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Nel caso i due beni in esame siano complementari non ci sarà possibilità di sostituzione tra gli stessi e la curva di

indifferenza assumerà una forma ad angolo retto. Questo indica che aumenti nel consumo di un bene non

produrranno utilità se non accompagnati da incrementi proporzionali nel consumo dell’altro. Cioè per ottenere un

livello di utilità totale doppio occorre disporre di una quantità doppia dei due beni.

− Due curve di indifferenza di pari utilità totale non si incontreranno mai, viceversa si andrebbe contro il principio

della scarsità delle risorse.

Il vincolo del reddito

Se non esistessero prezzi o se il reddito del consumatore fosse infinito la ‘semplice’ osservazione delle preferenza dei

consumatori consentirebbe di prevedere le scelte di consumo. Si spingerebbero i consumi dei beni, cioè, fino a

quando la loro utilità non diventasse nulla.

È opportuno quindi definire come controparte della curva di utilità funzioni che rappresentino vincoli di reddito e

incorporino i prezzi monetari dei vari beni (prezzi assoluti).

Questi vincoli, nell’ipotesi semplificata dell’esistenza di due soli beni, assumeranno la forma di rette la cui posizione

nel piano corrisponderà all’ammontare del reddito disponibile.

Il rapporto tra prezzi assoluti dei beni (prezzo relativo) determinerà l’inclinazione di queste rette. Loro spostamenti

corrisponderanno, nel caso tendano all’origine degli assi, a diminuzioni del reddito (o ad aumenti dei prezzi assoluti

dei beni), verso l’esterno, ad aumenti del reddito (o a diminuzioni di pari aumentare nei prezzi assoluti dei beni).

Variazioni del prezzo relativo (cioè del rapporto dei prezzi assoluti dei due beni) prenderanno al forma di mutamenti

nell’inclinazione della retta a spesa costante.

Pendenza: o dipende da come considero il mio vincolo.

Un raddoppiamento del reddito (o dimezzamento dei prezzo assoluti dei beni) ampliano le possibilità di spesa del

consumatore.

Variazioni del prezzo di un solo bene modificheranno le possibilità di acquisto del consumatore ‘liberando’ alcune

delle unità monetarie prima impegnate nell’acquisizione di questo bene.

La soluzione del problema della massimizzazione del benessere del consumatore in presenza di un vincolo di reddito

Il consumatore realizza nel modo più pieno la sua razionalità allorché rende massimo il proprio benessere.

Dati i vincoli di reddito e l’esistenza dei prezzi positivi per i due beni, la funzione che descrive il perseguimento di

S = (P × Q ) + (P Q )

questo obbiettivo sarà: $× $ ( = UMR

La soluzione del sistema sarà ottenuta solo per quei livelli di consumo di x e y tali per cui: ,$

(

Cioè per i quali l’utilità marginale relativa dei beni è uguale al loro prezzo relativo. Il prezzo relativo di x nei confronti

di y equivale al loro costo-opportunità marginale, indica, cioè, le quantità dell’uno alle quali occorre rinunciare per

ottener una’unità in più dell’altro.

In termini grafici, se sistemiamo in una medesima superficie le curve di indifferenza e quella a spesa costante

possiamo notare che nel punto in cui esse sono tangenti si raggiunge la più elevata curva di isobenessere possibile. In

questo punto di tangenza sono uguali l’utilità marginale relativa dei due beni (la pendenza della curva di indifferenza)

ed il prezzo relativo degli stessi (inclinazione della retta a spesa costante).

Le conseguenze di variazioni dei prezzi relativi

Una diminuzione del prezzo assoluto del bene x porterebbe, ad esempio, ad un mutamento delle inclinazioni della

retta di bilancio.

L’effetto di una diminuzione di Px sarà di aumentare il peso relativo del bene x nel paniere del consumatore.

Il rapporto tra i consumi di x e di y varierà, a favore di x, in modo tale da ristabilire l’eguaglianza tra l’utilità marginale

relativa dei due beni ed il loro prezzo relativo.

‘L’effetto di reddito’ deriva dalla circostanza che la diminuzione del prezzo di x ‘libera’ alcune delle unità monetarie

prima destinate al suo acquisto e quindi aumenta la possibilità di acquistare ambedue i beni (il consumatore si sente

più ricco nonostante il reddito non sia cambiato).

‘L’effetto di sostituzione’ viene dal fatto che il bene x, pur mantenendo intatte tutte le sue caratteristiche di utilità,

diventa meno caro rispetto al bene y e quindi è destinato a sostituirlo fino a quando non si ricostituisca la relazione di

( = UMR

equilibrio ,$

(

Nel caso i beni siano del tutto complementari ci sarà solo un ‘effetto di reddito’ in quanto non ci può essere una

sostituzione tra di essi.

La tutela del consumatore

Il consumatore razionale ottiene di uguagliare le utilità marginali di due beni ai loro prezzi relativi e d in questo modo

rende massimo, dato un vincolo di reddito, il proprio benessere.

Poiché possa raggiungere questo risultato occorre però che egli abbia un’idea chiara della natura del bene, delle sue

caratteristiche, del suo prezzo effettivo e dal tipo di utilità che dallo stesso possa derivargli.

Ci si può chiedere se nella legislazione sia prevista una qualche tutela a favore del consumatore per aiutarlo a

compiere nella maniera più razionale possibile le sue scelte, rimuovendo gli ostacoli che in concreto a ciò si

frappongono.

L’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa ha approvato nel 1973 il testo definitivo di una Carta europea di

protezione dei consumatori. In questa carta si elencano i diritti che si dovrebbero garantire ai consumatori nei paesi

aderenti. Tra di essi spiccano:

− Il diritto al risarcimento del danno supportato dal consumatore per la circolazione di prodotti difettosi e per la

diffusione di messaggi erronei ed equivoci.

− Il diritto all’informazione e all’educazione del consumatore circa la qualità dei prodotti, alle condizioni di contatto e

all’identità dei fornitori.

− Il diritto ad un agevole accesso da parte del consumatore alla giustizia in caso di contestazione.

La CEE (Comunità Economica Europea) a sua volta, sulla base dell’art. 2 del Trattato di Roma (che richiama l’esigenza

di promuovere uno sviluppo armonico delle attività economiche e di uno sviluppo sempre più ampio delle condizioni

di vita) ha prodotto una serie di importanti risoluzioni sul tema.

La risoluzione del 1975 riordina, ad esempio, in un corpo organico, tutte le iniziative a favore dei consumatori.

Tra gli obbiettivi previsti vi sono quelli relativi alla:

− Salute e sicurezza del consumatore:

• i beni e i servizi offerti non devono presentare, se utilizzati in situazioni normali, pericoli per la salute del

consumatore. Qualora presentino pericoli devono essere ritirati dal mercato con procedure semplici e rapide. I

rischi relativi al loro uso devono essere adeguatamente pubblicizzati;

• le sostanza che compongono i prodotti alimentari devono essere indicate con chiarezza. Non devono essere

contaminate o alterate nella fase di imballaggio e di trasporto.

− Protezione degli interessi economici:

• gli acquirenti devono essere protetti dagli abusi di potere del venditore;

• il consumatore deve essere tutelato dai danni derivanti da un prodotto difettoso o da servizi inefficienti;

• nessuna forma di pubblicità deve forviare il potenziale acquirente. Il responsabile della pubblicità deve essere

in grado di dimostrare quanto ha sostenuto;

• tutte le informazioni fornite sull’etichetta devono esser veritiere;

• la gamma di merci a disposizione del consumatore deve essere tale da consentire una scelta adeguata.

− Assistenza e risarcimento dei danni:

• il consumatore deve ricevere assistenza in materia di reclami;

• il consumatore ha diritto al risarcimento dei danni.

− Educazione dei consumatori:

il consumatore deve essere educato a conoscere le caratteristiche essenziali dei prodotti.

− Rappresentanza dei consumatori:

nell’elaborazione delle decisioni che li concernono i consumatori dovrebbero essere consultati in particolare

attraverso le associazioni interessate alla protezione del consumatore.

La legislazione italiana

Mentre altri stati europei hanno sviluppato un sistema di leggi organiche a favore del consumatore la legislazione

italiana e, su questo tema, lacunosa e disorganica.

Tra le poche norme si ricordano: la n. 283 del 1962 relativa agli alimenti e alle bevande, la legge 10 del 1962 e la n. 165

relativa al divieto di attività pubblicitaria per il fumo.

Maggiori strumenti di tutela, per casi più gravi, vengono forniti dal codice penale.

L’articolo 515, ad esempio, prevede che chiunque consegni un bene con caratteristiche diverse da quelle dichiarate

pattuite sia soggetto a sanzione. Così pure è vietata la vendita di sostanze alimentari non genuine e la messa in

circolazione di prodotti industriali con marchio segni distintivi atti ad indurre in inganno il compratore sulla loro

origine, provenienza e qualità.

Le carenze di strumenti legislativi italiani appare tanto più grave in prospettiva in quanto l’articolo 5 della

Convenzione sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali prevede , in una serie di casi, che al consumatore si

accordata la protezione della legge del paese in cui si risiede abitualmente.

La mancanza di una legislazione organica a protezione del consumatore italiano toglie a quest’ultimo la mancanza di

una protezione maggiore nei confronti di produttori stranieri, mentre non toglie alcunché alle responsabilità delle

nostre imprese nei confronti dei consumatori non residenti in Italia.

Capitolo IV

Gli obbiettivi dei responsabili della produzione

L’ipotesi di base è che un responsabile razionale della produzione tenda a minimizzare i suoi costi massimizzando il

prodotto (teoria marginalista della produzione eccellente: max π => min Tc). Questo richiede un attento esame delle

tecniche, delle dimensioni produttive e dei livelli di utilizzazione della capacità produttiva da adottare.

La scelta delle combinazioni produttive efficienti

Data una serie di fattori produttivi (o input), compito del produttore è quello di combinarli in maniera efficiente per

produrre i differenti beni e servizi (o output).

Il principio di scarsità ci dice che una produzione efficiente deve realizzarsi senza sprechi di inputs.

Se semplifichiamo il problema ammettendo solo due input: il capitale ed il lavoro, possiamo individuare una serie di

combinazioni di flussi di servizi di capitale e di lavoro, la cui rilevanza quantitativa dipende dall’ammontare degli stock

dei due input e della loro intensità d’uso, in grado di dare origine ad un flusso di prodotto senza sprechi. Questi flussi

devono essere istantanei e verranno considerati come orari.

L’insieme di queste combinazioni di flussi istantanei di capitale e lavoro efficienti ‘tecnicamente’ danno origine ad una

curva di ‘isoquanto’ o ‘isoprodotto’( => funzione curvilinea sulla quale sono ospitate le infinite combinazioni di fattori

produttivi che assicurano all’imprenditore lo stesso livello di output ottenuto senza commettere sprechi).

La forma degli isoquanti è convessa verso l’origine; sulla base dell’ipotesi che il contributo che un fattore può dare alla

produzione sia decrescente al crescere della sua presenza nella relazione produttiva.

La curva della produttività marginale che ci dà il contributo alla produzione dell’ultima dose di lavoro assumerà un

andamento decrescente.

La produttività media definisce una relazione tra input ed output senza tener presente gli altri fattori. Essa viene

ottenuta dividendo il prodotto totale per la quantità totale di uno degli output impegnati.

), che indica la capacità di l di

L’inclinazione della curva di isoquanto, il ‘tasso do sostituzione marginale’ (TSM ),*

sostituire k nella produzione mantenendo l’output costante, derivando dal rapporto tra la produttività marginale di l e

quella di k diminuirà al crescere dell’input di lavoro nella funzione di produzione.

Il tasso di sostituzione marginale tra lavoro e capitale è pari a 0 allorché esista un solo modo di produrre q.

In questo caso l’isoquanto assumerà la forma di un angolo retto.

Questo significa che aumenti di l non accresceranno il prodotto se non accompagnati da aumenti di k.

L’elasticità di sostituzione tra fattori indica la ‘facilità’ con la quale un fattore può sostituire l’altro mantenendo intatto

il prodotto; la si individua come rapporto tra la variazione degli input e quelle dei loro tassi di sostituzione marginali.

Proprietà della curva di isoquanto:

− All’aumentare del fattore produttivo l devo diminuire il fattore produttivo k, viceversa mi troverei o su un

isoquanto superiore o sarei inefficiente.

È una funzione inversa perché rispecchia il principio della scarsità delle risorse.

− Il tasso di sostituzione marginale è la capacità che un fattore produttivo ha di sostituirsi all’altro sullo stesso

isoquanto.

Questa capacità è continuamente decrescente perché il fattor produttivo che diminuisce diventa sempre più

importante in quanto diventa un bene scarso.

− Due isoquanti di pari tassi di sostituzione marginali non si incontreranno mai, viceversa si andrebbe contro il

principio della scarsità delle risorse.

Efficienza tecnica ed efficienza economica

L’efficienza tecnica (rappresentata dall’isoquanto) non risolve il problema dell’efficienza produttiva (efficienza tecnica

più efficienza economica) per l’economista, ma ne è solo una condizione necessaria.

Alcuni fattori produttivi sono infatti più scarsi di altri ed hanno, quindi, un prezzo di acquisto più elevato. Condizione

sufficiente perché si realizzi una situazione di efficienza economica (rappresentata dall’isocosto) è che si minimizzi,

dato un obbiettivo produttivo, il costo totale che il raggiungimento di quest’ultimo implica.

La soluzione del problema è quella di far coincidere tassi di sostituzione marginale e prezzi relativi dei due input:

∆*

TSM + , = -

),* ∆) .

(P )

× Q + (P × Q )

T / ) ) * 0

Isocosto: (corrisponde al vincolo di bilancio per il consumatore) funzione sulla quale sono ospitate le infinite

combinazioni di k e l che consentono all’imprenditore di affrontare il medesimo costo totale.

