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Alcuni cenni sull’evoluzione storica della contabilità nazionale

La contabilità nazionale ha la caratteristica specifica di avere un sistema di stima degli indicatori

macroeconomici uguale agli altri paesi industrializzati, in modo tale da poter comparare i dati

italiani a quegli degli altri paesi.

La contabilità nazionale nasce in Inghilterra dopo la 2^ guerra mondiale e si sviluppa negli U.S.A.

dove nel 1947 viene creato il primo sistema di contabilità nazionale e successivamente arrivò il

SNA of

primo sistema di contabilità nazionale omogeneo per la comparazione fra gli stati: il (System

National Accounts - sistema dei conti nazionali) che è stato rapidamente utilizzato dai paesi con

economia di mercato.

Nello stesso periodo nei paesi del patto di Varsavia si sviluppa un sistema alternativo denominato

Sistema del Prodotto Materiale, dove non viene considerato il valore dei servizi, ma con il crollo

del muro di Berlino e la fine dell’economia pianificata, anche i paesi del blocco ex sovietico hanno

SNA,

adottato l’ultima versione dello rielaborata nel 1993 dalle Nazioni Unite, l’OCSE, dalla Banca

SNA93.

Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale e denominata

A partire dal dicembre del 1995, i paesi dell’Unione Europea adottano un proprio sistema di

SEC95

contabilità nazionale: il (Sistema Europeo dei Conti Nazionali e Regionali), una versione

SNA93

dello più approfondita, in quanto quest’ultima deve considerare l’economia di paesi anche

SEC95

molto poveri e arretrati, mentre il sistema europeo è riferito solo a paesi più evoluti. Il ha la

caratteristica fondamentale di essere un regolamento dell’Unione Europea e quindi di essere

vincolante per i paesi membri con la possibilità di sanzioni, anche consistenti, per quei paesi che

SEC95

non rispettano i parametri prescritti. L’importanza del sta anche nella necessità di avere dati

certi per verificare se i paesi aderenti sono nelle condizioni per la permanenza nell’Unione Europea,

perchè il mancato rispetto dei parametri di Maastricht può danneggiare gli altri paesi europei

aderenti al Trattato (ad esempio ottenendo maggiori risorse, rispetto a quanto avrebbe diritto).

SEC95

Il è composto in tre parti:

1. nove articoli contenenti le norme di attuazione di tale sistema di contabilità nazionale;

2. il manuale vero e proprio di compilazione dei conti nazionali;

3. le tavole da pubblicare e la tempistica con la quale i dati devono essere resi noti.

Il concetto di Prodotto Interno Lordo Il P.I.L. misura il valore, a prezzi

Il concetto di contabilità nazionale si basa sul concetto di P.I.L.

correnti (o anche costanti), dell’insieme di beni e servizi finali prodotti in un determinato intervallo

di tempo sul territorio nazionale di un paese. In particolare sono cinque gli elementi del P.I.L.

Il primo elemento della definizione del P.I.L. è che misura l’insieme di beni e servizi finali e si

ottiene sottraendo dal valore della produzione di beni e servizi del sistema economico il valore

dei beni e servizi impiegati (materie prime, semilavorati, prodotti intermedi, eccetera), il

risultato ottenuto è il valore aggiunto ovvero il P.I.L. Ad esempio su 100 q. di grano di

produzione, se 20 q. sono usate per le sementi, solo 80 q. costituiscono il P.I.L. mentre il resto

consumi intermedi.

sono chiamati in contabilità nazionale

Secondo elemento. Il suo carattere lordo del P.I.L. sta a indicare che è incluso nel suo valore,

una quota dei beni strumentali (macchine, impianti, mezzi di trasporto, ecc.) che si deprezzano

nel corso del processo produttivo. Per calcolare il valore di quanto di questi beni strumentali è

sopravvissuto al deprezzamento fisico e tecnologico è stata introdotta la definizione di Prodotto

Interno Netto (P.I.N.) che si ottiene sottraendo al valore del P.I.L. il valore degli ammortamenti

P.I.N. P.I.L. – A

(A). ≡ ≡

P.I.N. P.I.L. – A

Viene usato il segno (identità) al posto del = in quanto è sempre vero che

3

appunti di Giovanni Gentile

Terzo elemento. Il P.I.L. è una misura di flusso che fa riferimento ad PIL

un dato intervello di tempo e può essere riferito all’anno o al

trimestre in relazione alla contabilità nazionale annuale o trimestrale.

Quest’ultima ha il pregio di essere tempestiva per l’analisi delle

grandezze dell’economia di uno Stato che viene chiamato ciclo

economico. Nei paesi industrializzati più piccoli (Olanda, Norvegia, │ │ │ │ │ │ │ │

ecc), si hanno anche stime del P.I.L. mensile. 0 1 2 3 4 1 2 3 4

Graficamente il ciclo economico può essere rappresentato come una trimestri

2005 2006

sinusoide con fasi di crescita e poi di declino, con dei picchi in un

senso o nell’altro. Si ha recessione quando per due trimestri

consecutivi il P.I.L. diminuisce.

Quarto elemento. Il valore dei beni e servizi del P.I.L. è riferito alla produzione all’interno del

territorio dello Stato. Questo significa che si considera produzione di beni e servizi finali

indipendentemente da chi li ha prodotti, ad esempio le auto costruite in Italia da una impresa

americana sono attribuite al P.I.L. italiano. Nel caso si voglia considerare solo il prodotto delle

imprese italiane abbiamo il P.N.L. (Prodotto Nazionale Lordo), anche se sostanzialmente non ci

sono grandi differenze tra P.I.L. e P.N.L. in quanto generalmente la produzione è data da

residenti sul territorio nazionale.

Per calcolare il Prodotto Nazionale Lordo, il valore della produzione dei beni e servizi realizzati

dai residenti all’interno del territorio dello Stato si ottiene sommando al valore del P.I.L. il saldo

P.N.L. P.I.L. – RNX

dei redditi netti all’estero (RNX).

P.N.L.

Sottraendo dal valore del le imposte indirette nette (IMPIND), definite come la

differenza tra imposte indirette sulla produzione e sulle esportazioni (che comprende anche

l’I.V.A. le imposte di fabbricazione, ecc.) ed i contributi alla produzione (contributi dello Stato

alle imprese per tenere bassi i prezzi di alcuni prodotti) si ottiene il Reddito Nazionale Lordo

R.N.L. P.I.L. + RNX - IMPIND

(R.N.L.):

L’ultimo elemento della definizione del P.I.L. sono i prezzi utilizzati per valutare il P.I.L. che

può essere misurato o a prezzi correnti o costanti.

Quando moltiplico le quantità prodotte per i relativi prezzi di quel periodo si dice P.I.L. a

o prezzi correnti. Ad esempio la quantità di prodotti del 2005 ai prezzi dello stesso anno.

Questo significa che a parità di quantità prodotta, aumentando i prezzi da un anno all’altro,

proporzionalmente aumenta anche il P.I.L.

Per eliminare gli aumenti di prezzo ed evidenziare solo gli aumenti della produzione, si fa

o riferimento al P.I.L. a prezzi costanti. Per far questo si utilizzano i prezzi di un determinato

anno, anno base (ad esempio il 1995) e si calcola la produzione con i prezzi di quell’anno

per tutti gli anni in esame. In tal modo la variazione di produzione si avrà solo sulla quantità

escludendo gli aumenti di prezzo. Il P.I.L. a prezzi costanti è quello che viene comunemente

indicato dagli organi di stampa. il deflatore

Entrambi i sistemi sono utilizzati per misurare l’inflazione. Questo avviene calcolando

del P.I.L. che è il rapporto tra P.I.L. a prezzi correnti e a prezzi costanti.

