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Se questo meccanismo funziona è chiaro che l’obiettivo B è ottimale, perché in realtà l’autorità voleva B ed ha costruito

tutto il percorso passante da A per ottenere B. L’osservazione di K. e P. è: non è detto che la fiducia della collettività nei

confronti della strategia A sia scontata, è invece più probabile che la collettività sia in grado di comprendere la

possibilità che l’autorità di politica economica cambi obiettivo. Allora le cose sono in questi termini: l’autorità dichiara

l’obiettivo A (stabilità dei prezzi: lotta all’inflazione), ma la collettività ritiene che il vero obiettivo siano.

Le strategie volte ad assorbire la disoccupazione, per loro natura, sono inflazionistiche. Questo implica che quando

l’autorità deciderà di realizzare la strategia B, centrerà il suo obiettivo solo in parte, perché il sistema si attendeva già

l’inflazione e non è sorpreso.

Da qui discende un equilibrio sub-ottimale, come conseguenza del comportamento incoerente nel tempo delle autorità

di politica economica. Questo schema è un gioco di Nash (equilibrio di Nash), cioè l’equilibrio delle strategie

dominanti: è un risultato subottimale (ricorda il dilemma del prigioniero). È un gioco non cooperativo. Se si mettessero

d’accordo raggiungerebbero l’equilibrio ottimale. Se ciascuno pensa per sé si raggiunge un equilibrio, ma in realtà non è

l’equilibrio migliore (Nash nega infatti che l’equilibrio ottimale possa raggiungersi senza accordi, come invece

affermavano i classici, tra cui Smith e la sua teoria della mano invisibile).

Se la collettività non crede all’annuncio, cerca di difendersi dall’attesa inflazionistica e, contemporaneamente, l’autorità

cerca di perseguire un aumento dell’occupazione, quindi l’inflazione è inevitabile.

Quindi:

1) se la collettività crede in A al tempo 1, al tempo 1 si riesce a tenere ferma l’inflazione, e poi nel breve periodo

riesce a sorprendere il pubblico combattendo efficacemente anche la disoccupazione.

2) se la collettività NON crede in A al tempo 1, perché si pensa che in realtà l’autorità ricerchi B, A non sarà

raggiunto e B sarà raggiunto in parte soltanto.

Nash nega sostanzialmente che l’egoismo faccia pervenire ad una situazione di ottimo. Il risultato ottimale per ogni

singolo non è il risultato ottimale per tutta la collettività, composta da ogni singolo. Da qui discende la convenienza a

cooperare.

Giovedì 14 Ottobre 2004

Concretamente, come si realizza la politica monetaria? Quali sono gli strumenti attraverso i quali si realizzano gli

aumenti e le restrizioni di moneta?

Analizziamo l’acquisto di titoli sul mercato aperto. Se l’istituto si presenta come un qualsiasi soggetto e rastrella titoli,

nel mercato dei titoli, che era in condizione di equilibrio, si introduce un eccesso di domanda: il corso dei titoli sale,

quindi il tasso di interesse scende.

Ipotizziamo che tutti i titoli (= obbligazioni = titoli di credito) offrano le stesse caratteristiche: siano perfettamente

sostituibili ed affidabili. (Se fossero azioni si parlerebbe di dividendi e quote di capitali). Esistono numerosi tipi di

obbligazioni, ciascuna emessa da diversi emittenti. Se il mercato ha caratteristiche concorrenziali dobbiamo fare ipotesi

molto rigide: il comportamento che un soggetto ha nei confronti dell’obbligazione è indipendente dall’emittente, dalle

sue caratteristiche e dalla durata. Ipotizziamo inoltre che le obbligazioni “andranno a salire”.

Si possono distinguere le une dalle altre solo per la remunerazione che offrono.

L’oggetto della compravendita è il prestito di una somma di denaro pari al valore nominale. Il corrispettivo è l’interesse.

Dato che ipotizziamo altresì che le obbligazioni non siano datate, siamo in un mercato che ha per oggetto operazioni di

prestito nei confronti di aziende e queste operazioni trovano un corrispettivo nell’interesse; trattandosi di beni omogenei

avremo come conseguenza che il prezzo di equilibrio, nel tempo, è uno solo. Se nel mercato delle obbligazioni ci

fossero obbligazioni emesse da ciascuno di noi, tali obbligazioni sarebbero indifferenti rispetto alla data di scadenza e di

emissione in quanto non determinate. Ciò comporta che ciascuno di noi offre l’obbligazione all’unico prezzo possibile

che è quello di equilibrio. Se fosse maggiore di quello di equilibrio non verrebbe comprata, se fosse minore

diventerebbe quello di equilibrio. Si può comprare solo al P di equilibrio.

i O

i=6% D titoli

Se l’obbligazione viene acquistata ad un P corrispondente al 6% e siamo in equilibrio, le obbligazioni che garantivano

una remunerazione maggiore del tasso di interesse (es.:8%) hanno subito una variazione e quindi sono qualcosa di

ambito in quanto più remunerativo. La D di questi titoli ne fa aumentare il prezzo per cui il tasso di interesse

diminuisce. Quest’effetto si chiama arbitraggio. Un equilibrio di arbitraggio è quello in cui tutte le obbligazioni devono

garantire la stessa remunerazione. Il valore nominale = 100. 5 euro di interesse, quindi i = 5%, se le altre obbligazioni

offrissero di più o di meno attraverso le operazioni di arbitraggio portano le obbligazioni a tornare vicino al tasso di

equilibrio. In una condizione di equilibrio immaginiamo che questa sia la scelta dell’istituto che interviene mostrando la

sua disponibilità ad acquistare titoli per cui la D si sposta verso l’alto e questo e determina un aumento del P del titolo e

una diminuzione del tasso di interesse, perché se prima era del 5% su 100 adesso è ad esempio 5% su 120 perché il

prezzo aumenta. Dato che l’istituto paga, immette moneta, quindi aumenta l’offerta di moneta, ma il tasso di interesse

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diminuisce e, in un’ipotesi di perfetta concorrenza, questa diminuzione del tasso di interesse del mercato dei titoli porta

alla diminuzione per tutti i mercati finanziari.

