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produzione che noi siamo stati in grado di realizzare nel tempo, tanto maggiore è il grado di esperienza che siamo stati in grado di accumulare e tutto questo

si riflette in una riduzione dei costi unitari di produzione. Se ho incominciato a produrre un determinato bene all’interno di una certa area 20 anni or sono,

questo mi mette nella condizione di avere dei costi unitari di produzione che sono sostanzialmente inferiori rispetto a quelli che potrei avere se avessi iniziato

a produrre questo bene solo poco tempo fa, perché evidentemente ho accumulato una maggiore quantità di volumi prodotti e questo sta a significare che ho

accumulato una maggiore quantità di esperienza. L’apprendimento facendo, learning by doing è il modo sintetico per arrivare a definire un processo di questo

tipo. Tutto questo si sostanzia in “funzioni di apprendimento” (o curve di apprendimento) che altro non sono che le nostre funzioni di costo unitario di

produzione che sono ancora una volta influenzate dall’ammontare della dimensione produttiva. Quello che però qua conta non è la dimensione produttiva

istantanea ma la produzione cumulata nel tempo quindi entrano in gioco questi fenomeni di apprendimento che all’interno di alcune realtà sono

!

straordinariamente importanti.!

In questo contesto potrebbe entrare in gioco il “ruolo del protezionismo”. Una politica commerciale protezionistica, proteggendo il mercato interno dalla

concorrenza proveniente dal resto del mondo, fa in modo che questa industria nascente possa svilupparsi fino a raggiungere una dimensione tale da

consentire a quest’industria nascente di sopravvivere alla concorrenza che viene portata avanti da chi è su quel mercato già da diverso tempo. Quindi la

protezione può essere fondamentale non solo per sviluppare le cosiddette industrie nascenti ma anche per creare le condizioni perché poi questa industria

!

possa addirittura arrivare ad esportare, possa addirittura competere con i rivali stranieri che sono presenti all’interno di quel mercato già da tempo.!

La storia dei rendimenti di scala esterni ci mette nella condizione di capire come eventualmente ci possa essere commercio estero senza sfruttare differenze

nella tecnologia o nella dotazione fattoriale, senza sfruttare gli eventuali vantaggi comparati ma sfruttando dei vantaggi assoluti che derivano da queste

economie di scala di natura esterna (statiche o dinamiche). L’importante è intendersi sul fatto che qui la dimensione che davvero conta è la dimensione

!

dell’industria (e non della singola impresa) o eventualmente del distretto.!

!

Economie di scala interne !

D’ora in avanti assumiamo la possibilità che le imprese non agiscano più in mercati perfettamente concorrenziali per il semplice motivo che queste imprese

hanno una dimensione particolarmente rilevante. Quando parliamo di economie di scala interne ci riferiamo alla possibilità che i costi unitari di produzione

diminuiscano al crescere della dimensione dell’attività svolta dalla singola impresa. Se la dimensione dell’impresa diventa così cruciale, evidentemente non

possiamo più parlare di mercati perfettamente concorrenziali, assumeremo invece che i mercati siano di “concorrenza monopolistica” e andremo a

!

studiare un fenomeno riconducibile a questa relazione: !

! →

C = F + cQ AC = F/Q + c!

Dati dei costi di produzione C in parte riconducibili ai costi variabili cQ e in parte riconducibili ai costi fissi di produzione F, i costi medi AC sono calcolati come

la somma tra costo marginale c e costi fissi/quantità prodotta F/Q: al crescere della dimensione dell’attività produttiva Q, i costi fissi incidono sempre meno sui

costi medi di produzione perché F/Q tende a ridursi. Per Q che tende ad ∞ i costi fissi tendono a non aver più alcuna incidenza sui costi medi. Ognuna delle

!

imprese all’interno di questo mercato in concorrenza monopolistica è caratterizzata da:!

• possibilità di entrata e uscita libera (free entry and free exit)!

• possibilità di differenziare il proprio prodotto (rispetto a quello realizzato dai propri concorrenti: come se all’interno dell’industria automobilistica ci fossero n

diverse imprese che producono n diversi marchi, ognuna delle imprese è proprietaria di un singolo marchio)!

• assume come esogenamente dati i prezzi che vengono fissati dai rivali!

!

• nel lungo periodo realizza extraprofitti nulli!

! →

Q = S[1/n - b(P - P*)] funzione di domanda!

Q = quantità prodotta e venduta da parte della singola impresa!

S = dimensione del mercato/settore!

n = numerosità delle imprese (e dei brand, delle varietà) che agiscono all’interno di questo settore!

P = prezzo praticato dall’impresa che stiamo considerando !

!

P* = prezzo praticato dai concorrenti !

A partire da queste ipotesi di lavoro possiamo stabilire che ogni impresa che agisce all’interno di questo settore di concorrenza monopolistica tende a vendere

una quantità maggiore del proprio bene differenziato quanto più elevata è la domanda totale a livello di mercato S e quanto maggiore è il prezzo praticato dai

concorrenti P*. All’interno di questo mercato di concorrenza monopolistica questa forma funzionale ci consente anche di affermare che ciascuna impresa

venderà di meno della propria produzione quanto maggiore è il numero n delle imprese che agiscono all’interno di questo mercato e quanto maggiore è il

prezzo che viene praticato da questa stessa impresa P. Se notate questa forma funzionale soddisfa appieno i risultati commentati in precedenza: se S↑→Q↑,

se P*↑→Q↑, se n↑→Q↓. Questa prima relazione cattura il legame esistente tra vendita realizzata dalla singola impresa e alcune grandezze che

!

caratterizzano il funzionamento di questo mercato in concorrenza monopolistica.!

!

Equilibrio nella condizione di autarchia!

Come sempre andremo a derivare prima l’equilibrio che si riferisce alla condizione di autarchia e poi andremo a studiare come cambia questo equilibrio

quando apriremo il sistema economico alle relazioni commerciali con l’estero. Qui assumeremo che le imprese siano simmetriche, cioè tutte abbiano la

stessa funzione di costo C = F + cQ e la stessa funzione di domanda Q = S[1/n - b(P - P*)]. In equilibrio tutte le imprese sotto questa ipotesi di perfetta

simmetria avranno lo stesso prezzo P = P* P - P* = 0 quindi la quota di mercato detenuta da ciascuna impresa (per ciascuna varietà) sarà Q = S/n. Se in

·

equilibrio ciascuna impresa detiene la stessa quota di mercato pari a S/n, potete sostituire questo risultato all’interno della funzione di costo quindi C = F + c

!