Pendenza = prezzo relativo

Se cambia la pendenza vuol dire che è cambiato il rapporto tra i prezzi assoluti.

Spostamenti paralleli verso l’esterno significano un aumento del costo totale o una diminuzione del prezzo dei due

fattori.

Effetto di reddito: se il prezzo del lavoro diminuisce l’imprenditore si sente più ricco e si porta su un isocosto superiore.

Variazioni nei prezzi relativi e cambiamenti delle tecniche

All’interno di una relazione implicita tra l’output e gli input esistono potenzialmente infinite tecniche, cioè

combinazioni differenti di l e k.

Ogni tecnica può essere isolata singolarmente come un raggio che si diparte dall’origine degli assi cartesiani e che ha

)

come inclinazione il rapporto . Ognuna delle tecniche ospitate su un isoquanto prevede, rispetto alle altre, una

*

quantità maggiore di capitale o di lavoro. )

Cosa varia quando cambia il prezzo relativo ?

*

Se ad esempio cala il prezzo del lavoro verrà adottata una nuova tecnica a più alta intensità di lavoro.

Variazioni del prodotto nel breve e nel lungo periodo

Spesso occorre tempo per effettuare cambi ti tecniche. Gli economisti sono soliti a questo proposito parlare di breve e

lungo periodo indicando, la prima espressione corrisponde alle fasi di produzione di un bene o di un servizio, la

seconda corrisponde al tempo necessario per terminare l’intero processo produttivo.

Si parla di fattori variabili o fissi (capitale, posso diminuirlo ma non aumentarlo) nel breve periodo. Nel lungo periodo

tutti i fattori produttivi sono invece variabili.

Breve e lungo periodo non coincidono, quanto a lunghezza temporale, in tutti i settori produttivi.

Cosa succede allorché gli obbiettivi produttivi si espandono e non èp possibile espandere proporzionalmente gli input?

Occorrerà servirsi, nel breve periodo, di una tecnica a più alta intensità di fattori variabili di quella desiderata.

Di conseguenza la produttività dei fattori variabili decrescerà ed il costo totale di produzione salirà rispetto a quello

raggiungibile nel lungo periodo.

Un aumento nel lungo periodo potrà realizzarsi mantenendo inalterate le proporzioni k-l, e avrà come conseguenza un

semplice aumento proporzionale degli input e dei flussi di produzione.

Nel breve, avverrà solo un aumento rilevante di l mentre l’input di capitale rimarrà fisso. Il nuovo sentiero produttivo

incontrerà l’isoquanto in grado di produrre una quantità maggiore di bene in un punto che richiede un costo di

produzione superiore a quello che si sarebbe sostenuto procedendo a variazioni proporzionali dei due input.

Si parla a questo proposito di rendimenti decrescenti relativi ad un fattore.

I rendimenti di scala

Anche allorché tutti gli input possono essere liberamente variati, si sia cioè in una situazione di ‘lungo periodo’, non è

detto che il prodotto ed i fattori debbano crescere proporzionalmente.

Può darsi che il fatto stesso che q sia maggiore o minore abbia effetti sul rendimento complessivo di ambedue i fattori.

Si parla a questo proposito di rendimenti di scala costanti, crescenti o decrescenti a seconda che k e l crescano

proporzionalmente, meno che proporzionalmente o più che proporzionalmente al crescere di q.

− Rendimenti di scala decrescenti: sono svantaggi legati all’aumento della produzione che si verificano quando

l’aumento del prodotto è meno che proporzionale rispetto all’aumento dei fattori produttivi.

Dato che la tecnica si cambia quando si vuole ottenere un risultato in questo caso non si può parlare di rendimenti

di scala decrescenti neutrali.

Essi si possono far risalire a due cause:

• La limitatezza di alcuni tipi di input. Può darsi che allorché un’attività produttiva si espande alcune funzioni

direttive particolarmente delicate trovino con difficoltà candidati idonei a ricoprirle.

• Le difficoltà nelle relazioni industriali. Un’organizzazione produttiva espandendosi tende a perdere quelle

caratteristiche di immediatezza che caratterizzano i rapporti umani all’interno di strutture più ridotte.

Es:

Q K L

100 10 20

+50% +80% +30%

150 18 26

Non conviene al produttore infatti l’aumento dei fattori produttivi è più che proporzionale rispetto all’aumento del

prodotto => rendimenti di scala decrescenti o diseconomie di scala.

− Rendimenti di scala crescenti: sono vantaggi che derivano dall’aumento della produzione nella quale si verifica un

aumento del prodotto più che proporzionale rispetto all’aumento dei fattori produttivi (input).

Sotto una certa prospettiva ci troviamo nella fase discendente della funzione di costo medio.

Se non ho cambiato la tecnica si chiamano rendimenti di scala crescenti neutrali rispetto alla tecnica, viceversa

rendimenti di scala crescenti e non neutrali (isoclina).

• Economie di specializzazione: sono state le prime ad essere state individuate dalla dottrina, sono infatti

discusse anche da Adam Smith. Derivano dalla circostanza che la crescita delle dimensioni produttive consente

al responsabile della produzione di assegnare alla destinazione più idonea ogni input disponibile.

Il fatto di disporre di un ampio organico permetterà di approfondire e sfruttare le specializzazioni di tutti.

Anche per le macchine possono darsi economie di scala di questo tipo. Quanto più alta è la casa di produzione

tanto più la macchina può rimanere adibita ad una specifica destinazione con risparmio di lavoro.

• Economie di indivisibilità: spesso un impianto ha una dimensione minima e va acquisito, così dimensionato,

anche se la sua capacità produttiva è in eccesso rispetto al flusso orario di produzione previsto. In questo caso

un aumento di produzione permette di servirsi appieno del potenziale del macchinario.

• Economie di apprendimento (learning effect): un’azienda con maggiore esperienza è in grado di realizzare

prodotti o servizi ad un costo di produzione minore.

• Economie da gestione di scorte. più grande è il volume della produzione, più piccola sarà in proporzione la

quantità di scorte necessaria a far fronte ad esigenze impreviste.

• Economie pecuniarie: l’acquisizione di materie prime e di semilavorati su larga scala consente, in condizioni di

mercato che non siano di concorrenza perfetta, l’ottenimento di sconti.

Es:

Q K L

100 10 20

+50% +40% +30%

150 14 26

All’imprenditore conviene produrre, l’aumento dei fattori produttivi è meno che proporzionale rispetto all’aumento

del prodotto => rendimenti di scala crescenti o economie di scala.

− Rendimenti di scala costanti: si riferiscono alla situazione che si verifica quando l’aumento del prodotto (output) è

proporzionale all’aumento dei fattori produttivi.

In questo caso non si può parlare di rendimenti di scala costanti neutrali perché si dà per scontato che crescano

proporzionalmente.

Ci troviamo nel punto minimo della funzione di costo medio.

Es:

Q K L

100 10 20

+50% +50% +50%

150 15 30

All’imprenditore è indifferente, infatti le variazioni dei fattori produttivi sono proporzionali rispetto all’aumento del

prodotto. Decide di produrli perché se la domanda del bene è aumentata non producendoli rischia di uscire dal

mercato => rendimenti di scala costanti

La differenza tra i tre tipo di rendimenti di scala è la diversa distanza tra gli isoquanti:

− Nel caso di rendimenti di scala crescenti la distanza, nonostante siano sempre paralleli, è sempre minore.

− Nel caso di rendimenti di scala costante la distanza è sempre uguale.

− Nel caso di rendimenti di scala decrescenti la distanza è sempre maggiore.

Capitolo V

Alcune indicazioni circa ricavi totali, medi e marginali

Si intende definire il ricavo totale come l’introito monetario che il produttore ottiene dalla vendita complessiva della

quantità prodotta. Il ricavo medio si ottiene dividendo il ricavo totale per la quantità venduta. Il ricavo marginale

corrisponde all’incremento del ricavo totale derivante dalla vendita dell’ennesima unità.

Le distanze tra ricavo medio e ricavo marginale dipendono dalle caratteristiche dei mercati. Sono massime nel

monopolio e minime (o meglio inesistenti) nella concorrenza perfetta.

Costi variabili e costi fissi

Total cost: insieme di tutti i costi che affronta l’imprenditore per concludere il processo produttivo.

All’interno di una produzione ci possono essere Tc fissi e Tc variabili, i primi sono quasi sempre presenti mentre quelli

variabili ci sono sempre.

Total cost fisso: costo sostenuto dall’imprenditore, anche a produzione 0 rimangono costanti (es: affitto capannone,

tasse, elettricità…).

Total cost variabili: costo sostenuto dall’impresa che produce (es: materie prima…).

Le condizioni di mercato

Il mercato è un metodo di coordinamento economico alternativo alla pianificazione.

I tipi di mercato sono infiniti ma possiamo evidenziarne quattro:

− Concorrenza perfetta: non esiste nella realtà, è un mercato utopico.

• prevede una serie di requisiti che sono finalizzati al suo funzionamento e che devono sussistere

contemporaneamente.

• il numero delle imprese è potenzialmente infinito;

• la dimensione di ciascuna impresa sarà molto piccola;

• le imprese sono price taker, esse acquisiscono il prezzo dall’intero mercato, non lo creano;

• l’informazione è massima, è una tipologia di mercato trasparente;

• il prodotto è assolutamente omogeneo. Tutti producono e vendono la stessa cosa;

• non esistono barriere né all’entrata né all’uscita del mercato.

− Monopolio:

• l’impresa è una sola;

• l’unica impresa esistente è di grandi dimensioni;

• in questo tipo di mercato l’impresa è price maker, il prezzo lo crea;

• l’informazione è molto ridotta. Il processo produttivo è perfettamente conosciuto solo da quell’impresa.

• il prodotto è omogeneo;

• le barriere sono invalicabili. C’è un costo da sostenere per entrare in questo mercato ma è troppo elevato per

qualsiasi altra impresa.

− Concorrenza monopolistica: forma di mercato ibrida. Riassume alcune caratteristiche tipiche della concorrenza

perfetta coniugandole ad altre tipiche del monopolio.

Caratteristiche simili a quelle della concorrenza perfetta:

• le imprese sono tante e ciascuna di loro possiede una piccola parte di mercato;

• le dimensioni delle imprese sono medio piccole;

• libera entrata.

Caratteristica simile a quelle del monopolio:

• per giustificare le variazioni di prezzo si crea una nicchia monopolistica, ciascuna impresa trova una peculiarità

che le differenzia dalle altre imprese.

− Oligopolio: è dalla sua struttura che nasce la teoria post - marginalista dell’impresa.

• Oligopolio concentrato: quando le imprese producono e vendono un bene identico (es: elettricità). Il prezzo

non cambia.

• oligopolio differenziato: le singole imprese vendono u prodotto omogeneo (es: pasta, cosmesi, acqua…). Il

prezzo cambia.

Tutte queste forme di mercato sono marginalistiche perché accomunate da una medesima condizione di equilibrio in

base alla quale l’imprenditore che ha come obbiettino la massimizzazione del profitto attraverso la minimizzazione

dei costi continua a produrre fino a quando i suoi ricavi marginali sono maggiori di 0 o almeno uguali ai costi marginali.

Il mercato di concorrenza perfetta

Viene considerato il mercato ‘esemplare’, quello nel quale trovano piena realizzazione le aspirazioni dei consumatori e

i produttori si trovano nelle condizioni migliori per soddisfare ai criteri di efficienza produttiva.

In un mercato di questo tipo è possibile che l’obbiettivo di massimizzazione del profitto da parte dell’imprenditore

coincida con quello di massimizzazione del benessere del consumatore.

L’ipotesi che caratterizza questo mercato è l’esistenza di una pluralità di imprese di dimensioni ridotte e con

caratteristiche simili. Nel mercato di concorrenza perfetta non esistono barriere all’entrata.

L’informazione è perfetta ed acquisibile liberamente sia dall’imprenditore sia dal consumatore. Essa riguarda sia le

caratteristiche fisiche dei prodotto sia i prezzi stessi.

La singola impresa non ha possibilità di influire sul prezzo di mercato ma lo recepisce come un dato, una volta che è

stato definito in base all’intersezione delle curve di domanda e dell’offerta globale. Se un’impresa alzasse i prezzi la

quota di domanda ad essa destinata passerebbe ad un’altra impresa concorrente.

D’altro canto l’obbiettivo di massimizzazione del profitto renderebbe irrazionale il vendere il bene prodotto ad un

prezzo inferiore a quello possibile.

La curva di domanda per la singola impresa apparirà quindi come una retta parallela all’asse delle quantità.

Si parla di curva di domanda ad elasticità infinita in quanto variazioni percentuali anche minime in aumento del prezzo

danno origine ad una riduzione del 100% della quantità richiesta. Quindi precludono all’impresa di continuare ad

operare nel mercato. La retta rappresentante la curva di do manda può essere anche interpretata, oltre che come la

curva del ricavo medio, come curva del ricavo marginale.

Il ricavo per ogni unità venduta è costante.

Individuata la curva di domanda è necessario , per determinare il livello produttivo che consente la massimizzazione

del profitto, mettere a fuoco l’andamento delle curve dei costi.

Queste, nel modello normale di concorrenza, appaiono stilizzate ad U ed in una relazione tale che la curva del costo

marginale incontra quella del costo medio nel suo punto minimo.

L’esame congiunti delle curve dei costi e dei ricavi premetterà di individuare in corrispondenza del punto di incontro

tra la curva dei costi marginali e quella dei ricavi marginali il livello di produzione che assicura il massimo profitto.

Produrre una quantità superiore a quella di equilibrio porterebbe ad incrementi dei costi totali superiori a quelli dei

ricavi con effetto finale di riduzione globale del profitto.

