Il lungo periodo in economia
La nostra percezione dell’economia tende spesso a essere influenzata dalle fluttuazioni annue. Un’espansione infonde ottimismo, mentre una recessione porta malessere e incertezza. Ma se osserviamo l’attività economica nel lungo periodo, il quadro cambia radicalmente. Le fluttuazioni economiche perdono importanza e la crescita diventa il fattore dominante.
Se prendiamo in considerazione l’evoluzione del Pil in alcune economie europee industrializzate (Francia, Germania e Regno Unito) a partire dal 1980 si nota un crollo negli anni tra il 1940 e il 1945 (seconda guerra mondiale) e nel 2008-2009 (recessione più recente). Ma se prendiamo in considerazione il lungo periodo invece che i singoli anni, noteremo che quelle fluttuazioni risultano irrilevanti rispetto al costante aumento della produzione degli ultimi 100 anni. Il nostro obiettivo è di capire appunto quali siano i fattori che determinano tale crescita, perché alcuni paesi crescono e altri no e perché alcuni sono ricchi mentre altri restano poveri.
Perché ci interessa la crescita
La ragione per cui ci interessa la crescita è da ricondurre al nostro interesse per il tenore di vita. Ci interessa sapere quanto è aumentato nel corso del tempo e quanto sia maggiore il tenore di vita in un paese rispetto a un altro. In altre parole ci concentriamo sul prodotto pro capite. Ma a questo punto sorge un problema: come confrontare il prodotto pro capite di paesi diversi?
Paesi diversi hanno valute diverse! Una soluzione potrebbe essere quella di usare i tassi d’interesse ma quello porta a due ulteriori problemi:
- I tassi di cambio sono variabili. Per esempio, la sterlina è scesa negli ultimi anni, del 30% rispetto al dollaro ma questo non significa che il tenore di vita del Regno Unito sia calato del 30% rispetto a quello degli USA.
- Utilizzando i tassi di cambio possiamo sapere in dollari a quanto ammonta il prodotto pro capite di ogni paese ma non ci dà un quadro specifico, perché il tenore di vita di un paese si misura anche prendendo in considerazione i prezzi dei beni nei singoli paesi. Più basso è il prodotto pro capite, più bassi saranno i prezzi. Di conseguenza quando vogliamo confrontare il tenore di vita in due diversi paesi, dobbiamo comparare non solo le variazioni del tasso di interesse ma anche le differenze dei prezzi (si usano un insieme di prezzi comune per tutti i paesi).
Questi dati aggiustati del Pil reale sono detti “in parità di potere d’acquisto”. Quando confrontiamo paesi ricchi e poveri, le differenze tra i dati possono essere enormi mentre tra paesi ricchi le differenze sono significativamente minori. Attualmente i dati in nostro possesso ci dicono che gli USA hanno il più alto prodotto pro capite del mondo.
Osservazioni finali
Concludiamo con 3 osservazioni:
- Ciò che conta per il benessere delle persone è il loro livello di consumo e non il loro reddito. Per questo potrebbe essere preferibile usare il consumo pro capite. Anche se, poiché il rapporto tra consumo e reddito è abbastanza simile, è lo stesso che si usi l’uno o l’altro.
- Considerando la produzione, potremmo essere interessati alle differenze di produttività invece che del tenore di vita. La misura appropriata sarà “prodotto per addetto” o meglio ancora “prodotto per ora lavorativa”. In questo modo calcoleremo la produttività lavorativa in base al numero di ore lavorate per lavoratore.
- Le ragioni per cui siamo interessati al tenore di vita è perché siamo interessati alla felicità degli individui. La domanda è quindi, se a un più alto tenore di vita sia associata una maggiore felicità. In effetti, per i paesi con un reddito pro capite al di sotto dei 20000 dollari questo sembra vero, ma nei paesi più ricchi questa relazione sembra più debole. Secondo uno studio sulla felicità condotto in 81 paesi diversi, la felicità è più bassa nei paesi poveri rispetto a quelli ricchi. Osservando solamente i paesi più ricchi (cioè i paesi con un prodotto pro capite superiore ai 20000 dollari) sembra esserci una piccola relazione tra reddito pro capite e felicità.