S/n oppure ragionando in termini di costi medi e dividendo il tutto per Q avremo AC = F/Q + c, AC = F/(S/n) + c, AC = (Fn)/S + c.!

! · →

C = F + c S/n AC = (Fn)/S + c!

Graficamente abbiamo una curva CC: AC = (Fn)/S + c inclinata positivamente, la pendenza = F/s, l’intersezione con l’asse delle ordinate = c. Al crescere di n,

i costi unitari AC tendono ad aumentare: tanto maggiore è il numero delle imprese che agiscono in questo mercato, tanto minore sarà la quota di mercato

detenuta da ciascuna impresa e di conseguenza tanto minore sarà la possibilità di ridurre l’incidenza dei costi fissi di produzione sui costi variabili. Al crescere

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di S, i costi unitari AC diminuiscono perché a parità di numero di imprese esistenti, se la dimensione del mercato dovesse crescere, ho la possibilità di

!

spalmare su un maggior volume di produzione l’incidenza dei costi fissi di produzione.!

Per l’altra relazione, partendo dalla funzione di domanda Q = S[1/n - b(P - P*)] la esplicitiamo in termini compatti come Q = A - BP dove A = (S/n) + SbP* e B =

Sb. Quindi sarebbe Q = S/n + SbP* - SbP = S [1/n - bP + bP*] = S [1/n - b(P - P*)]. Scriviamo poi la funzione di domanda inversa esplicitando tutto rispetto a P

2

= (A/B) - (1/B)Q. Da qui riuscite a scrivere la funzione di ricavo totale moltiplicando il prezzo per le quantità: TR = PQ = (A/B)Q - (1/B)Q . Infine a partire

dalla funzione di ricavo totale il ricavo marginale lo andate a calcolare come derivata prima dei ricavi totali rispetto alla quantità: MR = ∂TR/∂Q = (A/B) - 2(1/

→ → →

B)Q passaggi slides MR = P - (Q/Sb). La condizione di equilibrio si ha quando MC = MR (costi marginali = ricavi marginali): MC = c, MR = P - (Q/Sb)

→ → → →

P - (Q/Sb) = c P = Q/Sb + c assumendo che tutte le imprese pratichino lo stesso prezzo P = P* abbiamo Q = S/n P = (S/n)/Sb + c curva PP: P = 1/

(nb) + c inclinata negativamente che lega i prezzi alle varietà. Emerge una relazione inversa tra prezzo e numero di imprese, maggiore è il numero delle

imprese e minore è il prezzo praticato. Man mano che il numero di imprese cresce, avete maggiore concorrenza all’interno di questo contesto di concorrenza

monopolistica e il mark-up dato dalla differenza tra prezzo praticato e costo marginale tende a diminuire: mark-up = P - c = 1/nb al crescere di n il mark-up

!

si riduce a causa della maggior concorrenza per il maggior numero di imprese.!

Queste due relazioni CC e PP ci fanno vedere quali siano le relazioni tra numero delle imprese e costi unitari di produzione e numero delle imprese e prezzi,

sapendo che nell’equilibrio di lungo periodo gli extraprofitti devono essere nulli e quindi i prezzi devono essere necessariamente uguali ai costi unitari di

produzione (costi medi). La condizione di equilibrio in autarchia si trova in E dove la curva CC interseca la curva PP. Date queste due funzioni siamo in

grado di determinare quante imprese sono in grado di agire all’interno di questa industria di concorrenza monopolistica (n ) e quale sia il livello dei costi e dei

E

prezzi che verranno praticati nel più lungo periodo. Quindi questo modello è caratterizzato da imprese simmetriche con un prodotto differenziato realizzato da

ciascuna di queste imprese e che per essere realizzato comporta il sostenimento di costi fissi, per cui a parità di dimensioni del mercato tanto minore è il

numero di imprese presenti, tanto più capace è l’impresa di spalmare su un volume di produzione realizzato questi costi fissi facendo diminuire i costi unitari

di produzione (costi medi). Dall’altro lato proprio perché ci sono poche imprese, ognuna di queste entità è in grado di caricare un mark-up molto consistente

!

facendo prezzi molto elevati.!

!

Apertura al commercio estero!

Immaginate per semplicità che le economie dei due paesi siano identiche, perfettamente simmetriche con la stessa funzione di costo e la stessa funzione di

ricavo. Immaginate inoltre che queste due economie abbiano esattamente la stessa dimensione: S = S = S. Evidentemente quando mi trovo di fronte alla

H F

possibilità di aprire alle relazioni commerciali con il resto del mondo questi due sistemi economici, la dimensione del mercato improvvisamente cresce e

diventa pari a S + S = 2S. In altre parole al crescere della dimensione del mercato internazionale, si vengono a manifestare tutta una serie di effetti che ci

H F

consentono di capire perché può essere conveniente commerciare con il resto del mondo e può essere questo commercio estero fonte di molti benefici per

alcuni particolari soggetti. Graficamente, se la dimensione del mercato passa da S a 2S, la funzione PP non cambia, mentre la funzione CC diventa più piatta

perché AC = (Fn)/2S + c, di conseguenza il nuovo equilibrio si trova nel punto E’ dove avete una maggiore varietà disponibile n e avete anche che prezzi e

INT

costi si riducono rispetto alla condizione di autarchia. Come risultato del modello di Krugman il commercio internazionale porta questo duplice beneficio

!

riconducibile a: “effetto pro-competitivo” (prezzi e costi si riducono) ed “effetto varietà” (aumentano le varietà a disposizione dei consumatori). !

