Gli anni delle spinte sociali (1968-1975)
Il 1968: Un anno di cambiamenti
Il 1968 è un anno molto importante sotto diversi profili: il divampare della protesta studentesca in Europa, l’anno in cui si mettono in moto le lotte operaie che culmineranno nell’autunno caldo del 1968, si confermano le gravi difficoltà del centrosinistra, si susseguono "Riforme" e "Programmazione".
Riforme e programmazione
La riforma muove dall’assunto che il sistema capitalistico italiano debba essere cambiato fin nella sua struttura, per correggere i gravi squilibri sociali apertisi nel corso del suo sviluppo. La programmazione si fonda sulla convinzione che il processo di accumulazione capitalistica e di sviluppo economico vada guidato dal centro, indirizzato a fini sociali.
Entrambi i tentativi falliscono: le riforme vengono bloccate dalle forze conservatrici, la programmazione è rimasta un esercizio sterile, un "Libro dei Sogni".
Il disagio della sinistra e le proteste
Su questo disagio della sinistra si innesta un’esplosione protestataria, che inizia con rivolte studentesche, susseguite da quelle operaie, per arrivare poi a tinte prerivoluzionarie che colorano le piazze. Paul Ginsborg afferma che "la rivoluzione culturale del 1968 appare in diretto conflitto con il percorso della modernizzazione italiana, ma tuttavia tale conato pseudo-rivoluzionario incide sul sistema economico".
Conseguenze economiche e politiche
Nel periodo di storia esaminato (1968-1969): cresce la frammentazione del quadro politico in una molteplicità di partiti; inoltre l’economia italiana viene colpita da eventi traumatici che si originano fuori di essa:
- L’improvviso aumento dei prezzi internazionali del petrolio e delle altre materie prime;
- Il crollo del sistema monetario internazionale basato sullo standard del dollaro.
Da ciò ne discende un rallentamento della produzione e di un impennarsi dei prezzi interni (impoverimento generale del paese).
Politiche economiche e sociali
La "traduzione in atto politico" che i governi, nati dalla frammentazione, attuano in merito ai fermenti che agitano la società italiana è una: Meno Mercato, Più Stato. Con tale traduzione si intende uno Stato dirigista e discorsivo della concorrenza, esso stesso creatore di ostacoli alla produzione efficiente e alla competitività internazionale.
Le lotte operaie
Le lotte operaie sono legate a due date ad alto contenuto di valori:
- 1969 "l’autunno caldo", in cui ha inizio una lunga rincorsa salariale;
- (Maggio) 1975 una legge dello Stato sancisce l’accordo di radicale modifica dei salari.
Vengono messi in discussione sia i livelli retributivi, sia l’organizzazione del lavoro. Emerge una nuova figura di “operaio”: giovane, con un livello di scolarità più alto, riesce a spostare l’asse della lotta sindacale dai luoghi del confronto (piazze) alla fabbrica stessa.
Il ruolo del sindacato
Il sindacato si propone come soggetto politico autonomo, coinvolgendo i lavoratori in manifestazioni e scioperi. Il conflitto produce:
- Incrementi salariali (+20% in 3 anni, +50% dal 1970 al 1975);
- Abolizione delle “gabbie salariali” (cioè stipendi inferiori al Sud del 30%);
- 40 ore di lavoro settimanali;
- Diritto d’assemblea durante l’orario di lavoro;
- Garanzie per gli apprendisti;
- Istituzione dei Consigli di Fabbrica;
- Statuto dei Lavoratori (Legge 300 del 20/05/1970).
Si crea anche il meccanismo della Scala Mobile (Meccanismo di adeguamento dei salari all’inflazione). La distribuzione fra salario e profitto del reddito generato nell’industria si modifica profondamente a favore del salario.
