economico in

qualunque momento vi sarà una parte del circolante detenuto in forma liquida

(improduttiva), un aumento del saggio d'interesse, provocato da una politica

monetaria restrittiva, indurrà i detentori di moneta ad immetterla nel circuito

economico, aumentando la velocità di circolazione della stessa.

IL MONETARISMO teoria

Economisti di ispirazione liberista e fautori di una reinterpretazione della

quantitativa della moneta (v.). Affermatisi nel corso degli anni Sessanta a partire

scuola di Chicago M.

dalle tesi della cosiddetta (v.), i monetaristi hanno in

Friedman (v.) il loro esponente più rappresentativo.

Le tesi fondamentali della scuola monetarista possono essere così individuate:

inflazione

— l' (v.) è considerata un fenomeno esclusivamente monetario;

offerta di moneta domanda di moneta

— l' (v.) è considerata esogena mentre la (v.)

è sostanzialmente stabile;

— la politica monetaria può indurre variazioni nella domanda aggregata ma solo

nel breve periodo; nel lungo termine il reddito rimarrà al livello compatibile con il

tasso naturale di disoccupazione.

inflazione

Secondo i monetaristi l' è un fenomeno da attribuire all'aumento della

quantità di moneta in circolazione. Nell'ottica monetarista un aumento dell'offerta

di moneta, però, non ha alcuna incidenza sulle grandezze reali dell'economia, ma

provoca soltanto un aumento delle grandezze monetarie (essenzialmente salari e

prezzi).

semplice rimedio a questo tipo di inflazione consiste nell'aumentare la quantità

Un

di moneta in circolazione ad un tasso equivalente a quello dell'aumento del

reddito reale del sistema economico K%

(v. ); se si suppone che il ritmo di crescita

prodotto nazionale PIL

del (v. ) sia del 3%, anche l'aumento dell'offerta di moneta

dovrà essere del 3%.

monetaristi

I affermano, inoltre, che ogni aumento dell'offerta di moneta deve

essere comunicato agli operatori evitando, in tal modo, che questi ultimi formulino

aspettative negative sul futuro dell'economia. regola semplice

Il controllo dell'inflazione attraverso l'applicazione di questa

(aumento dell'offerta di moneta equivalente all'aumento del prodotto nazionale)

presuppone che il sistema economico, lasciato a se stesso, possa raggiungere il

equilibrio naturale . In tale ipotesi, le politiche keynesiane (aumento della

suo

pressione fiscale o aumento della spesa pubblica) possono avere effetti soltanto

nel breve periodo, ma provocheranno un aumento dell'inflazione, senza alcun

beneficio per il sistema economico, nel lungo periodo.

politica monetaria

I monetaristi ritengono, inoltre, che la (v.) non sia in grado di

tasso di interesse

controllare il (v.), nel senso di mantenerlo durevolmente ad un

livello prefissato, mediante la variazione dei mezzi monetari. L'artificioso

mantenimento dei tassi di interesse nominali in linea con quello naturale sarebbe

realizzabile soltanto mediante manovre espansive dei mezzi monetari sempre più

intense; tuttavia, questo porterebbe a sviluppi crescenti di carattere

inflazionistico. La politica monetaria non è altresì in grado di mantenere

tasso naturale di

l'occupazione delle forze di lavoro ad un livello prefissato. Il

NRU

disoccupazione (v. ) è, infatti, quello compatibile con le forze reali del sistema

economico e con l'accuratezza delle previsioni dei soggetti economici. La

disoccupazione può essere mantenuta al di sotto o al di sopra di questo livello

accelerando, rispettivamente, l'inflazione o la deflazione.

L'unico obiettivo raggiungibile con la politica monetaria è quello del controllo

dell'inflazione attraverso il controllo del tasso di incremento annuo della quantità

di moneta. Anziché ampliare o restringere la creazione di mezzi monetari, in

relazione agli andamenti congiunturali e con l'intento di ottenere determinati

effetti sulla domanda globale, le autorità monetarie dovrebbero dare un ritmo

costante all'incremento annuo dei mezzi monetari per adeguarlo nel tempo alle

esigenze connesse con la crescita del reddito nazionale.

politica fiscale

Riguardo alla (v.), i monetaristi, partendo dal presupposto secondo

spesa pubblica

cui la (v.) dovrebbe aumentare allo stesso ritmo del gettito

tagli fiscali

tributario, sono favorevoli a come mezzo di riduzione della spesa

pubblica, pur affermando che la manovra fiscale non ha alcuna incidenza

prodotto interno lordo

sull'andamento del . politica

Il pensiero monetarista ha largamente influenzato numerosi interventi di

economica (v.). In particolare, il controllo dell'offerta di moneta è diventato uno

degli strumenti più importanti di politica monetaria di vari Stati, tra cui gli USA

che nel 1979 adottarono una nuova strategia volta a controllare la quantità di

moneta in circolazione. Già nel periodo 1969-71 l'amministrazione statunitense si

era posta l'obiettivo di ridurre, attraverso un rallentamento del tasso di crescita

dell'offerta di moneta, il tasso d'inflazione riconducendolo al di sotto del 5%; le

politiche monetariste trovarono poi una sistematica applicazione anche in

Thatcher,

Inghilterra durante il periodo dei diversi governi sempre con l'obiettivo

di ridurre il tasso di inflazione. Fondo Monetario

Le ricette monetariste sono state accolte anche dal

FMI

Internazionale (v. ) che ha spesso imposto a vari paesi, attraverso lo

stand-by

strumento degli accordi di (v.), un maggiore controllo della propria

tasso di

politica monetaria e fiscale, volto a ridurre l'indebitamento estero ed il

inflazione (v.) interno.

INFLAZIONE

L’ in generale è definito un fenomeno per cui si verifica un sostanziale

aumento dei prezzi; questo aumento dei prezzi ha avuto due motivazioni:

1) monetaristi M.Friedman(1912-) i

La spiegazione fornita dai rappresentati da ,

quali avversando una politica monetaria espansiva di tipo keynesiana sostengono

che l’inflazione sia un fenomeno esclusivamente monetario dovuto ad un aumento

(quindi dell’offerta di moneta)

della quantità di moneta in circolazione rispetto al

e rispetto alla produzione dei beni in una situazione

alla cescita del reddito reale,

vicina alla piena occupazione, cioè con ancora forza lavoro disponibile. Pertanto i

politica espansiva

monetaristi sostengono che una genera inflazione e non riduce

affatto la disoccupazione in una situazione di sottoccupazione.

riduzione dell’offerta

Ecco che i monetaristi sostenevano la di moneta.

Keynes

2)

La spiegazione fornita da è dovuta all’aumento della domanda globale

piena occupazione, si parla in questo caso di

sull’offerta globale in un sistema di

inflazione da domanda

.

Pertanto Keynes suggeriva di curare l’inflazione attraverso provvedimenti

restrittivi della domanda globale non solo monetari ma anche fiscali attraverso

riduzioni della spesa pubblica e aggravi di imposte.

Anche una politica monetaria restrittiva, antinflazionistica potrebbe rivelarsi

aumentare i tassi di interesse delle banche alle

inefficace in quanto farebbe

generando una contrazione degli investimenti e della domanda globale.

imprese fattore essenziale inflazionistico

Inoltre un è l’aumento dei dei salari in

sproporzione al reddito nazionale, che genera un aumento dei costi di produzione

e dei prezzi dei beni prodotti; ecco che la crescita dei salari deve essere rapportata

alla produttività; spesso vi è uno squilibrio tra l’aumento dei salari in cui la

produttività è alta e altri settori in cui la produttività è bassa, generandosi un

inflazione settoriale laddove vi sono squilibri tra l’aumento dei prezzi e della

produttività.

Un altro tipo di inflazione è quella importata cioè quella dipendente dall’aumento

dei prezzi delle materie prime ad esmpio un aumento del prezzo del petrolio

genera un vortice inflazionistico, basti pensare allo shock petrolifero del 1973.

L’inflazione induce gli individui a detenere beni immobili, preziosi etc e non a

sottoscrivere titoli obbligazionari perchè a reddito fisso.

’inflazione

L pertanto indurrà le banche in sintonia con i provvedimenti di politica

ad alzare i tassi di interesse

economica della banca centrale, su titoli di stato per

indurre gli investitori a sottoscrivere obbligazioni o quant’altro.

aspettative negative degli imprenditori

Inoltre le sull’aumento dei prezzi giocano

un ruolo decisivo poichè esse autoalimenteranno il fenomeno inflazionistico.

svalutazione della moneta

Un aumento dei prezzi insieme alla rende competitive

acuto processo

le esportazioni ma aggrava i costi di importazione generando un

inflazionistico irreversibile.

E’ naturale che l’inflazione colpisce i gruppi sociali a reddito fisso perchè riduce il

potere d’acquisto delle loro entrate, avvantaggiando commercianti e imprenditori.

Un aumento delle imposte indirette ( consumi e scambi) genera inflazione .

LA CURVA DI PHILIPS

L’ economista neozelandese A.W. Philips (1914-1975) sosteneva che le cause

risiedessero soprattutto nel mercato del lavoro, da questa indagine

dell’inflazione

empirica egli rilevava che quando il sistema economico vi era abbondante

disoccupazione i salari aumentavano poco o addirittura diminuivano; invece in una

piena occupazione - osservava che

situazione vicina alla l’aumento dei salari

monetari genera l’aumento dei prezzi e quindi l’inflazione.

disoccupazione

Mentre in una situazione di viene ridotta la forza contrattuale dei

sindacati che temono che le imprese licenzino: pertanto diminuiscono i salari e

diminuiscono i prezzi.

Altri economisti sostengono invece che in una situazione di piena occupazione un

aumento dei salari sia dovuto proprio al fatto che non ci sia forza-lavoro

disponibile.

Philips l’aumento dei salari

Invece il sosteneva che , in una situazione di piena

era la conseguenza dell’inflazione

occupazione dell’aumento dei prezzi ovvero .

LA BILANCIA DEI PAGAMENTI

la registrazione sistematica di tutte le

E’ uno strumento con cui si attua

transazioni effettuate dagli operaori residenti in un paese con gli altri operatori

che si trovano al di fuori di esso.

operatori individui enti istituti internazionali

Per devono intendersi gli , gli e gli

transazioni economiche, operatori residenti

che effettuano mentre per si

intendono tutti coloro, anche non cittadini, che vivono permanentemente nel

paese che opera la rilevazione.