I consumatori sono più contenti perché possono scegliere tra un numero maggiore di varietà ad un prezzo inferiore. Quindi nel momento in cui apriamo la

nostra economia al resto del mondo, ci troviamo di fronte alla possibilità di scambiare più varietà a prezzi inferiori. Qui non ci troviamo di fronte allo scambio di

prodotti che sono realizzati da industrie diverse (stoffa contro cibo) ma ci troviamo di fronte alla possibilità che all’interno della stessa industria vengano

prodotti dei beni differenziati che sono oggetto di scambio internazionale. Quindi non è più un commercio verticale (o inter-industriale) che sfrutta il

vantaggio comparato, ma abbiamo un commercio orizzontale (o intra-industriale) come conseguenza di un eventuale vantaggio assoluto legato alla

possibilità di sfruttare economie di scala di natura interna. Anche in questo caso ci sono dei costi, ma sono decisamente più contenuti rispetto a quelli presenti

in Heckscher-Ohlin. I costi sono legati al fatto che il numero delle imprese nel nuovo equilibrio caratterizzato da commercio internazionale diminuisce rispetto

alla situazione di autarchia esistente in ciascun paese: alcune imprese sono costrette ad abbandonare il mercato. Quindi se voi siete un consumatore di uno

di questi due sistemi economici che è impiegato nel settore della distribuzione commerciale, ovviamente di fronte ad un risultato di questo tipo siete sempre e

solo colpiti favorevolmente da questo processo di integrazione perché vi trovate a beneficiare del fatto che potete scegliere tra un maggior numero di varietà

di prodotti automobilistici pagando un prezzo inferiore senza subire alcun danno. Se però siete da un lato consumatori di automobili ma dall’altro siete anche

lavoratori impiegati nel comparto automobilistico, non è necessariamente detto che questo sia per voi un risultato sempre e solo positivo perché avete la

possibilità di scegliere tra un maggior numero di automobili pagando meno ma se per caso siete uno dei lavoratori che originariamente erano impiegati in una

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di quelle imprese che poi è costretta a chiudere a seguito del processo di integrazione, evidentemente sopportate dei costi. !

!

Modello di Krugman!

La prima evidenza che emerge dal “modello di Krugman”: il commercio internazionale mette questi paesi nella condizione di poter scegliere tra un maggior

numero di varietà in presenza di prezzi inferiori (effetto varietà) e comporta un effetto pro-competitivo tale per cui è lecito affermare che i consumatori, nel

momento in cui si trovano di fronte a questa apertura commerciale internazionale, possono godere di un miglioramento del loro benessere. Emergono tuttavia

!

alcuni costi del commercio dovuti al fatto che alcune imprese escono dal mercato.!

Per capire chi esce dal mercato dobbiamo dimostrare chi vince e chi perde da questa attività di commercio internazionale quindi consideriamo il caso

di “imprese asimmetriche” con differenze dal lato dei costi marginali: c < c . Graficamente abbiamo la funzione di domanda D negativamente inclinata e la

1 2

funzione di ricavo marginale MR con un’inclinazione esattamente doppia rispetto alla funzione di domanda. Quando ci troviamo ad avere due imprese

differenti dal lato dei costi marginali cosa succede? Prendete il caso in cui la prima impresa abbia costi marginali pari a c : arrivate a dimostrare (in base al

1

fatto che la condizione di ottimo viene anche essere individuata in coincidenza del punto in cui i costi marginali sono pari ai ricavi marginali) che questa

impresa produrrà una quantità pari a Q e prezzerà il bene differenziato da lei prodotto in ragione di un prezzo pari a p . Riuscite quindi a definire a quanto

1 1

ammontano i profitti operativi = (p - c )·Q = area gialla. Replicando il ragionamento con riferimento alla seconda impresa caratterizzata invece da costi

1 1 1

marginali di produzione pari a c > c quello che potete notare è che vi trovate di fronte ad un’impresa che in equilibrio produrrà una quantità inferiore in

2 1

ragione di prezzi più alti con dei profitti operativi più bassi = (p - c )·Q = area arancione. Quindi man mano che i costi marginali crescono, non solo le

2 2 2

quantità in equilibrio che vengono prodotte e vendute si riducono, ma anche i profitti operativi tenderanno a ridursi man mano che spostiamo verso l’alto la

nostra funzione dei costi marginali MC: riduzione di quantità e riduzione dei profitti operativi. Definite con c* = intercetta = P* + 1/nb il costo limite, cioè il costo

marginale massimo compatibile con profitti operativi nulli. Qualora i costi marginali dovessero essere superiori a c* l’impresa andrebbe incontro a profitti

operativi negativi e quindi non avrebbe più alcun incentivo a svolgere l’attività produttiva. Replicando questo esercizio tenendo conto dei diversi possibili

livelli di costo marginale compresi tra 0 e c*, vi trovate nella condizione di tracciare una relazione che mi dice come variano i profitti operativi al variare dei

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costi marginali: man man che i costi marginali crescono, i profitti operativi diminuiscono fino ad arrivare al livello nullo compatibile con quella soglia critica c*.

!

Questo ci serve ad identificare con maggior chiarezza chi perde a seguito del commercio internazionale.!

Di fronte ad un processo di integrazione tale per cui il nostro sistema economico incomincia a commerciare con il resto del mondo: cresce la dimensione del

mercato S↑ e cresce il numero delle varietà n↑. La funzione di domanda cambia: il valore dell’intercetta si riduce perché cresce n. Inoltre la pendenza 1/Sb

(2)

diminuisce a causa dell’aumento di S: la funzione di domanda trasla su se stessa . Nel punto di intersezione tra la vecchia e la nuova funzione di domanda

non cambia nulla, ma tutte le imprese che stanno a destra o sinistra andranno incontro a qualche modificazione sostanziale per quanto riguarda i profitti

operativi. Le imprese caratterizzate da quantità di equilibrio elevate e costi marginali bassi andranno incontro a profitti operativi più alti. Le imprese

caratterizzate da quantità di equilibrio basse e costi marginali più elevati andranno incontro a profitti operativi più bassi. In termini di relazione tra livello dei

costi marginali e livello dei profitti operativi: c’è qualcuno che vince e qualcuno che perde,qualcuno che perde in maniera limitata e qualcuno che perde in

maniera decisamente consistente. I vincenti sono le imprese che essendo caratterizzate da costi marginali di produzione molto contenuti, sono in grado di

aumentare i profitti operativi a seguito di questa integrazione. Chi invece soffre sono tutte le imprese che stanno a destra di quel punto: perdono a seguito del

processo di integrazione perché una volta che si trovano ad operare in un contesto più ampio dove ci sono più varietà e un mercato di maggiori dimensioni, a

causa della loro inefficienza si trovano ad avere dei profitti operativi più bassi. Alcune imprese sono addirittura costrette ad uscire dal mercato perché

realizzano profitti operativi negativi. Il commercio internazionale avvia un “processo di selezione” all’interno del mondo delle imprese tale per cui sui mercati