P O

D titoli

L’offerta di moneta può derivare anche da nuova moneta: si propone una griglia di interesse più bassa e diventa più

conveniente concedere un prestito. È possibile modificare il coefficiente di riserva dei depositi. Su ogni deposito

l’istituto di emissione impone che una parte venga tenuta a riserva e non possa far parte di denaro che viene concesso a

prestito. Si innesca il moltiplicatore dei depositi, per cui a fronte di un deposito iniziale qualsiasi, si ha una diminuzione

del coefficiente di riserva libera (quindi si liberano risorse prima incatenate) e un aumento delle somme che l’istituto

bancario può concedere a prestito (il costo del denaro diminuisce). Il presupposto è che il sistema sia sempre in crescita

per cui un aumento della disponibilità dei prestiti abbia come riscontro un aumento della domanda di prestiti. Questa è

una teoria, ma in pratica questo processo non raggiunge l’effetto sperato dimensionalmente, perché esiste un fenomeno

che interagisce con l’autonomia decisionale dell’istituto che rende questo intervento non simmetrico. Vale per tutte le

operazioni di offerta di moneta che passano per il sistema monetario. Diminuzione dell’offerta di moneta, aumenta il

coefficiente di riserva obbligatoria, stretta creditizia che porta ad una diminuzione della domanda creditizia. Se viene

ridotta la Q moneta che viene presa a prestito la collettività ne chiede meno. Non è detto che gli operatori economici

accedano a nuovi prestiti, ma anche se vi accedessero non è detto che le banche li concederebbero, perché il fenomeno è

asimmetrico: il prestito è un’operazione di finanziamento che non può essere svolta in totale automatismo, perché c’è

prima un’istruttoria, visto che l’impresa può anche non essere ritenuta sufficientemente affidabile.

In poche parole, le banche sono restie a concedere prestiti a chiunque.

Razionamento del credito.

Ogni istituto bancario ha una dimensione ottimale del totale dei suoi prestiti che è determinata dalle caratteristiche

dell’istituto bancario ed a considerazioni di tipo prudenziale. Ipotesi: espansione della D di prestiti. Oltre un punto si

perde l’efficienza e visto che l’espansione non può essere sopportata da un’apertura di un nuovo sportello c’è un limite

fisico e non si riesce a gestire i nuovi clienti: si possono avere dubbi sull’affidabilità del soggetto che presenta la D.

Gli investimenti più appetibili sono quelli che vengono fatti per primi. La D di I, espandendosi, si allarga attraverso

l’ingresso di nuovi potenziali investitori, quindi l’istituto, in ogni momento, si trova a finanziare un certo numero di

investitori che svolgono attività + remunerative rispetto a coloro che chiederebbero ora un nuovo credito. Il credito

viene razionato per un limite di tipo fisiologico (non si può andare oltre un certo n° di clienti) e perché l’istituto

bancario sa che concedendo nuovo credito dovrà accontentarsi di caratteristiche di solvibilità minori in media rispetto a

coloro che hanno già ottenuto un prestito. Esistono un numero di imprese che non riescono ad accedere al credito: chi è

già stato oggetto di istruttoria della banca e si è risolta favorevolmente ha più probabilità di ricevere un nuovo prestito

rispetto ad uno sconosciuto. Questo soggetto ha acquisito una patente di solvibilità, perché la banca in precedenza lo ha

già ritenuto che fosse affidabile. Il razionamento del credito limita un’espansione monetaria. Altro modo per aumentare

l’offerta di moneta è l’aumento della spesa pubblica. Cosa può fare lo Stato per aumentarla? Aumentare le imposte.

È una politica che non sempre paga perché se ce ne sono già tante questo aumento viene mal percepito; oppure il

Governo si può rivolgere a terzi chiedendo un prestito (es.: sistema economico). L’istituto di politica economica

(Governo) emette titoli pubblici (BOT) e quindi rastrella denaro, oppure utilizza l’opzione di rivolgersi agli istituti di

emissione come istituti di ultima istanza. L’istituto di emissione può aprire un conto corrente della pubblica

amministrazione presso di sé e quindi accedere al prestito senza passare dal mercato. Questo potrebbe essere percepito

dal sistema come se fosse un’imposta. Se la visione dei soggetti del sistema economico va oltre il breve periodo, la

collettività ha l’informazione che lo Stato si indebita presso la BC. Il debito a titolo di capitale aumenta il debito in

conto interesse, che deve essere coperto da nuovo debito e così via, alla fine arriverà ad un tetto dove dovrà fermarsi,

quindi arriverà ad un deficit che non può più essere coperto e si dovrà aumentare le imposte: questo ricadrà sulla

generazione successiva.

Mercoledì 20 Ottobre ’04

Approfondimento su: “Il razionamento del credito”.

Esso è un fenomeno che distorce il processo di moltiplicazione dei depositi, e quindi il processo di creazione della base

monetaria. In secondo luogo è un esempio del ruolo dell’informazione nella dinamica dei fenomeni economici, perché il

razionamento del credito è un fenomeno che discende da un problema di asimmetria informativa.

Cosa è? È quel processo per il quale il sistema bancario concede crediti in misura inferiore a quella che ci si dovrebbe

attendere calcolando semplicemente il valore del moltiplicatore dei depositi e dei crediti.

Una parte dei soldi dati alle banche deve essere depositata a riserva. Il processo del moltiplicatore prende in

considerazione gli effetti di una variazione di offerta di moneta bancaria attraverso il processo di creazione di prestiti a

fronte di ogni aumento dei depositi e di nuovi depositi associati ai prestiti creati.