Ulteriori incrementi della produzione potrebbero naturalmente eliminare del tutto l’extraprofitto o renderlo da

positivo a negativo.

Di fatto fino a che i ricavi marginali sono superiori ai costi marginali aumenti della produzione determinano aumenti

dei ricavi totali superiori rispetto a quello dei costi e quindi conviene espandere Q. Allorché invece i costi marginali

superano i ricavi marginali risulta opportuno ridurre la produzione.

L’unico punto in cui non si espande (o si riduce) l’area del profitto variando la produzione è quello in corrispondenza

del quale MC e MR sono uguali. questo punto individua il livello della produzione che massimizza il profitto.

Nella concorrenza perfetta nel lungo periodo, l’equilibrio, dato dall’incontro tra costi marginali (MC) e ricavi marginali

(MR), si raggiunge nel costo di minimo dei costi medi (AC).

Gli equilibri di concorrenza perfetta nel breve e nel lungo periodo

Secondo la teoria della concorrenza perfetta la retribuzione ‘normale’ dell’imprenditore è già compresa nei costi di

produzione; non diversamente da come in questi sono compresi la remunerazione del capitale, del lavoro e della terra.

Se quindi in qualche settore produttivo si realizza un’eccedenza dei ricavi sui costi totali, cioè un profitto positivo,

questa situazione anomala porterà, nel lungo periodo, all’ingresso di altre imprese nel mercato con un aumento

dell’offerta globale del bene e, ad un annullamento di questo profitto. Nel lungo periodo un aumento dell’offerta

globale abbasserà il prezzo di mercato e questo porterà, nel punto di incontro tra MC e MR, anche alla coincidenza tra

ricavi medi e costi medi.

L’uguagliamento tra costi marginali e prezzo si ha nel punto di minimo della curva dei costi medi di lungo periodo.

Dunque lo svolgersi spontaneo della concorrenza sul mercato sarebbe in grado si assicurare, oltre alla scelta delle

tecniche migliori e al pieno utilizzo della capacità produttiva, anche lo sfruttamento completo di eventuali economie di

scala.

Secondo questa teoria, l’equilibrio di lungo periodo della concorrenza perfetta corrisponde alla minimizzazione dei

costi di produzione.

Il profitto massimo corrisponderà ad un profitto nullo: ‘profitto normale’.

Questa, secondo la logica della concorrenza perfetta, è l’unica situazione possibile di equilibrio nel lungo periodo.

Nel breve è comunque possibile che si realizzino, oltre ai profitti positivi, anche perdite. In questo caso la situazione di

equilibrio di lungo periodo verrà raggiunta attraverso l’abbandono del mercato da parte di alcune imprese.

L’impresa nel breve periodo produrrà fino ad un punto in cui la curva dei costi marginali incontra quella dei ricavi

marginali, a condizione che i ricavi medi superino i costi medi variabili.

Il monopolio

È considerato la perfetta antitesi della concorrenza. Un asola impresa si torva fronteggiare l’intera domanda di

mercato. Esistono rigide barriere all’entrata. Le informazioni e le scelte produttiva sono dominio di un’unica impresa

che ha come limite ai suoi comportamenti le reazioni dei consumatori.

Diverse possono essere le cause del sorgere di un monopolio. Sul fondo esiste comunque quasi sempre l’opportunità

di sfruttare rendimenti di scala crescenti.

Allorché si realizza una situazione d monopolio la domanda di mercato diventa la domanda per la singola impresa che

non ha concorrenti. Il suo andamento è decrescente da sinistra verso destra e coincide con la curva del ricavo medio;

la curva del ricavo marginale non coincide più con quella del ricavo medio ma le è sottostante. Infatti aumentando il

consumo del bene se ne diminuisce l’utilità marginale q quindi, per mantenere la corrispondenza tra utilità e prezzo,

prevista dalla teoria del consumatore razionale, occorre che le due grandezze decrescano congiuntamente.

Anche per il monopolio il livello della produzione che assicura il massimo profitto viene individuato nel punto di

incontro tra ricavo marginale e costo marginale.

In questo caso l’equilibrio di breve periodo che assicura un’eccedenza dei ricavi totali sui costi totali, cioè un

extraprofitto, è anche quello di lungo. Di fatto le barriere dell’entrata non permettono l’ingresso nel mercato di

potenziali concorrenti.

Tanto più rigida sarà la curva di domanda (distate cioè dalla condizione di concorrenza perfetta) tanto maggiore sarà,

a parità di altre condizioni, il profitto per unità di prodotto.

Nel mercato di monopolio il punto di equilibrio è dato dall’incontro tra costi marginali (MC) e ricavi marginali (MR).

L’imprenditore smette di produrre quando MC = MR.

Concorrenza perfetta e monopolio: un’analisi in termini di efficienza allocativa

Per dimostrare la superiorità di una situazione di concorrenza perfetta ad una di monopolio si fa ricorso al principio di

‘ottimo paretiano’ che prevede che le risorse siano utilizzate in modo efficiente quando non è possibile, utilizzandole

in maniera diversa, aumentare il benessere di un membro della società senza diminuire quello di un altro.

Il produttore opera in maniera efficiente quando produce al più basso costo possibile. In un mercato di concorrenza

perfetta questa condizione si verifica immancabilmente nel lungo periodo in quanto, massimizzando il profitto, tutte

le imprese eguagliano il costo marginale al prezzo in corrispondenza di quel livello di produzione per il quale il costo

medio è minimo. Un’industria si trova quindi, in concorrenza perfetta, in una situazione di ottimo produttivo.

Il prezzo del bene riflette, con una corrispondenza perfetta nell’ipotesi di razionalità, l’utilità marginale del bene stesso.

Dunque, finché il pezzo che il consumatore sarà disposto a pagare per un’unità di bene sarà superiore al costo

opportunità marginale di quest’ultima, sarà possibile, attraverso aumenti della produzione del bene, aumentare il

benessere della collettività. I beni ai quali si rinuncia per produrre le quantità addizionali del bene in esame offrono

infatti, a parità di utilizzo di risorse, un’utilità inferiore e quindi, secondo i principi dell’ottimo paretiano,

quest’operazione permette di migliorare la condizione di alcuni consumatori senza danneggiare quella degli altri.

In un mercato di concorrenza perfetta i consumatori ricavano dal bene, ad eccezione che per l’ultima unità consumata,

un eccesso di utilità rispetto al prezzo pagato per acquistarlo (‘surplus’).

I produttori a loro volta ottengono per il loro prodotto un prezzo superiore, ad eccezione che per l’ultima unità, al

costo marginale che sostengono per produrlo (‘surplus del produttore’).

L’efficienza allocativa (corretta sistemazione delle risorse) per la collettività viene individuata nel livello di produzione

Q*, quello che si raggiunge spontaneamente nella concorrenza perfetta, che consente di rendere massima la somma

dei due surplus del consumatore e del produttore.

L’instaurarsi di un monopolio porta invece ad una riduzione dell’efficienza allocativa in quanto, riducendo la

produzione, crea un divario tra il prezzo del bene (che risulta, nell’equilibrio di monopolio, più elevato) ed il suo costo

marginale.

Le critiche alla teoria della concorrenza perfetta: i ‘contestable markets’

Il mercato di concorrenza perfetta è al momento discusso in relazione al suo realismo.

Sui mercati concreti l’informazione è lontana dall’essere perfetta e può essere deformata sia da ignoranza che da una

pubblicità più attenta ad imporre una certa immagine dei prodotti che a descriverli accuratamente.

Se esistono poi economie di scala, la ridotta dimensione impedisce ad imprese operanti in condizioni di concorrenza

perfetta, di sfruttarle appieno. Può dunque paradossalmente avvenire che un produttore monopolistico (o più

oligopolisti) possa, pur realizzando anche nel lungo periodo un extraprofitto, offrire una quantità maggiore di beni Q

ad un prezzo P inferiore a quello di concorrenza P*.

L’efficienza allocativa che deriva dalla concorrenza perfetta si realizza se tutti i mercati si trovano nelle condizioni

previste da questo modello di mercato. Quindi, l’esistenza di eccezioni rende spesso discutibile l’assunto che sia in

ogni caso opportuno riportare mercati, che se ne siano distaccati, alle condizioni di concorrenza perfetta.

L’esistenza di costi sociali (pagati dall’intera collettività più che da singole imprese. Es: inquinamento) rende discutibile

l’asserzione che scelte compiute da singoli operatori con un obbiettivo di massimizzazione del profitto possano

condurre spontaneamente ad un’ottima allocazione delle risorse rendendo massimo il benessere della collettività.

Vi sono citriche che si basano sulla circostanza che allorché esistono barriere d’entrata vi è un maggior incentivo ad

innovare sia per quanti attiene alle tecniche che per quanto attiene ai prodotti.

La ‘teoria dei contestable markets’ indica mercati che si caratterizzano per la loro assoluta apertura e per l’assenza di

barriere. Questa perfetta apertura configurerebbe, secondo Baumol, un controllo sulle imprese già in essi operanti

altrettanto, se non più, efficaci di quelli vigenti in condizioni di concorrenza perfetta.

Questo tipo di mercato può essere costituito da molte o poche imprese e quindi sfruttare adeguatamente eventuali

economie di scala aumentando il benessere sociale. L’assenza di barriere esclude la possibilità della formazione e del

mantenimento di un extraprofitto nel lungo periodo.

Questi mercati cumulerebbero i vantaggi della concorrenza perfetta (assenza di extraprofitti e fissazione del prezzo al

costo marginale) a quelli del monopolio (ed oligopolio) consistenti in primo luogo in uno sfruttamento delle economie

di scala. Il loro esistere renderebbe inutili sia le legislazioni antimonopolistiche (il controllo è svolto naturalmente da

concorrenti potenziali) che quelle intese a regolamentare i mercati.

Viene considerata irrealistica l’ipotesi di assenza dei costi de entrata, insediamento ed uscita.

La concorrenza monopolistica

È un ibrido tra concorrenza perfetta e monopolio. L’accesso al mercato è libero e prevede la presenza di una pluralità

di imprese, ognuna delle quali riesce a differenziare il suo prodotto da quello dei concorrenti, creandosi in tal modo

una nicchia monopolistica.

La differenziazione del prodotto fa sì che la curva di domanda per la singola impresa nella concorrenza monopolistica

acquisti un andamento discendente e che da essa, anche se in maniera meno marcata di come avviene nel monopolio,

si debba distinguere la curva del ricavo marginale.

L’equilibrio di breve periodo si realizzerà nel punto di incontro tra MR e MC e consentirà alle imprese che meglio

avranno saputo interpretare le preferenze della collettività di conseguire extraprofitti.

Per quanti riguarda il lungi periodo, è indubbio che l’extraprofitto stimolerà l’ingresso di altre imprese con riduzione

della quota del mercato ottenibile da ciascuna impresa. L’ingresso delle nuove imprese cesserà quando verranno

meno gli extraprofitti. Si definirà quindi un equilibrio di lungo periodo in corrispondenza del quale coincideranno,

come nella concorrenza perfetta, i ricavi medi ed i costi medi.

A differenza della concorrenza perfetta il raggiungimento del massimo profitto si ha allorché la curva dei costi è

ancora discendente. Questo dipende dalle troppe ridotte dimensioni che non consentono lo sfruttamento di eventuali

economie di scala, ovvero dal fatto che l’eccesso di capacità produttiva creata nel mercato porti le singole imprese a

utilizzare i loro input al di sotto dei livelli completi.

L’oligopolio

È un’altra forma di mercato ibrida. Vi sono due tipi di oligopolio: quello differenziato e quello concentrato.

A volte i produttori operanti in questo mercato agiscono in modo collusivo, comportandosi di fatto come se fossero

un’impresa monopolistica che offre un bene omogeneo ed adotta una strategia unitaria per quanto attiene al prezzo.

Una tale situazione (trust), che porta alla massimizzazione del profitto congiunto per le imprese, può realizzarsi

allorché si stipula un patto di non aggressione tra le stesse ovvero quando un’ impresa dominante fissa per tutte le

regole del gioco.

Di fronte ad un oligopolista che abbassa il prezzo del bene per espandere la sua quota di mercato, le altre imprese lo

seguono nella manovra, frustando di fatto la sua azione, e si astengono invece ad ogni reazione nel caso egli adottasse

un comportamento simmetrico.

In questo caso il potenziale dissidente verrebbe a confrontarsi idealmente con due curve di domanda con

AR

caratteristiche molto diverse: l’una elastica , quando il prezzo risulta superiore a quello di mercato, e l’altra rigida

AR quando si realizza la situazione opposta.

La fusione dei braci delle curve rilevanti per le due situazioni ci dà, infine, la curva composita.

Questa rappresentazione (‘curva ad angolo dell’oligopolista’) spiega la tendenziale rigidità del prezzo nell’oligopolio.

All’imprenditore in questa situazione non convengono, a meno che non sia per escludere le altre imprese dal mercato,

manovre sul prezzo. Se in aumento rischiano di escluderlo dal mercato, se in diminuzione aumentano la quantità

venduta meno che proporzionalmente con effetti riduttivi sul profitto.

Si può presumere nel caso di pochi oligopolisti che il successo maggiore verrà ottenuto dall’impresa che riuscirà a

differenziare maggiormente il suo prodotto.

Teorie postmarginalistiche

Lo studio dell’oligopolio ha contribuito ad elaborare una serie di teorie durante la seconda metà del ‘900 che, in

quanto non considerano il profitto di breve periodo come unico obbiettivo dell’impresa, prendono il nome di

postmarginalistiche.

Viene messo a fuoco come in molti settori la figura del proprietario imprenditore, a cui fanno capo tutti i poteri di

decisione e con il quale l’impresa in ultima analisi si identifica, va tramontando.