(una volta che l’integrazione si è manifestata) rimangono solo le imprese sufficientemente efficienti, in grado di reggere questa maggiore concorrenza dovuta

!

al fatto che ci sono altre imprese che si affacciano su questo mercato internazionale. Come conseguenza ultima il sistema diventa più produttivo. !

Quindi il secondo risultato importante è dato dal fatto che non solo il commercio internazionale consente di avere dei consumatori capaci di raggiungere un

maggior livello di utilità poiché possono scegliere tra maggiori varietà con dei prezzi più bassi, ma il commercio internazionale crea anche un processo di

!

selezione che produce dei vincitori e dei vinti (normalmente i vinti sono le imprese meno efficienti, caratterizzate da costi marginali di produzione più elevati).!

!

Costi del commercio!

L’altro elemento che riuscite a modellare in maniera molto efficace all’interno di questo modello è la presenza di “costi di trasporto”, che è un altro modo per

far vedere che l’esistenza di barriere commerciali costituisce un elemento che ancora una volta differenzia le capacità esportativa delle imprese. I costi di

trasporto hanno una chiara influenza sulle capacità di esportazione delle diverse imprese e normalmente tanto più elevato è il livello di questi costi e tanto

minore sarà la capacità esportativa delle varie imprese che agiscono all’interno di questo contesto. È del tutto evidente che più le barriere diventano rilevanti,

!

più probabile è il caso in cui anche le imprese che sono efficienti all’interno del mercato domestico non riescano ad esportare. !

Assumiamo che ci siano dei costi di trasporto pari a t che aumentano i costi marginali che vengono sostenuti da ciascuna impresa per raggiungere il mercato

estero. Quando l’impresa si affaccia al mercato straniero sostiene costi pari a c + t a causa delle barriere al commercio. L’impresa si troverà nella condizione

di esportare solo se c + t < c* ovvero se i costi marginali che questa impresa sostiene comprensivi dei costi di commercio sono inferiori al costo limite.

Quando t cresce molto, questo maggior valore di t tende a spostare molto verso l’alto la funzione di costo marginale corretta per le barriere al commercio e

questo sposta le imprese all’interno del territorio di non profittabilità. Tutto questo vi serve per capire che se viene attuato un processo di liberalizzazione

commerciale tale per cui l’entità di t si riduce nel tempo, e in seguito viene avviato anche un processo di innovazione tecnologica nell’ambito dei trasporti tale

per cui ancora una volta t si riduce nel tempo, vi trovate di fronte ad un qualcosa che rende sempre più simile la parte di destra del diagramma a quella di

sinistra, cioè riducete il più possibile le barriere al commercio e riproducete sul mercato estero quella che è la condizione già esistente sul mercato domestico

!

(barriere nulle). !

Tutte queste considerazioni vanno nella direzione di farvi capire che i costi del commercio possono ulteriormente incidere sui nostri risultati facendoci vedere

come le diverse imprese siano diversamente capaci di produrre ed esportare. Tutto questo ha un correlato empirico molto forte, cioè quando andate a

raccogliere i dati riguardanti le imprese che esportano, trovate che solo un certo sottoinsieme molto piccolo delle imprese attive all’interno del mercato

domestico sono anche in grado di esportare. E questo sottogruppo di imprese è normalmente formato dalle imprese più efficienti/produttive che riescono a

!

reggere la concorrenza internazionale tenendo conto anche dei costi da sostenere per entrare sul mercato internazionale. !

!

Dumping!

Con il termine “dumping” si intende la pratica tale per cui le imprese praticano dei prezzi più bassi sui mercati esteri rispetto a quelli praticati sul

mercato domestico. É forma di discriminazione di prezzo, riconducibile alla logica tale per cui su mercati diversi possono essere praticati prezzi

diversi perché su mercati diversi ci sono consumatori diversi che sono caratterizzati da una diversa elasticità della domanda. Evidentemente una politica di

discriminazione del prezzo che sfocia nel dumping può essere praticata solo se esiste concorrenza imperfetta (quindi le imprese sono in grado di fissare

loro i prezzi) e se i mercati sono segmentati (quindi solo se gli arbitraggisti non possono entrare in gioco, solo se non c’è la possibilità di comprare

liberamente laddove il prezzo è più basso e andare a vendere altrettanto liberamente laddove il prezzo è più alto). Qualora il dumping fosse considerato di

tipo predatorio, cioè fosse un pacchetto di comportamenti posti in essere dall’impresa semplicemente per mantenere molto basso il prezzo sul mercato estero

al fine di appropriarsi di maggiori quote di mercato su questo mercato estero, tutto questo darebbe luogo a ritorsioni che porterebbero a misure ricorsive.!

!

