Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

massimo impostato dalla legge, e altre pagano il bene al prezzo di equilibrio di

mercato. Questa opzione, c’è da dire che è estremamente iniquia, perché se si lascia

libero il venditore di applicare le tariffe vantaggiose solo ad alcuni consumatori,

sicuramente favorirà i suoi amici e parenti, facendo pagare tanto, magari quelle

povere persone, che non riescono a comprare il pane, al przzo di equilibrio di

mercato.

- La fissazione di un prezzo minimo: mentre la fissazione del prezzo massimo tutela

maggiormente i consumatori, LA FISSAZIONE DI UN PREZZO MINIMO, tutela i

venditori, o i lavoratori dipendenti. Nel grafico 3.1 si può vedere come la fissazione

di un salario minimo, pu contrarre l’offerta delle ore di lavoro facendo aumentare la

domanda da parte dei lavoratori, che sono più invogliati a lavorare. Tuttavia, la

contrazione delle ore di lavoro offerte dall’industria provocherà una maggiore

disoccupazione. Per cui il tema dei salari minimi è molto delicato perché se da una

parte alcuni lavoratori possono vivere con più soldi, dall’altra parte molti più

lavoratori rischiano di perdere il lavoro. Se la fissazione di un prezzo minimo avviene

su un prodotto,e non su un salario di una risorsa umana, si avrà un ‘ecesso di

offerta, perché il prezzo di vendità è alto, tuttavia si avrà una domanda molto scarsa,

perché non tutti riescono a comprare a quel prezzo. Quindi se si ha un’eccesso di

offerta, il governo deve comprare la quantità in eccedenza per non generare un

mercato nero. PARTE 2 – LA MICROECONOMIA POSITIVA.

Capitolo 4 - L’ELASTICITÁ DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA.

Nel preccedente ccapitolo abbiamo spiegato, come la domanda e l’offerta di mercato si

spostano grazie a molte variabili. In questo capitolo analisseremo meglio le variabili che

rendono la domanda e l’offerta, elastica o non elastica.

Ma cos’è la reattività, e la conseguente elasticità della domdanda?? Si supponga di essere

un amministratore delegato di un club calcistico professionistico; questo AD ha coe

obbiettivo alla fine dell’anno di massimizzare i ricavi dovuti dalla vendita di biglietti dello

stadio. Ma coe fa massimizzare i ricavi provenienti dai biglietti venduti? Deve aumentare il

prezzo di ogni singolo biglietto?? Deve diminuirlo?? Per capire cosa deve fare, deve vedere

se la sua domanda è reattiva al cambiamento di prezzo, e quindi elastica. Se la domanda è

elastica, aumentando il prezzo, il suo ricavo totale diminuirà, lasciando degli spazi vuoti

nello stadio, ma se diminuirà il prezzo, riempirà lo stadio.

Qua sotto viene riportata una tabella per spiegare meglio la variazione dei ricavi totali dati

dalla domanda più o meno elastica:

AUMENTO DEL PREZZO DIMINUZIONE DEL PREZZO

DOMANDA ELASTICA RT diminuisce RT aumenta

DOMANDA UNITARIA RT non varia RT non varia

DOMANDA INELASTICA RT aumenta RT diminuisce

L’elasticità incrociata della domanda rispetto al prezzo, misura la reattività della

quantità domandata di un ben o servizio a variazioni del prezzo di altri beni e servizi.

Quindi si misura quanto una domanda è reattiva a cambiare bene utilizzato, solo perché un

bene concorrente, quindi sostituto, ha adoperato una variazione di prezzo.

Mentre, l’elasticità della domanda rispetto al reddito misura la reattività della

quantità domandata di un bene o servizio a cambiamenti del reddito spendibile degli

acquirenti. Se l’elasticità della domanda, al reddtio è elevata, per l’azienda si preannuncia

un periodo di vendite molto buone.

L’ELASTICITÁDELLA DOMANDA RISPETTO AL PREZZO

La pendenza negativa della curva di domanda, esprime una relazione inversa tra il prezzo e

la quantità domandanta per quel prezzo. Ovvero più il prezzo sarà alto, più la quantità

domandata sarà bassa. È tuttavia importante sapere quanto aumenta la richiesta di quel

determinato bene a seguito di una riduzione del prezzo.

L’ELASTICITÁ DELLA DOMANDA DI UN BENE O SERVIZIO RISPETTO AL SUO

PREZZO SI MISURA ATTRAVERSO UN COEFFICIENTE NUMERICO CALCOLATO COME

RAPPORTO TRA LA VARIAZIONE PERCENTUALE DLLA QUANTITÁ DOMANDATA E

LLA CORRISPONDENTE PICCOLA VARIAZIONE PERCENTUALE DEL PREZZO CHE

L’HA PROVOCATA.

RIICAPITOLANDO: La domanda di un bene o servizio viene definita elastica o

reattiva quando il coefficiente di elasticità domanda-prezzo è maggiore di uno. È

invece definita inelastica o rigida se il valore del coefficiente di elasticità

domanda-prezzo è inferiore a uno, ma maggiore di zero. UNA DOMANDA È

ANELASTICA O ASSOLUTAMENTE RIGIDA SE IL COEFFICIENTE DI ELASTICITÁ È

PARI A ZERO. Mentre se il coefficiente domanda-prezzo è uguale a uno, la

domanda sarà unitaria, non provocando differenze nel ricavo totale.

Alcuni casi particolari:

- Nella figura qua di fianco viene rappresentata una curva di

domanda anelastica in ogni punto. Ovvero al variare del

prezzo, la quantità domandata non varia.

- Nel caso qua di fianco, invece, è raffigurata una domanda infinitamente

elastica in ogni punto. Ovvero anche se il prezzo non varia, e

rimane costante nel tempo, la quantità domandata nel

tempo sarà diversa.

- Nel terzo e ultimo caso, viene rappresentato un

ramo di iperbole equilatera, dove il coefficiente di

elasticità domanda-prezzo è uguale a uno in ogni

punto.

LE DETERMINANTI DELL’ELASTICITÁ DELLA DOMANDA AL PREZZO:

come mai una domanda è più o meno elastica a seconda del prodotto? La ragione di base è

che i consumatori hanno delle preferenze e dei gusti. Questi gusti e queste prefrenze sono

dettati anche dal contesto sociale. Per esempio, si pensi a una classe sociale agiata dove

avere una macchina sportiva, è quasi d’obbligo. Bene, la domanda delle vetture sportive

sarà inelastica, perché all’aumentare del prezzo, il RT del venditore aumenterà, perché

questa classe sociale agiata comprerà la macchia sportiva, anche se il prezzo è aumentato.

Mentre in altri contesti avere una macchina sportva, è una brutta cosa, la domanda

diventerà elastica, perché all’amentare del prezzo, più nessuno la comprerà facendo

dimunire i ricavi totali.

Un’altra fondamentale causa di elasticità di domanda può essere ce il bene in questione

abbia un diretto sostituto, che svolge le analoghe funzioni. Quindi se il prezzo del prodotto

A, si alza, e i consumatori sanno che c’è un prodotto B, che svolge le stesse funzioni,

compreranno il prodotto B, facendo abbassare i ricavi totali, del prodotto A.

GLI EFFETTI DELL’ELASTICITÁ DELLA DOMANDA AL PREZZO.

variazioneqd∗qd

Coefficiente di elasticità= variazione di P∗P

Nella figura 4.4, possiamo capire che:

- Se una domanda è inelastica, anche alla grande variazione del prezzo, la quantità

scambiata diminuisce o aumenta di poco, perché meno la domanda è elastica, più il

consumatore sarà disposto a spendere, anche alla variazione del prezzo. Tanta

variazione prezzo= poca differenza quantità scambiata.

- Se una domanda è elastica, anche se il prezzo varia di poco, sia in più che in meno,

la quantità scambiata sarà molta di più o molta di meno, a seconda che il prezzo sia

aumentato (anche se di poco), o diminuito (anche se di poco). Poca variazione

prezzo=tanta differenza quantità scambiata.

L’elasticità della domanda al prezzo, le variazioni del prezzo e le variazioni della spesa

totale dei consumatori:

LA SPESA DEI CONSUMATORI È IL PREZO CHE DEVONO PAGARE, MOLTIPLICATO PER LA

QUANTITÁ CHE SONO DISPOSTI AD ACQUISTARE.

Nella figura 4.5 di pg. 57[SITUAZIONE A], si può notare come la domanda elastica reagisca

ad una piccola diminuzione del prezzo: si può notare infatti, come l’area che contrassegna

la spesa totale dei consumatori a fronte di una piccola diminuzione del prezzo (Pb), sia

molto più grande dell’area che rappresenta la spesa totale dei consumatori, a fronte di un

prezzo (Pa). L’area di spesa, con prezzo più basso è molto più grande rispetto all’area di

spesa con prezzo più alto. Questo si verifica solo se il coefficiente di elasticità assoluta è

elastico, ovvero x>1. Quindi i consumatori fanno una spesa più grande con un prezzo

relativamente più basso,facendo aumentare i ricavi totali e la quantità domandata.

Nella SITUAZIONE B sempre della figura 4.5, si nota il contrario. Ovvero, in situazione di

domanda non elastica, se il prezzo diminuisce, anche la spesa totale dei consumatori

diminuisce, facendo diminuire i ricavi totali. Infatti al prezzo Pa, l’area di spesa totale è più

grande rispetto all’area che si creerebbe se si spostasse il prezzo in Pb, anche a fronte di

una quantità domandata più alta, il produttore ci ricava di meno, rispetto allo tenere il

prezzo in Pa.

Se invece la diminuzione del prezzo, riguardasse un prodotto, la cui domanda sarebbe

unitaria, la spesa totale dei consumatori non cambierebbe. Perché a fronte di una domanda

più alta, il produttore, ci guadagnerebbe sempre gli stessi soldi, perché la singola unità è

venduta ad un minor prezzo. Graficamente quindi ci sarebbero due aree (+), e (-), con

un’area precisamente identica.

Qua sotto si riassume l’elasticità della domanda-prezzo/domanda:

VARIAZIONE Domanda elastica Domanda unitaria Domanda

PREZZO (es. A) inelastica(es. B)

AUMENTO DEL Spesa totale Spesa totale Spesa totale

PREZZO diminuisce invariata aumenta

RIDUZIONE DEL Spesa totale Spesa totale Spesa totale

PREZZO aumenta invariata diminuisce

Coe possiamo vedere dalla gelata del caffe del 1994, in Brasile, il prezzo del caffè

raddoppio, e la sua quantità disponibile diminui drasticamente. Tuttavia, il caffè è un bene

molto particolare, perché anche se ha beni sostituti, la sua domanda è estremamente

inelastica e questo fa sì che anche se il prezzo aumenta, sia il ricavo dei venditori, che la

spesa dei consumatori aumenta.

ERRORE DI COMPOSIZIONE: l’errore di composizione consiste nel pensare che ciò che vale

per un individuo valga per tutti gli individui considerati come insieme e viceversa.

L’ELASTICITÁ DELLA DOMANDA NEL BREVE E NEL LUNGO PERIODO

L’elasticità della domanda al prezzo si modifica allorchè gli acquirenti hanno la possibilità di

modificare elemeti, quali le abitudini, le informazioni a loro disposione, che vincolano la

loro capacità di reagire a variazioni dei prezzi dei beni.

Ad esempio si prenda in considerazione la crisi petrolifera degli anni ’70, che colse di

sorpresa tutti i consumatori, che revisero tutti i loro stili di vita, ma solo nel lungo periodo.

Infatti il cambiamento dello stile di vita non è cosa facile ne immediata. Siccome i

combustibili fossili, sono prodotti caratterizzati da una domanda altamente inelastica, la

spesa totale di consumatori aumentò vertiginosamente. Solo nel lungo periodo, la spesa

totale dei consumatori si abbassò perché riuscirono a rendere la domanda elastica, e

quindi, grazie al nuovo stile di vita riuscirono a deviare i loro consumi, su altri combustibili

che costavano molto di meno, quali il gpl o il metano.

L’elasticità della domanda alla variazione del prezzo, è normalmente minore nel

breve periodo, rispetto al lungo periodo, questo perché nel lungo periodo, grazie

alle variazioni delle abitudini, riescono a deviare il consumo su altri prodotti

sostituti.