P.I.L. a prezzi correnti

─────────────

Pf = P.I.L. a prezzi costanti

Dividendo il P.I.L. a prezzi correnti per quello a prezzi costanti di un determinato anno, ottengo

l’indicatore fisso di prezzo. Quindi se moltiplico deflatore del P.I.L. (il prezzo) per una serie di

anni, posso misurare la variazione dei prezzi di beni e servizi in quell’arco di tempo; ad esempio

misurare la variazione dei prezzi dal 1995 al 2006. Oltre al deflatore del P.I.L. esiste un altro

sistema per misurare l’inflazione, cioè l’evoluzione dei prezzi al consumo in un determinato periodo

l’indice dei prezzi al consumo

di tempo che è (IPC). Viene calcolato in riferimento ad un paniere

che è l’insieme di beni e servizi tipicamente acquistati dalla famiglia media sulla base di relazioni

4

appunti di Giovanni Gentile

campionarie, cioè la crescita mensile di ogni bene del paniere. Pertanto, l’indice dei prezzi al

consumo è una media ponderata dove il prezzo di ciascun bene è valutato per il suo peso nel

paniere. Ad esempio l’aumento di un bene di prima necessità pesa maggiormente rispetto ad un

bene voluttuario.

Entrambi i sistemi hanno vantaggi e svantaggi. Il deflatore del P.I.L. considera tutti i beni e servizi

del sistema economico, mentre l’indice dei prezzi al consumo considera solo un paniere, un

campione, di beni e servizi (ad esempio, da qualche anno, non sono comprese le sigarette nel

paniere dell’Istat). Un altro elemento di svantaggio dell’indice dei prezzi al consumo è quello che i

beni e servizi restano gli stessi per un determinato numero di anni (in genere cinque). Al contrario il

deflatore del P.I.L. cambia ogni anno con l’aggiunta di nuovi prodotti e con la sottrazione di altri,

variando anche la loro quantità. Un altro svantaggio dell’indice dei prezzi al consumo è quello che

non tiene conto ne’ della localizzazione dei prezzi, ad esempio un caffè costa più a Milano che non

a Taranto, ne delle differenti priorità delle famiglie, ad esempio l’aumento dei prezzi dei tour

operator è sentito solo da chi viaggia. Comunque il grande vantaggio dell’indice dei prezzi è che i

dati sono disponibili il mese successivo a quello di riferimento e per quanto riguarda i dati

sull’inflazione la immediata disponibilità è molto utile per le eventuali misure da adottare.

La struttura dei conti nazionali e la misurazione del P.I.L.

Abbiamo già detto che la contabilità nazionale si basa sul P.I.L. e su un sistema di conti ed in

particolare il conto della produzione, il conto della distribuzione del reddito e il conto delle risorse e

degli impieghi.

Il conto della produzione per il quale la produzione totale nel sistema economico (PROD) è uguale

PROD CI +Y

ai consumi intermedi (CI) più il P.I.L. (Y). =

Questo significa che la produzione complessiva di beni e servizi nel sistema economico è ripartita

tra consumi intermedi (componenti e semilavorati in un processo produttivo che in Italia è circa la

metà del valore del P.I.L.) e il P.I.L. cioè l’insieme di beni e servizi finali.

Il conto della distribuzione del reddito è uguale al reddito da lavoro dipendente (RLD) più il

risultato lordo di gestione (RLG), che sono i redditi da capitale e delle imprese, più le imposte

indirette nette (IMPIND).

Y = RLD RLG + IMPIND

+

Il conto delle risorse e degli impieghi indica il complesso delle risorse Y + H = C + I + G + Z

che un paese ha sua disposizione, cioè quanto un paese produce più le

importazioni. Da un lato abbiamo le risorse e dall’altra gli impieghi risorse impieghi

che sono beni e servizi prodotti e importati i quali hanno tre impieghi:

consumi delle famiglie, investimenti delle imprese e la spesa pubblica.

Per spesa, o consumi, (C) delle famiglie intendiamo la spesa alimentare, abbigliamento, calzature,

automobili, eccetera e rappresenta la quota più importante del P.I.L. Gli investimenti delle imprese

(I) sono gli acquisti di macchinari, impianti e tutti quei beni che servono per l’attività produttiva.

Per spesa pubblica (G – da government cioè governo) si intende l’acquisto di beni e servizi fatti

dall’amministrazione. Le esportazioni di beni e servizi (Z) di un paese verso un altro. Le

– H).

esportazioni nette (X), date dalle esportazioni meno le importazioni (Z

Y = C + I + G + (Z - H )

La contabilità nazionale in Italia: aspetti istituzionali

In Italia l’ISTAT produce tre tipi di contabilità nazionale: annuale, trimestrale e territoriale.

La contabilità nazionale annuale è pubblicata entro la fine di marzo e contiene un numero

Relazione generale della

limitato di conti dell’anno precedente e viene pubblicata nella

situazione economica del paese e presentata dal Governo al Parlamento. Viene fornita dal

Governo una prima stima preliminare dei dati della Relazione, riferita all’anno precedente a

5

appunti di Giovanni Gentile

quello di esposizione. L’anno successivo vi è una revisione dei dati ed infine, l’anno dopo

ancora, viene data la stima definitiva del P.I.L.

La contabilità nazionale trimestrale fa riferimento al trimestre precedente ed è pubblicata circa

un mese e mezzo dopo. Negli ultimi anni l’ISTAT presenta anche una stima flash a 30 giorni dal

trimestre.

La contabilità nazionale fornisce anche grandezze economiche al livello regionale che sono

fornite due anni dopo rispetto al periodo di riferimento.

Definizione e misurazione del tasso di inflazione

L’inflazione è l’aumento generalizzato e continuativo del livello generale dei prezzi.

L’inflazione viene generalmente misurata tramite il tasso di variazione percentuale del livello

generale dei prezzi. P – P

t t – 1

π ───────

= 100

Il tasso di inflazione (π) è uguale: ·

P

t – 1

π P

Con indichiamo il tasso di variazione di (il livello generale dei prezzi) nell’intervallo di tempo

t – 1 t P P – t

compreso tra e con e il livello dei prezzi rilevati, rispettivamente, nel periodo e nel

t t 1

t - 1.

periodo LA DISOCCUPAZIONE E L’INFLAZIONE: FATTI STILIZZATI

L’inflazione è l’aumento dei prezzi in un determinato sistema economico ed è un fenomeno che

deve soddisfare due particolari condizioni: l’aumento dei prezzi deve essere generalizzato e

persistente.

Si considera disoccupato chi non ha lavoro, lo ha attivamente cercato nelle ultime quattro settimane

ed è disponibile a lavorare, mentre non è disoccupato anche chi lavora meno di 8 ore al giorno (ad

esempio part-time).

In macroeconomia esistono quattro diverse forme di disoccupazione: volontaria, frizionale.

involontaria e tecnologica.

volontaria è riferita a chi volontariamente sceglie di essere disoccupato rifiutando il lavoro;

frizionale è la disoccupazione che intercorre tra un lavoro e l’altro;

involontaria è la disoccupazione che si ha quando si è disposti ad accettare qualsiasi lavoro e per

qualunque salario, ma ugualmente non si riesce a trovarlo.

tecnologica è la disoccupazione che deriva da licenziamenti causati dall’evoluzione tecnologica

(ad esempio gli stenografisti, superati con l’arrivo dei registratori).