Occorre discriminare tra un dumping predatorio e un dumping non predatorio. Molto spesso il dumping non è predatorio ma è semplicemente frutto di una

normale azione svolta dalle imprese che agiscono sui mercati internazionali. Immaginate che sul mercato domestico la prima impresa pratichi un prezzo pari

D1

a p e per produrre l’output venduto sul mercato domestico ed estero debba sostenere dei costi marginali di produzione pari a c . La differenza tra prezzo e

1

D1

costo marginale è il mark-up: p - c . Prendiamo ora in considerazione la possibilità che questa stessa impresa venda il suo prodotto sul mercato estero: il

1 X1 X1

prezzo praticato sul mercato estero è p . Il mark-up sulle vendite verso il mercato estero è dato da: p - (c + t) ovvero dalla differenza tra il prezzo di vendita

1

e il costo sostenuto che in questo caso dev’essere aumentato di t per la presenza di barriere al commercio. Quello che può accadere e che non è

necessariamente riconducibile ad un atteggiamento di tipo predatorio è che in realtà le imprese che agiscono sui mercati esteri pratichino dei prezzi tali per

X1 D1

cui valga una condizione di diseguaglianza: p - (c + t) < p - c . Quindi può essere che il mark-up sulle vendite all’estero sia inferiore del mark-up sulle

1 1

X1 D1

vendite realizzate sul mercato domestico: al netto di c ottengo p - t < p . Cioè il prezzo di vendita sul mercato estero è inferiore al prezzo di vendita sul

1

mercato domestico (eventualmente corretto per le barriere commerciali), quindi quello che voi eventualmente osservate è un prezzo all’export inferiore a

quello che eventualmente sarebbe praticabile sul mercato domestico e questo è semplicemente frutto del fatto che state praticando un mark-up più basso

sulle vendite all’export. Questa differenza nel prezzo può essere semplicemente dovuta al fatto che quando le imprese entrano sui mercati esteri fronteggiano

una concorrenza maggiore e quindi risulta normale praticare un prezzo più basso sulle esportazioni rispetto a quello esistente sulle vendite nel mercato

!!

domestico. Quindi non è scontato che tutte le volte che osserviamo un prezzo più basso sul mercato estero si tratti di un dumping di tipo predatorio. !

Pagina 4 di 15

!

Per concludere, da questi modelli di commercio estero in presenza di economie di scala interne, siamo stati in grado di dimostrare il fatto che ci sia un:!

!

• effetto pro-competitivo: quando apriamo l’economia al commercio estero i prezzi diminuiscono!

!

• effetto di varietà: canale attraverso il quale il commercio estero produce degli effetti benefici per i consumatori, i quali amano la varietà!

• effetto di scala: il commercio estero crea le condizioni perché le imprese fronteggino un mercato di dimensione più grande rispetto a quello esistente in

condizioni di autarchia, quindi le imprese che riescono a stare sul mercato estero sono le imprese che sono in grado di sfruttare meglio le economie di

scala: questo ha come effetto il fatto che i costi medi di produzione diminuiscono, perché andiamo a spalmare i costi fissi su una maggiore dimensione di

quantità prodotte. Se la scala di produzione è importante, al crescere della dimensione di questa scala abbiamo la possibilità di abbattere i costi fissi e quindi

!

ci troviamo nella condizione di praticare dei prezzi più bassi.!

• effetto di selezione sulle imprese: se assumiamo che le imprese siano tra loro eterogenee, riusciamo ad identificare un meccanismo attraverso il quale le

imprese vengono selezionate. L’integrazione, attraverso i flussi commerciali, produce un meccanismo di selezione in base al quale sopravvivono le imprese

più efficienti. E questo vi spiega due effetti che sono due facce della stessa medaglia: l’effetto uscita delle imprese fa sì che aumenti la dimensione media

delle imprese e questo concorre quindi a diminuire i costi medi di produzione, l’altra faccia della stessa medaglia ha a che vedere con la possibilità che se noi

espelliamo dal sistema le imprese meno efficienti, evidentemente il processo di integrazione ci consegna come risultato ultimo un aumento della

produttività media di quel sistema di imprese poiché le imprese meno efficienti escono dal mercato. Il sistema diventa mediamente più produttivo:

!

rimangono le imprese più efficienti, abbandonano il mercato alle imprese meno efficienti che sono normalmente quelle più piccole.!

• effetto del mercato domestico: i paesi che hanno un mercato domestico originariamente più ampio sono i paesi che hanno costi di produzione più bassi

per via del fatto che possono sfruttare fin dall’inizio dei rendimenti di scala crescenti consistenti e quindi questi paesi godono fin dall’inizio di vantaggi assoluti

particolarmente rilevanti. Quindi non è un caso che sul mercato internazionale ci sia molto spesso una presenza molto invasiva di quelli che sono gli

esportatori provenienti da economie di grandi dimensioni. Perché le grandi dimensioni iniziali che caratterizzavano il mercato domestico di origine mettono

queste imprese nelle condizioni di affacciarsi sul mercato estero con vantaggi assoluti che consentono a queste imprese di appropriarsi rapidamente di ampie

!

fette del mercato mondiale: così facendo vanno incontro ad ulteriori crescenti economie di scala, talvolta addirittura di natura dinamica Q = ∑ Q . !

CUM t=1, n t

Mentre in un modello come quello ricardiano o di Heckscher-Ohlin il commercio estero era sempre e solo scambio di cibo contro stoffa, il modello di Krugman

vi racconta una storia radicalmente diversa tale per cui i paesi tra di loro commerciano beni differenziati in continuazione all’interno della stessa industria. Il

tipo di commercio che emerge dal modello di Krugman ha delle implicazioni distributive più contenute perché in realtà questo commercio estero di natura

intra-settoriale consente di riallocare a costi relativamente contenuti tutti quei fattori produttivi che prima erano impiegati all’interno delle attività che sono state

portate a chiudere. In altre parole qui abbiamo delle imprese che muoiono, liberano risorse che possono essere più facilmente reimpiegati da parte delle

imprese che sopravvivono e che hanno una maggiore dimensione rispetto alla condizione di autarchia. Quindi se il commercio orizzontale ci mette nella

condizione di scambiare beni tra loro differenziati ma prodotti dalla stessa impresa, produce comunque dei costi ma crea al tempo stesso le condizioni perché

questi stessi fattori produttivi possano essere facilmente reimpiegati. I costi di aggiustamento che emergono sono molto più contenuti rispetto a quelli che

invece esistono all’interno di contesti caratterizzati da scambio di beni prodotti da industrie diverse ovvero commercio verticale o inter-settoriale.!

!