Nella redazione della bilancia dei pagamenti si è soliti suddividerla in varie sezioni,

secondo lo schema che segue:

Partite correnti (v.). Questa parte della bilancia registra tutte le operazioni di

bilancia delle

scambio di beni e servizi tra un paese ed il resto del mondo. La

partite correnti viene ulteriormente suddivisa in:

bilancia commerciale solo le merci in

— (v.). In questa sezione vengono segnate

le merci in uscita

entrata (importazioni) e (esportazioni);

partite invisibili le

— (v.). Con il termine di partite invisibili vengono individuate

esportazioni e le importazioni di servizi (noli e assicurazioni, turismo, commissioni

trasferimenti unilaterali redditi

bancarie ecc.) i (v.) e i . I trasferimenti unilaterali

sono costituiti da trasferimenti monetari che non sono il corrispettivo della

vendita o dell'acquisto di determinate merci. Possono essere privati o pubblici;

particolarmente importanti sono, nel primo caso, le rimesse degli emigranti e, nel

secondo caso, i contributi comunitari all'Italia oppure i fondi stanziati dal nostro

Redditi

paese per le nazioni bisognose di aiuti. Nella sezione sono registrati i

redditi da lavoro ed i redditi da capitale.

Movimenti di capitale (v.). In questa sezione sono registrate le transazioni che

comportano variazioni delle attività o passività finanziarie dei residenti (fatta

movimenti bancari movimenti non

eccezione per la Banca centrale), suddivise in e

bancari .

Errori ed omissioni (v.). È una sezione residuale che si riferisce, appunto, ad errori

o imprecisioni dovute al cambio, a sfasamenti nella registrazione delle partite e ad

omissioni legate a movimenti di capitale non registrati.

Riserve ufficiali (v.). Tale sezione registra le attività e passività finanziarie sotto il

DSP

controllo diretto della Banca centrale: valute convertibili, (v.), oro ecc.

La variazione delle riserve ufficiali corrisponde al saldo algebrico delle tre

Riserve ufficiali

precedenti sezioni; poiché, però, per la sola sezione un aumento di

attività (passività) viene contraddistinto con il segno negativo (positivo), dal

punto di vista contabile la bilancia dei pagamenti presenta sempre un saldo totale

nullo. La bilancia dei pagamenti italiana nel 1996

saldi in miliardi di lire

( )

Voci 1996

Partite correnti (a) 63.194

Merci 93.630

Partite invisibili – 30.436

Movimenti di capitale (b) – 7.389

Capitali non bancari 40.005

Capitali bancari – 47.394

Variazione riserve ufficiali (c) (1) – 20.597

Per memoria

:

Totale flussi finanziari (b+c) – 27.986

Variazione della posizione netta

sull'estero 22.446

Errori ed omissioni (d) – 35.208

(1) A cambi e a quotazioni costanti. Il segno (–) indica un aumento delle riserva

Fonte: Banca d'Italia. Globalizzazione dell'economia

1. La finanza internazionale nell'epoca della globalizzazione

Negli ultimi 15-20 anni, i movimenti dei capitali tra un paese e l'altro e fra tutti i

continenti della terra si sono enormemente intensificati e accelerati rispetto a un

passato non lontano. Questo fenomeno, noto come 'globalizzazione finanziaria' è

l'espressione più evidente e più convincente dei processi di complessiva

globalizzazione dell'economia contemporanea. E' l'esito, da un lato, delle

deregolamentazione(G) e

decisioni delle autorità di governo in tema di

liberalizzazione(G) dei movimenti di capitali e valute e, dall'altro, delle rilevanti

innovazioni intervenute nelle tecnologie dell'informazione. Le reti telematiche

hanno infatti modificato radicalmente i tempi e le quantità di scambio e

mercati

trasmissione delle informazioni a contenuto finanziario: sui vari

finanziari(S/F) statunitensi, europei e asiatici le contrattazioni avvengono ormai

senza interruzione, ventiquattro ore su ventiquattro .

Deregolamentazione

deregulation deregolamentazione

La o è un indirizzo di politica economica

affermatosi dalla fine degli anni settanta in Gran Bretagna con i governi guidati da

Margaret Thatcher e successivamente ripreso da Ronald Reagan negli Stati Uniti.

La politica di deregulation mira a ridurre il grado di regolazione delle attività

economiche - in precedenza introdotta dagli stati dalle autorità centrali in seguito

arilevanti fallimenti del mercato - in particolare nei servizi di pubblica utilità,

promuovendo la concorrenza tra le imprese. In campo finanziario, la deregulation

ha rimosso molti vincoli alle esportrazoni di capitali.

Liberalizzazione

L'adesione delle autorità politiche ai principi della liberalizzazione dei movimenti

(policy

di capitali non deriva solo da una scelta politica dei decisori politici

makers) non solo in seguito a un mutamento degli indirizzi e della cultura

economica. E' anche la pura e semplice accettazione di un dato di fatto: le

innovazioni nella telematica hanno indebolito il peso delle frontiere finanziarie e

monetarie, e di conseguenza ridotto la capacità delle banche centrali di influire sui

mercati valutari e sui tassi di cambio con l'estero. La liberalizzazione dei

movimenti di capitali è stata promossa in Europa, dopo diversi decenni di

restrizioni amministrative più o meno severe, come parte della politica

neoliberista seguita inizialmente da governi conservatori e via via accolta in sede

comunitaria. A tale principio di liberalizzazione si è largamente ispirata la

costruzione dell'unità economica e monetaria europea culminata con il Trattato di

Maastricht(1992).

Gli anni Ottanta sono stati dominati da alcuni temi di importanza storica, che

hanno completamente modificato il modo di "fare finanza" degli ultimi anni. Uno è

la globalizzazione dei mercati. A questo processo hanno contribuito diversi fattori,

tra i quali vanno ricordati il cambiamento della mentalità operativa, la caduta dei

vincoli normativi e valutari (deregulation) e la tecnologia, potente veicolo in grado

di consentire una diffusione globale delle informazioni e una omogeneizzazione

delle tecniche di investimento. Nel giro di pochi anni il linguaggio e la cultura dei

singoli operatori si è unificato e senza che ci fosse neppure bisogno di una linea

politica ufficiale, i mercati si sono integrati. Oggi si possono scambiare azioni 24

ore su 24, senza limiti di spazio e di tempo. Le singole Borse si sono aperte a

nuove quotazioni e a nuove regolamentazioni e la mentalità dell'investitore è così

generalizzata da poter ipotizzare l'esistenza di una Borsa mondiale. Il

risparmiatore italiano è stato coinvolto in pieno da questo processo; da un lato,

infatti, la sua condizione di investitore limitato è stata rovesciata in maniera

drastica. I vincoli valutari, che costringevano l'investimento in attività finanziarie

estere in angusti limiti (1972) sono stati progressivamente abbattuti e con i

decreti Sarcinelli del 1987 e con le successive normative (1990) si è concessa la

massima libertà di investimento all'estero. Inoltre, la stessa Piazza Affari non

poteva rimanere esclusa da questo processo di globalizzazione; aperto oramai agli

investitori esteri e sempre più Borsa regionale, il nostro mercato azionario è

regolato dal comportamento dei mercati esteri, come ha ampiamente dimostrato il

caso del crack del 1987, quando Wall Street, con la sua rovinosa caduta di oltre

500 punti in un giorno, travolse tutte le altre Borse del mondo.

La globalizzazione economica e la concorrenza internazionale

La globalizzazione dell'economia - o mondializzazione, secondo l'espressione

francese - sta a indicare la crescente interdipendenza economica e produttiva tra

paesi posti anche in aree molto lontane del pianeta. Per alcuni studiosi, essa

implica soprattutto un aumento di instabilità dei rapporti economici all'interno

delle economia avanzate. E' una fase di accentuata concorrenza tra Paesi. Il

motore di tale processo viene spesso individuato nell'accentuarsi dei fenomeni di

competizione internazionale tra le aree ricche - nelle quali sono stati raggiunti

elevati livelli di benessere e gli strati deboli della società sono efficacemente

protetti - e i paesi in via di sviluppo(Pvs), favoriti nella competizione sui mercati

internazionali da costi del lavoro bassi o irrisori. Una più corretta analisi assegna

invece alla capacità di innovazione e progresso tecnologico all'interno dei singoli

paesi il fattore principale della capacità di competere negli scambi con l'estero. Ma

c'è anche chi si chiede: ha davvero un senso parlare della competitività tra paesi

alla stessa stregua della competitività tra imprese?

Secondo questo processo di recente manifestazione consistente nella

un mercato di dimensioni mondiali

realizzazione di : ciò è reso possibile dal

livellamento dei bisogni dei consumatori e dalla standardizzazione dei prodotti,

notevole sviluppo delle comunicazioni

nonché dal e dei mass media.

imprese interessate dal fenomeno della globalizzazione sono caratterizzate da

Le

una struttura elastica, dinamica ed a contenuto altamente tecnologico, sia per

quanto riguarda la produzione che la distribuzione dei beni; inoltre esse sono

solite riesaminare con frequenza i loro piani strategici per non trovarsi escluse da

un mercato fortemente concorrenziale.

GLOBALIZZAZIONE E STATO NAZIONALE

Stato nazionale non resisterà al processo di

Molti prevedono che il modello di

superamento dello Stato nazione sostituzione

globalizzazione, insieme al vi sarà la una

del sistema fordista ed una covergenza in un sistema politico liberal-socialista

terza via tra socialismo e capitalismo.

convergenza in tre aspetti: economia,

Ecco che si fa strada l’idea di

sviluppo,istituzioni.

globalizzazione induce ogni nazione ad assomigliare ad un impresa che opera in

La

un equilibrio di concorrenza pura dove ogni intervento di tipo keynesiano è

Libero scambio, liberalizzazione dei mercati finanziari, mobilità

destinato a fallire.

dell’offerta di lavoro da parte degli immigrati conducono il sistema economico

capitalista verso una covergenza intranazionale; un ordinamento

ordine naturale del processo di convergenza e di sviluppo è

di fatti laddove esso manca la convergenza è

costituzionale democratico efficiente

più difficile da realizzarsi, basti pensare ai Paesi dell’America Latina. Anche se

processi di industrializzazione in alcuni Paesi si sono realizzati sotto regimi

autoritari è l’esempio del Cile di Pinochet.