Il meccanismo funziona così: tasso ufficiale di sconto, coefficiente di riserva obbligatorio. 10

Il nostro punto di partenza è che aumentino i depositi in c/c, su cui è obbligatoria una riserva, che nasce come garanzia

di solvibilità della banca. In altre parole: con il contratto di deposito la banca svolge un servizio di custodia del denaro,

contemporaneamente il soggetto depositante usufruisce di questo servizio e degli interessi.

Il presupposto è la custodia, e si suppone anche che non ci sia una ragione per cui venga immediatamente ritirato senza

preavviso. A seconda dei modi di pagamento, ogni banca ha un certo tasso di denaro da tenere in deposito, anche se la

possibilità che tutti vengano richiesti indietro (corsa agli sportelli: caso di fallimento del sistema bancario) è molto rara

oggigiorno. Allora diciamo che l’adozione di trattenere una riserva rappresenta in qualche modo la garanzia di fronte al

rischio di una corsa agli sportelli, fermo restando che, se davvero si realizzasse, comunque la richiesta sarebbe

insostenibile.

L’istituto di emissione (BC) pone un certo coefficiente di riserva obbligatoria. Normalmente le banche aggiungono una

percentuale (a scelta) in più, per sicurezza. Gli istituti con il restante denaro concedono prestiti.

Di tutti i depositi rimane una parte per erogare il prestito. Supponiamo che esista (fatta salva gravissima stagnazione)

una domanda di prestiti, per ragioni di investimento o consumo. Conseguentemente dovremo attenderci che tutta la

quantità disponibile di denaro, dopo che è stata accantonata la riserva obbligatoria + la libera, venga distribuita sotto

forma di erogazione di nuovi prestiti. Tale erogazione comporta direttamente la creazione di disponibilità pari

all’ammontare di un prestito stesso su un c/c: il cliente richiede un prestito e riceve un accredito pari all’ammontare del

prestito stesso.

Questo comporta un aumento dei depositi di pari ammontare. Normalmente vengono utilizzati al fine dei pagamenti,

cioè un passaggio da un conto corrente ad un altro, quindi resta l’aumento dei depositi. Su questo nuovo aumento dei

depositi si applicano le stesse percentuali di riserva, ottenendo così una nuova quantità di moneta per concedere nuovi

prestiti…e così riinizia il ciclo dei prestiti e così via.

Il processo si può argomentare sul filo formale attraverso una serie geometrica: somma di infiniti addendi ciascuno dei

quali è pari al precedente moltiplicato per una costante (1 – coefficiente di riserva). Sostanzialmente il moltiplicatore

dei depositi genera un aumento complessivo di depositi e prestiti pari al primo aumento più il medesimo moltiplicato

per 1 – coefficiente e così via.

Nella realtà questo non succede, perché la creazione di depositi che complessivamente discende da un aumento di

offerta di moneta è inferiore a quella che suggerisce il moltiplicatore, perché esiste il fenomeno del razionamento del

credito! Questo è il fenomeno per il quale il moltiplicatore dei depositi non riesce a manifestare completamente i suoi

effetti. Nel moltiplicatore dei depositi ci sono due momenti:

1) creazione del deposito: è un processo automatico

2) poiché la creazione del nuovo prestito non è automatica, si nega il concetto stesso di “moltiplicatore” : detto

terra terra, le banche non sono disposte a “riprestare tutto e subito”, perché non si fidano di tutti.

Il moltiplicatore keynesiano del reddito, ad esempio, vede variazioni di incrementi successivi sempre più piccoli che

alla fine sono tendenti a zero, perché il sistema ritorna in equilibrio, dopo che è stata introdotta la variazione esogena.

Data la variazione esogena introdotta nel sistema in equilibrio, il moltiplicatore esprime quale sarà la variazione

complessiva prima di tornare in equilibrio.

Facciamo un esempio per quantificare una variazione di offerta di moneta che inizi da un aumento dei depositi (se c’è

l’aumento di moneta c’è sicuramente l’aumento dei depositi).

Se l’obiettivo di crescita della moneta è del 3%, non significa che bisogna subito stampare il 3% in più di moneta,

perché, per l’effetto del moltiplicatore dei depositi, si genera maggiore moneta di per sé.

Questo comporta un problema che può essere visto da due visuali differenti:

1) da parte degli istituti di emissione: è un indebolilmento dell’efficacia delle sue politiche/impossibilità di

condurre in porto alcune decisioni;

2) da parte delle imprese: è percepito come una immotivata limitazione alla propria capacità imprenditoriale di

produrre reddito e ricchezza ad opera di un sistema bancario giudicato miope o incapace.

È piuttosto ricorrente, per esempio, in questo momento, la comparsa di articoli sulla stampa in cui si dice che le banche

chiedono troppo: è la strozzatura ad opera del sistema bancario. Un fondo di verità c’è: il fatto che non sia colpa di

nessuno dipende dal fatto che nel mercato del credito è sostanzialmente impossibile immaginare una simmetria

informativa (la banca non si fida a prestare soldi a tutti).

Se una banca concede un prestito al signor Rossi, egli sarà sicuramente più informato della banca stessa sull’uso futuro

di quella somma. L’asimmetria informativa è quindi connaturata nei prestiti.

L’evento certo è soltanto il passaggio di denaro ed una promessa sottoscritta di restituire a scadenza la somma prestata

più una certa remunerazione. L’evento conclusivo, tuttavia, è per se stesso incerto, perché non si può avere la certezza

che alla fine il prestito sarà rimborsato (sia che il prestito sia stato chiesto per ragioni di consumo sia di investimento).

È però chiaro che chi concede una somma in prestito ha meno informazioni in merito alle intenzioni del debitore, che

potrebbe persino non avere nessuna intenzione di restituire la somma. Il sistema bancario deve quindi cercare di

tutelarsi contro il rischio di insolvenza, mettendo insieme oggi delle informazioni il più possibile esaurienti sul

potenziale debitore (tenendo conto anche della privacy e che negli ultimi tempi gli strumenti messi in atto per tutelarsi

dai rischi di insolvenza sono così articolati da rendere di fatto più complessa l’erogazione di un prestito).