Si potrebbe facilmente argomentare che diversi contesti culturali potrebbero implicare diversi concetti di felicità. Per questa ragione prendiamo in considerazione un unico paese: gli Stati Uniti. Consideriamo l’indagine “General Social Survey” condotto dall’inizio degli anni ’70 contenente la domanda: "considerando la tua situazione nel suo complesso, ti definiresti molto felice, felice o non molto felice?". Durante il ventennio tra il 1975 e il 1996, il prodotto pro capite è salito del 60%, ma non risultano differenze per quanto riguarda la felicità. Infatti, la quota di individui che si definiscono molto felici non è aumentata dagli anni ’50. Possiamo concludere quindi, che il denaro non porta la felicità? La risposta è no! Dai dati sembra che le persone più ricche si dichiarino più felici e che i poveri che si dichiarano “non molto felici” siano superiori ai ricchi. Sembrerebbe che la felicità dipenda molto di più dal reddito relativo degli individui. La crescita quindi, potrebbe non essere la chiave per la felicità.
Crescita economica dal 1950
Consideriamo la crescita nei paesi ricchi dal 1950. Prendiamo in considerazione 6 paesi: Francia, Irlanda, Giappone, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti. Tutti e 6 hanno conosciuto una forte crescita economica e un considerevole aumento del proprio tenore di vita. Se guardiamo bene i dati della tabella a pag. 315 n.11.3 del Blanchard, possiamo notare che i valori del prodotto pro capite sono molto simili nel 2004 di quanto non lo fossero nel 1950. Questa convergenza dei livelli di produzione pro capite si estende anche agli altri paesi Ocse. C’è una chiara relazione negativa tra il livello iniziale di produzione pro capite e il tasso di crescita a partire dal 1950: In altre parole, i paesi ritardatari sono cresciuti più velocemente, riducendo il divario tra loro e gli USA.
Questa relazione in realtà non è perfetta: la Turchia che nel 1950 aveva più o meno lo stesso livello di prodotto pro capite del Giappone, ha registrato una crescita pari solo alla metà di quello giapponese. Considerando solo i paesi avanzati si osserva che quelli svantaggiati hanno avuto una crescita maggiore ed è per questo che sono entrati nel gruppo dei paesi avanzati (Ocse). Dalla fine dell’impero romano fino a circa il 1500 in Europa si è registrata una crescita quasi nulla. Questo periodo di stagnazione è chiamato Era Malthusiana. Thomas Robert Malthus, economista inglese del 18° sec, sosteneva che un aumento della produzione portava a un aumento della popolazione, cioè ad una riduzione della mortalità. L’Europa si trovava in una “trappola Malthusiana” incapace di aumentare il suo prodotto pro capite. Ma alla fine l’Europa è riuscita a liberarsi di questa trappola. Dal 1500 al 1700 la crescita del prodotto pro capite divenne positiva. A partire dalla rivoluzione industriale i tassi di crescita sono aumentati. Storicamente quindi, la crescita sostenuta dalla produzione è un fenomeno recente.
La convergenza dei livelli di prodotto pro capite non è un fenomeno esteso su scala mondiale. Molti paesi asiatici stanno guadagnando terreno rapidamente, ma gran parte dei paesi africani ha bassi livelli di prodotto pro capite e dei tassi di crescita. Andando anche più indietro nel tempo, si può osservare che la Cina, per gran parte del 1° millennio e fino al XV sec., ha probabilmente registrato il livello di prodotto pro capite più alto del mondo. Poi per un paio di secoli il primato è passato ad alcune città dell’Italia Settentrionale. Da rilevare che fino al XIX sec, le differenze tra i paesi erano minime. A partire dal XIX sec. alcuni paesi hanno iniziato a crescere più velocemente di altri, soprattutto in Asia.
Teorie della crescita economica
Per studiare la crescita, gli economisti utilizzano uno schema logico originariamente sviluppato da Robert Solow, alla fine degli anni ’50. Il punto di partenza di una qualsiasi teoria della crescita deve essere una funzione di produzione aggregata che specifichi la relazione tra produzione e input