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intercetta le ordinate poiché anche a reddito zero si deve avere un po' di consumo attingendo

• al patrimonio o al credito;

tracciando la bisettrice si trovano tutti i punti in cui il consumo è uguale al reddito, per

• redditi bassi infatti il consumo è al di sotto del reddito, successivamente il consumo rimane

uguale ma il reddito continua a crescere;

in tal modo il soggetto risparmia e così possiamo tracciare anche la funzione del risparmio

• (EE1) ottenuta misurando la distanza tra la bisettrice e le ordinate e riportata in verticale

sulle ascisse. Il fatto che parta negativa è semplice: è il consumo effettuato a reddito nullo, il

risparmio negativo persiste finché il reddito non sorpassa il consumo.

L'EVIDENZA EMPIRICA

Negli ultimi anni gli studiosi oltre a chiedersi come un consumatore dovrebbe comportarsi hanno

prestato maggiormente attenzione al comportamento reale del consumatore assumendo che le

preferenze del consumatore siano rivelate dalla sua condotta sul mercato.

Da un analisi del genere però non è possibile dedurre le sue preferenze, ma solo i suoi acquisti

poiché nulla garantisce che di fronte ad una diversa struttura dell'offerta il consumatore

esprimerebbe le stesse preferenze.

Le principali correlazioni empiriche sono:

Consumo-reddito :

• ◦ Keynes teorizzò che l'individuo medio aumenti il suo consumo al crescere del reddito di

cui dispone, ma in misura meno che proporzionale (ipotesi del reddito assoluto).

◦ Successivamente emerse invece che il consumo dipende non tanto dal livello assoluto

del reddito, bensì dalla posizione relativa che il consumatore occupa nella gerarchia dei

redditi (ipotesi del reddito relativo) poiché ogni soggetto tende ad imitare i consumi

delle posizioni più agiate della sua.

◦ Friedman introdusse l'ipotesi del reddito permanente che distingue componenti

permanenti e transitorie nel reddito e consumo: il consumatore correlerebbe il suo

consumo permanente con il suo consumo permanente, ma consumo transitorio e reddito

transitorio non sono in una necessaria correlazione tra loro. La verifica di questa tesi a

livello empirico è molto difficile.

◦ Infine c'è l'ipotesi della inerzia del consumo ossia un tardivo adattamento del consumo

alle variazioni del reddito in negativo. In sostanza i soggetti trovano difficoltà ad

adattare il consumo alla nuova situazione. Questa tesi è la più confermata

empiricamente.

Consumo patrimonio:

• ◦ teoria del ciclo della vita: il consumatore cerca di distribuire in modo razionale nel

tempo in base ai bisogni previsti, le risorse che sono rappresentate dal patrimonio

presente, più i redditi futuri, meno il patrimonio che il consumatore intende lasciare ai

propri eredi

◦ effetto di Pigou o delle riserve liquide reali: chi possiede del denaro o chi ha debiti o

crediti per somme nominali fisse, se i prezzi aumentano contraggono il consumo, se i

prezzi calano lo aumentano.

Le teorie del consumo fino a qui esaminate hanno dei limiti troppo grandi: partono da un

consumatore completamente impassibile, perfettamente razionale, non influenzato dal

comportamento degli altri soggetti e dalle compagne pubblicitarie e con preferenze durature. Non

solo, ma non considera tutti gli altri beni che possono essere complementari o sostituibili. 9

3. Teoria della produzione

FUNZIONE DELLA PRODUZIONE

L'unità di produzione nel mondo odierno è l'impresa. L'efficienza del processo produttivo è data dal

rapporto tra inputs e output, i primi sono i materiali ed i servizi utilizzati nel processo produttivo,

il secondo è il risultato di esso. 1 2 n

La funzione sulla produzione ci fa capire le possibili tecniche per produrre un bene: y=f(x , x ...x )

in cui y è l'output, mentre le varie x sono gli inputs. Ogni processo produttivo è caratterizzato da

questa funzione.

All'interno del processo produttivo ci sono:

fattori fissi: come il capannone, il terreno, personale etc. L'insieme di essi è chiamato

• impianto.

fattori variabili: come le materie prime che variano al variare della produzione.

Nel lungo periodo tutti i fattori diventano variabili.

Nel breve periodo si pongono all'imprenditore due problemi:

1. scelta della combinazione dei fattori variabili che minimizza il costo di produzione nel

quadro della tecnologia consentita da un dato insieme di fattori fissi;

2. scelta della scala di produzione, cioè della quantità di prodotto che massimizza il profitto

aziendale.

Il problema è simile a quello del consumatore, quindi supponiamo che i fattori variabili siano solo

due: servizi resi dal lavoro e capitale. Se associamo ad uno o più fattori fissi diverse quantità dei

due fattori variabili otterremo una certa quantità di prodotto rappresentabile in un grafico a 3

dimensioni che misura la superficie della produzione in cui il piano base rappresenta le variabili

mentre la terza dimensione misura la quantità di prodotto.

Definiamo produttività media di un fattore il rapporto tra prodotto ottenuto e la quantità impiegata

del fattore e produttività marginale di un fattore il prodotto dovuto all'ultima unità del fattore

impiegata nella produzione.

Per trovare la produttività marginale di un fattore variabile basta ritirare una sua unità dalla

combinazione dei fattori produttivi e vedere la riduzione che ne consegue. Tale riduzione è la

produttività marginale del fattore in termini fisici. Moltiplicando questo valore per il prezzo unitario

del prodotto si ottiene il valore del prodotto marginale o produttività marginale monetaria.

Qualsiasi produzione prima aumenta ad un tasso crescente, poi decrescente, infine diminuisce.

Le curve tratteggiate sono la produttività media e la produttività marginale del fattore x :

1

inizialmente la produttività marginale si trova al di sopra della produttività media, a sua volta questa

è crescente fino a che la produttività dell'ultima unità del fattore variabile, pur decrescendo, resta

superiore alla produttività media dell'insieme delle precedenti unità (M). Quando la produttività

marginale, continuando a decrescere, diventa uguale alla produttività media anche questa ha

raggiunto il suo punto massimo (N). Il prodotto totale è invece massimo nel punto in cui la

produttività marginale si annulla poiché oltre quel punto ogni unità addizionale ha una produttività

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negativa e quindi riduce il prodotto totale.

Se la produttività marginale non diminuisse si avrebbe il paradosso che tutto il grano dle mondo può

essere prodotto da un ettaro di terra utilizzato in modo intensivo con un numero massiccio di

variabili. La realtà è che troppe variabili (lavoratori, macchinari, fertilizzanti) comporterebbero una

produttività marginale negativa poiché il loro operare sarebbe ostacolato dalle piccole dimensioni

dell'impianto.

Sul piano industriale a breve periodo la situazione è quella dinanzi prospettata, ma nel lungo

periodo la curva avrà un andamento simile alle curve di utilità, l'imprenditore, proprio come il

consumatore anche se in altri modi, tende a massimizzare il profitto entrambi nel rispetto di un

vincolo di bilancio.

Se si seziona orizzontalmente la superficie della produzione otteniamo delle curve chiamate

isoquanti di produzione essa rappresenta combinazioni diverse dei due fattori variabili atte a dare

la stessa quantità di prodotto. La distanza dalla curva di origine indica il livello di produzione,

l'inclinazione dell'isoquanto in qualsiasi punto misura il rapporto tra le produttività marginali dei

due fattori con segno invertito.

Si può subito notare una forte analogia con le curve di indifferenza a dimostrazione della

somiglianza formale tra teoria dell'offerta e della domanda. Anche gli isoquanti possono avere

andatura curvilinea o spezzata a seconda del rapporto di sostituzione tra i due fattori.

La zona in cui le produttività marginali dei due fattori sono entrambe positive è detta zona di

sostituzione e corrisponde all'area in cui gli isoquanti sono convessi verso l'origine degli assi.

Nel nostro esempio la zona di sostituzione è rappresentata dalle isocline (linee congiungenti i punti

in cui gli isoquanti hanno uguale inclinazione) dell'asse x e l'asse y rispettivamente inclinazione

nulla ed inclinazione infinita.

Se introduciamo l'elemento prezzo dei fattori variabili possiamo tracciare anche le linee del

prezzo chiamate isocosti la cui inclinazione esprime il rapporto tra i prezzi dei fattori (esattamente

come la linea della disponibilità).

Se la combinazione dei prodotti che l'impresa sceglie non influisce sul prezzo relativo dei fattori

stessi esse hanno un andamento rettilineo e parallelo e la loro inclinazione può essere stabilita

semplicemente dividendo qualunque somma di denaro per il prezzo di ciascuno dei due fattori così

da determinare la massima quantità acquistabile con tale somma e unendo i punti degli assi

corrispondenti alle suddette quantità.

Il punto più conveniente per l'imprenditore è quello di tangenza tra un isoquanto ed un isocosto ed è

rappresentato dalla condizione di uguaglianza delle produttività marginali ponderate dei fattori

ossia dei rapporti tra le produttività marginali e i prezzi dei vari fattori.

Unendo i punti di tangenza otterremo una linea dei costi minimali che indica le combinazioni

produttive ottimali per le varie quantità di prodotto.

Al variare dei prezzi dei fattori cambia per ogni livello di produzione la combinazione produttiva

ottimale misurato con un coefficiente di elasticità di sostituzione tecnica che esprime il rapporto

tra la variazione percentuale della proporzione ottimale dei fattori e la variazione percentuale dei

11

loro prezzi relativi.

Fino a qui abbiamo visto il caso di coefficienti tecnici perfettamente flessibili che permettono di

variare in modo illimitato i coefficienti tecnici di produzione (quantità richieste di fattori per

ottenere un'unità di prodotto).

A volte la sostituzione non è possibile e si parla di coefficienti tecnici fissi. Tipico esempio è

l'azienda che produce un composto chimico in cui più elementi sono combinati in una proporzione

data.

In questa situazione il concetto di produttività marginale perde ogni significato poiché il prodotto

totale non può essere aumentato accrescendo l'impiego di un singolo fattore e tenendo fermo quello

di tutti gli altri.

La semiretta a descrive la tecnica di produzione detta anche processo o attività o raggio di Pareto,

lungo essa la produttività è costante e la sua distanza dall'origine indica la scala della produzione.

Qualora invece il prodotto sia ottenibile con due o più processi alternativi ognuno dei quali implica

una combinazione dei fattori in un dato rapporto fisso, la produzione è limitata dal fattore che

risulta più scarso.

Nella seconda figura vi saranno tanti punti d'angolo quante sono le tecniche alternative e le

semirette a e a rappresentano la zona di sostituzione dei fattori.