Ci sono tre indicatori della disoccupazione: il tasso di disoccupazione, il tasso di occupazione e il

tasso di attività.

Il tasso di disoccupazione (U) è uguale al numero dei disoccupati (D) diviso la forza lavoro

U = D/FL. FL = D + O

(FL): Mentre la forza lavoro è uguale ai disoccupati più gli occupati:

Il tasso di occupazione (TO) è uguale al prodotto tra gli occupati diviso la popolazione da 15 a

TO = O/ POP

65 anni (POP):

TA = L/POP

Il tasso di attività (TA) è uguale ai lavoratori (L) diviso la popolazione:

Sappiamo che l’inflazione è data dall’aumento dei prezzi, ma questo fenomeno deve soddisfare due

condizioni: l’aumento dei prezzi deve essere generalizzato e persistente.

Inoltre l’inflazione può essere di varie forme: strisciante, iperinflazione, deflazione.

è strisciante quando il tasso è modesto intorno al 2 – 3 % l’anno;

è iperinflazione quando il tasso è superiore al 100 %;

è deflazione quando i prezzi anziché aumentare diminuiscono.

Da un punto di vista economico, due teorie spiegano l’inflazione: la teoria basata sui costi e la teoria

basata sul concetto di domanda. 6

appunti di Giovanni Gentile

La teoria basata sui costi assume che quando aumentano i costi di produzione, le imprese

trasferiscono i maggiori costi sulle vendite e in questo modo si crea inflazione. Due esempi sono

avvenuti negli anni ’70 in Italia con la Guerra del Kippur che provocò un vistoso aumento dei

prezzi dei prodotti petroliferi.

La teoria basata sul concetto di domanda ipotizza che il sistema si trovi in una condizione di piena

occupazione, cioè con disoccupazione involontaria nulla, se per qualche motivo aumenta la

domanda di beni e servizi, tutti i lavoratori sono occupati e per questo le imprese per attrarre i

lavoratori devono aumentare i salari e di conseguenza aumentano i costi e i prezzi.

I fatti stilizzati

Le relazioni empiriche sono relazioni osservate tra variabili macroeconomiche, ad esempio le

relazioni tra i dati dell’economia italiana e quella americana. Sono due le relazioni empiriche la

legge di Okun e la curva di Phillips.

Per la legge di Okun, dal nome dell’economista americano che la introdusse negli anni ’60, c’è una

relazione empirica, dal punto di vista statistico, tra crescita del P.I.L. e dell’occupazione. Quando

aumenta il P.I.L. (a prezzi costanti) e le imprese aumentano la produzione, le imprese devono

assumere più lavoratori e quindi aumenta l’occupazione e si riduce la disoccupazione. Questa

relazione ha un importante risvolto di politica economica in quanto se il Governo vuole ridurre la

disoccupazione deve aumentare il P.I.L.

La seconda relazione empirica è la curva di Phillips, dal nome dell’economista australiano che la

introdusse negli anni ’50, che dice che vi è una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione.

Questo significa che quando aumenta la disoccupazione si riduce l’inflazione e viceversa quando

aumenta l’inflazione si riduce la disoccupazione. The relationship

L'economista australiano Alban Phillips, nel suo storico contributo del 1958

between unemployment and the rate of change of money wages in the UK 1861-1957 («La relazione

tra disoccupazione e il tasso di variazione dei salari monetari nel Regno Unito 1861-1957»),

Economica London School of Economics),

pubblicato su (la rivista della prestigiosa osservò una

relazione inversa tra variazioni dei salari e livello di disoccupazione nell'economia britannica in un

determinato periodo. Analoghe relazioni vennero presto osservate in altri paesi e nel 1960 Paul

4 a partire dal lavoro di Phillips,

Samuelson e Robert Solow, due economisti americani del M.I.T.

proposero una esplicita relazione inversa tra tasso di inflazione e di disoccupazione.

La curva di Phillips

Per rappresentare graficamente la curva di Phillips, costruiamo tasso di inflazione

π

un sistema di assi cartesiani ponendo il tasso di inflazione (π)

sull’asse delle ordinate e il tasso di disoccupazione (U)

A

sull’asse delle ascisse. Se ci troviamo nel punto della curva

di Phillips (in neretto) e vogliamo passare al punto B, notiamo π B

2

U

U a ) dobbiamo

che per diminuire la disoccupazione (da 1 2

π π

aumentare l’inflazione (da a ) e viceversa.

1 2 π A

1 U

0 U U

2 1

tasso di disoccupazione

Non altrettanto noto è il fatto che l'economista statunitense Irving Fisher avesse proposto una

relazione analoga a quella osservata da Phillips negli anni '20. D'altra parte, la curva

originariamente proposta da Phillips descriveva il comportamento dei salari monetari (comunque

4 Massachusetts Institute of Technology i quali hanno vinto anche il nobel.

7

appunti di Giovanni Gentile

collegati all'inflazione). Per questo, secondo alcuni, la curva di Phillips dovrebbe essere più

curva di Fisher.

propriamente chiamata

Negli anni immediatamente successivi al contributo del 1958 di Phillips, diversi economisti nei

paesi maggiormente industrializzati furono convinti del fatto che i risultati di Phillips indicassero

una relazione stabile tra inflazione e disoccupazione. L'implicazione di questa conclusione per la

politica economica sarebbe che i governi potrebbero controllare inflazione e disoccupazione,

trade-off

tramite una politica Keynesiana, risolvendo così in generale un problema di tra i due

obiettivi della politica economica scegliendo un punto sulla curva di Phillips.

Tuttavia a partire dagli anni ’70 la relazione tra inflazione e disoccupazione ha assunto una forma

più complessa, in quanto molte economie sono state interessate simultaneamente da fenomeni di

disoccupazione ed inflazione elevata, la c.d. stagflazione. Per queste ragioni, la curva di Phillips

non rappresenta più efficacemente la relazione inversa tra inflazione e occupazione.

LA DETERMINAZIONE DEL P.I.L.

Sono tre i modelli macroeconomici Keynesiani, di cui nei primi due i prezzi sono dati, mentre

nell’ultimo i prezzi possono variare: il modello di determinazione del P.I.L. (o modello reddito

spesa), il modello IS – LM e il modello della domanda e offerta aggregata che ha il vantaggio non

soltanto di determinare il livello del P.I.L. ma anche il livello dei prezzi e quindi dell’inflazione.

Le relazioni fondamentali del modello

Il modello di determinazione del P.I.L. considera tre relazioni fondamentali:

1. la relazione tra P.I.L. ed occupazione (e disoccupazione) o funzione dell’occupazione,

2. il principio della domanda effettiva (o aggregata o globale)

3. le relazioni strutturali della domanda aggregata o anche struttura (o composizione) della

domanda aggregata.

La relazione tra P.I.L. e occupazione

La funzione dell’occupazione ha origine dalla legge di Okun per la quale sappiamo che quando

aumenta il P.I.L. aumenta anche il livello di occupazione e quindi si riduce la disoccupazione.

Questa viene formalizzata nella funzione dell’occupazione che stabilisce che, nel breve periodo,

quando aumenta il P.I.L. aumenta anche il livello di occupazione. Pertanto il livello di occupazione

O = f (Y)

(O) è funzione del livello del P.I.L. (Y). Quindi

Il modello di determinazione del P.I.L.