Esistono, soprattutto nelle imprese a forma societaria, marcate distinzioni e separazioni di ambiti tra le figure degli

azionisti (proprietari) e quelli degli effettivi gestori dell’impresa (managers).

Se si ammette che le scelte dell’impresa dipendono dai comportamenti di diversi operatori, diviene scorretto

pretendere di spiegarle esclusivamente in base all’obbiettivo di massimizzazione del profitto (tipico dei proprietari).

Assumono rilievo anche le motivazioni dei dirigenti che tendono a valorizzare le proprie qualifiche professionali

attraverso miglioramenti dei processi tecnici in uso ed ampliamenti delle quote di mercato.

Baumol ha ipotizzato che l’obbiettivo dell’impresa non è tanto quello della massimizzazione del profitto di breve ma,

sotto la spinta delle motivazioni dei managers, quello di ampliare al massimo, dato un vincolo di profitto minimo, le

vendite nel lungo.

Anche nella teoria del ‘prezzo limite’ (Bain, Penrose…) si valorizza l’obbiettivo di mantenere ed espandere le quote di

mercato.

Secondo questo filone dottrinale esistono in alcuni mercati barriere all’entrata dovute all’esistenza di economie di

scala ovvero a precedenti investimenti pubblicitari che hanno rafforzato l’immagine di una certa impresa e di un certo

prodotto.

Tali imprese fisserebbero il prezzo di mercato non al livello consentito dall’incontro fra le curve del ricavo e del costo

marginale ma ad uno più basso: ‘prezzo limite’. Questa rinuncia ad una quota di extraprofitti permetterebbe alle

imprese già operanti nel mercato di scoraggiare l’entrata in esso di nuove imprese per le quali le barriere determinano

un costo medio totale superiore al prezzo limite.

Secondo la ‘teoria del prezzo di costo’ (non marginalistica), elaborata da Hall, Hitch e Sylos-Labini, le imprese

determinerebbero il prezzo dei beni in base ai loro costi medi di produzione che verrebbero maggiorati di una

percentuale fissa di profitto considerata ‘corretta’ (‘principio del mark-up’ => l’imprenditore inserisce nei costi

del’impresa il suo extraprofitto: P = ACF + ACV + π).

La teoria del ‘costo pieno’

Elaborata da Bain nel 1956 la ‘teoria del costo pieno’ può considerarsi uno dei maggiori contributi al superamento

delle ipotesi marginalistiche circa il comportamento dell’impresa.

La teoria consiste nella messa a fuoco di un comportamento delle imprese che non tenderebbe, disapplicando la

regola dell’eguagliamento del ricavo sul costo marginale, alla massimizzazione del profitto di breve periodo. Secondo

gli ideatori di questa teoria infatti, le imprese non conoscono esattamente la loro curva di domanda.

Tenendo presente che nella realtà le forme di produzione più affermate sono quelle oligopolistiche e che i queste

situazioni, a seguito del reciproco controllo che le imprese esercitano l’una sull’altra, i prezzi sono tendenzialmente

rigidi, i due autori ipotizzano che le imprese fissino questi ultimi in base ai loro costi di produzione.

Dato un certo valore dei costi fissi e variabili il prezzo sarà fissato dall’impresa aggiungendo a questi una quota di

profitto considerata giusta (mark up).

La curva ad ‘angolo’ dell’oligopolista mostra che l’impresa non può aumentare il proprio prezzo al di sopra di quello

che deriva dai costi più un ragionevole profitto senza perdere quote rilevanti di mercato. D’altro canto l’abbassarlo al

di sotto di quel livello provoca, in corrispondenza a forti riduzioni dei ricavi medi, variazioni irrilevanti nella quantità

venduta. Variazioni dei prezzi si avranno solo in seguito a rilevanti incrementi dei costi che secondo questa teoria

riguarderanno l’intero gruppo di imprese operanti sul mercato.

Solo in questo caos infatti l’incremento dei costi marginali potranno influire, in prossimità della curva ad angolo, sui

prezzi e quantità.

Il gruppo di imprese operanti nel mercato mostrerà una scarsa propensioni a variazioni del prezzo, non giustificante da

rilevanti variazioni del costo, in quanto non vorrà, attraverso manovre di questi tipo, aprire varchi all’ingresso di

potenziali competitori.

La teoria del prezzo limite

Cerca anch’essa di spiegare come in diverse occasioni le imprese mantengono un prezzo inferiore a quello che

potrebbe permettere loro di massimizzare i profitti. La spiegazione viene trovata nel fatto che uno degli scopi

fondamentali delle imprese esistenti sul mercato è quello di evitare l’entrata di nuovi concorrenti.

Questo impone di mantenere il prezzo ad un livello che, malgrado sia superiore a quello di concorrenza perfetta,

risulta inferiore a quello per il quale i ricavi marginali uguagliano i costi marginali e quindi il profitto viene

massimizzato.

Queste formulazioni portano alla teoria del prezzo limite in cui il prezzo più elevato che le imprese possono praticare

evitando nel contempo l’entrata di nuove imprese.

La ‘condizione di entrata’ è il differenziale di prezzo rispetto a quello di concorrenza perfetta che permtette al gruppo

di imprese già operanti nel mercato di respingere, anche nel lungo periodo, eventuali competitori.

23 4

E = dove PC = prezzo di concorrenza perfetta PL = prezzo limite E = condizioni all’entrata.

4

Maggiore è la lunghezza del tempo necessario per una nuova impresa ad entrare in un settore, maggiore sarà E e

quindi il divario tra PL e PC.

Bain distingue quattro tipi di ostacoli all’entrata:

− barriere derivanti dalla differenziazione del prodotto: questa deriva sia da caratteristiche intrinseche della stessa

che da attività promozionali tese a fissare una certa immagine tipica;

− vantaggi intermini di costo da parte delle imprese già operanti sul mercato: imprese già esistenti dispongono

solitamente di personale già addestrato, di brevetti e capacità tecniche superiori;

− economie di scala: Bain ipotizza che esiste una dimensione minima di Q, tale da consentire di sfruttare pienamente

le economie di scala, che si considera raggiunta dalle imprese già operanti sul mercato e oltre la quale i rendimenti

di scala rimangono costanti. Un’impresa che non possa raggiungere tal livello si torva ostacola ad accedere al

5 rende non conveniente l’ingresso dell’impresa nel

mercato. Infatti un qualsiasi prezzo superiore (o uguale) a 6

mercato pur permettendo alle altre già esistenti un extraprofitto. L’ostacolo dei rendimenti di scala è tanto più

forte quanto più lungo è il periodo necessario alla nuova impresa per acquisire una quota di mercato tale da poter

raggiungere la dimensione ottimale;

− rilevante fabbisogno di capitale iniziale.

La curva di costo medio di lungo periodo dell’impresa che entra nel mercato nel caso si realizzino le condizioni sopra

esposte si troverà al di sopra di quelle delle imprese già operanti. P − P

P ; è il gap di

Data una curva di domanda D, in presenza di barriere all’entrata, il prezzo verrà fissato al livello 2 2 4

entrata: indica in che misura le imprese operanti sul mercato possono aumentare il loro prezzo rispetto ai costi senza

stimolare l’entrata di nuove imprese.

Tra i tanti svantaggi le nuove imprese hanno anche qualche vantaggio: possono dotarsi si un assetto produttivo che

rispecchi le tecniche più aggiornate e tenga presente quali sono al momento le condizioni ottimali di utilizzo degli

stocks di fattori.

La scelta delle barriere all’entrata risulta innovativa rispetto alla tradizione marginalistica in quanto proietta le scelte

dell’impresa nel lungo periodo. Si ammette infatti una rinuncia al massimo profitto di breve periodo per impedire

l’ingresso nel mercato di nuove imprese che possano, nel lungo periodo, abbassar ei profitti totali.

La separazione tra proprietà e controllo: le teorie manageriali dell’impresa

Già negli anni trenta il ruolo dei dirigenti viene distinto da quello dei proprietari. Si prende coscienza del fatto che

proprietà e controllo possono essere considerati come due realtà diverse.

La teoria manageriale dell’impresa (Baumol, Marris e Williamson) oltre ad immaginare una separazione tra proprietà e

controllo, proietta le scelte dell’impresa oltre il breve periodo. Si ammette ad esempio che le decisioni attuali e quelle

future sono strettamente collegate ed insieme contribuiscono a definire gli obbiettivi ed i vincoli per un’impresa.

Per Baumol l’obbiettivo del proprietario è quello di massimizzare al massimo gli extraprofitti mentre l’obbiettivo dei

responsabili della produzione è quello di massimizzare ricavi totali. Questo perché i managers tendono a rafforzare

attraverso l’espansione dell’attività la loro forza contrattuale. D’altro canto la rinuncia al massimo profitto non deve

portare ad una riduzione dello stesso tale da non poter remunerare in maniera competitiva il capitale fornito dai suoi

finanziatori.

I ‘monopoli naturali’ e la loro regolamentazione

Situazioni nelle quali l’esistenza di rendimenti di scala continuamente decrescenti sconsiglia il mantenimento (o

l’imposizione) di una forma di concorrenza perfetta sui mercati (es: trasporti, elettricità).

In questi casi diventa preferibile che sul mercato operi un’unica impresa.

Il problema che sorge è però quello di evitare che l’impresa monopolistica, seguendo la logica della massimizzazione

Q

del profitto, produrrà la quantità inferiore a quella Q* che assicurerebbe, secondo i criteri dell’efficienza allocativa,

8

il massimo benessere sociale.

Un intervento pubblico che imponga che il prezzo sia fissato in base al costo marginale urterà contro una difficoltà.

Infatti al livello di produzione Q*, P* è inferiore al costo medio e questo implica una perdita per il produttore. Una

decisione che prevede la fissazione del prezzo al costo medio, pur escludendo sia extraprofitti che perdite,

produrrebbe comunque una riduzione del benessere.

Una soluzione alternativa può essere quella di imporre un canone fisso di accesso al servizio e compensare co questo

l’eccesso dei costi sui ricavi medi che deriverebbe dallo spingere la produzione al livello che eguaglia i costi marginali

al prezzo.

Problemi di questo tipo non si pingono nei ‘monopoli naturali a costi crescenti’ per i quali il livello di produzione che

assicura l’uguagliamento tra prezzo e ricavo marginale si realizza allorché le curve dei costi hanno già assunto

l’andamento crescente. In questo caso ci si può chiedere se sia giusto attribuire al produttore la quantità di

extraprofitto che la regolamentazione del mercato gli consente.

Le critiche alla regolamentazione

La regolamentazione che ha assunto una rilevante importanza nel settore dei servizi di interesse pubblico è soggetta

ad una critica.

Il fatto di controllare l’accesso a un settore e di fissare spesso i prezzi in base ai costi è visto da molti economisti come

un pericoloso incentivo agli sprechi ed in genere all’inefficienza produttiva. Il pagamento di un servizio non

stimolerebbe infatti comportamenti volti ad abbassare, sia nel breve che nel lungo periodo, i costi di produzione.

I danni per la collettività sarebbero molto superiori dei vantaggi della regolamentazione.

La legislazione antimonopolistica

La concorrenza perfetta si presenta come la forma di mercato più favorevole ai consumatori (i prezzi, a parità di costi

di produzione, sono più bassi, il profitto si configura come un’equa remunerazione per l’attività dell’imprenditore). In

situazioni di concorrenza perfetta, d’altro canto, prezzi, utilità, costi-opportunità raggiungono un’equivalenza.

Al contrario si deplora, oltre all’extraprofitto, la limitazione dell’offerta di beni che dal monopolio deriverebbe.

Ancora tipica del monopolio appare la tendenza a non divulgare, impedendo la loro diffusione, informazioni relative a

nuovi procedimenti produttivi ed a nuovi beni.

Di conseguenza, fino alla fine del secolo scorso, è sorto un movimento di opinione volto a valorizzare il concetto di

concorrenza e quindi ad evitare che mercati in qualche modo concorrenziali (anche se non perfetti) si

monopolizzassero.

Negli Statu Uniti questo problema si pose dopo la fine della Guerra di Secessione, allorché la cessazione delle ostilità

ed il miglioramento della rete dei trasporti mettono a contatto una serie di realtà locali prima separate e quindi

‘protette’ dalla distanza. La erte più diffusa di relazioni industriali fa sorgere una serie di tensioni concorrenziali e

induce le imprese più agguerrite a procedere a duna semplificazione della situazione attraverso l’acquisizione di

quelle meno efficienti ovvero attraverso una suddivisione convenzionale di quote di mercato.

Questa operazione sembra motivata dall’opportunità di sfruttare economie di scala e dall’esigenza di procedere con

maggiori risorse all’introduzione di innovazioni costose.

Gli istituti giuridici del trust e dell’holding che si vanno delineando si prestano a favorire accorpamenti di imprese. Nel

primo caso i proprietari di imprese diverse trasferiscono il diritto di voto relativo alle loro azioni a dei fiduciari che

coordinano le attività in una prospettiva unitaria. Nel secondo si dà origine ad una nuova impresa, la holding, alla

quale vengono conferite in cambio di quote di partecipazione alla stessa le azioni delle imprese originarie. Queste

figure giuridiche sono quindi in grado si assicurare una gestione unitaria di più impianti e più imprese che si

comportano all’esterno come un soggetto unitario.

