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Capitolo 1: Principi di contabilità nazionale

La contabilità nazionale è un metodo per misurare in modo sistematico le grandezze aggregate della produzione e della domanda di beni e servizi riferite generalmente al periodo di un anno. La contabilità nazionale è elaborata dall’Istat mentre la Banca d’Italia si limita a fornire dati monetari e finanziari di completamento; l’Eurostat è l’ufficio statistico dell’Unione Europea, il quale sovraintende alla corretta applicazione delle norme contabili di tutti i paesi europei.

Nei conti nazionali sono inclusi i seguenti fenomeni: la produzione di beni e servizi, la distribuzione del reddito tra i partecipanti del reddito alla produzione, l’utilizzo del reddito e infine la domanda di beni e servizi. Gli operatori sono 4: le famiglie (persone fisiche che poi danno luogo al consumo), le imprese (persone giuridiche che producono beni e servizi), lo stato e il resto del mondo (estero, economie diverse dalla nostra).

La contabilità intersettoriale

Consideriamo un’economia che non ha scambi con l’estero, ossia un’economia chiusa; pensiamo ora al sistema produttivo come formato da imprese raggruppate in settori le quali producono i loro beni e servizi sostenendo dei costi e vendono tali beni e servizi agli utilizzatori. Si introduce in questo modo un concetto fondamentale che è quello della macroeconomia, ossia ciò che i settori produttivi offrono, non sempre è venduto; può succedere che la domanda sia superiore o inferiore a quanto i settori hanno prodotto, cioè alla loro offerta.

Quando l’offerta è superiore alla domanda, l’impresa si trova ad avere un magazzino dove mette la merce non venduta; quando invece le imprese hanno prodotto troppo poco rispetto alla domanda, si trovano a non poter soddisfare l’utilizzatore. Queste variazioni dell’ammontare delle merci prendono il nome di variazioni delle scorte.

Un ulteriore concetto da tenere presente è la distinzione fra flussi e stock; il flusso è un ammontare che scorre durante l’anno e che alla fine dell’anno è scomparso da qualche parte; lo stock è un oggetto la cui consistenza può essere misurata solo in riferimento a un istante di tempo determinato. Esempi importanti di stock sono: lo stock dei capitali detti durevoli (vedi le attrezzature, gli edifici) oppure i magazzini stessi. La variazione del primo stock è causata dal flusso chiamato investimenti fissi, mentre la variazione del magazzino è causata dal flusso delle scorte.

Il modo di valutare la produzione da parte della contabilità nazionale è di due tipi: a prezzi di mercato o a prezzi base che sono pari alla valutazione dei prezzi di mercato al netto. Riguardo ai costi sostenuti da un settore ci sono costi intermedi, che sono costi per acquistare da altri settori produttivi (spese telefoniche); dall’altra parte vi è il pagamento di redditi alle persone fisiche o giuridiche che collaborano alla produzione. La somma di questi redditi dà il valore aggiunto che non è altro che la differenza tra il valore della produzione e la somma dei costi intermedi. Ribadiamo che i costi intermedi includono solo quelli per l’acquisto di beni o servizi utilizzabili nel corso dell’anno.

Il valore aggiunto si compone di due voci: i redditi da lavoro dipendente più il risultato lordo di gestione. Il risultato lordo di gestione è dato dai redditi diversi da quelli da lavoro dipendente ossia dai redditi di lavoro autonomo, dai dividendi della società e dagli interessi pagati ai vari finanziatori. Risultato lordo di gestione = risultato netto di gestione più l’ammortamento.

L’ammortamento: in economia si chiamano quote di ammortamento quelle somme che ogni impresa mette annualmente nel bilancio per costituire un fondo necessario per l’acquisto di macchinari o per rinnovare gli impianti.

Le imposte indirette gravano sulle imprese le quali pagano traendo le risorse dal valore aggiunto. Queste imposte sono caricate sull’attività di produzione o di vendita, a differenza delle imposte dirette le quali sono a carico del reddito personale del soggetto.

I.V.A.: è un’imposta indiretta in quanto grava su atti come il consumo e la produzione e non su persone fisiche o giuridiche; essa grava sui clienti, ossia le imprese quando emettono la fattura caricano il 20% sul valore della produzione, a titolo di IVA, che viene appunto pagata dai clienti. È chiaro poi che le imprese sono debitrici nei confronti dell’erario della differenza tra l’IVA incassata e l’IVA pagata sugli acquisti (IVA non deducibile).