Problemi economici degli anni '70
I conflitti sociali nati nella prima metà degli anni '70 (redditi bassi, disoccupazione, inflazione) trovano soluzione a spese del bilancio pubblico. Gli atti politici concreti che determinano l’aumento di spesa pubblica sono:
- Previdenza e assistenza: meccanismo delle pensioni INPS (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale) dei lavoratori passa da contributivo (ricevi quello che in precedenza hai versato) a retributivo (ricevi una quota fissa del tuo ex stipendio prelevata dai versamenti dei lavoratori ancora attivi); si dà avvio alla Cassa Integrazione.
- Sanità: La riforma ospedaliera del 1968 sopprime ogni principio di sana gestione negli ospedali pubblici, esimendo gli amministratori dall’onere di gestire risorse date e razionate.
- Dipendenti pubblici: assunzioni che vanno dal 14 ad oltre il 16%.
- Imprese statali: La spesa volta al sostegno della produzione e degli investimenti accelera in tutte le forme che può assumere.
Il debito pubblico e la politica monetaria
Il debito pubblico, che è la somma di tutti i disavanzi passati, dal 38% del PIL (Prodotto Interno Lordo) alla fine degli anni ’70, arriva a superare il 57% solo 5 anni dopo. È questa una fase storica, nella quale tutti i paesi aumentano il proprio indebitamento per evitare i conflitti e superare la crisi, ma aumentano anche le tasse. Le "autorità di politica monetaria" dell’epoca (anni 1968/1975) sono La Banca d’Italia e Il Ministro del Tesoro.
Obiettivi macroeconomici del periodo
Gli obiettivi macroeconomici finali di tale politica sono:
- Uno sviluppo del reddito (e degli investimenti) che riduca le distanze dalle altre economie europee;
- L’allineamento dei prezzi interni a quelli internazionali (obiettivo: competitività internazionale);
- Mantenimento dell’equilibrio negli scambi con l’estero di prodotti e fattori della produzione.
Crisi valutaria e risposta dello stato
Nella prima metà degli anni ’70, la politica economica, urtata dalle scosse che si originano nell’interno stesso della società e nell’economia internazionale, si fa guidare dagli eventi (proteste, crisi internazionale, speculazione). Un disavanzo fra spese ed entrate nel bilancio pubblico può essere coperto in due modi:
- Finanziamenti chiesti ai risparmiatori (Obbligazioni)
- Finanziamenti della Banca d’Italia (Prestiti, BOT)
Servirebbe: una riduzione complessiva della spesa pubblica; aumento tassi d’interesse; eliminazione dell’indicizzazione di salari e pensioni.
La stabilizzazione abortita (1976-1979)
Crisi valutaria del 1976
La crisi valutaria esplosa all’inizio del 1976 segna il culmine della destabilizzazione dell’economia italiana iniziata sul finire degli anni ’60. Per inquadrare meglio la crisi del 1976, occorre riprendere il filo dal 1974. Difatti, tra la seconda metà del 1974 e la prima del 1975 si ha una recessione: la quantità di prodotti oggetto di commercio mondiale si contrae dell’11%.
Politiche macroeconomiche espansive
Emerge l’esigenza di una politica macroeconomica espansiva:
- Vengono prese, a carico del bilancio pubblico, misure di rilancio delle esportazioni e degli investimenti, si riducono i tassi di interesse a breve tempo;
- Svalutazione tasso di cambio.
La crisi valutaria si sta rivelando una crisi di fiducia sul futuro dell’economia italiana. Le autorità valutarie reagiscono introducendo un’imposta temporanea del 10% su tutti i pagamenti all’estero. La Lira subisce una svalutazione del 15%. Alimentata dalla debolezza del cambio, che fa rincarare le importazioni, l’inflazione al consumo si porta al 17%, quella all’ingrosso al 23%. La produzione industriale aumenta del 13%.
