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Da essa desumiamo una prima importante legge economica: l’utilità totale di un paniere di

beni è sempre crescente al crescere della quantità, anche se cresce solo la quantità di un

bene a parità dell’altro.

Questo è facilmente comprensibile se si pensa che il maggior consumo di un bene (o di

entrambi) fa comunque aumentare l’utilità totale che se ne trae.

Oltre all’utilità totale, c’è in economia un’altra grandezza, sempre legata alle preferenze

dell’individuo, di cui bisogna tener conto: l’utilità marginale. Essa è definibile come l’utilità

che un soggetto riceve dal consumo dell’ultima dose di un bene. In altre parole è l’aumento di

utilità totale che si trae dal consumo di un’ulteriore unità quantitativa di quel certo bene.

Da un punto di vista matematico l’utilità marginale è il rapporto tra l’incremento dell’utilità

totale e l’incremento della Q di un bene, ferma restando la Q degli altri beni (UM = delta

UT/delta Q).

Riprendendo la tabella precedente si evidenziano le variazioni dei valori:

Variazioni del bene A Variazioni del bene B Variazione dell'utilità totale

1 0 2.24

2 0 1.63

3 0 1.61

3 0 1.23

3 0 1.05

Da cui si ricava la seguente tabella facendo la divisione degli incrementi, secondo la formula

precedente:

Paniere di partenza Utilità marginale del bene A

(0.5) 2.24

(1.5) 0.82

(3.5) 0.54

(6.5) 0.41

(9.5) 0.35

A questo punto possiamo enunciare una seconda importantissima legge economica: l’utilità

marginale di un bene è sempre decrescente al crescere della sua quantità.

Tale legge, apparentemente contraddittoria con la prima, si spiega con il fatto che parliamo

non di utilità totale (che è crescente), ma di util. Marginale, cioè di util. dell’ultima dose. Essa è

alta all’inizio quando cominciamo a consumare il bene, poi, man mano che cresce la

disponibilità di quel bene, è sempre più bassa, perché si riferisce a delle dosi che sono

consumate dopo averne già consumate altre che ci hanno già parzialmente saziato. Di

conseguenza attribuiamo molta importanza alle dosi iniziali di un bene, mentre ne diamo

sempre di meno a quelle finali

Adesso la terza ed ultima legge riguardante l’utilità di un bene, sviluppata nell’ambito della

teoria economica cosiddetta marginalistica. Un consumatore razionale, dovendo ripartire

la sua spesa tra un paniere di beni, acquisterà le quantità di questi beni (Q1, Q2, Q3,

….. Qn beni) che gli assicurino l’uguaglianza tra le utilità marginali dei beni stessi

(Um1=Um2=Um3= ….. =Um di n beni). Si dimostra, infatti, che così facendo l’utilità totale

dei beni è massimizzata. Qualsiasi allontanamento dall’uguaglianza delle utilità marginali dei

beni fa diminuire l’utilità totale e comporta una combinazione non ottimale (in termini di utilità)

delle quantità di beni comprati.

Riprendendo il grafico visto nel paragrafo del vincolo di bilancio, in cui il paniere è costituito da

due soli beni (A e B), introduciamo le curve di indifferenza per trovare l’equilibrio del

consumatore, cioè le quantità dei 2 beni che realizzino la sua massimizzazione di utilità totale:

Utilità marginale del bene A = Utilità marginale del bene B

(UmA) = (UmB)

Per costruire questa curva d’indifferenza si è posta costante l’utilità totale, ricavando tutte le

combinazioni di quantità dei 2 beni che realizzano quella determinata utilità totale.

Quantità del bene A Quantità necessaria del bene B Livello di utilità costante

1 14.98 3.87

3 4.99 3.87

6 2.50 3.87

9 1.66 3.87

12 1.25 3.87

I punti sulla curva rappresentano quindi tutte le combinazioni di Q di A e di Q di B che

soddisfano con un grado di utilità pari a 3,87. E’ per questo che la curva si chiama

d’indifferenza, perché qualsiasi punto su di essa è indifferente al consumatore, in quanto, pur

avendo diverse quantità dei beni A e B, riceve da esse la stessa utilità (3,87).

Variando l’utilità totale (p. es. a 6,93) si ottiene un’altra curva d’indifferenza

Quindi più che di un’unica curva d’indifferenza, dobbiamo parlare d’infinite curve d’indifferenza,

ciascuna delle quali con una sua utilità totale. Notiamo che la curva con l’utilità totale più

grande si trova più alta dell’altra, questo perché le combinazioni di quantità dei beni A e B sono

via via maggiori, quanto più le curve si alzano sul grafico.

Adesso abbiamo tutti gli strumenti per formulare l’equilibrio del consumatore, cioè il punto in

cui egli posizionerà le sue scelte di consumo, in termini di quantità dei 2 beni A e B che

formano il suo paniere.

E’ sufficiente mettere insieme nello stesso grafico sia il suo vincolo di bilancio, che le sue curve

d’indifferenza.

Il punto d’equilibrio è il punto E, dove la curva d’indifferenza con utilità totale u2 è tangente al

vincolo di bilancio. Perché è questo il punto di equilibrio e cosa rappresenta?

Perché il punto E si trova sul vincolo di bilancio e quindi, come abbiamo detto nel paragrafo

precedente, esprime una scelta efficiente dal punto di vista delle disponibilità finanziarie del

consumatore. Inoltre, questo punto è l’unico punto sul vincolo di bilancio che gli assicura

l’utilità totale più alta (u2). Infatti, la curva d’indifferenza u3 ha sicuramente un’utilità

maggiore, ma è impossibile da raggiungere con quel determinato reddito monetario disponibile

(rappresentato dal vincolo di bilancio).

Tra tutte le combinazioni possibili di spesa, il ns. acquirente modello sceglierà la quantità QA*

per il bene A e la quantità QB* per il bene B. Solamente questa combinazione di spesa fra i 2

beni disponibili gli garantirà la massimizzazione della sua utilità totale, con quel reddito

monetario a disposizione. In termini matematici:

UmA = UmB ponderate però con i prezzi dei 2 beni, cioè UmA/Pa = UmB/Pb

Per concludere, vediamo come si esprime il punto di equilibrio nelle scelte del consumatore se

consideriamo le funzioni matematiche che “stanno sotto” le curve della precedente figura.

Abbiamo detto che la funzione del vincolo di bilancio è: Pa/Pb.

Quella delle curve d’indifferenza è: (incremento QB)/(incremento QA), questo rapporto è detto

saggio marginale di sostituzione (Sms, perché rappresenta il grado di sostituibilità del

bene B con il bene A e viceversa). Di conseguenza il punto d’equilibrio è quel punto che verifica

la seguente uguaglianza: Sms = Pa/Pb

Effetto prezzo

Abbiamo elaborato la teoria del consumatore, che ci dice dove si forma l’equilibrio nella spesa

di un compratore in un qualsiasi mercato, ma non abbiamo ancora messo in relazione

quest’equilibrio con la curva di domanda di mercato vista nel capitolo precedente. Come si

arriva dalla teoria del consumatore a costruire la funzione di domanda con andamento

decrescente tra P e Q?

Per rispondere a questa domanda e dimostrare che la curva di domanda ha un’inclinazione

negativa, cioè una relazione inversa tra P e Q, dobbiamo fare un esperimento.

Quest’esperimento consiste nel variare il prezzo di un bene e verificare se il nuovo equilibrio,

instauratosi a seguito della variazione, comporti una maggiore o minore spesa per il bene di

cui è cambiato il prezzo. Se il consumo del bene di cui è aumentato il prezzo è minore (o, il che

è lo stesso, se il consumo del bene di cui è diminuito il prezzo è maggiore), abbiamo

dimostrato quello che volevamo dimostrare, cioè che l’andamento della domanda è

decrescente e c’è quindi una relazione inversa fra la Q domandata di un bene ed il suo P.

Ipotizziamo un aumento del prezzo del bene B. Il vincolo di bilancio ruota e si posiziona nel

modo seguente

dove si può notare che la quantità massima acquistabile di B passa da B segnato a B’. Ciò

perché l’aumento di prezzo, data una somma di denaro a disposizione, fa diminuire le quantità

del bene B acquistabili sul mercato (per es. da 50 a 40 unità). Notiamo anche che l’aumento

del prezzo di B lascia invariata la quantità massima acquistabile di A, perché nell’ipotesi il suo

prezzo non è variato.

Dove si formerà il nuovo equilibrio? Si formerà sul nuovo vincolo di bilancio e su una nuova

curva d’indifferenza (tangente al nuovo vincolo) più bassa di quella precedente. Questo perché

con un prezzo di B più alto, l’utilità totale (rappresentata dalla nuova curva d’indifferenza) del

consumatore sarà necessariamente più bassa, in quanto con la stessa disponibilità monetaria

potrà comprare meno quantità di beni.

Si dimostra che a questo nuovo punto d’equilibrio corrisponde una combinazione di Q di A e di

Q di B, in cui la quantità di B d’equilibrio è minore di quella precedente. Di conseguenza

possiamo dire che un aumento del prezzo di un bene determina una ricomposizione della

combinazione ottimale d’equilibrio delle quantità, in cui la spesa per il consumo di quel bene è

minore. Ecco dunque verificata la relazione per la quale l’aumento di P causa la diminuzione

della Q domandata sul mercato. Conclusione: la domanda deve essere costruita con

un’inclinazione negativa, perché deve rappresentare la relazione inversa fra la quantità

domandata di un bene (Q) ed il suo prezzo (P).

