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cioè misurare il numero di ore di lavoro necessarie a guadagnare un salario corrispondente al prezzo della merce (esempio:

salario=10€ l’ora, motocicletta=3000€: valore della motocicletta è 300 ore di lavoro). La seconda teoria è il lavoro

contenuto in ciascuna merce cioè il numero di ore di lavoro (sia diretto che indiretto) necessarie a produrre una merce

(esempio: se per produrre una motocicletta sono necessarie 200 ore di lavoro queste verranno in parte da lavoro diretto,

quello compiuto dagli operai che producono il bene, in parte da lavoro indiretto, quello compiuto dagli operai che

producono i mezzi di produzione utilizzati). Il lavoro comandato non è una spiegazione del valore di scambio (un diamante

vale più di un libro d’acqua perché costa di più; si parla di valore d’uso se ci si riferisce a quanto un bene è necessario alla

nostra sopravvivenza) ma solo un modo di misurare tale valore e secondo Ricardo il valore di scambio è dato dalla quantità

di lavoro direttamente e indirettamente necessaria per produrre la merce stessa.

Prezzo di mercato e prezzo naturale nell’economia politica classica

Smith affronta l’analisi del valore di scambio ponendo la distinzione tra prezzo di mercato e prezzo naturale. Il prezzo di

mercato è quello che possiamo osservare nell’atto dello scambio concreto che di volta in volta ha luogo sul mercato e

questi prezzi possono variare notevolmente in base al tempo o al territorio. Il prezzo naturale invece è il prezzo teorico che

esprime il risultato della concorrenza tra produttori e consumatori. Spesso questi due prezzi possono risultare molto diversi

e a causa di una serie di circostanze accidentali che modificano in modo imprevisto l’offerta e la domanda del bene. Il

prezzo di mercato sale al di sopra del prezzo naturale se si verifica un calo imprevisto dell’offerta o un aumento imprevisto

della domanda, nei casi contrari il prezzo di mercato diventa inferiore al prezzo naturale, quindi il prezzo di mercato può

oscillare attorno al prezzo naturale ma rimane comunque il punto di riferimento per il comportamento degli operatori di

mercato. In condizioni naturali il prezzo di mercato non può essere ne troppo basso ne troppo alto, dunque i prezzi naturali

vanno spiegati facendo riferimento ai costi di produzione, ma la teoria secondo cui i prezzi dipendono semplicemente dai

costi di produzione è basata su un circolo vizioso: per produrre un bene occorrono mezzi di produzione, per calcolare il

costo di produzione occorre conoscere i prezzi dei suoi mezzi di produzione, ma può succedere che tra questi sia incluso

anche il bene di cui vogliamo determinare il prezzo dunque questo non può essere determinato se non lo conosciamo già. Da

qui il circolo vizioso che cerca di spiegare i prezzi con il semplice riferimento ai costi di produzione. Gli economisti devono

risalire oltre al costo di produzione anche al principio primo che permette di spiegare i prezzi senza dover essere a sua volta

spiegato.

La teoria della distribuzione di Ricardo

Nella teoria della distribuzione dei redditi Ricardo ricerca le leggi che regolano rendita, salario e profitto. Considera la

rendita come determinata dalla differenza dei costi di produzione di terre a fertilità diversa, il salario naturale (diverso da

quello corrente determinato dalla domanda e dall'offerta ma che il mercato autoregolatore porta a quello naturale) come

determinato da quanto è necessario al mantenimento e alla riproduzione della manodopera esistente senza aumenti o

diminuzioni (cioè il salario minimo di sussistenza risalendo alla teoria elaborata da Mathus) infine il profitto visto come

elemento residuale che remunera il capitalista una volta pagati salari e rendite.

*Teoria di Malths: secondo Malthus la popolazione cresce in progressione geometrica mentre i mezzi di sussistenza in

progressione aritmetica (+ lentamente), dunque la crescita della popolazione è bloccata dall’insufficienza dei mezzi di

sussistenza. Tale tesi ha permesso di controbattere la tesi diffusasi durante la rivoluzione francese secondo cui un

cambiamento della società migliorerebbe il tenore di vita della popolazione. Malthus afferma che qualsiasi miglioramento

del tenore di vita non può essere che temporaneo, da qui l’economia come scienza lugubre: inevitabile destino di miseria per

l’umanità.

I limiti della teoria lavoro-contenuto

La teoria del valore lavoro contenuto afferma che il valore di ogni merce è dato dalla quantità di lavoro direttamente o

indirettamente necessaria alla sua produzione. Ricardo però riconosce che in genere i rapporti di scambio tra due merci non

corrispondono al rapporto delle quantità di lavoro contenute in esse (esempio: se una motocicletta contiene 150 ore di

lavoro e un orologio ne contiene 10 non è detto che il prezzo di 15 orologi sia uguale al prezzo di una motocicletta).

Tuttavia Ricardo ritiene che la sua analisi del saggio del profitto richieda modifiche solo secondarie. Ma in generale i

profitti non sono proporzionali alle quantità di lavoro contenute nei vari beni e quindi quest’ipotesi è incompatibile con

quella di uniformità del saggio del profitto.