L’ELASTICITÁ INCROCIATA DELLA DOMANDA AL PREZZO:

fino ad adesso abbiamo misurato la reattività della domanda, quindi l’elasticità, che una

domanda può avere alla variazione di un prezzo di un prodotto. Però non abbiamo mai

tenuto conto come la reattività di una domanda può variare grazie alla variazione di altre

condizioni, che non siano il prezzo del prodotto in questione. Per esempio, noi abbiamo

detto che se la domanda è elastica, se il prezzo aumenta, sia la spesa che il ricavo totale

diminuisce. Ma se il prezzo del prodotto rimanesse uguale e l’elasticità variasse?? Ma

soprattuto perché varia?potrebbe variare perché il prezo di beni correlati varia, o perché

magari varia il reddito degli acquirenti. Per misurare la reattività della domanda di un

bene/servizio “A”, a variazione del prezzo di un altro bene/servizio “B”, a parità di altre

condizioni, si una il calcolo del COEFFICIENTE DI ELASTICITÁ INCROCIATA

DOMANDA-PREZZO:

IL COEFFICIENTE DI ELASTICITÁ INCROACIATA DELLA DOMANDADEL BENE “A”,

RISPETTO AL PREZZO DEL BENE “B”, SI CALCOLA ATTRAVERSO IL RAPPORTO TRA

LA VARIAZIONE PERCENTUALE DELLA QUANTITà DOMANDATA DI “A”, E UNA

PICCOLA VARIAZIONE PERCENTUALE DEL PREZZO DI “B”.

Il coefficiente di elasticità incrociata alla domanda può essere positivo o negativo:

- Positivo quanto i segni dei prezzi dei due beni sono tutti e due uguali, e

generalmente presentano il segno meno(-€), il che vuol dire che il prezzo sia del

bene A che del bene B è diminuito.

A (-€)= B (-€): coefficiente positivo [avviene

 maggiormente per i beni sostituti, come il thè e il

caffè.]

- Negativo quando i segni dei prezzi dei due prodotti hanno variazione una differente

all’altra, ovvero uno con il segno (+€), e l’altro con il segno (-€).

A (+€)=B (-€): coefficiente negativo [avviene per i

 beni complementari, ad esempio, un’aumento del

prezzo del petrolio, provoca generalmente, una

diminuzione dell’acquisto di automobili.]

L’ELASTICITÁ DELLA DOMANDA RISPETTO AL REDDITO DEI CONSUMATORI:

Un’altra variabile che può condizionare la domanda e la quantità domanda al non variare

del prezzo, è il reddito del consumatore. Normlamente un’aumento del reddito dei

consumatori, può far aumentare il consumo di beni. Tuttavia, gli incrementi di quantità

domandata non è uguale per tutti i beni e servizi. Al variare del reddito, varia anche la

composizione della spesa totale del consumatore, ad esempio se prima spendeva il 50%

del suo reddito, negli alimenti perché il reddito era basso, adesso che il reddito si è alzato

spenderà il 30% del suo reddito per gli alimenti, e potrà concedersi di comprare altri beni,

che non proprio servono per la sopravvivenza. Queste quote si chiamano quote di bilancio:

LA QUOTA DI BILANCIO DI UN BENE è IL PESO PERCENTUALE DI QUESTO BENE ELLA SPESA

TOTALE DEI CONSUMATORI.

IL COEFFICIENTE DI ELASTICITÁ DELLA DOMANDA DI UN BENE O SERVIZIO

RISPETTO AL REDDITO DEGLI ACQUIRENTI SI CALCOLA ATTRAVERSO IL RAPPORTO

TRA LA VARIAZIONE PERCETUALE DELLA QUANTITÁ DOMANDATA DEL BENE O

SERVIZIO E LA CORRISPONDENTE VARIAZIONE PERCENTUALE DEL REDDITO CHE

L’HA PROVOCATA.

Questo calcolo serve a distinguere il beni normali, la cui domanda aumenta all’aumentare

del reddito, dai beni inferiori, la cui domanda diminuisce all’aumentare del reddito, perché

il consumatore può permettersi di meglio.

I BENI NECESSARI, DI LUSSO E INFERIORI:

Quando il reddito del consumatore aumenta, la curva di domanda di un bene si sposta, a

destra o a sinistra a seconda del bene.[ PER CAPIRE SE IL NOSTRO CONSUMATORE RITIENE

IL BENE NECESSARIO, SUPERIORE O INFERIORE BISOGNA FARE UN SEMPLICE CALCOLO:

∆ quantità domandata 33

= =0.55 =¿ bene normale]

∆ aumento−diminuzione reddito 60

- PER UN BENE NECESSARIO, la curva di domanda, si sposta verso destra. In questo

caso la curva di domanda, si sposta, anche se non di troppo, e precisamente si

sposta con una variazione percentuale inferiore a quella del reddito che è

aumentata. Esempio: il reddito aumenta del 20%, la curva si sposta del 15%. Un

bene necessario, ha un’elasticità domandareddito positiva, a minore di

uno. 0 <x<1

- PER UN BENE SUPERIORE O DI LUSSO, la curva di domanda si sposta in modo

rilevante e soprattutto si sposta con una variazione percentuale superiore a quella

dell’aumento del reddito. Ad esempio: se il reddito aumenta del 20%, la curva per un

bene di lusso si sposta del 25%. Un bene di lusso ha un’elasticità

domanda-reddito positiva e aggiore di uno. X>1.

- PER UN BENE INFERIORE(CITARE IL BENE DI GIFFEN), all’aumento del reddito, la

domanda del bene inferiore diminuisce, perché superato tecnolgicamente, o perché i

consumatori possono permettersi qualcosa di meglio.

Grazie a questa classificazione si può capire come la quota di bilancio di un bene cambia al

cambiare del reddito, anche se il prezzo del prodotto rimane uguale.

L’IMPORTANZA DELL’ELASTICITÁ DOMANDA-REDDITO:

la conoscenza dell’importanza domanda-reddito, è molto importante, e serve per

prevedere i cambiamenti nella composizione della domanda dei consumatori, quando

l’economia è in crescita, e di conseguenza anche il reddito dei consumatori. Si

presupponga che il PIL nei prossimi anni, cresca del 4%, i produttori di beni inferiorio, come

il vino sfuso, e i produttori di beni di lusso come Smartphone, dovranno fare delle

considerazioni, su come varirerà la loro domanda. Sicuramente il vino sfuso lo

consumeranno di meno i consumatori, perché potranno permettersi un vino più di qaulità,

e sicuramente ci sarà più domanda di smartphone.

L’ELASTICITÁ DELL’OFFERTA:

L’elasticità dell’offerta di un bene o di un servizio rispetto al suo prezzo si misura

attraverso un coefficiente calcolato come rapporto tra variazione precentuale della

quantita domandata e la variazione percentuale del prezzo che l‘ha provocata.

VARIAZIONE di Q ∗P

VARIAZIONE di P

Coefficiente di elasticità= Q

CAPITOLO 5 – LA TEORIA DELLA SCELTA DEL CONSUMATORE E DELLA DOMANDA:

IL MODELLO DI SCELTA DEL CONSUMATORE:

Il modello è basato su quattro aspetti che caratterizzano il consumatore il il mercato

all’interno del quale agisce:

- Il reddito disponibile del consumatore

- I prezzi ai quali i beni possono essere acquistati

- Le preferenze del consumatore in merito a panieri diversi di beni consumabii

- L’obbiettivo del consumatore,è identificato nell’ottenimento della massima

soddisfazione o utiltà.

IL VINCOLO DI BILANCIO:

Il vinolo di bilancio di un consuatore è l’insieme dei panieri di beni e servizi che

quest’ultimo è in grado di acquistare.

Esempio: prendiamo uno studente, che ha come paghetta settimanale 50€, e deve

decidere se mangiare o guardare film. Sappiamo che un pasto costa 5€, e un film costa

10€, se vuole spendere tutti i soldi per i pasti, potrà acquistare 10 pasti, mentre se

spendere tutti i soldi per i film, potrà guardare 5 film. Non può guardare 5 film e

contemporaneamente consumare 10 pasti. Questo è un esempio di due panieri estremi,

ma ci sono molte combinazioni, che lo studente può attuare, per non spendere tutti i soldi,

e contemporaneamente potrà mangiare e guardare film. TASSO DI SCAMBIO: il tasso di

scambio, è il tasso che fa capire a quale quantità dobbiamo rinunciare di un bene, per

avere in cambio un’unità aggiuntiva di un altro bene. ESEMPIO: sul libro ci fa vedere che

per guardare un film in più dobbiamo rinunciare a due pasti. In questo caso il tasso di

cambio sta a 2:1, perché il film costa due pasti, ovvero il doppio di un pasto singolo. Se

volessimo mangiare un pasto in più, dovremmo rinunciare a mezzo film, perché il pasto

costa la metà del film, e quindi il tasso di cambio è a 0.5:1.

LA LINEA DI BILANCIO: il vincolo di bilancio può essere raffigurata su una

retta, che si chiama LINEA DI BILANCIO. I punti C e D sono chiamati PANIERI

D’ANGOLO, e rappresentano le scelte estreme che il consumatore può

fare. Se si sceglie la combinazione in paniere d’angolo, il consumatore può

acquistare solo uno dei due beni desiderati. La pendenza della curva,

varia a seconda del tasso di scambio dei due beni, e quindi dal prezzo

relativo del bene singolo.

LE PREFERENE DEL CONSUMATORE SECONDO LA TEORIA DELL’INDIFFRENZA:

Il vincolo e la linea di bilancio sintetizzano il potere di acquisto del consumatore, in gran

parte determinato dall’ambiente di mercato in cui opera le sue scelte. Ma ora occorre

analizzare le sue preferenze. Quindi, si possono avanzare tre ipotesi che paiono plausibili:

- Il consumatore è capace di ordinare qualunque paniere di beni gli venga proposto in

base all’utilità che gli attribuisce o comunque di dichiarare su un qualuque paniere

sia preferibile, indifferente o on preferibile rispetto a qualunque altro paniere. Quindi

il paniere per il consumatore risulterà:

• Paniere migliore

• Paniere indifferente

• Paniere peggiore

Questa regola forma la teoria dell’utilità ordinale.

- La seconda ipotesi è che l’ordine di preferibilità che il consumatore attribuisce ai

anieri sia coerente.

- La terza ipotesi, è che il consumatore sia insaziabil, e che quindi preferisca avere

sempre di più, piuttosto che sempre di meno. Quindi sceglierà il paniere che

contiene più beni.

Se prendiamo in esame il grafico 5.2 di pg. 71, capiamo come il consumatore preferisca

avere sempre di più piuttosto che avere di meno. Infatti, tutti i punti sopra di H, sono

preferiti, perché contegono più beni di diversi panieri, o anche solo di un paniere. La

regione sopra il punto di riferimento si chiama REGIONE PREFERITA. Mentre tutti i punti

situati sotto il punto di riferimento, si chiama REGIONE NON PREFERITA O DOMINATA. Se

esistessero dei punti fuori dalle regioni, sia al di sopra, che al di sotto del punto di

riferimento, si potrebbe capire quale è il punto preferito del consumatore, solo in base ai

suoi gusti.

Per capire meglio le preferenze di un consumatore è necessario capire il concetto di: TASSO

MARGINALE DI SOSTITUZIONE TRA DUE BENI.

IL TASSO MARGINALE DI SOSTITUZIONE è IL RAPPORTO NEL QUALE UN

CONSUMATORE è DISPOSTO A RINUNCIARE A UNA CERTA QUANTITÁ DI UN BENE,

IN CAMBIO DI UN’UNITÁ ADDZIONALE DELL’ALTRO BENE, SENZA CHE QUESTA

SOSTITUZIONE MODIFICHI LA SUA UTILITÁ.

Facciamo esempio che il nostro studente, scelga di consumare 10 pasti e nessun film. Se

attribuisce ai film, una qualsiasi utilità, lo studente sarà disposto a sacrificare due pasti per

vedere un film (ricordarsi il tasso di cambio, che in questo caso sta a 2:1). Ma se il

consumatore decidesse di guardare molti film, e di consumare pochi pasti, sarà

inverosimile che decida di sacrificare ancora pasti per guardare ancora più film, perché i

pasti, per lui sono già una risorsa scarsa, alla quale ci attribuisce un’utilità, e se dovesse

sacrificare ancora pasti, sarebbe costretto a modificare i suoi stili di vita.

Questa è una delle regole base per capire le PREFERENZE DEI CONSUMATORI.

Un’altra regoa per capire le preferenze dei consumatori è il tasso marginale di sostituzione

decrescente.

IL TASSO MARGINALE DI SOSTITUZIONE DECRESCENTE MOSTRA COME IL CONSUMATORE è

DISPOSTO A SACRIFICARE QUANTITà VIA VIA MINORI DI UN BENE IN CAMBIO DI UN’UNITÁ

ADDIzIONALE DI UN ALTRO BENE.