Apriamo una parentesi su “La centrale dei rischi”: è un organismo relativamente nuovo che offre un servizio di documentazione/anagrafe di tutti i

debitori (ovviamente reso possibile dalla tecnologia informatica): è una banca dati di tutti i prestiti (tipo di prestito, modalità di pagamenti, nonché

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È chiaro che il fatto che un soggetto abbia una storia di prestiti

l’esito etc.). Questa banca dati riesce a costruire i profili dei debitori.

precedenti è in qualche modo rilevante, nel momento in cui chiede un nuovo prestito. È stato stimato che tale storia non

è collettivamente virtuosa: se non esistesse, le banche sarebbe più incentivate a concedere denaro a prestito. Se in

passato l’inadempienza non era stata grave, si potrebbe, ad esempio, richiedere soltanto la presenza di una fideiussione.

Dato che l’esperienza insegna che non tutti i prestiti vengono restituiti è chiaro che sia necessaria una certa prudenza,

che può condurre a negare un prestito oppure a concederlo ad un tasso di interesse relativamente elevato.

Come in tutti i casi di informazione asimmetrica, intervengono anche qui problematiche relative al moral azard, da cui

discendono fenomeni di selezione avversa.

Le persone che sono disposte ad assumere l’onere di un certo tasso di interesse, si attendono un rendimento superiore a

tale tasso. Ancora, chiunque sarebbe disposto a prendere a prestito una somma ad un tasso di interesse basso.

Da una parte dovremmo attenderci che chi accetta un prestito a condizioni onerose sia cosciente di quello che fa.

Avendo un onere più elevato dovrebbe assumere il debito con maggiore attenzione, e questo dovrebbe implicare una

maggiore serietà, ma di fatto il presupposto è che l’investimento deve essere altamente remunerativo (maggiore del

tasso di interesse richiestogli). Ma gli investimenti altamente remunerativi hanno un alto tasso di rischio: il desiderio

degli istituti bancari di tutelarsi contro l’insolvenza, di fatto si ritorce contro gli istituti bancari stessi, perché genera un

fenomeno di selezione avversa: alzare i tassi conduce a selezionare debitori peggiori (cioè quelli più a rischio).

In un certo senso il rischio imprenditoriale viene anche scaricato sulla banca.

La banca proietta la percezione di rischio di insolvenza su tutti gli individui nello stesso modo, ed è una valutazione

pessimistica che tiene bassa la quantità di prestiti erogati.

Capiamo meglio: se io singolo cittadino chiedo un prestito, ottengo un peggiore tasso di interesse rispetto ad un’impresa

che fattura miliardi di euro, ma il rischio di insolvenza è calcolato in percentuale per entrambi, ovvero: se un’impresa

chiede 1 miliardo a prestito, ha il tot% di possibilità di non restituirlo, così come il morto di fame che chiede 1.000 avrà

il tot% di possibilità di non restituirlo.

Il fatto di aver già chiesto un prestito ed averlo onorato, attesta una qualità positiva. Questo sembra assurdo, perché in

realtà è un individuo costantemente in debito, ma riesce comunque ad essere in grado di onorare il debito con efficienza.

Questo implica che chi non riesce ad ottenere il credito una volta, avrà anche difficoltà ad ottenere prestiti in seguito:

questo ragionamento “taglia le gambe alle nuove iniziative” e premia aziende che hanno già esperienza nel campo.

Esiste per questo un fortissimo interesse ad accedere ad una prima tranche di prestito per mostrare le propria risposta

positiva.

Riducendo l’efficacia di una variazione positiva di offerta di moneta, si riduce l’impatto dell’aumento dell’offerta di

moneta sul tasso di interesse e sulla domanda di investimento.

Il razionamento del credito è complicato ulteriormente dal costo del prestito, visto che ogni operazione di prestito

richiede un’istruttoria, quindi risorse umane ed in beni strumentali: per erogare una quota di prestito è necessario avere

una sede in cui vi siano soggetti dipendenti che accontentino la domanda.

Apriamo una parentesi su “il credito al consumo”. Se uno stipendiato volesse acquistare un televisore, potrebbe trovare la possibilità di pagare a rate

etc. Via via negli ultimi anni è stato superato il sistema della cambiale, e si è sviluppato un servizio aggiuntivo, che tramite un contratto consente al

venditore di perfezionare la pratica di prestito direttamente nel negozio. Il “tasso zero” significa che il venditore si accolla il costo del prestito.

Esiste una dimensione di pacchetto clientela fino alla quale la banca può arrivare con tot n° di sportelli, attrezzature, etc.

Allo scopo di espandere l’attività di prestito è necessario espandere i costi per i servizi offerti (locali, formazione, etc.).

Via via che si considerano le espansioni del credito, si vanno ad incontrare soggetti la cui redditività è sempre più a

rischio: il costo marginale dell’espansione (es.: apertura di un nuovo sportello) deve essere ponderato non solo per i

costi aggiuntivi, ma anche sul rischio superiore. Esiste, quindi, un limite quasi fisico, per cui una banca, offrendo nuovi

servizi, non può andare oltre, perché il rischio sarebbe troppo alto.

Questa distorsione è importante e riguarda il processo di moltiplicazione dei depositi. Per questi studi J. Stiglitz ha

preso il Nobel nel 2001.

21 Ottobre 2004

Riassunto, per la verifica, degli argomenti esaminati sinora: questioni monetarie dal lato dell’offerta, utilità in senso lato della moneta, i suoi benefici

nelle aree Paese, effetti su occupazione ed inflazione, reazione della collettività nei confronti di certe politiche monetarie, problema dell’incoerenza

temporale, razionamento del credito etc.