Il modello di determinazione del P.I.L. (o modello reddito spesa), si basa su quattro ipotesi:

questo modello è di breve periodo che nella macroeconomia keynesiana si intende un intervallo

5

temporale in cui lo stock di capitale fisico resta costante, mentre varia solo la disoccupazione e

il P.I.L. Per Keynes nel lungo periodo siamo tutti morti, nel senso che l’analisi macroeconomica

può essere solo di breve periodo. La branca della macroeconomia che si occupa anche del lungo

teoria della crescita economica,

periodo è chiamata dove ci si occupa anche dello stock di

capitale fisico.

il principio kenynesiano della domanda effettiva

la seconda ipotesi è e stabilisce che quando la

domanda effettiva di beni e servizi aumenta, le imprese aumentano la produzione; invece

quando la domanda effettiva di beni e servizi diminuisce, le imprese diminuiscono la

produzione.

la terza ipotesi è che il livello dei prezzi nel sistema economico sia costante o fix price (prezzi

fissi). In considerazione che siamo nel breve periodo, è immaginabile che se aumenta la

domanda le imprese aumentano la produzione senza aumentare i prezzi.

5 La dotazione di macchinari, impianti, capacità produttive, eccetera.

8

appunti di Giovanni Gentile

l’ultima ipotesi è che si assume che il sistema economico sia in equilibrio e che quindi non vi

sia spazio per nuova occupazione. Per gli economisti prekeynesiani, in un sistema di assi

cartesiani vi è un punto di equilibrio tra domanda e offerta in cui se la domanda aumenta, il

prezzo aumenta fino a quando il prezzo non torna in equilibrio e viceversa.

Se applichiamo il modello prekeynesiano al S (offerta)

p

mercato del lavoro, con domanda e offerta di

lavoro, abbiamo che ogni volta che la quantità di E

lavoro offerta è maggiore di quella domandata piena occupazione

p*

dalle imprese, il costo del lavoro diminuisce e

viceversa, fino a quando non torna in equilibrio.

Nel modello Keynesiano si assume che il sistema D (domanda)

economico possa essere in equilibrio anche q*

0 q

quando non c’è la piena occupazione.

Il principio della domanda effettiva il principio

Ora bisogna vedere cosa determina l’aumento del P.I.L. e per fare questo introduciamo

della domanda effettiva (o aggregata o globale), Keynes ci dice che il livello del P.I.L. dipende dal

livello della domanda aggregata di beni e servizi, perché quando aumenta il livello della domanda

aggregata, aumenta il livello del P.I.L. e viceversa. Il principio della domanda effettiva (o

aggregata) è quella che si evidenzia sul livello delle scorte di prodotto nei magazzini delle industrie:

la diminuzione della domanda ha l’effetto di aumentare le scorte di magazzino, rispetto alla quantità

ottimale, pertanto diminuisce la produzione e viceversa. In sintesi le imprese aggiustano gli squilibri

tra domanda aggregata (DA) e produzione, attraverso il meccanismo delle scorte.

In base al principio della domanda effettiva, quando il mercato è in equilibrio, il livello del P.I.L.

Y = DA

(Y) dipende dal livello della domanda aggregata (DA):

Se il livello delle scorte di prodotto aumenta, cioè del livello di P.I.L. ∆Y

Y > DA < 0

se allora

è maggiore della domanda aggregata questo determina una riduzione

della produzione e quindi una variazione negativa del P.I.L. cioè

minore di 0.

Se il livello delle scorte di prodotto diminuisce, cioè del livello di ∆Y

Y < DA > 0

se allora

P.I.L. è minore della domanda aggregata questo determina un

aumento della produzione e quindi una variazione positiva del P.I.L.

cioè maggiore di 0.

La struttura della domanda aggregata

La struttura (o composizione) della domanda aggregata di beni e servizi è data dalla somma di

quattro componenti (o variabili): la spesa per i consumi delle famiglie (C), il livello degli

investimenti (I), il livello della spesa pubblica (G) e le esportazioni (Z) meno le importazioni (H).

DA C I +G +Z - H

= +

Per capire da cosa dipende la struttura della domanda aggregata, bisogna prima capire da cosa

dipende ciascuno delle quattro componenti (o variabili) che ne fanno parte.

Il primo componente della struttura della domanda aggregata di beni e servizi è la spesa per i

1. consumi delle famiglie che dipende dal loro reddito disponibile. Questa relazione, introdotta da

funzione macroeconomica del consumo: C = C + b • YD

Keynes, prende il nome di 0

C e’ la componente autonoma del consumo, cioè quella componente di spesa per consumi che

0

non dipende dal reddito disponibile di una famiglia, ma dalla sua ricchezza. Ad esempio se

YD

vendiamo un immobile, il ricavato diventa spesa per consumi. è il reddito disponibile delle

– T).

famiglie al netto delle tasse, cioè al reddito (R) meno il prelievo fiscale (R Con (b) è

indicata la propensione marginale al consumo o semplicemente propensione al consumo, è una

variabile che va da 0 a 1. 9

appunti di Giovanni Gentile ∆C

────

b

(b) misura di quanto aumenta la spesa per il consumo delle famiglie = ∆YD

quando aumenta di un euro il suo reddito disponibile.

Dicendo che è una variabile che va da 0 a 1 vogliamo indicare che a fronte di un aumento del

reddito disponibile, escludiamo sia che le famiglie non aumentino per niente la spesa per i

consumi e sia che spendano per intero questo aumento in consumo.

Tipicamente la propensione al consumo ha un valore di 0,8 questo significa che se il reddito

disponibile delle famiglie aumenta di € 100, la spesa per i consumi aumenta di € 80. Questo

valore ci dice di quanto aumenta la spesa per consumi a fronte di un aumento del reddito

disponibile delle famiglie. La funzione di consumo

Possiamo rappresentare graficamente la funzione C

macroeconomica del consumo su un sistema di assi

cartesiani dove sull’asse delle ascisse abbiamo il reddito C”

disponibile (YD) e sull’asse delle ordinate i consumi (C).

Possiamo osservare che la retta della funzione di C’

C

consumo (in grassetto blu), parte da ed è inclinata

0 b

positivamente con una pendenza pari alla propensione C

0

b

marginale e con l’intercetta pari al valore del consumo YD

YD’ YD”

0

YD’

C . Se il reddito disponibile aumenta, da a

autonomo 0

YD”, C’ C”.

il consumo aumenta da a Questa è la funzione del consumo o funzione

macroeconomica del consumo.

Il reddito disponibile dipende da tre variabili: dal reddito complessivo, dal prelievo fiscale e

R

dalla propensione al consumo. Quindi per aumentare il reddito disponibile devo aumentare o

b T.

oppure diminuire

La funzione di consumo con l’aumento della propensione al consumo

Per misurare l’aumento della propensione al consumo, C

al grafico precedente aggiungiamo una nuova funzione

b’.

di consumo (in grassetto rosso), La conseguenza è C’’’

YD’ YD’’’,

che se aumenta il reddito disponibile da a

C’ C’’’.

aumenterà anche il consumo da a Quindi a C”

parità del reddito disponibile e della tassazione, se b’

b

aumenta la propensione marginale al consumo, da a C’

b’, ci sarà un aumento del reddito disponibile e dei b

consumi delle famiglie maggiore rispetto ad una C

0

propensione marginale con un valore più basso. YD

YD’ YD’’’ YD”

0

Vi sono due forme di prelievo fiscale (T): una a tassazione fissa e l’altra che il prelievo fiscale è

proporzionale al reddito complessivo.