La determinazione dei prezzi di produzione nello schema di Sraffa

Per calcolare i prezzi Sraffa ricorre a un sistema di equazioni tante quante sono i processi produttivi che vogliamo analizzare

(2 nel caso + elementare). Ciascuna equazione esprime l’eguaglianza tra il valore dei mezzi di produzione + i profitti da un

lato e i ricavi dall’altro (costi+profitti=ricavi). Mentre le equazioni sono 2 le incognite sono 3 (prezzo bene 1, prezzo bene 2,

r saggio del profitto, che è uguale nei 2 settori). È possibile però ridurre il numero delle incognite ponendo come unità di

misura uno dei beni. In generale se i beni sono n avremo un sistema di n equazioni. In generale possiamo scrivere

un’equazione per ogni settore; il numero delle equazioni è pari al numero dei settori più due: tanti i prezzi quanti sono i beni

prodotti (cioè i settori), più le 2 variabili distributive, salario e saggio del profitto. Scegliamo uno dei 2 beni come unità di

misura e poniamo il prezzo uguale a 1; in questo modo consideriamo i prezzi relativi. Inoltre consideriamo come data una

delle 2 variabili distributive così le incognite diminuiscono a 2 e risultano pari al numero delle equazioni: risolvendo il

sistema di equazioni è possibile determinare i prezzi relativi e la variabile distributiva residuale.

Confronto tra concezione classica e marginalista dell’occupazione

Concezione classica: l’andamento dell’occupazione dipende dall’andamento del processo di accumulazione. Secondo

Ricardo i profitti vengono reinvestiti nell’acquisto di impianti/macchinari e ne deriva un aumento della capacità produttiva e

l’accumulazione continua fino a quando non trova difficoltà a collocare i prodotti sul mercato (risparmi = investimenti).

Importante è la legge degli sbocchi di Say che afferma che “l’offerta crea la propria domanda”. Smith afferma che

l’aumento della produttività non provoca un aumento del tenore di vita. Ricardo afferma l’impossibilità di crisi generali da

sovrapproduzione ma si possono verificare crisi da sproporzione (in alcuni mercati l’offerta è maggiore rispetto agli altri).

Nella concezione marginalista il mercato del lavoro (e dei beni) se lasciato libero di funzionare garantisce un prezzo del

lavoro tale da assicurare uguaglianza tra offerta e domanda (la disoccupazione è data solo dal tasso naturale di

disoccupazione ovvero imperfezioni del mercato). Per i marginalisti la disoccupazione provoca una diminuzione dei salari

reali che a sua volta provoca un aumento dell’occupazione. Questo secondo Keynes non è vero.

Andamento dei costi e concezione classica della concorrenza

Nella concezione classica i costi fissi rimangono costanti (impianti, macchinari) mentre i costi variabili aumentano con il

variare della produzione. Inoltre ogni unità di prodotto richiede la stessa quantità di materie prime e lavoro, quindi il costo

variabile unitario(v) è uguale al costo marginale(m) e si rappresenta come una retta parallela a quella del prezzo anch’essa

costante. Il costo medio © che è la somme di costo fisso e variabile diminuisce con l’aumentare della produzione perché il

costo variabile diminuisce. Se il prezzo è sup. al costo marginale ma inf. al costo medio nel lungo periodo l’impresa esce dal

mercato, se invece il prezzo è sup. al costo medio l’impresa resta sul mercato perché realizza un profitto. Se le imprese

presenti nel settore realizzano un profitto troppo scarso investiranno in altri settori il loro capitale e viceversa. L’ingresso in

un settore è determinato dalle barriere all’ingresso e si verifica la concorrenza perfetta per i classici se queste non sono

presenti.

La legge di Say nell’interpretazione degli economisti classici

L’andamento della produzione e dell’occupazione secondo i classici dipendono dal processo di accumulazione.(i profitti

vengono investiti e quindi si determina la produttività). La legge di Say (o legge degli sbocchi) affermando che “l’offerta

crea la propria domanda” sostiene che l’aumento della produttività non provoca un aumento della disoccupazione ma del

tenore di vita. Infatti secondo Smith l’aumento della produttività nel tempo è stata accompagnata da un aumento dei

consumi e non da una diminuzione dei lavoratori. Invece Ricardo sostiene che non è possibile una crisi generale da

sovrapproduzione ma solo una crisi di sproporzione perché la carenza di domanda in un settore viene compensata

dall’aumento in un altro.

Le critiche di Sraffa alla teoria marginalista

Secondo i marginalisti le curve dei costi hanno un andamento ad U per due motivi: quando l’impresa produce piccole

quantità prevalgono rendimenti crescenti di scala (i costi unitari diminuiscono con l’aumentare della produzione), poi, ad un

certo livello di produzione prevalgono i rendimenti decrescenti (diseconomie di scala dovute a problemi organizzativi).

Sraffa critica questa spiegazione dei costi e mette in luce che le due leggi sui rendimenti riguardano problemi diversi. La

prima formulata da Smith per spiegare il processo tecnologico derivante dalla divisione del lavoro e il suo legame con

l’espansione dei mercati, la seconda formulata dai classici nell’ambito della teoria della distribuzione del reddito per

spiegare la rendita della terra, quindi non riguarda la singola impresa ma il complesso delle imprese.

La critica di Sraffa alla teoria del capitale

Sraffa critica la concezione marginalista del capitale come fattore produttivo scarso e la corrispondente concezione del

saggio di interesse come prezzo da pagare per l’utilizzo di questo fattore. Sraffa sottolinea che il termine capitale indica in

realtà non un bene specifico ma un insieme di beni diversi utilizzati come mezzi di produzione ma che sono a loro volta

prodotti. Quindi il valore del capitale può variare sia perché cambiano le quantità dei vari beni utilizzate o perché varia il

loro prezzo. Inoltre critica l’esistenza di una relazione decrescente tra valore del capitale e saggio del profitto, pochè

l’aumento del primo non implica la diminuzione del secondo.

Le curve di indifferenza

Strumenti principali di analisi di Pareto sono le curve di indifferenza: nel piano cartesiano ne esistono infinite e indicano


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fralex91

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in statistica gestionale
SSD:
Docente: Naldi Nerio
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fralex91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Naldi Nerio.

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