Nel corso degli ultimi decenni il commercio orizzontale è andato intensificandosi, poi nel corso degli ultimissimi anni ha preso maggiormente piede di nuovo il

commercio verticale (questo ci permette di capire la maggiore resistenza nei confronti di queste attività di commercio estero che essendo verticale produce

degli effetti di natura redistributiva molto più consistenti) ma se andate a raccogliere informazioni riguardanti il tipo di commercio estero che per molti anni ha

caratterizzato gli scambi internazionali a livello di CEE prima e di UE dopo, scoprite che molti di questi scambi erano scambi di natura orizzontale, cioè erano

scambi che si riferivano a beni tra loro differenziati prodotti da paesi industrializzati: quindi all’interno della regione europea per tanto tempo avete avuto un

commercio che non tendeva a produrre effetti redistributivi. Per concludere, usando la logica di Heckscher-Ohlin potete avere dei paesi tra loro diversi per via

della diversa disponibilità fattoriale, quindi quando ci troviamo ad operare in un contesto di questo tipo ci troviamo a modellare un commercio di natura

verticale: scambio di prodotti realizzati da industrie diverse che sfruttano i vantaggi comparati (il paese abbondante di capitale esporta cibo, il paese

abbondate di lavoro esporta stoffa). Quello che davvero conta è capire che da un certo momento in avanti ci troviamo di fronte ad un crescente commercio

!

di natura orizzontale che fa sì che i paesi scambino prodotti tra loro differenziati ma che vengono realizzati dalla stessa industria.!

!

Intra industry trade IIT!

Un indicatore che ci permette di capire l’intensità di questo commercio orizzontale è il cosiddetto “intra industry trade” con riferimento all’i-esimo settore.

Immaginate che l’i-esimo settore sia il settore automobilistico, dobbiamo verificare se nel settore automobilistico un paese come l’Italia abbia una quantità

notevole o scarsa a livello di flussi di commercio intra-industriale. Dobbiamo raccogliere informazioni riguardanti esportazioni italiane di automobili EX ,

i

!

importazioni italiane di automobili IM , calcolarne somma e differenza. !

i

IIT = 1 - |EX - IM |/(EX + IM ) !

i i i i i

! → →

• se EX = IM IIT = 1 se esporto automobili in ragione di un valore che esattamente uguale a quello delle importazioni che sto realizzando vuol dire che

i i i

all’interno di questo comparto c’è tantissimo commercio orizzontale: esporto un valore che è esattamente controbilanciato da ciò che sto importando sempre

!

in termini di automobili: vuol dire che c’è un continuo scambio di beni differenziati tra loro prodotti dalla stessa industria (IIT = max valore possibile)!

i

→ →

• se EX > 0, IM = 0 IIT = 0 se il paese fosse coinvolto solamente nell’attività di esportazione, pienamente specializzato nella produzione di scarponi da

i i i

!

sci che esporta ma non importa assolutamente nulla: se sto solamente esportando e non sto importando nulla non c’è commercio orizzontale (IIT = minimo)!

i

! → →

• se EX = 0, IM > 0 IIT = 0 stessa cosa se il paese fosse coinvolto solamente nell’attività di importazione (IIT = minimo)!

i i i i

Con riferimento al caso italiano, l’Italia è caratterizzata da due grandi eventi che si sono manifestati nell’arco degli ultimi anni: l’introduzione della moneta

unica e l’accelerazione del processo di globalizzazione. Per quanto riguarda l’accelerazione della globalizzazione (che passa attraverso una forte riduzione

delle barriere al commercio) quello che questo modello ci fa capire è che se si riducono le barriere al commercio, ci si integra di più e si riesce a stare sul

nuovo mercato di dimensione mondiale solo se si è efficienti, solo se si hanno delle dimensioni abbastanza cospicue da mettere queste imprese nelle

condizioni di reggere la concorrenza internazionale. La stragrande maggioranza delle imprese in Italia sono microimprese e quindi capite immediatamente

quali possano essere le implicazioni per la nostra capacità esportatrice dell’esistenza di questa accelerazione del processo produttivo. Il modello di Krugman

è focalizzato su questo.! Pagina 5 di 15

!

IMPRESE MULTINAZIONALI E IDE !

Gli IDE sono “investimenti diretti esteri” che caratterizzano queste imprese multinazionali e consentono loro di garantirsi questa presenza all’interno di tanti

diversi paesi (si ha quando questa possiede più del 10% dell’impresa estera). Questo investimento si caratterizza per:!

!

• prospettiva di lungo termine!

!

• investimento non facilmente invertibile!

Per quanto riguarda l’origine e la destinazione di queste risorse (chi investe dove) per tanti anni l’origine di gran parte di queste risorse era collocata perlopiù

all’interno di aree avanzate e la principale area di destinazione degli IDE era costituita dalle economie povere o in via di sviluppo, poi questa tendenza si è

rapidamente invertita e fino a non molti anni fa la stragrande maggioranza degli IDE che originavano all’interno di aree avanzate venivano destinati ad aree

sempre avanzate. Tuttavia nel corso degli ultimi trent’anni abbiamo osservato una nuova inversione data da una quota crescente di risorse che venivano

!

destinate all’interno di paesi ancora una volta in via di sviluppo o emergenti. É bene sapere a grandi linee come si muovono questi flussi di risorse.!

!

Tipologie di IDE (investimenti diretti esteri)!

La prima classificazione evidenzia la differenza in termini di prospettive di lungo periodo tra la capacità che questo investimento si configuri come un qualcosa

!

di utile per modificare la capacità produttiva di quel paese:!

IDE di natura greenfield: la multinazionale sta costituendo una nuova unità produttiva o distributiva collocata all’interno di un paese estero, diverso da

• quello in cui la stessa multinazionale ha sede (costituzione di un’impresa ex novo). L’IDE consente la costituzione di nuova capacità produttiva, modifica lo

stock di capitale apportando un contributo alla crescita di questo sistema economico. Esempi: Pirelli decide di aprire una nuova unità produttiva in Brasile,

!

Gucci decide di aprire un nuovo negozio di sua diretta proprietà in Cina.!

IDE di natura brownfield: un’impresa già esistente, collocata all’interno di un mercato diverso da quello in cui ha sede la multinazionale, viene acquisita

• dalla multinazionale (operazione di fusione/acquisizione). Non c’è un’addizione netta di risorse per il sistema che riceve l’IDE, perché viene semplicemente

!

cambiata la proprietà di un’impresa già in essere. Esempi: Pirelli rileva un’unità produttiva già esistente in Brasile volta alla produzione di pneumatici.!