1 4

Le combinazioni tra tecniche contigue sono efficienti, mentre quelle tra processi non contigui

impiegano maggiori quantità per uno stesso livello di produzione (come si può notare unendo AC).

La combinazione dei fattori risultante dal ricorso simultaneo a due tecniche sono individuate nel

tratto di linea spezzata congiungente le due tecniche (es BC). Preso un punto E su tale linea che

rappresenti una combinazione dei due processi basta tracciare due semirette parallele ai processi a e

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a . Le distanze dall'origine dei punti F e G rappresentano i livelli ai quali vengono esercitati i due

3

processi. Le coordinate di E infatti sono pari alla somma delle coordinate F e G.

Più tecniche ci saranno più l'isoquanto assomiglia ad una curva e ci si riporta al concetto dei

coefficienti tecnici flessibili.

Inoltre essendo linee spezzate la tangenza per trovare l'isocosto è realizzata con ogni pendenza.

Si può parlare di:

rendimenti costanti di scala: al crescere delle quantità impiegate di tutti i fattori il prodotto

• aumenta nella stessa proporzione;

rendimenti crescenti di scala: al crescere delle quantità impiegate di tutti i fattori il

• prodotto aumenta in misura più che proporzionale;

rendimenti decrescenti di scala: al crescere delle quantità impiegate di tutti i fattori il

• prodotto aumenta in misura meno che proporzionale.

Graficamente avremo nel primo caso isoquanti ugualmente distanziati tra loro, nel secondo sempre

più vicini, nel terzo sempre più lontani (v. la sezione orizzontale della superficie di utilità).

Una funzione della produzione del primo tipo è chiamata omogenea di primo grado, se

l'omogeneità è di grado inferiore ad 1 siamo davanti al terzo tipo, se è di grado superiore ad uno è

crescente. 12

RELAZIONE COSTO DI PRODUZIONE E QUANTITA' PRODOTTA

Consideriamo ora il secondo problema dell'imprenditore nel breve periodo: la scelta della quantità

di prodotto che massimizza il profitto aziendale data la capacità produttiva dell'impianto.

Il profitto aziendale è la differenza tra i ricavi ed i costi complessivi, in questi ultimi rientra anche

il profitto normale cioè la remunerazione minima occorrente a sollecitare il conferimento di un

capitale per un'attività imprenditoriale. Il profitto aziendale è quindi un profitto puro che si

aggiunge al profitto normale.

I costi possono dividersi in:

costi fissi che non sono correlati alla quantità prodotta (costi dell'impianto)

• costi variabili che sono correlati alla quantità prodotta (lavoro, materie prime, energia...).

Il costo totale di produzione (C ) risulta dalla somma di due componenti:

t

il costo totale fisso (C )

• tf

il costo totale variabile (C ) che aumenta la crescere della produzione.

• tv

Dal rapporto tra costo totale ed il numero di unità prodotte si ottiene il costo medio o unitario (C )

u

anch'esso composto da due componenti:

il costo medio dell'impianto (C ) che è il rapporto tra il costo totale fisso ed il numero di

• ui

unità prodotte e quindi diminuisce all'aumentare della produzione;

il costo medio variabile (C ) è il rapporto tra costo variabile ed il numero di unità prodotte:

• uv

◦ inversamente correlato ai rendimenti in scala dei fattori variabili

◦ direttamente correlato al prezzo dei medisimi

Quindi: all'aumentare della produzione dapprima scende, poi può presentare un tratto

costante per la presenza di una capacità produttiva di riserva infine aumenta.

Il costo unitario quindi è decrescente , costante e poi crescente per effetto della loro somma. La

curva sarà tanto più piatta più sono flessibili i coefficienti tecnici di produzione e quanto maggiori

sono le dimensioni dell'impianto.

L'incremento del costo totale conseguente all'aumento della produzione è detto costo marginale

(C ). Tale costo:

m non risente delle spese fisse che non variano al variare della produzione;

• inversamente correlato alle produttività marginali dei fattori variabili

Dapprima sarà decrescente poiché in presenza di ingenti costi fissi si aggiungono nuovi fattori

variabili che consentono un'organizzazione più efficiente della produzione (economie su larga

scala), poi diventa costante o addirittura crescente poiché la possibilità di realizzare economie

interne cessa ed aumentano i costi sopportati per ottenere unità addizionali dei fattori variabili e si

manifestano delle diseconomie interne di scala.

Si noti nello schema b) che il costo marginale scende più rapidamente del costo medio poiché non

risente della spesa sostenuta per le unità precedenti. Ad un certo punto della produzione sale fino ad

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incontrare il costo medio variabile nel punto P corrispondente al minimo costo medio variabile. In

tale momento il costo medio dell'impianto continua a scendere, il costo marginale continua a salire

1

fino a intersecarlo nel punto P nel suo punto minimo. Tale punto minimo è detto punto critico o

punto di fuga per l'impresa per indicare che se il prezzo scendesse al di sotto del valore espresso

dall'ordinata l'impresa sarebbe costretta ad abbandonare il mercato. Anzi sarebbe più logico parlare

1

di due punti critici, uno espresso dal punto P ed è riferibile al breve periodo ed uno dal punto P

riferibile al lungo periodo.

Si noti cmq che solo nel punto P il costo marginale è uguale a quello medio, infatti se il costo medio

è decrescente ogni unità addizionale costa meno, ma quando il costo medio sale ogni unità

addizionale costa di più.

Per una corretta determinazione del livello di produzione che consente il massimo profitto si

debbono considerare anche i ricavi dell'impresa che ovviamente dipenderanno dalla domanda: più

questa è meno elastica più l'impresa è in grado di influenzare con la sua condotta il prezzo del

prodotto.

Nel caso limite di un'impresa perfettamente concorrenziale la curva di domanda è una retta parallela

all'asse delle ascisse che corrisponde anche non solo al ricavo medio, ma anche al ricavo marginale.

In ogni altro caso vale invece il diagramma sotto:

due distinte curve decrescenti rappresentano il Ricavo medio (Ru=Domanda) ed il ricavo

marginale (Rm).

Il ricavo medio si riduce al crescere della quantità venduta poiché solo un cambiamento del prezzo

costituirebbe uno stimolo all'aumento di una domanda.

Se il costo marginale è inferiore al ricavo marginale l'impresa può aumentare il profitto producendo

unità addizionali. Dunque la massimizzazione del profitto corrisponde al punto E che individua la

condizione di equilibrio dell'impresa in cui OQ individua la quantità di equilibrio e PQ il prezzo

di equilibrio (EQ rappresenta il ricavo marginale).

Il profitto totale si ottiene moltiplicando PP' (profitto medio) per la quantità prodotta OQ che è

anche l'area del rettangolo APP'C.

Il rettangolo APEB invece rappresenta il surplus o quasi-rendita che è la differenza tra il ricavo

totale ed il costo totale variabile. È maggiore del rettangolo suddetto poiché ricomprende anche i

costi fissi (rettangolo CP'EB).

Se infatti la curva della domanda (Ru) si spostasse verso l'alto (prezzo che cresce) il punto P si

troverebbe più in alto ed a destra come anche il punto E: la quantità offerta dall'impresa aumenta.

La curva del costo marginale può anche essere chiamata curva di offerta di breve periodo

dell'impresa nel senso che descrive la quantità offerta al variare del prezzo.

Il rapporto tra la variazione percentuale della quantità e la variazione percentuale del prezzo

esprime l'elasticità dell'offerta.

Sommando le quantità offerte ad ogni singolo prezzo di tutte le imprese che operano nell'industria si

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ha la curva di offerta dell'industria, essa è più elastica minori sono le differenze di efficienza tra

le imprese e per questo è poco realistica.

EQUILIBRIO DELL'IMPRESA NEL LUNGO PERIODO

Analiticamente:

perde significato la distinzione tra fattori fissi e variabili poiché diventano tutti variabili.

• non esistono problemi di sostituzione tra fattori variabili nel quadro di una determinata

• tecnologia, ma un problema di scelta tra le diverse tecnologie esistenti in quel dato

momento.

le quantità da produrre non sono più determinate dall'impianto (essendo anch'esso variabile)

• e quindi l'impresa può scegliere qualsiasi livello di produzione

non esiste una teoria dei costi e dei rendimenti a cui possa essere attribuita validità generale

• non lungo periodo.

Il metodo utilizzato per passare dai problemi aziendali del breve periodo al lungo periodo è molto

meccanico e poco convincente: consiste nel considerare il lungo periodo come una successione di

brevi periodi di ampiezza fissa e nel supporre che la capacità produttiva dell'impianto aumenti nel

passaggio al breve periodo successivo.

Le curve dei costi di breve periodo vengono chiamate curve di impianto o curva da adattamento

parziale per distinguerle da quelle di lungo periodo chiamate curve da adattamento totale.

Molto spesso le imprese producono molteplici beni nell'ambito di un dato processo sia per motivi di

ordine tecnico sia per motivi di ordine economico: un motivo del primo tipo si ha per i beni

necessariamente collegati tra loro come la lana ed il latte o il miele e la cera i cui prezzi variano

indipendentemente l'uno dall'altro (prodotti congiunti in senso proprio); un motivo del secondo

tipo si può avere perché l'impresa con più prodotti vuole assicurarsi contro repentini cali della

domanda di una singola merce.

Nelle ipotesi di produzione multipla si pone il problema di scelta della combinazione ottimale dei

prodotti poiché ognuno avrà un margine di profitto diverso poiché sarà diversa anche la curva della

domanda. Ciò non vale per i prodotti congiunti in senso proprio poiché la proporzione è

univocamente fissata da elementi di natura extra-economica.

Prendiamo quindi il caso di prodotti connessi limitando il campo di analisi della combinazione a

due soli prodotti (si pensi a nafta e gasolio).

Data una funzione si può configurare una linea di trasformazione tecnica tra i beni prodotti che

delimita l'insieme delle possibilità di produzione congiunta.

Le linee tratteggiate (tante quante sono i fattori necessari alla produzione) corrispondono a tutte le

combinazioni dei due prodotti ottenibili utilizzando pienamente la quantità disponibile di un singolo

fattore, date le condizioni tecniche di produzione.

La linea spezzata ABCD rappresenta combinazioni di prodotti efficenti nel senso che non vi è

spreco di risorse produttive e non sarebbe possibile produrre una quantità maggiore di uno dei due

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beni senza ridurre la quantità dell'altro.