Si ha una tassazione fissa quando è uguale per tutti, ad esempio € 10, quindi basta

moltiplicare la tassa per i cittadini per avere il prelievo fiscale del sistema economico di un

determinato paese.

Si ha una tassazione proporzionale al reddito complessivo quando all’aumentare del reddito

aumenta il prelievo fiscale, in base all’applicazione di una aliquota. Ad esempio se il reddito

è € 100 e l’aliquota è 0,2 (T), il prelievo fiscale è € 20. Questo sistema non deve essere

confuso con il sistema progressivo dove l’aliquota varia al variare del reddito (ad esempio il

20% su redditi fino € 10.000, il 30 % per redditi da 10.001 fino a € 20.000 e così via).

Altro componente della struttura della domanda aggregata di beni e servizi è il livello degli

2. investimenti (I) delle imprese. Il livello degli investimenti dipende dalla previsione

10

appunti di Giovanni Gentile

dell’andamento del mercato, cioè la prospettiva di un mercato in espansione porta ad un

aumento degli investimenti in macchinari, attrezzature, eccetera e viceversa.

In considerazione che molto difficile determinare le aspettative del mercato, il livello degli

I

investimenti è esogeno, preso dai modelli keynesiani, ipotizzando il valore .

0

Altro componente della struttura della domanda aggregata di beni e servizi è il livello della

3. spesa pubblica (G) che con il prelievo fiscale (T) ovvero le entrate dello Stato, formano il

bilancio dello Stato. La politica fiscale, o bilancio dello Stato, agisce su queste due variabili

(entrate e spesa pubblica). Tipicamente la spesa pubblica è maggiore del prelievo fiscale e in

questo caso si dice che il bilancio pubblico è in disavanzo o deficit. I titoli di Stato coprono la

differenza che vi è tra le maggiori entrate e le minori uscite dello Stato. L’avanzo primario è la

differenza tra le entrate dello Stato e la spesa pubblica senza considerare la spesa per gli

interessi sui titoli di Stato. In considerazione che la spesa pubblica dipende dalla politica del

Governo, non può essere analizzate da modelli macroeconomici e pertanto considerata

G = G

esogenamente determinata con il valore (G ). La spesa pubblica segue il ciclo

0 0

economico-politico caratterizzato da una maggiore moderazione nella parte iniziale del mandato

e diminuisce in prossimità della scadenza, in relazione a logiche elettorali. Negli anni ’90 è stata

studiata la relazione tra le politiche fiscali e i sistemi elettorali, su dati di diversi paesi, da cui è

emerso che i sistemi elettorali di tipo maggioritario tendono ad un maggior contenimento della

spesa pubblica rispetto al sistema proporzionale, a causa della necessità di dover soddisfare un

numero maggiore di partiti politici.

Ultimo componente della struttura della domanda aggregata sono le esportazioni (Z) le

4. importazioni (H) di beni e servizi. Le esportazioni riguardano la vendita di prodotti italiani

all’estero, mentre le importazioni sono il contrario. Le esportazioni dipendono dal livello della

domanda estera, cioè ad un miglioramento della situazione economica di un paese consegue

maggiori esportazioni verso quel paese e viceversa. Ad esempio l’economia della Germania

negli ultimi mesi sta ripartendo e questo comporta un incremento delle nostre esportazioni verso

quel paese. Anche il valore delle esportazioni (Z) di beni e servizi non può essere determinato

Z

con modelli macroeconomici e pertanto considerato esogenamente determinato con il valore 0

= Z

(Z ). Questo è vero nel breve periodo, in quanto nel lungo periodo il volume delle

0

esportazioni dipende dalla competitività di quel paese che può essere competitività di prezzo e

non di prezzo:

Per competitività di prezzo si intende la possibilità di vendere i nostri prodotti ad un prezzo

inferiore a quelli stranieri. Ultimamente questo è sempre meno possibile per le imprese

italiane, perché sono arrivate sul mercato le concorrenti cinesi che riescono a produrre con

prezzi più competitivi, in relazione al costo del lavoro molto più basso.

Per competitività non di prezzo si intende la possibilità di vendere i nostri prodotti con un

maggior contenuto tecnologico o di una qualità più elevata rispetto a quelli stranieri.

Le importazioni (H) riguardano l’acquisto di prodotti dall’estero e dipendono dal livello del

reddito, cioè migliore è la situazione economica nazionale e maggiore sono le importazioni

dall’estero e viceversa. La funzione delle importazioni è uguale alla componente autonoma delle

importazioni indipendente dal livello del reddito (H ) più la propensione marginale alle

0

importazioni (h) che moltiplica il livello del reddito (Y).

H = H + h • Y

0

La funzione delle importazioni ha una componente che non dipende dal livello del reddito (H ) e

0

una componente che dipende dal livello del reddito in base al parametro (h) definito

propensione marginale alle importazioni che ci dice di quanto aumenta il livello delle

importazioni, quando aumenta di un euro il reddito. Tipicamente (h) ha un valore di 0.20 cioè se

il reddito aumenta di € 100, le importazioni aumentano di € 20.

11

appunti di Giovanni Gentile

La determinazione del P.I.L.

Una volta definite le relazioni che compongono la domanda aggregata che determinano il livello del

P.I.L. di un paese, siamo in grado di procedere alla determinazione del P.I.L. DA = Y

Per il criterio di determinazione del P.I.L. la domanda aggregata è uguale al livello di P.I.L.

Il P.I.L. di equilibrio in un economia chiusa e senza settore pubblico

Ipotizziamo un sistema economico chiuso ai rapporti con il resto del mondo e senza il settore

pubblico, pertanto vi sono solo due operatori le famiglie che acquistano beni e servizi (C) e le

imprese che realizzano investimenti (I).

In algebra, per ricercare il P.I.L. di equilibrio di questa semplice economia,

bisogna partire dall’uguaglianza che la domanda aggregata è uguale al livello del Y = DA

reddito:

In assenza del resto del mondo, il valore delle esportazioni (Z) e delle

importazioni (H) sono uguali a zero (Z = H = 0); allo stesso modo, in assenza del

settore pubblico (G = T = 0). Da questo si ricava che la domanda aggregata è ugua DA = C + I

le alla spesa delle famiglie più gli investimenti delle imprese: C = C + b • Y

Sappiamo che il consumo delle famiglie di beni e servizi è uguale a 0

C

dove sappiamo che è la componente autonoma dei consumi indipendente dal

0

b Y

reddito e alla propensione marginale al consumo, mentre è il livello del

reddito.