L’esperimento appena terminato evidenzia però anche altri aspetti.

Infatti, l’effetto prezzo sulla quantità domandata di un bene è scomponibile in 2 componenti:

effetto sostituzione ed effetto reddito. In particolare la relazione che lega questi effetti è la

seguente: effetto prezzo = effetto sostituzione + effetto reddito

La diminuzione della Q domandata in seguito all’aumento del prezzo P è dovuta alla

sommatoria di due comportamenti del consumatore.

Un primo comportamento (eff. Sostituzione) consiste nel fatto che il consumatore tenderà a

sostituire, nel suo paniere, il bene di cui è aumentato il prezzo con il bene il cui prezzo è invece

rimasto invariato, per ovvi motivi legati all’economia di spesa.

Un secondo comportamento (eff. Reddito) è quello che vuole il consumatore ridurre la spesa di

entrambi i beni, perché l’aumento del prezzo di un bene, a parità di reddito disponibile per la

spesa, lo fa sentire più povero (è infatti diminuito il potere d’acquisto del suo reddito).

La combinazione di questi 2 comportamenti, mentre da una parte fa sicuramente diminuire la

quantità domandata del bene di cui è aumentato il prezzo, dall’altra produce effetti non univoci

sulla quantità domandata del bene il cui prezzo è rimasto invariato. Nel nuovo equilibrio di

spesa, la quantità domandata di quest’ultimo bene può essere maggiore o minore della

quantità domandata prima che il prezzo dell’altro bene aumentasse.

In conclusione di questo discorso che ci ha permesso di giustificare economicamente

l’andamento inverso delle funzione di domanda in un qualsiasi mercato, occorre fare una

precisazione. Esiste un caso (molto ipotetico) in cui la quantità domandata di un bene potrebbe

aumentare all’aumentare del suo prezzo sul mercato.

Abbiamo visto (lezione precedente) che esistono in economia i beni inferiori, che sono quelli la

cui domanda aumenta al diminuire del reddito. Se facessimo l’esperimento precedente con

riguardo a 2 beni, dei quali uno (quello di cui aumenta il prezzo) è un bene inferiore, il risultato

a cui giungeremmo potrebbe essere (in teoria) esattamente l’opposto di quello che abbiamo

appena visto, cioè la domanda del bene potrebbe aumentare in conseguenza dell’aumento del

suo prezzo (quindi la curva avrebbe un’inclinazione positiva, come l’offerta!).

Questo perché la diminuzione del reddito in termini di potere d’acquisto (causata dall’aumento

del prezzo) provocherebbe un effetto reddito sul bene inferiore di segno opposto all’effetto

reddito visto in precedenza per un bene normale. In altre parole l’effetto reddito porterebbe ad

un aumento del consumo del bene di cui è aumentato il prezzo. Se quest’aumento del

consumo del bene inferiore, fosse così grande in valore assoluto da superare la diminuzione di

consumo dovuta all’effetto sostituzione (che non subisce variazioni di segno per la presenza di

un bene inferiore), il risultato finale sarebbe appunto la crescita della Q domandata del bene

inferiore, pur essendo il suo prezzo aumentato sul mercato. I beni inferiori che hanno un

effetto reddito maggiore, in valore assoluto, dell’effetto sostituzione (e quindi una domanda

crescente rispetto al prezzo), sono detti beni di Giffen.

In realtà non si è mai riscontrato un bene nei mercati mondiali che avesse caratteristiche tali

da potersi qualificare come bene di Giffen.

Surplus del consumatore

Per concludere questo capitolo forniamo un’ultima definizione, quella del concetto di surplus

del consumatore.

La necessità di definire il surplus del consumatore nasce dalla constatazione che le variazioni

dei prezzi determinano guadagni o perdite per venditori e compratori. Però, mentre per i

venditori l’entità del guadagno o della perdita è facilmente misurabile in termini monetari

(come vedremo nella prossima lezione), perché dà origine ad un profitto o ad una perdita

d’impresa, per i compratori-consumatori la quantificazione del guadagno o della perdita (in

conseguenza della variazione dei prezzi) non è altrettanto facilmente determinabile.

Ecco quindi che ci soccorre il concetto di surplus del consumatore, per stabilire se, in seguito

alla ricomposizione del portafoglio di spesa di un consumatore, egli ci guadagni o ci perda.

Il surplus è rappresentato dalla differenza fra la somma massima che il compratore sarebbe

disposto a pagare per la quantità del bene che egli richiede e la somma che effettivamente

paga per ottenere quella quantità.

Utilizzando un grafico è un po’ più semplice.

La somma massima è tutta l’area che sta sotto la curva di domanda D, mentre la somma che

effettivamente paga è tutta l’area che sta sotto la retta del prezzo P (perché la somma pagata

non è altro che il prezzo per la quantità, P x Q).

La differenza fra queste 2 aree è costituita dall’area tratteggiata APE, che quindi rappresenta il

surplus del consumatore. Se in seguito alla variazione del prezzo l’area del surplus aumenta il

compratore ci sta guadagnando, se diminuisce ci sta rimettendo.

MICROECONOMIA - L’offerta nel mercato in concorrenza perfetta: teoria della

produzione e scelte d’impresa

(lez. n° 4)

Introduzione

Dopo aver costruito, nella lezione precedente, la domanda nel mercato dei beni di consumo,

passiamo ora ad analizzare l’offerta nello stesso mercato. Fatto questo, rimane solo da vedere

la costruzione della domanda e dell’offerta nel mercato dei fattori produttivi ed in particolare

nel mercato del lavoro. Argomenti questi ultimi che concluderanno la parte di microeconomia

del ns. corso.

Ritornando all’offerta, ricordiamo che essa ha un andamento crescente (inclinazione positiva),

perché esprime una relazione diretta fra P e Q: all’aumentare del prezzo aumenta la quantità

offerta dai venditori e viceversa, in caso di diminuzione del prezzo.

A differenza della domanda, che segue la stessa logica economica in tutti i mercati dei beni di

consumo, per quanto riguarda la costruzione dell’offerta sorge una piccola complicazione. Essa,

infatti, non può essere costruita in modo univoco per tutti i mercati, perché i mercati

dell’offerta di beni di consumo possono essere molto diversi fra di loro.

Bisognerà, quindi, fare delle distinzioni ed analizzare tante curve d’offerta quanti sono i tipi di

mercato. I diversi regimi di mercato, che si possono incontrare in un sistema economico di tipo

occidentale, sono i seguenti:

• Concorrenza perfetta (più teorica che reale)

• Concorrenza monopolistica (la più diffusa)

• Oligopolio (cioè pochi venditori)

• Monopolio (cioè un unico venditore)

Inizieremo a definire l’offerta, nonché a giustificarne il suo andamento crescente, nel mercato

della concorrenza perfetta, per poi passare ad analizzare le offerte in tutti gli altri tipi di

mercato.

Ma prima di tutto questo, forniamo alcune importanti informazioni sui costi d’impresa, valevoli

per qualsiasi regime di mercato, e necessarie per arrivare a stabilire l’equilibrio nelle scelte

d’impresa.

I costi di produzione dell’impresa

I costi di produzione di un’impresa qualsiasi si distinguono, nel breve periodo, in costi fissi (CF)

e costi variabili (CV). La loro somma dà i costi totali (CT) di quel processo produttivo.

CT = CF + CV

Definiamo queste variabili.

I CF sono quei costi che sono indipendenti dalla quantità prodotta (cioè non aumentano, né

diminuiscono, al variare della Q prodotta), entro certi limiti.

I CV sono quei costi che aumentano all’aumentare della quantità prodotta.

Graficamente quanto detto può essere così rappresentato.

Un esempio di CV sono le materie prime, i combustibili, il costo del consumo di energia

elettrica, cioè tutti quei costi che sono tanto più elevati, quanto più è grande la produzione.

Un esempio di CF è l’affitto del capannone industriale in cui avviene il processo produttivo.

L’affitto deve essere comunque pagato nella misura stabilita, indipendentemente dalla quantità

prodotta, ed anzi va pagato anche se per qualsiasi motivo non c’e produzione (quantità

prodotta zero)!

Abbiamo detto che questa distinzione vale solo per il breve periodo, perché nel lungo periodo

l’impresa non conosce costi fissi, in quanto tutti i costi possono essere modificati secondo le

esigenze della gestione (è per questo che abbiamo aggiunto, nella definizione di CF, la dicitura

entro certi limiti). Per es., nell’ipotesi precedente dell’affitto di un capannone, l’impresa nel

lungo termine può decidere di disdire il contratto d’affitto e stipularne un altro per un

capannone più grande. Per cui nel lungo periodo i CT dell’impresa tendono a coincidere con i

CV e sono crescenti all’aumentare della quantità prodotta.

Adesso introduciamo altri due tipi di costi, che sono diretta conseguenza di quelli appena visti:

il costo medio ed il costo marginale.