Se osserviamo la figura 5.3 possiamo capire questo concetto: nel punto A, il nostro

studente avrà una combinazione di 6 pasti e 1 film. Se vuole scendere al paniere B, il

nostro studente dovra rinunciare a 3 pasti, in cambio di un film in più. Quindi in

corrispndenza del punto B, potra consumare 3 pasti e 2 film. Se vuole scendere nel punto

C, dovrà rinunciare ancora a un pasto, per vedere un film in più. Quindi in corrispndenza

del punto C potra consumare 2 pasti e vedere tre film. Riassumendo:

- A: 6 pasti; 1 film

- B: 3 pasti; 2 film

- C: 2 pasti; 3 film.

Come possiamo osservare tra A e B la differenza di unità a cui deve rinunciare è 3, mentre

ta B e C , deve rinunciare a un solo film, il he vuol dire, che il tasso marginale di

sostituzione, in questo caso è decrescente.

LA RAPPRESENTAZIONE DELLE PREFERENZE ATTRAVERSO LE CURVE D’INDIFFERENZA:

Se tracciamo una linea, nei punti a,b,c, si ottiene una curva di indifferenza.

UNA CURVA DI INDIFFERENZA RAPPRESENTA I PENIERI DI BENI E SERVIZI DI CONSUMO CHE

UN CONSUMATORE CONSIDERA INDIFFERENTI E AI QUALI ATTRIBUISCE QUINDI

UN’IDENTITCA UTILITÁ.

La figura 5.3. presenta tre diverse curve di indifferenza, u1, u2, u3. La pendenza di queste

curve è dato dal TASSO MARGINALE DI SOSTITUZIONE DECRESCENTE. Il consumatore

PREFERIRÁ CONSUMARE BENI CHE SI TROVANO SULLA CURVA SEMPRE Più ESTERNA,

perché su questa curva di indifferenza, ci saranno sempre più beni, che sulla curva più

interna. Quindi preferirà sempre u3, a u2. Le curve di indiffrenza non possono mai

intersecarsci, perché graficamente contrasterebbe con la teoria della non sazietà del

consumatore.

LA SCELTA DEL CONSUMATORE E LA MASSIMIZZAZIONE DELL’UTILITÁ

Come abbiamo detto prima, la linea di bilancio definisce il potere di acquisto o reddito

reale del consumatore. Mentre la mappa di indifferenza ne rappresenta le preferenze.

Questo modello ipotizza e raffigura che il consumatore è sempre alla ricerca della massima

utilità concessa dal suo vincolo di bilancio. Come ben sappiamo il vincolo di bilancio

obbliga a trovare una combinazione dei due panieri che si trovano al massimo sulla linea di

bilancio, e non sopra. Sopra la linea non sarebbero acquistabili. Per considerare quale sia il

paniere tra quelli che si trovano sulla linea di bilancio, che massimizza l’utilità del

consumatore, occorre cosiderare le specifiichhe preferenze di quest’ultimo.

Se guardiamo la figura 5.6, di pg. 75, sono raffigurate la linea di bilancio e la mappa di

indifferenza, che esrime le preferenze del soggetto. I panieri che si trovano sulla curva u3,

non possono essere acquistati perché sono al di la della linea di bilancio, e cioè al di sopra

del potere di acquisto del nostro studente. Nel grafico, il paniere ottimo è sicuramente C,

perché si trova sulla linea di indifferenza più esterna, ma comunque raggiungibile dalla

linea di bilancio. Il paniere ottimo per il consumatore è il punto i cui la pendenza

della linea di bilancio e della curva d’indifferenza a essa tangente coincidono(il

consumatore preferisce sempre la curva di indifferenza più esterna,

potenzialmente raggiungibile), ovvero, è il paniere in corrispondenza del quale il

tasso di scambio dei due beni è uguale al loro tasso marginale di sostituzione

per il consumatore.

LA REAZIONE DEL CONSUMATORE A CAMBIAMENTI DEL SUO REDDITO REALE:

Precedentemente abbiamo analizzato l’elasticità della domanda al reddito, a parità di altre

condizioni, per misurare la reattività della quantità domandata, a fronte di un aumento del

reddito, per i vari beni, inferiori, necessari, e di lusso. La figura 5.8 di pg.77 ci spiega nel

dettaglio cosa succede al nostro studente, se il suo reddito di 50€ aumenta. La linea di

bilancio che rappresenta il reddito è AOF, ovvero, è la combinazione di paniera che gli

garantisce la massima utilità compatibilmente con il suo vincolo di bilancio. Un’aumento

del reddito da 50 a 80 euro, fa spostare verso destra la sua linea di bilancio, a parità di

altre condizioni. Poiche i prezzi dei film e dei pasti non sono cambiati, il suo potere di

acquisto è aumentato, e come si può vedere graficamente, la linea A’O’F’, è parallela alla

linea AOF. Il nuovo paniere ottimo quindi è O’. Ricordiamo che la posizione e la

composizione di O’, dipende dalla configurazione della mappa d’indifferenza, che è

rappresentata dalle preferenze dello studente. DOBBIAMO PRECISARE CHE PER LA

MAGGIOR PARTE DEI CONSUMATORI, I PASTI SONO UN BENE NORMALE, NECESSARIO,

MENTRE I FILM SONO UN BENE DI LUSSO O SUPERIORE. IL GRAFICO, MOSTRA PROPRIO

QUESTO. INFATTI IL NOSTRO STUDENTE A FRONTE DI UN’AUMENTO DEL REDDITO, HA

AUMENTATO PASTI E FILM DA 6 E 2 A 8 E 4. COME POSSIAMO NOTARE IL MENTRE I PASTI

SONO AUMENTATI DEL 33% A FRONTE DI UN AUMENTO DEL REDDITO DEL 60%, I FILM

SONO AUMENTATI DEL 100%, RADDOPPIANDO. Questa se ricordiamo è una caratteristica

peculiare dei beni di lusso, che in presenza di un aumento del reddito, vengono consumanti

in precentuale maggiore rispetto all’aumento del reddito.

Nella figura 5.9, si prendono sempre le stesse condizioni, ovvero, aumento di reddito da 50

a 80 euro, parità di prezzi, però i pasti sono considerati un bene inferiore. Vediamo come si

evolve la linea di bilancio: come possiamo vedere i numeri dei pasti consumati,

all’aumentare del reddito, diminuisce da 6 a 4, proprio perché il nostro consumatore

considera il pasto un bene inferiore. Facendo il calcolo, e prendendo in considerazione la

variazione percentuale di quantità domandata e la variazione percentuale di aumento del

reddito ovvero – 33% e + 60%, il risultato sarà -0.55. quindi il bene pasto è CONSIDERATO

INFERIORE. E SEMPRE GUARDANDO LA NOSTRA FIGURA 5.9 DI PG. 77 capiamo come e

perché il paniere ottimo dello studente si sposta da O a O’.

Al nostro consumatore si può presentare anche la situazione opposta, ovvero, UNA

DIMINUZIONE DEL REDDITO. Se i beni li considera normali, ci sarà una diminuzione di

AUMENTO DEL REDDITO DIMINUZIONE DEL REDDITO

BENE NORMALE Aumento della domanda inferiore Dimunzion della domanda

alla variazione dell’aumento del inferiore alla diminuzione del

reddito. reddito.

ESEMPIO: aumento reddito 60% ESEMPIO: diminuzione del reddito

Aumento domanda 33% del -60%.

Diminuzione della domanda del

-33%

BENE SUPERIORE Aumento della domanda Diminuzione della domanda

superiore alla variazione del superiore alla diminuzione del

reddito. reddito. ESEMPIO: diminuzione

ESEMPIO: aumento del reddito reddito del – 60%. diminuzione

60% della domanda del – 100%

Aumento della domanda 100%

BENE INFERIORE Diminuzione della domanda Aumento della domanda alla

all’aumentare del reddito. diminuzione del reddito.

ESEMPIO: aumento del reddito ESEMPIO: diminuzione del reddito

+60% del – 60%.

Diminuzione della domanda del Aumento della domanda del +

-33%. 33%.

quantità domandata al reddito, mentre se uno dei due beni, come in questo caso per i

pasti, è considerato inferiore la sua quantità aumenterà, a fronte di una sensibile

diminuzione del bene considerato di lusso.

IL SENTIERO DI ESPANSIONE REDDITO-DOMANDA:

Il sentiero di espansione reddito-domanda è una curva i cui punti rappresentao i panieri

ottimi (quindi quei punti raggiungibili dal reddito del nostro consumatore), del’consumatore

a ogni possibile livello di reddito.

Nelle figure 5.8 e 5.9, come possiamo vedere all’aumento del reddito del nostro

consumatore il paniere ottimo si sposta un un’altra linea di bilancio, e

contemporaneamente su un’altra curva di utilità raggiungibile grazie all’aumento del

reddito. Ora, proviamoa disegnare altre possibili linee di bilancio e curve di utilità,

sicuramente si creerà un altro paniere ottimo. Questo paniere ottimo è un ipotesi, che si

potrebbe verificare, se il nostro consumatore avesse a disposizione dell’altro reddito

aggiuntivo, e se noi facessimo passare una retta che collegasse tutti e tre i panieri ottimi

(vedi fig. 5.9) si creerebbe IL SENTIERO DI ESPANSIONE REDDITO-DOMANDA.

LA REAZIONE DEL CONSUMATORE AI CAMBIAMENTI DEL PREZZO RELATIVO DEI BENI:

Dopo aver analizzato gli effetti di cambiementi di reddito e di preferenze sulla quantità

domanda di beni da parte di un consumatore, si può affrontare separatemente l’effetto di

un cambiamento del prezzo di uno dei beni o entrambi. Nel senso comune, un prezzo di un

bene che si alza, fa diminuire la sua quantità domandata di quel singolo bene. Ma questa

reazione trova conferma nel modello di scelta ottima del singolo consumatore?

IL CAMBIAMENTO DEI PREZZI E LA LINEA DI BILANCIO DEL CONSUMATORE:

Se si guarda la figura 5.10, si capisce come la linea si sposta da AF a AF’. Questo succede

perché il prezzo dei film si dimezza da 10 euro a 5 euro, e quindi, il consumatore può

acquistare il doppio di film, a parità di reddito e di altre condizioni. Quindi anche in questo

caso, il reddito reale, o più comunemente potere d’acquisto, è aumentato.

L’EFFETTO SOSTITUZIONE E L’EFFETTO REDDITO:

come possiamo vedere, anche il tasso di cambio è sceso da 2:1 a 1:1. Questo fa si che la

pendenza della rettà sia meno accentuata. Tuttavia, l’effetto complessivo di una riduzione

del prezzo di un bene sulla quantità domandata di quest’ultimo può essere scisso in due

effetti distinti, l’effetto sostituzion e l’effetto reddito:

L’EFFETTO SOSTITUZIONE è IL CAMBIAMENTO NELLA QUANTITÁ DOMANDATA DI

UN BENE ATTRIBUIBILE ESCLUSIVAMENTE AL CAMBIAMENTO DEL SUO PREZZO

RELATIVO. MENTRE L’EFFETTO DI REDDITO è IL CAMBIAMENTO NELLA QUANTITÁ

DOMANDATA DI UN BENE ATTRIBUIBILE ALLA VARIAZIONE DI POTERE D’ACQUISTO

PROVOCATA DAL CAMBIAMENTO DEL PREZZO RELATIVO DEL BENE.

DALLE CURVE DI DOMANDA INDIVIDUALI ALLA CURVA DI DOMANDA DI MERCATO:

La doanda di mercato è la somma delle domande indiiduali di tutti gli acquirenti che

operano nel mercato di un bene o servizio.

I TRASFERIMENTI DI REDDITO E I TRASFERIMENTI DI BENI E SERVIZI:

il trasferimento di reddito, è di solito un trasferimento di moneta, abitualmente effettuato

da un ente jpubblico, ad un beneficiario, senza che questa cotroparte ridia niete in cambio.

L’indennità di disoccupazione o la pensione di invalidità soo due esepi di trasferimento i

reddito. Il salario che percepisce un lavoratore non è un trasferimento di reddito, perché il

salario si percepisce solo se la controparte, quindi l’operaio, ha effettuato una prestazione

lavorativa. UN TRASFERIMENTO DI BENI O SERVIZI è INVECE L’EROGAZIONE

GRATUITA A UN BENEFICIARIO DI BENI O SERVIZI REALI, O DI TITOLI, SPENDIBILI

ESCLUSIVAMENTE PER L’ACQUISTO DI UN DETERMINATO BENE O SERVIZIO. Ad

esempio i buoni pasto che un ente pubblico trasferisce alle famiglie a basso reddito, sono

un esempio di trasferimento di beni o servizi, ma queste ultime possono acquistare solo

alimentari e non altre merci, come film o benzina.

