ECONOMIA POLITICA
Capitolo I
L’economia politica
Oggetto della scienza economica è lo studio delle relazioni tra bisogni, potenzialmente infiniti, e risorse scarse.
Ogni scelta che noi effettuiamo, qualunque sia la sua direzione: a favore dei consumi o degli investimenti, del settore
privato o di quello pubblico, hanno come minimo comune denominatore il dover rinunciare a qualcosa in cambio di
qualcos’altro.
Limitative appaiono le definizioni anglosassoni di economia politica degli anni venti, le quali la facevano consistere
nello studio delle cause del benessere materiale. Queste tendono ad escludere dall’ambito proprio dell’economia la
produzione di servizi, cioè, di qualcosa in grado di soddisfare bisogni ma che non abbia caratteristiche percepibili e
delimitabili attraversi i sensi.
Si ribadisce attraverso il pensiero di Robbins, il quale dà una definizione più riduttiva rispetto a quella attuale, che
“ogni atto che richiede tempo e mezzi scarsi per il conseguimento di uno scopo e implica la rinuncia ad usarli per
raggiungere un altro scopo ha un aspetto economico”.
(L’economia politica è una disciplina positiva, rileva quindi una situazione di fatto. Essa si occupa di studiare la realtà
dei sistemi economici mentre la politica economica è una disciplina normativa, ossia suggerisce cosa si deve fare data
una situazione. È la disciplina del dover essere).
Altre definizioni incomplete della scienza economica
Altrettanto limitate sono le definizioni che tendono a fare coincidere i problemi economici con quelli tecnici. Alcuni
autori ritengono che i mutamenti nel modo di combinarsi dei fattori produttivi determinino in modo esclusivo
l’atteggiarsi delle relazioni e delle strutture sociali.
Questa tesi non sembra tener presente che un problema tecnico esiste quando per un solo scopo c’è una pluralità di
mezzi atti a conseguirlo. Un problema tecnico invece e più complesso, infatti accanto ad una pluralità di mezzi
esistono una pluralità di scopi.
L’esistenza di un radicato sistema di preferenze fa sì che la soluzione di un problema economico risulti, se si guarda
solo al lato dell’offerta, carente.
Da rifiutarsi sono anche le tesi secondo le quali l’analisi economica ha senso quasi esclusivamente in economie di
libero scambio.
L’economia e gli scopi
Sembra evidente che non esiste uno scopo di per sé economico. L’economia studia la ripartizione di risorse tra
obbiettivi alternativi.
L’economista studia con attenzione le procedure attraverso le quali le preferenze si tramutano in atti.
L’economista in quanto studioso di fatti non sarà coinvolto dai risultati della sua analisi.
La positività dell’analisi economica
È impostante che lo studioso si sforzi a priori di porsi in una posizione neutrale rispetto ai temi che tratta, onde
ridurre al minimo l’effetto delle sue prevenzioni ideologiche.
Caratteristica dell’analisi economica deve essere la positività. Occorre cioè, per definire leggi economiche, attenersi ai
fatti e trovare nei fatti una conferma alle previsioni che esse contengono. Per ottenere questo è indispensabile servirsi
di proposizioni positive che stabiliscono una relazione tra eventi e la cui congruenza possa essere valutata da chiunque
si accosti al medesimo tema.
Le proposizioni dell’analisi economica devono avere validità obbiettiva ed interpersonale.
Socialità e storicità delle leggi economiche
L’economia è una scienza interessata ad azioni che si realizzano in un contesto sociale definito spazialmente e
temporalmente, e trae da questo contesto stimolo e conferma per le sue leggi.
La specificità territoriale e temporale delle leggi economiche deve renderci cauti nell’estenderle oltre i limiti che sono
loro fisiologicamente propri.
Il procedimento per giungere a definire leggi economiche
L’economista che voglia procedere alla definizione di una legge economica normalmente inizia a prendere in
considerazione un presupposto. Successivamente deve confrontare il modello con la realtà in modo tale che le
previsioni che contiene possano essere accettate o respinte in base al responso dei fatti.
I problemi economici fondamentali
Si distinguono le risorse sociali in grado di produrre beni in tre categorie fondamentali:
− risorse naturali: suddivise ancora in terra, fauna terrestre e marina, minerali.
− risorse umane: sia mentali che fisiche.
− capitale: manufatti prodotti in passato e destinati alla produzione di nuovi beni.