Il costo medio (CM) non è altro (come dice il nome) che la media del costo per unità di

prodotto, ottenuta facendo la seguente divisione: CT/Q dove Q è chiaramente il prodotto

totale. Questa media può essere calcolata anche facendo riferimento alle singole componenti

del CT, cioè CV e CF. Avremo costo medio variabile (CMV) = CV/Q e costo medio fisso (CMF) =

CF/Q.

Il costo marginale (Cm) è il costo dell’ultima unità prodotta, cioè

Cm = (variazione CT) / (variazione Q)

La caratteristica del Cm è quella di essere crescente all’aumentare della Q prodotta. Ciò è

diretta conseguenza della legge economica dei rendimenti marginali decrescenti (l’abbiamo

discussa nella lezione precedente, in termini di utilità marginale decrescente). Infatti,

applicando all’impresa questa teoria economica, in cui i rendimenti marginali diminuiscono

sempre all’aumentare della Q, possiamo affermare che il Cm (che nell’impresa è speculare al

rendimento) è conseguentemente sempre crescente.

Riportando su grafico il costo marginale ed i costi medi variabili e medi fissi, avremo:

Nel quale si può osservare l’andamento crescente del Cm, ma soprattutto i diversi andamenti

dei 2 costi medi: CMV e CMF. Questi particolari andamenti si spiegano ricordando le equazioni

che permettono di calcolare i costi medi. Il CMF si ricava dalla seguente equazione CF/Q, in cui

il numeratore è fisso per definizione e quindi la curva del CMF necessariamente tende a zero. Il

CMV si ricava da CV/Q, in cui numeratore e denominatore crescono entrambi.

Se consideriamo adesso il costo medio totale (CM) ed il costo marginale (Cm), avremo:

In cui il particolare andamento ad “U” della curva di CM si spiega con il fatto che, per livelli

bassi di produzione, prevale la componente dei costi fissi. Mentre da un certo punto in poi della

quantità prodotta, sarà la componente dei costi variabili a prendere il sopravvento e spingere il

CM in alto verso l’infinito.

Quest’andamento ad “U” del CM è riscontrabile in tutte le produzioni e ci serve per calcolare

l’equilibrio nel mercato, dal alto dell’offerta.

Ora una precisazione. Si è detto che i costi fissi non esistono nel lungo periodo, per cui si

potrebbe pensare che l’andamento ad “U” del CM non si riscontra (appunto per l’assenza della

componente di CF, che fa abbassare la curva per produzioni basse) se realizziamo un grafico di

lungo periodo. Invece è dimostrato che, anche se consideriamo il lungo termine, il CM ha la

stessa forma del breve periodo, anzi esso è la somma dei CM di breve termine.

Perché dunque nel lungo termine il CM ha un andamento decrescente nel primo tratto di

produzione (cioè per livelli bassi di Q)?

La risposta a questa domanda ci porta a considerare le economie di scala. Queste ultime

sono rappresentate dai vantaggi economici che caratterizzano un certo settore produttivo

quando le imprese di questo settore non arrivano a produrre quantità rilevanti di prodotto,

oppure quando non raggiungono dimensioni elevate. In altre parole le economie di scala sono

quei vantaggi economici, presenti in determinati settori produttivi, causati dal fatto che i

rendimenti marginali della produzione sono crescenti, e non decrescenti, quando la quantità

prodotta si mantiene al di sotto di una certa soglia minima. Le economie di scala si identificano

quindi con le economie gestionali e sono la condizione normale delle moderne economie. Le

ragioni che spiegano queste economie di gestione sono le seguenti:

• Indivisibilità degli impianti

• Specializzazione e divisione del lavoro

• Economie tecnico-impiantistiche

Superata la soglia minima di produzione e quindi raggiunta una dimensione aziendale di

rilevante entità, le economie di scala cessano, perché sorgono diseconomie legate alla

burocratizzazione dell’organizzazione (diseconomie organizzative). E’ a questo punto della

produzione che la curva CM di lungo periodo inizia a crescere e va verso l’infinito.

Per concludere, qualche chiarimento sulla relazione che lega il Cm ai costi medi (CM e CMV).

In particolare si può vedere che:

• Quando i costi medi sono decrescenti, il Cm è inferiore ai costi medi (totali e variabili)

• Quando i costi medi sono crescenti, il Cm è superiore ai costi medi

• Il Cm interseca la curva dei costi medi nel loro punto di minimo

Tutto ciò si piega facilmente se si pensa che il Cm non è altro che il costo dell’ultima unità

prodotta, per cui se esso è più basso del costo medio tende ad abbassare la media, mentre se

esso è più alto del costo medio tende a far aumentare la media. In parole più semplici, se si

aggiunge un valore inferiore alla media, la media si abbassa, se si aggiunge un valore

superiore alla media, la media si alza necessariamente. Ne consegue che l’unico punto in cui

Cm = CM (o CMV) è quello corrispondente al punto di minimo della curva dei costi medi.

Il mercato in concorrenza perfetta ed il suo equilibrio

La caratteristica principale che contraddistingue un mercato in concorrenza perfetta è il fatto

che i venditori non hanno la possibilità di influenzare il prezzo.

Accanto a questa verità principale, ci sono altre condizioni che devono sussistere affinché si

possa parlare di concorrenza perfetta:

• Molteplicità di imprese sul mercato, ciascuna delle quali costituisce una parte irrilevante

della produzione

• Libero accesso nel mercato da parte delle nuove imprese

• Il bene prodotto nel mercato è uguale per tutte le imprese e senza apprezzanti

differenziazioni

• L’informazione sulle condizioni di mercato è diffusa tra tutti gli operatori

Come si può desumere dalle precedenti condizioni, il mercato di concorrenza perfetta esiste

solo sui libri di economia politica. E’ difficilissimo trovarne qualcuno nella realtà economica. Il

mercato che più si avvicina al mercato in condizioni di perfetta concorrenza è quello dei titoli

quotati in Borsa valori, perché nella Borsa molte delle suddette condizioni sono rispettate.

L’equilibrio nel mercato si realizza, per la teoria marginalistica, quando i 2 valori marginali sono

uguali fra loro. Questo è vero anche per il ns. mercato, perché l’equilibrio si avrà quando il

costo marginale sarà uguale al ricavo marginale Cm = Rm, dove il Rm è dato da (incremento

RT) / (incremento Q). Infatti, solo quando il costo dell’ultima unità prodotta sarà uguale al

ricavo dell’ultima unità prodotta, la produzione si fermerà e la quantità corrispondente

all’uguaglianza costituirà la Q* d’equilibrio del mercato. Qualsiasi altro livello produttivo, che si

allontani da questa Q*, comporterà un peggioramento del Profitto, inteso come differenza fra

Ricavo totale (RM x Q) e Costo totale (CM x Q).

Profitto = RT – CT.

Il massimo profitto si realizza quindi quando Cm = Rm

Il fatto che in concorrenza perfetta nessun venditore ha la capacità di influenzare il prezzo, si

traduce graficamente in una domanda orizzontale rispetto all’asse delle ascisse. Infatti, in

questo mercato ciascun venditore-offerente si trova davanti una domanda sulla quale non è in

grado di incidere, di conseguenza il prezzo è già formato dal mercato ed è un dato costante

(per la singola impresa, la domanda dei beni è infinitamente elastica).

Dire che il P è un dato costante equivale a dire che esso è uguale al Rm (ed anche al ricavo

medio RM), cioè P = Rm = RM.

Di conseguenza, nel mercato in concorrenza perfetta l’uguaglianza d’equilibrio di cui sopra si

avrà quando: P = Rm = Cm, cioè P = Cm.

L’equilibrio è in E (dove P = Cm), cui corrisponde una quantità d’equilibrio pari a Q*.

Qualsiasi altro livello produttivo, come p. es. QA o QB, comporta una caduta del profitto

imprenditoriale, perché non realizza l’uguaglianza tra P e Cm.

Le varie situazioni d’equilibrio nel mercato in concorrenza perfetta

L’equilibrio nel mercato in concorrenza perfetta non assicura necessariamente un profitto.

Infatti, quest’equilibrio potrebbe originare una perdita per l’impresa, che sarà comunque, in

virtù dell’equilibrio, la perdita minima cui essa può andare incontro.

Prima di analizzare le varie situazioni che l’equilibrio può generare, ricordiamo che:

Profitto = RT – CT

dove RT = RM x Q mentre CT = CM x Q

Il ricavo totale RT è uguale al ricavo medio RM (ricavo per ogni unità prodotta) moltiplicato per

la quantità prodotta Q. Graficamente il RT è l’area che sta sotto il prezzo P (perché in

concorrenza perfetta RM = P) fino alla quantità Q, cioè P x Q.

Il costo totale CT è uguale al costo medio CM (costo per ogni unità prodotta) moltiplicato per la

quantità prodotta Q. Graficamente il CT è l’area che sta sotto il costo medio CM fino alla

quantità Q, cioè CM x Q.

Adesso abbiamo gli strumenti per comprendere le varie situazioni d’equilibrio.

Cominciamo dall’equilibrio con profitto.

Il profitto nella situazione d’equilibrio è l’area tratteggiata, data dalla differenza fra il RT (area

sotto il prezzo, PEQ*0) ed il CT (area sotto il CM, BAQ*0).

Equilibrio con perdita che non comporta chiusura dell’impresa.