Ipotizziamo che la componente autonoma dei consumi sia pari a zero per cui C = b Y

·

C = 0. Quindi resta che

0 I = I

Sappiamo che gli investimenti hanno un valore esogeno, quindi 0

Alla formula della domanda aggregata, in assenza di rapporti con il resto DA = C + I

DA = C + I, DA Y, C

del mondo e del settore pubblico, sostituiamo con Y = b • Y + I

b • Y I + I

con e con . Si avrà: 0

0 Y = b • Y + I

Infine bisogna esplicitare il livello del P.I.L. di equilibrio 0

Per farlo bastano tre semplici operazioni:

b • Y Y - b • Y = I

Con la prima portiamo a sinistra del segno uguale cambiandoli segno 0

Y

Con la seconda raccogliamo a fattor comune tra i termini che lo contengono a (1 – b) • Y = I

sinistra del segno uguale. 0

1

– b),

Con l’ultima dividiamo entrambi i membri dell’ultima operazione per (1 ───

Y = • I

0 0

Y

così otteniamo il livello di equilibrio del P.I.L. cioè 0 1 - b

Il livello di equilibrio del P.I.L. (Y ) è pari al prodotto tra due fattori. Il primo è dato dal reciproco

0 b

del complemento ad 1 della propensione marginale al consumo, 1/(1- b). Tale grandezza, essendo

moltiplicatore keynesiano

minore di 1, sarà gioco forza maggiore di 1, è detta o semplicemente

I

moltiplicatore. Il secondo fattore è dato dal valore assunto dalla variabile esogena .

0

Il moltiplicatore keynesiano indica che un incremento degli investimenti (I) provoca un aumento del

livello del reddito (Y) in misura moltiplicata. 12

appunti di Giovanni Gentile

Per esempio, se la 1 1 1 10

propensione marginale al ── ──

─── ──

Y = =

x 100 x 100 = x 100 = x 100 = 5 x 100 = 500

consumo (b) è uguale a 0 - b

1 0,2 2 2

0,8 e il valore esogeno ──

assunto dal livello degli 10

investimenti è pari a 100

milioni di euro si ottiene:

Ora vediamo perché l’incremento degli investimenti provoca un aumento del reddito in misura

= C

moltiplicata. Sappiamo che la domanda aggregata è uguale a consumi più gli investimenti (DA

+ I) e un aumento degli investimenti comporta un aumento della domanda aggregata e siccome la

DA = Y),

è uguale al livello del reddito del P.I.L. (DA quindi un aumento della domanda aggregata

comporta un aumento del livello del reddito del P.I.L.

Oltre a questa componente che influenza direttamente il livello del reddito, vi è anche una

componente indotta che comporta un aumento della domanda aggregata in modo indiretto. Questo

avviene perché l’aumento del reddito genera un aumento nei consumi delle famiglie (C) (un altro

componente della domanda aggregata) che a sua volta determina un incremento indotto del livello

del reddito e quindi della domanda aggregata. Per questa ragione l’aumento degli investimenti

comporta un aumento moltiplicato del livello del reddito in quanto è la risultante di due

componenti una diretta e l’altra indotta. Quest’ultima è quella che determina l’aumento ulteriore, o

moltiplicato, del livello del reddito.

Ad esempio se viene costruita una ferrovia, l’impresa costruttrice aumenta i suoi dipendenti oppure

aumenta le ore di lavoro. L’investimento comporta un aumento del reddito dovuto alle nuove

assunzioni, perché deve aumentare i salari per attrarre nuovi lavoratori, oppure del reddito di quelli

già assunti ai quali deve pagare più ore. Questo comporta un incremento dei consumi da parte dei

dipendenti e quindi un aumento della domanda di beni alle imprese che a loro volta aumentano il

loro reddito e quindi i loro investimenti. In sintesi un aumento degli investimenti iniziale dovuto

all’aumento del reddito dei dipendenti, comporta un aumento diretto della domanda aggregata, ma

genera anche un aumento della domanda aggregata indiretta dovuta ai maggiori investimenti delle

imprese in relazione ai maggiori consumi del personale e pertanto l’aumento del reddito diventa

moltiplicato. Da questo si ricava che tanto più è alto l’investimento iniziale, maggiore sarà il

livello del reddito che si genera. Tanto più è alta la propensione marginale al consumo, maggiore

sarà il livello del reddito con il moltiplicatore keynesiano.

Ora vediamo una rappresentazione grafica del DA

P.I.L. di equilibrio.

Nel consueto sistema di assi cartesiani, DA = C + I

rappresentiamo sull’asse delle ascisse il livello

del P.I.L. (Y) e sull’asse delle ordinate il livello

della domanda aggregata (DA).

Continuando ad ipotizzare che il consumo

autonomo (C) sia pari a zero, la domanda

DA b Y + I . Inoltre in

aggregata sarà: = 0 b

considerazione che gli investimenti sono I = I 0

esogenamente dati, vengono rappresentati da una

retta parallela all’asse delle ascisse, quindi la

domanda aggregata è una retta (in grassetto

I

nero), la cui intercetta parte da (perché C = 0)

0

e con l’inclinazione data dalla propensione Y

0

marginale al consumo (b). 13

appunti di Giovanni Gentile

Il livello del P.I.L. di equilibrio in economia chiusa ed in assenza del

settore pubblico

Poi tracciamo un’altra retta, detta di Hansen, (in DA Retta di Hansen

grassetto rosso) che parte dall’origine degli assi

con un inclinazione di 45° e diventa bisettrice del DA = C + I

quadrante degli assi cartesiani, pertanto tutto

quello posto sull’asse delle ascisse, il livello di

reddito, è uguale a quello posto sull’asse delle E

DA

0

ordinate, la domanda aggregata. In sintesi retta di

Hansen identifica tutti i punti in cui il P.I.L. è in

equilibrio. Dall’intersezione tra la bisettrice e la b

retta della domanda aggregata otteniamo il punto I = I 0

(E). E Y sull’asse delle ascisse e

Unendo il punto a 0

DA

al punto sull’asse delle ordinate, otteniamo

0

il punto di equilibrio tra il livello del P.I.L. e la 45°

domanda aggregata in economia chiusa ed in Y Y

0 0

assenza dello Stato. Il livello del P.I.L. di equilibrio in economia chiusa ed in assenza del

settore pubblico e con variazioni della domanda aggregata

A sinistra del livello di equilibrio del P.I.L. (Y ),

0 DA Retta di Hansen

Y’ Y

ad esempio che è minore di , la domanda

0

aggregata è maggiore rispetto al livello del DA = C + I

> Y 0 - DA’

reddito (DA ovvero il tratto > del DA”

0 - Y’).

tratto Questo comporta che l’imprese

tenderanno a ridurre la produzione per cui il E

DA

livello del reddito si sposterà nuovamente verso 0

Y

il reddito di equilibrio .

0 DA’

Y Y”,

A destra di , ad esempio succede il

0 b

contrario: la domanda aggregata è minore I = I

< Y

rispetto al livello del reddito (DA ovvero il 0

0 – DA” 0 – Y”),

tratto < del tratto questo

significa che le imprese aumenteranno la

produzione per cui il livello del reddito si 45°

sposterà nuovamente verso il livello del reddito Y’ Y”

0 Y Y

di equilibrio. 0

Per rappresentare graficamente un aumento degli DA Retta di Hansen

investimenti, riproduciamo il grafico con il

livello del P.I.L. di equilibrio in economia chiusa DA = C + I

ed in assenza del settore pubblico. E

DA

0 b I = I 0

45° Y

0 Y

0

14

appunti di Giovanni Gentile

Il livello del P.I.L. di equilibrio in economia chiusa ed in assenza del

settore pubblico con un aumento degli investimenti

I’

Tracciamo un’altra retta degli investimenti DA = C + I’

DA Retta di Hansen

spostata parallelamente verso l’alto. Nel punto di

intersezione con la bisettrice di Hansen, e quella Y’ E’ DA = C + I

DA’ = C + I’

della nuova domanda aggregata (in

grassetto nero) otteniamo il punto di equilibrio DA’

E’. E

DA 0

E’ Y’

Unendo il punto a sull’asse delle ascisse e

sull’asse delle ordinate, otteniamo il nuovo punto I’

di equilibrio tra il livello del P.I.L. e la domanda b

aggregata in economia chiusa ed in assenza dello I = I 0

Stato, ma in questo caso il livello del P.I.L. è

DA’ >

maggiore della domanda aggregata (Y’

DA’).