Dal momento che le risorse di una società non sono infinite , la produzione in una certa quantità, di un bene impone la
rinuncia a dosi di un altro.
Il fatto che i fattori produttivi siano inferiori rispetto alle esigenze complessive della collettività impone che le
tecniche adottate (la loro combinazione) siano le migliori possibili. Non vi dovranno essere destinazioni non corrette
ed in genere sprechi.
La teoria dell’utilizzazione delle risorse diventa a pieno diritto parte integrante della teoria del ‘come’ produrre e come
quest’ultima debba interessarsi non solo della scelta puntuale delle tecniche ma anche dell’amministrazione globale
nel tempo delle risorse.
La curva delle massime possibilità produttive
Quanto descritto verbalmente può essere rappresentato anche graficamente attraverso la curva delle massime
possibilità produttive o frontiera della produzione:un obbiettivo a lungo periodo che ogni sistema economico deve
porsi. È irraggiungibile nel momento in cui lo si pianifica e lo si raggiunge attraverso uno sviluppo economico.
Se ipotizziamo che i beni producibili in un certo sistema economico possano aggregarsi in due categorie fondamentali,
beni di consumo immediato e beni di investimento, è possibili tracciare una curva che metta a fuoco le potenzialità
produttive di un sistema economico in condizioni di efficienza. Ci si può trovare sul controno di tale curva quando
quelle che si adottano sono le tecniche migliori, le risorse sono state completamente utilizzate, le dimensioni delle
unità produttive sono ottimali e non si sono create diseconomie.
Il produrre combinazioni di beni collocati sul contorno di una curva delle massime possibilità produttive costituisce un
limite pressoché irraggiungibile.
La frontiera della produzione è una funzione curvilinea negativa concava (ad un aumento del consumo corrisponde
una diminuzione dell’investimento).
Società che consuma poco e investe molto
C = beni di consumo
I = beni di investimento
Quali beni produrre?
La collettività ad un ceto punto deve scegliere una certa combinazione di beni tra le infinite che la frontiera della
produzione propone.
Ottenere un’unità di C richiede alla rinuncia di una certa quantità del bene I; questa rinuncia aumenta di peso man
mano che si accresce il peso relativo del bene C bella produzione.
Variazioni identiche di C comportano la rinuncia a quantità sempre maggiori di I. Questo concetto viene espresso
meglio parlando di costo opportunità marginale (costo che una collettività deve sostenere per produrre una quantità
di beni e rinunciare ad altri. Marginale perché deriva dalla variazione relativa all’ultimo aumento) di C nei confronti di I
crescente al crescere della quantità di C prodotta (I diminuisce ad intervalli crescenti). Questa forma della relazione
dipende probabilmente dalla circostanza che i fattori produttivi hanno un certo grado si specializzazione.
Lo sviluppo economico
La frontiera della produzione indica il limite delle possibilità di un’economia in un certo periodo di tempo. Per uscire
da questo vincolo e raggiungere un punto esterno alla curva, che indica la possibilità di produrre una quantità
maggiore dei due beni, occorre che si realizzi nel tempo un processo di sviluppo economico.
Occorre che a parità di fattori produttivi impiegati vi sia una maggior produzione.
Lo sviluppo economico può essere neutrale per quanto riguarda le possibilità tecniche di produrre beni.
In questo caso assisteremo a spostamenti paralleli della frontiera di produzione; diversamente avviene nel caso di non
neutralità.
Nel primo caso un’economia aumenta in proporzione le sue possibilità di produrre sia beni di consumo, sia beni
d’investimento, nel secondo le maggiori possibilità di incrementi produttivi si trovano nel settore dei beni di consumo.
Per chi produrre?
Per alcuni i meccanismo ‘automatici’ di distribuzione del reddito offerti dal mercato sono i più efficienti, per altri sono
solo lo strumento attraverso il quale una classe sociale sfrutta l’altra fino al crollo definitivo del sistema.
Il linguaggio matematico in economia
Dati due insiemi di elementi x e y, si dice funzione di x in y una legge che associa ad ogni elemento x uno o più
elementi di y:
y = f(x)
questa può essere ulteriormente esplicitata supponendo che y = 2x ovvero che y = 1 + 2x
nel primo caso y risulta una funzione lineare di x e cresce di due unità se x cresce di una unità. Nel secondo caso
supponiamo che anche una costante di valore pari ad uno concorra a determinare il valore di y.