Se osseviamo la figura 5.15 di pg. 84, capiamo come il trasferimento di beni o servizi, coe i

buoni pasti, può aumentare la capcacità di acquisto della famiglia a basso reddito solo per

comprare alimentari. Infatti la linea si sposta da AF a ABF’. Qusto vuol dire che con

traferimento di buoni pasto la famiglia può solo acquistare pasti, e non film. Se noi alla

famiglia gli avessimo dato del denaro, la linea di bilancio della famiglia si sarebbe spostata

completamente a destra, da AF a A’F’, e avrebbe potuto comprare anche film. Il

trasferiento di reddito, come moneta, potrebbe essere dannoso per la famiglia perché non

si riuscirebbe a controllare i loro acquisti, e magari queste ultime, in presenza di più denaro

vanno ad acquistare droga o alcool, ovvero beni SOCIALMENTE SCONVENIENTI. Quindi

questa scelta delle autorità non è da associare a movimenti economici, ma a movimenti

sociali.

CAPITOLO 6:

INTRODUZIONE ALLA TEORIA DELL’OFFERTA

Un settore è l’insieme delle imprese che operano nello stasso mercato. La produzione di un

settore è la somma delle produzioni che compongono quel settore.

Oggi noi troviamo diversi settori che presentano molte aziende e altri settori ch presentano

poche aziende, o addirittura solo una.

LA STRUTTURA è L’INSIEME DEI CARATTERI DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA DEL

MERCATO, CHE DETERMINANO IL COMPORTAMENTO E LE PERFORMANCE DI

ACQUIRENTI E VENDITORI.

Ci sono due tipi di mercato:

- Il mercato di concrrenza perfetta, è caratterizzato dall’asoluta libertà di entrata e

uscita(del mercato), frammentazione della domanda e dell’offerta, omogeneità, del

bene/servizio scambiato, e perfetta trasparenza dei prezzi.

- Il mercato di monopolio perfetto è caratterizzato barriere per l’entrata di nuovi

concorrenti, ma asssoluta libertà di uscita, concentrazione dell’offerta in un'unica

impresa, e frammentazione della domanda. Inoltre c’è un’assenza di sostituzione di

beni, o servizi perché c’è solo un azienda che li produce, e c’è assoluta trasparenza.

LA FORMA GIURIDICO-ORGANIZZATIVA DELL’IMPRESA:

- Impresa individuale: proprietà e gestione fanno capo ad un’unica persona fisica.

- Società di persone: proprietà fa capo a due o più persone fisiche, che hanno diritto

alla sparitzione del diritto e sono tutti respnsabili di eventuali perdite.

- Società di capitali: è un’organizzazione, la cui proprietà è distribuita tra soci

(apportatori di capitali), che hanno diritto a ripartizione del profitto, in proporzione

alla quota di capitale apportata.

- Società a responsabilità limitata: gli azionisti e proprietari, possono subire una

perdita pari al reddito speso per acquistare azioni della società.

LE RILEVAZIONI CONTABILI DELL’IMPRESA:

Le imprse registrano due insiemi di rilevazioni contabili, relative alla gestione:

- I flussi: sono variabili, la cui dimensione è necessariamente riferita a un determinato

periodo di tempo.

- Stock: variabili misurabili, riferiti ad un solo istante.

FLUSSI: IL CONTO PROFITTO E PERDITE

- Ricavi totali

- Costi totali

- Profitto totale: differenza tra costi e ricavi totali.

STATO PATRIMONIALE

ATTIVO: RICAVI E COSTI FIGURATIVI:

o

i ricavi e costi figurativi sono i costi e ricavi, che l’azienda anche se ha il diritto e dovere di

pagare o ricevere i crediti, non gli ha ancora ottenuti. Quindi non può considerarli nel flusso

di cassa: IL FLUSSO DI CASSAN è L’AMMONTARE NETTO DI LIQUIDITÁ EFFETTIVAMENTE

INCASSATA IN UN PERIODOTO DI TEMPO.

IL DEPREZZAMENTO DEL CAPITALE:

o

Il deprezzamento del capitale fisico è la perdita di valore del capitale fisico derivanete dal

suo uso produttivo in un dato periodo. IL CAPITALE FISICO è costituito da impianti,

macchinari, e immobili utilizzati per produrre e vendere.

SCORTE: sono stock di beni che l’impresa costituisce per far fronte a vendite

o future.

IL PROFITTO REINVESTITO:

il profitto reinvestito è l’utile dell’impresa, che al posto di essere redistribuito sottoforma di

dividendi viene reinvestito.

COSTO OPPORTUNITÁ: il costo opportunità dell’uso di una risorsa, è la rinuncia derivante

dalla sua manca utilizzazione nel migliore impiego alternativo. Tu impieghi una risorsa,

rinunciando ad investirla in un altro modo. Oppure, facciamo che noi siamo a capo di una

impresa individuale, e alla fine dell’anno abbiamo un profitto per 20000 euro, noi pensiamo

che sia conveniente avere la nostra azienda, perché ci frutta un bel po di soldi. Ma se noi

avessimo lavorato per una azienda multinazionale? E la nostra prestazione lavorativa ci

sarebbe fruttata 25000 euro? In questo caso il nostro costo opportunità è negativo per

5000€. Se quest altro modo è più redditizio, la differenza tra i due profitti possibili è il

COSTO OPPORTUNITÁ(positivo).

Quindi, noi oltre ai costi contabili, dobbiamo sapere che ci sono anche i costi opportunità,

ovvero l’impiego di una risorsa dell’azienda, utilizzata nel miglior modo alternativo.

L’EXTRA PROFITTO di un’impresa è il profitto economico che il proprietario o i proprietari

ricavano in eccedenza dal rendimento che avrebbero potuto ottenere con un impiego

alternativo delle proprie risorse. Sono gli extra-profitti che analizzano la convenienza di

avere collocato e utilizzato le rirsorse in quel modo, e non i profitti contabili.

L’IMPRESA E LA MASSIMIZZAZIONE DEL PROFITTO:

La teoria economica, ipotizza che un’impresa, cerchi di operare, quindi cerchi di produrre, e

di vendere, sempre per ottenere il suo MASSIMO PROFITTO. Tuttavia, alcuni manager e

proprietari di grandi impres, dicono che l’impresa non opera solo per arrivare al massimo

profitto disponibile, infatti, come detto prima, un proprietario di una piccola ditta

individuale, guadagna 20000 euro all’anno, ma lui sa che se va a lavorare i un'altra

azienda come dipendete, riuscirebbe a prendere 25000 euro all’anno. Lui come vediamo

rinuncia a 5000 euro. Ma erchè ci rinuncia? Perché evidentemente lui è disposto a

rinunciare a 5000€, ovvero al prezzo che lui attribuisce alla sua indipendenza di

proprietario. Quindi lui preferisce lavorare nella sua piccola ditta, piuttosto che lavorare

sotto padrone e non essere pi autonomo. Quindi quei 5000 euro sono una rinuncia di

denario in cambio della massimizzazione dell’utilità del proprietario.

LA PROPRIETÁ E IL CONTROLLO DELL’IMPRESA: esistono delle ragioni, che vanno contro alla

teoria economica della massimizzazione del profitto. Infatti, in molti dicono che molti

manager siano più orientati ad espandere l’azienda, e a farla conoscere, anche se questo

olte volte è irrilevante ai fini dei profitti contabili, questo avviene perché i salari dei

manager e azionisit, sono commisurati alle dimensioni dell’azienda, piuttosto che ai suoi

profitti.

Tuttavia, molti manager e azionisti, cercano sempre la massimizzazione del profitto.

IL FINANZIAMENTO E IL CONTROLLO DELL’IMPRESA

La finanza aziendale si occupa del reperimento di capitale finanziario da parte delle

imprese attraverso onti o canali diversi come il profitto non distriuito a proprietari e

azionisti, l’emissione di nuove azioni o obbligazioni, l’accensione di prestiti.

A seconda del paese molte aziende si finanziano dall’interno, o dall’esterno. Infatti in Italia,

Francia e Germania il finanziamento aziendale è prevalentemente interno, ovvero c0’è un

grande apporto da parte di socie e azionisti, e anche da intermediari finanziari, che hanno i

rappresentatnti, direttamente nel consiglio di amministrazione dell’impresa.

Mentre in Inghilterra o Stati Uniti, il finanziamento delle imprese è esterno. Ovvero è basato

prevalentemente sull’emissione di azioni e/o obbligazioni, nel mercato finanziario.

La differenza tra i due modelli di finanziamento è che nel primo, c’è un più alto grado di

controllo dei finanziatori nel controllo dell’impresa, visto che la maggior parte di

finanziamenti sono interni.

IL CONTROLLO DELL’IMPRESA È ESERCITATO DAL SOGGETTO INDIVIDUALE O COLLETTIVO

CHE ASSUME LE DECIIONI STRATEGICHE IN DIFFERENTI SITUAZIONI AMBIENTALI.

Nel sistema di finanziamento interno, i rappresentati delle istituzioni finanziarie, tra le queli

le banche, siedendo nel consiglio di amministrazione, influiscono molto sulla politica dell

impresa, ed inoltre sono loro che fanno licenziare i manager, per gli scarsi eventuali profitti

ottenuti. Se questi rappresentatnti non sedevano in consiglio di aministrazione, molto

probabilmnte i manager verrebbero licenziati con molta iù rarità. Nel sistema di

finanziamento esterno, le banche hanno molto meno potere nel controllare le aziende.

Tuttavia, queste ultime si fano ifluenzare dal mercato finanziario. Nel caso, le aziende, non

riescano a pagare gli interessi sul loro debito, i mercati, e i creditori, possono costringere

l’azienda al fallimento e di conseguenza metterla sotto gestione ontrollata con relativa

sostituzione degli amministratori. Se l’azienda inoltre è quotata in borsa, i mercati, se

l’azienda va male, possono permettere le grandi scalate societarie. Ovvero soggetti esterni

all’azienda comprano le azioni dell’aziienda, che costano pochissimo , perché l’azienda va

male, e quindi possono permettrsi di comprare una grande quantità di azioni, facendo la

scalata.

LE SCALATE SOCIETARIE: UN BENE O UN MALE?

Come abbiamo precisato nel paragrafo precedente, il finanziamento delle aziende negli

Stati Uniti e in Gran Bretagna, proviene dal mondo esterno all’azienda, quindi, soprattutto

dal mercato azionistico. In Italia e in Germania i finanziamenti, come abbiamo detto,

vengono soprattutto dall’interno dell’azienda, quindi le sccalate societarie, per questi due

ultimi paesi sono molto più rare e difficile da attuare. Tuttavia, secondo alcuni economisti,

le scalate societarie, o scalate ostili, sono viste di buon occhio. Questo, perché nelle grandi

società con azionariato diffuso, il mangement, quindi, l’amministrazione dell’impresa, si

distacca dagli obbiettivi aziendali che gli ha dato la proprietà, per raggiungere dei fini che

fanno comodo al solo management, senza contare il parere e gli interessi degli azionisti.

LA PROPRIETÁ DELL’IMPRESA Può DELEGARE LE DECISIONI AL MANAGEMENT. SE

PER LA PROPRIETÁ È COSTOSO CONTOLLARE L’ATTIVITÁ DEL MANAGEMENTE,

QUEST’ULTIMO POSSIEDE UN VANTAGGIO INFORMATIVO SULLA PROPRIA

CONDOTTA GESTIONALE E SULLE PERFORMANCE AZINDALI CHE Può INDURRE

COMPORTAMENTI OPPORTUNISTICI. SI CONFIGURA QUINDI UN PROBLEMA

PROPRIETÁ- MANAGEMENT.

I management che di solito si allontanano dagli obbiettivi aziendali, fanno calare i valori

delle azioni, promuovendo così i tentativi di scalate ostili, a costi più bassi di quelli

attesi(visto l’abbassamento del valore delle azioni, dato dallo scarso impegno del

management, nel arrivare ai risultati aziendali.). tuttavia, anche se il management, non

vuole arrivare di proposito ai risultati aziendali, per soddisfare i propri bisogni, non vogliono

neanche loro che avvenga una scalata, il rischio sarebbe di trovarsi di fronte a una nuove

proprietà che controlla tutto quello che fa l’head office. Quindi la minaccia delle scalate

societarie, fa fronte al problema della proprietà-management.

LA SCELTA DEL VOLUME DI PRODUZIONE DI UN’IMPRESA: UNA PANORAMICA

Prendiamo in esempio, una azienda che produce peluche, questi peluche possono essere

costruiti con diverse tecniche di produzione. Tutte le tecniche di produzione hanno un costo

differente. Infatti l’azienda deve tener conto che se vuole avere un tipo di produzione con

tante macchine epochi operai avrà dei costi alti per tenere in funzione le tante macchine,

oppure può avere tanti operai e nessuna macchina, e quindi optare per una produzione più

artigianale; anche questo tipo di produzione ha un costo elevato, forse più elevato di quello

precedentemente descritto. Quindi, l’impresa deve conoscere bene come produrre il

prodotto, riducendo i costi al minimo possibile. Un altro punto importante che l’azienda

deve conoscere è la sua domanda di peluche, e da questa deve ricavare il suo volume di

produzione ottimale, che può vendere a ogni possibile prezzo. Il problema delle aziende, è

capire quale è la quantita giusta di prodotto, che le prospetta il massimo profitto. Ovvero,

deve capire quando deve produrre, e a quanto può vendere per massimizzare i suoi profitti.