IVA, significa per esteso imposta sul valore aggiunto, il valore aggiunto è dato dalla differenza tra il valore della produzione e i costi intermedi. Da sottolineare che l’IVA non costituisce un aggravio netto per le imprese, infatti esse la possono versare all’erario proprio perché ne hanno incassata di più (dai loro clienti) rispetto a quella che hanno pagato ai loro fornitori. Detto questo, il vero pagatore dell’IVA sono le famiglie.

Le imposte dirette sono: IRPEF (imposta su persone fisiche), IRPEG (imposta su persone giuridiche), IRAP (imposta regionale sulle attività produttive), IRES (imposta sul reddito delle società), ICI (imposta comunale sugli immobili); oltre a queste ci sono le imposte di successione e sulle donazioni.

NB: la somma dei redditi da lavoro dipendente e la somma del risultato lordo di gestione costituisce il valore aggiunto ai prezzi base, mentre l’aggiunta delle imposte indirette (IVA) dà luogo al valore aggiunto ai prezzi di mercato. Passando adesso alle vendite finali (sempre ipotizzando un’economia chiusa), sono date dalla differenza tra il totale della produzione venduta e le vendite intermedie.

Consumi finali: spese delle famiglie più spesa dell’amministrazione pubblica = consumi finali, mentre i consumi finali più gli investimenti lordi danno la domanda finale.

Dalla contabilità intersettoriale alla contabilità del reddito

Se vogliamo considerare l’economia nazionale come un settore che produce un singolo prodotto, dobbiamo sommare tutti i settori produttivi in un unico settore, cioè a dire dobbiamo sommare i settori dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi.

Il valore aggiunto ai prezzi di mercato di ogni settore si compone, in larga parte, dei redditi distribuiti alle persone fisiche e giuridiche che partecipano alla produzione. Il primo tipo di reddito riferito alle persone fisiche è dato dai redditi da lavoro dipendente, il secondo riferito alle persone giuridiche è il risultato lordo di gestione. I redditi da lavoro dipendente costituiscono le spese che le imprese devono sostenere per il fatto di avere lavoratori dipendenti (costo del lavoro), questi redditi sono scomposti in due parti: le retribuzioni lorde del lavoro dipendente e i contributi sociali (a carico dell’impresa).

Le retribuzioni sono definite lorde perché valutate al lordo dell’imposizione diretta, ossia delle imposte sui redditi dei dipendenti. La seconda voce importante del valore aggiunto è il risultato lordo di gestione: si tratta di tutti i reddititi, questa volta diversi da quelli da lavoro dipendente, che l’Istat raggruppa in una voce unica. Questa voce contempla i redditi da lavoro autonomo, i dividendi delle imprese e gli interessi pagati ai vari finanziatori.

Perché attribuiamo l’aggettivo lordo al risultato di gestione: le imprese utilizzano dei capitali fissi che col tempo perdono valore, per questa ragione in teoria occorrerebbe ogni anno destinare una quota del risultato di gestione per rimpiazzare quella parte di capitale che si è usurata, questa quota si chiama ammortamento. Gli ammortamenti non sono facilmente calcolabili da parte dell’Istat ed è per questo che vengono spesso volte scorporati dal risultato lordo di gestione; quando questo scorporo è possibile il risultato di gestione è netto!

Sulle imprese gravano le imposte indirette sui loro prodotti.

Entrate e uscite pubbliche

Il grosso delle entrate pubbliche è costituito da imposte dirette e indirette e contributi sociali a carico dell’impresa versati per il fatto di impiegare lavoro dipendente. I contributi sociali servono principalmente a garantire ai dipendenti le assicurazioni contro infortuni, malattie oltre che alla pensione. Nel linguaggio comune le entrate pubbliche sono chiamate tasse anche se più precisa è la dizione entrate tributarie, che non sono altro che la somma tra imposte dirette e indirette.

Le uscite pubbliche sono date dalle spese delle amministrazioni pubbliche e dagli investimenti pubblici; dobbiamo altresì considerare le spese previdenziali (pensioni) ed assistenziali, entrambe queste spese sono da considerare redistribuzione del reddito alle famiglie.