!

La seconda classificazione, più in linea con quello che abbiamo visto in precedenza facendo riferimento al modello di Krugman:!

IDEO (orizzontali): all’interno dell’unità produttiva aperta all’estero si viene a replicare il processo produttivo originariamente svolto presso la casa

• madre. Esempio: Nestlé apre una nuova unità produttiva in Canada e al suo interno replica il processo produttivo che originariamente era collocato in

!

Svizzera. Gli IDEO si configurano come investimenti del tipo “market seeking” cioè che vanno alla ricerca del mercato. Sono spiegati principalmente da:!

- →

tentativo di raggiungere mercati di sbocco rilevanti se la mia impresa multinazionale è gestita da un manager sufficientemente lungimirante

cercherà di realizzare IDEO all’interno di quei mercati che sono attesi in crescita, quindi ciò che davvero conta è anche la dimensione attesa per il futuro di

questo mercato. Esempio: se mi aspetto che il mercato canadese negli anni a venire sia caratterizzato da una fortissima crescita del mercato del latte

condensato, evidentemente voglio essere sul mercato canadese e uno dei modi per poterlo raggiungere è realizzare un’unità produttiva organizzata in

! Canada.!

- →

necessità di saltare gli ostacoli tariffari in caso di costi di commercio particolarmente elevati, siete portati a realizzare IDEO in quanto vi mettono nella

! condizione di raggiungere questo mercato senza ricorrere all’attività di esportazione.!

La decisione riguardante l’attività di IDEO è riconducibile all’esistenza un trade-off tra “concentrazione dell’attività produttiva” e “prossimità al mercato

di sbocco”, tra rendimenti crescenti di scala e barriere al commercio. Se concentro la mia produzione all’interno di una sola unità produttiva posso sfruttare

elevate economie di scala di natura interna (riduco l’incidenza dei costi fissi sui costi unitari). Tuttavia per raggiungere mercati diversi da quello in cui è

collocata la multinazionale potete solamente utilizzare l’attività di esportazione. Per raggiungere altri mercati dovete scontrarvi con costi del commercio

rappresentati non solo dai costi di trasporto ma anche dalle barriere commerciali (tariffe e barriere non tariffarie). Viceversa nel momento in cui l’impresa

multinazionale decide di aprire una nuova unità produttiva, riesce a risolvere molto efficacemente il problema della prossimità abbattendo i costi del

commercio ma il prezzo che deve pagare è dalla rinuncia a tutte le economie di scala a livello di impianto di cui potrebbe godere concentrando l’attività

produttiva presso la casa madre. L’IDEO permette inoltre di essere vicino al consumatore finale e quindi di raccogliere informazioni rispetto a quelli che

!

sono i gusti o le preferenze del consumatore che opera su quel mercato.!

F = costo che dovrei sopportare per aprire una nuova unità produttiva sul mercato estero attraverso lo svolgimento di un IDEO!

!

·

t Q = costo da sostenere per poter esportare!

Se t·Q > F non conviene esportare ma conviene aprire una nuova unità produttiva. Questo avviene quando t > F/Q ovvero quando il costo unitario di

muovere ogni singola unità produttiva mediante export risulta essere superiore all’incidenza per ogni unità prodotta ed esportata del costo fisso che dovete

·

sopportare per aprire la nuova unità produttiva all’estero. Con t Q < F se vi ritrovate nel pieno di un forte processo di liberalizzazione commerciale, il valore

di t si va riducendo nel tempo, i mercati diventano più aperti e diventa più facile accedere al mercato estero mediante attività di esportazione. Per raggiungere

i mercati stranieri il modo più semplice è quello di esportare. L’alternativa che vi sto proponendo è quella di raggiungere il mercato straniero mediante

un’attività produttiva svolta all’estero, ma per fare questo ho bisogno dell’IDE. Ricordatevi che l’esportazione è considerata una forma

di internazionalizzazione leggera, la produzione all’estero è considerata una forma di internazionalizzazione pesante in quanto il coinvolgimento è più

!

cospicuo anche in termini di costi che dovete sostenere.!

IDEV (verticali): anche definiti come investimenti “efficiency seeking”, cioè sono fortemente caratterizzati dalla ricerca di efficienza. Le imprese

• multinazionali per minimizzare o rendere particolarmente efficaci i loro processi di produzione, disaggregano in fasi il loro processo e rilocalizzano le diverse

fasi in diversi paesi: andrò a ricollocare una particolare fase laddove c’è abbondanza del fattore produttivo intensamente utilizzato per quanto riguarda lo

svolgimento di quella fase. Tutto quello che fa riferimento ad una fase complessa del processo produttivo viene delocalizzato all’interno di regioni dove sono

disponibili i fattori che possono essere utilizzati per lo svolgimento di queste fasi complesse. Tutto quanto invece attiene all’utilizzo di manodopera poco

qualificata viene delocalizzato all’interno di quelle regioni dove la manodopera non qualificata è abbondante e costa poco. Per poter tenere assieme questo

processo produttivo gestito a migliaia di km di distanza con un certo profitto, avete bisogno di un mondo privo di barriere dove è facile commerciare e

muovere sia il bene finale che le componenti.! Pagina 6 di 15

!

!

Differenze tra IDEO e IDEV!

C’è una sostanziale differenza tra l’incidenza dei costi del commercio sulle due attività. Gli IDEV agiscono come complemento del commercio, mentre gli

IDEO sono un sostituto del commercio: gli IDEO si nutrono di barriere infatti fin quando le barriere sono rimaste alte, gli IDEO sono rimasti molto intensi.

Con gli IDEV il processo produttivo viene disintegrato in fasi, tutte le componenti provengono da località diverse e quindi per poter essere mantenuto in vita

con profitto richiede l’assenza di barriere al commercio. Non è un caso che gli IDEV si sviluppano fortemente soprattutto negli ultimi decenni quando i costi

!

del commercio crollano, quando entrano in gioco tecnologie che ci consentono di monitorare in tempo reale la movimentazione di queste componenti.!