Forme istituzionali sono fondamentali nell’interazione con i processi di mercato

Le tende ad interagire tra stati con forme

dato che la convergenza economica

ma anche tra assetti istituzionali differenti come l’accordo tra

istituzionali simili; (NAFTA) e l’Unione europea.

Nord America e Messico sommaria omologazione oltre che degli assetti

Convergenza è anche una

anche l’assenza di profonde disuguaglianze tra Paesi.

istituzionali è

Marx e Malthus avevano una visione negativa dei processi di industrializzazione

impostazioni lavorative, invece

poichè avrebbero secondo loro cancellato vecchie

Ricardo immaginava uno sviluppo convergente dell’agricoltura.

Harrod ritenevano che l’economia potesse dirigersi o verso

I neokeynesiani tra cui

oppure verso un processo di crescita come è avvenuto nel

l’autodistruzione,

periodo post-bellico; quest’ultima teoria supportata, dagli economisti neo-classici

che hanno fornito la spiegazione della convergenza dei tassi di crescita

economica; questa crescita globale dipende essenzialmente da fenomeni endogeni

l’istruzione e la differenziazione dei prodotti; naturalmente politiche

come

tecnologiche simili potranno fornire percorsi di crescita paralleli tra tutti i Paesi

che le adotterannno. I trend di crescita economica analizzati fanno emergere una

crescita di Paesi come l’Italia e il Giappone dopo la Seconda guerra mondiale in cui

capitale umano ovvero sull’istruzione e sulle tecnologie avanzate,

si è investiti sul

mentre ci sono Paesi come la Grecia e la Polonia in “agganciamento” altri sono

proprio arretrati è il caso dei Paesi latino - americani e africani; ma ci sono casi in

cui la convergenza è stata motivo di speculazione è il caso del 1992 quando diveri

paesi europei uscirono dallo SME.

Nel secondo dopoguerra oltre ad una convergenza istituzionale avvenuta in

Europa e in Giappone grazie al Piano Marshall e agli Accordi di Bretton Woods vi è

una trasposizione dei sistemi industriali sulla via americana, come il

anche

fordismo attraverso la produzione di massa e la standardizzazione dei prodotti, ma

welfare, del patto sociale tra capitalisti e

ciò che incide è anche lo sviluppo del

istruzione, sanità e trasporti più efficienti insomma migliori condizioni di

operai,

Anche se il fordismo sarà poi rielaborato secondo le specficità nazionali

vita.

poichè in Giappone non esisterà una politica antitrust simile a quella americana si

svilupperà il toyotismo con forte segmentazione dei mercati del lavoro.

meccanismi di convergenza vengono da autorità internazionali come il GATT

Altri

che impongono un dato quadro di rapporti internazionali.

lento e talvolta ha mostrato segni di cedimento e di

Il processo di convergenza è

ma ora la globalizzazione sta accellerando la convergenza attraverso la

divergenza

deregolamentazione finanziaria e l’innovazione meccanismi che hanno abolito le

frontiere nazionali del credito e delle imprese, almeno quelle più grandi, hanno

uguali potenzialità di accesso alla finanza.

un processo ancora in atto su scala

Ma il fatto che la convergenza sia

è un concetto che trae la sua sostanza dal fattoche ogni economia

evoluzionistica

nazionale deve fare i conti con uno specifico sistema di relazioni industriali di

moneta e di credito di istruzione e addestramento e di intervento statale, nemico

di questo processo è la concorrenza imperfetta oligopolistica.

LA GLOBALIZZAZIONE E I SUOI LIMITI

A sostegno della teoria che lo stato nazione è ormai una forma arcaica e obsoleta

ci sono varie teorie tra chi sostiene che il mondo è troppo piccolo e che l’impresa

multinazionale ha oramai scardinato ogni governo anche quello più potente;

pertanto l’economia nazionale viene giudicata anacronistica poichè

interdipendente.

Oggi più che negli anni ’60 le economie nazionali sono molto più integrate

attraverso il commercio e gli investimenti stranieri diretti I confini nazionali sono

quindi più permeabili e ciò che avviene sul mercato di un paese è più influenzato

da quanto accade in altri paesi; in questo vortice economico aperto e

interdipendente sono aumentati gli investimenti esteri e il commercio mondiale ha

accresciuto il pil mondiale.

La maggior parte delle imprese industriali e finanziarie sono ora delle

multinazionali nel senso che alcune delle loro risorse produttive si trovano

all’estero, e controlla un terzo delle risorse del settore privato su scala mondiale.

Di conseguenza è aumentata la concorrenza oggi un impresa può avere dieci o più

seri concorrenti la metà dei quali sono stranieri e si rifanno a regole del gioco

differenti. Un passo importante è stato compiuto attraverso una deregulation dei

controlli sugli scambi prestiti da parte delle istituzione finanziarie.Con l’apertura

dei mercati internazionale nell’ambito dell’OECD I brevetti vengono esportati

all’estero per essere venduti.Cadute le barriere commerciali tra I Paesi dell’OECD

è aumentata la concorrenza sui mercati nazionali, e l’asse produttivo si è spostato

verso quei paesi in via di sviluppo dove vi è abbondante forza-lavoro a basso

costo. E’ vero che la globalizzazione del commercio ha favorito negli ultimi decenni

più esportazioni di manufatti da Sud a Nord del Mondo ma sono calate le

esportazioni di materie prime poichè sono diminuiti I prezzi.Ciò che è importante

è che non si è compiuto un pieno trapasso all’internazionalizzazione del

commercio poichè molti paesi rimamgono legati a politiche tariffarie sugli scambi.

Un discorso in merito alla globalizzazione va fatto per ciò che riguarda gli

(IED) rivolti verso quelle aree che rappresentano paradisi

investimenti esteri

fiscali è il caso delle quattro tigri asiatiche Corea del Sud, Taiwan, Hong-Kong e

Singapore più Messico e Brasile, oltre al fisco facile vi è anche una manodopera a

basso costo. Convergenza delle politiche sulla cocorrenza in Europa

Dopo il secondo conflitto mondiale vi è stata una convergenza anche degli assetti

istituzionali verso un modello democratico ma il modello economico liberista

messo in crisi dalla Grande Depressione lascia spazio ad un economia pinificata di

stile keynesiano.

L’Europa si organizza secondo quanto stipulato nel Trattato di Roma del 1957 a

convergere verso un modello di legislazione antitrust. L’economia europea passa

quindi da un modello autarchico che fa capo alla politica imposta dai regimi

autoritari ad una politica di mercato con lo sviluppo di un libero mercato, un

modello importato dagli Stati Uniti all’indomani dello sbarco sul vecchio

continente; un modello economico che impostato in Germania dalle forze alleate

americane mette fuori legge I grandi cartelli o trust.

Nel secondo dopoguerra Germania, Francia e Regno Unito varano legislazioni

antitrust secondo un modello di ispirazione americana ; in Germania in verità

esisteva una legislazione antitrust già dal 1908 quando fu emanata dal Reichstag

e nel 1923 fu emanato un Tribunale apposito; ma le legslazioni o meglio le

commissioni funzionavano in maniera differente in Germania il Bundskartellamt

poteva attuare persequisizioni nelle sedi delle imprese al contrario delle agenzie

britanniche; in UK la commissione pteva prendere in considerazione solo I reclami

Board of trade (camera di commercio) così come in Francia dove la

del

coomissione fu fortemente voluta dall’ala sinistra del MRP.

Ci sono casi in cui la simpatia per una politica dei “ campioni nazionali” vengono

agevolate delle fusioni che creano dei monopoli è il caso francese del 1990 della

fusione tra tre compagnie aeree.Per arrivare sia in Francia che in Ighilterra ad una

Commissione di inchiesta indipendente dal Ministero dell’economia il Board trade

in UK si è passati attraverso varie riforme in Francia grazie al premier Raymond

Barre; e le decisioni della Commissione possono essere impugnate diinanzi alla

corte d’appello, ma il ministro ha pieno potere nell’ambito delle fusioni.

Così in Germania le decisioni della Commissione antitrust sono impugnabili

dinnanzi alla Corte Federale. Nel 1965 la commissione antitrust inglese viene

autorizzata a proibire o ad approvare le fusioni così come il nel 1973 come il

Bundskartellamt. Il governo Tatcher ostile ai monopoli pubblici regola il tutto con

il Competition Act. In seguito si avrà una convergenza ed un collaborazionismo tra

le agenzie antitrust che stipuleranno accordi come quello franco-tedesco e simposi

.Quindi si passa dai semplici incontri a dei processi decisionali comuni nell’ambito

della Comunità europea della liberalizzazione dei mercati che partono dall’accordo

del 1957 del Trattato di Roma che concordano una politica antitrust comunitaria

fino agli accordi commerciali di liberalizzazione dei commerci del 1985 entrati in

vigore nel 1993. Pertanto le decisioni della Commissione in materia di regolazione

dell’antitrust assume sempre più consistenza è il caso dell’estromissione di un

impresa non in regola per appalti ai giochi olimpici a Barcellona e poi in Francia vi

è la decisione della Commissione di regolarizzare la produzione della birra tra

alcolica e analcolica. CORPORATE GOVERNANCE

corporate Governance

La , intesa come il sistema delle regole secondo le quali le

gestite e controllate

imprese sono , è il risultato di norme, di tradizioni, di

dai singoli sistemi economici e giuridici

comportamenti elaborati e non è

certamente riconducibile ad un modello unico, esportabile ed imitabile in tutti gli

ordinamenti.

L’idea di codice di comportamento che detti norme, a un tempo flessibili ed

nasce all’inizio degli anni

efficaci, di governo delle grandi società viene da lontano;

Nel 1994 l’American Law Institute -

Novanta negli Stati Uniti e in Gran Bretagna ;

un ente privato - vara, dopo un lungo e faticoso lavoro, gli ormai famosi

PRINCIPLES OF CORPORATE GOVERNANCE.

serie di regole

Si tratta di una che in parte recepiscono orientamenti dei giudici

nelle controversie societarie e in parte contengono proposte in materia di

struttura e composizione degli organi di gestione, di doveri degli amministratori e

condotta in genere della società sui mercati finanziari.

dei manager, di

nel 1992 nel Regno Unito una Commissione lord

Ancor prima presieduta da

Cadbury e istituita per igniziativa della Borsa, dei revisori e di organi di categoria,

Code of Best Practice

ebbe a varare un in cui si raccomandano alle società quotate

regole e assetti di buon governo societario.