Due concetti da tenere in considerazione sono: il saldo del bilancio pubblico che è dato dalla differenza tra tutte le entrate e tutte le uscite, e il disavanzo pubblico che si verifica tutte le volte che le uscite superano le entrate.

Economia aperta

È l’economia che ha scambi con l’estero, questi scambi sono chiamati transazioni tra residenti e non residenti nel territorio geografico-economico nazionale. Non è residente un turista è invece residente colui che rimane nella nazione almeno un anno per svolgere un’attività economica.

La contabilità nazionale misura il fenomeno della produzione di beni e servizi e della seguente domanda che può essere o su base interna o su base nazionale. Su base interna significa che la contabilità nazionale misura l’insieme di tutte le attività produttive sul territorio geografico nazionale. Su base nazionale significa che la contabilità nazionale passa a misurare le grandezze soltanto riferendosi ai residenti. Detto ciò, avremo consumi finali interni nel primo caso e consumi finali nazionali nel secondo. Lo stesso dicasi per il prodotto (reddito) che si è realizzato sul territorio nazionale, il PIL (prodotto interno lordo); PIL che è stato distribuito agli utilizzatori indipendentemente dalla loro residenza, oppure non sarà più PIL ma sarà il reddito interno lordo quando si tratterà di redditi percepiti dai soli residenti.

Gli scambi con l’estero sono scambi di beni e servizi. Le vendite di beni e servizi verso l’estero sono le esportazioni, mentre gli acquisti di beni e servizi dall’estero sono le importazioni. Le esportazioni vanno viste come una domanda di beni finali prodotti dalle imprese che operano nell’economia, questa domanda degli operatori esteri si somma alla domanda degli operatori interni. Importazioni sono l’esatto contrario, ossia va interpretata come offerta di risorse prodotte all’estero e rese disponibili alla nostra economia. Questo meccanismo si potrà dire equilibrato quando originerà la seguente equazione: Y+Z=CF+IL+X cioè quando il reddito (Y) + l’importazione (Z) è uguale ai consumi finali + gli investimenti lordi + la produzione totale dell’economia (X).

Le grandezze nominali, l’inflazione e le grandezze reali

Le grandezze (ricchezze) devono essere ridotte ad un metro di misura comune che è il metro monetario; questo significa che le grandezze devono essere valutate in euro. La contabilità nazionale viene compilata e pubblicata con lo scopo di seguire l’andamento delle principali grandezze economiche nel tempo. Non è detto che esse crescano nello stesso modo.

Ora le grandezze macroeconomiche, abbiamo detto che sono espresse in valore (euro), ebbene non è detto che un loro incremento da un anno all’altro sia sintomatico di un aumento dei livelli di attività e pertanto di benessere. Potrebbe darsi infatti che la grandezza sia aumentata solo per il fatto che ne è aumentato il prezzo e non la produzione. Il fenomeno per cui i prezzi aumentano nel tempo si chiama inflazione (tasso di inflazione= percentuale d’aumento di prezzi da un anno all’altro).

Facciamo cenno alla deflazione, essa si verifica quando gli investimenti eccedono i risparmi, va da sé che nel caso contrario abbiamo l’inflazione.

Capitolo 2: Domanda e reddito di equilibrio in una economia semplice

Principio della domanda effettiva

La domanda di beni e servizi comporta la variazione delle scorte, questa variazione indica che qualcosa non va: o le imprese hanno prodotto troppo oppure troppo poco rispetto alla domanda effettiva degli utilizzatori. Questo accade perché non vi è equilibrio tra l’offerta e la domanda effettiva di beni e servizi. Chiamiamo domanda aggregata (DA) il totale della domanda intenzionale (effettiva) di beni e servizi che le imprese devono soddisfare. Pertanto la condizione di equilibrio tra offerta e domanda si esprime con l’uguaglianza Y=DA; dove Y è il reddito che rappresenta il valore dell’offerta. Ora, se questa condizione di equilibrio è soddisfatta, vuol dire che le imprese hanno prodotto una quantità adeguata alla domanda e pertanto la variazione delle scorte è pari a 0. A questo punto come reagisce il sistema agli squilibri?