La variazione del volume di produzione può incidere molto negativamente, sia sui costi di

produzione sia sui ricavi della vendita del singolo peluche.

Quindi i costi di produzione i ricavi dati dalla vendita, sono al importantissimi nel

determinare i volumi produzione e di offerta che garantiscono all’impresa il massimo

profitto.

IL COSTO TOTALE MINIMO PER OGNI VOLUME DI PRODUZIONE REALIZZABILE:

Se un’azienda ha come scopo ultimo, il massimo profitto, deve capire quant’è la quantità di

offerta, quindi produzione che riesce garantirgli il minimo costo totale.

Perciò l’azienda deve conoscere il costo totale minimo al quale puù produrre ogni possibile

volume di produzione. Questa informazione dipende dalle tecniche produttive disponibili e

dai prezzi dei fattori produttivi.

Se guardiamo la tabella 6.4 e il grafico 6.1 di pg. 98, possiamo capire come l’azienda

sostenga sempre dei costi, anche se non produce, e il costo si alza sempre più man mano

che aumenta il suo volume di produzione. La curva che osserviamo in grafico è detta

CURVA DEL COSTO TOTALE DI PRODUZIONE. Questo grafico indica per ogni volume di

produzione il costo totale minimo, he l’azienda può raggiungere. Ovviamente la curva sarà

sempre positiva, perché più produci più hai costi.

IL RICAVO TOTALE:

tuttavia, le informazioni relative ai costi non sono sufficienti per determinare il volume

ottimo di produzione, e quindi valurare i profitti realizzabili. Nella tabella 6.5 vediamo come

l’azienda, all’aumentare della produzione, riesca a vendere una singola unità prodotta a

minor prezzo, riuscendo a soddisfare una fetta più grande di domanda. Il ricavo totale si fa

moltiplicando le unità prodotte per il prezzo della singola unità.

IL PROFITTO TOTALE:

LA COLONNA 4 DELLA TABELLA 6.5 RAPPRESENTA IL COSTO TOTALE CHE L’AZIENDA DEVE

MANTENERE PER PRODURRE QUELLA DETERMINATA QUANTITÁ DI PRODUZIONE. Mentre

l’ultima colonna, rappresenta il profitto totale che l’azienda ricava dalla vendita di quella

determinata quantità di produzione.

Come vediamo dalla tabella, il massimo profitto ottenibile, è in corrispondenza del volume

di roduzione di 6 peluche. Infatti in corrispondenza di questo volume l’azienda può vendere

il singolo peluche a 16€, ricavando 96€ dalla vendita di tutti i 6 peluche, e avendo un costo

di 69€. Quindi il suo profitto totale saraà di 27€. Quindi i ricavi, non corrispondono ai

profitti, perché ai ricavi bisogna sottrarre i costi.

Se l’azienda volesse produrre di più di 6 unità, questa mossa, aumenterebbe di olto i costi,

e di poco i ricavi, facendo diinuire snsibilmente i profitti totali, e addirittura potrebbe fare

andare in perdita l’azienda, avendo dei costi che superano i ricavi.

La figura 6.2 di pg. 99, rappresenta graficamente quello che è espresso nella tabella 6.5.

Ovvero, esemplifica, che ad un livello di produzione di 6 unità si ha la maggior distanza fra

le due curve. Questa distanza è il profitto totale. Quindi dove le due cruve sono più lontane,

l’azienda deve produrre quel determinato volume, e può trarre il maggiore profitto, in

presenza di una elevata efficienza produttiva.

IL COSTO MARGINALE E IL RICAVO MARGINALE:

il problema nella determinazione del volume ottimo di produzione, può essere risolto

dall’azienda con un metodo differente, rispetto a quello precedentemente descritto. Questo

metodo, è molto più preciso del precedente, infatti, con questo metodo l’azienda decide

unità per unità se produrre e capisce la convenienza al vendere o meno. Questo approccio

che è incentrato sul costo e ricavo per ogni unità addizionale prodotta e venduta

dall’impresa si chiama COSTO MARGINALE e RICAVO MARGINALE.

IL COSTO MARGINALE è LA VARIAZIONE DEL COSTO TOTALE CONSEGUENTE ALLA

PRODUZIONE DI UNA UNITÁ ADDIZIONALE DI PRODOTTO. IL RICAVO MARGINALE è LA

VARIAZIONE DEL RICAVO TOTALE CONSEGUENTE ALLA PRODUZIONE E ALLA VENDITA DI

UNA UNITà ADDIZIONALE DI PRODOTTO.

Guardando la tabella 6.6 di pg. 100, possiamo osservare come il costo marginale sia la

differenza tra il costo totale dell’unità prodotta e il costo totale dell’unità prodotta

precedentemente. Ad esempio:

come si vede dalla tabella pr produrre un unità di prodotto l’azienda spende 25€, per

produrre zero unità l’aienda spende 10€, il costo marginale della singola unità prodotta

sarà di 15€.

Per calcolare costo marginale di X: -1

CT x – CT x = CM x

IL COSTO MARGINALE:

come si può vedere il costo marginale per la prima unità prodotta è di 15 euro. Infatti,

l’impresa aumenta la produzione da zero a uno, di conseguenza il suo costo totale passa da

10 euro per zero unità prodotte(costi fissi), a 25€ per una unità prodotta, la differenza è

15€ che è il costo marginale. Se si assa da una a due unità prodotte il costo totale passa da

25€ per una a 36€ per due unità prodotte, la differenza è di 11€ ed è il costo marginale,

per 2 unità prodotte.

Come possiamo notare dalla figura 6.3b, il costo marginale, per un primo pezzo scende per

poi risalire. Ma perché a questa forma a “U”?? la sua andatura è estremamente collegata

alla curva del costo totale. Infatti, per produrre poche unità, l’azienda ha comunque costi, i

cosidetti costi fissi. Tuttavia, l’azienda non produce al massimo della sue efficienza, quindi

l’aienda ha costi molto alti in relazione alla poca quantità prodotta. Il punto di minimo si

raggiunge quando le risorse dell’impresa, quali risorse umani, immbibili, impianti e

attrezzature, lavorano al massimo dell efficienza, riducendo al minimo i costi, per ogni

unità addizionale venduta. Quindi il punto minimo di costo marginale, si ha solo a piena

efficienza dell’azienda.

IL RICAVO MARGINALE:

Il ricavo marginale è il ricavo che l’azienda potrebbe fare, con unità prodotta in più. Come

possiamo vedere dalla tabella 6.6 di pg 100, il ricavo totale per zero unità prodotte è zero,

mentre per un’unità prodotta è 21€. In questo caso anche il ricavo marginale è di 21€. Se si

passa da una a due unità prodotte, il ricavo marginale sarà di 19€ perché si è fatta la

differenza tra il ricavo totale di due unità prodotte(40) e il ricavo totale di una unità

prodotta(21). Se ad esempio prendiamo in esempio un’aumento di produzione dove a 7

unità prodotte si avreanno ricavi totali per 105€, e a 8 unità si avranno ricavi totali per

112€, il ricavo marginale sarà di 7€.

Sia il ricavo totale che quello marginale, dipendono dalla domanda, che l’azienda deve

soddisfare.

Come possiamo osservare dal grafico 64 b, il ricavo marginale è continuamente

decrescente, addirittura potrebbe diventare negativo, in concomitanza di grossi quantitativi

di merce prodotta. Ma come mai la curva del ricavo marginale decresce sempre?

Perché a ogni unità addiionale che si vuole vendere bisogna abbassare il prezzo, rispetto al

quale si sarebbe venduta la singola unità nello scorso volume di produzione.

LA DETERMINAZIONE DEL VOLUME DI PRODUZIONE CHE MASSIMIZZA IL PROFITTO

DELL’IMPRESA ATTRAVERSO IL CONTRONTO TRA COSTO E RICAVO MARGINALE:

Guardando la tabella 6.7 di pg. 103, notiamo come l’azienda riesca a determinare la

quantità da produrre, mettendo a confronto costo marginale e ricavo marginale. SE IL

RICAVO MARGINALE è MAGGIORE DELL COSTO MARGINALE, LA PRODUZIONE E LA VENDITà

DI UN’UNITà ADDIZIONALE ACCRESCE IL PROFITTO, QUINDI L’IMPRESA A CONVENIENZA A

PRODURRE E VENDERE. Ma perché dalla settima unità conviene diminuire la produzione?

Perché seguendo sempre l’ipotesi che l’azienda lavori per massimizzare i profitti, la

produzione della settimana unità, farebbe calare il profitto di 3 euro. Quindi se il costo

marginale super il ricavo marginale, l’impresa ha convenienza a ridurre la produzione

percchè così facendo incrementa il suo profitto totale.

In generale, il volume ottimo di produzione si ottiene quando i costi e ricavi marginali sono

in uguaglianza. Tuttavia gli economisti, osservando l’uguaglianza di costi e ricavi marginali,

potrebbero benissimo dire che non conviene produrre, non solo perché c’è poco profitto,

ma perché addirittura si può andare in perdita. Questa perdita è da attribuirsi ai costi fissi.

Ad esempio il salario elevato di un manager, o il canone di locazione. Quindi se

precedentemente i costi e ricavi marginali erano uguali, se hai costi totali ci aggiungiamo i

costi fissi, anche i costi marginali aumenteranno, facendo andare in perdita l’azienda.

L’UGUAGLIAZA TRA IL COSTO E IL RICAVO MARGINALE ATTRAVERSO IL CONFRONTTO DELLE

RISPETTIVE CURVE:

immaginiamo, che la quantità prodotta e venduta, continui a variare senza fermarsi mai, è

possibile determinare il volume ottimo, ossia il volum di produzione che consente

all’azienda di ottenere il massimo profitto, attraverso la rappresentazione dei grafici, con le

curve che rappresentano il costo e il ricavo marginale.

Come possiamo osservare dal grafico 6.5 di pg. 104, MR e MC si intersecano nel punto q*.

questo punto è il volume ottimo di produzione, ovvero dove CM e RM, si eguagliano.

Osservando il grafico, capiamo come , tutti i volumi di produzione prima di Q* sono

convenienti per l’azienda, ma se quest’ultima si trova in q1, potrebbe aumentare

benissimo la produzione, perché cosi facenndo massimizzerebbe i profitti. Tuttavia, può

succedere anche l’opposto, se noi ci trovassimo in q2, non avremmo più convenienza a

produrre perché i costi marginali sono più alti dei ricavi marginali, facendo andare così

la’zienda in perdita. In questo caso, è bene abbassare la produzione da q2 a Q*. quindi, il

volume ottimo molto probabilmente si trova in Q*, anche se il buon economista deve

tenere conto, dei costi, fissi, che potrebbero fare andar comunque in perdita l’azienda,

aumentando il csto marginale. Inoltre l’economista deve tenere conto del costo medio

variabile di produzione, ovvero il costo dei fattori variabili per ogni unità prodotta.

QUINDI SE CI TROVIAMO IN EQUILIBRIO TRA COSTI E RICAVI, OCCORRE GUARDARE I COSTI

FISSI E I COSTI MEDI VARIABILI DI PRODUZIONE, per capire se ci conviene produrre, o

diminuire la produzione ancora un po’.

GLI EFFETTI SULL’OFFERTA DI UN CAMBIAMENTO NEI COSTI DI PRODUZIONE:

Cosa succede se una materia prima, ovvero un costo di produzione aumenta? Come si può

osservare dal grafico 6.6 di pg. 104, un aumento di un costo di produzione, fa aumentare il

costo marginale ad ogni possibile livello di produzione, spostando, di conseguenza, l’ottimo

di produzione da Q* a q1. Infatti se il costo marginale aumenta, ma i ricavi marginali

rimangono gli stessi l’azienda è costretta a produrre di meno, riducendo così l’offerta, ma

massimizzando di nuovo i suoi ricavi.