L’offerta di moneta, nei principali modelli è una variabile esogena, oppure a volte dipende da alcune variabili, quali il

tasso d’interesse. Per quanto riguarda la domanda di moneta, cioè come la collettività detiene moneta nel sistema

economico, esistono approcci che sono tipicamente neoclassici oppure tipicamente keynesiani.

Esistono, inoltre, diversi sviluppi che uniscono le due teorie.

La funzione di domanda di moneta che utilizziamo per il modello IS-LM e AD-AS, è una funzione definita da Keynes.

Lo stesso modello, forzatamente, può essere utilizzato per descrivere la domanda di moneta “neoclassica”: assumere

che la funzione sia verticale o orizzontale significa forzare il modello keynesiano.

Partiamo dalla funzione di domanda della IS-LM tenendo conto che dall’equilibrio che si determina sul mercato della

moneta discende la costruzione della curva LM, che è il luogo geometrico dei punti che rappresentano combinazioni sul

mercato monetario che individuano valori sulle ascisse e sulle ordinate che consentono l’uguaglianza tra domanda ed

offerta di moneta. Da ciò si deduce che la funzione di domanda keynesiana dipende dal reddito e dal tasso di interesse.

La domanda di moneta viene definita nel modello keynesiano come “funzione di preferenze della collettività”. 12

La domanda di moneta deve necessariamente essere uguale all’offerta di moneta, perché non è possibile che nel sistema

economico esista una certa quantità di moneta non detenuta da alcun soggetto.

La moneta detenuta dai soggetti corrisponde alla quantità di moneta che i soggetti desiderano detenere, e questo è

assolutamente vero, quantomeno in equilibrio. Abbiamo equilibrio sul mercato monetario quando la quantità di moneta

in circolazione è esattamente uguale alla quantità che i soggetti partecipanti al sistema economico desiderano ottenere.

Non necessariamente il mercato monetario sarà in equilibrio, perché potranno realizzarsi eccessi di Domanda/Offerta.

I soggetti desiderano detenere moneta (esprimono preferenza per la liquidità) per 3 ragioni:

1) motivo transattivo

: riguarda la sfera delle transazioni; gli individui detengono presso di sé una certa quantità di

moneta per far fronte ai pagamenti correnti. Le variabili possono essere ricondotte alle modalità di consumo: è

noto che esistano soggetti con tenori di vita differenti…non ci soffermiamo sul fatto che ci riferiamo anche a

carte di credito ed altri strumenti di pagamento liquido (borsellino elettronico etc.). Si presuppone che chi porta

con sé tot euro ritenga che possa spendere sino a tot euro, ma in realtà avere soldi in tasca o in banca è

sostanzialmente la stessa cosa e quindi potremmo assimilare la domanda di moneta nei portafogli alla domanda

di depositi in c/c (si tratta sempre di liquidità). È chiaro che per questa ragione la domanda di moneta non può

che dipendere dal reddito (chi più ha più spende)! Allora si può affermare: “la domanda di moneta è funzione

crescente del reddito”. Anche i modi in cui sono effettuati i pagamenti sono rilevanti per definire la funzione di

domanda di moneta: in particolare, i normali stipendiati hanno D di moneta più elevata di colui che riceve il

medesimo stipendio diviso in tranche settimanali.

L t

Esistono momenti in cui la circolazione è più elevata (fine mese, week-end, Natale etc.).

2) movente precauzionale

: è quella poca moneta che si detiene in più rispetto a quello che è necessario per

effettuare le transazioni correnti. Il soggetto cerca di non azzerare il suo conto corrente, ma mantiene

comunque una certa quantità durante qualsiasi periodo dell’anno (“della serie: non si sa mai la sfiga a cosa mi

porta, meglio portarsi qualche soldo in più.”). Tuttavia, i modi in cui un soggetto si tutela, sono comunque

riferiti al proprio reddito.

Per queste due prime ragioni la funzione di domanda di moneta è crescente rispetto al reddito. La funzione viene anche

definita “preferenza per la liquidità”.

3) movente speculativo : la moneta di cui si parla è moneta liquida, ma poiché non esiste solo quel tipo di moneta,

ma esistono alte forme di pagamento sostituibili, è corretto immaginare che la quantità di moneta che ciascuno

detiene è in qualche modo legata alla volontà di scegliere quella modalità di detenzione, piuttosto che di

attività in senso lato (titoli, obbligazioni, etc.).

N.B.La domanda keynesiana di tipo speculativo è funzione decrescente del tasso di interesse. Vediamo perché.

I titoli nel modello keynesiano sono rappresentati da obbligazioni e non azioni, perché in condizioni normali di mercato

statico, è certamente corretto affermare che l’obbligazione sia più semplice: di ogni obbligazione conosco la redditività

media. Per quanto riguarda le azioni, invece, non hanno resa in “senso stretto”. La possibilità che il corso di un’azione

vari anche nel breve periodo, rende difficile prevederne la remunerazione. Il corso delle obbligazioni, secondo Keynes,

è tale che per tutte le imprese la percentuale sia la medesima. La quotazione delle obbligazioni necessariamente deve

essere emessa al medesimo tasso di interesse di quello esistente, o almeno più favorevole. La determinazione in valore

assoluto dell’interesse è legata al tasso di interesse nel momento dell’emissione: se scende il tasso di interesse,

esisteranno dei soggetti che guarderanno al tasso di interesse che si è abbassato e si accorgeranno che a questo punto è

improbabile che il tasso di interesse si rialzi. Ciò implica che, se per una ragione qualsiasi il tasso di interesse è troppo

basso e si pensa che debba salire, questo viene percepito correttamente come una diminuzione del prezzo del titolo.