Sul solco di queste due prime iniziative, numerosissime altre seguirono. I Paesi nei

quali sono stati adottati rapporti, codici, principi sul governo delle società per

iniziativa della Borsa, di associazioni di imprenditori o di operatori finanziari,

superano abbondantemente la decina: dalla Francia al Canada, dal Belgio a Hong

proliferare dei sistemi di

Kong, dall'Olanda all'Australia. Le ragioni del

sono varie. Si tratta, in sintesi, di conciliare l'esigenza di flessibilità

autodisciplina

e libertà di organizzazione dell'impresa con quella di rassicurare il mercato, e così

il pubblico degli investitori, che i meccanismi decisionali e di controllo societario

ridurre al minimo il rischio di iniziative azzardate,

siano calibrati in modo da

e siano ispirati all'obiettivo della massimizzazione di valore per

scorrette o illecite

gli azionisti. Dal giusto equilibrio tra tali esigenze dipende il giudizio del mercato e

quindi la possibilità per l'impresa di finanziarsi a costi contenuti. Di qui il

convergente interesse di Borsa e imprenditori per regole non imposte in modo

rigido dall'esterno, efficienti, flessibili, condivise, da rendere note al mercato. Le

norme di legge sono, e devono essere, a carattere generale. Legittimano un ampio

spettro di comportamenti. Devono essere nell'applicazione adattate alle esigenze

mutevoli di imprese e mercati. A tale bisogno risponde l'autodisciplina.

Il neonato Codice italiano, dunque, si muove in questa linea. Raccomanda, tra

rivitalizzazione dei ruoli e delle competenze dell'intero

l'altro, una adeguata auspica la presenza di amministratori indipendenti

consiglio di amministrazione,

esperti nelle materie sulle quali un consiglio deve deliberare, invita ad attivare

tempestivi flussi di informazioni tra amministratori delegati, consiglio, assemblea

e comunità finanziaria, puntualizza i principi di organizzazione del sistema dei

controlli interni, propone l'adozione di adeguati regolamenti assembleari come

presupposto per una maggior loro funzionalità. Complessivamente persegue

«modello organizzativo chiaro e ben definito, con

l'obiettivo di fornire un equilibrio tra

adeguate ripartizioni di responsabilità e potere, con un corretto

L'adesione, si è già detto, è volontaria, ma la Borsa si

gestione e controllo».

riserva di chiedere alle società quotate di dar conto motivatamente dell'adozione o

meno del Codice. Qualcuno può obiettare che la portata del Codice è troppo

limitata. In effetti, una più incisiva disciplina del conflitto di interessi, una maggior

rilevanza della figura e del ruolo degli amministratori indipendenti, un sistema di

adeguate sanzioni morali che incidano sulla reputazione di mercato sono alcuni

tra gli sviluppi che il presidente della Consob, professor Spaventa, ha già

auspicato, pur nell'ambito di un caloroso apprezzamento dell'iniziativa. Certo, si

tratta di una piattaforma minima, ma che, se intesa seriamente, costituisce un

passo avanti.

Un passo avanti non solo per i mercati, ma per gli stessi amministratori;

amministratori troppo spesso stretti tra generiche formule legislative (l'obbligo di

diligenza, e così via) e responsabilità gravose addebitate con un uso disinvolto del

«senno di poi». La presenza di preventive regole e metodi a livello decisionale e

operativo se pure limitano in certa misura la discrezionalità degli amministratori,

costituiscono pure per essi una difesa. Il Codice è comunque concepito come

l'inizio di un cammino. La naturale evoluzione in caso di riscontrata efficacia

dell'autodisciplina condurrà non solo ad arricchirne la portata, ma anche a fare

della sua assunzione presupposto per la quotazione (almeno in certi mercati) e

per un possibile allentamento della stessa vigilanza esterna. I codici di

autodisciplina generano speranze, ma anche ricorrente scetticismo. La loro

credibilità dipende dal grado di accettazione. Una larga accettazione è inevitabile

se i mercati e le istituzioni che ai mercati presiedono danno precisi segni di Il

attribuire rilevanza all'adozione di adeguati criteri di corporate governance.

«Codice di Autodisciplina» varato ieri costituisce quindi un banco di prova per

misurare la maturità del mercato, della Borsa e delle società quotate. Dal successo

o dall'insuccesso, che sarà indispensabile monitorare attentamente, potrà

dipendere in buona misura il grado di intervento pubblico nella vita e

organizzazione delle grandi imprese.

È stato varato anche in Italia il «Codice di Autodisciplina» delle società per azioni

redatto da un Comitato coordinato dal presidente della Borsa italiana e composto

da rappresentanti di società quotate in Borsa, di operatori finanziari, di

associazioni di categoria. L'iniziativa merita particolare attenzione sotto diversi

profili. Si tratta di regole di comportamento in materia di governo delle grandi

corporate governance) formulate dagli stessi

imprese (l'area della cosiddetta

ambienti interessati; regole non cogenti, ma proposte alla volontaria accettazione

delle singole società come modello di riferimento. Il che non è da poco in un Paese

caratterizzato da una straripante produzione legislativa e da ricorrenti sospetti (si

pensi al dibattito di questi giorni sull'uso dei poteri speciali - la golden share - del

governo sulle società privatizzate) di nostalgie dirigistiche. L'iniziativa della Borsa

adegua poi l'Italia all'esperienza di altri Paesi. Il che pure non è da poco in un

di mercati e di concorrenza globali, ove l'eccesso di disciplina statuale può

sistema

costituire un elemento deterrente per l'insediamento delle imprese.

privatizzazione nell’ambito

La delle imprese di proprietà dello Stato ha generato

liberalizzazione dei mercati

del processo di globalizzazione un’accesa e un’accesa

competitività delle società privatizzate (talvolta attuata con mezzi sleali) che

estendono sempre di più il loro controllo economico sul più debole e ciò ha spinto i

governi centrali a elaborare un nuovo modello giuridico interno alle compagnie

possedute controllate

privatizzate, per indicare come queste debbano essere e

pertanto questa prepotenza economica ha generato anche severe norme antitrust

;

ecco che il complesso di queste regole conduce ad un sistema interno di

corporate governance

autodisciplina appunto di che è appunto il complesso di

società quotate in borsa in un “regime di

norme che regolano la gestione delle offerte

trasparenza”

, e i rapporti di queste con il mercato borsistico, relative alle

pubbliche d’aquisto

. Ma anche l’intero insieme di incentivi, garanzie e processi di

cointeressati nella società ognuno dei quali cerca di migliorare il proprio

benessere con un’attività economica coordinata con altri.

Stato di diritto

Questo complesso di norme degne di uno cerca di fatto di far

la tutela degli azionisti di

convergere tutti i Paesi più industrializzati, e ciò implica

minoranza e la contedibilità del controllo che permette di sostituire il

management e ciò è importante per l’efficienza delle imprese.

Un adeguato e organico sistema di corporate può rappresentare un ottimo volano

per lo sviluppo del mercato finanziario. Favorisce infatti l’investimento in capitale

di rischio, nella misura in cui riesce a tutelare i risparmiatori e agevola l’accesso

delle piccole e medie imprese al mercato dei capitali.

Quest’ultimo aspetto poi è particolarmente importante sia per i benefici che riesce

a produrre a livello macro economico sia perchè con l’afflusso di danaro di terzi

può rendere meno traumatico il passaggio del testimone nelle aziende la cui

proprietà faccia capo ad un unica famiglia.

corporate governance giapponese contractual

La che assomiglia più ad una

relazioni informali riducendo i

governance , contiene tra gli azionisti ma durature,

costi di transazione e fa in modo che gli azionisti si accollino i costi di agenzia, ciò

è associato all’opportunismo egoistico e all’investimento in relazioni stabili, ma ciò

rende anche rischiosa l’attività degli azionisti.

contrattazione giapponese

La è implicita ciò vuol dire che si fonda su un tipico

accordo di base informale e ciò deriva dalla cultura omogenea giapponese che

vede l’assenza di comportamenti opportunistici.

corporate governance anglo-americana s’incentra sulla relazione fra proprietari

La “sulla centralità del consiglio di amministrazione” riducendo i costi di

e manager, ,

severe e legalistiche tra le

agenzia ed è sottoposta ad un complesso di norme più

parti negoziatrici e fra le parti contraenti pertanto, vale lo stesso per gli azionisti

pertanto la contrattazione anglo-americana

che hanno garanzie formali; è

sottoposta da più vincoli giuridici la

rispetto a quella nipponica informale.Di fatto

di proteggere l’azionista

corporate governance anglo-americana cerca ,

OPA (offerta pubblica d’acquisto) nel sistema finanziario

assicurando in caso di

coloro che controllano il 30% delle azioni devono fare un’offerta piena per

inglese procurare un offerta di uscita a tutti

la compagnia e coloro che fanno l’opa devono un’elevata

gli azionisti offrendo di acquistare il 100% delle azioni

; realizzando

protezione legale degli azionisti . In media i Paesi di Common Law sono

caratterizzati da una minore concentrazione proprietaria, da listini più ampi e da

mercati finanziari più sviluppati sia in termini di capitalizzaziione che di liquidità.

anglo-americano sull’insider trading

Inoltre il sistema prevede severe norme , vale

speculazione borsistica , che vieta agli azionisti di approfittare di

a dire sulla per ottenere vantaggi illeciti

informazioni riservate .

corporate governance anglo-americana

Secondo le norme di Common Law la è

quella più garantista, grazie ad una serie di regole:per la protezione degli azionisti

e dei creditori:

a - voto di lista

b - voto per delega

c

- meccanismi di tutela delle minoranze azionarie

d - un’azione concede il diritto di voto

e - che gli azionisti non siano obbligati a depositare le proprie azioni prima

dell’assemblea generale.