La perdita d’equilibrio è l’area tratteggiata, data dalla stessa differenza precedente, ma di

segno algebrico negativo, perché il CT supera il RT. L’impresa deve continuare la sua attività,

nonostante la perdita, perché così facendo riesce a coprire tutti i CV (la curva CVM è infatti al

di sotto del livello del prezzo P) e parte dei CF.

Un esempio numerico può chiarire meglio la situazione. Poniamo che:

P=100 Q*=50 RT=5000 CM=110 CT=5.500 CVM=80 CFM=30

La perdita è di 500 (RT-CT), ma sempre inferiore alla perdita di 1.500 (CFM x Q*), dovuta al

CF, che l’impresa sosterrebbe se cessasse la produzione (il CF va comunque pagato anche se

la produzione è nulla).

Equilibrio con perdita che comporta la cessazione dell’impresa.

E’ simile al caso precedente, con l’unica differenza che all’impresa conviene chiudere, perché

così facendo sosterrebbe una perdita per CF inferiore a quella che sostiene producendo. Infatti,

in corrispondenza della quantità d’equilibrio Q*, la curva del CVM è addirittura superiore al

prezzo P, per cui si aggiunge alla perdita per costi fissi CF una parte della perdita per costi

variabili CV.

Anche qui facciamo un esempio numerico.

Stessi valori precedenti tranne CVM=105 e CFM=5.

La perdita è sempre di 500, ma se l’impresa chiudesse sosterrebbe solo la perdita per CF pari a

250.

Prima di concludere questo discorso sull’equilibrio nel mercato in concorrenza perfetta,

consideriamo cosa succede se costruiamo l’equilibrio considerando il lungo termine, anziché il

breve termine (con i costi fissi) come abbiamo fatto finora.

Diciamo subito che le conclusioni sono le stesse, visto che la curva del costo medio CM ha lo

stesso andamento ad “U”, come abbiamo precisato.

Tuttavia nel lungo termine c’è una particolarità dovuta ad una delle condizioni della

concorrenza perfetta, quella del libero ingresso e della libera uscita dal mercato delle imprese.

In conseguenza di queste entrate (delle nuove imprese, se il mercato origina profitti) e di

queste uscite (per perdita che comporta la chiusura, se il mercato produce perdite) delle

imprese, si può presumere che nel lungo periodo la situazione d’equilibrio tenderà verso la

seguente:

Nella quale sussiste (essendo P=CM per la quantità d’equilibrio Q*) la condizione di

annullamento dei profitti.

In realtà quelli che si annullano nel lungo periodo sono solamente gli extra-profitti, cioè i

vantaggi economici ulteriori rispetto al puro profitto, inteso come remunerazione delle capacità

imprenditoriali, oppure come costo del fattore “direzione aziendale” o “managerialità”.

MICROECONOMIA - Le curve d’offerta nei mercati non perfettamente concorrenziali

(lez. n°5)

I mercati non perfettamente concorrenziali

Considereremo 3 mercati non perfettamente concorrenziali. Li elenchiamo in ordine di

lontananza dal mercato perfetto visto nella lezione precedente:

1) Monopolio. Esiste nel mercato un’unica impresa, la quale ha una grande capacità di

influenzare il prezzo del bene.

2) Oligopolio. Ci sono poche grandi imprese, le quali sono condizionate dal dilemma

dell’oligopolista.

3) Concorrenza monopolistica. Esistono nel mercato molte imprese, le quali però hanno (a

differenza della concorrenza perfetta) la possibilità di incidere sul prezzo, perché il prodotto

che vendono non è uguale per tutte, bensì si differenzia da impresa ad impresa.

In tutti questi mercati cade l’uguaglianza tra P, Rm e RM. Infatti, la possibilità per le imprese di

influenzare il prezzo di mercato comporta un domanda non più orizzontale ed infinitamente

elastica, bensì inclinata negativamente (per le sue note proprietà, v. lezione 3). La domanda

corrisponde al RM dell’impresa.

Nel grafico la evidenziamo insieme al Rm, il quale adesso (cioè nei mercati suddetti) diverge

dal ricavo medio RM e non coincide più con esso.

La domanda RM ed il Rm hanno questa relazione fra di loro, in conseguenza di quanto abbiamo

già detto sui rapporti tra un valore medio ed uno marginale per qualsiasi grandezza. Il Rm si

trova infatti al di sotto del RM perché se la domanda (RM) scende, significa che si aggiunge ad

essa un valore ultimo (marginale) che è più basso del valore medio. La media tra 3, 7, 8 e 10

è 7 (=28:4), se aggiungo sempre un valore inferiore a 7 (valore medio), p. es. 2 o 5, la media

è destinata ad abbassarsi.

Il monopolio

Se aggiungiamo al grafico appena visto nel paragrafo precedente, le consuete curve di CM e

Cm e ricordiamo che l’equilibrio si realizza per la quantità corrispondente all’uguaglianza

Rm = Cm

otteniamo questo grafico:

La quantità Q* è quella d’equilibrio perché corrisponde al punto in cui il Rm interseca il Cm.

Riportando la quantità d’equilibrio Q* sulla domanda RM otteniamo il prezzo d’equilibrio P*. Il

profitto è dato dall’area tratteggiata, quale differenza tra il ricavo totale (P* x Q*) ed il costo

totale (CM x Q*, dove CM è il valore calcolato in corrispondenza di Q*).

Il monopolio è un regime di mercato svantaggioso per la collettività. Esso procura un danno

economico alla società, perché il mercato monopolistico è caratterizzato da una quantità

minore di beni ed un prezzo più alto, rispetto alla concorrenza perfetta.

A questa conclusione si può arrivare ritornando al grafico precedente. In concorrenza perfetta

il punto d’equilibrio non sarebbe E, bensì A, dove RM=Rm=Cm=P.

Di conseguenza è possibile affermare che il monopolio è dannoso per i consumatori, perché

impone loro una minore quantità di beni ad un prezzo più alto.

Parlando della domanda abbiamo visto come si può misurare, utilizzando il surplus del

consumatore, il guadagno o la perdita generati da un cambiamento dei prezzi.

In modo speculare vogliamo adesso misurare il guadagno o la perdita per il produttore,

conseguente ad una variazione di mercato. Per far ciò utilizzeremo il surplus del produttore.

Il surplus del produttore è la differenza fra il ricavo corrente ed il ricavo minimo al quale il

produttore è disposto a vendere la quantità corrente.

Graficamente:

Il surplus è l’area tratteggiata, corrispondente alla differenza fra il ricavo corrente (cioè l’area

che sta sotto il prezzo) ed il ricavo minimo (cioè l’area che sta sotto la curva d’offerta).

Oligopolio

L’oligopolio è caratterizzato da un mercato con poche grandi imprese. I motivi che possono

portare un mercato ad una situazione oligopolistica sono vari. Il motivo più importante è

sicuramente la considerazione che, in taluni settori produttivi, come p. es. il settore

metallurgico, è necessario realizzare grossi investimenti in costi fissi per raggiungere una

dimensione minima ottimale, che garantisca una fetta di mercato in grado di recuperare gli

elevati costi subiti. E’ chiaro che in questa situazione non c’è spazio per più di 3 o 4 imprese,

che avranno ciascuna una quota di mercato del 20/30% e che daranno vita necessariamente

ad un oligopolio c.d. naturale.

Gli oligopolisti sono spesso dilaniati dalla scelta fra 2 tipi di comportamento completamente

opposti. Questa scelta dalla quale dipende spesso il successo o il fallimento dell’impresa,

prende il nome di dilemma dell’oligopolista.

Si tratta di scegliere fra 2 possibilità:

• Instaurare con le altre imprese oligopoliste del mercato degli accordi (espressi o taciti) di

cooperazione sulle condizioni di vendita (qualità, prezzo, quantità, ecc)

• Ingaggiare, a colpi di condizioni di vendita, con quelle stesse imprese un conflitto senza

esclusione di colpi

Il problema è che non è possibile conoscere a priori la giustezza del comportamento da tenere,

perché le conseguenze dell’una o dell’altra scelta del dilemma saranno note solo a posteriori.

Vediamo di capire meglio i termini del problema. Il dilemma dell’oligopolista può essere

rappresentato dalla seguente tabella: impresa B

Prezzo alto Prezzo basso

Prezzo alto (30,30) (10,40)

impresa A Prezzo basso (40,10) (20,20)

In cui ci sono 2 imprese oligopoliste (A e B) che hanno a disposizione, come strumento di

cooperazione o di guerra, la politica del prezzo. Cioè esse hanno, per ipotesi, solo la facoltà di

decidere se aumentare il prezzo dei loro prodotti o diminuirlo. I valori nelle parentesi sono i

profitti, rispettivamente di A e di B, che esse realizzano nelle varie situazioni di mercato.

Poniamo che la situazione di partenza sia quella in cui ambedue le imprese hanno un profitto di

30 (in alto a sinistra). E’ a questo punto che scatta il dilemma, perché le 2 imprese si

chiederanno se instaurare fra di loro un accordo scritto o tacito (di non aggressione) ed

accontentarsi di quel profitto, oppure iniziare una guerra dei prezzi con esito incerto. Se

l’impresa A optasse per questa seconda possibilità diminuirebbe il prezzo per accaparrarsi una

fetta di mercato più vasta (con un prezzo più basso, in un mercato con 2 sole imprese, è facile

immaginare che quasi tutti i consumatori comprerebbero il prodotto venduto dall’impresa A).