Esempio: all’atto dell’emissione 5 Euro erano il 5% di 100 euro. Se il tasso di interesse si alza dal 5% fino al 10%, per

il fenomeno dell’arbitraggio, quell’obbligazione viene ad avere un valore di 50 e non più di 100. Idem viceversa.

Dal giudizio che ciascun individuo trae a proposito del tasso di interesse, si possono individuare comportamenti

conseguenti: se l’individuo ritiene che il tasso sia così basso che non potrà far altro che rialzarsi in futuro, allora gli

converrà detenere le obbligazioni, attendendo che salgano. In altri termini: a seconda del giudizio che i soggetti danno

dell’attuale livello del tasso di interesse, si osservano nel mercato comportamenti diversi, che hanno lo scopo della

speculazione. Se i tassi di interesse tendono ad essere sempre più bassi, la conseguenza sarà un aumento del corso dei

titoli e viceversa. Se il tasso di interesse è basso la gente si affretta a vendere le obbligazioni quando sono salite.

Questo comportamento è convergente: se il tasso di interesse è sempre più basso si ha una convergenza di opinioni sul

fatto che in futuro non potrà far altro che crescere, quindi ci sarà costanza delle persone sulla loro condotta in merito

alla funzione della preferenza della liquidità. Se il tasso, viceversa, fosse molto alto, via via che il tasso diventa più alto

si ha una convergenza crescente a giudicarlo alto. Da ciò deriva una convergenza di comportamenti coerente con tale

valutazione, e per questo si attenderà che il loro costo risalga, perché sicuramente il tasso scenderà a breve.

Concludendo, questo conferma quanto anticipato: la domanda keynesiana di tipo speculativo sia funzione decrescente

del tasso di interesse! Ad un certo punto la convergenza di opinioni deve necessariamente esistere. 13

i Considerata l’orizzontalità della

M/P M/P : aumento offerta moneta (politica espansiva)

2 offerta in Y , un aumento dell’offerta

0

(Y )

2 di moneta conduce fatalmente

all’inflazione: salgono i prezzi ma

(Y )

1 tutto il resto è piatto e ciò non conduce

(Y )

0 ad effetti reali, ergo è inefficace.

L (domanda di moneta)

La domanda di moneta non può che essere in termini reali: detengo moneta DATI i Prezzi correnti.

Con una politica espansiva: ↑ offerta di moneta → ↑ la domanda dei titoli → ↑ P dei titoli → ↓ il tasso di interesse

→ ↑I → ↑Y. Una politica espansiva porta ad un aumento della produzione, e questo è sempre stato palese.

Se il prezzo dei titoli sale, il tasso di interesse scende: P dei titoli e tasso di interesse sono inversamente proporzionali.

Raggiunto un determinato tasso, tutti desiderano soltanto vendere titoli, quindi vediamo la funzione di offerta ed il suo

andamento:

Ptitoli

Pe S (offerta titoli)

Eccesso di offerta

Dtitoli

Qtitoli

Raggiunta una certa soglia, si possono acquistare tutti i titoli desiderati pagando sempre lo stesso prezzo, perché oltre

nessuno li vuole più, perché tutti pensano che il loro prezzo non possa andare oltre/non possa far altro che scendere.

Lezione 27 Ottobre 2004 (mercoledì) La domanda di moneta secondo i monetaristi

Chiudendo con il discorso della trappola della liquidità, esaminiamo la moneta attraverso una prospettiva diversa: la

domanda di moneta che giustifica la teoria monetarista.

Se parliamo di monetarismo ci muoviamo in un’ottica neoclassica, che si caratterizza come il pensiero dell’equilibrio

del libero mercato. In particolare, nell’approccio neoclassico, il sistema è in equilibrio se tutti i mercati lo sono, e si

possono configurare diversi modelli di equilibrio, che normalmente hanno una particolare caratteristica comune:

assumere la moneta come qualsiasi altro bene.

Leon Warlas (francese), autore neoclassico marginalista, teorizza un modello di equilibrio economico generale che

descrive un sistema economico attraverso un sistema di equazioni.

Il sistema è composto da n beni e n servizi e relativi mercati. In ciascuno di questi beni esiste una funzione di domanda

complessiva nonché una funzione di offerta complessiva. Trattandosi di una costruzione che mira a dimostrare in quali

condizioni si è in equilibrio, è evidente che in ogni mercato deve esistere un equilibrio.

Questo implica che la domanda Dx = Sx => x ; Px (x = bene o servizio; D = domanda; S = Supplì P = Prezzo).

e e

Si può dimostrare che il sistema è ridondante: presenta infinite soluzioni del tipo:

Px = 2Py

e

Py = 4Pz

e

Pz = 3,72Pk

Riassumendo, possiamo esprimere la relazione tra tutti i prezzi e i beni generalmente: Px = kP?

Il sistema di equazioni warlasiano definisce un equilibrio su tutti i mercati che compongono il sistema stesso.

I risultati si trovano sfruttando il fatto che le soluzioni di una equazione sono anche le soluzioni dell’altra.

Il fatto che queste equazioni siano possibili da mettere a sistema, significa che sono compatibili. L’equilibrio su

qualsiasi mercato è compatibile con la condizione di equilibrio di tutti gli altri mercati, cioè: se in un mercato si osserva

un tot di quantità e prezzi che assicurano l’equilibrio, in un mercato adiacente ci sarà un’altra coppia di P e Q che

raggiunge l’equilibrio. L’equilibrio in un mercato non impedisce l’equilibrio in altri mercati.

L’ipotesi di partenza è che il libero mercato conduce spontaneamente all’equilibrio. In qualsiasi veste ci si presenti nel

sistema economico (lavoratore, consumatore, possessore di reddito etc.), lasciati liberi di agire, nel momento in cui si

compiono le proprie scelte massimizzanti, si raggiunge contemporaneamente il proprio obiettivo e si contribuisce alla

soluzione di equilibrio sul mercato in cui si opera, che è compatibile con analoghe condizioni di equilibrio negli altri

mercati: dovunque chiunque sia lasciato agire, il risultato a cui perviene è quello di massimizzare la propria funzione

obiettivo e contribuire alla soluzione di equilibrio Pareto ottimale.