Il modello di Keiretsu struttura “nipponica” Corporate governance, fitta

è la di una

rete di partecipazioni incrociate fra imprese, banche e intermediari finanziarie, che

mette al riparo le imprese dal rischio di offerte pubbliche di acquisto

, cioè dal

principale meccanismo di riallocazione della proprietà e del controllo attivo nei

Paesi anglosassoni.

keiretsu

I , società finanziarie giapponesi, quotate in borsa sul modello delle

corporate governance, formano gruppi di compagnie confederate intorno una

caratterizzati da relazioni

grande banca, compagnie commerciali e industriali

informali tra i membri all’etica religiosa e

flessibili e e ciò si spiega in relazione

e ciò rende possibili le relazioni di scambio tra le

morale dei giapponesi

controparti

; non esiste alcun controllo verticale esercitato dalla holding ma una

è del tutto assente

semplice relazione di controllo reciproco e di alleanza poichè al keiretsu

ogni affiliazione giuridica. I vantaggi che ciascun partecipante ricava

sono costituite dalle economie di scala, ottenute sviluppando le conoscenze o

sfruttando le strutture di altre aziende collegate ed il reciproco sostegno

finanziario.

Il modello economico giapponese di «mercato più pianificazione» è stato un

fallimento dei grandi burocrati

«modello giapponese» -libero mercato più pianificazione

Il - non funzionava

neppure negli anni del boom. Le glorie che gli vennero attribuite sono inesistenti,

afferma una ricerca svolta dall'università Hitotsubashi, la Bocconi di Tokio e dalla

Graduate School of Business di Harvard. mitico Miti, il

L'analisi di centinaia d'imprese e settori produttivi rivela che il

superministero alla guida dell'economia, ha avuto il merito di pochi successi e la

responsabilità d'un gran numero di fallimenti, culminati nel tracollo sistemico di

L'unico reale motore dello sviluppo è stato la pura concorrenza, unita

questi anni.

alla tenacia dei lavoratori e all'ingegno dei manager.

Formatasi sotto il regime militare, la classe politica e burocratica che aveva

era poco incline a credere nel liberismo imposto

assunto il governo nel dopoguerra

dalle forze d'occupazione americane.

Giustificandosi con la scarsità di risorse disponibili, da gestire con oculatezza,

costruito una versione «migliorata» del sistema capitalista, nella quale i

aveva

pianificatori sceglievano le industrie da lanciare all'assalto dei mercati e quelle da

proteggere , spiega in questa intervista il professor Hirotaka Takeuchi, che con

Foreign Affairs

Michael Porter di Harvard ha presentato la ricerca su .

«Nel periodo del boom, quando s'immaginava che il Giappone sarebbe divenuto la

potenza economica numero uno, accademici perlopiù americani crearono la

leggenda del modello nipponico basandosi su un piccolo numero di casi esemplari

Di sicuro la mano visibile del governo

e dimenticando gli altri - dice Takeuchi -.

promosse negli anni Cinquanta le macchine per cucire (anche se in realtà

s'imposero nel mondo quelle industriali, non quelle per uso domestico spinte dal

Miti) e negli anni Sessanta l'acciaio, nei Settanta la cantieristica, negli Ottanta i

Ma un maggior numero di affermazioni industriali fu ottenuto

semiconduttori.

senza alcun indirizzo o supporto pubblico».

Qualche esempio di questi successi non «pianificati»?

PRODOTTI AD ALTO VALORE AGGIUNTO.

«Motociclette, alta fedeltà, automobili, robot, condizionatori d'aria, fax,

Invece che concertazione, pratiche di

elettronica di consumo, videogiochi. in

cartello, ricerche svolte in laboratori statali, aiuti a carico del contribuente,

questi settori agiva un gran numero di società in competizione sul mercato

interno . Le industrie dell'auto dovettero battersi per impedire il cartello proposto

dal Miti. Nel campo dei condizionatori lottava una dozzina d'imprese, in quello dei

fax 15, un centinaio nella robotica, 14 nei videogiochi. Una vivace concorrenza

domestica è stata ancora più stimolante e utile di quella sui mercati esterni, al

contrario di quanto si crede e di quanto si è detto nel corso degli ultimi anni. Sui

quasi 1.400 cartelli creati dal governo pochissimi erano in settori poi resi

competitivi. In realtà, la stragrande maggioranza ha prodotto aborti».

Quali sono stati i principali fallimenti? aviazione, chimica, software, che sono

«In tre settori molto sostenuti e promossi:

gravi lacune nel nostro panorama industriale. In un settore ultraregolato, quello

delle gestioni finanziarie, dove ora dominano gli stranieri. Nei settori più protetti:

distribuzione, agricoltura, banche, farmaceutica, telecomunicazioni, beni di

consumo, industria alimentare, servizi in genere, con il risultato di inefficienza e

alti costi che si trasmettono a tutto il sistema Paese. A causa di queste manie

dirigiste la nostra forza internazionale è concentrata in pochi campi e in un

numero relativamente piccolo d'imprese».

Ma ultra efficienti. Si può dire che nelle industrie esportatrici il management

giapponese, inventore della qualità totale e del just-in-time, e imbattibile sui

prezzi malgrado gli alti costi interni, rimane un modello?

«No, purtroppo anche su questo fronte stiamo per prendere batoste. I nostri

manager hanno raggiunto vette nell'efficienza produttiva e negli standard di

qualità, però sono deboli sul piano strategico. Gareggiano nel vendere le stesse

cose, e il più simili possibili, al prezzo inferiore. Un modo di procedere che

minimizza i fiaschi sul mercato, ma frutta utili sempre più bassi. Poche società

Honda, che

scommettono su prodotti "differenti": nel campo automobilistico la

non per nulla ha avuto nel '98 un terzo anno di profitti record, mentre le altre case

subivano crolli. Nei videogiochi troviamo il modello giusto, perché Sony, Sega e

Nintendo puntano su caratteristiche molto diverse delle loro produzioni. In futuro

il basso prezzo e la qualità costante conteranno sempre meno».

In che senso? Si possono fare degli esempi?

«I pianoforti Yamaha hanno un incredibile livello di qualità costante. Gli Steinway

hanno una qualità incostante. Quali sono prediletti dai pianisti? I secondi, perché

offrono la possibilità di trovare il timbro preferito. Prodotti e servizi competeranno

proprio nel rispondere ai gusti dell'individuo. Allo stesso tempo l'accelerazione dei

cicli di consumo favorirà chi offre cose nuove, magari non impeccabili, rispetto a

chi sforna roba impeccabile e poco cara ma vecchia. Con vantaggio enorme per i

primi arrivati, in grado d'imporre lo standard: due esempi sono Microsoft e Intel».

Uno svantaggio competitivo, dunque, per il Giappone.

«Purtroppo noi giapponesi per cultura siamo secondi arrivati, eterni imitatori. E

non abbiamo nemmeno un posto in seconda fila nelle info e bio tecnologie, nella

farmaceutica e chimica d'avanguardia, nei nuovi servizi.

Il Giappone, e l'Europa, corrono il rischio di divenire musei industriali. Come i

tedeschi noi siamo bravi a gestire grossi investimenti, grossi impianti, grosse

società.

Ma si va verso il piccolo: basta un cervello acuto, un'idea geniale. Voi italiani

farete meglio, purché riusciate a riformare la vostra amministrazione, quasi

giapponese in termini di costo e inefficienza».

PROFILO STORICO DEL PENSIERO ECONOMICO

pensiero dei mercantilisti 500 600

Il si sviluppa tra il e il ed ha come prorità

la potenza delle nazioni

, di fatti è un tipo di pensiero che assume

assoluta assolutismo

connotazione nel periodo dell’ , periodo in cui ciascuno Stato entra

nell’economia capitalista alla luce delle nuove scoperte geografiche e dei

conseguenti traffici commerciali.

il mercantilismo si poneva più come una politica economica di difesa che

Anche se

di attacco

, poichè si limitava a difendere la potenza dello Stato, con delle misure

protezionistiche volte a impoverire gli Stati vicini monopolistiche

strettamente e Colbert

soprattutto rivolte all’interventismo statale; basti pensare alle misure del

Luigi IVX Cromwell

alla corte di o alle misure del nei confronti dell’Olanda con

Atto di Navigazione

l’ mercantilismo Stato arbitro delle diseguaglianze sociali e delle

poneva lo come

Il

controversie del mercato con la realizzazione di opere pubbliche per accrescere

volta a stimolare le esportazioni mediante

l’occupazione e una politica economica

e a ridurre le importazioni mediante l’introduzione di dazi o barriere

sussidi

doganali.

Alcuni autori hanno messo in evidenza che l’idea dei mercantilisti secondo cui

l’obiettivo dello Stato doveva essere l’accumulazione di metalli preziosi, questi

bullionisti

furono furono chiamati .

fisiocrazia ‘700 Quesnay Turgot opposizione al

La nasce in Francia nel con e come

pensiero mercantilista . il dominio della natura

Di fatti la fisiocrazia sostene e si fonda sul principio che

l’economia è retta da leggi immutabili da rispettare fisiocrazia

.In particolare la

dell’agricoltura quale fonte di ricchezza

individua il fattore essenziale . Inoltre i

l’abolizione e la liberalizzazione

fisiocratici sostenevano: del commercio, con

l’abolizione delle politiche doganali protezioniste.

liberismo nasce dalla fisiocrazia Adam Smith (1723-

Il , soprattutto dalle tesi di

ordine naturale che conferisce ogni beneficio al resto

1790) sostenitore di un mercantilista statalista

dell’umanità in contrapposizione con ogni tesi di tipo e .

Ricchezza delle nazioni

Pertanto nella sua opera la che si può considerare il

manifesto del liberalismo egli scrive:

Non esistono caratteri più distanti di quello del sovrano e quello

“ (lo Stato non è un buon gestore perchè gli impiegati pubblici

dell’imprenditore” nel risultato economico delle proprie azioni).

non hanno interesse

La sua teoria economica famosa sotto il nome di

“laissez faire” .

nasce proprio da un’analisi economica del periodo smittiano

I principi essenziali della toria di Smith sono:

1) la compravendita che considera reciproca soddisfazione del compratore e del

venditore.

2) eliminazione di ogni posizione monopolistica salvo che in casi di difesa della

nazione che antepone alla prosperità.

3)nessun privilegio o vantaggio a nessuna categoria sociale.

4)nessuna forma di associazionismo sindacale.

5)il mercato è un meccanismo in grado di autoregolarsi quindi di regolare una

giustizia commutativa che è quella che si realizza in base al principio di scambio

Smith ignorava un fattore

che si verifica quando è vantaggioso per entrambi; ma

giustizia distributiva che prende in considerazione le

essenziale che è quello della

disegualianze degli individui sin dalla nascita comprese le pari opportunità:

istruzione,benessere, etc.

6) Difesa della proprietà privata.