GLI EFFETTI SULL’OFFERTA DI UN CAMBIAMENTO DELLA DOMANDA DELL’IMPRESA:

Se si verifica un aumento della domanda dell’impresa, il ricavo marginale ad ogni possibile

livello di produzione aumenta. Quindi un possibile auento del ricavo marginale, fa spostare

la retta verso destra, come si vede nel grafico 6.7 di pg. 105. Questo spostamento fa

cambiare il volume ottimo di produzione da Q* a q2. In questo caso la produzione è stata

potuta aumentare perché i ricavi marginali superavano i costi marginali. Quind un possibile

aumento di domanda, costringe l’impresa che lavora per massimizzare i suoi profitti, ad

umentare la produzione e quindi l’offerta, facendo aumentare anche il prezzo

indirettamente. CAPITOLO 7 – LA TEORIA DELL’OFFERTA: TECNOLOGIA E

COSTI

Le imprese che tendono a massimizzare il profitto scelgono il volume di produzione che

corrisponde all’ugliaglianza tra costo e ricavo. Quando c’è l’uguaglianza tra costo e ricavo,

l’impresa ha convenienza a produrre se il profitto economico è positivo. Mentre se il profitto

economico è negativo l’impresa deve valutare se la sospensione dell’attvità produttiva non

consenta di ridurre le perdite.

In questo capitolo spiegheremo come e perché i costi di produzione abbiano andamenti

differenti quanto l’impresa opera in condizioni tecniche di breve periodo, in presenza di

significativi vincoli nell’organizzazione produttiva, e quando opera in condizioni tecniche di

lungo periodo, ovvero senza ostacoli tecnici a un completo adattamento dell’oranizzazione

produttiva a cambiamenti della domanda e/o dei prezzi dei fattori produttivi.

LA FUNZIONE DI PRODUZIONE:

UN FATTORE DI PRODUZIONE o input È UN BENE O SERVIZIO UTILIZZATO PER

L’OTTENIMENTO DI UN PRODOTTO, o output.

Esempi di fattori produttivi:

- Prestazioni lavorative

- Informazioni

- Impianti

- Edifici

- Materie prime

- Energia

Molte volte però per individuare gli input necessari a ottimizzare la produzione di lettori

dvd, non serve un’economista, ben sì un’ingegnere. L’economista al max si occperà di

rendere tutti i fattori produttivi, privi di sprechi ed efficienti al massimo, per abbattare i

costi e massimizzare i ricavi. La funzione di produzione ci chiarisce quale combinazione di

fattori produttivi, ci consente di ottenere la massima efficienza produttiva:

LA FUNZIONE DI PRODUZIONE è UNA RELAZIONE CHE DEFINISCE LA MASSIMA

QUANTITÁ DI PRODOTTO TECNICAMENTE OTTENIBILE CON OGNI DATO INSIEME O

COMBINAZIONE DI FATTORI PRODUTTIVI.

Una combinazione di fattori produttivi, quindi una funzione di produzione, è tecnicamente

inefficiente se, per la produzione di un dato volume di prodotto esiste, un’altra

combinazione che utlizza una minore quantità di almeno un input a parità d’impiego degli

altri fattori tecnicamente necessari.

Esempio: per produrre un peluche bisogna sceliere su due tecnologie produttive. La prima

ti assicura che con due ore di lavoro e 1 ora di tempo8/macchina, il peluche è fatto e finito.

La seconda combinazione ti assicura che con due ore di lavoro e due ore di

tempo/macchina il peluche è fatto e finito. La seconda combinazione, come possiamo

dedurre, ha una combinazione di fattori produttivi, che richiede un costo e quindi un

impiego più alto di risorse. Quindi si dice che NON È TECNICAMENTE EFFICIENTE, e

sicuramente non sarà inclusa tra le combinazione espresse dalla funzione di produzione.

Come possiamo osservare la tabella 7.1 rappresenta delle possibili combinazioni

tecnicamente efficienti, che variano a seconda del volume di produzione scelto.

Come possiamo notare dalla tabella 7.1 di pg. 109, le prime due righe mostrano due

tecnologie di produzione differenti, ma tutte e due TECNICAMENTE EFFICIENTI. Infatti a

parità di output, ovvero di quantità offerta, uno utilizza 4 lavoratori e l’altro 6, ha discapito

della macchine usato uno ne usa quattro e l’altro due. Se vogliamo aggiungere un

lavoratore alla nostra catene di produzione, capiamo che la produzione sale di 6 unità

prodotte a settimana. Mentre se raddoppiamo i fattori produttivi, raddoppia anche la

quantità prodotta, o di utput.

LA FUNZIONE DI PRODUZIONE è L’INSIEME DI TUTTE LE COMBINANZIONI

TECNICAMENTE EFFICIENTI PER REALIZZARE UN DETERMINATO PRODOTTO. ESSA

RAPPRESENTA QUINDI UNA TENCOLOGIA PRODUTTIVA. LE COMBINAZIONI

TECNICAMENTE EFFICIENTI CARATTERIZZATE DA UNO STESSO RAPPORTO DI

UTILIZZO DEI FATTORI IDENTIFICANO UNA TECNICA DI PRODUZIONE.

La combinazione di capitale e lavoro rappresentate dalle seconda alla quarta riga della tab.

7.1 di pg. 109, sono tecniche con rapporto capitale/lavoro pari a 1/3.

Per trovare dentro la tabella 7.1, la combinazione di fattori produttivi più efficiente,

serverebbe l’analii di un tecnico dell’organizzazione produttiva o un’ingegnere quello che

l’economista può fare è ricercare sempre più progresso tecnico, sia amministrativo che

produttivo. Il PROGRESSO TECNICO è un’invenzione o una forma di organizzazione

produttiva che consente di otteere uno stesso volume di produziione con un minore

impiego di uno o più fattori produttivi a parità di altri. Una volta elaborata la teoria

dell’offerta che l’azienda vuole mettere in atto, si potra valutare come il progresso tecnico,

e quindi la variazione dell’impiego dei fattori produttivi, con conseguente variazione della

funzione di produzione, possano incidere sul volume di produzione che attualmente

l’impresa sta adoperando. Quindi potrà anche decidere di variare il volume di produzione

se quqst’ultimo risulta non dare il massimo profitto ottenibile, adesso che la funzione di

produzione è variata.

I COSTI E LA SCELTA TECNICA DI PRODUZIONE:

nello scorso capitolo si è dimostrato come l’azienda deve confrontare costo e ricavo

marginale, per capire con quale volume di produzione potrebbe raggiungere il massimo

profitto. Ora è necessario scendere più nello specifico, analizzando le determinanti del

costo totale e costo marginale di produzione.

LA SCELTA DELLA TECNICA CHE MINIMIZZA I COSTI:

Nella funzione di produzione è espressa la quantità di fattori produttivi che si devono

utilizzare a regime massimo di produzione possibile. Quindi i fattori produttivi sono sfruttati

al massimo. Inoltre nella funzione di produzione sono espressi valori che rappresentano

L’EFFICIENZA TECNICA. Se noi vogliamo considerare L’EFFICIENZA ECONOMICA, occorre

considerare i prezzi dei fattori di produzione, e non solo la loro quantità.

Nella tabella 7.2 di pagina 110, viene valutata l’efficienza economica, e non solo quella

tecnica. Come possiamo vedere, la tecnica A, disponde di 4 unità di capitale e 4 unità di

lavoro, per raggiungere la quantità di produzione desiderata. Mentre nella tecnica B, le

unità di capitale da impiegare sono 2, e quelle di lavoro 6. A parità di prezzo della singola

unità di lavoro e di capitale, sia per la tecnica A che quella B, il costo totale varia. E quindi

in questo caso la tecnica B è la più conveniente a parità di unità prodotte, ed è quella che

consente di raggiungere l’efficienza economica, infatti è quella che garantisce il minimo

costo totale.

L’INTENSITÁ DEI FATTORI DI PRODUZIONE:

se il tasso di intensità di lavoro, ovvero il rapporto tra il capitale impiegato K, e il lavoro

impiegato L è superiore all’uno, quella tecnica di produzione è ad alta intensità di lavoro.

Quindi nella tecnica B, l’intensità dei fattori di produzione è elevata, assestandosi sul 3 a 1

ovvero tre lavoratori per ogni macchina.

IL PREZZO RELATIVO DEI FATTORI E LA SCELTA DELLA TECNICA:

se i prezzi rimarrebbero stabili nel lungo periodo, la tecnica più efficiente come abbiamo

visto prima è quella ad alta intensità di lavoro, ossia quella con tanti operai per una sola

macchina. Tuttavia, non è così infatti i prezzi non sono mai stabili. Si supponga che il prezzo

del lavoro aumenti da 300 a 340, sia per la tecnica A che B, e che il prezzo della macchine

quindi del capitale K, rimanga inalterato. Ne consegue che il prezzo relativo del lavoro, L,

aumenta rispetto al capitale. Infatti passa da 320(K)/300(L), a 320(K)/340(L). come

possiamo notare dalla tabella 7.3, la tecnica economicamente efficiente passa da B a A.

infatti un aumento del prezzo relativo del lavoro fa innalzare verso l’alto e verso destra la

curva dei costi totali ad ogni livello di produzione.

I COSTI TOTALI, MEDI E MARGINALI DI LUNGO PERIODO:

Di fronte ad un aumento della domanda e quindi del ricavo ottenibile dalle vendita del

prodotto, l’impresa ha conenienza ad aumentare la produzione, tuttavia, l’espansione della

produzione può incontrare ostacoli e richiedere cabiameti nell’organizzazione dell’impresa.

Nel breve periodo infatti, ci sono dei fattori, o almeno uno, che non può essere cambiato,

quindi l’impresa andrà in contro a degli ostacoli, però nel lungo periodo l’azienda ha la

possibilità di cambiare tutti i fattori e quindi gli input.

IL LUNGO PERIODO è IL TEMPO NECESSARIO PER CONSENTIRE ALL’IMPRESA DI

MODIFICARE TUTTI GLI INPUT IN REAZIONE A CAMBIAMENTI ESOGENI. NEL BREVE

PERIODO L’IMPRESA Può MODIFICARE SOLO ALCUNI FATTORI DI PRODUZIONE IN

REAZIONE A CAMBIAMENTI ESOGENI.

Facciamo un esempio: l’università IULM, pper l’anno accademico ha registrato iscrizioni che

vanno oltre le proprie capacità di accoglimento degli studenti. Nel breve periodo, potrà

riorganizzare le aule per far si che ci stiano, anche se a fatica tutti gli studenti. Nel lungo

periodo, invece l’università ha la possibilità di costruire nuove strutture per far stare

comodamente tutti gli iscritti.

Quindi nel lungo periodo anche le imprese, possono modificare i loro immobili aumentare

gli operai e i macchinari, e tutti gli altrif attori di produzione che potrebbero portare

l’impresa a primeggiare nel mercato. Nel breve periodo invece è possibile modificare gli

orari dei lavoratori.

I COSTI TOTALI E I COSTI MARGINALI DI LUNGO PERIODO:

I costi di lungo periodo di un’impresa sono i costi di produzione relativi a una situazione

tecnico-produttiva in un orizzonte temporale di lungo periodo, ossia in un periodo di tempo

nel quale l’impresa può variare tutti i fattori di produzione.

I costi totali di lungo periodo, LTC, sono i costi minimi di produzione

corrispondenti a ogni ipotetca quantità di prodotto nell’ipotesi in cui l’impresa

possa modificare tutti i fattori e scelga, per ogni volume di produzione, la

tecnica e la combinazione di fattori economicamente efficienti.

Quindi LTC, è il costo totale del lungo periodo, che contraddistingue la tecnica di

produzione più efficiente.

Nella tabella 7.4 e successivamente nel grafico 7.2 di pagina 111, sono rappreentati i costi

totali di lungo periodo. Il grafico non è altro che la traduzione grafica della tabella.

Il costo marginale di lungo periodo (LMC), è la variazione del costo totale di

lungo periodo conseguente a un incremento permanente della produzione di una

sola unità.

LTC, comunque crescerà sempre al cresce delle unità prodotte. tutta via ci sono delle

particolari tecniche che sono predilette per le grandi produzioni, e che quindi farnno cresce

i costi, in modo minore rispetto ad una tecnica produttiva improntata per la piccola

impresa. Queste tecniche per le grandi produzioni consentono , consentono di produrre

motlo a costi medi più bassi, rispetto al produrre poco.

I COSTI MEDI DI LUNGO PERIODO:

per analizzare i vantaggi e gli svantaggi della piccola o grande produzione è opportuno

analizzare il costo medio in condizioni di lungo periodo.

Il costo medio di lungo periodo (LAC) di produzione di un bene o servizio è il

rapporto tra costo totale e quantità prodotta in condizioni di lungo periodo.

Quindi per calcolarlo bisogna dividere i costi totali di lungo periodo, LMC, fratto la quantità

prodotta.come possiamo osservare dai grafici della figura 7.3 di pg. 112 se l’andamento dei

costi totali ha un andamento CUBICO come nell esempio A, le curve di costo medio e costo

marginale hanno un andamento a U. se invece come viene raffigurato nella figura B, la

curva di LTC, si dice a CATINO, anche le i costi medi e i costi marginali sono a catino.