La creazione conseguente di una serie di concertazioni produttive rilevanti dà origine come reazione ad iniziative a

favore della libertà di competizione nel mercato. Il portato più evidente di questo movimento è lo ‘Sherman Act’ del

1890 che nel suo primo articolo vieta accordi volti a limitare la concorrenza nell’industria e nel commercio all’interno

degli stati, tra i diversi stati o con nazioni straniere. Nel suo secondo articolo proibisce comportamenti tesi a

monopolizzare qualsiasi settore dell’industria o del commercio. Ci si può chiedere se quanto proibito sono gli atti

concreti di limitazione della concorrenza (discriminazioni nel concedere forniture, politiche dei prezzi tese a indebolire

la competizione…) ovvero se il costruire un monopolio sia già di per sé un atto illegale in quanto mette in condizioni

l’impresa di compiere questi atti illeciti.

Il successivo ‘Clayton Act’ del 1912 non porta maggiore luce su questo dilemma: se infatti in una serie di articoli

riporta minuziosamente ei comportamenti vietati, proibisce, in altri, quelle fusioni che possono porre le premesse per

una riduzione delle condizioni concorrenziali dei mercati.

Importanti appaiono alcune sentenze che sembrano ampliare o restringere l’applicazione della normativa vigente.

Nel 1920 la US Steel che attraverso una serie di fusioni si era ritrovata a detenere più del 50% della capacità produttiva

del settore siderurgico degli Stati Uniti non fu ritenuta passibile di sanzioni in quanto non appariva, malgrado la sua

posizione oggettivamente dominante, aver messo in atto comportamenti scorretti nei confronti dei rivali. Secondo

questa decisione il potere monopolistico è punibile solo se esercitato.

Nel 1945 ci fu la sentenza relativa all’Alcoa accusata di aver monopolizzato la produzione di alluminio. La Corte

Suprema interpreta il secondo articolo dello Sherman Act nel senso di considerare un’eccessiva concentrazione come

di per sé stessa una violazione della disciplina antimonopolistica.

Questa tendenza interpretativa è prevalsa negli anni ’50 e ’60 ed ha influenzato il comportamento delle corti e

dell’ente incaricato di controllare l’organizzazione, il comportamento e le pratiche che svolgono il commercio tra i vari

stati.

L’accusa intentata contro l’IBM nel 1974 di aver monopolizzato il mercato degli elaboratori viene lasciata cadere con

l’avvento dell’Amministrazione Reagan. Sembra prevalere la tesi che una rilevante dimensione delle imprese favorisca

sia il conseguimento di economie di scala che lo sviluppo delle attività di ricerca.

Il punto di vista degli attuali incaricati di applicare la legislazione anti trust negli USA sembra poggiare sull’idea che la

difesa dei consumatori da parte del governo non dovrebbe danneggiare l’impresa nelle sue capacità di porsi in modo

competitivo all’interno dei mercati nazionali e internazionali.

Il grado di monopolio di un’impresa va giudicato a livello mondiale e non locale.

Una politica antitrust indiscriminata può essere dannosa, impedendo di sfruttare appieno le economie di scala ed il

progresso tecnologico, per i consumatori. In molti caso gli assorbimenti di altre imprese aiutano l’intera economia

invece di danneggiarla.

Le leggi antimonopolistiche in Europa

Per quanto riguarda l’Europa il Trattato di Roma prevede una serie di regole a favore della concorrenza. In linea

generale sono vietati tutti gli accordi tra imprese ed associazioni di imprese che possa pregiudicar eil commercio tra gli

stati membri e che abbiano come scopo di impedire, restringere o falsare il gioco normale della concorrenza.

Si vieta in particolare di:

− fissare i prezzi di acquisto o di vendita ovvero altre condizioni degli scambi;

− limitare o controllare la produzione, lo sviluppo tecnico e gli investimenti;

− ripartire i mercati o le fonti di approvvigionamento;

− applicare condizioni diverse per prestazioni equivalenti;

− subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari

che non abbiano nessun nesso con l’oggetto dei contratti stessi.

− Appare evidente l’oscillazione del legislatore europeo tra l’obbiettivo di evitare lesioni alla concorrenza q quello di

creare una struttura industriale solida e competitiva.

− È stato approvato un regolamento che prevede un’autorizzazione preventiva per concertazioni di ‘dimensioni

comunitarie’ che appartengono a differenti stati europei o, appartenendo al medesimo stato, abbiano filiali e

vendite sostanziali in Europa.

Per quanto riguarda i singoli paesi della CEE , la Gran Bretagna dispone della legislazione più ricca ed articolata. Al

1956 risale il Restrective Trade Practices Act che dava un potere di indagine al governo sui mercati nei quali le imprese

apparissero detenere posizioni quasi monopolistiche. Malgrado il governo avesse il potere di abbattere i monopoli ciò

accadeva molto raramente.

A partire dagli anni ’60 si sviluppa un movimento di opinione volto a realizzare un più ampio controllo sulle fusioni.

Gli attuali meccanismi di controllo sono fissati nel Fair Trading Act del 1972. La definizione di assorbimento

comprende tutte quelle acquisizioni di azioni e diritti di proprietà che diano un potere di fatto su un’altra società, è

necessario, perché si applichi questa legislazione che si verifichino alcune circostanze, tra cui quella che una delle

imprese sia inglese. I controlli si applicano sia ai progetti di assorbimento sia a quelli già realizzati. Si prevede un

controllo, caso per caso, per verificare se gli interessi degli assistiti e dei dirigenti che promuovono l’evento non siano

in contrasto con gli interessi generali della collettività.

Il meccanismo operativo è incentrato sul ruolo del ministro: a quest’’ultimo spetta, su segnalazione del direttore per il

Fair Trade, di attivare o meno la Commissione che è un organo consultivo indipendente. Mentre la Commissione

indaga viene sospesa ogni attività di acquisizione. Alla fine il Ministro sulla base del rapporto della Commissione

decide circa la conformità della fusione al pubblico interesse.

L’atto non definisce esplicitamente l’interesse pubblico ma fa riferimento all’opportunità di:

− mantenere promuovere un’effettiva competizione;

− promuovere gli interessi dei consumatori, degli acquirenti e degli altri utilizzatori di beni e servizi per quanto

attiene ai prezzi, alle qualità ed alla varietà dei beni e servizi offerti;

− stimolare, attraverso la concorrenza, la riduzione dei costi, lo sviluppo e l’uso di nuove tecniche e nuovi prodotti,

facilitando l’ingresso di nuovi competitori entro i mercati esisterti;

− mantenere e stimolare un’equilibrata distribuzione delle attività industriali e dell’occupazione;

− mantenere e promuovere l’attività competitiva delle imprese inglesi all’estero.

La legislazione antimonopolistica italiana

A partire dall’ottobre 1990 anche l’Italia si è dotata di una legislazione antimonopolistica organica.

Il modello adottato è ‘misto’, da una parte ci si preoccupa di evitare concentrazioni che determinino posizioni

dominanti sul mercato, dall’altra si cerca di proibire specifici comportamenti che possano falsare il funzionamento del

mercato.

Provvede innanzitutto la costituzione di un’autorità garante della concorrenza e del mercato. Autorità che deve poter

operare in perfetta autonomia sia per quanto attiene all’autorizzazione delle fusione tra imprese che superino una

certa soglia dimensionale che per quanto riguarda ala repressione di atti in qualche modo intesi a violare la normativa

italiana ed europea che regola la concorrenza.

L’Autorità può agire di sua iniziativa o sollecitata a ciò da chiunque ne abbia interesse.

Ambiti di intervento sono riservati alla Banca d’Italia.

Per quanto riguarda le attività vietate da questa normativa possiamo notare come in genere vengano proibite intese

tra le imprese che abbiano per oggetto re per effetto impedire, restringere e falsare il gioco della concorrenza

all’interno del mercato attraverso comportamenti consistenti nel:

− fissare i prezzi di vendita o acquisto;

− impedire o limitare la produzione, gli accessi ai mercati, gli investimenti, la disponibilità di tecnologie;

− ripartire i mercati e le fonti di approvvigionamento;

− applicare nei rapporti commerciali condizioni diverse per prestazioni equivalenti;

− subordinare la conclusione di contratti all’accettazione di prestazioni supplementari che non abbiano alcun

rapporto con l’oggetto dei contratti stessi.

Nell’articolo 3 si elencano gli abusi che possono derivare da una posizione dominante e che devono essere perseguiti.

L’articolo 4 prevede la possibilità di autorizzare, per un periodo limitato, intese o categorie d’intese altrimenti vietate,

perché diano luogo a miglioramenti delle condizioni d’offerta sul mercato con sostanziale beneficio per i consumatori.

Deroghe sono previste anche per assicurare alle imprese la necessaria concorrenzialità sul piano internazionale.

Gli articoli 5 e 16 individuano i criteri e le procedure attraverso le quali sottoporre a controllo fusioni, concertazioni e

assunzioni di partecipazioni di controllo tali da poter creare posizioni dominanti nei mercati.

Ogni operazione va comunicata all’Autorità qualora il fatturato realizzato a livello nazionale dalle imprese, fuse o

concentrate, sia superiore a certi valori. In base a questa comunicazione l’Autorità se le operazioni comportino la

costituzione ed il rafforzamento di una posizione dominante sul mercato nazionale in modo da eliminare o ridurre la

concorrenza in modo sostanziale.

In presenza di una globalizzazione della produzione e degli scambi le dimensioni ottimali sembrano destiate ad essere

rapportate ad una dimensione più ampia di quelle dei singoli paesi nei quali le imprese operano.

Infatti, la recente evoluzione della teoria economica, più attenta al tema delle economie di scala ed in genere al

conseguimento concreto delle condizioni di efficienza economica, sembra guardare più che a coefficienti di

concentrazione ed a dimensioni convenzionali, agli effettivi comportamenti ed ai risultati conseguiti dagli operatori.

A questo punto vengono valutati congiuntamente gli interessi dei consumatori, degli imprenditori e delle comunità

nazionali e internazionali.

Capitolo VI

Il tema della distribuzione nella teoria economica

Il tema della distribuzione dell’output tra i vari input che hanno partecipato al processo produttivo (‘distribuzione

funzionale del reddito’) costituisce da sempre un tema molto trattato nell’ambito dell’analisi economica.

Note sono le ipotesi pessimistiche di Marx circa le possibilità dei salari di mantenersi, nel lungo periodo.

Agli antipodi si pongono le riflessioni degli autori di matrice keynesiana che ritengono che i sistemi capitalistici

accrescano, in termini assoluti, i redditi dei lavoratori e che le ‘leggi’ dell’economia impongono piuttosto una certa

ripartizione rigida tra le quote di profitto e quote di salario.

La domanda dei fattori produttivi

La domanda di un fattore produttivo non è originaria ma deriva da quella del bene finale prodotto. Infatti i fattori non

hanno un’utilità in sé ma in quanto concorrono alla produzione di beni.

− Tanto maggiore è la possibilità di sostituire un fattore produttivo nella produzione di beni finali tanto più a sua

domanda sarà reattiva al prezzo. Il criterio dell’efficienza economica prevede che tra diverse combinazioni di input

tecnicamente efficienti debbano prevalere quelle a minor costo e come variazioni dei prezzi relativi degli input

importino cambi nella scelta delle tecniche.

Quindi tanto maggiore sarà l’elasticità di sostituzione tra gli input tanto minori possibilità avrà un fattore di

ottenere una maggiore remunerazione globale attraverso aumenti del suo prezzo unitario.

− L’elasticità di domanda di un fattor produttivo al prezzo dipende dal peso che il suo costo ha sul complesso dei

costi di produzione.

− La stessa elasticità della domanda del bene finale rispetto al prezzo influenzerà quella del fattore rispetto alla sua

remunerazione. Se infatti la domanda di un bene mostra scarse reazioni rispetto al suo prezzo gli effetti discussi

nei punti 1 e 2 saranno di portata ridotta.

La domanda e l’offerta dei fattori in condizioni di concorrenza perfetta

La domanda dei fattori produttivi avviene in base alla produttività marginale in valore, se si tratta di un imprenditore

marginalista.

∆9 ∆9 ∆9

; ; )

PMV( appare composto da due elementi: la produttività in termini fisici dell’input (PM) e del prezzo

∆: ∆< ∆= ) (produttività marginale fisica: contributo che ciascun fattor produttivi dà alla

unitario del bene prodotto (>

?

produzione, calcolato nella sua ultima fase). La curva della produttività marginale in valore è costantemente

decrescente, infatti il fattore produttivo dà un contributo via via minore quanto maggiore è il suo impiego. La curva

della PMV costituirà la curva di domanda per la singola impresa, una bassa produttività marginale in valore indica una

bassa domanda e viceversa. Per un imprenditore marginalista questa funzione è come se fosse il suo ricavo marginale.

Un’impresa tesa a massimizzare il profitto acquisterà un fattore produttivo variabile fino a quando l’ultima unità di

questo darà origine ad un incremento del ricavo (marginale) pari al suo costo (marginale).

Possiamo ribattezzare l’incremento del ricavo totale, derivante dalla vendita della quantità di prodotto ottenuta con

l’impiego di una quantità addizionale di fattore, come produttività marginale in valore (PMV) dell’input.

Alcuni autori riflettendo sulle condizioni di domanda ed offerta dei fattori produttivi in concorrenza perfetta sono

arrivati ad alcune conclusioni.

In una condizione di concorrenza perfetta i lavoratori sono tutti uguali, l’imprenditore li pagherà tutti allo stesso modo

ed il costo che egli sostiene per farli lavorare è costante. Egli quindi assumerà lavoratori fino a quando MC = MR.

In questo caso la concorrenza diventa un po’ meno utopistica.

La curva d’offerta sarà la funzione crescente della remunerazione del fattore; la remunerazione e la quantità

scambiata di equilibrio del fattore saranno identificate nel punto di incontro tra le due curve.

Se il prezzo del fattore costituirà, come è normale in concorrenza perfetta, un dato per la singola impresa e per il

singolo lavoratore e la sua funzione di offerta sarà perfettamente elastica rispetto al’asse della quantità l’impresa

potrà acquisire quote crescenti del fattore ad un prezzo costante e prezzo e costo marginale coincideranno.