7)Lo Stato secondo Smith deve comunque compiere interventi essenziali nella vita

garantire il quadro concorrenziale ed evitare la

economica, deve pertanto

assicurare alcuni servizi esterni come la difesa esterna ,

formazione di monopoli,

sicurezza, l’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia.

la (1772-1823) membro del parlamento inglese prende in

Il pensiero di Ricardo differenza che esiste tra le classi sociali e i

considerazione a differenza di Smith, la

Identificando come prioritario interesse della collettività

loro evidenti conflitti.

l’obbiettivo della massima accumulazione. rendita fondiaria secondo cui

L’analisi di Ricardo partiva dal concetto di coloro che

rispetto a coloro che

erano proprietari di terreni più fertili erano più avvantaggiati

nacessità di abolire i dazi

avevano terreni meno fertili , pertanto egli sostenne la

sul grano e di nazionalizzare la terra allo scopo di eliminare la rendita fondiaria .

“visione liberista” Ricardo

Coerentemente con la sua , d’accordo con Smith e in

contrasto con altri suoi contemporanei, fu contrario che lo Stato stimolasse o

effettuasse investimenti nei periodi di depressione ritenendo che il meccanismo

concorrenza pura

della fosse sufficiente ad assicurare la stabilità del sistema

economico.

romantici tedeschi fine ‘700

Tra i del emerge una politica economica

sull’azione dello Stato protezionismo

esclusivamente incentrata , attraverso il ; tra i

Fichte (1762- 1814) lo Stato dovesse chiudersi

pensatori in vista sosteneva che in

se stesso attuando una politica economica fortemente protezionista attraverso

l’autarchia cercando di produrre al suo interno tutto ciò di cui aveva bisogno

commercio estero fosse una causa di rivalità tra i Paesi che

perchè riteneva che il

avrebbe prima o poi generato guerre

.

socialisti riformisti

I si fanno largo dopo la rivoluzione industriale e tra i pensatori

Sismondi (1773- 1842) Prhoudon ( 1809- 1865)

ci sono e .

Sismondi rifiuta l’idea del libero mercato di Smith capitalismo il

, individua nel

Prhoudon

motivo di divisioni in classi sociali

,invece pur non contestando l’idea

considerava il principio supremo della giustizia.

della proprietà privata, egli

giustizia distributiva ignorata dalle teorie liberiste

La di Smith, fu invece

John Stuart Mill (1806-1873),

considerata dall’economista il quale sostenne che la

dell’uguaglianza delle

giustizia del mercato andava completata con il principio

condizione che doveva perseguire lo Stato istruzione

opportunità ; , assicurando ,

occupazione riduzione dell’orario di lavoro creazione di

, inoltre ritenne positiva la

l’imposta di successione

associazioni sindacali

, e propose a sfavore della

concentrazione della ricchezza nelle mani di poche famiglie.

‘700 Inghilterra Geremia

Ecco che alla fine del comincia a svilupparsi in con

Italia Beccaria e Verri

Bentham (1748-1832) in con un’altra importante branca

politica economica l’economia del benessere

della : che tenta di definire un

concetto di benessere sociale o benessere della collettività e di individuare i mezzi

attraverso l’azione del governo

per raggiungerlo; che doveva perseguire il

massimo di felicità l’utilitarismo,

; questo filone si identifica con che ritiene che le

utilità degli individui diversi possano essere confrontate e giunge, per questa via,

criteri di giustizia distributiva

a formulare dei .

Bentham Stato sicurezza (interna ed esterna)

sostiene che lo debba perseguire la ,

sussistenza opulenza eguaglianza politica redistributiva

la , l’ e l’ attraverso una del

Smith

reddito diversa dall’operare spontaneo del mercato come ritnevano e

Ricardo

. Pigou

Il primo autore che trattò il problema in un modo sistematico: è , egli

considerato considerato il fondatore dell’economia del benessere, pertanto

politica economica devono essere tali da poter

sostene che gli interventi di quindi gli interventi di redistribuzione

aumentare il volume del reddito nazionale,

dai ceti più ricchi a quelli meno abbienti devono essere attuati secondo criteri

attraverso cui i ricchi possano sempre compiere i loro investimenti : senza gravarli

di imposte troppo alte, quindi con un’equa redistribuzione.

aumento o una dimnuzione del volume del reddito nazionale Pigou

Un per

determinava sempre un aumento ( o una diminuzione ) di benessere per la

purchè non vi fosse una redistribuzione di reddito a danno dei meno

coolettività

abbienti.

La neutralità della scienza economica di Robbins e Morgensten .

concorrenza pura enunciata da Smith secondo il principio che si realizzi una

La un libero mercato

situazione di massimo vantaggio per tutti gli individui in , è

Vilfredo Pareto (1848-1923)

dimostrata in pratica dall’economista italiano che

ipotizzando l’indipendenza delle utilità

rifiutando le ipotesi di Pigou sull’utilità e

degli individui , era riuscito a definire un criterio di scelta fra i provvedimenti di

ottimo paretiano

politica economica, attraverso il concetto di ; che si verifica in

è una

una situazione in cui mediante un intervento di politica economica vi

situazione in cui nessun individuo viene danneggiato ed almeno uno accresce la

(

sua utilità

, gli interventi di politica economica dovranno portare la collettività in

una situazione in cui non è possibile allontanarsi senza danneggiare almeno un

)quindi è una condizione che esiste dopo aver operato tutti i possibili

individuo e si giunge ad una situazione in cui è

miglioramenti della struttura economica

impossibile migliorare la situazione di un individuo senza compromettere il

benessere di un’altra persona perchè ormai si fatto di tutto ; ecco che secondo

Pareto gli aggiustamenti della politica economica dovranno condurre ad una

situazione in cui l’intera collettività migliora il suo benessere senza arrecare danno

a nessuno.

criterio di Pareto è valido intervento di politica economica

Il per qualunque che fa

aumentare il reddito nazionale quantità dei beni e servizi senza

cioè la prodotti

distribuzione tra gli individui

alterarne la portando la collettività ad una situazione

pertanto l’ottimo paretiano si realizza in una situazione in cui il volume

migliore,

del reddito nazionale è massimo e non può essere ulteriormente aumentato.

ottimo paretiano

Il concetto di è riportabile per ciò che riguarda la produzione e lo

scambio: situazione in cui gli individui sono liberi di scegliere quello a loro più

vantaggioso.

L’ottimo paretiano non consente di precisare quale sia una giusta redistribuzione

del reddito ma riguarda solo il volume e le preferenze dei consumatori poichè le

utilità non possono essere confrontate in base ad un principio scientifico; nel

Barone, Kaldor e Hicks

tentativo di superare il criterio paretiano economisti come

principio di indennizzo

hanno formulato il secondo cui nel momento che si applica

gli

un provvedimento di politica economica che avvantaggia certi e danneggia altri

individui avvantagiati indennizzano i danneggiati e dopo il pagamento

dell’indennizzo hanno ancora un vantaggio residuo

.

L’analisi di Marshall deriva dal considerare che il libero mercato non realizzi la

massimizzazione del volume di produzione e che è necessario quindi l’intervento

pubblico per colmare I fallimenti del libero mercato.Pertanto egli considera quelle

imprese che massimizzano la produzione con bassi costi di produzione ma ci sono

imprese che partono svantaggiate rispetto ad altre e allora è necessario che lo

Stato compia interventi per la crescita delle imprese e della collettività soprattutto

pertanto egli pone l’esempio della costruzione di una diga che favorirà la

creazione di economie esterne che gioveranno alla coolettività.

Marshall, Alfred (vedi foto)

(Bermondsey, 1842 - Cambridge, 1924)

Economista inglese, vero e proprio punto di riferimento del pensiero economico

nei decenni a cavallo tra il 1800 e il 1900.

Avviato alla carriera ecclesiale, il suo approccio all'economia rappresentò l'ultima

tappa di un percorso culturale, iniziato a seguito di una crisi religiosa e alla

frequentazione del Grote Club (circolo di intellettuali), che lo portò a interessarsi

di psicologia, fisolofia e problemi sociali.

Docente nelle università inglesi più rinomate, come il St. John's College di

Cambridge, Bristol e Oxford, fu iniziatore della corrente definita neoclassica (v.

Neoclassici).

Marshall, infatti, diversamente dai suoi colleghi marginalisti (v. Marginalismo) che

connettevano il valore di un bene all'utilità che da quel bene un soggetto trae (v.

Utilità marginale), propose una teoria del valore che tenesse conto anche dei costi

classici (v.) come

di produzione, richiamando, così, principi dettati da economisti

Smith (v.) o Ricardo (v.). elasticità della domanda (v.) e mise a punto

Marshall introdusse il concetto di

dispositivi e teorie, come l'analisi temporale (distinzione tra breve e lungo periodo

nell'equilibrio aziendale), i concetti di rendita del consumatore (v. Surplus del

consumatore) e di quasi-rendita (v.), l'analisi dell'equilibrio economico parziale

(v.) dei mercati, che fanno parte del bagaglio culturale di qualsiasi studioso

dell'economia. Nel 1980 pubblicò i Principi di economia politica, volume che

incontrò un successo immediato per la sua chiarezza e completezza. Operò,

inoltre, una rivisitazione della teoria quantitativa della moneta (v.) che, nelle

intenzioni, doveva essere pubblicata nel secondo volume di Principi di Economia

Politica. Il libro, tuttavia, non vide mai la luce.

Sidgwick considerava le divergenze tra l’interesse privato e l’interesse sociale, e

l’intervento pubblico in situazioni in cui l’operare

sosteneva pertanto necessario

spontaneo delle forze di mercato non sarebbe di per se idoneo a realizzare il

massimo vantaggio sociale

; egli cita l’esmpio della costruzione di un faro che ha

una grande utilità sociale ma non per il privato che le gestisce, così come la ricerca

Sidwick

scientifica etc. Allora dice che la cosa migliore è la gestione di questi beni

pubblici da parte dello Stato che ha il compito di gestirli per il benessere della

collettività.

Mercanti, banchiere, borse e banche centrali: le istituzioni della finanza

Le prime forme di stabile organizzazione collettiva degli scambi internazionali

furono le fiere medioevali, moltiplicatesi a partire dalla 'rivoluzione commerciale'

mercanti-banchieri

duecentesca. La graduale formazione di un gruppo di

cosmopoliti(S/F) permise di coordinare gli scambi di merci a livello internazionale.