Es: y = ax dove a è un parametro, un numero che aiuta a capire come y dipende da x.
Se si vuole introdurre l’ipotesi che su y influiscono altre variabili:
y = ax + b dove b è l’intercetta che mi dice dove inizia la relazione.
Le due funzioni hanno lo stesso andamento, cambia solo la posizione.
y = - ax + b, in questo caso cambia la relazione che lega le variabili: quando x aumenta y diminuisce.
L’opportunità e la possibilità di una verifica empirica delle leggi economiche
L’economia sente spesso il bisogno di sottoporre ad una verifica empirica le sue leggi. Secondo diversi economisti una
legge non può considerarsi completa se non viene prima messa a contatto con la realtà.
I maggiori problemi nascono allorché si vogliono individuare i metodi attraverso i quali concretamente verificare le
‘previsioni’ contenute nelle leggi economiche.
La statistica e le relazioni economiche
Fortunatamente l’economista dispone di una serie di statistiche relative a comportamenti concreti che hanno inciso,
nel recente passato, sull’allocazione di risorse scarse e di esse può servirsi per verificare le sue teorie.
Ancora può egli steso osservare e classificare in base ad osservazioni ed interviste i nessi che intercorrono tra le due
variabili. In questo caso è importante che il campione sia rappresentativo della realtà che si vuole studiare.
Una volta ottenuti i dati è possibile ‘verificare’ in prima istanza l’ipotesi prima elaborata e collocare le variabili e i
risultati ottenuti su un sistema di assi cartesiani.
La via migliore sembra comunque quella di ricorrere a procedure statistiche come quella della ‘regressione multipla’,
che ci consente di mettere a fuoco simultaneamente l’effetto di più variabili indipendenti su quella dipendente.
Capitolo II
Gli operatori economici
Le decisioni relative all’uso delle risorse scarse vengono prese da una serie di operatori economici. La dottrina divide
questi operatori in tre categorie: le imprese, le famiglie, gli enti di servizio pubblico.
Le famiglie compiono abitualmente azioni di consumo, con l’obbiettivo di rendere massimo il loro benessere
individuale, le imprese con l’obbiettivo di massimizzare il profitto e gli enti compiono azioni sia di consumo che di
produzione con l’obbiettivo di rendere massimo il benessere sociale.
L’esistenza di soggetti che perseguono obbiettivi che richiedono l’appropriazione di risorse scarse rende necessario un
qualche coordinamento dei loro comportamenti, altrimenti antagonistici.
Un sistema economico (le relazioni che si stabiliscono tra gli operatori economici) è destinato, se non interviene un
qualche coordinamento, a disgregarsi.
Mercato e pianificazione
Due sono i principali metodi attraverso i quali si può ottenere un comportamento di aspirazioni ed azioni di per sé
conflittuali: il mercato e la pianificazione.
Il mercato è un metodo ‘naturale’ in cui gli operatori, se lasciati liberi di agire, perseguendo i propri obbiettivi
istituzionali, troverebbero, dopo scontri iniziali, un soddisfacente equilibrio.
Una ‘mano invisibile’ secondo Adam Smith accomoderebbe le tensioni iniziali, mettendo in equilibrio domanda ed
offerta di beni e di fattori produttivi. Il ‘lasciar fare’ assicurerebbe il miglior sfruttamento delle potenzialità produttive
ed il più elevato soddisfacimento dei bisogni quindi il maggior benessere per il sistema economico nel suo complesso.
Sarebbe il prezzo che svolgerebbe, nel breve periodo, una funzione di razionamento tra tutti gli aspiranti ad un bene,
mentre nel lungo, trasmettendo i suoi impulsi anche sul mercato dei fattori produttivi, adeguerebbe strutturalmente
domanda ed offerta.
In condizioni di concorrenza perfetta il prezzo costituirà un efficace tramite in grado di far combaciare nella gran parte
delle situazioni le esigenze dei consumatori e dei produttori.
Nel caos della pianificazione invece, c’è chi si dà carico di individuare in anticipo le preferenze dei consumatori. Nella
sua forma più estrema comporta l’attribuzione di poteri assoluti di coordinamento ai responsabili della politica
economica. Il primato dell’offerta sulla domanda risulta, in questo metodo di coordinamento, evidente: sono i
responsabili dell’offerta che ‘interpretano’ le esigenze dei consumatori e vi provvedono.