Pareto ottimale = soluzione dalla quale i partecipanti allo scambio non possono allontanarsi, senza che il benessere di

almeno uno dei partecipanti allo scambio non diminuisca (ricorda la teoria della scatola di eco. pol. I).

Questo modello warlasiano ha generato un dibattito ancora attuale su:

1) è vero che esiste?

2) è vero che è stabile?

3) è vero che è unico? 

Non si sa, e non ci interessa. 14

Tutti i prezzi sono espressi uno in funzione dell’altro: le soluzioni sono ridondanti. Quindi tutti i prezzi possono essere

espressi in funzione di un unico prezzo. Questa è la soluzione proposta per evitare di avere prezzi relativi.

L’unico modo per fermare queste infinite soluzioni è, quindi, quello di porre un prezzo di un certo bene = 1 e poi

confrontarlo con gli altri prezzi, in maniera da raggiungere un valore assoluto e non più relativo.

Tra le infinite soluzioni possibili di un modello warlasiano, che appunto genera prezzi relativi, se prendiamo un mercato

ed un bene come “numerario”, cioè un bene il cui valore = 1, si raggiunge un’unica soluzione, anziché infinite.

Il bene NUMERARIO È ovviamente LA MONETA. Quest’idea di moneta è particolare, perché si tratta comunque la

moneta come se fosse un bene. Come si rapporta, allora, un individuo con un bene?

Se la moneta è un bene come tutti gli altri, anch’essa ha un prezzo ed un’utilità (ovvero: apporta un certo benessere).

Esiste, quindi, un’utilità della moneta che ciascuno di noi detiene, che è un’utilità associata al fatto di essere liquida, di

assolvere la sua funzione di strumento di scambio, etc. Tutte le qualità della moneta generano nel soggetto economico

un certo beneficio, per cui si può immaginare una funzione di utilità della moneta.

Trattando la moneta come un bene, si può stilizzare il rapporto tra individuo (consumatore) e moneta, come una

relazione coi beni al consumo: c’è una relazione positiva tra domanda di moneta e reddito.

Il consumatore ha un determinato reddito (che assume una forma monetaria) da utilizzare in svariati modi. Il possesso di

sola moneta non genererà certamente una funzione di equilibrio: è meglio distribuire la propria ricchezza su vari beni,

mediante una funzione di distribuzione della ricchezza così fatta:

Y = M , prestiti, x, y, z…

liquida S C

(risparmio) (onsumo)

Analizziamo la questione dei prestiti. Il problema del consumatore è la massimizzazione della propria soddisfazione.

La prima scelta che un consumatore effettua è tra risparmio e consumo. La scelta del consumo si divide, a sua volta, in

svariati beni (x, y, z, etc.). Di solito si ipotizzano 3 categorie:

1) moneta

2) obbligazioni (prestito in senso proprio) prestiti

3) azioni (quota rappresentativa di capitale, ovvero di un bene strumentale).

È uno schema che si caratterizza per il passaggio da una assoluta liquidità (p.to 1) ad una minore liquidità (p.to 3).

Il consumatore cerca di massimizzare l’utilità che gli deriva da S + C mediante la funzione di utilità per il consumatore:

Ut = f(M, obbligazioni, azioni, x, y, z, …) ovvero: Utilità totale = funzione di: moneta, beni finanziari, beni reali.

Chiaramente un bene materiale ha un grado di liquidità pari a zero. Così come il reddito spendibile viene distribuito sul

paniere di diversi beni, così il risparmio viene distribuito tra moneta ed altro. Il risparmiatore è disposto a privarsi di una

parte della propria moneta se l’attività finanziaria che acquista concede un rendimento maggiore della moneta stessa.

Il tasso di interesse (i) è quindi il PREZZO DEL RISPARMIO!

i S

I S

I risparmiatori offrono complessivamente una Q che è crescente al crescere del tasso di interesse, cioè della

remunerazione che ricevono per ogni unità di risparmio offerta.

Dall’altra parte, la domanda di risparmio, di fatto è la domanda di prestito, allo scopo dell’investimento (I).

La moneta, le obblig. e le azioni hanno comunque una riserva di valore. Da cosa è condizionata questa riserva di valore?

La funzione di riserva di valore è estremamente connessa al tasso di inflazione: il beneficio di possesso di moneta

scende al salire dell’inflazione, perché il valore della moneta si perde nel tempo.

Cerchiamo di capire qual è la quantità di moneta che i soggetti vogliono detenere.

La funzione di Dm è la Σ di Dm di tutti i soggetti. A sua volta, ogni funzione di domanda di moneta dipende dal reddito,

il prezzo, il prezzo degli altri beni e tante altre variabili. Ecco allora la funzione di domanda di moneta:

Dm = f(Yd , Pm, Px, Py, Pz, i, r , r , preferenze individui, livello generale dei prezzi, ricchezza posseduta cioè

isponibile bond shares

redditi precedenti, z ) .

(dove: shares = azioni; bond = obbligazioni)

incertezza

Attualizzando le attività finanziarie (eliminando le diverse scadenze), ed escludendone i rischi (z=0) possiamo

confrontare tutti i tassi di interesse delle azioni e delle obbligazioni. Questo implica che i due beni diventino omogenei.

Poiché in un sistema di equilibrio neoclassico, tutti i soggetti sanno tutto, non è possibile che esista un prezzo diverso

per lo stesso bene. Questo fenomeno si chiama arbitraggio e lo possiamo esemplificare.

↑ → r ↓. L’aumento delle azioni diventa tale che r

Se i = r < r , tutti comprano azioni. Ma se il P = r = i.

b s s b s b

NOTA BENE: se il bene A è percepito come identico al B, se uno dei due prezzi è superiore, la domanda si sposta sul

bene meno costoso fino a fare pareggiare i Prezzi: questo è l’arbitraggio.