La nuova situazione sarebbe quella in basso a sinistra, dove l’impresa A ha aumentato il suo

profitto portandolo a 40, a discapito dell’impresa B (10). Se le cose rimanessero così, la scelta

di fare la guerra dei prezzi, anziché rispettare gli accordi, sarebbe da ritenere la scelta giusta.

Ma nessuno può dire che le cose rimarranno effettivamente così. Infatti, l’impresa B, in

risposta all’impresa A, potrebbe anch’essa diminuire i suoi prezzi, portando il mercato ad una

situazione come quella in basso a destra, dove tutte e 2 le imprese avrebbero un profitto di 20,

minore di quello di partenza.

Conclusione: le imprese oligopoliste devono sempre decidere se cooperare fra di loro o attuare

politiche di aggressione, utilizzando le condizioni di vendita. L’esito del comportamento che si è

deciso di tenere è inevitabilmente incerto e difficile da pronosticare.

Spesso nei mercati oligopolistici si assiste alla formazione di una situazione in cui il prezzo

rimane fisso per lunghi periodi di tempo ed in cui c’è un’impresa che viene eletta, in modo

tacito, leader di tutte le altre imprese operanti in quel mercato.

Perché ciò avviene? Perché la domanda nell’oligopolio (cioè la curva RM) ha la peculiarità di

essere composta da 2 domande con diversa elasticità:

Infatti, l’impresa che si trova in A ha la convinzione che se decide di aumentare il prezzo, la

sua domanda sarà la DD (in cui c’è una grande elasticità e quindi perdita di quota di mercato),

mentre se decide di diminuire il prezzo del suo prodotto, la domanda sarà dd (in cui c’è poca

elasticità e quindi poco guadagno in termini di maggiori vendite).

Ne risulterà una domanda ad angolo (spezzata), che nella parte alta prende il segmento di DD

e nella parte bassa prende il segmento di dd. A questa domanda spezzata è relativo un ricavo

marginale Rm, che è necessariamente interrotto in corrispondenza del punto d’angolo della

curva di domanda RM.

Questa figura spiega perché il prezzo rimane lo stesso per lunghi periodi di tempo. Le

variazioni del Cm all’interno dell’intervallo interrotto non hanno infatti ripercussioni sul prezzo

e quindi esso rimane lo stesso (P*) per molto tempo. Solamente quando l’impresa leader

decide che è arrivato il momento di variare il prezzo di mercato, operando un cambiamento

che va oltre l’intervallo interrotto del Cm, le altre imprese del mercato oligopolista la

seguiranno.

La concorrenza monopolistica

Abbiamo detto che si ha concorrenza monopolistica quando in un mercato coesistono molte

imprese, ciascuna delle quali ha però un certo potere di mercato potendo influenzare il prezzo.

Ciò è dovuto al fatto che i prodotti offerti da queste imprese non sono uguali fra di loro, come

in concorrenza perfetta, ma si differenziano per alcune caratteristiche che ne fanno dei prodotti

diversi agli occhi dei consumatori. Spesso queste differenze esistono veramente, ma il più delle

volte sono solo il frutto di campagne pubblicitarie mirate, che ingenerano la convinzione che il

prodotto offerto abbia vantaggi che altri prodotti analoghi non hanno (si pensi ai dentifrici, che

sono tutti uguali, ma che sono oggetto di campagne pubblicitarie tese a contraddistinguere gli

uni dagli altri).

L’equilibrio del mercato in concorrenza monopolistica è così rappresentabile

E’ lo stesso grafico del monopolio, per cui possiamo affermare che in questo regime di mercato

ciascun venditore è un piccolo monopolista.

L’equilibrio visto sopra è un equilibrio di breve periodo. Nel lungo periodo accade la stessa cosa

che abbiamo visto in concorrenza perfetta e per lo stesso motivo.

Anche in questo caso infatti c’è libertà d’ingresso ed uscita dal mercato. Pertanto è da ritenere

che se il mercato è vantaggioso, entreranno nuove imprese, se è un mercato in perdita, molte

imprese saranno costrette ad uscire per la chiusura della loro attività. In siffatte condizioni si

verificherà, anche nella concorrenza monopolistica, l’annullamento degli extra-profitti

L’unica differenza con l’annullamento degli extra-profitti, visto in concorrenza perfetta, è che la

domanda del mercato che stiamo esaminando, non essendo orizzontale (in quanto RM non è

uguale a Rm), non tange la curva dei costi medi (CM) nel punto di minimo.

MICROECONOMIA - L’offerta del fattore produttivo lavoro

(lez. n° 6)

Introduzione

Conclusa la trattazione di quella parte del circuito economico (v. lezione 1) riguardante il

mercato dei beni di consumo, passiamo ora a discutere dell’altra “metà del cielo”, cioè della

parte del circuito economico inerente la domanda e l’offerta di fattori produttivi (terra, capitale

lavoro). In particolare parleremo del mercato del lavoro, che è sicuramente, insieme al

mercato della moneta, uno dei principali collegamenti fra i vari settori dell’economia.

In questa lezione analizzeremo l’offerta, in termini di ore lavorate, proveniente dai lavoratori e

vedremo come quest’offerta è discussa nell’ambito della più generale teoria economica delle

scelte del consumatore-lavoratore.

Nella lezione successiva vedremo la domanda di lavoro, sempre in termini di ore-lavoro,

proveniente dalle imprese, mentre nella lezione n. 8 introdurremo, nel discorso del mercato del

lavoro, il ruolo dei sindacati dei lavoratori, data l’importanza assunta da questi ultimi nelle

economie occidentali.

Nella lezione n. 8, a chiusura della parte di microeconomia di questo corso, si accennerà anche

all’equilibrio nel mercato degli altri fattori produttivi, come la terra ed i beni capitali.

L’offerta di lavoro, o meglio di ore-lavoro, proviene dalle famiglie di lavoratori. Dal punto di

vista della teoria del consumatore-lavoratore, la scelta da parte del lavoratore di offrire lavoro

può essere vista come un’alternativa fra il tempo libero ed il consumo.

Infatti, come ricorderete, nella teoria del consumatore (che dava origine alla domanda di beni

di consumo) l’alternativa era fra 2 beni, adesso, anche per il lavoratore (per costruire la sua

offerta di lavoro), l’alternativa è fra due beni. Il bene tempo libero, al quale egli deve

rinunciare se decide di lavorare di più (più ore lavoro = meno ore tempo libero), ed il bene

consumo, cioè la possibilità di spendere il reddito derivante dal lavoro effettuato, per

acquistare tutti quei prodotti di cui il lavoratore ha bisogno (bei primari) o che comunque

gradisce (beni di lusso). In altre parole, il bene consumo deve essere inteso come un bene-

paniere, che raggruppa in sé tutti i beni di consumo che possono essere comprati nel mercato

dei beni (alimenti, vestiti, divertimenti, viaggi, ecc.).

Quindi, nel grafico che rappresenta la teoria delle scelte del lavoratore avremo, come valori

degli assi, sulle ascisse, il tempo libero cui egli deve rinunciare per lavorare, e, sulle ordinate, il

consumo che può effettuare in virtù del reddito (salario) ricevuto per lavorare. Se è vero che

maggiore è il tempo lavorato, minore è il tempo libero, è anche vero che maggiore è il tempo

lavorato, maggiore è il consumo dei beni praticabile sul mercato. E’ questa l’alternativa del

lavoratore, sulla base della quale costruiremo l’equilibrio e che ci permetterà di definire la

curva d’offerta del lavoro.

Anche in questo caso utilizzeremo la teoria marginalistica, per la quale l’equilibrio tra 2

grandezze, lo ripetiamo, si realizza quando i loro valori marginali (dell’ultima unità) sono

uguali.

Di conseguenza, se assegniamo alle due grandezze viste sopra (consumo e tempo libero) dei

valori in termini di utilità totale

Consumo Tempo libero (ore) Utilità totale

1 4 2

2 8 5,66

3 12 6

4 16 8

5 22 10,49

possiamo ricavare, calcolando le variazioni dell’utilità totale per ciascuna grandezza, l’utilità

marginale del tempo libero (e anche del consumo)

Variazione del tempo Variazione dell'utilità Utilità marginale del tempo

libero totale libero

6 6,38 1,06

3 2 0,67

5 2,75 0,55

9 3,98 0,44

Si dimostra che l’utilità totale è massima quando le utilità marginali dei 2 beni, tempo libero e

consumo, sono uguali: Umt = Umc

dove Umt=(utilità marg. tempo libero) e Umc=(utilità marg. consumo)

ponderate però con i rispettivi prezzi, che per il tempo libero è il salario (W), inteso come costo

opportunità. Per cui, in ultima analisi, avremo l’equilibrio di massima utilità totale quando

Umt/W = Umc/P

Nella nostra costruzione i due valori di P (prezzo del paniere di beni=livello generale dei prezzi

di mercato) e di W (salario monetario per ora lavorata) sono assunti costanti.

Curve d’indifferenza e vincolo di bilancio

Utilizzando gli strumenti fornitici dalla considerazione dell’utilità totale possiamo costruire,

anche per il lavoratore, una famiglia di curve d’indifferenza. I punti su ciascuna di esse

esprimono le combinazioni di consumo e tempo libero che, a parità di utilità totale, sono

indifferenti al lavoratore. Inoltre, la curva d’indifferenza più esterna rappresenta un’utilità

totale maggiore rispetto a quelle più vicine all’origine. Questo perché più la curva si allontana

dall’origine e più i suoi punti permettono di ottenere una maggiore quantità di entrambi i beni

(tempo libero e consumo).