La linea sarà una curva se la funzione di produzione è a coefficienti flessibili, mentre è una spezzata

rettilinea se la produzione implica l'uso di processi lineari. È sempre e cmq decrescente da sinistra a

destra poiché maggiore è la produzione di uno dei due beni, minore risulta la produzione dell'altro

per effetto della dotazione fissa di fattori.

In ogni punto della linea, la sua pendenza, con segno mutato, misura il saggio marginale di

trasformazione tecnica ossia il rapporto tra costi marginali reali dei prodotti (che indica di quanto

diminuire la produzione di un prodotto se si vuole aumentare l'altro).

Le linee a, b, c sono gli isoricavi la cui inclinazione è pari al rapporto tra i prezzi dei beni.

Il punto di tangenza tra l'isoricavo e la linea di trasformazione tecnica individua la combinazione

ottimale dei prodotti corrispondente alla dotazione di fattori data. La linea può anche ricalcare un

interno segmento della spezzata ed in questo caso esistono più combinazioni ottimali.

Nella realtà imprenditoriale di oggi non sempre le imprese tendono semplicemente al massimo profitto. Questo per una

serie di motivi:

il gruppo di dirigenza è diverso dal gruppo che possiede l'impresa (si pensi alle spa)

• nel breve periodo può convenire un profitto più basso e regolare al fine di evitare controlli dell'autorità

• pubblica, interventi di altre imprese nel settore stimolate dai forti guadagni nell'impresa nel settore nel lungo

periodo

tendere più che alla massimizzazione del profitto alla solidità dell'impresa nel lungo periodo o

• all'accrescimento del valore delle quote

la presenza di variabili incalcolabili non sempre consente un analisi specifica della situazione e quindi un

• comportamento perfetto.

Tutto ciò non avveniva quando queste teorie furono formulate (intorno al 19esimo secolo) in cui la realtà

imprenditoriale era ben diversa, di minore entità, ma soprattutto il gruppo dirigenziale era lo stesso che possedeva

l'impresa ed era quindi più naturale aspirare al massimo profitto.

Bisogna considerare che al giorno d'oggi le funzioni di produzione che indicano la quantità

massima di prodotto realizzabile con ogni dato insieme di fattori è facilmente applicabile al mondo

dell'industria, ma non a quello dell'agricoltura in cui si ha l'influenza decisiva nella produzione delle

imprevedibili vicende meteorologiche. In questo settore per determinare la funzione di produzione

si deve ricorrere a dati statistici aventi ad oggetto aziende omogenee che però sempre non lo sono e

dunque si tratta più che altro di una approssimazione della realtà.

Si deve anche considerare che le imprese tendono a comunicare poco all'esterno i costi di

produzione che sostengono “falsando” così l'analisi.

Le economie interne realizzabili da un'impresa possono distinguersi in due grandi categorie:

Economie di scala derivanti dalla dimensione dell'impresa e si dividono in:

• ◦ economie tecnologiche quando i costi medi si riducono all'aumentare della produzione

per l'introduzione di catene di montaggio ed automatismi;

◦ economie manageriali a seguito di una divisione dell'attività di direzione e una migliore

organizzazione;

◦ economie finanziarie quando acquisti, vendite e finanziamenti vengono compiuti su

larga scala.

Economie di scopo: o di differenziazione per indicare quelle economie interne la cui origine

• è legata ad un elevato numero di prodotti differenziati offerto congiuntamente da un'impresa

piuttosto che ad una maggiore scala di produzione.

Economie di crescita: possono sussistere in ogni impresa e sono generalmente temporanee,

• una volta cessate subentrano le economie di scala.

Le diseconomie di scala possono essere:

a livello di impianto: introduzione di tecnologie decentralizzanti che consento progressive

• riduzioni della dimensione dell'impianto senza pregiudizio per la produzione.

A livello di impresa: sono finanziarie e traggono origine da condizionamenti ambientali,

• 16

motivazione del personale o appesantimenti burocratici e sono tipici delle grandi imprese.

4. Forme e strategie di mercato

Ogni mercato ha una sua struttura che è chiamata forma del mercato come ad esempio la

concorrenza, il monopolio, l'oligopolio e altre.

Le forme di mercato che oggi si riscontrano a livello dei singoli settori sono principalmente due:

mercato dei venditori: i produttori sono in grado di stabilire il prezzo della merce che

• immettono nel mercato e di conservare ingenti scorte della stessa merce in attesa di un

aumento della domanda. Il rischio affrontato è rappresentato dalla quantità e non dal prezzo.

Ciò è ovviamente diverso per il settore agricolo caratterizzato da una forte frammentazione

di piccole imprese a conduzione familiare, in questo caso molto spesso per riuscire a

vendere tutto il loro prodotto devono passare attraverso dei grossisti che ovviamente pagano

un prezzo molto basso per lucrare sulla differenza.

Normalmente le imprese piccole e medie riescono ad operare nei settori con forte

concorrenza non molto grandi cosi che da impedire l'accesso delle grandi imprese per cui

invece sono molto più frequenti gli oligopoli o i monopoli.

mercato degli acquirenti.

CONCORRENZA PERFETTA

Essa è ormai del tutto teorica, anzi è più corretto parlare di “tipo ideale”.

Le sue principali caratteristiche sono:

1. atteggiamento altamente frazionato della domanda e dell'offerta cosi che nessuno può

influenzare il prezzo con il proprio atteggiamento;

2. perfetta omogeneità della merce offerta dalle imprese cosi che non vi sono motivi di

preferenza da parte dei consumatori per specifiche imprese;

3. inesistenza di barriere all'entrata di nuovi concorrenti nel mercato;

4. trasparenza del mercato.

In tale mercato il prezzo che è unico per ogni bene (legge di indifferenza del prezzo) viene fissato

dall'incontro della domanda e dell'offerta che rappresenta appunto la legge della domanda e

dell'offerta.

La linea del prezzo, ossia la curva di domanda che la singola impresa fronteggia è una retta

orizzontale perfettamente elastica, essa è insensibile a qualsiasi immissione di quantità da parte

dell'impresa poiché essa è cmq una percentuale infinitesimale del mercato.

Il ricavo medio ed il ricavo marginale sono espressi da un'unica retta P che è anche la linea del

1

prezzo. Nel momento in cui l'impresa entra nel mercato si trova in una posizione stabile (E') poiché

i suoi costi coincidono con il prezzo di vendita.

Se invece l'impresa entra nel mercato con la linea del prezzo P può accontentarsi di una minore

0

quantità espressa dal primo incrocio con costo medio oppure massimizzare il profitto aumentando la

17

quantità fino all'incrocio E della curva del costo marginale con la linea del prezzo.

Se invece il prezzo scendesse al di sotto della retta P l'impresa dovrebbe abbandonare il mercato e

1

E' rappresenta il cosiddetto punto di fuga.

Da quanto detto si capisce che nell'area CPED l'impresa sopporta un costo medio inferiore al prezzo

e quindi percepisce un profitto puro rappresentato proprio da tale superficie.

Nel lungo periodo questo profitto puro invoglia tante altre imprese ad entrare non essendoci barriere

cosicché ferma restando la domanda si verificheranno una serie di riduzioni del prezzo provocando

l'abbandono del mercato da parte delle imprese in posizione ultramarginale.

Continuando l'entrata di altre imprese il prezzo si abbasserà ancora fino ad arrivare per tutte le

imprese alla linea P eliminando di fatto ogni possibile profitto puro.

1

Alla formazione del prezzo concorrono tutti i soggetti, da quelli che operano dal lato della domanda

e dell'offerta (nessuno singolarmente lo può fare). Il prezzo come si è detto è individuato

dall'incontro di domanda e offerta globale.

Tuttavia in questo caso la curva di domanda globale (che non è quella fronteggiata singolarmente

dalle imprese) non è infinitamente elastica, cioè non è orizzontale poiché gli acquirenti possono

essere indotti a comprare una quantità maggiore di prodotto solo se il prezzo viene adeguatamente

ribassato dalle imprese.

Nel primo grafico il prezzo di equilibrio è OP e la quantità scambiata è OQ. Un aumento dell'offerta

è uno spostamento verso destra della curva SS' e determina un ribasso del prezzo OP” mentre un

aumento della domanda sposta verso l'alto la curva DD1 e provoca un rialzo del prezzo OP'.

Nel secondo grafico si nota che il prezzo di equilibrio non esiste se il costo sopportato da chi offre è

elevato ed il prezzo di domanda è relativamente basso.

Nel terzo grafico invece si ha il caso in cui il prezzo che gli acquirenti sono disposti a pagare

decresce molto relativamente all'aumentare della quantità richiesta fino ad annullarsi, mentre il

prezzo di offerta inizialmente nullo diventa superiore solo a quantità maggiori del fabbisogno.

In questi ultimi due casi le imprese producono in perdita e lo faranno solo se coperte da adeguate

sovvenzioni pubbliche.

Da quanto detto è facilmente comprensibile l'irrealismo del mercato concorrenziale poiché:

• le imprese cercheranno innovazioni per produrre ad un costo unitario più basso in modo da avere un proftto

maggiore o ad abbassare il prezzo per far abbandonare il mercato alle altre imprese. Questo però durerà fino a

che anche le altre imprese avranno quelle innovazioni. Questo realizzerebbe la concorrenza, tuttavia le imprese

che per prime raggiungono l'innovazione consolidano la propria posizione facendo ricorso a brevetti che

impediscono l'uso dell'innovazione alle altre imprese.

• In realtà esistono delle barriere poiché le imprese solitamente lasciano margini di produttività inutilizzata per

scoraggiare l'entrata di nuovi soggetti poiché potrebbero aumentare rapidamente il loro livello di produzione

senza supportare ulteriori costi fissi. In sostanza l'impresa che vuole entrare deve sopportare anche oneri

addizionali. Altri tipi di barriere possono risultare da economie di scala che scoraggiano le piccole imprese che

si traducono in barriere tecnologiche poiché l'impresa nuova non si può permettere le invenzioni più moderne

che si possono permettere le imprese molto più grandi. Infine si possono avere delle barriere commerciali

poiché una nuova impresa si deve creare ex novo un sistema di vendita e far conoscere il proprio prodotto.

Ormai non è più vero che al prezzo di mercato l'impresa può vendere la quantità che vuole. Il commercio

• ormai è fregarsi la clientela proprio perché c'è un'insufficienza di domanda. 18

I costi fissi sono molto alti e uguali per tutte le aziende cosi che la concorrenza va sul prodotto offerto

• facendone venire meno l'omogeneità.

MONOPOLIO E DISCRIMINAZIONE DEL PREZZO

Nel monopolio l'impresa può fissare a proprio arbitrio il prezzo del prodotto o la quantità da

produrre. Ovviamente non le può fare entrambe poiché la domanda non è sotto il suo controllo.