Da questo ricaviamo che, con il moltiplicatore 45°

keynesiano, un aumento degli investimenti Y’

0 Y Y

0

produce un aumento del reddito di equilibrio

moltiplicato. Y

Vi è un modo alternativo per determinare il livello del reddito, , in quanto una parte del reddito

0

viene consumata ed una parte viene risparmiata la quale, per Keynes, viene accantonata o

tesoreggiata. Questo comporta che la parte del reddito risparmiata non rientra nel circuito

economico e quindi non influenza il moltiplicatore del reddito per il quale tanto più è alto il livello

del reddito, maggiore sono gli investimenti industriali e maggiore è la propensione marginale al

paradosso della parsimonia,

consumo. Questo è il in quanto per Keynes maggiori sono i consumi

delle famiglie e maggiori sono i benefici per il sistema economico e viceversa.

Il risparmio delle famiglie (S) è dato dalla differenza tra il

reddito disponibile delle famiglie (YD), meno la spesa per i S = YD - C

loro consumi (C), quindi

Nel caso in esame consideriamo che il reddito disponibile delle famiglie al netto delle tasse (YD)

coincide con il livello del P.I.L. (Y), in quanto è in assenza del settore pubblico quindi avremo che

YD = Y.

Ipotizzando una funzione di consumo lineare in cui per C = C + b Y

·

0

= 0,

C ricaviamo che

semplicità il consumo autonomo 0

C = b Y. Da questo si ricava che la formula del risparmio

·

delle famiglia può essere riscritta in S = Y – b Y

·

che è uguale a (1 – b) Y

·

Ponendo per definizione che la propensione marginale al risparmio

(1 – b). s = (1 – b)

delle famiglie (s) è uguale a Quindi

la funzione del risparmio delle famiglie

Pertanto (S) è uguale alla propensione marginale al

risparmio delle famiglie (s) per il livello del reddito (Y):

S = s Y

·

Possiamo anche dire che i risparmi delle famiglie dipendono positivamente dal reddito disponibile

delle famiglie: all’aumentare del reddito, le famiglie risparmiano di più e viceversa. Precisamente

risparmiano una frazione pari a (s) per ogni loro aumento del reddito disponibile.

∆S

S = s Y

Quindi: · ──

s =

Pertanto la propensione marginale al risparmio è uguale a: ∆Y

Il coefficiente (s) della propensione marginale al risparmio, come la propensione marginale

consumo, è compreso tra 0 ed 1. Ad esempio se la propensione marginale di consumo è 0,8 la

propensione marginale al risparmio è 0,2. 15

appunti di Giovanni Gentile La funzione del risparmio

Per rappresentare graficamente la funzione del risparmio, poniamo S

sull’asse delle ordinate il risparmio delle famiglie (S) e sull’asse

delle ascisse il livello del reddito (Y). Come la funzione di consumo,

la funzione del risparmio è inclinata positivamente, ma parte

s b

dall’origine degli assi ed ha una pendenza pari a = 1 - cioè al 1 - b

coefficiente angolare della funzione del risparmio. Quindi ha una Y

0

funzione crescente rispetto al livello del reddito.

Ora vediamo un modo alternativo per determinare il reddito di equilibrio tramite la funzione del

risparmio.

Sappiamo che il risparmio delle famiglie (S) in assenza del settore pubblico è

dato dalla differenza tra il reddito disponibile delle famiglie (Y) e la spesa per

i loro consumi (C). S = Y - C

Sappiamo anche che il reddito disponibile delle famiglie (Y) è uguale alla Y = C + I

spesa per i loro consumi (C) più gli investimenti delle imprese:

C Y – C = I

Portiamo ora dall’altra parte dell’uguale che quindi cambia di segno

Y – C S S = Y

Ora sostituiamo con quindi avremo che

Questo significa che possiamo determinare il livello del reddito di equilibrio laddove il risparmio è

uguale all’investimento, ricaviamo così un modo alternativo per determinare il reddito di equilibrio

tramite la funzione del risparmio. L’eguaglianza risparmio-investimenti

Nel punto in cui la funzione del risparmio interseca quella degli I S ·Y

S = s

E,

investimenti, il punto si determina il livello del reddito di

.

Y

equilibrio, 0 E I = I 0

Inoltre in considerazione che gli investimenti sono esogenamente

= I

dati (I ) e vengono rappresentati da una retta parallela all’asse 1-b

0

delle ascisse, quindi la funzione del risparmio è una retta crescente Y

0 Y 0

che parte dall’origine degli assi ed è uguale alla propensione marginale al risparmio che moltiplica

·Y).

= s

il livello del reddito (S Anche in questo caso, il livello del reddito di equilibrio determina

che se gli investimenti sono superiori al risparmio le imprese tenderanno ad aumentare la

produzione per cui il livello del reddito si sposterà nuovamente verso il livello del reddito di

equilibrio. Lo stesso avviene se il risparmio dovesse essere superiore agli investimenti, per le

imprese tenderanno a diminuire la produzione.

La determinazione del P.I.L. in una economia chiusa con la presenza del settore pubblico

Analizziamo ora una economia chiusa agli scambi con l’estero, ma con il settore pubblico che

influenza la domanda aggregata con la spesa pubblica (G) e il prelievo fiscale (T). G

Dall’analisi della domanda aggregata, sappiamo che la spesa pubblica è data esogenamente ),

0

mentre la tassazione (T) può essere con sistemi fiscali a somma fissa o proporzionale.

I sistemi fiscali a somma fissa T = T

Questo è il caso più semplice in quanto il prelievo fiscale (T) è esogeno, quindi .

0

Y = DA,

Anche in questo caso il punto di partenza è la condizione di equilibrio ma la domanda

aggregata prevede oltre alla spesa delle famiglie (C) e degli investimenti delle imprese (I) anche la

DA = C + I + G

spesa del settore pubblico (G), pertanto si avrà: 16

appunti di Giovanni Gentile

Dei tre componenti della domanda aggregata, gli investimenti e la

I G

spesa pubblica sono dati esogenamente, e , mentre i consumi

0 0

YD.

dipendono dal reddito disponibile, In questo caso il reddito

disponibile (YD) differisce dal reddito nazionale (Y) per la tassazione YD = Y - T

(T ).

(T) che in questo caso è fissa Quindi: 0

0

A = C b T

In considerazione che – .

·

0 0

La funzione di consumo lineare é C = A + b Y

·

C

se = 0 allora si avrà C = – b T + b Y

· ·

0 0

DA

In questo modo la può aggregata può essere riscritta in DA = b T + b Y + I + G

· ·

0 0 0

T b

Spostando e cambiato di segno, avremo: DA = b Y + I + (G - b T )

· ·

0 0 0 0

Y = b T + b Y + I + G

· ·

0 0 0

b Y Y = - bY = b T + I + G

Spostando che quindi cambia di segno, avremo:

· · 0 0 0

1

Quindi il P.I.L. di equilibrio con il moltiplicatore Keynesiano ────

Y (I + G - b T )

=

in una economia chiusa in presenza dello Stato, con tassazione · ·

0 0 0 0

1 – b

fissa, è uguale a l’espressione:

Il moltiplicatore è sempre 1/(1- b). Quindi un incremento della spesa pubblica (G) moltiplica il

livello del reddito, cioè comporta le stesse conseguenze derivanti da un aumento dell’investimento

privato.