La funzione matematica che descrive le curve d’indifferenza è detta (come per la domanda del

consumatore) saggio marginale di sostituzione. Questo saggio è dato dal rapporto

Sms = (incremento del bene di consumo) / ( incremento del tempo libero)

Il vincolo di bilancio del lavoratore sarà rappresentato, dato per costante il salario W, da

questo grafico

in cui il bene consumo raffigurato è quello reale (C/P), che considera le variazioni dei prezzi P

(livello generale dei prezzi).

Il vincolo di bilancio esprime un concetto molto semplice. Più aumenta il tempo libero (fino ad

arrivare al massimo, cioè T) e meno si lavora, meno si lavora e meno si consuma, per

mancanza del reddito da lavoro (W). Viceversa, più diminuisce il tempo libero (fino ad arrivare

al minimo, cioè zero) e più si lavora, più si lavora e più si hanno i mezzi (salario W) da

spendere in beni di consumo (fino al massimo consumo, cioè C segnato/P).

La funzione che sta sotto il vincolo di bilancio del lavoratore e che esprime anche la sua

inclinazione è W/P

L’equilibrio nelle scelte del lavoratore, in cui le utilità marginali del tempo libero e del consumo

sono uguali (Umt=Umc), si ha quando si verifica l’uguaglianza delle 2 funzioni del vincolo di

bilancio e delle curve d’indifferenza: Sms = W/P

Graficamente: Impossibile v isualizzare l'immagine.

Il grafico superiore rappresenta il consueto equilibrio, nel quale la curva d’indifferenza con la

più alta utilità totale raggiungibile tange il vincolo di bilancio.

Il grafico inferiore esprime le ore lavorate d’equilibrio come ore complementari a quelle

dedicate al tempo libero. Infatti, vale sempre la seguente espressione:

Tempo totale = Tempo libero + Tempo lavorato

Variazioni del salario e costruzione dell’offerta di lavoro

Per arrivare a costruire la curva d’offerta del lavoro, dobbiamo prima fare un altro passaggio.

In particolare dobbiamo fare un esperimento che ci dica come si modifica l’equilibrio al variare

del prezzo del lavoro, cioè W.

Immaginiamo quindi un aumento del salario W. Il vincolo di bilancio si modificherà come in

figura, passando dalla retta (T, C segnato/P) alla retta (T, C’ segnato/P).

Questo perché l’aumento del salario W, a parità di tutte le altre grandezze, comporta la

possibilità di un maggior consumo per le stesse ore lavorate (o di tempo libero).

Dove si posizionerà il nuovo equilibrio? Dipende.

Dipende infatti dall’ampiezza dell’effetto sostituzione e dall’ampiezza dell’effetto reddito,

presenti anche nel mercato del lavoro (come in quello del consumatore, v. lezione 3).

Se l’effetto sostituzione (fra consumo e tempo libero) prevale sull’effetto reddito, l’aumento del

salario comporta una riduzione del tempo libero (il lavoratore è indotto dal più alto salario a

lavorare di più per guadagnare maggiormente) e quindi il nuovo equilibrio sarà più prossimo al

punto C del grafico. Se l’effetto reddito (la maggiore ricchezza induce a ridurre le ore lavorate)

prevale sull’effetto sostituzione, l’aumento del salario comporta un aumento del tempo libero

(il lavoratore sentendosi più “agiato” si gode di più la vita) e quindi la nuova combinazione

d’equilibrio sarà più prossima al punto D del grafico.

L’equilibrio finale, conseguente all’aumento del salario W, sarà dunque un qualsiasi punto

compreso nell’intervallo fra C e D (estremi inclusi). Il punto esatto lo deciderà la curva

d’indifferenza, espressione delle preferenze del lavoratore, tangente nell’intervallo anzidetto.

In figura 2 possibili soluzioni.

Grazie all’esperimento d’aumento del salario appena completato, è ora possibile costruire la

curva d’offerta del lavoro. Questa curva sarà crescente, come in tutti i casi d’offerta, perché

esprime una relazione diretta fra la quantità di lavoro in ore ed il salario reale (cioè il salario

che considera i prezzi: W/P).

Il punto di partenza (W segnato/P) rappresenta il salario minimo di partecipazione, cioè il

salario di sussistenza, al di sotto del quale il lavoratore non offre il proprio lavoro, perché

considera questa retribuzione troppo bassa.

Arrivati ad un certo livello del salario reale (molto alto), la curva potrebbe assumere un

andamento decrescente, come in figura.

Questo perché, come abbiamo visto facendo l’esperimento sull’aumento del salario, l’effetto

reddito, per salari altissimi, potrebbe dominare l’effetto sostituzione. Il lavoratore che riceve un

salario elevato può, infatti, decidere di ridurre il lavoro e coltivare maggiormente il suo tempo

libero. E’ il caso dei grandi dirigenti d’azienda (top manager), che, arrivati ad un certo reddito

familiare o ad una certa età, si possono permette di trascurare il lavoro.

Quanto abbiamo detto finora vale come offerta del lavoro indirizzata all’intera economia,

cioè all’intero sistema economico di un paese.

E’ molto più indicativo, però, considerare, anziché l’offerta suddetta, l’offerta del lavoro

rivolta ad un singolo settore economico, come l’industria, l’agricoltura, l’artigianato, il

terziario (i servizi) o il terziario avanzato (i servizi dell’alta tecnologia).

Il risultato che si ottiene considerando l’offerta dei singoli settori produttivi è maggiormente

attendibile e ricco di significati, perché nella realtà l’offerta di lavoro si rivolge ai singoli settori

dell’economia e non all’intera economia. E’, infatti, impensabile ritenere che un contadino offra

il suo lavoro anche nell’industria o nel terziario, così com’è inverosimile pensare che un operaio

si offra nel settore dell’artigianato o del terziario avanzato.

Il grafico che rappresenta l’offerta rivolta ai singoli settori produttivi di un paese è il seguente:

Questa figura ci dà un’informazione ulteriore di grandissima importanza. Infatti, la curva

d’offerta in un settore (p. es. agricoltura) si può spostare in conseguenza della modificazione

del salario (W1) di un altro settore (p. es. industria).

Nell’esempio in figura, la nuova offerta tratteggiata è conseguenza dell’aumento del salario W1

nell’altro settore economico. I lavoratori abbandonano il settore in cui lavoravano per cercare

lavoro nel settore in cui c’è stato l’aumento del salario retributivo, come si deduce dal fatto che

la nuova curva tratteggiata indica una minor offerta di ore lavorative a parità di salario

monetario.

Ciò esprime il fatto che gli aumenti salariali degli altri settori produttivi (W1, W2, ecc.)

inducono i lavoratori a “riconvertirsi” nel mercato del lavoro dei settori con i salari più alti.

Conclusione: l’offerta di lavoro di un settore produttivo è influenzata dalle modificazioni dei

salari relativi (W1, W2, W3, ecc.) degli altri settori produttivi.

L’equilibrio fra domanda e offerta nel mercato del lavoro (dando per conosciuta la domanda di

lavoro proveniente dalle imprese, che studieremo nella lezione successiva) può anch’esso

essere visto nell’ambito di un settore o dell’intera economia.

Dal punto di vista del singolo settore economico, l’equilibrio si realizza sempre all’intersezione

fra la domanda e offerta di lavoro

ma l’offerta può modificarsi (spostarsi), e quindi cambiare il punto d’equilibrio, anche in

conseguenza della variazione dei salari relativi nei mercati del lavoro degli altri settori

produttivi.

Inoltre, la rappresentazione del mercato del lavoro nel singolo settore ci dice anche che,

quando il settore si espande (p. es. per aumenti della sua produttività), aumentano sia

l’occupazione del settore, che il relativo salario monetario. Ciò è evidenziato dallo spostamento

della curva di domanda.

Sul mercato del lavoro dell’intera economia ci fornisce, invece, un quadro d’insieme dei vari

settori economici.

Nel quale gli spostamenti dell’offerta non deriveranno più dalla variazione dei salari relativi, in

quanto il salario reale d’equilibrio è già il risultato dell’equilibrio dei salari relativi.

Tuttavia questo grafico è utile per affermare che la posizione della curva d’offerta dipende dalla

quantità (stock) di capitale umano (di lavoratori) a disposizione del sistema economico, mentre

la posizione della curva di domanda dipende dallo stock di capitale fisico (beni capitali) sempre

a disposizione del sistema.

Tecnologia e capitale umano e fisico sono dunque le forze che danno impulso al mercato del

lavoro. MICROECONOMIA - Efficienza nella produzione e isoquanti di produzione

(lez. n° 7)

Efficienza nella produzione

Così come abbiamo studiato il comportamento di un consumatore razionale, per elaborare la

teoria del prezzo, così adesso studieremo il comportamento di un’impresa razionale per

elaborare la teoria dell’efficienza di produzione. Infatti, un’impresa ha un comportamento

razionale quando organizza i suoi diversi processi produttivi nel modo più efficiente possibile.