In generale il monopolista preferirà fissare il prezzo e poi in base alla elasticità della domanda

stabilire la quantità da produrre.

La curva che esprime il ricavo unitario del monopolista sarà quindi una curva decrescente (se la

domanda è elastica) a differenza del regime perfettamente concorrenziale. Per vendere quantità

maggiori dovrà quindi spostarsi sulla curva della domanda, abbassando il prezzo o creare un certo

volume di pubblicità (che ha un costo) per incentivare i consumatori.

La configurazione del punto di equilibrio è data dal punto di Cournot (E) nel quale la curva del

costo marginale interseca dal basso quella del ricavo marginale.

L'ascissa del punto è rappresenta la quantità che massimizza il profitto.

Il prezzo P è determinato dal valore della ordinata che si ricava dall'intersezione della

perpendicolare all'asse delle ascisse del punto E con la curva della domanda.

Il grado di monopolio è facilmente calcolabile: (p-R )/p il che vuol dire EA/QA.

m

Si noti che in corrispondenza del punto H in cui ε=1 ogni riduzione del prezzo da luogo ad un

aumento della quantità venduta percentualmente inferiore al ribasso del prezzo, ossia fa diminuire il

ricavo totale.

Se la domanda è elastica al monopolista converrà produrre di più ad un prezzo minore, se la

domanda non è elastica conviene produrre meno ad un prezzo più elevato.

Per sfruttare al massimo un mercato in cui le domande hanno elasticità diversa il monopolista potrà

frazionare l'offerta discriminando i prezzi: ad esempio dell'energia elettrica, tariffe più alte per

l'uso industriale e più basse per l'uso domestico creando così da un unico mercato due distinti

mercati.

Una tal discriminazione si ha anche nei monopoli pubblici per consentire di usufruire dei servizi

anche a chi non si potrebbe permettere il prezzo, ma in tal modo esso risulta più basso di quello di

costo, ma perfettamente compensato da chi è disposto a pagare di più (si pensi al treno: prima

classe, seconda classe, lavoratori, studenti...).

Si usa distinguere 3 tipi di discriminazioni:

I grado: puramente teorica in cui ogni bene è venduto ad un prezzo diverso.

• II grado: prezzi a scaglioni, a seconda della quantità acquistata il prezzo diminuisce (si pensi

• ad alcune offerte dei grossisti).

III grado: prezzi diversi a gruppi diversi di acquirenti, ma non vi è differenza all'interno di

• ciascun gruppo della quantità acquistata. Questo è il caso delle tariffe elettriche differenziate

per usi o per zone. Nulla esclude che possa essere applicato insieme a quello di secondo

grado. 19

La discriminazione dei prezzo può avere luogo oltre che tra singole categorie di acquirenti anche tra

diverse aree di mercato. La discriminazione spaziale del prezzo è possibile a due condizioni:

chi acquista la merce non possa trasferirla in un altro mercato poiché il prezzo è superiore o

• il trasferimento non è cmq conveniente;

che i soggetti che di norma compiono i propri acquisti in un mercato il cui prezzo è più alto

• non abbiano convenienza o non possano acquistare in un altro mercato.

La discriminazione del prezzo fra diversi paesi è detta dumping. Ciò avviene quando il

monopolista vende la propria merce all'estero ad un prezzo molto inferiore a quello praticato in

patria poiché per vendere tutta la merce all'interno del paese sarebbe costretto ad abbassare il

prezzo. In questo modo può massimizzare il profitto.

Una conseguenza del dumping è generare dazi protettivi del paese che subisce il dumping che

elimina la concorrenza all'interno di quel paese, si dal paese che lo effettua per evitare il riflusso

dello stesso prodotto esportato ad un prezzo più basso.

In una situazione perfettamente concorrenziale la posizione di equilibrio del mercato (E) è

individuata dal punto di incontro tra la curva di offerta globale e quella di domanda globale.

Se l'impresa passa da un regime concorrenziale ad un monopolistico il punto di equilibrio E' si

troverà nell'incontro tra la curva del costo marginale SS' che corrisponde alla curva aggregata dei

costi marginali delle imprese concorrenziali, e la curva del ricavo marginale R .

m

Il risultato è una riduzione dell'offerta ed un rialzo del prezzo e la rendita del consumatore, prima

situata tra PE e la curva della domanda si riduce dell'area P'PEH, ma solo una parte di perdita di

rendita va la produttore come profitto (P'PGH), la parte HGE è una perdita per l'intera società.

Inoltre i produttori perdono l'intera area GE'E, per la società nel suo complesso la perdita totale è

pari all'area HEE'.

Queste considerazioni però sono abbastanza irreali poiché si suppone che le linee di costo

rimangano inalterate al variare della forma di mercato.In realtà raggiunto il monopolio l'azienda

sicuramente riduce il costo sia per la realizzazione di economie di scala, sia per l'eliminazione dal

mercato di inutili duplicazioni.

A priori è difficile dire se la mutazione conviene.

Se la riduzione dei costi che l'impresa riesce ad ottenere è notevole si configura uno spostamento

della linea SS' a S S' cosicché la quantità offerta aumenta ad un prezzo più basso si quello del

1 1

regime concorrenziale.

Perché il cambiamento sia favorevole al consumatore serve un'elasticità della domanda >1

altrimenti il monopolista ha convenienza ad aumentare il prezzo e contrarre la produzione. 20

Un settore industriale è fortemente concentrato quando un piccolo numero di imprese fornisce una

quota rilevante della produzione e dell'occupazione complessiva di una settore. Tali imprese godono

di un certo potere sia sui consumatori sia sulle imprese più piccole, hanno cioè un potere di

mercato o potere monopolistico di controllo del prezzo.

È difficile stabilire il grado di concentrazione con un numero poiché non conta solo il numero delle

imprese in quel settore, ma anche la loro dimensione, il livello dei profitti etc...

Vi sono cmq dei sistemi come quello di Herfindahl che è pari alla somma delle quote di mercato

delle singole imprese elevate al quadrato.

Per misurare il grado di monopolio delle singole imprese che compongono il settore si parte dalla

constatazione che in regime di concorrenza perfetta il costo marginale è uguale al prezzo. Nelle

condizioni di monopolio il prezzo è superiore al costo marginale. Un divario tra prezzo e costo

marginale può essere interpretato come indice dell'esistenza di un certo grado di monopolio.

Cosicché si ha detto g il grado di monopolio: g=(p-C )/p

m

Il valore di g non può mai eccedere l'unità ed è massimo in presenza di monopolio assoluto, nullo in

regime perfettamente concorrenziale.

Ricordando però che il C è pari al ricavo marginale si può dire che il graod di monopolio di

m

un'impresa è uguale all'iverso del valore assoluto dell'elasticità della domanda fronteggiata in

equilibrio dell'impresa (1/|ε|).

Tale indice di Lerner non è applicabile ad un mercato caratterizzato dalla presenza di prodotti non

perfettamente omogenei offerti a prezzi diversi poiché in questi casi si ha un coefficente di

interdipendenza. Quando esso è zero il prodotto non ha alcun sostituto e quindi il produttore non

ha rivali. Se invece esso è infinito si ha un regime di concorrenza pura.

L'autorità politica può influire sulle posizioni delle imprese e dei loro conseguenti monopoli.

Bisogna cmq distinguere due tipi di monopoli:

quelli risultanti da intese : possono essere vietati dalla legge e sarebbe auspicabile che lo

• fossero in ogni occasione;

quelli originati da una posizione dominante di una singola impresa : qui il ricorso a divieti è

• sconsigliabile poiché il raggiungimento del monopolio è possibile solo per una grande

impresa che ha affrontato ingenti spese per innovarsi. Vietare l'esistenza di grandi imprese

comporterebbe una impossibile innovazione tecnologica e una mancata produzione

efficiente. Quanto detto è però valido solo nel settore della tecnologia.

Il controllo del potere monopolistico può essere attuato mediante provvedimenti di vario tipo:

disciplina dei prezzi: viene stabilito un prezzo massimo che il monopolista non può

• superare, il rischio in questo caso è generare un eccesso di domanda. La conseguenza

ulteriore è che l'impresa perde ogni interesse ad introdurre innovazioni che riducano il costo

unitario di produzione. Occorrono quindi degli incentivi specifici per ciò.

Introduzione di imposte specifiche per ogni prodotto venduto. In sostanza è un costo

• addizionale e la linea del costo marginale e quello medio si spostano verso l'alto con la

conseguenza che la quantità diminuisce ed il prezzo aumenta. Stesso discorso se l'imposta è

commisurata all'incasso lordo del monopolista.

La soluzione più preferibile sembrerebbe un'imposta fissa solo per il fatto di commerciare

beni monopolizzati. In questo modo aumenterebbero solo i costi fissi.

Utilizzazione di un'impresa pubblica per fargli concorrenza: sebbene il consumatore fruisca

• della situazione essa comporta dei costi che in ultima analisi gravano sui contribuenti.

Dall'analisi il sistema migliore è la fissazione di un prezzo massimo senza che però comporti

l'eccesso di domanda. 21

CONCORRENZA IMPERFETTA

Fa parte, insieme all'oligopolio, delle due forme di mercato introdotte a partire dal 1930 più

realistiche in quanto il monopolio e la concorrenza perfetta sono difficilmente riscontrabili nella

realtà.

Essa è caratterizzata da un certo numero di imprese che producono beni simili (non identici) dotati

di un certo grado di sostituibilità tra loro. Ogni impresa è un price maker cioè può fissare il prezzo,

ossia agire come un monopolista, ma data la possibile sostituzione dei prodotti con quelli di altre

imprese il prezzo dovrà essere molto vicino a quello dei concorrenti.

L'omogeneità del mercato è rotta sia dalle singole forme di garanzia e facilitazione (assistenza a

domicilio, dimostrazioni, vendita a credito, dalla pubblicità, dalla differenziazione dei prodotti, sia

dalla diversa ubicazione dei punti vendita e dall'inerzia e ignoranza dell'acquirente.

La curva di domanda che l'impresa fronteggia sarà quindi più elastica di quella del monopolio.

La curva inoltre sarà tanto meno elastica tanto quanto il prodotto è differenziato rispetto a quelli con

cui compete nel mercato.

Inoltre l'impresa che agisce sulla quantità non può influire sul prezzo dei prodotti concorrenti

poiché la sua offerta rappresenta solo una piccola quota dell'offerta del settore.

Come si può capire la curva di domanda fronteggiata varia quindi a seconda del comportamento

delle altre imprese alla variazione del prezzo.