L’uguaglianza di ricavo marginale e costo marginale come condizione della massimizzazione del profitto potrà dunque

essere riformulata come uguaglianza tra produttività marginale in valore e prezzo del fattore in esame.

A sinistra del punto di equilibrio un’unità di lavoro incrementa il ricavo dell’impresa in misura superiore al costo. A

destra si realizza una situazione simmetrica.

Diminuzioni del salario di equilibrio consentiranno alla singola impresa di impiegare unità di lavoro caratterizzate da

una più bassa produttività marginale.

Le complicazioni derivanti dalle imperfezioni del mercato del lavoro

Nella situazione di concorrenza perfetta il mercato riesce ad assicurare, attraverso variazioni dei salari, l’occupazione

dell’intera forza lavoro. Esistono comunque imperfezioni monopolistiche sia dal lato della domanda che da quello

dell’offerta.

Si può immaginare un monopolio dell’offerta di lavoro pensando ai lavoratori, che associandosi in sindacati e

delegando a questi le scelte contrattuali, si comportano come un soggetto unitario. In queste situazioni accanto ad

una curva della domanda si avrà una curva del ricavo marginale, per vendere più lavoro il sindacato dovrà infatti

accettare una diminuzione del ricavo unitario. Il salario e la quantità di lavoro di equilibrio verranno individuati nel

punto di incontro tra la curva del ricavo marginale e quella che rappresenta il costo marginale d’offerta del lavoro.

Il salario medio che verrà a definirsi nel caso di monopolio sarà maggiore rispetto quello che si creerà in una situazione

di concorrenza perfetta, minore invece sarà la quantità di lavoro scambiata.

Nel caso simmetrico di monopsonio abbiamo degli imprenditori che si coalizzano come gruppo d’acquisto di lavoro. In

questo caso l’acquisizione di ulteriori unità di altro richiederà aumenti di w. Il costo marginale dell’input si

differenzierà da quello medio, salendo più rapidamente. L’equilibrio si definirà ad una quantità di altro scambiata e ad

un salario medio inferiori a quelli di concorrenza perfetta.

È infine probabile che si realizzino situazioni monopolistiche sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta e

che si fronteggino sindacati di lavoratori ed associazioni di imprenditori.

Anche se i contraenti si accorda sulla quantità di lavoro da scambiare il modello non può specificare quale salario verrà

stabilito, se quello di monopsonio, se quello di monopolio o se se ci si assesterà su un valore intermedio. Il salario

dipenderà dalla congiuntura (situazione del momento). Non si potrà mai ifssare il salario del monopolio o quello del

monopsonio ma uno intermedio e sarà più vicino al salario del monopolio se la situazione vede i lavoratori più forti

viceversa il valore si avvicinerà maggiormente al salario del monopsonio.

Curve aggregate di offerta

Se ci rifacciamo al mercato del lavoro due sono le alternative fondamentali che si pongono di fronte ad un normale

soggetto economico; dedicare il proprio tempo al lavoro, ottenendo un reddito, dedicarlo ad altre attività non

lavorative.

Il massimo reddito Y viene raggiunto quando si rinuncia a tutto il tempo libero t, l’ozio completo invece non prevede

remunerazione.

I soggetti economici componenti una collettività decideranno quanto tempo dedicare all’ozio e quanto al lavoro non

solo in base alla remunerazione ma anche in base alle loro preferenze.

La tangenza tra la curva di indifferenza più elevata possibile e la retta reddito-tempo libero indicherà la combinazione

Y e t scelta dai lavoratori-consumatori razionali.

In questo punto l’utilità marginale del tempo libero equivarrà al saggio salariale (la rinuncia ad un’ora di tempo libero

sarà compensata dalla possibilità di acquisire beni che arrechino al lavoratori-consumatori un’uguale utilità).

Variazioni in aumento del saggio salariale (se vale l’ipotesi che tra tempo libero e reddito esiste una rilevante

situazione di sostituibilità per cui, per quanto attiene al tempo libero, l’effetto di sostituzione prevale rispetto a quello

del reddito) daranno origine ad un aumento dell’offerta di lavoro.

Se invece si evidenziano situazioni di complementarietà tra reddito e tempo libero (questo succede solitamente al di

sopra di certi livelli minimi di salario) la curva dell’offerta collettiva di altro subirà una torsione verso l’origine. Questo

è il caso di alcuni paesi più evoluti in cui la crescita del reddito nazionale deve accompagnarsi, per poter essere goduta

appieno, alla disponibilità di una maggiore quantità di tempo libero.

Teorie non marginalistiche del mercato del lavoro

Non si guarda più solo ad una retribuzione del fattore costruita sulla base della produttività marginale in valore ma

concorrono altri fattori.

I contratti impliciti

Una teoria che propone soluzione non marginalistiche per il problema dell’occupazione e della formazione dei salari è

quella dei ‘contratti impliciti’.

In essa le relazioni sul mercato del lavoro non si risolvono in un semplice scambio istantaneo di servizi contro moneta

ma implicano un più completo impegno che coinvolge le parti nel lungo periodo. Le complicazioni del contratto

prevalgono sulla ‘spontaneità’ della concorrenza perfetta.

I lavoratori che vogliono mantenere nel tempo il loro potere d’acquisto inalterato rispetto a possibili congiunture

sfavorevoli trasferiscono il rischio di queste sugli imprenditori , per loro natura più inclini a sopportarlo. Questi ultimi

assicurerebbero in periodi di bassa produttività in valore del lavoro ai dipendenti un salario reale costante pagando

loro una sorta di indennità assicurativa (IA) che si aggiungerebbe alla produttività marginale in valore nel determinare

il salario .

±

w = PMV IA

Nei periodi di alta qualità una somma (-IA) verrebbe detratta verrebbe detratta da PMV e costituirebbe una sorta di

premio assicurativo che i lavoratori pagherebbero alle imprese in cambio delle indennità che ricevono nelle situazioni

meno favorevoli.

Il contratto che si stabilisce tra impresa e consumatore è di tipo assicurativo.

Un contratto implicito si configurerà come una previsione ‘completa’ fatta prima che la realtà divenga nota, della

prestazione di lavoro da rendersi in ogni circostanza e dei pagamenti da corrispondersi ai lavoratori.

I ‘lay-off’ (sospensioni di lavoro) saranno di lunghezza ridotta ed il patto implicito ‘obbligherà’ l’impresa a riassumerà,

quando possibile, i lavoratori prima di servizio.

Si può ipotizzare che un terzo pagatore (lo Stato) venga incontro ai lavoratori integrando i salari e/o pagando loro

indennità di disoccupazione.

Ovviamente lo schema di intervento pubblico non deve far sì che la situazione di disoccupazione sia più favorevole per

il lavoratore di quella ‘completa’ di occupato. Anche lo stato di dipendente temporaneamente sospeso dal lavoro deve

essere peggiore di quello di occupato.

Un grosso problema che si presenta relativamente all’efficacia dei contratti impliciti è quello della loro informalità.

Esse si basano su un ‘implicito’ consenso, su una previsione comune della realtà e su una presunzione di buna fede

reciproca.

Potrebbe dunque darsi che un lavoratore, dopo aver fruito dell’indennità assicurativa, cioè un salario superiore alla

usa produttività marginale nei periodi di bassa congiuntura, abbandoni l’impresa in quella di alta per non dover pagare

il ‘premio assicurativo’ su quella che è ora una produttività marginale più elevata e tale da fargli ottenere, su un libero

mercato, un salario più elevato.

Si obbietta a questa osservazione l’interesse che il lavoratore ha a mantenersi credibile e inoltre il cambiare posto di

lavoro comporta tempo e implica una sospensione del salario.

Il problema della buona fede si pone anche per il datore di altro che potrebbe, in periodi di bassa congiuntura,

cercare di liberarsi di lavoratori attraverso licenziamenti e attraverso comportamenti vessatori tesi ad indurli ad

abbandonare ‘spontaneamente’ l’impresa.

(caratteristiche postmarginalistiche: non coincidenza tra produttività marginale del lavoro e salario e nella

conseguente rigidità di questo anche in presenza di disoccupazione involontaria. I lavoratori temporaneamente

disoccupati non accenteranno, per aumentare l’occupazione, diminuzioni del loro salario).

La disoccupazione involontaria della forza-lavoro ‘insider-outsider’ e ‘salario d’efficienza’

Due teoria che vanno sotto il nome di insider-outsider e salario d’efficienza cercano di spiegare come possono

sussistere sacche stabili di lavoratori disoccupati anche se è possibile individuare un salario, inferiore a quelli

prevalenti sul mercato, che li induca a lavorare.

Cercano di spiegare quelle forme di ‘disoccupazione involontaria’ che non dovrebbero esistere in un mercato di

concorrenza ben funzionante in cui la domanda e l’offerta sono sempre in grado, ad un certo salario reale, di

determinare la pina occupazione della forza-lavoro.

Nella teoria dei salari d’efficienza si ipotizza che le imprese offrano un salario superiore a quello di concorrenza

perfetta e che questo salario elevi la produttività in valore della manodopera.

Una prima spiegazione a questa equivalenza tra più alti salari e più alta efficienza può venire dal ‘modello dello

scansafatiche’. Visto che i contratti di lavoro raramente specificano tutti gli aspetti di una prestazione i dipendenti

sono tentati a sottrarsi, parzialmente o totalmente, ai loro obblighi (shirking).

Può essere allora che i datori i lavori per evitare lo shirking siano indotti ad offrire un salario superiore a quello di

mercato.

D’altro canto salari più elevati escludono necessariamente parte della forza-lavoro dal’occupazione.

Sempre per evitare gli abusi degli ‘scansafatiche’ Lazaer propone di legare i salari all’anzianità si servizio. Ai dipendenti

appena assunti può essere pagato un salario inferiore alla loro produttività marginale. Questa relazione positiva tra

salari ed anzianità di servizio tende a penalizzare gli oziosi che rischiano di esser licenziati prima di raggiungere l’età in

cui possono trarre vantaggi dall’anzianità.

Motivazioni per offrire un salario maggiore di quello di mercato possono trovarsi anche nella volontà delle imprese di

ridurre il ‘turn over’ che appare costoso per i corsi di addestramento dei nuovi dipendenti. Più alto sarà il ‘salario di

efficienza’ più basa sarà la disoccupazione e quindi minore la voglia di dimettersi.

Infine in u mercato nel quale la qualità e la quantità nel lavoro dipendono dalle capacità dei lavoratori le imprese con

salari più alti possono attrarre tra la forza lavoro i lavoratori migliori.

La teoria ‘insider-outsider’ pone i costi di rotazione del lavoro come fonte principale di disoccupazione.

Si ipotizza che l’assunzione di nuovi lavoratori, ‘entrants’, abbia costi di pubblicità e di selezione.

D’altro canto questi ultimi possono essere assimilati ai dipendenti già operanti all’interno dell’impresa ed in essa

pienamente inseriti (‘insiders’) solo dopo un periodo di formazione che presenta dei costi.

Licenziare insiders per sostituire ad essi outsiders richiede procedure complesse. Infine per valorizzare la propria

posizione gli insiders possono scegliere di cooperare tra di loro nel processo produttivo e di isolare gli entrants fino a

che non si saranno omogeneizzati al resto dei dipendenti.

L’impresa dunque di fronte ai costi di rotazione del lavoro può essere trattenuta dal tentare di migliorare la

produttività e/o abbassar ei salari attraverso ricambi di personale.

Anche la presenza di outsiders disposti a divenire nuovi dipendenti ha scarse possibilità di avere effetto dato il

rilevante potere di mercato degli insiders. Ciò soprattutto se le organizzazioni sindacali, solitamente più vicine agli

occupati che ne formano la base, contribuiscono ad aumentare i costi di rotazione del lavoro per le imprese.

Le due teorie differiscono per alcuni loro presupposti e modi di argomentare.

La teoria dei salari di efficienza ritrova le cause della disoccupazione nell’informazione imperfetta delle imprese circa

la produttività e circa la disponibilità a cambiare posto di lavoro dei loro dipendenti.

La teoria insider-outsider le individua nel potere di mercato degli insiders i quali sfruttano i costi di rotazione del

lavoro per rafforzare la propria posizione.

Le due teorie possono spiegare anche un fenomeno, la isteresi.

Una situazione nella quale il tasso di disoccupazione di equilibrio si modifica al variare dei valori che esso viene

correntemente assumendo.

È l'incapacità del tasso di disoccupazione di tornare al livello iniziale dopo uno shock avverso, anche dopo il

superamento dello stesso.

Capitale ed interesse

Il capitale costituisce un fattor produttivo. È formato da beni non destinati al consumo immediato che contribuiscono

alla produzione di altri beni. Deriva quindi da una scelta volontaria di risparmio ed ha lo scopo di accrescere nel futuro

i consumi.

Una sua remunerazione si giustifica sotto due profili: compensa, da un alto, i consumatori per la loro ‘astinenza’,

dall’altro, assicura la distribuzione dell’output tra i fattori che hanno contribuito a produrlo.

La curva di domanda del capitale corrisponde, come quella del lavoro, a quella della sua produttività marginale in

valore, è una curva decrescente in quanto questo subisce un invecchiamento. Per ripristinarlo bisogna affrontare un

costo chiamato ammortamento, ciò che spinge ad affrontare questo costo è la consapevolezza che la PMV del capitale

è continuamente decrescente.

Gli imprenditori domanderanno fondi da investire fino a quando il rendimento atteso da questi (PMV) non eguaglierà

il loro costo marginale. Costo marginale che in concorrenza perfetta equivarrà al costo medio e che prende il nome di

tasso di interesse.