Mentre nella figura C se LTC è una retta, LMC e LAC, sono rizzontali ed ecquivalenti.

LE ECONOMIE E LE DISECONOMIE DI SCALA:

LA PRODUZIONE IN CONDIZIONI DI LUNGO PERIODO DI UN BENE O SERVIZIO è

CARATTERIZZATA DA ECONOMIE DI SCALA QUANDO, AL CRESCERE DELLA

QUANTIà PRODOTTA, IL COSTO MEDIO DI LUNGO PERIODO(lac), DIMINUISCE.

SE INVECE, AL CRESCERE DELLA QUANTITà PRODOTTA, IL COSTO MEDIO DI

LUNGO PERIODO AUMENTA, LA PRODUZIONE DEL BENE O SERVIZIO è

CONTRADDISTINTA DA DISECONOMIE DI SCALA.

SE AL VARIARE DELLA PRODUZIONE IL COSTO MEDIO DI LUNGO PERIODO RIMANE

COSTANTE, LA PRODUZIONE SI Può DEFINIRE CARATTERIZZATA DA RENDIMETI COSTANTI DI

SCALA.

Queste situazioni sono descritte dalla figura 7.4 di pg. 113. Tuttavia i reali processi di

produzione non sono caratterizzati da continue ed indefinite diseconomie ed economie di

scala, ovvero da rendimenti costanti di scala per qualunque livello di produzione.

Se riprendiamo il grafico “a”, della figura 7.3 di pg. 113, possiamo notare come si abbia,

guardando la curva LAC, ovvero quella del costo medio di lungo periodo, una economia di

scala, fino al punto Q2, ovvero quando la curva del costo medio di lungo periodo decresce,

per poi diventare una diseconomia di scala dopo il punto Q2, quando la curva va verso

l’alto. Il punto Q2, ovvero, il livello produttivo corrispondente al minimo costo medio di

lungo periodo, è detta scala efficiente di produzione, ES, del bene o servizio.

Nel grafico “b”, si vede che tra il punto Q1 e Q2, si hanno rendimenti di scala costanti. Ma

da cosa dipende la forma del costo medio di produzione? Principalmente dai costi dei

fattori produttivi. Quindi quando noi vediamo un grafico con il costo medio, i costi dei

fattori produttivi sono già dati. Però i cambiamenti o gli spostamenti sulla curva non sono

dati dalla variazione del prezzo dei fattori produttivi, ma dalla variazione del volume di

produzione.

LE ECONOMIE DI SCALA:

Esistono tre cause che provocano economie di scala:

- Indivisibilità dei fattori produttivi: alcuni dei fattori produttivi di un’azienda sono

indivisibili, come gli impianti, o le risorse umane. Tu non puoi prendere mezzo

impianto o mezza risorsa umana. Questi fattori produttivi indivisibili provocano dei

costi fissi, che non variano al variare delle produzione, entro e non oltre, la capacità

massima di produzione messa a disposizione dalla combinazione dei fattori

produttivi. Finche non si superano le capcità massime produttive, questi costi fissi si

ripartiscono sui vari pezzi prodotti in quel determinato periodo, per cui più produco,

e più sono vicino alla capcità massima di produzione, più i miei costi fissi vanno

divisi per il numero di unità prodotte, abbassando notevolmente i costi medi, e

generando il fenomeno delle economie di scala. Le economie di scala, e la

conseguente frammentazione dei costi fissi tra le varie unità prodotte, diminuiscono

solo entro il volume massimo di produzione. Se si vuole superare questo livello,

bisogna aggiungere all’apparato produttivo dell’azienda altri fattori indivisibili, pena,

l’aumento del costo medi per unità prodotta, dovuto all’aumento considerevole dei

costi fissi.

- La seconda causa delle economie di scla è la SPECIALIZZAZIONE: i lavoratori si

dovevano specializzare, e quindi divedersi il lavoro, ovvero le mansioni. Un-artigiano

imprenditore deve svolgere tutte le attività richieste dal processo produttivo di un

bene. Tuttavia, in un’impresa grande ed articolata su diversi settori diventa più

efficiente e conveniente assegnare a più lavoratori una mansione. Adam Smith

spiega come la suddivisine del lavoro, possa ottimizzare ed aumentare la produzione

in maniera esponenziale, facendo diminuire i costi fissi, per ogni unità e quindi

riuscendo ad avere un costo medio più basso rispetto alla produzione artigianale,

dove l’artigiano faceva tutto da sé. E così si creano le economie di scala.

- La terza causa che provoca economie di scala è LA REGOLA DEI DUE TERZI. Con

l’adozione di particolari impianti, l’ingegneria meccanica riesce a proporci questa

regola, che genera fortissime economie di scala. Questa regola riguarda da vicino gli

stabilimenti e gli impianti industriali. Questa regola dice, che il costo di costruzione

di uno stabilimento aumenta solo di due terzi rispetto all’aumento della capacità

produttiva. Anche la loro capacità di contenere prodotti aumenta di due tersi.

Guardare disegni di pg 114.

LE DISECONOMIE DI SCALA:

LE DISECONOMIE DI SCALA MOLTE VOLTE SONO DOVUTE AL MAL FUNZIONEMENTO E ALLA

COMPLESSITà ORGANIZZATIVA MALE GESTITA DI UNA GRANDE IMPRESA. La principale

causa di aumento dei costi medi nelle grandi imprese è rappresentata dalle DISECONOMIE

MANAGERIALI DI SCALA. Infatti se il management non sa coordinare al meglio l’azienda,

producono costi medi elevatissimi. Tuttavia un’altra causa delle diseconomie di scala sono

la DIMENSIONE TERRITORIALE DELL’ATTIVITÁ DELL’IMPRESA. All’aumetare delle dimensioni

dell’impresa, aumenta la dimensione geografica del suo mercato e quindi l’incidenza dei

costi di trasporto dei prodotti vero i mercati di sboco. Per limitare questi costi di trasporto,

l’azienda può dislocarsi con degli stabilimenti, vicini ai suoi mercati di riferimento, ma così

facendo si alzerebbero i costi di coordinamento, riproponendo il problema delle

diseconomie manageriali di scala.

Per concludere, l’andamento della curva del costo medio di lungo periodo, dipende

principalmente dalla persistenza delle economie di scala. Tuttavia, questa curva, può

variare la sua pendenza da un settore ad un altro, e la teoria non riesce a spiegare questo

fenomeno.

L’EVIDENZA EMPIRICA CIRCA LE ECONOMIE E LE DISECONOMIE DI SCALA: guardare libro

pg. 115,116,117.

IL COSTO MEDIO E IL COSTO MARGINALE:

Nella tabella 7.4di pg.111, sono rappresentati sia il costo medio che il costo marginale, in

relazione al costo totale. A ogni ipotetico livello di produzione, il costo medio è calcolato

dividendo il costo totale per la quantità prodotta. Il costo marginale viene calcolato

attraverso la variazione del costo totale conseguente a una variazione unitaria della

quantità prodotta. Dalla tab 7.4 di pg 111, emergono dure rilevanti caratteristiche del

colegamento tra costo medio e costo marginale:

- Quanto il costo marginale, LMC, è inferiore al costo medio, LAC, il costo medio è

decrescente(fino a 19) e viceversa.

- Quando il costo marginale, LMC, è uguale al costo medio, LAC, quest’ultimo è al suo

valore minimo, ed è li che le linee si intersecano.

Questo discorso vale sia per i costi marginali e medi, sia di lungo che di breve periodo.

LA SCELTA DEL VOLUME OTTIMO DI PRODUZIONE DELL’IMPRESA NEL LUNGO PERIODO:

Oggi, capiamo come l’azienda fa a scegliere il suo volume ottimo, con un orizzonte

temporale di lungo periodo.

Come sappiamo, il punto chhe garantisce il maggior profitto all’azienda è quello

dove il costo marginale e il ricavo marginale si equivalgono. Nel grafico 7.7 di pg.

119, questa condizione è soddisfatta in Q1. Però, ora bisogna verificare se in

corrispondenza dell’uguaglianza tra costo e ricavo marginale, l’azienda è in grado di creare

profitto. Infatti, se l’azienda in corrispondenza dell’uguaglianza tra costi e ricavi marginali,

deve sostenere dei costi fissi troppo alti, avrebbe convenienza ad uscire dal mercato,

perché andrebbe in perdita, ovvero avrebbe un profitto economico negativo.

Per verificare facilmente se l’azienda ha un profitto e non una perdita, bisogna guardare il

profitto totale. IL PROFITTO TOTALE è DATO DAL PROFITTO PER UNITà PRODOTTA,

MOLTIPLICATO PER IL NUMERO DI UNITà PRODOTTE. quindi se il profitto per unità prodotta è

positivo sarà positivo anche il profitto totale.

COME FACCIAMO SE LA SINGOLA UNITà PRODOTTA CREA PROFITTO O PERDITA? Con un

semplice calcolo, ovvero: AR(ricavo medio) – AC(costo medio)= profitto/perdita

singola unità.

Prendendo ii risultato che uscirà dalla differenza sopra scritta, e moltiplicandolo per tutte le

unità prodotte, avremmo il profitto totale.

QUINDI RITORNANDO AL GRAFICO 7.7, PER VALUTARE LA CONVENIENZA DELL’IMPRESA A

RESTARE NEL MERCATO E A PRODURRE LA QUANTITà Q1, OCCORRE VERIFICARE SE IN

CORRISPONDENZA DEL NOSTRO VOLUME OTTIMO, OVVERO Q1, IL PREZZO DI VENDITA

IMPOSTATO ECCEDE IL COSTO MEDIO ac.

L’azienda della figura 7.7, venderà i suoi prodotti al prezzo di P1, e così facendo, ha un

profitto che è uguale alla distanza tra P1 e LAC1. L’impresa quindi ha convenienza a

rimanere nel mercato.

Ricapitolando: per determinare la quantità ottima di produzione, bisogna tenere conto delle

CONDIZIONI MARGINALISTICHE DI MASSIMIZZAZIONE DEL PROFITTO, ovvero,

LMC=MR

dLMC/dQ > dMR/dQ

successivamente bisogna controllare se in un orizzonte di lungo periodo, il prezzo unitario,

o medio di vendita è superiore ai costi medi di lungo periodo, ovvero:

P>LAC

Se queste condizioni sono realizzate l’azienda ha convenienza a rimenere sul mercato.

I COSTI DI BREVE PERIODO E I RENDIMENTI DECRESCENTI DEI FATTORI VARIABILI:

in condizioni di breve periodo l’azienda non è in grado di adattarsi ad alcuni cambiamenti,

come quello della domanda, cambiamento di tecnologia produttiva, variazione dei fattori

produttivi.

Nel breve periodo infatti si può dire che l’azienda è vincolata da uno o più fattori fissi di

produzione.

UN FATTORE FISSO DI PRODUZIONE è UNA RISORA TECNICAMENTE NECESSARIA

PER L’OTTENIMENTO DI UN PRODOTTO LA CUI QUANTITà DISPONIBILE è DATA. UN

FATTORE VARIABILE DI PRODUZIONE è UNA RISORSA DISPONIBILE IN QUANTITà

ADATTABILE AL VOLUME DI PRODUZIONE DA REALIZZARE.

Nel breve peridodo, l’azienda riescce a cambiare tutti i fattori variabili, ma non riesce a

cambiarne almeno uno fisso. Quando riuscirà a cambiare anche quello fisso saremo in

condizioni di lungo periodo.

I fattori fissi solitamente nel breve periodo, comportano il sostenimento di costi fissi.

I COSTI FISSI SONO COSTI CHE NON DIPENDONO DAL VOLUME DI PRODUZIONE

CHE L’IMPRESA DECIDE DI REALIZZARE, MA DALLA QUANTITà DI FATTORI FISSI DI

CUI L’IMPRESA DISPONE. I COSTI VARIABILI SONO INVECE COSTI CHE DIPENDONO

DAL VOLUME DI PRODUZIONE.

I COSTI FISSI E I COSTI VARIABILI:

guardare tabella 7.7 pg 121.

La produttività marginale decrescente di un fattore variabile (il lavoro).

IL PRODOTTO MARGINALE (mp) OVVERO LA PRODUTTIVITà MARGINALE DI UN FATTORE

VARIABILE COME IL LAVORO, è LA VARIAZIONE DI PRODOTTO TOTALE OTTENUTA IN

SEGUITO ALL’UTILIZZO DI UN’UNITà ADDIZIONALE DEL FATTORE VARIABILE A PARITà DI

UTILIZZO DI TUTTI GLI ALTRI FATTORI TECNICAMENTE NEESSARI.