Esistono 2 modi per avere una produzione efficiente:

1) Dato un certo costo per l’acquisto dei fattori produttivi, raggiungere la massima produzione

possibile.

2) Data una certa produzione, limitare al minimo il costo dei fattori produttivi.

A queste 2 visioni dell’efficienza corrispondono 2 diverse strade da percorrere per trovare

l’equilibrio nella teoria della produzione e per costruire la curva della domanda di lavoro.

Vedremo come queste due strade porteranno comunque allo stesso risultato, nel senso che le

conclusioni raggiunte saranno le stesse in entrambi i casi.

Inoltre, è dimostrabile che la condizione di efficienza della produzione (in qualunque modo

si raggiunga) equivale alla condizione di massimo profitto. Per cui anche se volessimo

elaborare una teoria economica che persegua l’obiettivo di realizzare, per l’impresa, il massimo

profitto possibile, anziché l’efficienza produttiva, giungeremmo alle stesse conclusioni della

teoria che ci accingiamo a studiare.

Isoquanti di produzione ed isocosti

Cominciamo con il caso in cui teniamo fermo il costo dei fattori produttivi e massimizziamo la

quantità prodotta.

Questo significa che l’impresa ha a disposizione una somma di denaro prestabilita, non

modificabile, da impiegare nell’acquisto dei fattori produttivi. Se ipotizziamo che la scelta tra i

fattori produttivi si riduca a 2 soli fattori, il lavoro e le macchine, siamo già in grado di

disegnare graficamente un vincolo di bilancio per la ns. impresa

Questo vincolo si chiama retta di isocosto, perché ogni punto su di essa rappresenta la

massima quantità di entrambi i fattori (tranne gli estremi, dove si utilizza, per la produzione,

un solo fattore) che l’impresa può permettersi con quella somma.

Già sappiamo che l’impresa utilizzerà per il suo processo produttivo una combinazione dei

fattori espressa da un punto dell’isocosto, perché i punti che si trovano oltre di esso sono

irraggiungibili, mentre i punti entro l’isocosto causano uno spreco di denaro, che rimane

inutilizzato per l’acquisto dei 2 fattori.

Rimane da chiarire quale punto, in particolare, configura la combinazione ottimale (efficiente)

dei 2 fattori produttivi. Questo punto ci sarà indicato dalla curva d’indifferenza.

Questa curva d’indifferenza si chiama isoquanto di produzione o isoprodotto, perché ogni

punto su di esso rappresenta una combinazione dei 2 fattori, tecnicamente efficiente, che

permette di produrre la stessa quantità Q1.

L’isoquanto di produzione si costruisce considerando tutte le possibili combinazioni di fattori

che producono la stessa quantità (Q1). In tabella, p. es., sono indicate alcune combinazioni dei

fattori (ore lavorate e numero macchine) che permettono di produrre la quantità 5.

Produzione totale Quantità di Quantità (ore) di lavoro

(costante) macchine necessario

5 2 6,78

5 5 5

5 8 4,27

5 11 3,84

5 15 3,47

Procedendo allo stesso modo per diversi livelli di quantità di prodotto, è possibile ottenere una

famiglia di isoprodotti, ciascuno dei quali esprime le combinazioni di fattori necessarie per

raggiungere una diversa quantità prodotta.

Ancora una volta notiamo che gli isoquanti di produzione più alti rappresentano produzioni più

elevate, rispetto agli isoquanti inferiori. Ciò perché una quantità maggiore di entrambi i fattori

permette di realizzare sicuramente produzioni più consistenti.

Le funzioni matematiche che descrivono gli isocosti e gli isoprodotti sono le seguenti:

Isocosto: Pk / W

dove Pk è il prezzo delle macchine e W è il salario (prezzo del lavoro)

Isoprodotto:

SMTS = (incremento della quantità di lavoro) / (incremento del numero di macchine)

dove la sigla SMTS sta per saggio marginale tecnico di sostituzione.

Adesso consideriamo la seconda strada per raggiungere il ns. equilibrio. Cioè il caso in cui

teniamo ferma la quantità di prodotto e minimizziamo i costi dei fattori produttivi.

Questo significa che l’impresa vuole produrre una quantità prestabilita, non modificabile,

utilizzando allo scopo qualsiasi quantità dei due fattori sia necessaria.

I termini del problema sono invertiti. In questo caso è la produzione a rimanere costante,

mentre il costo per l’acquisto dei fattori produttivi è variabile.

Graficamente ciò comporta che avremo solo una curva di isoquanto di produzione (quella

corrispondente al livello produttivo che si vuole ottenere) ed una famiglia di isocosti.

Vediamo adesso come si realizza l’equilibrio nell’un caso e nell’altro.

Nel primo caso l’equilibrio si avrà come in figura

La combinazione efficiente dei fattori è L* e m*, perché essa configura l’unico punto in cui,

data una certa somma di denaro da impiegare nell’acquisto dei fattori, è possibile raggiungere

la massima produzione.

Nel secondo caso l’equilibrio si avrà come in figura

La combinazione efficiente è sempre la stessa L* e m*, perché essa configura l’unico punto un

cui, dato un certo livello di produzione, è possibile limitare i costi dei fattori al minimo.

Come si vede, qualsiasi strada intrapresa per trovare l’equilibrio, consistente nell’efficienza

produttiva, porta alla medesima combinazione ottimale dei fattori impiegati nella produzione.

In entrambi i casi, l’equilibrio si avrà nel punto dove le funzioni dell’isocosto e dell’isoprodotto

si uguagliano: SMTS = Pk / W

Questa equazione d’equilibrio, è bene ricordarlo, verifica anche la condizione di massimo

profitto dell’impresa.

Variazioni del salario e costruzione della domanda di lavoro

Rimane un unico passaggio da effettuare per avere tutti gli strumenti necessari per costruire la

domanda di lavoro da parte delle imprese. Si tratta del solito esperimento di variazione dei

salari, necessario a verificare se la quantità di lavoro domandata aumenta o diminuisce. Se

riusciamo a dimostrare che un aumento di W comporta una riduzione della domanda di lavoro

delle imprese, avremo dimostrato l’andamento decrescente della domanda di lavoro (come

quella di tutte le domande) e ne avremo giustificato la costruzione con inclinazione negativa (il

salario W e la quantità di lavoro domandata sono in relazione inversa fra di loro).

Aumentiamo dunque il salario W per vedere cosa succede nell’equilibrio appena visto.

L’aumento del salario comporta una variazione dell’isocosto (da L segnato/W a L’ segnato/W),

perché ora è possibile acquistare una minore quantità di ore lavorate con la somma a

disposizione. Di conseguenza il nuovo equilibrio si forma, sulla nuova retta di isocosto, in un

punto che senz’altro comporta una minore domanda del fattore lavoro.

Conclusione: all’aumentare del salario W diminuisce la domanda di lavoro da parte delle

imprese e quindi possiamo costruire anche questa domanda con la consueta inclinazione

negativa.

MICROECONOMIA - I sindacati nel mercato del lavoro e la domanda e offerta degli

altri fattori produttivi

(lez. n° 8)

Il caso del sindacato monopolista

Ipotizziamo che nel mercato del lavoro esista un unico sindacato (che può essere definito

perciò monopolista), al quale sono iscritti tutti i lavoratori.

E’ chiaro che in questa situazione, il sindacato monopolista avrebbe uno strapotere, perché

avrebbe la possibilità di controllare totalmente l’offerta di lavoro nel mercato.

Il salario monetario sarebbe stabilito unilateralmente dal sindacato e quindi per l’impresa esso

risulterebbe come un valore non modificabile.

Graficamente il salario monetario (e quindi l’offerta di lavoro nel mercato), deciso dal sindacato

monopolista, è rappresentabile come una retta parallela all’asse delle ascisse.

Immaginiamo che, in assenza del sindacato, il salario monetario deciso dal mercato in

concorrenza coincida con il salario medio del sistema economico (in figura W*), corrispondente

ad un livello di occupazione L*mentre il salario stabilito dal sindacato monopolista fosse W1,

corrispondente ad un livello occupazione L1. Quali conclusioni economiche si ricavano da

questa situazione? Impossibile v isualizzare l'immagine.

Risulta che l’intervento del sindacato, anziché aumentare l’occupazione, incrementa la

disoccupazione (della quantità L* - L1) e produce, teoricamente, una tendenza all’aumento dei

prezzi del comparto (per il maggior costo di produzione delle imprese) ed una spirale di

crescita dei salari relativi (i risultati salariali raggiunti in questo settore produttivo provocano,

infatti, una rincorsa salariale negli altri settori economici), con conseguenze sui prezzi

dell’intero sistema economico.

Quindi, in definitiva, il salario deciso dal sindacato porta a dei risultati diametralmente opposti

a quelli che un sindacato dovrebbe perseguire.

Questo discorso è importante e deve essere tenuto ben presente quando, nelle trattative

sindacali riguardanti la conclusione di un contratto collettivo di lavoro, i sindacati si adoperano

esclusivamente per garantire un certo livello salariale ai propri lavoratori.

Il caso dei sindacati corporativi in competizione oligopolista

Arriviamo alle stesse conclusioni cui siamo giunti nel caso del sindacato monopolista, se

consideriamo un mercato del lavoro in cui i lavoratori sono rappresentati, anziché da un unico

sindacato, da più sindacati, in competizione fra di loro per avere il maggior numero di iscritti.