La posizione di equilibrio nel breve periodo è uguale a quella monopolistica: il profitto aziendale è

massimo quando il ricavo marginale è uguale al costo marginale e la curva di quest'ultimo interseca

dal basso la curva del primo.

Nel lungo periodo l'esistenza di un profitto puro contribuisce all'ingresso di nuovi concorrenti

producenti beni sostituibili a quelli già esistenti. Tale ingresso determina un aumento dell'offerta a

domanda invariata, il che si traduce in un ribasso del prezzo fino a che non si raggiunge

l'annullamento del profitto aziendale raggiungendo la posizione di equilibrio dell'impresa nel lungo

periodo (seconda figura). Infatti come si può notare la domanda è tangente al costo medio (E')

(Ricavo medio e costo medio devono essere uguali per non avere profitto). Inoltre poiché le

condizioni di equilibrio del lungo periodo devono essere uguali a quelle del breve periodo, il punto

di incontro tra ricavo marginale e costo marginale hanno uguale ascissa alla condizione di equilibro

precedente (E).

Da notare è che l'ingresso di nuove imprese non genera automaticamente una selezione efficace tra

esse poiché ogni impresa può avere una sua “propria” domanda che non è sempre possibile sottrarle

(vischiosità della domanda).

Tuttavia questa configurazione di equilibrio di lungo periodo dell'industria, malgrado sia

teoricamente possibile, nella pratica è difficilmente realizzabile poiché la situazione è quasi sempre

instabile ed i prezzi delle varie imprese sono diversi. 22

OLIGOPOLIO

In questa forma di mercato vi è un numero limitato di produttori in grado di influenzare con la

propria offerta il prezzo che gli altri possono ottenere.

Si distingue:

oligopolio puro (perfetto) se le merci prodotte sono identiche;

• oligopolio differenziato (imperfetto) se le merci prodotte sono diverse ma sostituibili.

Il primo è prevalente nel settore dei beni di investimento, il secondo nei beni di consumo e nella

grande distribuzione.

La principale differenza con la concorrenza imperfetta è che essendoci poche grandi imprese esse

cercano di influire, variando la propria offerta, sul prezzo dei prodotti delle altre imprese.

Proprio per questo è impossibile determinare una posizione di equilibrio sia per la singola impresa

che per l'intera industria. Si parla infatti di indeterminazione oligopolistica, non sarà possibile

stabilire se prezzo e quantità a cui vende l'impresa sono tali da assicurargli il massimo profitto. Le

curve del costo marginale e del ricavo marginale hanno senso per l'imprenditore solo se sarà capace

di determinare il comportamento dei rivali

Non esiste una teoria univocamente accettata sull'oligopolio, vi sono diversi schemi ma tutti

riferibili solo all'oligopolio puro e quindi di limitata applicabilità.

Stabilitosi nel mercato il prezzo QP nessuno lo abbasserebbe

per la paura che i rivali facciano lo stesso in maniera ancora

maggiore e nemmeno esso verrebbe alzato poiché i rivali di

certo non lo seguirebbero per sottrargli clientela.

In sostanza la concorrenza riguarderebbe la qualità, la

differenziazione, la pubblicità, facilitazioni di pagamento (no

price competition).

Questa teoria però non spiega la formazione del prezzo.

La linea del ricavo marginale è positiva per i prezzi superiori a

quello vigente, è negativa per prezzi inferiori a causa della

scarsa elasticità della domanda.

Per quanto detto si comprende come mai eventuali variazioni

del costo marginale (C o C' ) non comportino alcuna

m m

differenza sul prezzo praticato dall'impresa.

Nella pratica il prezzo di oligopolio è stabilito al livello di prezzo pieno ottenuto dalla somma del

costo medio variabile un margine di profitto lordo formato da due parti distinte: una sufficiente a

coprire il costo medio dell'impianto ed un'altra a titolo di profitto puro netto.

Il profitto puro netto sarà maggiore quando le imprese operano al riparo di forti barriere protettive,

sarà minore quando esse non sono in grado di impedire l'entrata ad altri produttori.

Inoltre non bisogna scordarsi un importante dato: se le imprese riescono a vendere a quel prezzo.

Tramite il margine di profitto lordo esse infatti possono “saggiare” l'elasticità della domanda per

quel prodotto e capire contemporaneamente la quantità da produrre per avere un ricavo.

Un aumento della domanda in regime di oligopolio non comporta un aumento del prezzo come in

regime di concorrenza, bensì un suo ribasso per evitare che altre imprese entrino come concorrenti.

Esse infatti fissano il prezzo limite al di quale non possono scendere per evitare l'entrata di nuovi

concorrenti, sufficientemente alto da consentirgli un profitto e da rendere sconveniente per i

concorrenti l'entrata nel mercato.

L'impresa che vuole entrare nel mercato deve praticare un prezzo di penetrazione più basso del

costo medio fino a che essa non viene accettata dalle preesistenti come fatto definitivo.

In tal caso le altre fissano un prezzo di eliminazione più basso del prezzo limite che non consente

un adeguato guadagno alle imprese marginali che sono spinte ad uscire dal mercato. 23

Tutti questi prezzi sono chiamati prezzi amministrati che sono variabili strumentali nel

comportamento dell'impresa.

Da notare è che molto spesso la stessa variazione del prezzo ha dei costi fissi (modifica dei listini,

pubblicità... etc.) che l'impresa affronta mal volentieri. Nell'immediato quindi una variazione della

domanda comporta una variazione nello stesso senso della capacità produttiva dell'impianto a

prezzo immutato. Solo in un secondo momento se la variazione della domanda persiste si

modificheranno i prezzi.

In sostanza il modello oligopolistico si configura come un modello collusivo che concorrenziale, il

mantenimento dello status quo è l'obiettivo comune al fine di realizzare il massimo profitto.

Il tipico comportamento collusivo è il cartello con il quale le imprese si danno delle regole di

condotta sul mercato. Esso però risulta possibile solo se il prodotto è omogeneo e non sostituibile

con altri verso i quali potrebbe orientarsi la domanda. Il tipico settore del cartello sono i beni

semilavorati come il cemento o il ferro.

Alcuni cartelli sono promossi su accordi negoziali palesi, addirittura promossi dal governo al fine di

razionalizzare un settore. Altri invece sono segreti in aperta violazione con le leggi nazionali contro

le politiche monopolistiche.

I principali problemi dell'oligopolio sono rappresentati dallo spreco: rialzi dei costi, mancato

sfruttamento della piena capacità produttiva al solo fine di evitare l'ingresso di nuovi concorrenti.

Quando un oligopolio è composto da due sole imprese si chiama duopolio, nella pratica è

solitamente raro e transitorio, cioè prelude alla fusione delle due imprese o all'abbandono di una,

però può essere comodo per semplificare l'analisi.

Vi sono infatti due casi:

Equilibrio stabile: ognuno dei duopolisti stabilisce al quantità da offrire assumendo l'offerta

• del rivale come un dato immodificabile (duopolio di Cournot). Quando ciò avviene

entrambe le imprese si comportano come “satelliti” e si raggiunge l'equilibrio con un prezzo

superiore al costo marginale ma inferiore al prezzo di monopolio.

Prezzo continuamente oscillante: ogni rivale stabilisce il suo prezzo assumendo che il rivale

• attui una politica di variazione della quantità e mantenga fisso il prezzo (duopolio di

Bertrand). In questo caso entrambe le imprese si comportano da leader e danno luogo ad

una guerra dei prezzi e l'equilibrio è indeterminato.

Questo sono due ipotesi di duopolio simmetrico. Il duopolio asimmetrico si ha quando un'impresa

si comporta da dominante e un'altra da satellite dando luogo ad ipotesi di collusione.

MONOPSONIO E MONOPOLIO BILATERALE

Si ha monopsonio quando sul mercato di una data merce vi è un unico acquirente capace di fissarne

quantità o prezzo. Normalmente si verifica quando la merce acquistata è un fattore produttivo e

l'acquirente è un monopolista in quel settore. In Italia per il tabacco è l'Amministrazione dei

Monopoli di Stato. Al monopsonista converrà acquistare la quantità OQ,

corrispondente al punto E, intersezione tra la curva di

domanda del fattore DD' e la curva del costo marginale che va

effettivamente sopportato per l'acquisto del fattore.

SS' è la curva di offerta del fattore, ma per il monopsonista

rappresenta il costo medio per l'acquisto del fattore, tale curva

in sostanza rappresenta il prezzo del fattore. Alla quantità OQ

corrisponde dunque un prezzo QP.

In condizioni di concorrenza perfetta la quantità acquistata

sarebbe stata OQ' al prezzo Q'P' se ne deduce che il

monopsonio avvantaggia l'acquirente e danneggia il produttore. 24

Si ha monopolio bilaterale quando sul mercato si fronteggiano un monopolista ed un monopsonista

ed entrambi cercano di imporre una coppia di valori prezzo-quantità.

In concreto prezzo e quantità che si stabiliranno dipendono dalla forza contrattuale delle due parti,

ma la quantità sarà sempre inferiore a quella che sarebbe stata scambiata in un mercato

concorrenziale.

Se la forza delle due imprese è uguale si avrà un gioco cooperativo con una soluzione negoziale, se

una ha forza superiore invece si ha un gioco non cooperativo che non porta ad una soluzione

contrattuale. A è il monopolista e B è il monopsonista la cui curva di

domanda è DD' e SS' è la curva di offerta di A corrispondente

alla curva del suo costo marginale.

Il punto E è quello in cui il profitto di A è massimo, la quantità

sarà OQ mentre il prezzo QP.

Il massimo vantaggio di B invece è nel punto E' e corrisponde

alla quantità OQ' al prezzo Q'P'.

Si comprende che vi è una incompatibilità tra gli obiettivi

dell'uno e dell'altro.

L'importanza di questa forma è che molti rapporti avvengono

con essa: dal baratto (scambio in cui non interviene la moneta), al commercio internazionale tra due

paesi, dallo scambio tra due coalizioni... etc.

Lato Offerta Lato Domanda → Molti soggetti Pochi soggetti Un solo soggetto

Molti soggetti Concorrenza Pura Oligopsonio Monopsonio

Pochi soggetti Oligopolio Oligopolio bilaterale Quasi Monopsonio

Un solo soggetto Monopolio Puro Quasi monopolio Monopolio bilaterale

Un mercato è perfetto quando soddisfa il cosiddetto principio di indifferenza: perfetta omogeneità

del prodotto, nessuna influenza sui consumatori e nessuna preferenza su un'impresa piuttosto che su

un'altra da parte degli stessi.