Teoria macroeconomica che fa riferimento a Keynes. La teoria precedente che definiamo classica, riteneva che il sistema avesse una sola posizione di equilibrio, che corrisponde alla piena occupazione di tutti i lavoratori; questa teoria è anche detta offertista, perché pone l’accento solo sul lato dell’offerta (in questo caso di lavoro). Secondo questa teoria classica qualsiasi cosa accada alla domanda di beni, non può incidere in modo permanente sul livello dell’occupazione. L’opinione di Keynes era che non è vero che i risparmi si traducono autonomamente in investimenti, perché le due grandezze (risparmi e investimenti) dipendono da comportamenti indipendenti di operatori separati che sono le famiglie e le imprese.

Altro punto fondamentale secondo l’opinione di Keynes è che non è vero che la domanda dipende dall’offerta, semmai dice Keynes è vero il contrario, ossia le imprese per decidere quanto produrre guardano al livello della domanda e poi al livello dell’occupazione, quest’ultimo dipende strettamente da quanto le imprese producono. È questo il principio della domanda effettiva, che non è altro dell’adeguamento dell’offerta alla domanda.

La condizione di equilibrio nei diversi tipi di economia

La domanda di beni e servizi si compone di diverse voci: reddito (Y), il reddito in contabilità nazionale è il PIL; il consumo delle famiglie (C), è la spesa delle famiglie per l’acquisto di beni di consumi; investimenti privati (I), è l’acquisto di beni da parte di imprenditori privati; la spesa pubblica (G), sono le spese che sostiene lo Stato per fornire servizi e per gli investimenti pubblici; le tassazioni (T), sono le somme che lo stato preleva a titolo di contributo dai redditi dei privati; il reddito disponibile (Yd), è il reddito al netto della tassazione; le esportazioni (X), è l’acquisto da parte dei non residenti di beni o servizi nostri; le importazioni (Z), è sono l’acquisto da parte dei residenti di prodotti esteri; il risparmio (S), è un reddito disponibile che se è di privato ci fa quello che vuole, se è dello stato lo investe.

Come abbiamo già visto, il concetto di equilibrio del mercato di beni richiede che la domanda effettiva sia pari all’offerta (Keynes), cioè a dire pari al reddito prodotto nell’economia nazionale. Tra le voci che abbiamo adesso elencato, alcune non costituiscono una domanda rivolta alle imprese, sono piuttosto assenti da domanda, ci riferiamo alla tassazione e soprattutto al risparmio, perché il risparmio costituisce quella parte di reddito disponibile che non viene spesa ora per consumi.

L’economia della quale noi stiamo parlando è un’economia chiusa, senza scambi con l’estero e nella quale non ci sono interventi pubblici (reddito= consumi più investimento). Se invece ci occupiamo di un’economia che ha interventi pubblici, è chiaro che la domanda aggregata include anche la spesa pubblica (reddito = consumi + investimenti privati + spesa pubblica). Infine possiamo avere un’economia aperta con intervento pubblico dove il reddito è uguale a consumi + investimenti privati + spesa pubblica + esportazioni - le importazioni.

La funzione del consumo

Il consumo dipende dal reddito, se una famiglia incrementa il proprio reddito avrà tendenzialmente la reazione di aumentare la propria spesa. Questo significa che se il reddito aggregato dell’economia aumenta, anche il consumo aggregato aumenta; il modo più semplice di rappresentare la relazione crescente tra reddito e consumo, quella che noi chiamiamo funzione del consumo, è quello di usare il grafico.

Questo meccanismo dà luogo a quella che possiamo definire la ricchezza, che si deve intendere in due sensi: come cumulo di risparmi o come tasso di interesse. Il Co viene chiamato consumo autonomo, cioè indipendente dal reddito; accanto al consumo autonomo c’è il consumo indotto, che il consumo che cresce col crescere del reddito.

Per analogia anche gli investimenti si chiamano autonomi quando non dipendono dal reddito. Per finire, l’intera domanda aggregata si divide in una parte di domanda autonoma e in una parte indotta.

Il reddito di equilibrio

In un’economia chiusa senza intervento pubblico, la condizione di equilibrio sul mercato dei beni è data dalla relazione Y = C + I (investimenti intenzionali). Non è detto che il mercato sia sempre in equilibrio, più corretto è dire che tende all’equilibrio, infatti le imprese adattano prontamente il reddito alla domanda aggregata.

Dato quello che abbiamo visto sinora sulla funzione del consumo possiamo dire che la condizione di equilibrio è la seguente: reddito = consumo di base + la domanda indotta + l’investimento intenzionale. Cerchiamo di dare un valore al reddito,

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Lavanda Italo.
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