E’ sicuramente questa la situazione più realistica.

Anche con più sindacati in competizione oligopolista, gli effetti sull’economia di salari imposti,

più alti di quelli concorrenziali, sono controproducenti per i sindacati stessi. Infatti, i livelli

salariali, contrattualmente stabiliti dai sindacati, provocano una maggiore disoccupazione nel

comparto produttivo disciplinato dal contratto collettivo, con tutti i riflessi negativi che una

siffatta situazione comporta per l’intera economia (prezzi più alti nel settore economico, effetti

sui salari e sui prezzi degli altri settori, spirale inflazionistica alimentata dall’aumento dei costi

di produzione).

L’unica particolarità economica di rilievo, in un mercato del lavoro caratterizzato da più

sindacati corporativi, anziché uno solo, è la configurazione ad angolo della domanda di lavoro

da parte delle imprese (in modo speculare alla domanda ad angolo dei beni, che abbiamo visto

nell’oligopolio d’impresa).

La spiegazione di questa forma peculiare della domanda è più semplice di quello che sembra.

Se ipotizziamo che il livello salariale nel mercato sia W0, dal punto di vista dei sindacati è

come se la domanda di lavoro nel punto E fosse spezzata, perché ciascun sindacato presume

che, se esso riesce a far aumentare (con la contrattazione) il salario, gli altri sindacati lo

seguiranno necessariamente (per non perdere gli iscritti), per cui ci si muoverà verso sinistra,

sulla curva di domanda Dl, che è poco elastica. Viceversa, se un sindacato decide di far

abbassare il salario, esso presume che gli altri sindacati non lo seguiranno (sempre per

rafforzare gli iscritti), per cui ci si muoverà verso destra, sulla domanda di lavoro delle imprese

dl, che ha molta più elasticità, con grosse ripercussioni sul lato occupazionale.

L’introduzione dei salari minimi

Dopo aver visto il caso dei salari minimi imposti dai sindacati, analizziamo adesso il caso

generale riguardante l’introduzione, per qualsiasi ragione, di livelli garantiti di salario, in

determinati mercati del lavoro.

La situazione di mercato può essere rappresentata graficamente in modo seguente

in cui si ipotizza un’offerta di lavoro totalmente rigida (verticale): i lavoratori sono disposti ad

accettare l’occupazione per qualsiasi salario. In particolare, l’offerta di lavoro nel mercato

corrisponde all’occupazione L*, mentre l’occupazione di pieno impiego (cioè senza

disoccupazione) è L. Il salario determinato liberamente dalle forze di mercato è W*.

E’ facile comprendere quando il livello di salari minimi non provoca distorsioni nell’allocazione

delle risorse di questo mercato. Infatti, solo per un salario minimo più basso di quello di

mercato W*, p. es. Wmin, si ha un miglioramento della situazione, e, addirittura, si riesce a

raggiungere la piena occupazione della forza lavoro.

In tutti gli altri casi, in cui viene stabilito un salario minimo più alto di quello di mercato, p. es.

W’min, la disoccupazione aumenta sensibilmente. Questo perché si provocano delle forti

distorsioni all’efficiente allocazione delle risorse, in quanto s’impedisce alle forze di mercato di

agire liberamente.

Il problema è che, spesso, quest’aggiustamento verso il basso del salario concorrenziale,

andrebbe ad operare in un mercato in cui il salario che si formerebbe (se non intervenissero i

sindacati) liberamente sul mercato, è già basso di per se stesso e quindi un ulteriore

abbassamento sarebbe inaccettabile.

Inoltre, nel decidere il salario minimo da imporre in un determinato mercato, bisogna valutare

bene il differenziale rispetto al salario di mercato, perché altrimenti si potrebbe correre il

rischio di determinare un salario minimo troppo basso in assoluto (come il salario tratteggiato

in figura, vicino all’asse delle ascisse), con gravi conseguenze sul mercato del lavoro (eccesso

di domanda, mercato nero del lavoro, ecc.).

La conclusione è una sola. In linea di massima, il salario minimo, garantito ai lavoratori, è

utile, per aumentare l’occupazione, solo quando è più basso del salario formato dalla libera

concorrenza di mercato. La difficoltà sta nel determinare quel livello minimo dei salari in grado

di assicurare al lavoratore uno stipendio comunque “dignitoso”.

Anche in un altro caso, la fissazione di un salario minimo è efficiente. E’ il caso del

monopsonio, cioè dell’impresa unica acquirente sul mercato del lavoro (i lavoratori possono

offrire il proprio lavoro solo a quell’impresa). In un contesto del genere, in realtà molto

inverosimile, data l’oramai apertura mondiale di tutti mercati (compreso quello del lavoro), il

salario minimo garantito darebbe la possibilità ai lavoratori di controbilanciare l’enorme forza

contrattuale dell’impresa monopsonista.

L’equilibrio nel mercato degli altri fattori produttivi

A conclusione della parte di microeconomia di questo corso, un accenno all’equilibrio nel

mercato dei fattori produttivi diversi dal lavoro: terra e beni capitali.

Anche in questi mercati l’equilibrio è conseguenza della teoria del prezzo, in base alla quale i

valori di equilibrio (prezzo P e quantità Q) sono determinati dal mercato, in corrispondenza

dell’intersezione fra domanda e offerta ed in particolare nel punto cui corrisponde l’uguaglianza

fra la quantità domandata e quell’offerta, del fattore produttivo.

Per quanto riguarda il fattore terra, la peculiarità di esso sta nel fatto che in natura ne esiste

un quantitativo fisso, non modificabile (tranne il caso di bonifica), per cui l’offerta di terra si

raffigura graficamente come un asse verticale (offerta rigida o completamente anelastica).

Il prezzo della terra è deciso unicamente dalla posizione della domanda di terra e quindi dai

suoi spostamenti. In questa situazione, ma anche in tutte quelle in cui il prezzo di un bene è

deciso unicamente da una curva, per la rigidità dell’altra, il prezzo prende il nome tecnico di

rendita.

Per quanto riguarda, invece, il fattore capitale, è importante sottolineare che esso raggruppa

sia il capitale monetario (cioè i finanziamenti necessari all’impresa per lo sviluppo della sua

attività), sia il capitale reale (cioè l’acquisto da parte dell’impresa di macchine indispensabili

per la sua produzione).

Nel primo caso, capitale finanziario, l‘equilibrio fra domanda e offerta avviene nei mercati

finanziari (per es. in borsa o attraverso il sistema bancario) ed il prezzo che si forma è il tasso

d’interesse, cioè il costo del denaro. La domanda proviene dalle imprese, che hanno bisogno

dei finanziamenti per realizzare i loro investimenti produttivi, mentre l’offerta di capitali in

prestito proviene dalle famiglie o dagli investitori istituzionali, che puntano a realizzare un

profitto dai capitali investiti (interesse o dividendo). Il prezzo che si forma è il tasso

d’interesse, cioè il costo del capitale preso a prestito.

Nel secondo caso, capitale reale (macchine), l’equilibrio fra l’offerta, rappresentata dai

proprietari delle macchine (le case produttrici) e la domanda da parte delle imprese, porta a

determinare il prezzo delle macchine, inteso come tasso di remunerazione del bene reale. In

questo mercato intervengono delle valutazioni circa i flussi attesi di rendimento e circa il valore

attuale delle remunerazioni future delle macchine.

Importante è, infine, la distinzione tra macchine riproducibili nel breve periodo e macchine non

riproducibili, anche dette macchine specialistiche, nello stesso periodo.

Queste ultime macchine, particolarmente tecniche, non possono essere costruite nel

quantitativo desiderato nel breve termine e di conseguenza la loro offerta sul mercato è

pressoché rigida.

Il prezzo, ovvero il tasso di remunerazione, dei beni capitali specialistici è dato quindi, nel

breve periodo, esclusivamente dalla posizione della domanda. Per questa sua caratteristica, il

prezzo dei beni reali specialistici prende il nome di quasi-rendita. Chiaramente nel lungo

periodo il problema di riproduzione delle macchine specialistiche non sussiste, potendo esse

essere costruite nella quantità richiesta dal mercato, perciò la loro offerta assume la

tradizionale forma crescente (relazione diretta fra P e Q).

Per le macchine normalmente riproducibili non è necessaria questa doppia considerazione del

breve e del lungo periodo. L’equilibrio del loro mercato avviene nel canonico punto

d’intersezione fra domanda e offerta, dove si determinano la quantità ed il tasso di

remunerazione (prezzo) d’equilibrio. E’ tuttavia ipotizzabile, per alcune macchine, un’offerta

infinitamente elastica, in conseguenza della facilità di riproduzione, nel lungo periodo, del loro

stock. La rappresentazione grafica del mercato delle macchine con questa caratteristica è la

seguente:

Impossibile v isualizzare l'immagine. Impossibile v isualizzare l'immagine.

Introduzione alla macroeconomia

(lez. n° 9)


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Economia politica sulle nozioni principali di microeconomia e di macroeconomia. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: la definizione di economia politica, la microeconomia e la macroeconomia, l'equilibrio economico generale, la frontiera della produzione: scarsità ed efficienza, l'eccesso di offerta e l'eccesso di domanda.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia Politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Leoncini Riccardo.

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