La nascita di un complesso mercato europeo delle lettere di cambio fu l'alternativa

all'offerta, rigida e poco elastica, di moneta metallica dei prìncipi, non adatta a

regolare la domanda connessa alle transazioni a distanza e all'ingrosso. La

creazione delle Borse(G) di Anversa, Amsterdam e Londra durante il cinquecento

fu la trasformazione delle fiere in mercati organizzati stabili - non più periodici - in

cui la comunità mercantile potesse negoziare durante tutto l'anno merci, monete,

metalli e titoli di credito. Nella seconda metà del settecento, in seguito

all'industrializzazione inglese e all'aumentata spesa - soprattutto a causa delle

guerre di successione - degli stati nazionali, si determinò un'inedita domanda di

mezzi monetari che fu all'origine di nuove istituzioni e strumenti finanziari. Si

diffusero tra il XVII e il XIX le banche di emissione(S) e la moneta cartacea(S/F)

fiduciaria, la banconota(G). Le banche di emissione diventarono gradualmente

banche centrali(S), vale a dire le 'banche delle banche', lungo l'ottocento. In

quella fase, l'esito e i tempi di evoluzione delle banche centrali e dei sistemi

monetari dipesero da un complesso insieme di fattori istituzionali e politici.

L'intervento regolativo delle autorità politiche e il diverso grado di fiducia

esistente nei mercati creditizi ne furono i fattori più importanti.

L'epoca del laissez-faire e il gold standard

Intorno alla metà dell'ottocento, con l'industrializzazione, emerse a poco a poco

un insieme di regole di comportamento e un sistema monetario internazionale, il

gold standard(S), fortemente dipendente dalla capacità della Banca d'Inghilterra

di gestire i meccanismi di pagamento interni e internazionali: all'efficacia e alla

stabilità di lungo periodo del gold standard venne attribuita la ragione della

grande espansione dei commerci mondiali in regime di libero scambio dalla metà

dell'ottocento alla prima guerra mondiale. Gli imponenti flussi migratori di uomini

- contadini e operai comuni ma anche tecnici qualificati e imprenditori -

dall'Europa verso le Americhe modificarono il paesaggio di quel continente: la

migrazione umana andava di pari passo con l'esportazione di tecnologie e di

capitali garantiti dalla stabilità offerta dal gold standard. L'esportazione di

capitali(S) dall'Europa - un fenomeno che interessò tutti quei paesi che a mano a

mano si andavano industrializzando - prese due forme: la forma degli investimenti

esteri diretti con i quali si realizzavano soprattutto ferrovie, impianti elettrici,

fabbriche; la forma degli investimenti di portafoglio consistenti nell'acquisto di

titoli di imprese e governi esteri. Con la creazione di impianti di produzione

all'estero - per superare vincoli fiscali e legali o per conseguire vantaggi

competitivi rispetto ai concorrenti - nacquero le prime società multinazionali(S),

dotate cioè di unità produttive e/o commerciali in diversi paesi. Tra il 1870 e il

1914 l'economia mondiale si presentava come un'economia caratterizzata da forti

interdipendenze, la prima 'economia globale'. Nonostante l'attuazione di politiche

doganali di stampo protezionistico a partire dagli anni ottanta (in Germania, in

Italia e in Francia), la libera circolazione di uomini, merci e capitali non venne

impedita nella sostanza. La fiducia dei mercati nella cooperazione tra le grandi

banche centrali venne meno con la prima guerra mondiale, quando il gold

standard fu di fatto sospeso e con quell'atto si concluse una intera epoca, quella

che aveva visto regolare le transazioni internazionali e l'offerta di moneta a mezzo

dell'oro.

4. La crisi internazionale tra le due guerre

La prima guerra mondiale mise termine a quel complesso sistema di regole e

convenzioni - fondato sul gold standard(S) - che aveva reso possibile l'emergere

della prima economia globale, caratterizzata da forti interdipendenze(S) tra le

varie economie. Dopo la guerra banchieri, economisti, politici ritennero che il

ritorno all'oro(S) fosse la necessaria premessa della ripresa della crescita

economica. Trail 1926 e il 1927 la Francia, il Belgio e l'Italia aderirono così a un

gold exchange standard(G). Il risultato della

meccanismo di riserva ibrido, il

politica monetaria restrittiva indispensabile per ritornare all'oro produsse un

effetto negativo indesiderato: la deflazione(G). La limitazione dell'offerta di

moneta aveva infatti ridotto i crediti, gli investimenti, i redditi e i consumi,

generando un ciclo negativo. L'inizio dello spostamento del baricentro finanziario

internazionale da Londra e dalla sterlina a New York e al dollaro creò una specie di

vuoto nei meccanismi di governo e compensazione internazionali che aggravò

grande crisi(S), del 1929, un

l'effetto dei fattori di instabilità all'origine della

periodo di catastrofica contrazione economica dai grandi e traumatici costi

umani(S/F). Come sostenne l'economista inglese John M. Keynes(S) - allora una

cassandra inascoltata - occorreva abbandonare il tallone aureo - una 'eredità

barbarica' - e avviare politiche attive di sostegno dei redditi, degli investimenti e

dei consumi. Quei paesi che lasciarono l'oro e avviarono politiche di sostegno della

domanda uscirono prima dalla crisi e ne sentirono gli effetti meno intensamente.

La fine della crisi venne comunque raggiunta solo con la ripresa degli investimenti

in vista della seconda guerra mondiale. Negli anni trenta l'intervento pubblico

protezionistico(G). Lo Stato divenne 'industriale e

assunse spesso carattere

banchiere' in molti paesi, in particolare in Italia e Germania. Cessarono gli scambi

multilaterali, si formarono aree monetarie separate (coincidenti

commercialmente), furono introdotti strumenti amministrativi di controllo dei

capitali e dei cambi valutari. Solo dopo gli accordi di Bretton Woods furono poste

le basi per la riapertura delle frontiere commerciali.

Il gold standard e il primato della Gran Bretagna

Il gold standard - il sistema monetario a base aurea - come sistema monetario

internazionale si affermò nella seconda metà dell'ottocento quale esito

dell'egemonia economica della Gran Bretagna, la prima nazione industriale,

'l'officina del mondo' come la definirono gli osservatori convenuti a Londra

universale(S/F) del Crystal Palace(S) del 1851. Con la vastità delle

all'Esposizione

proprie produzioni di cotone, carbone e manufatti meccanici (locomotive, caldaie

a vapore, telai e filatoi meccanici), con le risorse dei propri banchieri e con la forza

della propria politica commerciale la Gran Bretagna impose al mondo un sistema

monetario, quello aureo, e un principio di scambio, quello liberista. Tra il 1850 e il

1880, in un'epoca di grandi innovazioni nei mezzi di trasporto (ferrovie e

navigazione a vapore), il commercio mondiale crebbe attraverso il libero

movimento di uomini, merci e capitali per tutto il pianeta, unificato attraverso la

sterlina, saldamente ancorata alle riserve auree, e il mercato delle accettazioni di

Londra, animato da merchant bankers e 'governato' dalla Banca d'Inghilterra,

abile custode delle riserve auree. Il gold standard, sebbene fosse sottoposto a

ricorrenti pressioni e venisse incrinato da frequenti crisi finanziarie internazionali,

resistette grazie alla capacità della Banca d'Inghilterra di gestire le riserve auree e

alla disponibilità delle altre banche centrali, in primo luogo della Banca di Francia,

a prestare oro nei momenti di crisi. Il gold standard, in altre parole, non era un

sistema in grado di raggiungere l'equilibrio automaticamente, in forza di un

meccanismo perfetto, ma era piuttosto un sistema gestito dalle maggiori banche

centrali attraverso il principio della cooperazione e dell'assistenza reciproca.

5. Il sistema di Bretton Woods (1944-1973)

1- Parità fissa lira dollaro.

2 - Cambio fisso, parità di moneta di ogni paese rispetto all’oro.

3- Un oncia di oro era uguale a 35 dollari pertanto ogni Paese doveva rapportare

la propria quantità di moneta con la quantità di riserva aurea.

4- Prima i cambi erano flessibili ed erano regolati dal meccanismo di domanda ed

offerta.

5 USA

- Fallimento di Bretton Woods dovuto alla fuga di molti dollari dagli , che I

di convertire

paesi chiedevano alla Banca centrale americana ( Federal Reserve)

in oro .

6 - Per far mantenere fisso il cambio lira dollaro la Banca centrale era costretta a

comprare lire in cambio di dollari.

Già nel corso della seconda guerra mondiale gli alleati pensarono a istituzioni e

regole che permettessero di ricreare le condizioni essenziali per la riapertura delle

frontiere commerciali e per la progressiva liberalizzazione dei movimenti di

capitali in un sistema monetario internazionale stabile di cambi fissi o semifissi.

1944 Bretton Woods

Nell'estate del si giunse alla sigla degli accordi di tra i paesi

alleati. Lo schema di Bretton Woods, che mirava a ripristinare un sistema di cambi

fissi, prevedeva due istituzioni internazionali: il Fondo Monetario Internazionale e

la Banca Mondiale (World Bank). Le parità furono fissate in parte in termini aurei e

in altra parte in rapporto a valute convertibili in oro, prevedendo aggiustamenti in

presenza di particolari condizioni di squilibrio della bilancia dei pagamenti. Lo

schema originario di Bretton Woods si modificò alla fine degli anni cinquanta in un

sistema di valute chiave dominate dalla centralità del dollaro: di fatto si creò un

gold dollar standard(S). Le incertezze aumentarono in seguito allo sviluppo del

mercato degli eurodollari a Londra, e cioè un mercato specializzato in prestiti in

dollari attraverso i depositi detenuti al di fuori degli Stati Uniti. Dal 1967 si rese

evidente la crisi del sistema monetario internazionale a cambi fissi, in seguito alle

gravi difficoltà della sterlina e alla decisione della Francia di De Gaulle di

convertire in oro le riserve accumulate in dollari. Nell'agosto 1971 il presidente

statunitense RichardNixon - sotto i colpi della speculazione e della crisi della

bilancia dei pagamenti - fu infine convinto da Milton .Friedman(S) a sospendere la

convertibilità del dollaro in oro, portando il sistema monetario internazionale a un

regime di cambi fluttuanti con evidenti problemi di governo dei pagamenti esteri.

sistema di Bretton Woods fu definitivamente e ufficialmente

Nel 1973 il

abbandonato. Nello stesso anno la crisi petrolifera mise fine al lungo periodo di

prosperità che aveva fatto dei quasi trent'anni successivi alla fine della seconda

guerra mondiale il periodo più stabile della storia del capitalismo

Gli Accordi di Bretton Woods

Cittadina del New Hampshine negli USA dove, nel 1944, si riunirono gli esperti di

economia e finanza di 44 Paesi alleati.