Come possiamo vedere alla tabella 7.8, il rendimento dei lavoratori aumenta fino a 3 per

poi iniziare a diminuire. LA LEGGE DEI RENDIMENTI DECRESCENTI AFFERMA CHE LA

PRODUTTIVITà MARGINALE DI UN FATTORE VARIABILE UTILIZZATO IN QUANTITà

CRESCENTE IN COMBINANZIONE CON UNO O Più FATTORI FISSI, TENDE A

DIMINUIRE CONTINUAMENTE ALLORCHE SI SUPER LA PIENA ED EFFICIENTE

UTILIZZAZIONE DEI FATTORI FISSI DISPONIBILI.

LA LEGE DEI RENDIMENTI DECRESCENTI SPIEGA COME AGGIUNGENGO SOLO AFTTORI

VARIABILI, COE OPERAI E NESSUN FATTORE FISSO, LA PRODUTTIVITà è DESTINATA SI AD

AUMENTARE MA IN MANIERA SEMPRE MINORE, GUARDARE GRAFICO 7.9a.

Al crescere della qantità impiegata di fattori variabili di lavoro, la produzione totale

aumenta, a in maniera sempre via via minore, man mano che i allontaniamo dalla massima

efficienza di produzione.

I COSTI MARGINALI DI BREVE PERIODO:

IL COSTO MARGINALE DI BREVE PERIODO, SMC, è L’INCREMENTO DI COSTO TOTALE

CONSEGUENTE ALLA PRODUZIONE DI UN’UNITà ADDIZIONALE DI UN PRODOTTO IN

CONDIIONI TECNICHE DI BREVE PERIODO, OVVERO IN PRESENZA DI UNO O Più FATTORI

PRODUTTIVI FISSI.

Nel momento in cui la curva della figura 7.9a inizia a scendere li, il osto marginale inizia a

salire.

I COSTI MEDI DI BREVE PERIODO:

IL COSTO MEDIO FISSO DI BREVE PERIODO,SAFC, ESPRIME IL COSTO PER UNITà DI

PRODOTTO DEI FATTORI FISSI ED è CALCOLATO DIVIDENDO IL COSTO FISSO TOTALE, SFC,

per la quantità prodotta.

IL COSTO MEDIO VARIABILE DI BREVE PERIODO, SAVC, RAPPRESENTA IL COSTO PER UNITà

PRODOTTA DEI FATTORI VARIABILI ED è CALCOLATO DIVIDENDO IL VOSTO VARIABILE

TOTALE, SFC, PER LA QUANTITà PRODOTTA.

MENTRE IL COSTO MEDIO TOTALE DI BREVE PERIODO, SATC, INDICA IL COSTO PER UNITà DI

PRODOTTO DEI FATTORI FISSI E VARIABILI. Quindi è ottenuto dividendo il costo totale di

brevee periodo, STC, per la quantrità prodotta.

LA SCELTA DEL VOLUME OTTIMO DI PRODUZIONE DELL’IMPRESA NEL BREVE PERIODO:

la figura 7.10 mostra la situazione di un’azienda che opera per massimizare i suoi profitti

in condizioni di breve periodo. L’azienda deve scegliere il punto nel quale SMC, e MR si

incrociano, per posizionare il suo volume ottimo di produione, ovvero Q1. Dopo di che

l’azienda deve vedere se è conveniente produrre o chiudere la produzione guardando i

costi fissi che ha. Nel breve periodo tuttavia, anche se chiude la produzione avrà

comunque costi fissi. Se i Q1, avrà profitti positivi l’azienda tiene aperta la prod. Tuttavia,

come ci dice il grafico 7.10 di pg. 125, l’azienda trae guadagno da quella produzione

perché P1, è più in alto di SAVC. Perciò l’impresa produce in Q1 se i ricavi di vendita

superano o almeno uguagliano i costi variabili(SAVC), anche se così facendo ha delle

perdite.

LA DECISIONE PRODUTTIVA OTTIMALE DI UN’IMPRESA CHE OPERA IN

CONDIZIONI DI BREVE PERIODO IN UN MERCATO IMPERFETTAMENTE

CONCORRENZIALE è QUELLA DI PRODURRE LA QUANTITà IN CUI IL COSTO

MARGINALE DI BREVE PERIODO, SMC, UGUAGLIA IL RICAVO MARGINALE MR, NEL

GRAFICO è IL PUNTO “d”. INOLTRE PER VALUTARE SE L’AZIENDA HA

CONVENIENZA HA PRODURRE IN q1, BISOGNA GUARDARE DOVE SI TROVA P1, SE

QUESTO SI TROVA SOPRA IL PUNTO DI INTERSEZIONE DI SAVC SU Q1, L’AZIENDA

HA CONVENIENZA HA PRODURRE perché NE TRAE PROFITTO. SE IL PREZZO DI

VENDITA, P1, è INVECE MINORE DI SAVC, L’IMPRESA HA CONVENIENZA A NON

PRODURRE.

LA RELAZIONE TRA I COSTI DI BREVE E DI LUNGO PERIODO:

Un’impresa deve far fronte, per produrre il suo volume ottimo, sia a costi fissi che a costi

variabili. Anche se sostiene delle perdite, ovvero se i costi dovessero superare i ricavi,

l’azienda ha conveienza a produrre purchè il prezzo di vendita del singolo prodotto superi i

costi variabili. Questo però è valido solo quando l’azienda opera in situazione di BREVE

PERIODO. Mentre se operasse in condizioni di LUNGO PERIODO, l’azienda ha necessità di

coprire tutti i costi per aver convenienza a produrre.

Oggi, analizzeremo come un’azienda che ha delle perdite nel breve periodo, potrebbe

trasformare queste perdite, in profitti se opera in condizioni di lungo periodo.

Nella figura 7.11, viene mostrata una sola grade curva a U, che rappresenta il costo medio

di lungo periodo. Mentre tutte le altre curve rappresentano i costi di breve periodo. I

corrispondenza di ogni punto su LAC, l’azienda produce un diverso numero di unità, al

minimo costo totale e medio. Tuttavia, per passare da un punto a un altro l’azienda deve

variare tutti i fattori produttivi necessari al cambio di volume di produzione, inclusi i costi

fissi di brreve periodo. Si ipotizzi che il fattore fisso è la grandezza dell’immobile in cui

opera l’azienda, che riesce a soddisfare solo alcuni dei volumi di produzione che l’azienda

vorrebbe produrre. Nel breve periodo, questo è un fattore che non può variare, e quindi per

spostarsi lungo la linea LAC, ovvero variare il suo volume di produzione lazienda dovrebbe

ingrandire l’imobile, cosa che nel breve periodo non è realizzabile. Quindi in base alla

misura dell’impianto, l’azienda avrà un volume ottimo, che riddurrà al minimo gli SATC,

ovvero i costi medi totali di breve periodo, per quel determinato volume di produzione.

Quindi sul grafico, il punto A rappresenta il punto dove l’azienda ha il costo minimo totale,

in relazione alla sua produzione alla grandezza dell’impianto, e quindi se si vuole seguire la

teoria dell’efficienza produttiva per abbassare i costi, tenendo conto delle possibilità

produttive correnti dell’azienda, l’ipresa dovrà produrre in A, se ha una determinata

grandezza di impianto. Lo stesso discorso vale per i punti B,C,D. quindi LAC, rappresenta i

Costi Medi Minimi di Lungo termine. Il Punto B per esempio, rappresenta il costo medio di

produzione della quantità Q2, lo stesso discorso vale per A,C,D.

Se l’azienda non ha a disposizione un’impianto completamente efficiente, il punto del costo

minimo non sarà più su LAC, ma si sposterà più in alto. Nel grafico questa situazione è

rappresentata dal punto E. Come vediamo dal grafico, il minor costo minimo, è

rappresentatao da C, ovvero sulla linea dei costi medi totali di breve periodo numero 3,

SATC3. In questo punto ovvero, in Q3, si ha la scala produttiva,ES. ES, è la dimensione

dell’impresa che consente di produrre al minimo assoluto costo medio. Quindi, se nel breve

periodo l’azienda si trova in A, ovvero con un’impianto efficiente ma sottodimensionato, nel

lungo periodo potrebbe avvicinarsi a C, ovvero un impianto efficiente, che gli consenta di

raggiungere il punto minimo assoluto di costi medi, e totali, e viceversa per SATC4, ovvero

un’impianto efficiente ma sovradimensionato, che produce di più di quello ch gli

richiedono. CAPITOLO 8 – LA CONCORRENA PERFETTA E IL MONOPOLIO

IL MERCATO DI PERFETTA CONCORRENZA:

Nel mercato di concorrenza perfetta vi è assoluta libertà di entrata e uscita, la

domanda e l’offerta sono frammentate, il bene o servizio scambiato è omogeneo

e l’informazione è trasparente e perfetta.

In un mercato di concorrenza perfetta il prezzo è determinato dall’incrocio tra domanda e

offerta. Nel mercato di concorrenza perfetta, acquirenti e venditori SUBISCONO IL PREZZo,

ovvero sanno di non poterlo variare, perché ci sono troppe transazioni di acquisto o di

vendita. Infatti il prezzo è determinato dall’offerta di mercato e dalla domanda di mercato.

Come si vede dal grafico 8.1a di pg. 130, la singola impresa, non può variare il prezzo a

fronte di una domanda orizzontale. Ovvero al variare della domanda il prezzo non varia. E

anche al variare dell’offerta, l’impresa non può variare il prezzo se opera in un settore dove

vige la concorrenza perfetta. Se l’azienda decidesse di vendere ad un prezzo superiore a P0

non venderebbe nulla perché i consumatori si rivolgerebbero ad un'altra azienda che vende

lo stesso prodotto al prezzo di P0

Ed inoltre potendo scegliere il volume di produzione non ha convenienza a vendere sotto

P0, perché al variare del prezzo la domanda non varia, quindi se riduce il prezzo, e la

domanda rimane costante il profitto totale diminuisce. QUANDO NEL GRAFICO VEDIAMO

LA DOMANDA ORIZZONTALE, TECNICAMENTE SI CHIAMA DOMANDA

INFINITAMENTE ELASTICA AL PREZZO. Affinche questa configurazione di domanda sia

plausibile si devono verificare quattro caratteristiche del mercato di concorrenza perfetta,

ovvero:

- Il mercato deve essere frammentato, ovvero tutte le imprese devono possedere la

stessa quota di mercato, e devono rispondere alla domanda tutte alla stessa

maniera, senza detenere la maggior parte dell’offerta.

- Il prodotto offerto da tutte le aziende che operano in un mercato di contorrenza

perfetta, deve essere assolutamente indifferenziato, o che comunque la sua

differenziazione sia irrilevante agli occhi del consumatore, cosicchè i venditori non

possano praticare prezzi diversi.

- Gli acquirenti devono disporre di una perfetta informazione circa i prodotti offerti.

Ovvero se un consumatore non conosce bene il prodotto in questione, e si rivolge a

tale azienda, quest’ultima potrebbe vendere il suo prodotto ad un prezzo più alto

inventando cose che dovrebbero far crescere il prezzo. Ad esempio, l’azienda A, dice

che il suo prodotto è rifinito meglio di quello dell’azienda B, e se il consumatore ci

crede, l’azienda A potrebbe giusitficare un prezzo più alto guadagnandoci di più

ingiustamente, visto che il prodotto dell’impresa A e quello dell’impresa B, sono

identici in tutto e per tutto.

- Assoluta libertà di entra e di uscita: dal mercato di concerrenza perfetta, un’azienda

può entrare ed uscire in maniera assolutamente libera. Se le aziende in un mercato

di concerrena perfetta riuscissero ad accordarsi, potrebbero diminuire l’offerta,

facendo aumentare il prezzo, ma tutta via, l’aumento del prezzo, visto che i uqesto

mercato non ci sono barrire di entrata, porterebbe altri concorrenti, che farebbero

aumentare l’offerta, cosicchè le aziende già presenti nel mercato dovrebbero ridurre

di nuovo il prezzo. Ma se le aziende di un mercato registrano perdite, sono costrette

ad uscire dal mercato, facendo diminuire l’offerta e di conseguenza i prezzi si

alzerebbero, consentendo alle aziende rimaste di sopravvivere.


ACQUISTATO

26 volte

PAGINE

62

PESO

158.64 KB

AUTORE

andre911

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Relazioni pubbliche e comunicazione d'impresa
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher andre911 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione - Iulm o del prof Besana Angela.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Economia politica

Riassunto esame Economia Politica, prof. Besana, libro consigliato Economia: parte di Microeconomia di Begg, Vernasca, Fischer e Dornbusch
Appunto
Domande e risposte dell'esame di Economia politica
Esercitazione
Economia politica esercizi
Esercitazione
Domande chiuse esame economia politica
Esercitazione