Quando almeno una delle condizioni suddette non si realizza si ha un mercato imperfetto.

NB. ai soggetti economici non sono note le intere curve di domanda e offerta, ma solo le quantità

domandate offerte ad un determinato prezzo. Non conoscono l'intera curva di domanda poiché

l'impresa non è in grado di sperimentare tutte le soluzioni alternative di diverse coppie prezzo-

quantità. Per gli stessi motivi l'imprenditore non conosce neanche la curva del ricavo marginale

indispensabile per individuare la posizione di equilibrio.

La stessa teoria del prezzo presuppone che l'imprenditore utilizzi informazioni che non ha.

La soluzione è puramente formale: il procedimento di determinazione dell'equilibrio si fonda su

curve immaginate che non hanno nulla di oggettivo. 25

5. Teoria del capitale e dell'investimento

Si chiama investimento ogni spesa suscettibile di produrre reddito o incrementare un capitale

precedentemente accumulato.

Solo l'investimento reale (spese affrontate per ottenere beni o servizi atti a produrre altri beni o

servizi) determina un aumento della capacità produttiva del sistema e della domanda complessiva di

beni o servizi. L'investimento finanziario (acquisto di titoli o deposito in banca fruttifero di

interessi) non è produttivo a livello sociale, serve solo a far guadagnare al soggetto che lo compie.

L'investimento (reale è quello su cui ci concentreremo) è detto lordo quando è comprensivo delle

quote di ammortamento destinate a ricostituire i beni strumentali consumati nel processo produttivo,

è netto quando non contiene tali quote e costituisce nella sua interezza un incremento della

dotazione di capitale.

Gli investimenti si dividono in pubblici e privati. Quelli privati sono strettamente legati alle

aspettative di profitto, mentre quelli pubblici tendenzialmente no a meno che non siano intrapresi

con un'accezione privatistica.

Le imprese operano con capitale proprio e capitale di credito: il primo attribuisce ai soggetti che

lo conferiscono determinati diritti all'interno dell'impresa (azione nella spa), il secondo è

rappresentato dalle obbligazioni che altro non sono che titoli di credito emessi dall'impresa

fruttifero di un reddito prestabilito ed indipendente dal risultato conseguito nell'attività

imprenditoriale. Azioni e obbligazioni sono quasi sempre trasferibili.

L'impresa può ricorrere anche direttamente all'indebitamento bancario, ossia contrarre mutui

direttamente con gli istituti di credito. Il rapporto tra indebitamento e mezzi propri è detto grado di

indebitamento (leverage) dell'impresa.

La scelta della forma di finanziamento è molto importante poiché può dare ai finanziatori un certo

potere di ingerenza che è massimo nella partecipazione azionaria. Di questo potere solitamente

dispone l'azionista di riferimento che ha il controllo della quota di capitale più consistente.

Il bilancio di un'impresa è composto dallo stato patrimoniale, composto da due colonne, una con

le voci all'attivo (beni dell'azienda, crediti, consistenze di cassa) e una con le voci al passivo (debiti,

ma soprattutto i mezzi propri costituiti dal capitale sociale, riserve e accantonamenti).

I mezzi propri, pur non essendo delle passività sono considerati tali come formalità in modo da far

quadrare il bilancio che deve chiudersi sempre in pareggio formale.

In sostanza esso è una fotografia della situazione economica di un'azienda in un determinato

momento.

Il bilancio è composto anche dal conto economico che registra tutti i costi e i ricavi dell'impresa

nell'arco di un anno. Ogni posta è inscritta in due voci una volta tra i costi e un'altra tra i ricavi ( ad

esempio in una vendita di merce con pagamento in contanti sarà al passivo come consistenza di

merci e all'attivo come consistenza di cassa).

Sotto il profilo formale è sempre un pareggio (basterà sommare l'utile ai costi o la perdita ai ricavi),

ma sotto il profilo sostanziale può chiudersi con un saldo positivo o con un saldo negativo.

La scelta degli investimenti, come ogni calcolo economico proiettato nel tempo, comporta

operazioni di capitalizzazione e di sconto.

Le prime sono un calcolo dell'ammontare ad una certa data futura di una determinata somma attuale

che aumenti nel tempo secondo un saggio di accumulazione noto.

Le seconde sono un calcolo del valore attuale di una determinata somma di denaro che diverrà

disponibile ad una scadenza futura.

Si noti che se si ha un credito di 100 il cui interesse è cumulato una volta l'anno al saggio del 5%, il valore capitalizzato

2

è dopo un anno 100+(1+0,05), ma dopo due anni è 100+(1+0,05) . 26

Il valore attuale di un credito di 100 esigibile tra due anni sempre cumulato una volta l'anno al saggio del 5% è 100/

2

(1+0,05) .

UN altro tipo di operazione di sconto è quella che consente di calcolare il valore attuale di un cespite (terra, titolo,

credito o altro) che da un reddito fisso in perpetuo ogni anno. Un reddito di 1000 euro presenta un valore attuale al

saggio del 5% di 1000/0,05=20.000. Si noti che il saggio di interesse è inversamente proporzionale al valore del cespite.

Con il medesimo calcolo si può capire l'importanza essendo possibile stabilire quanto vale un cespite ad oggi in base

alla rendita che esso avrà in futuro.

CAPITALE

Può essere inteso come:

1. capitale reale: che può essere fisso (durevole) o circolante (non durevole). È un insieme di

beni fisicamente determinate atti a produrre un sovrappiù;

2. capitale finanziario: non danno luogo alla produzione di un sovrappiù materiale, ma il suo

possesso da titolo a percepire un reddito monetario;

3. capitale-tempo: è un periodo di attesa del produttore ed è riconducibile a quei processi in cui

vi è un considerevole lasso temporale tra gli inputs e gli output.

Il problema del capitale è la sua misura, vi sono infatti tre distinte soluzioni poiché si può ragionare

in termini di:

1. Riserva di valore: con potere d'acquisto costante, la misura è ottenuta moltiplicando ogni

singolo elemento che compone uno stack per il suo valore di mercato e sommando poi i

risultati in modo da ottenere una stima del valore realizzabile dei beni.

2. Costo corrente di rimpiazzo: costo di sostituzione odierno dei beni capitali esistenti

(quanto costerebbe un loro rimpiazzo).

3. Costo storico di produzione: somma dei costi degli investimenti netti effettuati in passato

maggiorati dagli interessi maturati nel frattempo.

Un altro problema del capitale è il fattore tempo: il capitale è formato da beni, beni soggetti a usura,

a deprezzamento, che durante il loro “vivere” formano un flusso produttivo e sono quindi soggetti a

manutenzione e riparazione, per poi diventare inservibili ed essere sostituiti.

Da qui il problema del rinnovo che può derivare sia dal consumo che a sua volta può dipendere da

rotture non prevedibili o dall'usura derivante dal suo utilizzo che quindi può esse contrastato con

adeguata manutenzione (costo prevedibile), sia dall'obsolescenza che non può essere prevista

(consiste in innovazioni che provocano la retrogradezza del macchinario) e da un momento all'altro

può determinare una perdita del suo valore. Da qui il non fare affidamento ad un solo e costoso

macchinario perché potrebbe perdere in poco tempo (anche se durevole) tutto il suo valore.

L'obsolescenza non è assolutamente prevedibile (se non soggettivamente).

In sostanza il problema del rinnovo è comprare un macchinario che consenta di ammortare il suo

costo prima che possa diventare obsoleto. Inoltre siccome è una catena di rinnovi si può anche

aspettare per comprare il macchinario ancora più perfezionato (anche se questa teoria

comporterebbe l'immobilità poiché è molto più conveniente la dilazione).

In concreto il profitto va calcolato nell'ambito di un orizzonte di tempo predeterminato tenendo

conto sia della possibilità di rinnovare l'impianto se la durata di questo è inferiore all'orizzonte, sia

del valore residuo dello stesso se la sua durata è superiore all'orizzonte.

Tra i vari indici di redditività il più semplice è il valore attuale dell'investimento che misura la

differenza in valore attuale tra i ricavi ed i costi nell'ambito di un certo orizzonte tempo stabilito a

discrezione dall'impreditore.

Chiamiamo:

R : ricavo lordo corrente dell'investimento

• t

C : costo corrente dell'investimento, comprensivo del costo di esercizio e della quota di

• t

ammortamento del capitale fisso

i: il saggio di interesse di mercato

• 27

t: le singole unità di tempo nell'orizzonte considerato

• V: il valore attuale dell'investimento

Il valore attuale dell'investimento è pari alla somma dei redditi netti, se i ricavi e i costi correnti

sono scontati ad un tasso pari al saggio di interesse di mercato, il valore attuale dell'investimento

risulta definito dalla formula: n

V=(R-C)/(1+i)+....+(R -C )/(1+i)

n n

Il valore residuo dell'impianto viene incluso nel calcolo del valore attuale dell'investimento, come

se fosse un ricavo addizionale maturato nell'ultimo anno compreso nell'orizzonte di tempo

considerato. Esso corrisponde al valore capitalizzato dei redditi netti che l'investimento è ancora in

grado di fornire nel periodo compreso tra la fine dell'orizzonte di tempo liberamente assunto

dall'imprenditore ed il termine di durata dell'ultimo impianto.

In una serie di alternative l'imprenditore dovrà scegliere quella con valore attuale maggiore, ma

questa tecnica lascia completamente fuori la differenza tra grandi progetti e piccoli progetti, i quali

vengono automaticamente esclusi.

Il problema è risolvibile mettendo in rapporto i ricavi con i costi dell'investimento entrambi

scontati. È il cosiddetto rapporto benefici-costi.

Il saggio interno di rendimento è il saggio al quale un investimento remunera, con il suo flusso di

reddito netto, le risorse finanziarie in esso complessivamente impiegate.

La condizione di convenienza di un investimento, se si adotta il criterio del saggio interno di

rendimento, richiede che tale saggio sia superiore al costo imputato al capitale.

Perché si usa questo saggio malgrado si abbia già quello di valore attuale? Quest'ultimo misura la

convenienza a fondi illimitati, mentre il saggio interno serve a misurare la convenienza quando non

sussite alcuna possibilità di accesso al credito sicchè la spesa è vincolata dalla disponibilità del

reddito corrente e rimane così esclusa la possibilità di vendere l'impianto prima del termine

dell'investimento.