Politiche monetarie del 1976
Durante il 1976 si dà inizio a una nuova fase di restrizione della politica monetaria, in quanto il tasso d’interesse ritorna (anche aumentato), e la politica presta maggiore attenzione al tasso di cambio. A questo proposito, gli obiettivi da raggiungere sono essenzialmente due:
- Favorire la riduzione dell’inflazione, contendo il costo in lire delle importazioni (a questo fine, servirebbe una rivalutazione della Lira rispetto al dollaro);
- Non mortificare la competitività internazionale dei nostri manufatti, sui mercati interni ed esterni (a questo fine, servirebbe una svalutazione della Lira rispetto alla valuta comunitaria).
La stabilizzazione dell’economia può dirsi solo avviata in alcuni comparti, lontana in molti altri.
L'adesione al Sistema Monetario Europeo
Nel 1978, l’Italia aderisce al Sistema Monetario Europeo (SME). Il Sistema viene dotato di meccanismi di mutua assistenza: se una valuta (moneta) si deprezza oltre il 6%, il paese emittente deve poter ottenere, dagli altri paesi del sistema, credito automatico, incondizionato e illimitato. L’adesione italiana allo SME costituisce un vero mutamento di regime della politica economica.
Quest’adesione è intesa dalla classe politica (e in particolare dal presidente del Consiglio Andreotti) come una mossa obbligata di politica estera. La Banca d’Italia è poco convinta sulla decisione di aderire allo SME. Il problema più grande è il tasso d’inflazione. Le autorità italiane si impegnano a difendere il valore esterno della Lira.
Politiche industriali degli anni '60 e '70
Le politiche "per l’industria" negli anni ’60 sono state selettive (aiutare un settore piuttosto che un altro), erogatorie (aiuti in forma di denaro contante) e discrezionali (decisioni discrezionali dell’autorità politica-amministrativa). Nei paesi anglosassoni, le politiche industriali hanno avuto come obiettivo: il miglioramento delle infrastrutture, l’avvalersi di sussidi automatici, e disciplinare la concorrenza.
Negli anni ’70, l’Italia si caratterizza per la mancanza di una legislazione antimonopolistica e per l’elevata presenza di imprese pubbliche. Alla fine del decennio ’70, i sussidi pubblici alle imprese ammontano in Italia al 3,4% del PIL (sono superiori di un terzo rispetto a quelli concessi in Francia, Germania, Regno Unito). Metà di tale importo è destinato al Mezzogiorno, per incentivare la produzione. Ma i risultati non sono quelli attesi. Sono invece le piccole e medie imprese del Centro-Nord-Est ad incentivare la produzione. Sta per nascere dunque la Terza Italia.
Iniziative legislative del biennio 1977-78
Nel biennio 1977-78, i governi di solidarietà nazionale promuovono una serie di iniziative legislative volte ad incentivare la "democratizzazione" della società. Le linee principali di intervento sono quattro:
- Disegno istituzionale: comprendente l’estensione e il rafforzamento delle autonomie locali, provvedimenti di sanatoria (a carico del bilancio pubblico centrale) degli squilibri finanziari;
- Autoregolamentazione dello Stato: “La Riforma del Bilancio Pubblico” si tratta del primo, meritorio tentativo di introdurre elementi di controllabilità e di trasparenza nel bilancio pubblico italiano: primo di una serie, lunga ed accidentata, di tentativi il cui sbocco finale è ancor oggi lontano;
- Regolamentazione di un particolare mercato: la politica per la casa. I risultati sono però fallimentari: la Legge Bucalossi sul regime dei suoli finisce con l’essere giudicata incostituzionale 3 anni dopo l’approvazione; la Legge sull’equo canone finisce con il distruggere il mercato legale degli affitti.
- Misure di espansione della spesa pubblica sociale: “La Riforma Sanitaria”. La riforma sanitaria estende il beneficio dell’assistenza sanitaria pubblica a tutti i cittadini e a tutte le patologie (schema "universalistico") affidandone la gestione a organismi semiautonomi, le Unità Sanitarie Locali (USL).
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