L’interesse ha un costo per chi lo riceve mentre per chi lo concede ha un prezzo. L’imprenditore sarà contento quando

l’interesse è basso mentre l’ente sarà contento quando l’interesse è alto.

Il tasso di interesse dipende dalla domanda e all’offerta di fondi disponibili che in concreto si realizzano sui mercati

finanziari. Quando le due curve si incontrano trovo il tasso di interesse di equilibrio.

Esso svolgerà il ruolo di colmare eventuali divergenze tra domanda ed offerta di fondi e rifletterà sia la propensione al

risparmio delle famiglie che la capacità attesa del nuovo capitale di creare reddito.

Sotto quest’ultimo profilo, nel caso i fondi disponibili siano scarsi, stabilirà una gerarchia tra i progetti di investimento

sulla base della loro redditività.

La capitalizzazione delle attività

Il saggio di interesse viene utilizzato anche per valutare il prezzo dei beni capitali attraverso i rispettivi ‘valori

capitalizzati’.

Se ipotizziamo che un bene assicuri un flusso permanente di reddito pari a R euro possiamo chiederci quanti euro,

prestati permanentemente al tasso di interesse annuo di mercato i, ci daranno esattamente lo stesso reddito R.

V= B

Se il tasso di interesse diminuisce avrò bisogno di più soldi per avere la stessa rendita.

La terra e la rendita

Tradizionalmente la rendita viene trattato come un fattore produttivo fisso. Questa definizione non è del tutto

corretta in quanto, è vero che la superficie coltivabile e le risorse naturali sono costanti ma è anche vero che un

aumento del prezzo del grani porterà ad estendere la produzione di questo cereale.

Il pregiudizio della fissità hanno fatto sì che alla remunerazione della terra, ‘rendita’, sia stato attribuito il significato di

ricompensa per un fattore il cui prezzo, visto che l’offerta è rigida ) non varia al variare della remunerazione), dipende

esclusivamente dalla domanda.

Rendita e guadagno di trasferimento

Rendita economica: parte di remunerazione di un fattore produttivo oltre la sua funzione di offerta. È quello che io

percepisco in più rispetto al necessario.

Guadagno di trasferimento: cifra minima al di sotto della quale il fattore produttivo cerca un’altra occupazione (per

un fattore ad offerta rigida questa grandezza assumerà un valore pari a 0).

La ripartizione della remunerazione di un fattore tra guadagno e rendita dipenderà dall’elasticità alla remunerazione

dell’offerta dei fattori. Nel caso in cui l’offerta sia del tutto rigida la remunerazione consisterà esclusivamente di

rendita. Nel caso simmetrico in cui l’offerta sia completamente elastica la remunerazione si comporrà solo di

guadagno di trasferimento.

Esistono infine casi intermedi nel quale una parte della somma ottenuta dagli input può considerarsi rendita ed

un’altra guadagno.

Mobilità dei fattori e rendita. I differenziali di equilibrio

La ripartizione della remunerazione di un fattore dipende dall’elasticità d’offerta dello stesso, questa può essere

spiegata in base alla mobilità dei fattori.

Se un fattore produttivo è molto mobile non accetterà nulla di meno di quanto già ottiene e, nel caso non lo ottenga,

si trasferirà ad un’altra occupazione. La mobilità degli input si accresce nel lungo periodo.

D’altro canto i settori che offrono rendite, se non esistono barriere all’entrata troppo strette, attireranno, nel lungo

periodo, una quantità addizionale di fattori fino a che la rendita non sarà eliminata.

Casi di assoluta rigidità dell’offerta difficilmente permarranno nel lungo periodo a meno che esistano rigidi vincoli

all’ingresso nel mercato dei fattori o che gli stessi abbiano particolari specializzazioni.

Non possono invece considerarsi rendite i ‘differenziali di equilibrio’, quelle differenze di remunerazione che

permangono tra categorie di lavoratori in apparenza omogenee e che non si annullano nel lungo periodo.

Capitolo 7

Beni pubblici

Un bene pubblico è destinato alla collettività nel suo complesso e non è possibile escludere alcuno dalla sua fruizione.

Il benessere dei singoli fruitori non è diminuito dall’aumento del loro numero.

Il fatto che i beni pubblici non siano trattati sul mercato rende difficile il valutare il raggiungimento dei criteri

dell’efficienza distributiva.

Non eissitono prezzi di mercato con cui confrontare costi opportunità ed utilità marginali.

Una risposta adeguata è fornita da Samuelson il quale sostiene che la somma delle utilità marginali derivanti ai

membri della collettività del consumo del bene pubblico deve uguagliare il suo costo marginale.

Rimane il problema della valutazione dell’utilità dei beni pubblici che si intendono offrire non potendosi per essi

considerare il prezzo come indicatore di utilità.

Prescindendo dai criteri di equità risulta evidente che, in termini di efficienza, l’onere dovrebbe ricadere su chi tra

maggior benessere dai beni pubblici. Ma ad una ricostruzione credibile di una mappa di utilità sociale si oppongono i

comportamenti non trasparenti di alcuni membri della collettività (free riders) che tentano di occultare i benefici che

traggono dai beni pubblici.

Una soluzione potrebbe essere quella di fissare per alcuni beni prodotti dal settore pubblico un costo fisso destinato

a specifici soggetti della società privati ai quali per questo motivo l’utilità del bene risulta riferibile un prezzo minimo

che costituisca un contributo al suo costo di produzione.

Questo espediente impedisce un eccessivo consumo del bene che al limite, in assenza di questa sorta di ticket,

potrebbe continuare fino a che la sua utilità marginale non fosse diventata nulla. La fissazione di un ticket risulta

appropriata soprattutto allorché la curva dell’utilità marginale assume la forma ‘piatta’ gradualmente decrescente.

Il consumo del bene è in eccesso in quanto i fruitori, a causa del prezzo nullo, anche a livelli di utilità molto bassi, ne

desiderano quantità addizionali.

Minori vantaggi in termini di riduzioni dell’uso delle risorse ed i termini di utilità si avrebbero qualora curva dell’utilità

marginale assumesse una forma più ripidamente decrescente.

L’efficienza nella distribuzione dei beni prodotti

Il consumatore razionale, soggetto ad un vincolo di reddito, massimizza il suo benessere allorché eguaglia l’utilità

marginale di due beni, x e y, al loro prezzo.

(

UMR =

,$ (

Dovendo giungere ad individuare l’efficiente distribuzione dei beni tra due operatori è opportuno introdurre un nuovo

strumento grafico, il ‘box di Edgewoth’.

Se supponiamo che in un sistema economico esistano due individui, A e B, e due beni, x e y, e che i due beni debbano

+ x = x y + y = y,

x e possiamo costruire

essere distribuiti completamente tra i due operatori in modo tale che D E D E

un rettangolo i cui lati hanno una lunghezza pari, rispettivamente, a x e y.

Facendo riferimento all’origine OA possiamo individuare le quantità di beni a disposizione del consumatore A. Se

adottiamo come punto di riferimento l’origine OB possiamo individuare quelle attribuite a B.

Muoversi tra diversi punti all’interno del box equivale a variare l’allocazione dei beni tra i consumatori.

Se poi si introducono nel box le preferenze dei consumatori è possibile dare origine ad una serie di curve di

indifferenza: del consumatore A rispetto all’origine OA e del consumatore B rispetto all’origine OB.

Attraverso i punti di tangenza tra le curve di indifferenza passa la ‘curva dei contratti’ (l’acquisto di un bene è il

risultato di un contratto). Essa, per il modo in cui è costruita, è costituita dai punti per i quali l’utilità marginale delle

due merci è uguale per i due consumatori (le pendenze delle due curve di indifferenza, con opposte concavità,

D E

UMR = UMR

coincidono nel punto di tangenza): ,$ ,$ ( D

UMR = =

Tutti i punti di tangenza rispettano l’uguaglianza: ,$ ( E

Oltre che il vincolo di reddito c’è da rispettare anche l’altro consumatore. L’economia del benessere consiste nel

trovare un modo secondo il quale nessuno resti senza, il mio benessere deve corrispondere a quello altrui.

È possibile che un consumatore debba rinunciare ad una certa quantità del bene a favore dell’altro consumatore =>

costo opportunità marginale.

Solo i punti che si trovano sulla curva dei contratti rappresentano una distribuzione ottima della quantità totale dei

due beni tra i consumatori dal momento che le altre distribuzioni conducono a peggiorare la situazione di almeno uno

di loro.

Non è possibile dire a priori quale dei due consumatori otterrà maggiori vantaggi dallo scambio, questo dipenderà

dalla forza contrattuale dei contraenti. Quello che è possibile dire è che spostandosi da un punto esterno ad uno

situato sulla curva dei contratti si potranno avere vantaggi per uno o ambedue i consumatori. Il discorso può essere

allargato agli n consumatori che in una collettività sono impegnati nello scambio, sempre a condizione che le utilità

marginali di tutti i beni divengano uguale per tutti i consumatori e si mantengono inalterate le distribuzioni iniziali dei

beni e la struttura delle preferenze.

L’efficienza produttiva e la curva dei contratti

Perché la produzione si realizzi al minimo costo una singola impresa deve uguagliare il tasso si sostituzione marginale

tra gli input al rapporto tra i loro prezzi relativi:

(

TSM = .

),* (

-

Supponendo che due imprese debbano affrontare congiuntamente il problema dell’efficienza produttiva, possiamo

dimostrare, servendoci del box di Edgewoth, che le due imprese riescono nel loro intento allorché si pongono su una

curva dei contratti. Se esistono due fattori produttivi, l e k, e si ipotizza che essi vengano attribuiti completamente alle

l + l = l k + k = k

due imprese per realizzare la produzione dei beni x e y: e possiamo all’interno del box,

$ $

evidenziare le quantità dei fattori attribuiti alle due imprese.

Ancora, possiamo definire per i due beni le famiglie di isoquanti. TSM

Attraverso i punti di tangenza dei due isoquanti, in corrispondenza dei quali il è uguale per tutte le produzioni,

),*

passa la curva dei contratti relativa alla produzione.

Si può dimostrare che i punti che non si trovano sulla curva dei contratti sono inefficienti un quanto danno origine ad

una produzione minore di uno o di ambedue i beni rispetto a quella massima possibile.

Per giungere a definire i livelli di produzione dei due beni che verranno effettivamente prodotti è necessario ricavare

la curva delle ‘massime possibilità produttive’ (o ‘curva di trasformazione’), che si deriva dalla curva dei contratti e

confrontarla con i prezzi relativi dei beni stessi.

Questa curva rappresenta il luogo dei punti che corrispondono ad un utilizzo completo e tecnicamente efficiente degli

input. Ciascun punto di tangenza tra le due serie di isoquanti, cioè, ciascun punto della curva dei contratti definisce

una combinazione dei livelli di produzione X e Y che si trovano sulla curva delle massime possibilità produttive.

La pendenza in un punto della curva delle massime possibilità produttive definisce il costo opportunità marginale (o

saggio di trasformazione) tra beni, vale a dire la quantità di X che deve essere sacrificata per produrre la quantità

addizionale di Y.

L’ottimo generale della produzione e del consumo

(ottimo nello scambio: stesse utilità marginali; ottimo nella produzione: uguali tassi di sostituzione marginali; ottimo

UMR = TSM

generale: )

,$ ,$

La condizione per una distribuzione ottimale, secondo i criteri partetiani, delle merci tra i consumatori richiede che le

utilità marginali dei beni siano uguali per tutti i consumatori. Ancora, una allocazione ottimale delle merci tra i

produttori richiede che il tasso di sostituzione marginale tra lavoro e capitale sia uguale per tute le merci prodotte

dalle diverse imprese. UMR

Considerando congiuntamente le due precedenti condizioni e tenendo presente che indica le quantità di una

,$

COM mostra come un bene possa essere

merce che i consumatori sono disposti a scambiare con un’altra e il ,$

tecnicamente trasformato in un altro ne deriva che questi tassi debbano essere uguali perché possa raggiungersi una

situazione ottimale secondo i criteri paretiani.

(

D E

COM = UMR = UMR =

,$ ,$ ,$ (

Le esternalità

Allorché l’attività svolta da singoli produttori o consumatori si riverbera su terzi che ne sono influenzati, positivamente

o negativamente, il costo (la valutazione) dell’attività stessa risulta diversa per il privato e per la collettività nel suo

complesso.

Questi effetti, ‘esternalità’, in un sistema di mercati, non sono riflessi nei prezzi dei beni e quindi appare opportuno un

qualche intervento volto a incentivarli o a disincentivarli.

• Effetti negativi => esternalità negative: è utile eliminarle

• Effetti positivi => esternalità positive: bisogna incentivarle

Esternalità positive

vantaggi che ottiene la collettività che derivano da un contratto all’interno del quale la collettività è terza (es: vaccini,

bonifica di un territorio, ristrutturazioni)

Esternalità negative

Es: un imprenditore chimico producendo i suoi prodotti inquina l’ambiente, butta gli scarti nell’acqua di un torrente

(uccide i pesci, danneggia la salute della collettività…).

Oltre ai costi che sostiene l’imprenditore per produrre esistono anche i costi marginali sociali sostenuti dalla

collettività per provvedere alla risoluzione dei problemi causati dall’inquinamento e questi risultano maggiori dei costi

marginali privati.

I rimedi contro le esternalità negative

Diversi rimedi sono stati proposti dalla dottrina ed applicati contro le esternalità negative. Tra questi vi sono:

• quello proposto da Pigou, il quale propone di introdurre tasse da imporre all’imprenditore legate alla quantità

prodotta (‘tasse pigouviane’) con le quali lo Stato annullerebbe l’esternalità.