Per rappresentare graficamente la DA = C + I + G’

DA Retta di Hansen

domanda aggregata in presenza Y’ E’ DA = C + I + G

della spesa pubblica, riproduciamo

il grafico riferimento all’aumento DA’

degli investimenti con la retta di E

DA 0

Hansen, ma sostituendo l’aumento

degli investimenti con l’aumento G’

b

della spesa pubblica (G). G = G 0

45° Y’

0 Y Y

0

Diverso è il caso dell’imposizione fiscale, in quanto abbiamo una relazione inversa tra imposizione

fiscale e livello del reddito, perché per avere un aumento del reddito è necessaria una riduzione

dell’imposizione fiscale. Ma questa ha effetti minori, rispetto ad un aumento della spesa pubblica,

= C + I + G),

perché nella domanda aggregata l’imposizione fiscale non compare (DA pertanto un

incremento di (G) comporta un aumento diretto della domanda aggregata, mentre la T invece, che

non compare, comporta un aumento indiretto del reddito e quindi inferiore rispetto a quello della

spesa pubblica.

Quando si parla di politica fiscale espansiva si fa riferimento ad un aumento della spesa pubblica o

ad un a una riduzione della tassazione o ad entrambe le cose.

17

appunti di Giovanni Gentile

G G‘),

Supponiamo ora di aumentare la spesa pubblica (da a

0 1

lasciando costante la tassazione. Questo comporta un aumento ──── (I

Y’ • + G’ - b T

= )

·

Y’

del livello del reddito a che è uguale a: 0 0

1 – b

1

───

Ora dobbiamo sottrarre membro a membro: Y’ Y • (G’ - G )

- = 0

1 – b 1

Avremo che una variazione del livello del reddito determinato da ∆YG ─── ∆G

= •

una variazione della spesa pubblica (∆YG) comporta una 1 – b

variazione della spesa pubblica moltiplicata:

Questo avviene perché la propensione marginale al consumo (b) è uguale ad 1. T T‘).

Ora facciamo il caso inverso in cui è fissa la spesa pubblica (G) ma varia la tassazione (da a

0

b

Quindi: ────

Y’ = • (I + G - b T’ )

·

0 0

1 - b b

Ora dobbiamo sottrarre membro a membro: ───

Y’ - Y = • (- b T’ + b T )

· · 0

1 – b b

Avremo che un aumento del livello del reddito determinato da ∆YT ─── ∆T

= •

una riduzione della tassazione (∆YT): 1 – b

In questo caso il moltiplicatore è minore rispetto a quello keynesiano della spesa pubblica, perché

la propensione marginale al consumo (b) è inferiore all’unità, mentre prima era uguale ad 1.

Lo Stato finanzia la spesa pubblica (G) attraverso l’imposizione fiscale (T), quindi la differenza tra

al saldo del settore pubblico: T – G = SG.

entrate ed uscite da luogo

Il saldo del settore pubblico può essere positivo o negativo:

quando è positivo l’imposizione fiscale maggiore della spesa pubblica, se T > G allora SG > 0;

quando è negativo l’imposizione fiscale minore della spesa pubblica, se T < G allora SG < 0 e

in questo caso avremo un deficit pubblico che se perdura nel tempo da luogo al debito

pubblico.

Da questo deriva che ogni aumento della spesa pubblica dovrebbe essere seguito da un aumento

∆T),

=

eguale della tassazione (∆G in maniera da non incidere sul deficit pubblico.

Il teorema di Haavelmo o del bilancio in pareggio ci dice cosa comporta la variazione della spesa

pubblica corrispondente ad una variazione della tassazione, sul livello del P.I.L.

Sappiamo che la variazione della spesa è uguale alla variazione dell’imposizione ∆G ∆T

=

fiscale:

La variazione del livello del reddito (∆Y) è data dalla variazione di reddito dovuto

alla spesa pubblica (∆YG) più la variazione reddito dovuto alla tassazione di ∆Y ∆YG ∆YT

= +

(∆YT): b

1 ∆YT ─── ∆T

= •

Sappiamo che la allo stesso modo:

∆YG ─── ∆G

= • 1 – b

1 – b 18

appunti di Giovanni Gentile 1 b

∆Y ∆YG ∆YT

= +

quindi ∆Y ─── ∆G ─── ∆T

= + •

·

1 – b 1 – b

Abbiamo detto che ogni aumento della spesa pubblica dovrebbe

∆T)

=

essere seguito da un aumento eguale della tassazione (∆G 1 b

Quindi la precedente espressione può anche scriversi in questo modo, ∆Y ─── ∆G ─── ∆G

= - •

·

∆T ∆G:

dove la la sostituiamo con 1 – b 1 – b

∆G ∆G

– b •

– b)

In questo modo abbiamo un denominatore (1 comune e quindi ∆Y ────────

=

∆G • ( – b) 1 – b

∆G,

Mettiamo in evidenza la quindi: ────────

1 – b

In questo modo la variazione del reddito del P.I.L. è uguale alla variazione della spesa pubblica:

=

∆Y ∆G

Questo è il teorema del bilancio a pareggio, o teorema di Haavelmo, che produce un effetto

espansivo sul P.I.L. pari alla variazione della spesa pubblica. In questo caso il moltiplicatore è

=

uguale ad 1, per cui la ∆Y ∆G.

Vediamo la determinazione del livello P.I.L. in un economia chiusa, ma con imposizione fiscale

proporzionale al livello del reddito. T = t • Y

L’imposizione fiscale proporzionale è uguale all’aliquota fiscale (t) per il reddito:

Y = DA.

Dobbiamo ricavare la condizione di equilibrio DA = C + I + G

Sappiamo che la domanda aggregata è uguale:

Dei tre componenti della domanda aggregata, gli investimenti e la spesa pubblica sono dati

G YD,

I e , mentre i consumi dipendono dal reddito disponibile,

esogenamente, 0 0

C = C b • YD

quindi +

0 = 0). C = b • YD.

Il consumo autonomo è uguale a zero (C Quindi

0

YD = Y – T

Mentre il livello del reddito disponibile:

T tY YD = Y – t • Y YD = – t) • Y

Al posto di sostituiamo e in questo modo avremo: che è uguale (1

C = b (1 – t)Y

Pertanto avremo che = Y):

Ora sostituiamo la funzione di consumo nella funzione della domanda aggregata (DA

Y = b (1- t) Y + I + G Y - b (1- t) Y = I + G

0 0 0 0

1

Ora mettiamo in evidenza la Y ─────────

Y = I + G

( )

Y [1 - b (1- t)] Y = I + G •

avremo che pertanto: 0 0

0 0 1 - b - t)

(1

Abbiamo così ottenuto il moltiplicatore keynesiano nell’ipotesi che l’imposizione fiscale sia

1/1-b (1-t)

proporzionale al livello del reddito. Il valore del moltiplicatore è dato ed anche in

questo caso il moltiplicatore è minore rispetto a quello keynesiano della spesa pubblica, perché la

propensione marginale al consumo (b) è inferiore all’unità.

19

appunti di Giovanni Gentile


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Sara F

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Cainelli Giulio.

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