Gli investimenti in scorte (scorte di magazzino) fanno parte del capitale circolante, essi proteggono

l'impresa dal rischio del manifestarsi di temporanei divari tra la domanda e la capacità di offerta

dell'impresa. Essi possono consistere in scorte di:

materie prime

• semilavorati

• prodotti finiti

I primi due possono avere sia uno scopo del mantenimento di un flusso produttivo regolare

risparmiando costi amministrativi di approvigionamento e magazzino, sia speculativo se le imprese

si attendono futuri incrementi dei prezzi delle materie prime e dei semilavorati.

Le scorte del terzo tipo invece hanno per fine quello di mantenere il livello di produzione

abbastanza stabile al variare della domanda nel breve periodo che l'impresa deve sempre soddisfare

se non vuole perdere clientela o quote di mercato.

L'investimento in scorte, proprio per quanto detto, è la componente più variabile dell'investimento.

Gli investimenti delle famiglie possono dividersi in:

reali immobiliari: l'elasticità della loro domanda è bassa per le prime case ed alta per le

• seconde che poi vengono date in affitto. Di contro l'offerta tende sempre più a realizzare

“seconde case” che case a prezzi accessibili e l'intervento dello Stato per costruzioni

popolari non è affatto sufficiente. Le soluzioni dell'equo canone e del blocco legale degli

affitti devono essere considerate come soluzioni di emergenza poiché nel lungo periodo

rischiano di scoraggiare l'investimento in nuove costruzioni.

finanziari

• capitale umano come procreazione, istruzione e formazione professionale dei lavoratori.

• 28

Fino ad ora abbiamo analizzato le decisioni su investimenti alternative nel quadro della certezza

delle aspettative che in realtà non esiste e va quindi abbandonata.

Da ora in poi chiameremo rischio una situazione aleatoria che presenta una probabilità nota

inferiore ad 1 e incertezza una situazione aleatoria con probabilità ignota.

Qualora l'imprenditore conosca il rischio calcolerà ogni possibile alternativa e sceglierà quella in

cui il rischio è più basso (equivalente in termini di certezza).

Tuttavia in questo modo non si risolve il problema poiché tutto ricade sul calcolo del rischio. In

sostanza lo si aggira.

Alcuni autori attribuiscono rilevanza alla speranza matematica la quale consente di stabilire che

l'equivalente in termini di certezza del risultato di un esperimento ripetuto un gran numero di volte

tende a coincidere con la speranza matematica della distribuzione di probabilità della variabile

casuale che esprime i risultati delle singole prove.

Questa teoria è applicabile ad esempio alle assicurazioni in cui il rischio bene o male è il medesimo

per tantissime operazioni. Nel settore degli investimenti ogni operazione è un esperimento a sé

stante con un coefficiente di rischio non assimilabile.

Tutto ciò si traduce in nessun investimento. Nessuna persona razionale compie un investimento sul

cui risultato non abbia delle aspettative. 29

6. La distribuzione del reddito

Si parla di distribuzione primaria per indicare quella operata dal meccanismo del mercato e di

distribuzione secondaria per indicare quella che viene in essere in seguito al successivo intervento

dell'attività della pubblica amministrazione attraverso l'uso degli strumenti fiscali (imposte e

sussidi).

La teoria della distribuzione funzionale del reddito spiega la ripartizione del prodotto sociale tra

le diverse categorie di soggetti economici ed è la parte più controversa della microeconomia.

Vi sono due teorie principali: una del sovrappiù, ma attiene principalmente alla macroeconomia e

quella marginalista.

Questa individua 4 categorie di redditi puri:

1. salario (reddito del lavoro)

2. profitto (reddito dell'attività imprenditoriale)

3. interesse (reddito del capitale)

4. rendita (reddito della terra)

Il fondamento è che chiunque percepisce un reddito può giustificarlo come remunerazione di un

servizio reso.

Per poter funzionare questa teoria necessità di un mercato in concorrenza perfetta: tutti i redditi

verrebbero stabiliti da un meccanismo distributivo del tutto impersonale (il mercato) che

remunerebbe ciascun fattore secondo la sua produttività marginale.

L'uso del fattore è profittevole finché vi è una differenza positiva tra produttività marginale

monetaria del fattore ed il prezzo che l'impresa paga per procurarsi il servizio del fattore. La curva

della produttività marginale monetaria individua pertanto le quantità domandate ad ogni dato prezzo

ed uso del fattore.

Serve la concorrenza perfetta perché in ipotesi in cui questa sia imperfetta la cruva del ricavo

marginale è inferiore al prezzo del prodotto cosicché le remunerazioni dei fattori risulterebbero nel

loro complesso minori del valore del prodotto.

La domanda dei servizi di un fattore è dipendente dal prezzo di offerta del fattore, dalla domanda

dei beni che esso concorre a produrre e dalle condizioni tecniche in cui tali beni possono essere

ottenuti.

L'elasticità rispetto al prezzo della domanda dei servizi di un fattore è tanto maggiore:

quanto più elastica è la domanda dei beni finali che il fattore concorre a produrre rispetto al

• prezzo;

quanto maggiore è l'incidenza del costo del fattore sul costo di produzione del bene finale;

• quanto maggiore è la sostituibilità tecnica tra i fattori;

• quanto minori sono le variazioni di uguale segno che il cambiamento del prezzo del fattore

• induce nei prezzi degli altri fattori.

In sostanza l'offerta dei servizi di un fattore è considerata funzione del prezzo che gli acquirenti

sono disposti a pagare nonché al costo di produzione dei servizi offerti.

Si noti che dal confronto tra prezzo di domanda e prezzo di offerta del fattore scaturisce il prezzo di

mercato del fattore il quale influisce a sua volta sul prezzo del prodotto. 30

Nel reddito percepito è possibile distinguere:

remunerazione normale: compenso necessario a mantenere ogni unità del fattore

• nell'impiego attuale prevenendone il trasferimento;

rendita: è la differenza tra il reddito percepito da un fattore scarso e irriproducibile e la sua

• remunerazione normale. Es. Se un terreno dal valore di 10000 euro viene acquistato e poi

affittato ad un canone annuo di 1000 euro (reddito del fattore) in presenza di un saggio di

interesse dell'8%, per calcolare la rendita bisogna tener conto che quei 10000 euro, se

depositati in banca a quel saggio di interesse frutterebbero 800 euro annui, sicché la rendita

è 200 euro annui.

Nel primo e nel secondo schema l'area OSEQ individua la remunerazione normale del fattore in un

mercato concorrenziale. Nel primo (PSE) e nel terzo caso (POQE), il sovrappiù percepito quando

l'offerta del fattore non è perfettamente elastica rappresenta una rendita.

Si può notare quanto la rendita dipenda dall'elasticità di offerta del fattore. Nel secondo caso, in

presenza di un'offerta infinitamente elastica è impossibile avere una rendita.

Tipici esempi in cui si può avere una rendita sono la terra e le risorse naturali, ma anche la voce di

un cantante o piedi di un calciatore.

Il terzo caso rappresenta un'offerta assolutamente rigida che però può presentarsi solo nel breve

periodo poiché nel lungo periodo un forte aumento dei prezzi tende a far aumentare l'offerta di

qualunque fattore (ad esempio nella terra altre terre incolte vengono adibite a cultura).

La rendita può essere:

Differenziale: reddito addizionale ottenuto dalle unità più efficienti di un fattore rispetto a

• quelle meno efficienti. La quale può essere a sua volta

◦ intensiva: deriva dalla produttività marginale decrescente di un fattore variabile (lavoro

sementi, concime) che venga associata ad un fattore fisso come un terreno agricolo al

fine di ottenere un prodotto destinato ad essere venduto sul mercato ad un certo prezzo;

◦ estensiva: deriva dalla diversa produttività di cui sono dotate le singole unità di un

fattore fisso. Es. differenze nelle spese di trasporto dal luogo di produzione a quello di

vendita.

Assoluta: deriva dalla insufficiente disponibilità di un fattore rispetto al fabbisogno causata

• sia da caratteristiche naturali dello stesso, sia da comportamenti di tipo collusivo che

garantiscano un potere monopolistico a chi offre il fattore. 31

Nel grafico vengono prese in esame tre diverse terre di

diversa fertilità e sono tracciate la curve di domanda

(DD') e di offerta (SS') del prodotto.

Dall'incontro delle due curve risultano individuati (in

condizioni di concorrenza) la quantità OQ ed il prezzo

OP di equilibrio del grano.

La curva di offerta è discontinua poiché per le terre

meno fertili il costo di produzione marginale è più alto.

Supponendo che si verifichi un aumento della domanda

(D D' ) e che non sia possibile incrementare la quantità,

1 1

il prezzo salirà da OP a OP' e avrà una rendita assoluta

(PP'E'E) Il prezzo dipende solo dalla domanda poiché

l'offerta è rigida.

Alcuni autori ritengono che alle risorse esauribili come le miniere vada distinta la rendita (rendita

mineraria) dal compenso corrisposto al proprietario per il diminuito valore della miniera causato

dall'estrazione del minerale e chiamano tale compenso royalty. Altri autori non riconoscono questo

compenso e lo considerano compreso nella rendita.

Il salario è il prezzo della merce forza-lavoro. È detto nominale quando è espresso in termini

monetari, reale quando è espresso in potere d'acquisto.

Si distingue anche il salario, remunerazione del lavoro manuale svolto dall'operaio, dallo stipendio

che è il compenso per il lavoro impiegatizio. Tale distinzione sta via via scomparendo poiché

l'avvento delle tecnologie ha portato alla trasformazione dell'operaio in impiegato.

Si distingue inoltre la retribuzione diretta corrisposta per il lavoro effettivamente prestato, dalla

retribuzione indiretta che comprende una serie di elementi accessori, corrisposti per ferie,

gratifiche, premi di produzione etc...

Saggio del salario è il salario orario, salario a cottimo è commisurato alla produttività, salario ad

incentivo è costituito da un minimo fisso cui si aggiungono incrementi proporzionali se l'attività

supera un certo limite.

L'entità del salario è determinata in base alle curve di domanda ed offerta del lavoro e può oscillare

da un minimo, pari all'insieme delle sussistenze necessarie alla ricostituzione della forza lavoro, ad

un massimo rappresentato dal valore del prodotto marginale imputabile alla produttività marginale

del lavoro.

Secondo alcuni autori (teoria della sussistenza) il livello del salario dipenderebbe, nel lungo

periodo, esclusivamente dal costo della sussistenza del lavoratore e della sua famiglia, risultando

così strettamente correlato al livello dei prezzi dei beni di prima necessità (beni salario).

Agli antipodi di questa teoria c'è quella del fondo salari che riguarda il breve periodo e la domanda,

non l'offerta: il saggio dei salari dipenderebbe solo dalle quantità relative di capitale circolante

destinabile al pagamento di salari e della forza lavoro.