Esistono forme di pianificazione meno rigide che lasciano spazi d’azione, in determinati settori ed entro certi limiti
quantitativi, agli operatori privati.
Il mercato: un approccio elementare
La logica e l’esperienza empirica suggeriscono che a parità di altre condizioni un aumento del prezzo causa una
diminuzione della domanda del bene.
Dati il reddito, le preferenze, i prezzi di altri beni, si può infatti pensare che un sensibile aumento del prezzo di un bene
possa spostare le scelte di una famiglia (singolo consumatore: funzione di domanda individuale) verso il consumo di
un bene complementare.
Q = a – bP
Cioè si presuppone che il consumatore rappresentativo aumenti (diminuisca) i propri consumo di quel determinato
bene al diminuire (aumentare) del prezzo di questo, comunque non oltre certi limiti indicati dalla quantità a
(intercetta sull’asse delle ascisse). Con il parametro b si indica la relazione tra i valori del prezzo e quelli della quantità
domandata (coefficiente angolare). Nel caso il valore b aumenti la retta assumerà una minore inclinazione e ciò indica
una maggiore dipendenza dei consumi dal prezzo.
Una relazione importante è quella tra il prezzo degli altri beni e la quantità domandata del bene in esame. Tra i beni
possono esistere differenti tipi di relazioni funzionali. In primo luogo il fatto che si usi uno dei due può non avere
effetti sull’utilità dell’altro: i due beni sono in una relazione di indifferenza.
Possono d’altro canto essere sostituiti: un contributo molto simile al benessere del consumatore può venire sia
dall’utilizzo di un prodotto che di uno ad esso sostituto (cinema; teatro => un aumento del prezzo dei biglietti del
cinema porterà il consumatore ad andare a teatro).
Due beni possono infine essere complementari, essi accrescono la loro utilità se consumati insieme (caffè; zucchero =>
un aumento del prezzo dello zucchero può deprimere la domanda del caffè).
Altre variabili influiscono sulla domanda di un bene:
Q = (P Q G P P
R U )
La quantità domandata di un bene dipende da una serie di variabili ma per comodità noi usiamo la relazione esistente
P
Q e presupponendo, in questo caso, che le variabili siano costanti.
tra
Es:
Q P
= 8 –
A (8;0) B (0;8)
Q 2P Q P
Se scrivo = 8 – invece di = 8 – la funzione resta negativa?
Si, cambia solo la pendenza (coefficiente angolare, mi dice quanto reagisce la quantità al variare del prezzo).
A (8;0) B(0;4)
La persona reagisce di più ad una variazione del prezzo, è più reattivo al prezzo man mano che la pendenza diminuisce.
Metodi grafici per evidenziare l’effetto sulla domanda di un bene di variabili diverse dal suo prezzo
Convenzionalmente gli economisti assegnano un’attenzione particolare alle relazioni tra la domanda di un bene ed il
suo prezzo.
Gli effetti di mutamenti nei prezzi degli altri beni, nel reddito e nelle preferenze assumono l’aspetto di spostamenti
della curva di domanda.
Variazioni in aumento del reddito, dell’apprezzamento del bene, dei prezzi dei beni sostituti e diminuzioni dei prezzi
dei beni complementari portano ad allontanamenti della curva di domanda dall’origine. Indicano che a parità di prezzo
la domanda del bene si accresce.
Variazioni di diminuzione del reddito, dell’apprezzamento del bene, dei prezzi dei beni sostituti e aumento dei prezzi
dei beni complementari portano a spostamenti verso l’interno della curva di domanda. Indicano che a parità di prezzo
la domanda del bene diminuisce.
Variazioni sulla funzione di domanda sono dati da variazioni della variabile indipendente.
Dalla curva di domanda singola a quella collettiva
Quanto detto vale per i comportamenti di consumo di una singola famiglia; per ottenere una curva di domanda di un
certo bene più allargata (domanda mo mercato di un bene o domanda aggregata di un bene)
bisogna fingere che tutti consumino allo stesso modo, si deve quindi forzare la legge di mercato.
Si deve moltiplicare la funzione di domanda di un bene per tutti gli individui che fanno parte di quel mercato.
Es:
Q P Q Q
= 8 – => = 8 (1000) – P (1000); = 8000 – 1000P
Q = 8000 se P = 0
Q = 0 se P = 8
− L’intensità non
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