Dm = f (Yd/P, r, P , z, preferenze). Assumiamo l’incertezza e le preferenze come esogene (sono date). Se i prezzi

vari beni

dei vari beni sono confrontabili, concludiamo che ciò che rimane è: (N.B.) la domanda di moneta è funzione del reddito

e del tasso di interesse. Siamo giunti a questa conclusione attraverso ipotesi diverse dal modello keynesiano. 15

Lezione pomeridiana

A questo punto, usiamo gli stessi strumenti di modellizzazione che abbiamo usato per il modello keynesiano, per vedere

le differenze di forma delle funzioni, per ciò che concerne le conseguenze di politica economica.

Utilizziamo il modello IS-LM: modello di tipo grafico, che consente di esaminare contestualmente l’equilibrio sia sotto

il profilo monetario sia sotto quello reale. Va specificato con le variazioni del comportamento dell’offerta dei fattori

produttivi ed in particolare l’offerta di lavoro. Il modello IS-LM interpreta il modello keynesiano nella sua essenza, ed è

comunque “monco” se non integrato con il modello AS-AD, che discende dall’equilibrio sul mercato del lavoro.

Il modello IS-LM è una sintesi grafica e formale dell’analisi keynesiana: è una trasposizione dei concetti keynesiani

fatta da Hicks, allievo di Keynes stesso.

Consideriamo un modello IS-LM dove la Dm è quella dei neoclassici monetaristi. Facciamo innanzitutto un’ipotesi

forte sul livello del reddito nel sistema economico. Il modello IS-LM descrive un sistema nella condizione di equilibrio.

Ha il vantaggio che riunisce due condizioni di equilibrio: reale e monetaria. Come anticipato, la moneta è soltanto “un

velo”, che modifica la visuale delle variabili reali, ma non le modifica.

Il fulcro del modello IS-LM è il legame tra equilibrio reale e monetario che propone Keynes: la variabile di equilibrio

per cui si realizza l’equilibrio sul mercato della moneta, svolge lo stesso ruolo di equilibrio sul mercato dei beni e

servizi. Al contrario, in un modello classico il problema dell’equilibrio monetario non si pone: si suppone che vi sia

tanta moneta quanta ne serve. Se nel mercato della moneta, invece, nel modello neoclassico, si ha un determinato

equilibrio reale ad un determinato tasso di interesse, esso si combinerà con uno ed un solo punto di equilibrio nel

mercato della moneta. Questo comporta affermare che il livello del reddito è determinato da una parte da un equilibrio

tra domanda e offerta di moneta, dall’altra tra domanda ed offerta reali.

1) i 2) i M/P 3) P modello keynesiano

LM I scorte S

Pe

i L (Y )

1 1

i L (Y )

0 0

IS eccesso di D D

Y M Q

Ciascun soggetto è in equilibrio quando realizza ciò che ha programmato a certe particolari condizioni: i desideri e le

previsioni degli offerenti e dei richiedenti sono coincidenti.

Nel modello keynesiano è la DOMANDA che CREA l’OFFERTA: poiché la domanda induce un adeguamento

dell’offerta, se l’offerta è inadeguata alla Domanda, si colmerà questo vuoto con un disinvestimento in scorte.

Se, invece, l’offerta è eccedente rispetto alla Domanda, si avrà un investimento in scorte (grafico 3). Entrambi non

programmati. Alla fine ciò che è prodotto deve essere necessariamente uguale a ciò che è domandato: è un’eguaglianza

c.d. EX POST: il reddito prodotto (Y=C+I) deve essere uguale a quello domandato (Y=C+S). Se i beni di consumo

prodotti non fossero venduti totalmente, si genererebbero delle scorte. Viceversa, se venissero prodotti beni in minore

quantità, si venderebbero le scorte passate. Le scorte disinvestite prendono nuovamente il nome di beni di consumo.

Quando si può dire che i consumatori sono in equilibrio? Su tutta la linea della DOMANDA, mentre i produttori sono in

equilibrio soltanto nel punto di equilibrio (grafico 3). Quindi non è detto che le previsioni di I possano sempre essere

realizzate. Y = C + I ≡ Y = C + S è sempre vero (solo) ex post (in pratica I = S, come ricordiamo da macro).

La condizione di equilibrio è rappresentata dal fatto che, dato un certo livello di reddito, ci sia una domanda di

investimento compatibile con una quantità di beni di consumo prodotti, pari a quella effettivamente domandata dai

consumatori. Conoscendo la funzione I = g(i), si può conoscere la relazione tra reddito e tasso di interesse, che

assicurano l’equilibrio.

Al modello keynesiano possiamo apportare alcune modifiche per affrontare una visione neoclassica.

La distinzione principale è quella sull’equilibrio monetario, perché nel modello classico non è assolutamente in

discussione: se il sistema reale è in equilibrio, allora si suppone che necessariamente anche il sistema monetario lo sia.

Se la IS fosse verticale esisterebbe solo una condizione di equilibrio. Ma se la LM è sempre in equilibrio, l’equilibrio

monetario esiste solo per il livello di reddito naturale, che è l’unico ammissibile.

Così forzato il modello non ha senso:

i IS e/o LM

Yn Y

i Nota Bene: Esasperazione monetarista, nel modello

LM keynesiano: secondo i monetaristi, con un’espansione monetaria

la LM “torna indietro”, via via che le aspettative adattive

diventano razionali, perché la collettività comincia a

comprendere che la disponibilità superiore di moneta è in realtà 16

soltanto inflazione! Si torna al livello naturale. Qui sintetizziamo

uno schema neoclassico, con un modello keynesiano.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale (GENOVA, IMPERIA)
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2005-2006

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia monetaria internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Pittaluga Giovanni Battista.

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