Questa teoria viene ampiamente criticata poiché in sostanza la domanda di lavoro dipende dalla

produttività dello stesso e non da decisioni imprenditoriali circa l'ammontare degli investimenti e la

combinazione dei fattori produttivi.

La produttività può quindi essere messa come limite massimo al salario (teoria della produttività

marginale del lavoro). Tuttavia questa teoria tratta solo della

domanda, cioè l'offerta di lavoro viene considerata come data.

Solo con Marshall è stata possibile l'unificazione delle teorie basate

solo sull'offerta o solo sulla domanda.

La curva di offerta di lavoro è concava verso le ordinate poiché

32

l'aumento del salario ne riduce l'utilità marginale, spingendo i lavoratori a contrarre l'offerta di

lavoro a vantaggio di maggior tempo libero. Non solo tale tendenza a ridurre l'offerta è data anche

dalla penosità marginale del lavoro prestato. Si noti che questa argomentazione si basa su un dato

non veritierio: che i salariati possano scegliere la loro giornata lavorativa.

L'interesse è un reddito di pura proprietà, è il prezzo d'uso del capitale monetario, ossia la

remunerazione contrattuale che ottiene chi da una somma di denaro a prestito.

La durata del prestito influisce notevolmente sul saggio o tasso di interesse.

Vi sono due tipi di saggi: quello monetario o nominale e quello reale, cioè depurato dalla variazioni

del valore della moneta. Se i prezzi sono stabili i valori coincidono, se sono instabili il saggio reale

è la differenza tra il saggio nominale e il saggio di inflazione.

Il denaro è produttivo solo se viene impiegato in attività remunerative, siano esse imprenditoriali

che danno luogo ad un profitto, siano esse un prestito.

La ragioni per cui si chiede un prestito possono essere tendenzialmente due:

anticipare nel tempo il consumo (credito al consumo): si esprime oggi nelle vendite rateali,

• è chiesto da chi dimostra di preferire una certa quantità di beni disponibili subito ad una

quantità maggiore di beni di cui potrebbe disporne in futuro; → motivazione soggettiva.

investimento: sono chiesti dagli imprenditori che prevedono di ottenere dall'impiego a scopo

• produttivo della somma un rendimento superiore all'interesse che dovranno pagare. →

motivazione oggettiva.

- riguardare pag. 171-2-

Il profitto è una categoria di reddito tipica di una società capitalistica nella quale ogni azione

produttiva è intrapresa solo se esiste una aspettativa di profitto.

Per i classici esso non era altro che la differenza tra prezzo e costo poiché l'imprenditore coincideva

con il capitalista.

Successivamente però con l'avvento delle spa essi cominciarono ad essere persone diverse ed il

profitto venne inteso come “guadagno di direzione” ossia come la remunerazione di un servizio

produttivo diverso sia da quello reso dal capitale finanziario sia da quello fornito dal lavoro.

Nel contempo l'interesse venne a sua volta considerato come la retribuzione del servizio reso al

capitale finanziario, in sostanza era il reddito che il capitalista attivo (imprenditore) paga al

capitalista passivo (il risparmiatore) che gli fornisce il denaro necessario all'investimento.

Questa teoria ebbe molto difficoltà ad affermarsi.

Il profitto normale può considerarsi come un pagamento necessario alla realizzazione di processi

produttivi che richiedono tempo. L'attesa del produttore costa e va compensata non diversamente da

quella di chi presta il proprio risparmio. Ne consegue che il profitto normale rappresenta un

elemento di costo per l'impresa. Il profitto puro è un sovrappiù, un'eccedenza dei ricavi sui costi ed

è quindi il capitale proprio dell'impresa o capitale di rischio, non un guadagno dell'imprenditore.

Il profitto puro è la somma dei dividendi non distribuiti.

Il profitto è diverso dalla rendita in quanto quest'ultima è un reddito da proprietà ed è percepita dal

proprietario di un fattore, mentre il profitto è un premio per il capitalista attivo che assume dei rischi

33

imprenditoriali e costituisce un reddito per i proprietari dell'impresa.

Una interessante visione è quella di Marx: egli ritiene che il profitto derivi dallo sfruttamento del

salariato. Facendo un esempio se in un'impresa agricola che produce grano retribuisce con lo stesso

grano i salariati, supponiamo che 6 ore di lavoro garantiscano una quantità di grano con cui il

lavoratore viene retribuito. Lo sfruttamento, che coincide con il profitto, si realizza ogni qual volta

il lavoratore viene fatto lavorare per più di 6 ore. In sostanza il profitto si configurerebbe come un

redditto non solo non guadagnato, ma anche tecnicamente non necessario allo svolgimento di

un'attività di produzione.

Per alcune categorie come commercianti, artigiani, liberi professionisti i redditi sono di natura

mista poiché sono da considerare redditi da lavoro in parte e redditi capitale in altra parte.

Inoltre per la parte del lavoro non si può parlare di salario poiché questo è relativo solo al lavoratore

dipendente e per la parte del capitale si ha una combinazione di interesse e profitto: interesse sul

capitale e profitto percepito per l'assunzione del rischio imprenditoriale.

Non solo il lavoratore autonomo percepisce redditi misti, ma anche altri redditi come le

compartecipazioni, i redditi in natura, gli altri finger benefits di cui godono molti dirigenti aziendali

i cui redditi sono cmq considerati tra quelli dipendenti ai fini statistici.

Il modo in cui il reddito complessivo si ripartisce tra i singoli individui che compongono l'aggregato

sociale è facilmente spiegabile con un grafico.

Le persone che hanno un reddito bassissimo sono poche, man

mano che il reddito si alza le persone aumentano sempre di più, ma

ad un certo livello esse ritornano ad essere pochissime (curva dei

redditi).

Il teorico (Pareto) che ha fatto questa teoria ha anche escluso che

questa curva possa cambiare con qualsiasi politica redistributiva

perché essa coinciderebbe con i diversi gradi di intelligenza delle

persone.

Se tale curva non viene contrastata però da interventi con finalità

redistributive di tipo perequativo, essa si accentuerà sempre di più per vari motivi: per i ricchi è più

facile risparmiare e quindi generare altra ricchezza, essi sono inoltre meno profilici dei poveri e

quindi il loro patrimonio si disperde meno mentre i poveri lo vedono sempre più ridotto. Inoltre

persone ricche si sposano con persone ricche e quindi concentrano i patrimoni, la stessa cosa anche

se avviene tra poveri non ha senso. 34

7. Disfunzioni del mercato ed interventi correttivi

Abbiamo già visto come il mercato, rappresentante il momento di sintesi dei comportamenti

individuali dei vari soggetti economici, non tenda ad utilizzare in modo razionale le risorse

produttive. Sia per posizioni oligopolistiche, sia per l'influenza dei produttori, per le intese etc...

Ma quali sono le funzioni che il mercato dovrebbe svolgere e non assolve in modo soddisfacente?

Una prima risposta neoclassica fu quella che il mercato dovrebbe garantire una ripartizione

efficiente delle risorse disponibili tra i possibili impieghi alternativi. In sostanza il sistema dovrebbe

essere un ottimo paretiano: il benessere economico collettivo non può essere aumentato né da

trasferimenti di risorse tra impieghi alternativi né da trasferimenti di beni tra individui.

Tale sistema non implica la desiderabilità poiché ogni ottimo paretiano individua il massimo

benessere economico compatibile con una certa distribuzione della ricchezza, così che vi sono tanti

ottimi parietani quante sono le possibili distribuzioni della ricchezza.

Vi sono due teoremi dell'economia del benessere:

un equilibrio concorrenziale di tutti i mercati è un ottimo paretiano

• ogni allocazione di risorse che sia un ottimo paretiano può essere conseguita con un insieme

• di prezzi ottenuto come soluzione di un sistema di equazioni che descriva l'equilibrio

economico generale, redistribuendo opportunamente le risorse iniziali senza interferire con i

meccanismi di mercato.

La scuola dell'equilibrio economico generale ha cercato di dimostrare che l'efficienza produttiva ed

allocativa del sistema coincide necessariamente con la situazione cui tenderebbe un mercato

perfettamente concorrenziale in assenza di ogni attrito e di ogni elemento di disturbo.

Le condizioni sufficienti e necessarie di ottimo paretiano sarebbero due gruppi di uguaglianze:

tra i saggi marginali di sostituzione tra ogni coppia di fattori o di prodotti → i corrispondenti

• saggi marginali di trasformazione;

tra prezzi → costi marginali dei prodotti.

Queste condizioni infatti sarebbero rispettate solo nella concorrenza perfetta e violate in ogni altra

forma di mercato.

Questa teoria neoclassica non è ovviamente esente da critiche.

In primo luogo possiamo facilmente capire che all'interno della colletività esistono grossi motivi di

divergenza tra le valutazioni individuali e la convenienza collettiva.

Vi sono infatti casi in cui beni e servizi non vengono prodotti o non lo vengano nella misura

richiesta, malgrado siano desiderabili, poiché non appaiono profittevoli ai prezzi di mercato (case

popolari, asili nido). Poi vi sono casi in cui vengono prodotti, perché profittevoli, beni e servizi

affatto desiderabili dalla collettività(armi, droghe). Ma si pensi anche ad un'automobile in una città

affollata, è desiderabile dal privato che la acquista, ma nuove alla collettività che si troverà un'altra

macchina. Oppure si pensi alla fabbrica che emette inquinamento, non è desiderabile dalla

collettività, ma essa da anche molti posti di lavoro, questi invece desiderabili.

Si può notare che un calcolo del genere è praticamente impossibile per il numero degli effetti

indiretti che vi sono nel sistema. Tuttavia ai fini della nostra indagine ci è utile capire che anche in

presenza di una concorrenza perfetta questi effetti indiretti vi sarebbero comunque e quinid

l'interesse privato sarebbe diverso da quello collettivo.

Il mercato da solo quindi fallisce. Sono necessari dunque degli interventi correttivi per far prendere

agli agenti economici decisioni giuste tramite incentivi e disincentivi.

Gli interventi pubblici possono essere:

diretti: attuati tramite imprese pubbliche.

• indiretti: tendono a convincere gli individui a compiere o non compiere certe azioni tramite

• incentivi (sgravi fiscali, premi, sovvenzioni) e disincentivi (imposte, tasse, controlli).

Un'ulteriore distinzione può riguardare la differenza tra interventi:

strutturali: tendono a conseguire obiettivi di lungo periodo, aumento della capacità

• 35


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Docente: Non --
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiakka87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Non --.

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