Bretton Woods erano animati dall'esigenza di creare

I 44 Stati che si riunirono a l'equilibrio dei mercati

un sistema di regole giuridiche che garantisse

ed evitasse le degenerazioni protezionistiche e l'instabilità valutaria

internazionali

che avevano dominato il commercio internazionale negli anni precedenti alla II

Guerra Mondiale. La crisi del '29 e gli avvenimenti degli anni '30 avevano

dimostrato l'incapacità dei mercati di autoregolarsi, e, quindi, la necessità di un

sistema di regole che tutelasse la libertà degli scambi e che prevedesse dei

correttivi alle distorsioni.

Nella Conferenza di Bretton Woods si confrontarono soprattutto la posizione

piano Keynes (v.), e la posizione statunitense, espressa

inglese, rappresentata dal

piano White (v.), consigliere del ministro del tesoro statunitense.

dal

I negoziati portarono alla creazione di un sistema basato su due istituzioni

FMI) e la Banca

fondamentali: il Fondo Monetario Internazionale (v.

BIRS). Queste istituzioni

Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (v.

avevano lo scopo di incoraggiare la cooperazione monetaria tra gli Stati e di

incentivare il commercio internazionale attraverso la stabilità dei cambi. di parità

Caratteristica fondamentale degli accordi era infatti la determinazione

Rispetto al precedente sistema del gold standard

fisse tra le valute dei vari paesi.

(v.), in cui il valore di ogni divisa era determinato in relazione alla sua

gold exchange standard (v.) in

convertibilità aurea, gli accordi istituivano il c.d.

cui le diverse valute erano ancorate al dollaro americano, la cui convertibilità

Federal Reserve

aurea era fissata a 35 dollari l'oncia. La Federal Reserve (v.

statunitense si trovava dunque a svolgere le funzioni di banca centrale

System)

internazionale, con le conseguenti gravi responsabilità che tali mansioni

comportavano.

Il nuovo sistema monetario internazionale cominciò a funzionare a pieno regime

già negli anni della ricostruzione post-bellica e certamente esso diede notevole

stabilità al commercio internazionale, contribuendo non poco ai boom che

interessarono i diversi paesi occidentali negli anni Cinquanta e nella prima metà

degli anni Sessanta.

Alla fine degli anni Sessanta, però, i paesi che partecipavano all'accordo

cominciarono a presentare livelli di inflazione molto diversi: i prezzi statunitensi

salivano determinando una perdita di competitività, mentre paesi come il

Giappone e soprattutto la Germania, al contrario, registravano un attivo dai loro

scambi con l'estero accumulando dollari. La speculazione a favore del marco e

contro il dollaro contribuì ad aumentare il flusso di capitali in uscita dagli Stati

Uniti il che, insieme alle spese sostenute dal governo americano per finanziare la

guerra in Vietnam e agli investimenti in Europa da parte delle imprese americane,

determinò deficit di bilancio pubblico e della bilancia dei pagamenti sempre più

grandi.

Ciò diffuse una profonda sfiducia nel dollaro cosicché molte banche centrali

cercarono a più riprese di convertire i dollari in loro possesso in oro. Di fronte a

questa situazione insostenibile per la moneta americana, nell'agosto 1971 l'allora

Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, dichiarò l'inconvertibilità del dollaro in

oro, decretando ufficialmente la fine del sistema a cambi fissi, di fatto già

avvenuta negli anni immediatamente precedenti. accordi Smithsoniani (v.) del

Il tentativo di restaurare il sistema attraverso gli

dicembre 1971 fallì nel 1973 in seguito ad una nuova crisi del dollaro. Da allora,

gli scambi monetari internazionali sono strutturati secondo un sistema di cambi

fluttuanti, situazione sancita dalla riforma dello Statuto del FMI, del 1976, che

aboliva il prezzo ufficiale dell'oro e riconosceva la fine del sistema dei cambi fissi.

Dopo Bretton Woods: il trattato di Maastricht e l'euro

La fine di Bretton Woods - e la conseguente affermazione del dollaro quale valuta

di riserva e riferimento internazionale - poneva seri problemi di stabilità nei

pagamenti internazionali. Fino alla metà degli anni ottanta la cooperazione tra le

autorità monetarie centrali in materia di cambi fu limitata. Le tre maggiori aree

valutarie - gli Stati Uniti, il Giappone e l'Europa - seguirono le proprie politiche

senza mettere in atto meccanismi di concertazione: il dollaro si rafforzò, il

Giappone si concentrò sulla competitività delle esportazioni, l'area europea tenta

di stabilizzare(S) i rapporti di cambio interni. Solo con gli accordi dell'Hotel Plaza

di New York del settembre 1985 tra i ministri finanziari e le banche centrali del G5

(allora i primi cinque grandi paesi industrializzati) si pose un freno alla crescita del

dollaro, il cui rialzo metteva in difficoltà le

esportazioni statunitensi. Con il Trattato di

Maastricht del 1991 i paesi europei decisero

di avviare il processo di unificazione

monetaria con l'obiettivo di dare stabilità e massa critica ai produttori europei. La

costituzione della Banca Centrale Europea e la nascita dell'euro nel 1998,

finalizzati alla creazione di condizioni favorevoli alla crescita economica dell'intera

area e alla riduzione dell'alta disoccupazione, tendono a ridurre l'instabilità dei

cambi in un sistema monetario internazionale caratterizzato da un discreto grado

di frammentazione e da fluttuazioni dipendenti dalla molteplicità delle fonti di

creazione della liquidità(G). Con l'euro le economie europee intendono acquisire la

forza competitiva necessaria a affrontare con successo la globalizzazione.

Quali sono i compiti dell'Autorità Antitrust (antimonopolistica)

legge n. 287 del 1990 vigilando: a) sulle

L'Autorità ha il compito di applicare la

intese restrittive della concorrenza, b) sugli abusi di posizione dominante, c) sulle

operazioni di concentrazione che comportano la costituzione o il raffor

zamento di una posizione dominante in modo tale da eliminare o ridurre in misura

sostanziale e duratura la concorrenza.

L'Autorità ha anche il compito di applicare le norme contenute nel decreto

legislativo n. 74 del 1992 in materia di pubblicità ingannevole.

A questi compiti si aggiungono l'attività di segnalazione al Parlamento e al

Governo e l'esercizio dell'attività consultiva.

Introducendo una normativa antitrust nazionale il legislatore ha voluto, tra l'altro,

dare attuazione all'articolo 41 della Costituzione, che riconosce espressamente la

libertà di iniziativa economica privata, e adeguare il nostro ordinamento a quello

comunitario.

I principali obiettivi sono: a) assicurare le condizioni generali per la libertà di

impresa, che consentano agli operatori economici di poter accedere al mercato e

di competere con pari opportunità; b) tutelare i consumatori, favorendo il

contenimento dei prezzi e i miglioramenti della qualità dei prodotti che derivano

dal libero gioco della concorrenza.

Per ciò che concerne l'applicazione della normativa sulla pubblicità ingannevole,

compito dell'Autorità è quello di "inibire" la divulgazione dei messaggi pubblicitari

giudicati ingannevoli e di rimuoverne gli effetti con l'adozione di opportuni

provvedimenti come, ad esempio, la diffusione, a cura e spese dell'operatore

pubblicitario, di un estratto della decisione dell'Autorità con l'indicazione dei

principali elementi di ingannevolezza riscontrati, nonché di un eventuale

dichiarazione rettificativa.

La pubblicità ingannevole viene vietata, oltre che per la capacità di indurre in

errore e quindi di causare un danno al consumatore, anche per le distorsioni della

concorrenza che indirettamente è in grado di produrre.

Una legge antitrust c'è anche in altri paesi?

Nel mondo sono attualmente circa settanta i paesi che dispongono di una

legislazione antitrust.

Normative a tutela della concorrenza esistono in quasi tutti i paesi industrializzati

che fanno parte dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico

(OCSE). All'origine di tutta questa legislazione vi è lo Sherman Act americano che

risale addirittura al 1890 e che è stata la prima normativa nazionale a vietare le

intese restrittive della concorrenza e i tentativi di creare monopoli.

A partire da metà degli anni Ottanta leggi a tutela della concorrenza sono state

adottate, oltre che in paesi dell'America Latina che ancora ne erano privi, anche

nei paesi in transizione verso un'economia di mercato dell'Europa centrale e

orientale e dell'ex Unione Sovietica. Le organizzazioni internazionali (OCSE, Banca

Mondiale, Unctad) svolgono inoltre un'attività di consulenza per i paesi in via di

sviluppo che intendono introdurre nel loro ordinamento norme a tutela del

funzionamento del mercato.

Le leggi a tutela della concorrenza non sono identiche in tutti i paesi, in

particolare per quanto concerne gli assetti istituzionali e le procedure. Una

crescente omogeneizzazione delle normative si è realizzata all'interno dell'Unione

europea, dove numerosi paesi hanno recentemente modificato la propria

legislazione nazionale a tutela della concorrenza uniformandola alle norme

comunitarie.

Un' evoluzione in direzione di una maggiore convergenza delle normative e delle

modalità di applicazione delle regole di concorrenza si coglie, più in generale, tra i

principali paesi industrializzati, anche se permangono differenze relativamente ad

alcuni aspetti controversi (soprattutto in relazione agli accordi tra imprese

operanti in stadi successivi del processo produttivo), dove non è ancora emersa

una posizione comune a tutte le giurisdizioni.

Esistono accordi di cooperazione internazionale in materia di antitrust (ad

esempio, tra Unione europea e Stati Uniti) volti a consentire lo scambio di


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Economia Politica, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Elementi di Economia Politica, Palmerio.
Particolare attenzione ai seguenti argomenti: la teoria dell'utilità, il reddito monetario, utilità totale, utilità marginale, la curva di indifferenza, il saggio marginale di sostituzione, il vincolo di bilancio.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Martucci Isabella.

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