L’effetto globale della manovra comprende una riduzione della quantità prodotta in modo da far coincidere l’utilità

marginale del bene con il suo costo marginale sociale attribuendo l’onere delle esternalità ai suoi autori.

Questa soluzione potrebbe funzionare ma accade che l’imprenditore paga la tassa ma alza il prezzo del prodotto,

quindi è come se la facesse pagare la consumatore.

Nel caso ci si trovi di fronte ad esternalità positive si potrà stimolare la produzione (e/o il consumo) dei beni in grado

di determinarle attraverso un sistema di sussidi.

• Il secondo consiste in una regolamentazione delle attività stesse fissando determinati standard nella produzione.

Queste regole possono escludere l’uso di determinati input, possono fissare limiti massimi all’inquinamento.

Questo metodo è poco utilizzato sia perché richiede conoscenze approfondite riguardo le tecniche produttive e sui

loro effetti sia perché richiede un impegnativo e sanzioni tali da scoraggiare tentativi di violazione (es: protocollo di

Kyoto).

Inoltre causa una riduzione della produzione del bene che implica un innalzamento dei prezzi e il licenziamento di

lavoratori.

• Il terzo metodo, il ‘teorema di Coase’, prende il nome dal suo fautore. Questo autore dimostra che in presenza di

perfetta informazione e con costi di transizione trascurabili, le conseguenze negative delle esternalità possono essere

corrette dai meccanismi di mercato. Senza interventi esterni le parti possono raggiungere un’allocazione ottimale

delle risorse.

Chi possiede ‘diritti’, ad esempio quello di non subire gli effetti dell’inquinamento, può cederli parzialmente o

totalmente. Le ‘cessioni di diritti’, in un contesto del genere, finiranno allorché i costi marginali dell’inquinamento

eguaglieranno i benefici ottenuti alienando i propri diritti agli inquinatori => teoria della compravendita di diritti.

Efficienza e giustizia economica

L’utilitarismo di Bentham che vede nel perseguimento dell’interesse individuale il miglior modo per raggiungere quello

generale è stato criticato da una serie di filosofi ed economisti successivi.

Al suo allevo Mill, che successivamente rientrò nel solco utilitarista, si deve una messa a fuoco dell’importanza della

rettitudine morale che integra e a volte si contrappone alle motivazioni egoistiche nel determinare le scelte degli

operatori economici ed il benessere sociale.

La società comunista è contraddistinta da un principio secondo cui i beni vanno condivisi a prescindere da chi li

detenga originariamente o da chi li acquisisca dall’esterno.

Importanti contributi relativi all’opportunità di far prevalere istanze solidaristiche e di attenzione alle esigenze della

persona su obbiettivi indifferenziati di sviluppo della produzione vengono apportati da una serie di encicliche tra cui la

Rerum Novarum.

Capitolo 1

Circuito del reddito

Con la macroeconomia si passa dallo studio dei comportamenti di singoli operatori o di gruppi limitati di operatori

economici ad un’analisi completa dei comportamenti di una collettività.

Non ci si limita ad un’analisi separata dei mercati, ma si stabiliscono tra gli stessi i più ampi collegamenti possibili.

La teoria della distribuzione serve da cerniera tra i due ambiti, si occupa sia dell’attribuzione delle remunerazioni ai

singoli input che della loro domanda ed offerta globale.

Uno schema elementare di scambio

Dovendo interpretare i comportamenti di gruppi aggregati di operatori è necessario un quadro di riferimento

all’interno del quale le loro azioni possano essere osservate congiuntamente. A questo proposito si sono impegnati

economisti come Quesnay e Marx.

Si è giunti a definire lo schema semplificato degli scambi definendolo come ‘circuito’ del reddito.

Ipotizziamo in sistema economico chiuso e senza Stato, i protagonisti sono le imprese, che producono i beni, e le

famiglie che questi beni li consumano.

Il circuito del reddito si costruisce per flussi di reddito, che possono essere flussi reali o flussi nominali. I mercati reali

sono i mercati dei beni e dei servizi mentre quelli nominali sono i mercati del valore, ovvero espressi in moneta. (il

reddito nominale è espresso da unità monetarie,il reddito reale rappresenta la capacità di acquisto di quel reddito. Se

tra reddito nominale e reddito reale non c’è differenza significa che non vi è inflazione).

Diverse imprese si specializzano nella produzione di diversi beni acquisendo al proposito fattori produttivi (terra,

capotale e lavoro) dalle famiglie. Il risultato della produzione, sotto forma di beni e servizi, torna alle famiglie.

In un’economia che abbia superato la fase del baratto i rapporti tra imprese e famiglie sono regolati in forma

monetaria. I flussi reali di beni e servizi devono essere compensati da flussi monetari di segno opposto.

Perché il circuito rimanga inalterato i pagamenti per gli input dovranno equivalere alle somme che le famiglie pagano

per acquisire beni e servizi.

Tra le diverse imprese si realizzano scambi di prodotti intermedi necessari per giungere alla produzione di beni finali.

Il fatto che i macchinari si logorino richiede che alcune imprese producano beni ‘strumentali’ in grado di rimpiazzare

quelli usurati.

Esistono relazioni non solo tra le imprese e le famiglie ma anche tra imprese ed imprese con flussi reali che si

contrappongono a quelli monetari.

Al circuito si può aggiungere anche lo Stato che fornisce, in cambio del prelievo tributario, servizi che possono

aumentare il benessere delle famiglie ed agevolare l’attività produttiva delle imprese.

Appaiono anche importanti le relazioni con gli operatori esteri. Si ipotizza che il blocco interno delle famiglie, delle

imprese e del settore pubblico stabilisca rapporti con l’estero. Questi rapporti consistono sia nella vendita che

nell’acquisto dall’estero di beni e fattori produttivi. Questo rende necessario un mezzo di pagamento accettato a

livello internazionale.

Criteri di definizione e calcolo dei prezzi

I prezzi e le loro variazioni sono di estrema importanza in quanto indicatori ed insieme cause del realizzarsi di altre

variabili strategiche.

Strumento fondamentale per l’osservazione statistica dei prezzi è il numero indice: uno strumento la cui costruzione

richiede un procedimento tecnico laborioso. Il numero indice relativo ad un certo gruppo di prezzi esprime il livello

medio di tali prezzi in relazione al livello medio degli stessi prezzi in un determinato periodo di riferimento o ‘periodo

base’. Nel calcolo si tiene conto della diversa importanza, dal punto di vista economico, dei vari prezzi. Ciò si effettua

assegnando a ciascun indice elementare un peso che riflette il valore proporzionale delle quantità complessivamente

prodotte o scambiate di uno specifico bene rispetto al totale del valore nazionale prodotto o scambiato. I prezzi

possono essere rilevati in diverse fasi dei processi produttivi e di scambio.

L’Istat calcola principalmente due tipi di indice:

• indice dei prezzi al consumo: indice che misura la variazione temporale della media ponderata dei prezzi che si

formano nelle transazioni relative a beni e servizi di consumo scambiati tra gli operatori economici ed i consumatori

privati finali.

• indice dei prezzi alla produzione: hanno come scopo quello di misurare l’evoluzione dei prezzi dei prodotti al primo

stadio della commercializzazione, limitatamente alle vendite di questi prodotti sul mercato interno. Viene effettuata a

cadenza mensile su di un campione di migliaia di aziende.

Alcuni concetti di contabilità nazionale

PIL: prodotto (inteso come sinonimo di crescita del paese. È una grandezza che si misura in movimento. Se le imprese

producono beni che possono essere consumati dalle famiglie, per consumarli hanno bisogno di un reddito => il

prodotto equivale al reddito) interno (è il prodotto di tutte le imprese che sono sul territorio italiano) lordo

(appesantita dall’ammortamento, spesa che dobbiamo sostenere per continuare a produrre quella quantità, è una

spesa che serve a sostituire il capitale e le macchine logori. È il costo di mantenimento che poi ricade sul prezzo del

prodotto) ai prezzi di mercato. È il flusso di beni e servizi prodotti nel corso di un anno dalle imprese presenti in Italia,

appesantito dai costi di ammortamento.

Detraendo gli ammortamenti dal PIL si ha una categoria contabile più ristretta il ‘prodotto interno netto’.

(nel 2007 il PIL è stato di 1.535 miliardi di euro, nel 2008 1600 miliardi di euro).

• Il PIL può essere considerato sotto tre diversi punti di vista:

sotto il profilo della spesa complessiva annuale per l’acquisto di prodotti finali da parte delle famiglie, delle imprese,

del settore pubblico e dell’estero.

L’Istat ogni 5 anni costruisce un ‘paniere’ in cui sono contenuti beni di largo consumo. Con il passare del tempo alcuni

beni usciranno da questo ‘paniere’ mentre altri vi entreranno.

I beni alimentari rappresentano una quota preponderante del PIL (15%).

• Può essere studiato sotto l’aspetto dei redditi che pervengono ai proprietari degli input impegnati nel processo

produttivo.

• Oppure si può guardare ad esso (‘prospettiva del valore aggiunto’ o ‘imposta sul valore aggiunto’ => IVA) come al

contributo che ogni singola unità produttiva dà al prodotto finale.

La somma di questi contributi, una volta che si tenga conto anche delle imposte indirette (in termini positivi) e dei

contributi alla produzione (in termini negativi), ci consente di giungere al valore del PIL.

Il rischio è quello di incorrere in duplicazioni nell’individuare il contributo di ogni operatore. Questo può essere evitato

se in ogni fase della produzione si sottraggono dal prodotto finale i beni intermedi acquisiti da altri operatori e

realizzati in fasi precedenti. Così si potrà correttamente calcolare il valore aggiunto di ogni operatore che, per

eliminazione, consiste esclusivamente nel prezzo pagato per i servizi di lavoro, di capitale, della terra e

dell’imprenditore conferiti in quella fase produttiva.

La somma dei valori aggiunti sarà differente da quella dei ricavi lordi.

La prospettiva del valore aggiunto consente di mettere a fuoco il peso dei diversi settori produttivi nella

determinazione del PIL.

Grandezze macrovariabili

Il prodotto nazionale lordo (PNL) o reddito disponibile è l’insieme dei beni e dei servizi prodotti e consumati in un

anno al lordo degli ammortamenti dalle imprese nazionali ovunque si trovino.

(Il PNL è inferiore al PIL).

Un altro aggregato macroeconomico è il ‘reddito disponibile’, il quale può essere calcolato al lordo o al netto degli

ammortamenti.

Mentre il prodotto interno comprende il valore dei beni e servizi ottenuti nel territorio italiano con fattori produttivi

appartenenti sia a residenti che a non residenti, il reddito disponibile comprende il valore dei beni e servizi ottenuti

con redditi appartenenti esclusivamente ai residenti in Italia anche se provenienti da attività estere.

Occorre poi detrarre dal reddito nazionale i trasferimenti netti correnti all’estero e le imposte indirette pagate alla CEE.

La prima partita consiste nella diminuzione (o nell’aumento se il saldo è positivo) del reddito dei residenti in Italia

dovuto ai trasferimenti netti a titolo gratuito verso il resto del mondo.

Dal momento che la CEE da una parte preleva imposte e dall’altra concede contributi alla produzione occorre

introdurre il saldo tra queste voci.

Prodotto interno lordo a prezzi costanti e a prezzi correnti

I dati del PIL sono offerti in due versioni: valori degli aggregati di contabilità nazionale a prezzi correnti ed a prezzi

costanti. Il passaggio da una categoria all’atra implica l’eliminazione dell’effetto dell’aumento dei prezzi. Questo può

realizzarsi applicando al PIL una cartina di tornasole che consenta di scindere gli aumenti reali, che consistono in una

maggiore disponibilità di beni e servizi, da quelli fittizi; i ‘deflatori’ del reddito adempiono a questo scopo. Essi

consentono di esprimere l’ammontare dei consumi, degli investimenti e del PIL senza venire forviati dai mutamenti

dei prezzi. Per ottenere il deflatore è necessario l’indice dei prezzi, un parametro che serve a calcolare il prezzo medio

di un paniere di beni.

L’indice dei prezzi più usato è quello di Laspeyres, per ottenerlo bisogna:

• moltiplicare tutti i beni nel paniere per il loro prezzo poi sommare tutti i prodotti ottenuti (sommatoria di tutte le

∑ ∑ p

q q .

quantità per i prezzi P al tempo 0, oggi) => M M

• Per vedere cos’è successo un anno prima prendo le stesse quantità degli stessi beni dell’anno precedente e le

∑ q p

moltiplico per i prezzi di oggi => M O

• Infine, per trovare l’indice dei prezzi, fingiamo che esso all’anno base sia uguale a 100, calcoliamo il rapporto

∑P ( QMM R2 ST8 QMM

= e lo confrontiamo con il valore dell’anno base: se il valore è superiore a 100 c’è stata

∑P ( R2 UVW)V

inflazione, viceversa significa che c’è stata deflazione.

Il valore del PIL ‘a prezzi concatenati’ (costanti) ci dà valori dello stesso depurati dall’inflazione trasformando per ogni

anno i valori a prezzi correnti in valori a prezzi costanti.

Il reddito pro capite italiano è l’indice più immediato del benessere economico di un paese.

Per costruire il PIL a prezzi costanti si deve dividere il PIL a prezzi correnti e dividerlo per l’indice dei prezzi, tutto in

percentuale (moltiplicato per 100).

I consumi, il risparmio e gli investimenti

Raggruppando la spesa per consumi in categorie più generali possiamo notare come i consumi alimentari

rappresentino la percentuale più rilevante dei consumi in beni non durevoli.

Il dato riguardante i consumi nazionali viene ottenuto detraendo dai consumi interni le spese in Italia degli stranieri e

sommando la spesa all’estero degli italiani.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher skunkworks di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Parravicini Paola.

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