!

Global value chains: make & buy!

Le global value chains sono il frutto di un esercizio che verte sulla considerazione di costi e benefici riconducibili a questa scelta. La sostanziale differenza tra

!

i due schemi è riconducibile alla diversa natura del processo produttivo:!

“make” delocalizzo all’estero alcune fasi del processo produttivo ma trattengo tutto all’interno dei confini della mia impresa. Esempio: Intel non delega a

• terzi la produzione di microchip ma ha aperto nuove unità produttive che sono di sua proprietà. Intel produce microchip mediante una conoscenza che è

stata accurata nel tempo mediante tutta una serie di investimenti molto costosi: questa conoscenza potrebbe essere facilmente appropriabile da un’impresa

!

terza nel momento in cui Intel decidesse di delegare la produzione di microchip ad un’impresa esterna al suo gruppo.!

“buy” delocalizzo all’estero alcune fasi del processo produttivo e delego a terzi lo svolgimento di queste fasi. Esempio: Nike entra in una transazione di

• mercato e delega le diverse fasi del processo produttivo ad imprese terze. Nike produce un bene non sofisticato,facilmente realizzabile mediante una

tecnologia non particolarmente complessa e quindi non corre particolati rischi delegando ad imprese terze lo svolgimento della propria catena di

!

produzione.!

!

Outsourcing & offshoring!

“outsourcing” quando portate al di fuori dei confini dell’impresa una certa parte del processo produttivo, indipendentemente dal fatto che questo

!

avvenga all’interno dello stesso paese in cui ha sede la multinazionale o in un paese estero.!

“offshoring” quando questa delocalizzazione avviene verso un paese estero. Esempio: Intel quando produce in Malesia all’interno di unità produttive di

• sua proprietà sta facendo offshoring. Quando invece Ford fa produrre alcune componenti all’interno di un’impresa che è sempre collocata negli Stati Uniti

!

ma esterna a Ford, sta facendo outsourcing.!

Queste multinazionali svolgono quindi un’attività cruciale attraverso la realizzazione di questi IDE. Talvolta sono coinvolte all’interno di questi global value

chains senza fare direttamente IDE. L’altra cosa da ricordare è che evidentemente quando le imprese decidono di fare un IDE sia di natura orizzontale che di

natura verticale, cercano anche di considerare alcune caratteristiche profonde del paese verso cui vanno a destinare questo flusso di investimenti: da alcuni

anni a questa parte ci sono alcuni paesi del mondo che attirano IDE molto più di altri e questo è un discorso che riguarda non solo le economie emergenti ma

anche le economie avanzate. Per quanto riguarda il caso Italiano, l’Italia attira pochi IDE. L’Italia nel confronto con la Spagna risulta essere in una condizione

molto svantaggiata, questo perché entrano in gioco quei fattori che riguardano anche l’assetto istituzionale di un paese, il grado di efficienza che caratterizza

il funzionamento del sistema giudiziario, il grado di flessibilità dei mercati, il grado di fiscalità. Quindi quando vi confrontate con i veri problemi delle

multinazionali, entrano in gioco non solo la dimensione del mercato e il costo del lavoro, ma anche elementi di natura macroistituzionale che sicuramente

!

condizionano molto queste scelte.!

!

INTRODUZIONE AL PROTEZIONISMO !

!

In un mercato mondiale di libero scambio abbiamo domanda di importazioni e offerta di esportazioni:!

Con riferimento al paese importatore abbiamo funzione di offerta e funzione di domanda: l’equilibrio sul mercato si trova in coincidenza del punto di

• intersezione tra funzione di domanda e funzione di offerta. Per livelli di prezzo inferiori a P ci troviamo di fronte ad un eccesso di domanda che può essere

A

eventualmente soddisfatta mediante attività di importazione. La “funzione di domanda di importazioni” MD decrescente raccoglie le quantità domandate

sul mercato mondiale, soddisfatte eventualmente da importazioni, per ogni possibile livello di prezzo (quanto più basso è il prezzo mondiale P rispetto a

!

quello di autarchia P , tanto maggiore è l’eccesso di domanda che viene soddisfatto con una maggiore quantità di importazioni).!

A

Specularmente con riferimento al paese esportatore abbiamo sempre funzione di offerta e funzione di domanda: l’equilibrio sul mercato si trova in

• coincidenza del punto di intersezione tra funzione di domanda e funzione di offerta. Per livelli di prezzo superiori a P * ci troviamo di fronte ad un eccesso di

A

offerta che può essere eventualmente soddisfatta mediante attività di esportazione. La “funzione di offerta di esportazioni” XS crescente raccoglie le

quantità offerte sul mercato mondiale all’aumentare dell’eccesso di offerta (all’aumentare del prezzo sui mercati mondiali rispetto al livello di autarchia,

aumenta l’eccesso di offerta e aumenta quindi la disponibilità di beni che il mercato straniero può mettere a disposizione del mercato mondiale sottoforma di

!

esportazioni).!

L’“equilibrio sul mercato mondiale” si ha quando la domanda di import espressa dal paese importatore è esattamente uguale all’offerta di export che

• proviene dal paese esportatore. P è il prezzo che prevale sul mercato mondiale garantendo l’equilibrio perché il grano domandato sottoforma di

W

importazioni da parte di un paese è esattamente uguale al grano offerto sottoforma di esportazioni da parte dell’altro paese. Questo avviene in condizioni di

!

libero scambio. !

!

Tipi di tariffe !

La prima barriera di cui teniamo conto è la “tariffa” (o “dazio”): si tratta di una tassa che viene imposta sul bene importato provocando una divergenza tra il

prezzo che viene ad essere praticato sul mercato mondiale e il prezzo che viene ad essere pagato all’interno dell’economia che introduce la tariffa

!

stessa. Esistono: ! →

• tariffe specifiche t : tassa fissa su ogni unità del bene importato P = P* + t !

SP T T SP

• tariffa ad valorem t : tassa calcolata in percentuale al valore del bene importato P = P* (1 + t )!

AV T T AV Pagina 7 di 15


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia delle imprese e dei mercati (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher silvia_slaviero di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Lossani Marco Angelo.

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